mercoledì 18 ottobre 2017

Il mondo è bello perché è vario (e anche i libri)

Ieri a Londra è stato assegnato il The Man Booker Prize for Fiction, il premio che ogni anno viene dato al miglior romanzo in lingua inglese.
A vincerlo è stato George Saunders con Lincoln in the Bardo (pubblicato in italiano da Feltrinelli con il titolo Lincoln nel Bardo). È il primo romanzo di questo scrittore americano, finora conosciuto per le sue raccolte di racconti (pubblicate in Italia da minimum fax), ed è stato accolto dalla critica e dai lettori in modo ambivalente.
C’è chi lo ha amato tantissimo, apprezzandone l’originalità stilistica e il modo in cui è stato sviluppato il tema della morte, del passaggio nell'aldilà e del dolore sia di chi se ne va sia di chi resta. C’è chi invece lo ha trovato un romanzo furbo, senza in realtà alcuna originalità, a tratti confusionario e caotico. E, ancora, c’è a chi non è piaciuto perché non ci ha ritrovato il Saunders dei racconti. 
Io appartengo alla prima categoria: ho trovato questo romanzo originale sia per il modo in cui è scritto (fonti storiche inventate si alternano a dialoghi per far progredire la storia) sia per le emozioni che mi ha suscitato. 
Però è la terza categoria quella che mi interessa ai fini di questo post. “Non mi è piaciuto perché non ci ho ritrovato il Saunders dei racconti” o, parlando più in generale di tutti i libri, “Non mi è piaciuto perché non era quello che mi aspettavo”.

Quanto sono importanti le aspettative che i lettori hanno verso un libro nell'apprezzare o meno il libro stesso? 

©Julio Antonio Blasco
Mi è capitato spesso di iniziare le mie recensioni dicendo che per un dato libro avevo aspettative molto alte e poi di confermare o meno se quelle aspettative erano state soddisfatte. 
D'altronde perché scegliamo di leggere un determinato libro o un determinato autore? Perché per qualche motivo, sensato o meno (a volte, per me, può bastare anche la copertina), ci ha attirato; perché ne abbiamo sentito parlare bene da altri; perché lo pubblica un editore che non ci ha mai deluso; o magari semplicemente perché abbiamo già letto qualcosa di quell'autore o di quell'autrice, ci era piaciuto e quindi abbiamo deciso di leggere anche le produzioni successive.
Le aspettative con cui ci approcciamo ai libri, però, se da un lato sono umane e comprensibilissime (d'altronde, se scelgo di leggere un libro anziché un altro è perché mi aspetto di trovarci qualcosa che nell'altro non troverei), dall'altro però rischiano di distorcere, in modo più o meno pesante, il nostro rapporto con quel libro.

A me succede spesso. Leggo un romanzo o un racconto di un autore o di un’autrice che in passato mi era piaciuto e se non ci ritrovo quelle stesse sensazioni provate in passato, per un momento, rimango un po’ delusa. Poi però, nella maggior parte dei casi, riesco a dimenticarmene, ad allontanarmi dal ricordo di cosa avevo letto in passato per concentrarmi su quello che ho di fronte e cercare così di non condizionare il mio giudizio. (Non sempre ci riesco eh, sia chiaro, anche perché non sempre gli scrittori riescono a cambiare drasticamente stile o struttura di un’opera producendo qualcosa di altrettanto bello).

Mi è successo per esempio con Nick Hornby, per citare un autore abbastanza conosciuto nei cui confronti tutti, nel corso degli anni, hanno un po’ cambiato opinione: l’Hornby di Un ragazzo o di Alta fedeltà non esiste più; l’autore stesso ha faticato a rendersi conto che scrivendo in quel modo, forse perché invecchiato, forse semplicemente perché si è esaurito, non funzionava più. Allora se n’è uscito con Funny Girl: un romanzo completamente diverso e che, senza il nome in copertina, difficilmente si sarebbe potuto associare a lui. E, per me, ha funzionato. Il fatto che sia un Hornby completamente diverso non vuol dire che non sia altrettanto valido.
Un altro esempio è J.K. Rowling, che dopo Harry Potter ha pubblicato a suo nome Il seggio vacante, un romanzo completamente diverso, rivolto anche a un pubblico diverso che non sempre è stato in grado di capire che sì, la scrittrice era la stessa, ma il romanzo no. (Poi si è inventata uno pseudonimo, per pubblicare thriller, e ha rivelato di esserne l’autrice solo dopo, onde evitare altri "sì, ma non è Harry Potter").

Parlando di autori più impegnati, invece, direi che anche George Saunders rientra in questa categoria. I suoi racconti sono tutti molto belli e, probabilmente, se non avessi letto quelli (soprattutto Dieci dicembre) non avrei letto nemmeno Lincoln nel Bardo. L’impatto con il romanzo è stato abbastanza traumatico, in effetti. Perché no, non è il Saunders dei racconti e ha scritto un’opera atipica, che forse non è nemmeno classificabile come romanzo. Ma una volta superato lo shock di leggere da parte di un autore una cosa completamente diversa da quella che mi sarei aspettata, be’, quel romanzo l’ho apprezzato eccome (così come ho apprezzato la capacità di Saunders di cambiare stile, di non prendere un suo racconto e semplicemente allungarlo per farlo diventare un romanzo, con il rischio di essere molto meno efficace).

C’è poi un’altra categoria di lettori che, ammetto, fatico un po’ a capire. Ovvero quella che non riesce ad apprezzare un autore perché si aspettava, nei suoi romanzi o nei suoi racconti, di ritrovarci un altro autore. Un esempio è quello successo a La fine dei vandalismi, il primo romanzo della trilogia di Grouse County di Tom Drury, pubblicato in Italia da NN editore. Un romanzo che, di nuovo, io ho amato moltissimo, ma che ha ricevuto pareri contrastanti. Tra le critiche principali c’è quella di non essere come Kent Haruf, l’autore della Trilogia della Pianura, sempre edita da NN editore, che ha avuto un successo (per me meritatissimo) strepitoso.

Ma se in un libro si cerca un altro autore, perché non leggere direttamente i libri di quell’autore? Sì, lo so, può essere che uno abbia già letto tutto e che l’autore, perché ritiratosi o perché, come nel caso di Haruf, mancato, non possa più scrivere niente. Però su che basi si confrontano due autori che sì, hanno forse qualche tratto in comune, ma sono comunque due autori diversi.

In generale, spesso la colpa di questi strani confronti deriva dai blurb che accompagnano le uscite dei libri: quante volte sulle quarte di copertina di un autore vi capita di leggere “è il nuovo Pinco Pallino”? Oppure “in questo libro ci trovate una cosa di Tizio, una cosa di Caio e, già che ci siamo, anche una di Sempronio”?

© Franco Maticchio
È ovvio che leggendo i rimandi si sentono. Anche perché gli scrittori sono (devono… dovrebbero…) essere prima di tutto lettori e si sono formati sulle opere di autori del passato, che hanno influenzato in modo più o meno netto la loro scrittura e il loro stile.
Così come è ovvio che un editore cerca il più possibile di sfruttare il traino del successo di un altro scrittore o di un altro romanzo per vendere.
E, ultima ovvietà lo giuro, è ovvio che un lettore cerchi nei libri qualcosa che gli piaccia e per farlo il confronto con altri autori è quasi inevitabile.

Però noi lettori dovremmo anche saper andare oltre. Staccarci da quell'aspettativa che ci porta a leggere un’opera per un determinato motivo e leggerla, invece, per quello che è. Un’opera a sé, che può piacerci o non piacerci, indipendentemente da cosa abbiamo letto prima.
Anche perché, altrimenti, si potrebbe leggere sempre e solo lo stesso libro, magari cambiando solo qualche riferimento (i nomi dei protagonisti, la città di ambientazione, la professione, etc etc…), così da essere sicuri di leggere sempre la stessa cosa con lo stesso stile. 

Ma che noia, no?

lunedì 16 ottobre 2017

LA SAGA DEI CAZALET vol.5: Tutto cambia - Elizabeth Jane Howard



E così siamo arrivati alla fine. Con Tutto cambia, quinto e ultimo volume, si conclude la saga della famiglia Cazalet della scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard, pubblicata in Italia da Fazi editore e tradotta da Manuela Francescon.

Scrivere la parola fine mi provoca una certa nostalgia, la stessa che ho provato quando ho chiuso definitivamente il volume pochi giorni fa. Perché, dopo questo lungo viaggio attraverso diciotto anni e cinque libri, la famiglia Cazalet mi mancherà terribilmente.

E pensare che l'avevo conosciuta quasi per caso, questa famiglia, grazie alla bella copertina del primo volume, Gli anni della leggerezza, che mi ha attirato come una calamita (è opera di Tom Purvis, così come lo sono quelle dei quattro volumi successivi). 


Così mi sono ritrovata a Home Place, un’enorme tenuta nella campagna inglese, in mezzo ai membri di questa numerosa famiglia, proprietaria di un’azienda di legnami: padre, madre, tre figli maschi, una figlia femmina, mogli e uno stuolo di nipoti. Stava per iniziare la seconda guerra mondiale, anche se per il momento sembrava ancora distante, una remota possibilità, che toccava solo di sfuggita le vite di questa famiglia.
Poi la guerra è scoppiata, in Il tempo dell’attesa, e con essa sono cambiate le vite dei Cazalet. Abbiamo letto un susseguirsi di vicende, di dettagli, di paure e, soprattutto, abbiamo visto crescere e maturare tutti i personaggi. C’è stata Confusione, poi Allontanarsi, fino, appunto, ad arrivare a Tutto cambia.

Un titolo che lascia già presagire parte di quello che succederà nel romanzo. Cambiamenti, enormi, nella vita di tutti, che iniziano con la morte della Duchessa nelle primissime pagine: una scomparsa che sembra rompere in qualche modo un equilibrio tra i tre fratelli, Edward, Hugh e Rupert, e che li metterà di fronte a enormi responsabilità che forse prima non erano ben consapevoli di avere. Per non parlare di Rachel, la sorella che da sempre si occupa di tutti tranne che di se stessa, che adesso si ritrova finalmente e per la prima volta ad avere in mano la sua vita.
Nel mentre ci sono le vite dei figli e delle figlie dei fratelli Cazalet, a cui si aggiungono ora anche quelle dei loro nipoti. E quindi ritroviamo Polly e Clary, ora madri e più distanti di quanto non fossero negli altri romanzi ma comunque sempre amiche. Ritroviamo Louise, che sembra in qualche modo aver trovato un suo equilibrio, e Simon e Teddy, che ancora stanno lottando per trovare il loro posto nel mondo, più una nuova generazione di piccoli Cazalet.

È difficile fare un riassunto della trama, sia perché è molto articolata (ed è questa una delle cose che più ho amato dei romanzi di Elizabeth Jane Howard: i dettagli, il raccontare anche episodi che potrebbero sembrare all'apparenza inutili, ma che messi insieme fanno andare avanti la storia e delineano le caratteristiche di ognuno dei suoi protagonisti); sia perché rischierei di rovinare il gusto della lettura a chi questi libri li deve ancora incominciare.

E non me lo perdonerei mai.

Proprio come con i romanzi precedenti, a stupirmi ancora una volta è stata la bravura di Elizabeth Jane Howard nel raccontare queste vite, nel creare questi intrecci che da un lato sì, raccontano semplicemente la storia (moooooolto dettagliata) di una famiglia, ma dall'altro sono anche uno spaccato della società inglese della metà del ‘900. Leggendo i cinque volumi della saga dei Cazalet si legge anche una parte della storia inglese: la leggerezza tra una guerra e l’altra; la paura e l’attesa di sapere cosa ne è stato di chi è stato costretto ad arruolarsi nella seconda guerra mondiale; la confusione negli anni immediatamente successivi al conflitto e il bisogno di ritrovare la propria vita; l’allontanamento dalla famiglia che si vive quando si cresce e si prende consapevolezza di quello che si è e si vuole (o non si vuole) diventare; fino, appunto, all'inevitabile cambiamento finale, in un epoca che va avanti veloce e non aspetta nessuno.

Più volte, durante la lettura, mi sono ritrovata partecipe delle vicende dei suoi protagonisti, quasi come se le stessi vivendo io: alcuni personaggi avrei voluto picchiarli (Edward, mi dispiace, dopo cinque volumi vinci senza alcun dubbio il premio di più antipatico di tutti); altri mi hanno profondamente deluso (il “noooooooooooooooooo” che ho urlato quando ho scoperto cosa aveva fatto uno dei miei personaggi del cuore credo lo abbia sentito tutto il palazzo); altri avrei voluto scuoterli un po' e farli reagire (Rachel, cavolo...) e altri ancora avrei voluto semplicemente abbracciarli e dire loro che si stanno comportando bene e che andrà tutto bene.

Non so come si faccia a scrivere libri così. Come sia riuscita Elizabeth Jane Howard a creare tutto questo e a far sentire il lettore, ogni volta, in ogni volume, quasi come fosse parte della famiglia. 
So che in questi libri e in ognuno dei personaggi c’è qualcosa della scrittrice stessa, so che Elizabeth Jane Howard ha vissuto molti degli episodi raccontati sulla sua pelle e che nella sua vita ha incontrato alcuni dei personaggi che incontrano i suoi protagonisti nel libro. Ed è riuscita a raccontare tutto questo, a dare voce a tutto quello che ha vissuto, alle persone che ha incontrato, all'ambiente che l’ha circondata, attraverso le voci, le vicende, gli intrallazzi, i tradimenti, i dolori e gli amori di questa famiglia. E lo ha fatto incredibilmente bene.

È stato un vero piacere conoscerti, famiglia Cazalet, e percorrere con te un pezzo della vostra vita. Cercherò di venirvi a trovare ogni tanto, risfogliando le vostre storie e quella della vostra fantastica autrice. Chissà che così io riesca a sentire un po' meno la vostra mancanza.

Titolo: Tutto cambia (la saga dei Cazalet vol. 5)
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon.
Editore: Fazi editore
Anno: 2017
Pagine: 610
Acquista su amazon:
formato cartaceo: Tutto cambia. La saga dei Cazalet: 5
formato ebook:Tutto cambia (La saga dei Cazalet)

giovedì 5 ottobre 2017

REQUIEM PER UN'OMBRA - Mario Pistacchio e Laura Toffanello


È da qualche giorno che penso a cosa scrivere di Requiem per un’ombra, il secondo romanzo di Mario Pistacchio e Laura Toffanello pubblicato quest'anno dalla casa editrice 66thand2nd.
Perché vorrei evitare di citare il loro primo romanzo (sì, quello là, quel piccolo capolavoro), così come ho cercato di non pensarci mentre leggevo. Ma è quasi impossibile, purtroppo. Perché se tu autore (voi autori, in questo caso) scrivi un romanzo come L’estate del cane bambino, è naturale che generi una montagna di aspettative nei lettori per il secondo. (Anche perché forse, senza il primo romanzo, io questo Requiem per un’ombra  nemmeno lo avrei letto).

E quindi, per quanti sforzi io possa (e vorrei, davvero) fare, non ci riesco a ignorare l’enorme abisso che, secondo me, c’è tra questi due romanzi.

Lo avevo immaginato, in realtà, già quando avevo scoperto che il nuovo libro sarebbe stato un poliziesco, un hard boiled per essere più precisi: un genere che forse pare semplice e alla portata di tutti. Che ci vuole, in fondo? metti un investigatore tormentato, sempre in bilico tra la legalità e l’illegalità; metti una o più indagini, più o meno oscure; qualche pestaggio; una o due donne misteriose, qualche comprimario e qualche descrizione cupa e tenebrosa et voilà… hai un poliziesco.

E invece no.

Protagonista di Requiem per un’ombra è Sal Puglise, un investigatore privato torinese ormai vicino alla pensione che sta aspettando il grande caso con cui chiudere la sua carriera. In passato lavorava in coppia con un collega, ma qualcosa tra loro si è spezzato e adesso lui avrebbe solo voglia di smettere e riposarsi. Il grande caso sembra arrivare, quando si presenta da lui un tabaccaio che ha picchiato a sangue un rapinatore. Sembrerebbe legittima difesa, ma è la parola del tabaccaio contro quella del ladro. Ci va qualche garanzia di vittoria in più… e bisogna trovarla con discrezione. Puglise accetta il lavoro, facendoselo pagare ben caro… e scoprendo ben presto che è molto più complicato di quello che sembra. Nel frattempo, viene contattato da una donna, Dalia Soriano, che gli chiede aiuto per ritrovare suo fratello Paolo, scomparso da tanti anni. Anche in questo caso, per Sal Puglise le cose si complicano in fretta, riportando alla luce un passato sconvolgente che ancora rischia di rovinare il presente.

Poi ci sono anche altre piccole storie collaterali: quella del barista Sergio e di suo figlio; quella della vicina di casa con cui Puglise condivide cene settimanali; e quella del suo passato, di quello che è successo tra lui e il suo socio.

Perdersi in tutte queste trame e sottotrame è molto semplice. Soprattutto se costruite in modo un po’ raffazzonato, come, purtroppo, in questo caso. Una situazione che si potrebbe anche accettare, se si vedesse che gli sforzi degli autori si sono concentrati su altro: sui personaggi, magari, sulle loro caratteristiche e i loro sentimenti. Invece ci ho trovato solo scimmiottamenti, cliché, elementi già visti e già sentiti in tutti i polizieschi, a cui Mario Pistacchio e Laura Toffanello, per quanto mi riguarda, non sono riusciti ad aggiungere nulla di nuovo (sì, c’è Rico, che mi è piaciuto tantissimo e che ho trovato geniale, anche se sfruttato davvero troppo poco).
Leggendo, a fatica (cosa che per quanto mi riguarda, visto il genere, indica che qualcosa tra me e quel libro non sta funzionando) mi sono chiesta se questo senso di già letto, già visto, fosse una cosa voluta, visto quanto è stata caricata (un esempio: l’investigatore indossa sempre il trench. Ché probabilmente è più figo del loden di manziniana memoria o dell’impermeabile del tenente Colombo).  E non ho trovato una risposta. 

Può darsi che non l’abbia capito io, ci mancherebbe. Però, ecco, per me è stata una vera delusione.

(A tutto questo, aggiungerei che sarebbe servita una miglior cura editoriale, a livello di revisione e di editing del testo, perché ci sono alcune incongruenze, alcune frasi che lette per intero non hanno senso o hanno errori di concordanza che le rendono quasi incomprensibili. Per esempio: I giorni perduti non tornano quasi mai. E quando torna, si presenta senza invito.)

Titolo: Requiem per un'ombra
Autore: Mario Pistacchio, Laura Toffanello
Pagine: 268
Anno: 2017
Editore: 66thand2nd
Acquista su Amazon:
formato brossura: Requiem per un'ombra

giovedì 28 settembre 2017

MIA NONNA SALUTA E CHIEDE SCUSA - Fredrik Backman

"Modificare i ricordi è un bel superpotere" ammette Elsa.
La nonna alza le spalle.
"Se non si riescono a eliminare le cose brutte, basta mettercene sopra altre megliose."
"Non esiste quella parola."
"Lo so."
"Grazie, nonna" dice Elsa appoggiandole la testa sul braccio.
Allora la nonna annuisce e sussurra: "Noi cavalieri del regno di Miamas facciamo solo il nostro dovere".
Perché tutti i bambini di sette anni si meritano dei supereroi.
E chi non la pensa così è fuori di testa.


Ho conosciuto lo scrittore svedese Fredrik Backman con il suo primo romanzo, L’uomo che metteva in ordine il mondo, pubblicato da Mondadori nel 2014.
Ero stata un po’ indecisa se leggerlo o meno, in realtà, per via di quel titolo un po’ respingente nella sua banalità. Ma quel romanzo in qualche modo mi chiamava. E alla fine, superate le remore, è stata una delle letture più belle di quell’anno.
Una rivelazione, sia per quanto riguarda la trama sia per lo stile, per quella capacità che Backman ha di mescolare momenti tristi ad altri molto buffi, scene commoventi ad altre esilaranti.

Due anni dopo è uscito Mia nonna saluta e chiede scusa, sempre edito da Mondadori e tradotto da Andrea Stringhetti. Un titolo che trovo fenomenale e che quindi, alla prima occasione, mi sono fatta regalare. E ci ho ritrovato esattamente tutto quello che avevo trovato nel primo romanzo, con anzi forse qualcosa in più.

Elsa è una bambina di sette anni, quasi otto, con una passione smodata per Harry Potter e Wikipedia, un’intelligenza superiore alla media che agli occhi degli altri bambini la etichetta come diversa, e una nonna supereroe che non sta ferma un attimo e che inventa per lei le avventure più fantastiche. È lei che aiuta la piccola Elsa a sconfiggere le sue paure, è lei che ha creato mondi magici in cui rifugiarsi e creature fantastiche da accudire, è lei che quando la nipote è giù di morale la porta in uno zoo di notte a vedere le scimmie per poi farsi arrestare. Ed è sempre lei che, quando se ne va, lascia in Elsa un vuoto che la piccola non sa bene come colmare. La nonna sapeva che sarebbe stato così, e, come ultimo gesto prima di morire, organizza per Elsa una misteriosa caccia al tesoro, fatta di lettere che la bambina deve consegnare, che la porterà a conoscere meglio tutti i suoi vicini di casa e le loro storie. C’è Alf, tassista scorbutico che beve sempre caffè. C’è la donna con il bambino con la sindrome. C’è quella che si veste sempre di nero, colore della sua anima. C’è Cuore di Lupo, con manie ossessivo compulsive che Elsa si divertirà a stuzzicare. Ci sono Maud e Lennard, la prima e la seconda persona più gentili al mondo, che curano tutto con caffè, abbracci e biscotti a forma di sogni. Ci sono Britt-Marie, che sorride sempre ben disposta e ha un’ossessione per le regole, e il marito Kent, sempre al telefono. E poi ci sono Ulrica, la mamma di Elsa, incinta del suo nuovo compagno George, un uomo che Elsa vorrebbe odiare, un po' perché vuole bene al suo papà sempre dubbioso, un po' perché tutti lo amano. Tanta gente popola quel palazzo e, a poco a poco, Elsa scoprirà tutte le loro storie, tutti i legami che li univano a sua nonna e, soprattutto, tra loro. Legami che difficilmente potranno sciogliersi.

Ancora una volta Fredrik Backman è riuscito a stupirmi. Leggendo Mia nonna saluta e chiede scusa più volte mi sono ritrovata un sorriso sulle labbra, a volte di vera e propria allegria, altre per come l’autore decide di risolvere le situazioni più tristi (di cui questo libro, in effetti, è ricco perché la storia che lega i vari personaggi non è delle più felici) e cercare il più possibile di far stare tutti bene.
Perché si può essere tristi quando si mangiano i babbi natale gommosi. Ma è molto, molto, molto difficile.
(Ok, confesso che a un certo punto ho anche pianto, insieme alla piccola protagonista e ai suoi nuovi amici, ma, di nuovo, era un pianto inevitabile per poter poi stare meglio).

Qualcuno ha definito i libri di questo autore un balsamo per l’anima, dei libri che scaldano il cuore e che, una volta finiti, ti lasciano addosso una bella sensazione. E per quanto io rifugga un po’ queste frasi per descrivere i libri, in questo caso sono semplicemente perfette. È vero, leggi Mia nonna saluta e chiede scusa (ma anche L’uomo che metteva in ordine il mondo) e ti senti bene. È vero, in certe scene senti proprio un calore nel petto, per come viene descritto quello che succede, per il modo in cui questa bambina di sette anni quasi otto guarda il mondo che la circonda e affronta le sue paure. È vero, lo chiudi con addosso una bella sensazione, che non ti lascia, che ritorna ogni volta che ci pensi e che ti fa ritornare lo stesso sorriso sulle labbra di quando stavi leggendo.

E Maud prepara i sogni, perché quando il buio è troppo grande per farcela e troppe cose si sono rotte in troppi modi perché si possano riparare, Maud non sa davvero che arma usare se non i sogni.
Quindi fa così. Un giorno alla volta. Un sogno alla volta. Si può pensare che sia giusto e si può pensare che sia sbagliato. E di sicuro si ha ragione in entrambi i casi. Perché la vita è sia complicata che semplice.
Per questo esistono i biscotti.

E diamine se certe volte servono i sogni e i biscotti. E anche i libri come questo.


Titolo: Mia nonna saluta e chiede scusa
Autore: Fredrik Backman
Traduttore: Andrea Stringhetti
Pagine: 401
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: 19,50€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Mia nonna saluta e chiede scusa
formato ebook: Mia nonna saluta e chiede scusa

giovedì 21 settembre 2017

LINCOLN NEL BARDO - George Saunders

«Ci siamo voluti tanto bene, caro Willie, ma ora, per motivi che non possiamo comprendere, quel legame è stato spezzato. Ma il nostro legame non potrà mai essere spezzato. Tu sarai sempre con me, figliolo, finché vivrò.»

George Saunders è conosciuto, sia negli Stati Uniti sia in Italia, per le sue raccolte di racconti.  Pastoralia, Bengodi e Dieci dicembre sono i titoli che lo hanno fatto conoscere al pubblico italiano, grazie alla casa editrice minimum fax.
Poi qualche tempo fa, è arrivato l’annuncio: George Saunders sta scrivendo un romanzo. La prima domanda che sorge spontanea, o almeno che è sorta a me e che mi pongo ogni volta che sento di autori che fanno questo percorso, è: perché. Perché un autore famoso (ma soprattutto bravissimo) nello scrivere short stories decide di compiere questo passo?  
La seconda, di uguale importanza, è: sarà in grado?

A questa seconda domanda rispondo subito. E avrei potuto già farlo dopo le prime dieci pagine di Lincoln nel Bardo, pubblicato da Feltrinelli e tradotto, come i racconti, da Cristiana Mennella. Sì, è assolutamente in grado.

Anche se Lincoln nel Bardo non è un vero e proprio romanzo. Ed è una cosa fondamentale da sapere, prima di iniziare a leggerlo, perché altrimenti si rischia di perdersi tra le pagine, di confondersi tra le mille voci che la popolano e tutte le fonti, vere o inventate, che George Saunders utilizza per far andare avanti la storia.

Il libro ha come protagonista il presidente Abraham  Lincoln e il suo figlioletto Willie, morto a soli dieci anni per le conseguenze di quello che all’inizio sembrava un banale raffreddore. È il 1862, e Lincoln, un uomo visto sempre come solido e implacabile, si trova ad affrontare al tempo stesso una grande tragedia personale e un grave problema nazionale, ovvero l’esacerbarsi della Guerra Civile iniziata l’anno precedente.
Lincoln proprio non riesce ad accettare la morte del figlio e, per questo, poche ore dopo averlo sepolto, torna al cimitero, per stare ancora un po’ con lui. Per cercare di lasciarlo andare. Una situazione inedita, mai vista dagli abitanti del Bardo, quella specie di limbo della tradizione buddista in cui le anime dei morti sono di passaggio prima di passare alla loro vita eterna. 
Non tutte le anime che popolano questo spazio sanno del futuro che le attende: pensano di essere solo malate e hanno scelto di rimanere lì in attesa di qualcosa.. Credono, infatti, che ci sia ancora una possibilità, nonostante in ogni momento qualcuno di loro se ne vada definitivamente. Ma sanno anche che quello non è il posto adatto per un bambino e quando arriva il piccolo Willie, in tre (Hans Vollman, che gira per il Bardo con un pene enorme, ancora in attesa di consumare il suo matrimonio; Roger Bevins, suicidatosi perché omosessuale ma ancora convinto di essersi salvato; e il reverendo Everly Thomas, che di anime in passato ha già cercato di salvarne, invano) cercano in ogni modo di salvarlo, di farlo andare via da lì presto, prima che sia troppo tardi.

Lincoln nel Bardo ha alcune scene di una forza e di uno strazio inaudite. Dolorosissime e bellissime, per le loro implicazioni. Perché accettare la morte di una persona cara è una cosa difficile, quando questa persona è un bambino lo diventa ancora di più. Anche se sei un presidente degli Stati Uniti.

Ma, al tempo stesso, ci sono anche momenti divertenti, in questo bardo popolato dalle anime più disparate che raccontano la loro storia (si sente un’eco molto forte dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters) e vivono, se così si può dire, il loro presente senza alcuna inibizione di sorta, per poi ritrovare di colpo tutta la loro consapevolezza.
Non mi restava altro che andare.
Anche se le cose del mondo erano ancora con me.
Come, per esempio: un branco di bambini che arrancano sotto una spruzzata obliqua di neve decembrina; un cerino spartito amichevolmente sotto un lampione storto da una collisione; l'orologio ghiacciato di un campanile visitato dagli uccelli; l'acqua fresca da una brocca d'alluminio; asciugare la camicia bagnata dopo un temporale di giugno.
Perle, stracci, bottoni, la frangia di un tappeto, la schiuma di birra.
Qualcuno che ti manda gli auguri; qualcuno che si ricorda di scriverti; qualcuno che si accorge che non sei per nulla a tuo agio.
Il rosso micidiale di un piatto d'arrosto sanguinolento; il palmo che sfiora una siepe mentre corri in ritardo in una scuola che sa di gessetti e legna accesa.
Anatre in alto, trifoglio in basso, il rumore di quando ti manca il fiato.
Una gocciolina nell'occhio che offusca un campo di stelle; la spalla che ti duole dove ci hai appoggiato lo slittino; scrivere il nome del tuo amore sulla brina di una finestra con il dito guantato.
Allacciarsi una scarpa; fare il fiocco a un pacchetto; una bocca sulla tua; una mano sulla tua; il giorno che finisce; il giorno che comincia; la sensazione che ci sarà sempre un altro giorno.
Addio, ora devo dire addio a tutto quanto.

Lincoln nel Bardo è un libro molto difficile da leggere, così come credo sia stato difficile da scrivere. Richiede uno sforzo enorme nel lettore, ancor più se conosceva già Saunders per i suoi racconti, di cui qui non ritroverà nulla. Al tempo stesso, però, è un libro geniale e sono pochi, pochissimi, gli scrittori in grado di scrivere una cosa del genere: mille voci da gestire, mille storie che si intersecano, mille fonti da creare ad hoc (sono vere? Sono inventate?) e riuscire, in tutto questo, a mettere una carica emotiva così forte, che raggiunge il suo apice nella figura di questo presidente e nel suo rapporto con il piccolo Willie.

Dopo forse trenta minuti l'uomo trasandato lasciò la casa di pietra bianca e si allontanò nel buio barcollando.
Entrai e trovai il bambino seduto in un angolo.
Mio padre, disse.
Sì, dissi.
Ha detto che tornerà. L'ha promesso.
Fui preso da una commozione immensa e inspiegabile.
È un miracolo, dissi.
il reverendo everly thomas

Forse sul finale l’effetto si perde un po’, o forse semplicemente ci sono arrivata io un po’ troppo affaticata, dopo tutte queste pagine, queste altalene di momenti strazianti e momenti grotteschi, di voci e di storie. 
Ma Lincoln nel Bardo è sicuramente un grande, grandissimo libro.


Titolo: Lincoln nel Bardo
Autore: George Saunders
Traduttore: Cristiana Mennella
Pagine: 347
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Feltrinelli
Prezzo di copertina: 18,50€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Lincoln nel Bardo
formato ebook: Lincoln nel Bardo

lunedì 18 settembre 2017

PARADISI MINORI - Megan Mayhew Bergman

Posso spegnere il mio cuore quando voglio, aveva detto.
Per anni le avevo creduto.
Ma ora so qual è la verità. La verità è che siamo pazzi, malati d’amore, tutti quanti.


I primi animali che ho avuto di cui ho memoria sono dei pesci rossi, quando ero bambina. Ce li compravano sempre in coppia, “così si tengono compagnia” ci dicevano i nostri genitori. Poi immancabilmente uno moriva, per qualche strano incidente (un salto fuori dalla vaschetta e giù dal frigorifero; un pesce preso per sbaglio per la coda durante il cambio dell’acqua; troppo cibo) e poco tempo dopo l’altro lo seguiva. Forse da solo si annoiava davvero.
Poi c’è stato un gatto, regalo di alcuni vicini di casa la cui gatta aveva appena partorito. Un gattino grigio, tigrato, con la testa enorme che lontano dalla sua mamma, però, non ci poteva stare. Quindi i vicini se lo sono ripreso.
Qualche anno dopo è arrivato un altro gatto, proprio pochi giorni prima del periodo più brutto della mia famiglia e, per quanto possibile, lo ha alleviato. Era un gatto rosso, buffo da piccolo e molto selvaggio una volta cresciuto: si divertiva a provocare il cane dei vicini, andando avanti e indietro di fronte al suo cancello, e ad attaccare rissa con gli altri gatti della zona. È stato brutto quando se ne è andato.
Poi ci sono stati altri pesciolini rossi (Ettore, sarai sempre nel mio cuore), dei cagnolini e ora un’altra bellissima gatta.

È incredibile quanti animali attraversino la nostra vita, spesso senza che ce ne rendiamo conto.  A volte lasciano un segno profondo, altre sono solo di passaggio e destinati a essere dimenticati. Ed è probabilmente questo che ha pensato Megan Mayhew Bergman quando ha scritto il suo Paradisi minori, una raccolta di racconti da poco pubblicata in Italia da NN editore con la traduzione di Gioia Guerzoni.
Dodici racconti, uno più bello dell’altro, in cui la vita degli animali si mischia a quella degli esseri umani che sono accanto a loro, in modo a volte più netto, altre solo di sfuggita.

C’è una donna che cerca disperatamente il pappagallo di sua madre, per sentire ancora una volta la sua voce. Ce n’è un’altra che sta per avere un figlio e che immagina la sua gravidanza come quella degli animali che suo marito, veterinario, cura.


Raccontami ancora della riproduzione del giaguaro, dissi.
La gestazione dura poco più di novanta giorni. Se allo stato brado le vengono sottratti i cuccioli la madre li cerca per ore, ruggendo di continuo.

Lo farei anch’io, dissi. Te lo giuro.

Ce n’è un’altra che aiuta suo padre a inseguire un sogno, quello di avvistare un picchio dal becco avorio, e intanto si innamora; e ancora una che sa proteggere un lemure in mezzo a una tempesta di neve e di ghiaccio, ma non riesce ad amare e farsi amare da sua figlia.

Voglio esagerare, spiegare, esaltare, espiare. Voglio raccontarle della proscimmia in via d’estinzione che ho nell’armadio. Voglio chiamarla e dirle che le voglio bene. Voglio raccontarle un’altra storia a cui lei non crederà.

Un’altra che si rifugia in un cottage, dopo aver scoperto di essere stata tradita dal marito, e immagina se stessa come un airone azzurro, che una volta era bello ma poi ingrigito dal tempo che passa; una giovane veterinaria che viene mandata ad analizzare lo stato di salute degli animali di una prigione e che ha ancora i segni sulla sua pelle di uno stupido errore del passato che condizionerà per sempre il suo presente; una donna che accoglie ogni tipo di animale ma è incapace di far rimanere con sé un uomo. Ce n'è poi un’altra che coltiva un orto urbano, ma che dentro di sé non riesce a far crescere nulla se non il senso di colpa verso il suo cane; e un’altra ancora che accompagna sua madre che sta per morire e affronta un coyote nella notte per poi rifugiarsi in un abbraccio; per arrivare a quelle balene che oggi cantano con toni più bassi, che spingono i loro piccoli in superficie per farli respirare quando nascono e a quella donna che ha sempre creduto che riprodursi in questo mondo fosse un gesto egoista ma che ora deve fare i conti con la realtà, con l’idea di famiglia e di protezione che ha sempre avuto e con quell'essere che cresce nella sua pancia.

Chiamai a casa. Rispose mio padre. Ciao papà, dissi. Posso parlare con la mamma?
Un attimo, disse. Penso sia fuori con il cane. Come stai tesoro?

Papà era infinitamente affidabile, il padre per antonomasia, mi mandava fiori per il compleanno, mi chiamava spesso, teneva i miei disegni delle elementari incorniciati in ufficio. In quell'istante, sentendo la sua voce, mi venne voglia di avere di nuovo dieci anni, di non sapere nulla del mondo, di sentirmi al sicuro davanti a casa a guardare la mamma che faceva giardinaggio e papà che grigliava hamburger, e a pensare solo ai compiti di ortografia o a prendere l'autobus. Oppure quando andavamo tutti insieme a camminare nei boschi di Camden, dopo il viaggio in macchina sui tornanti della Kancamagus Higway con la radio accesa.

Per poi finire con un cane che ingoia un calzino e salva una famiglia da un orso e una figlia che segue il padre malato mentre, in un futuro quasi apocalittico, va a pesca con la sua innamorata.

Dodici racconti, dodici storie che vedono come protagoniste delle donne in momenti diversi della loro vita: donne tristi, sole, tradite, donne che si ritrovano ad affrontare un imprevisto che mette in discussione tutto quello che sono state finora. Ma anche donne piene di vita, che cercano in ogni modo di raccogliere i pezzi di quello che è rimasto e fare la scelta giusta.
Sono donne molto umane, ma anche molto animali, perché è in essi (un pappagallo, un lemure, una balena, un giaguaro, un cane, un airone azzurro…) che si rispecchiano e, a volte, trovano o ritrovano se stesse.

Fatico un po’ a dire quale sia il mio racconto preferito (se proprio dovessi scegliere, forse direi Le balene di ieri), perché sono tutti molto belli, tutti un condensato di emozioni, dolorose e bellissime. E perché in ognuno di essi ci si può ritrovare qualcosa di sé
Di quei pesci rossi, di quei gatti e di tutti quegli animali che da sempre popolano, in un modo o nell’altro, la nostra vita.

Titolo: Paradisi minori
Autore: Megan Mayhew Bergman
Traduttore: Gioia Guerzoni
Pagine: 240
Editore: NN Editore
Prezzo di copertina: 18,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura:Paradisi minori
formato ebook:Paradisi minori

martedì 12 settembre 2017

Il mio Festivaletteratura di Mantova 2017

Da mercoledì 6 a domenica 10, a Mantova, si è tenuta la XXI edizione del Festivaletteratura.
Sono stata a questo festival per la prima volta l’anno scorso e, per tutta una serie di motivi (l’atmosfera che si respira per le vie della città; la possibilità di incontrare gli autori non solo durante gli eventi ma anche per strada, mentre si fanno gli affari loro; il cibo e i dolci; e, soprattutto, la prima gita insieme a Luca) me ne ero pazzamente innamorata.
Un amore che si è confermato anche quest’anno, nonostante qualche piccola difficoltà organizzativa iniziale.

Il primo enorme scoglio da superare per andare al Festivaletteratura, infatti, è riuscire destreggiarsi in mezzo al vasto, vastissimo programma e ai luoghi degli eventi. Tanti incontri, in diversi punti della città che di primo impatto non si capisce quanto siano lontani tra loro (in realtà sono tutti raggiungibili in massimo quindici minuti a piedi dal centro), e che richiedono quindi una certa attenzione al momento della selezione.

Subito dopo c’è la questione della prenotazione dei biglietti. Io, per fortuna, avevo il pass stampa, ma abbiamo comunque dovuto prenotare qualche biglietto in anticipo. Alle 9.05 del giorno dell’apertura delle prenotazioni per i non soci, molti eventi online erano già esauriti. Telefonando qualche posto si trovava ancora, però come sistema, effettivamente, è un po’ scoraggiante. Soprattutto quando poi, una volta là, ti rendi conto che a molti eventi si riesce a entrare acquistando il biglietto sul posto (sì, anche quelli dati per esauriti online o in biglietteria), a fronte di code più o meno lunghe (in alcuni casi, arrivi sul posto, lo acquisti ed entri; in altri fai un bel po’ di coda): credo ci sia una ripartizione dei biglietti tra i vari canali di vendita, per fare in modo di accontentare più gente possibile. Un sistema che forse andrebbe comunque rivisto, così come andrebbe aggiunta una sorta di abbonamento a un prezzo ridotto per partecipare a un tot numero di incontri (la media dei biglietti d’ingresso è di 6€, che non sono tanti se si partecipa a uno o due eventi, ma lo diventano se il numero cresce).

Quindi, stilato l’elenco degli incontri a cui partecipare, localizzati sulla mappa i luoghi in cui si svolgeranno e prenotati i biglietti (e anche un luogo dove stare a Mantova, se è previsto un soggiorno di più giorni… noi siamo andati in un bellissimo appartamento a pochi km dalla città, con, tra le altre cose, un divano magnifico), si può partire.
Noi siamo arrivati il giovedì nel tardo pomeriggio, pochi minuti prima che scoppiasse un enorme temporale. Abbiamo aspettato che smettesse (addormentandoci sul suddetto divano) e poi siamo andati in città, poco prima di cena.


Abbiamo fatto un giro di ricognizione alle bancarelle dei libri usati che ogni anno popolano i portici di Palazzo Ducale e poi siamo andati a mangiare (i tortelli di zucca).

Il Festivaletteratura vero e proprio, per noi, è iniziato il venerdì pomeriggio, con l’incontro con lo scrittore americano George Saunders, di cui è appena uscito per Feltrinelli il primo romanzo, Lincoln nel bardo.
A presentarlo, nella cornice di Palazzo San Sebastiano, c’era Marco Malvaldi in pantalocini corti e, soprattutto, un po’ in soggezione.


L’incontro è partito con la domanda di rito su Donald Trump: una domanda banale, forse, ma anche inevitabile considerando l’epoca che stanno vivendo gli Stati Uniti e il fatto che comunque il protagonista di questo primo romanzo di Saunders è proprio un presidente (e poi credo sia abbastanza impensabile separare letteratura e vita politica, in questo momento. Soprattutto se sei uno scrittore di quel calibro). Lui ha risposto: “He is us”, ovvero che Trump fa parte degli americani, che ogni presidente viene dalla storia, nel bene e nel male.
Poi si è passati a parlare di Lincoln nel Bardo, il suo primo romanzo, e del suo significato: Lincoln si ritrova ad affrontare la morte del figlioletto, finito adesso in quel bardo (ovvero una specie di limbo, secondo la filosofia buddista). Ci si trova di fronte a un presidente dolce, intelligente, ma in qualche modo anche sconfitto dalla vita.
La particolarità di questo romanzo sta poi nella tecnica narrativa: George Saunders, attraverso un enorme lavoro di ricerca che lo ha tenuto impegnato per molti anni, utilizza fonti, ritagli, notizie, alcune vere altre inventate da lui per portare avanti la storia. (“Ci si deve sentire proprio dei gran fighi, a scrivere un romanzo così” gli ha fatto notare Marco Malvaldi).
Alla domanda su quali libri, invece, legge, Saunders ha citato i romanzi russi come i suoi preferiti. In particolare Le anime morte di Gogol di cui ha detto: “Sono sicuro che, se Dio pensa a noi, lo fa nel modo in cui Gogol pensa ai suoi personaggi". Ha poi citato anche i Peanuts, nella versione fumetto e nella versione cartone, come suo modello: questi personaggi con la testa enorme, che si muovo su uno sfondo quasi inesistente, e che dimostrano che se si è grandi dentro non importa molto cosa ci sia fuori.
Altre domande di rito, tra cui i rapporti con i social network in cui in qualche modo siamo tutti scrittori e bisognerebbe quindi prestare attenzione a cosa si scrive, e, visto l’argomento del libro, il rapporto tra vita e morte (“è più doloroso per chi se ne va o per chi resta?”).

Finito l’incontro con Saunders, siamo tornati in centro: Luca per andare di nuovo alle bancarelle dei libri usati (“prima si fa un giro di ricognizione, poi si compra senza pietà") e io per partecipare all’incontro Roma-Aosta solo andata con Antonio Manzini e Marco Giallini nel cortile di Piazza Castello.



Non credo serva che vi dica quanto sia stato figo, quest’incontro. Sì, anche se non aveva una scaletta vera e propria ma c’erano due lì che parlavano e dicevano cazzate. Sì, anche se Manzini all’inizio aveva mal di testa e all’inizio sembrava un po’ spento. Ho riso per un’ora, tra i loro aneddoti (e una bellissima dichiarazione d’amicizia di Manzini per Giallini) e le loro battute. Ho scoperto anche che stanno per iniziare a girare la seconda serie di Rocco Schiavone, che sarà formata da quattro puntate, due tratte da 7-7-2007 e due dal nuovo romanzo Pulvis et umbra. Loro due, insieme, sono esattamente come me li ero immaginati: fenomenali (e anche particolarmente gnocch...ehm, piacevoli da guardare).

Dopo cena, siamo invece andati all’incontro L’amore si impossessava di lei, con protagonista Artemis Cooper, la biografa di Elizabeth Jane Howard (sia la biografia sia i romanzi della Howard sono pubblicati da Fazi editore). 



In dialogo con Stefania Bertola, Artemis Cooper ha ripercorso un po’ la vita della scrittrice inglese, raccontando anche aneddoti personali sul loro rapporto (“Jane era una bravissima cuoca”). Quello che è venuto fuori, paradossalmente, è una specie di ritratto di tutta la famiglia Cazalet, che si concentra in un’unica donna: Elizabeth Jane Howard stessa, infatti, ha dichiarato più volte che in tutti i personaggi della sua saga c’è qualcosa di lei (in particolare in Louise, ma anche nelle altre due cugine, Polly e Clary). Si è poi passati a raccontare del suo rapporto con l’ingombrante marito Kingsley Amis, che finché sono rimasti insieme le ha quasi impedito di avere successo (però ora se si va in una libreria inglese di Kingsley Amis si trovano uno o due libri, mentre la Howard occupa pareti intere).
L’incontro con Artemis Cooper è stato davvero bello e avrei voluto che non finisse mai: mancavano giusto i pasticcini e un po’ di tè, per rendere perfetta l’atmosfera che ha creato con le sue parole e i suoi sorrisi. Si è percepito chiaramente quanto tenesse a questa biografia e, soprattutto, alla sua protagonista (che lei ha conosciuto da bambina, perché i suoi genitori erano molto amici di Jane e del marito).

Il primo incontro di sabato mattina è stato con Harry Parker, ex-soldato dell’esercito inglese e autore di Anatomia di un soldato, edito da Sur. Avrebbe dovuto essere in compagnia di Brian Turner, autore di La mia vita è un paese straniero (NN editore), che però è stato fermato dall’uragano Irma. Ed è stato un vero peccato, perché sarebbe venuta fuori una presentazione eccezionale.



È la seconda volta che partecipo a un incontro con Harry Parker ed è la seconda volta che un po’ mi commuovo. Per il suo modo di parlare, per la sua lucidità nel raccontare la guerra e quello che gli è successo, senza mai cadere nel pietismo o nell’autocommiserazione (nonostante il relatore, Carlo Annese, abbia insistito troppo sul fatto che Parker sia senza gambe e che quanto raccontato nel libro sia la sua storia… ma lo scrittore è stato bravo a non cadere nel tranello). Tra le cose che più mi hanno colpita c’è il fatto che lui abbia ribadito più e più volte che mentre era in Afghanistan, oltre a combattere, ha tentato in ogni modo di rendere la presenza dell'esercito il più semplice possibile per i civili, che da questa guerra non si libereranno mai (“noi soldati, dopo sei o sette mesi, torniamo a casa. Loro no, casa loro è la guerra”), così come il suo aver sottolineato che i media e il modo in cui viene fatta la comunicazione in tv oggi trasmette una visione completamente offuscata di come sia effettivamente la guerra in medio oriente.
Dal pubblico, a fine incontro, hanno di nuovo provato a chiedergli come si vive senza gambe e a quale è stato il suo percorso di accettazione di quello che gli è successo. E ancora una volta lui è stato bravissimo a non cascarci, perché “io non sono le mie ferite”.

Usciti dall'incontro con Parker siamo andati a prendere uno spritz al bar con un amico e, mentre eravamo lì seduti ai tavoli, dietro di noi sono passati Marianne Leone, Chris Cooper e Elizabeth Strout (sì, ho visto Elizabeth Strout mentre bevevo uno spritz piuttosto alcolico).

Marianne Leone e Chris Cooper li abbiamo rivisti nel pomeriggio, alla presentazione di Jesse, il libro pubblicato da Nutrimenti edizioni che la donna ha scritto per raccontare la storia di suo figlio, nato con una grave paralisi cerebrale.


Il libro è ricco di momenti tristi (inizia proprio con il racconto della morte del ragazzo, avvenuta quando aveva diciott'anni), ma è anche un enorme inno alla vita, al combattere, al non arrendersi di fronte alle ingiustizie e a una società spesso incapace di accettare il diverso.
Inutile dire che l’incontro è stato molto toccante e molto commovente, ma anche pieno di delicatezza (l’amicizia tra Marianne Leone e Davide Ferrario che l’ha intervistata ha reso l’intervento ancor più prezioso, così come l’incredibile sorriso della donna) e sì, anche di momenti divertenti.
Alla fine non ho avuto il coraggio di andare a farmi autografare il libro: temevo che sarei scoppiata a piangere di fronte a questa donna forte, dal sorriso magico, che sta girando l’Italia per raccontare la storia di suo figlio che oggi non c’è più. Ci è andato Luca per me, ma alla fine sono riuscita a stringerle almeno la mano.

Il nostro Festivaletteratura è finito con questo incontro (e una mangiata subito dopo). Ed è stato proprio bello, come l’anno scorso. Mantova è una città bellissima, che in quei giorni lo diventa ancora di più, per l’atmosfera che si respira e per le persone che la popolano, scrittori e non (“Guarda, c’è Saunders!” credo sia stata la frase che abbiamo ripetuto più spesso in giro per la città). 
Siamo tornati a casa io con una torta sbrisolona e un pass sbiadito, Luca con una decina di libri usati, ed entrambi con la voglia di tornarci anche l’anno prossimo. 


lunedì 11 settembre 2017

PULVIS ET UMBRA - Antonio Manzini



A un anno e un mese di distanza da 7-7-2007, Antonio Manzini è tornato in libreria con una nuova avventura del vicequestore più fig… ehm… più burbero del mondo, Rocco Schiavone. 
Un libro che ho atteso molto, questo Pulvis et umbra (uscito per Sellerio il 31 agosto), soprattutto dopo le emozioni che mi aveva trasmesso il volume precedente e dopo il successo della serie tv andata in onda l’autunno scorso su Rai2, in cui Rocco è stato interpretato da uno strepitoso Marco Giallini.

Da un lato, infatti, avevo una voglia matta di tornare ad Aosta, di scoprire come se la stava cavando adesso il vicequestore, dopo aver raccontato tutta la sua storia ai suoi superiori e aver dovuto fare i conti, ancora una volta, con i sensi di colpa. Volevo vedere anche come si stavano mettendo le cose tra Italo e Caterina, se il buon D’Intino era sempre così stordito e soprattutto come stava vivendo la situazione Seba, dopo aver perso l’amore della sua vita. Dall’altro, però, avevo paura che l’aver visto la trasposizione sullo schermo mi facesse un po’ perdere il gusto della lettura. 
Anche se molto spesso durante la lettura all’immagine di Rocco si sovrapponeva quella di Marco Giallini, devo dire che no, non è successo. Ho divorato Pulvis et umbra proprio come avevo fatto con i romanzi precedenti. E, proprio come con i romanzi precedenti, ora che l'ho finito non vedo l'ora che esca il prossimo.

La trama si sviluppa su due fronti: nella prima parte siamo ad Aosta, dove sulle sponde della Dora viene ritrovato il cadavere di una trans. Rocco e la sua squadra sono chiamati a indagare e il tutto sembra ruotare attorno al palazzo dove la donna esercitava. Ben presto, però, il vicequestore si rende conto che c’è qualcosa di potente dietro a questa storia, qualcosa su cui forse non dovrebbero indagare e che potrebbe mettere a rischio la vita sua e dei suoi agenti. Nella seconda parte, invece, si riprende il filo della storia romana: quella nata con Marina tanti anni fa, riportata alla luce con l’uccisione di Adele e che Rocco, per una volta, sta cercando di risolvere nel modo più giusto. Per se stesso, ma anche e soprattutto per non mettere ancor più nei guai il suo amico Seba. Il tutto si trasforma in una lunga caccia all’uomo, che da Roma si sposta verso nord, fino a un epilogo che è un colpo al cuore.

Ce ne sono tanti di colpi al cuore in Pulvis et umbra. Alcuni sono di pura tenerezza, come il bel rapporto che si sviluppa tra Rocco e il suo vicino di casa adolescente Gabriele, o quello con Lupa, la sua cagnolina che il vicequestore, anche in pubblico, non si fa alcun problema a chiamare amore; altri sono tradimenti e perdite di fiducia che sarà difficile, se non impossibile, recuperare. 

Già durante la lettura, mi sono ritrovata a pensare a quanto incredibilmente bravo sia Antonio Manzini nello scrivere le avventure di Rocco Schiavone. Siamo arrivati al sesto volume, con una trama secondaria che è partita dal primo (Pista nera) e che piano piano ha raggiunto il suo climax ed è presente ancora oggi. Avrebbe potuto logorarsi nel corso di sei romanzi. Iniziare a sfilacciarsi, diventare noiosa, perdere di forza e, perché no, trasformare quel gran personaggio di Rocco Schiavone in una macchietta di se stesso. E invece no, ogni romanzo è come il precedente e al tempo stesso ti lascia qualcosa di più. In ogni romanzo Rocco evolve, sviluppa sentimenti nuovi, diventa più riflessivo e meno impulsivo, matura in qualche modo. Tutto questo, ovviamente, sempre accompagnato dalla sua irriverenza, dalla sua ironia, oltre che dalle sue innumerevoli rotture di coglioni.

Pulvis et umbra mi è piaciuto tanto. Mi è piaciuto Rocco (vabbè, di lui sono innamorata, c’è poco da fare) e mi sono piaciute le storie e i personaggi che ruotano intorno a lui (con una menzione speciale a Michela Gambino, la nuova esperta della scientifica, nonché complottista). Certo, per il colpo di scena finale un po’ ci sono rimasta male, devo dir la verità, ma questo forse dimostra ancora di più quanto io ami questi romanzi e, soprattutto, la bravura di Antonio Manzini.

Ora non resta che aspettare un altro anno, per sapere come si rialzerà questa volta Rocco dalle mazzate che, di nuovo, si è preso.


Titolo: Pulvis et umbra
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 403
Editore: Sellerio
Anno: 2017
Acquista su Amazon:
formato brossura: Pulvis et umbra

lunedì 4 settembre 2017

IL MAESTRO E MARGHERITA - Michail Bulgakov


Mentre in rete imperversava l’ennesima polemica sulla lettura e ruolo formativo dei classici (nel caso ve la foste persa: è uscito un articolo sul Il fatto quotidiano in cui Francesco Musolino ha chiesto a dieci giovani scrittori italiani quale classico non hanno letto. Un articolo più o meno ironico, molto breve, da cui sono nate accuse di ignoranza verso tutti i giovani scrittori, schieramenti, insulti e ritrattazioni varie, nonché, ovviamente, almeno altri tre articoli), io mi sono finalmente decisa a leggere Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov.

Sì, sono arrivata a trentadue anni senza mai aver letto quello che è considerato uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale.

I motivi sono diversi.  Il primo è che ho un rapporto un po’ altalenante con i classici: ne ho letti in passato e li leggo ancora adesso, ma non così di frequente. Credo che i classici abbiano ancora tanto da dire (forse una definizione di classico è proprio questa: un romanzo che, per forma e contenuti, resiste al passare del tempo), ma che non si possa leggere solo quelli. Devono essere in qualche modo complementari ai romanzi moderni e considerando quanti libri interessanti escono ogni giorno, fatico sempre un po’ a ricavare del tempo per leggere libri del passato.

Il secondo è che leggere i classici mi spaventa un po’. Quando tutti di un libro dicono che è un capolavoro io ho sempre paura ad approcciarmici. E se poi a me non piace? E se poi io non ci trovo nulla di quanto è stato esaltato quasi da tutti? Da un lato penso “vabbè, pazienza”, dall’altro però è bastato vedere che cosa ha scatenato quella polemica di fine estate di cui si parlava prima, per capire che ci sono romanzi che sembrano quasi intoccabili. Li devi aver letti e ti devono assolutamente essere piaciuti. 
Questa paura si amplifica quando si parla di romanzo russi. Ho studiato Anna Karenina senza mai averlo letto nella sua interezza. Ho letto tutto Delitto e Castigo ed è stata una mezza sofferenza che ha quasi azzerato la mia voglia di riprovarci ancora.

Però era da un po’ di tempo che Il maestro e Margherita mi stava quasi perseguitando. Da quando ho letto questo bellissimo articolo di Serena Daniele per la rubrica "Libri tanto amati" sul blog di Giacomo Verri, è iniziata a venirmi un po’ di curiosità. Curiosità che è aumentata, dopo aver visto che Bookriot ha inserito il romanzo di Bulgakov tra i dieci romanzi che meglio incarnano la definizione di realismo magico, fino al punto da dover assolutamente rimediare questa lacuna dopo aver sentito da più fronti, anche quelli meno dittatoriali riguardo alla lettura di certi libri, che sì, forse avrei dovuto leggerlo.
E quindi in un caldo pomeriggio d’estate ho deciso che era arrivato il momento di Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov. 

La trama è nota a tutti. Il maestro del titolo è uno scrittore che è stato emarginato dalla Cultura ufficiale sovietica dopo aver scritto un romanzo su Ponzio Pilato, di cui è stata rifiutata la pubblicazione. Il maestro ora vive in un manicomio e di lui sembra ricordarsi solo la bella Margherita, la sua amante.
Nel frattempo, in città è arrivato Voland, il diavolo, che sta per celebrare un sabba. Deve però trovare la donna giusta per parteciparvi. Nell’attesa di incontrarla, accompagnato dal gatto Behemot e da un altro aiutante, stravolge la vita di chiunque incontri in città. La strada di Voland incrocia poi quella di Margherita e, di conseguenza, anche quella del maestro.
In parallelo si legge poi la storia di Ponzio Pilato, quella raccontata nel libro del Maestro. Un racconto nel racconto, che all’inizio lascia un po’ interdetti (nel romanzo compare prima questa storia del personaggio del maestro), ma che poi, con lo stratagemma del racconto nel racconto, man mano che si procede con la lettura acquisisce un senso.
A queste due vicende principali se ne intersecano poi altre: piccole trame minori, a volte anche solo semplici episodi, che servono a tratteggiare le caratteristiche di Voland e il ruolo che il diavolo può avere nella società.

Non ho impiegato molto tempo per leggere Il maestro e Margherita. E, probabilmente, se non avessi letto la prima edizione con la prima traduzione (a opera di Maria Olsoufieva), il tempo di lettura sarebbe stato ancor più breve. Perché sì, pur essendo un romanzo russo, Il maestro e Margherita è scorrevole e in molti punti anche molto divertente.

A quasi due settimane dalla fine della lettura, però, ancora non riesco a stabilire se questo romanzo mi sia piaciuto o meno. Un senso di inquietudine molto forte, infatti, ha iniziato a pervadermi già dopo poche pagine dall'inizio. Un effetto che Bulgakov è stato bravissimo a trasmettere e che è ovviamente una parte integrante del romanzo e della sua bellezza, che però forse su di me ha un effetto non del tutto positivo.

Questa sensazione, quasi di paura, non se ne è andata nemmeno nei giorni successivi e anche adesso che ci ripenso per scrivere, rimane dominante rispetto a tutto il resto. Rispetto alla genialità di Bulgakov nel creare queste trame e incastrarle tra loro; rispetto al divertimento di alcune scene e alla bellezza di alcuni personaggi (ovviamente sono innamorata del gatto Behemot… che, ahimè, nella traduzione in cui ho letto io il romanzo si chiama ancora Ippopotamo); rispetto persino alla storia d’amore tra il maestro e Margherita, disposta a tutto pur di riabilitarlo.

Scultura dedicata ai protagonisti di Il maestro e Margherita, a Mosca (Fonte: Ruslan Krivobok/RIA Novosti)
È la figura di Voland, ovviamente, ad avermi creato tutta questa inquietudine. Questo diavolo che arriva in incognito e fa da un lato scherzi quasi simpatici, dall’altro funeste e angoscianti previsioni di morte. Questo diavolo che deve celebrare un sabba (una scena abbastanza cruenta, per quanto mi riguarda) e che fa sfilare le sue vittime davanti a una regina, perché illustrino le loro terribili pene. 
Questo diavolo che ha potere di vita e di morte su tutti quelli che incontra e che è potrebbe essere ovunque, in mezzo ai protagonisti ma anche in mezzo a noi, senza che ce ne rendiamo conto.

In questo personaggio e in tutte le sue implicazioni sta tutta la bravura di Bulgakov, ne sono più che consapevole. Ma sta anche tutto quello che in me ha causato un’inquietudine talmente profonda da farmi quasi chiedere chi me l’abbia fatto fare di leggere finalmente questo libro, perché non so quando questa sensazione se ne andrà. Un libro che provoca tutto questo è sicuramente un capolavoro e, se torniamo alla definizione di classico detta all’inizio, ovvero un romanzo che avrà sempre qualcosa da dire nonostante gli anni che passano e i tempi che cambiano, sicuramente Il maestro e Margherita è un classico, forse addirittura IL classico.

Però, forse, non è quello che fa per me.

Titolo: Il maestro e Margherita
Autore: Michail Bulgakov
Traduttore: Maria Olsoufieva
Pagine: 410
Anno di pubblicazione: 1973
Editore: Garzanti
Acquista su amazon:
formato brossura: Il Maestro e Margherita

venerdì 1 settembre 2017

VERSILIA ROCK CITY - Fabio Genovesi

Il piccolo Mozzi sa un sacco di cose sulla vita, anche se la vita non sa niente di lui. Una specie di amore non corrisposto. Sa che gli uomini molto muscolosi non possono accostare le braccia ai fianchi, che le orche assassine tra loro non si assassinano mica e anzi quando si incontrano si presentano con nome e cognome, che il colore della domenica pomeriggio è fegato misto al viola, che la corteccia degli alberi è amara e anche la terra. E un'altra cosa che sa è questa, che i fatti quando succedono succedono così, tutti insieme.


Versilia Rock City, pubblicato per la prima volta nel 2008 da Transeuropa e poi di nuovo da Mondadori in una versione revisionata nel 2013, è il primo romanzo di Fabio Genovesi.

È un’informazione importante, questa. O almeno lo è stata per me, che ho iniziato a leggere questo scrittore toscano partendo dal suo ultimo romanzo, Chi manda le onde, innamorandomene perdutamente. Ho poi recuperato Esche vive, il suo penultimo, e anche in quel caso mi sono divertita da matti. Ero quindi molto curiosa di leggere altro, e dato che il suo nuovo romanzo, Il mare dove non si tocca, uscirà il 5 settembre (sempre per Mondadori), per ingannare l’attesa ho recuperato appunto Versilia Rock City. Per scoprire dove tutto è cominciato.

Ed è cominciato tutto a Forte dei Marmi, d’inverno, con la storia di quattro personaggi le cui vite non stanno andando esattamente come avevano immaginato. Mario, per esempio, per un certo periodo è stato un dj di successo, ma da diversi anni vive con sua madre letteralmente tappato in casa, senza mai muoversi. Renato, invece, si è trasferito a Milano, a gestire un’agenzia internazionale di modelle, ha detto ai suoi amici, a organizzare finti viaggi esotici per chi non se li può permettere invece. Roberta è un avvocato di successo, che fa tutte le cose che da lei ci si aspetterebbero: va in enoteca, esce con i colleghi, rispetta sempre le regole, ha una vita piena, anche se in realtà si sente molto sola. Lo capisce quando nella sua vita ricompare Nello, un ex tossico che ora vive in un capanno nel cortile di casa di Mario, suo nipote, e sogna di diventare un pirata.

Le vite di tutti e quattro all’improvviso vengono stravolte, in modi abbastanza bislacchi: c’è chi riceve una mail piccante che potrebbe cambiargli la vita; chi si ritrova ad affrontare le conseguenze di un tsnunami; chi si innamora perdutamente di qualcuno di cui sarebbe meglio non innamorarsi e chi, invece, scopre di avere un piccolo sé, di cui tutti tranne lui erano all’esistenza. 

Ecco cosa può succedere a Forte dei Marmi d'inverno. Ecco come quattro vite possono venire completamente stravolte all’improvviso e quasi senza un senso, per poi scoprire che forse, dopotutto, un senso si può trovare anche in questi casi. Anzi, soprattutto.

Ho un brutto rapporto io col passato. Mi sa che a un certo punto ci siamo fatti uno sgarbo e non ci parliamo più. E anche il futuro, che io giuro non gli ho fatto niente, evita di frequentarmi. Secondo me è il passato che gli parla male di me.

Versilia Rock City, dicevamo, è il primo romanzo di Fabio Genovesi. E si sente. Lo stile non è ancora quello dei romanzi successivi: fa ridere e ci sono alcune grandi verità che quasi sfuggono, piazzate lì per caso tra una parolaccia, un episodio buffo e grottesco e una valanga di sfighe, questo sì, ma manca qualcosa di ciò che mi ha fatto amare Esche vive e Chi manda le onde.
Anche la trama, in alcuni punti, è forse un po’ troppo frettolosa: di quasi tutti i personaggi avrei voluto sapere di più, sul come sono arrivati a essere quello che sono, sul legame che li unisce. Mancano un po’ di risposte a certi perché che inevitabilmente sorgono durante la lettura.

Ma il ragazzo si doveva ancora fare, è evidente. E come esordio non è per niente male. Perché se da un lato ci sono alcune mancanze, non si può negare che ci siano già molti accenni dei suoi tratti distintivi: il linguaggio, l'ironia, i personaggi quasi grotteschi e soprattutto un grande, grandissimo bambino (i bambini come li racconta Genovesi mi commuovono sempre tanto).

Non so dire, però, se partendo da Versilia Rock City mi sarei comunque innamorata così tanto di questo scrittore: mi avrebbe  lasciato un po’ di curiosità per i romanzi successivi, ma forse non al punto da non vedere l’ora che esca una sua nuova storia.
Quindi leggetelo e se una volta chiuso penserete “carino e divertente, ma nulla di più”, be’, date a Genovesi altre possibilità. Perché se le merita tutte.

Titolo: Versilia Rock City
Autore: Fabio Genovesi
Pagine: 211
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: 10€
Acquista su amazon:
formato brossura: Versilia rock city