martedì 20 giugno 2017

SESSO, AMORE E CROCCANTINI - Flavia Borelli


“Non facciamo al gatto quello che non vorrei che fosse fatto a me”. È stata più o meno questa la frase che disse mio fratello quando si trattò di decidere se portare a castrare il nostro Miciu (sì, nome all'apparenza poco originale, ma con una storia dietro). Vivevamo in campagna e molto probabilmente se avessimo scelto di procedere con l’intervento sarebbe diventato obeso e, soprattutto, avrebbe avuto qualche problema a farsi rispettare. Così, invece, oltre ad avere il gatto più rissoso del mondo, in giro era pieno di gattini arancioni di cui non era difficile stabilire la progenie.

Micioara, protagonista insieme alla sua padrona(uh, che brutta parola!) Flavia Borelli  e al gattone Giuda di Sesso amore e croccantini, edito da Fazi editore nella collana Le Meraviglie, è invece una gatta di città. È magra, nera e molto sinuosa. Ed è anche perennemente in calore. Flavia però non si decide a sterilizzarla. Vorrebbe che facesse almeno una cucciolata, prima di toglierle la gioia della maternità. Però, per ora, nessuno dei tentativi fatti è andato a buon fine. Flavia chiede quindi un altro gatto in prestito, sperando che sia la volta buona. E così nell'appartamento che divide con la piccola Micioara arriva Giuda: un enorme gattone che sembra proprio sapere il fatto suo. Durante il primo giorno di convivenza Micioara e Giuda non si lasciano un momento, pisciano su tutto quello che riescono a trovare, fanno versi quasi strazianti e, sì, trombano tantissimo. La casa, alla fine, è un disastro. Per non parlare delle proteste dei vicini e di quell'odore che proprio sembra non volersene andare. Però tutto sembra essere andato per il verso giusto. E Giuda, questo gattone selvaggio, in questa casa sembra proprio starci bene.
E anzi, sembra essere riuscito a far stare bene anche tutti gli altri: Micioara è più tranquilla e anche Flavia, che vive nel ricordo di un amore finito troppo presto, sembra essersi sbloccata. Quindi, Giuda non se ne dovrà mai più andare o sarà un vero disastro per tutti.

Sesso, amore e croccantini è un romanzo molto particolare. Da un lato c’è l’aspetto gattoso, la tenerezza di certi gesti, quell'incredibile affetto che questi animaletti pelosi sono in grado di generare e l’effetto benefico che possono avere in certe situazioni. Perché chiunque abbia un gatto lo sa, per quanto altezzosi, a volte un po’ scontrosi e viziatissimi possano essere, i gatti sanno sempre quando i padroni hanno bisogno di loro.

"Poi un giorno, a tradimento, ma liberatorie, erano tornate le lacrime, i singulti, i gemiti, e lei, la micia nera ancora piccolina e da pochi mesi raccolta dalla strada, aveva capito che era giunto il momento.Magica e misteriosa come tutti i gatti, soprattutto se neri, lo aveva sempre saputo, forse già da quando si era rifugiata spaurita nel motore della macchina sotto casa mia, che aveva un ruolo da svolgere, che sarebbe dovuta intervenire, un certo giorno.Era accorsa dritta dritta sulle sue quattro zampine e con un balzo leggero mi aveva raggiunta sul divano nel bow-window dove io, arrotolata su me stessa, singhiozzavo. Non mi aveva lasciato alternativa, aveva preso la situazione fra le zampette e aveva cominciato a leccarmi le mani, il viso, le lacrime, facendo le fusa che sembrava un motorino e contemporaneamente il pane sulla mia pancia.E io non avevo potuto far altro che smettere di piangere e soffiarmi il naso: Micioara, così piccola, così gatto, aveva scacciato i diavoli e domato la tempesta"

Dall’altro c’è tutto l’aspetto sessuale che, devo confessarvi, un pochino mi ha disturbato. Ma forse più per il linguaggio usato dall'autrice, molto schietto e diretto e a volte un po’ volgare, completamente diverso dagli stili che solitamente vengono impiegati per parlare di animali, e di gatti in particolare. Soprattutto all'inizio, la lettura è stata un po’ destabilizzante. Perché sì, si vede benissimo quanto amore ci sia verso Micioara (il nome, tra l’altro, mi fa impazzire) e poi anche verso Giuda e i gatti in generale, però certi epiteti rivolti a un animale domestico li ho trovati un po’ eccessivi (Luna, la gatta del mio compagno, al massimo massimo si becca un “brutta!”).

Sesso, amore e croccantini è sicuramente un libro divertente, ricco di ironia e autoironia, velate da una malinconia di sottofondo quando qua e là l’autrice lascia trapelare qualcosa della sua vita. E poi racconta un aspetto della vita dei gatti che esiste ma che forse non si considera più di tanto. Però, ecco, bisogna approcciarsi alla lettura sapendo che non sarà la classica lettura sui gatti e la loro tenerezza. In questo modo, si riuscirà sicuramente ad apprezzare di più anche la trama.


TITOLO: Sesso, amore e croccantini
AUTORE:  Flavia Borelli
PAGINE: 189
EDITORE: Fazi
ANNO: 2016
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formato cartaceo: Sesso, amore e croccantini
formato ebook:Sesso amore e croccantini

venerdì 16 giugno 2017

LA PERFEZIONE NON È DI QUESTO MONDO - Daniela Mattalia

Divagare, distrarsi, divertirsi. Deconcentrarsi.
E come si fa? Si può dimenticare una preoccupazione, un contrattempo, un guaio. Ma dimenticare un'assenza, non percepire il vuoto che ti cammina accanto, non ascoltare il silenzio dove fino a poco tempo fa c'erano parole, una risata, un sospiro.
E come si fa.
Però aveva deciso di provarci.



Adriano è un anziano signore che ha da poco perso l’adorata moglie Giulietta e ora passa le sue giornate chiuso nel suo studio. Esce solo per andare alle Molinette ogni tanto, perché nei corridoi labirintici dell’ospedale torinese ogni tanto riesce ancora a vederla. Anche lei vede lui, però non gli parla mai, intenta com'è a cercare qualcosa che sembra aver perso.

Gemma di anni ne ha ventinove, lavora in una libreria e ha un rapporto di amore – sopportazione con la madre: non le ha mai perdonato il non aver protestato quando il padre ha deciso di lasciarle e anche adesso, che sono passati molti anni, fatica a comprendere quella sua leggerezza, quella sua svariatezza nell'affrontare la vita. Oltre a lavorare in libreria, nel fine settimana Gemma fa la volontaria in un call center per anziani, va a correre al parco e intanto sogna di trovare l’amore.

Fausto l’amore invece ce l’ha: è Susanna ed è perfetta e bellissima. Forse troppo perfetta e troppo bellissima, e tutta una serie di altri troppo, per lui che di mestiere fa il grafico e sta ancora cercando di trovare la sua vera strada nel mondo. L’unica strada che per ora riconosce è quella che lo porta al parco insieme ad Archibald, un bracco giocherellone e, vista la sua mole, goffo.

E poi c’è Olga, che da giovane faceva l’infermiera e ha avuto per anni un grande amore proibito. Ora è anziana, vive con il gatto René e il sabato mattina telefona al call center per anziani, ma così, giusto per fare due chiacchiere, perché lei vecchia non si sente minimamente.

Sono loro quattro i personaggi principali che popolano le pagine di La perfezione non è di questo mondo, romanzo d’esordio di Daniela Mattalia, uscito pochi giorni fa per Feltrinelli editore.

Quattro personaggi all'apparenza senza nulla in comune, se non l’abitare nella stessa città e frequentare lo stesso parco e lo stesso ospedale, le cui vite improvvisamente si intrecciano, grazie anche alle manovre di un solerte tassista. Il legame tra i quattro all'inizio è molto fragile, un semplice sfiorarsi: al telefono, in libreria, in ospedale, al parco (anche se forse essere travolti dall'irruenza di un bracco non si può definire un semplice sfioramento). Man mano però diventa sempre più forte e ognuno scoprirà di poter fare, a volte senza nemmeno rendersene conto, qualcosa di grande e di bello per l’altro.
Ognuno di essi si ritrova a fare i conti con una parte di sé: la perdita e il lasciar andare una persona amata; oppure prendere finalmente in mano la propria vita e decidere cosa fare del proprio futuro; oppure mettere una pietra sopra ai propri rancori; oppure, perché no, innamorarsi ancora una volta, di quell'amore che fa letteralmente esplodere il cuore.

Ricordò il primo bacio che aveva dato a Giulietta, ben poco romantico a dir la verità. Se non smetti di fumare, aveva detto lei serissima, te lo scordi che mi baci ancora. Lui aveva smesso un minuto dopo, il giorno seguente si era lavato i denti ogni due ore, la sera non osava starle vicino per paura di puzzare di fumo. Alla fine lo aveva baciato lei, spazientita.
Era primavera anche allora? Non se lo ricordava più. Ma eravamo belli, Giulietta, quando loro due.

È un libro leggero, questo di Daniela Mattalia, che però riesce a trattare in modo intelligente e mai stucchevole anche temi molto profondi. Quello della perdita, soprattutto, e di come fare a continuare a vivere quando la persona che per tanti anni è stata accanto a noi ora non c’è più. Ma anche il tema della ricerca di se stessi. E poi, be’, dell’amicizia e dell’amore, che possono nascere nei modi più strampalati possibile e, perché no, con persone che forse nemmeno esistono.

Ho amato molto tutta l’atmosfera che pervade le pagine del libro, fin dalla prima pagina: un’atmosfera allegra a volte, malinconica altre, ma sempre, in qualche modo “buona”; così come mi è piaciuta questa idea di “imperfezione” a suo modo perfetta, di lasciarsi guidare un po’ dal fato e un po’ da stessi e scoprire che le cose, anche così, vanno proprio come vogliamo che vadano, anche se fino a un attimo prima nemmeno sapevamo di volerlo.

Si ride e si sorride molto, leggendo La perfezione non è di questo mondo, e qua e là si versa anche qualche lacrimuccia. Ma non c’è tempo per piangere troppo, per disperarsi: almeno non per chi non c’è più, perché in un modo o nell'altro sarà sempre con voi. 

E no, direi che non è il caso di disperarsi nemmeno per Archibald, che è appena saltato sul letto: non vedete quanto è felice?


TITOLO: La perfezione non è di questo mondo
AUTORE:  Daniela Mattalia
PAGINE: 168
EDITORE: Feltrinelli
ANNO: 2017
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formato cartaceo: La perfezione non è di questo mondo
formato ebook: La perfezione non è di questo mondo

martedì 13 giugno 2017

COME IN UN FILM - Régis de Sá Moreira

LUI: Però non è in negozio che la incontro, succede durante la pausa, lei esce per fumarsi una sigaretta sul marciapiede, a pochi passi dalla vetrina.
LEI: Che cretina, non ho l'accendino.
LUI: Più tardi, quante volte si dirà se solo avessi avuto l'accendino.
LEI: O dei fiammiferi.
LUI: O due bastoncini da sfregare.
LEI: E invece no, niente di tutto questo, e così aspetto di vedere un passante che fuma e il passante che fuma...
LUI: Sono io.
LEI: È lui.
LUI: Siamo noi.
LEI: No, non ancora, per ora lui è lui e io sono io. Gli dico scusi avrebbe da accendere?
LUI: La guardo, sorrido, rispondi sì.
LEI: Lo guardo, sorrido, dico grazie.
LUI: È così stupido se ci pensi.
LEI: Ma così bello.
LUI: È la vita.
LEI: Già, la vita.

“La vita non è un film” è una frase che tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo sentiti rivolgere o ci siamo detti noi stessi, per tornare con i piedi per terra e avvolgerci di disincanto. Le cose che succedono al cinema o in tv nella vita vera non succedono. È impossibile. Soprattutto, poi, se stiamo parlando di storie d’amore: nessuno si trova per caso, nessuno si innamora a prima vista, nessuno si prende, si lascia, si tira dei piatti e fa l’amore ottantacinque volte al giorno. 
Ma ne siamo proprio sicuri? E se la vita, invece, a volte fosse non dico un film, ma come in un film?

Come in un film è proprio il titolo di questo libro di Régis de Sá Moreira, pubblicato a maggio da NN edizioni con la traduzione di Daniela Almansi.
Ci sono un LUI e una LEI, che una mattina del dicembre del 2005 si incontrano per caso a Parigi. LEI esce dal negozio in cui lavora per fumarsi una sigaretta ma non ha da accendere. LUI passa lì davanti proprio in quel momento, le accende la sigaretta e le chiede se dopo possono vedersi. Due caipirinha, tre vin brulé, un cinema in cui danno un film stupido e via, è amore. I primi tempi, come sempre, sono bellissimi: mesi di scoperte, di baci e scopate appassionate, di risate e primi incontri con i parenti. 
Poi, però, come spesso succede, qualcosa inizia a incrinarsi e iniziano le crisi: prima rade, poi sempre più frequenti, fino a diventare quasi insopportabili, oltreché spesso immotivate.

LUI: il 14 luglio, festa nazionale, ci piomba addosso una nuova crisi.
LEI: Eravamo tranquilli, era una bella giornata, era il mio compleanno.
LUI: Un granello di sabbia si deve essere infilato da qualche parte.
LEI: Forse ho detto qualcosa che non avrei dovuto dire.
LUI: O io non ho risposto quello che avrei dovuto rispondere.
LEI: Strana cosa, le cazzate, credi che non esistano e all’improvviso sono dappertutto.
LUI: È come un raffreddore, puoi provare tutte le cure del mondo ma in realtà devi solo aspettare che passi.
LEI: Smocciando.
LUI: Smocciando.
LEI: Starnutendoti addosso
LUI: Noi due così vicini cinque minuti fa
LEI: Non siamo più che insulti e conflittualità.

Che fare? Provare a prendersi e lasciarsi per un po’? Cercare di capire se stare da soli è meglio o peggio che stare insieme? LUI e LEI, come succede a tutti, arrivano alla decisione definitiva, versano tante lacrime e la vita va avanti.
Ma questo amore, dopo qualche anno, sembra tornare. E questa volta sembra essere la volta buona. Lui e lei sono cresciuti e sembrano pronti a creare qualcosa insieme. Arrivano dei figli, si trasferiscono in campagna e tutto sembra andare, finalmente, per il verso giusto. Ma la vita, proprio come in un film, riserva ancora altre sorprese…

LEI: Siamo fortunati.
LUI: Capitiamo bene.
LEI: Passiamo per gli eccentrici della zona.
LUI: Abbiamo una grande casa sempre aperta.
LEI: Con un giardino giungla.
LUI: I bambini si fanno un sacco di amici.
LEI: La gente del posto saluta la bibliotecaria che passa per strada.
LUI: E dà un colpo di clacson al postino che passa con il suo furgoncino.
LEI: Viviamo in un’allegra canzone d’altri tempi.
LUI: E non succede più niente.
LEI: Nient’altro che questa canzone.
LUI: Che passa e ripassa per tre anni.
LEI: Tre anni di vita che hai voglia di prendere, stringere e infilare in una scatola per custodirli gelosamente sotto il cuscino.
LUI: Una scatola che potresti aprire quando vuoi per toccare, vedere, annusare, assaggiare quei tre anni felici.
GRANDE PUFFO: Finché non puffa tutto.

Come in un film di Régis de Sá Moreira è un libro geniale.
È un romanzo in presa diretta, formato dai dialoghi e dei pensieri di questo LUI e di questa LEI, a cui si aggiungono quelli delle altre persone che, a volte per un solo istante altre per un periodo più lungo, incontrano nella loro vita di coppia: il verduraio sotto casa, la madre di lei, la madre di lui, il cognato di lui, il padre, l’amico dell’uni, una cameriera, il gatto, gli spermatozoi, Grande Puffo, Britney Spears, Gabriel García Márquez, John Steinbeck, un marziano, J.K Rowling… e mille altri, che l’autore prontamente elenca alla fine del romanzo. (Una menzione speciale se la merita la traduttrice Daniela Almansi, perché tradurre un romanzo costruito in questo modo, fatto di dialoghi e scambi rapidissimi e con così tanti personaggi, non deve essere stato per niente semplice.)

Ma oltre che per lo stile, Come in un film è geniale anche per la storia che racconta, per la sua capacità di dare vita a una storia d’amore che sì, apparentemente sembra possibile solo in un film, ma che invece è molto più comune di quanto si pensi. Questo LUI e questa LEI riescono a incarnare molte delle fasi che alcuni amori (non tutti, certo) vivono: l’entusiasmo iniziale, i primi scontri, le prime incomprensioni, le insofferenze, l’incapacità di decidere che cosa fare, fino al perdersi… per poi magari ritrovarsi.

Perché la vita forse non è un film, ma a volte gli assomiglia un bel po’.


TITOLO: Come in un film
AUTORE:  Régis de Sá Moreira
TRADUTTORE: Daniela Almansi
PAGINE: 264
EDITORE: NN editore
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Come in un film
formato ebook: Come in un film

mercoledì 7 giugno 2017

ISOLE MINORI - Lorenza Pieri

C’erano paesi sempre freddi e città sempre piene di cemento e macchine, io avevo un’isola, e la fortuna di passare la maggior parte del mio tempo con il mare come orizzonte, circondata da una cintura di sicurezza liquida che metteva sempre al riparo da tutto quello che succedeva là fuori. Quasi sempre.



Sono stata all’Isola del Giglio solo una volta, quando era bambina, ma non mi ricordo molto. Nella mia testa ho solo qualche ricordo confuso del viaggio in traghetto e dei delfini che giocavano sulla scia lasciata dai motori.
Avevamo visto i delfini la mattina. Siamo stati dietro i loro dorsi lucidi con il gozzo per una buona mezz’ora, poi andavano troppo lontano e babbo doveva rientrare. Per me era la prima volta.
Le immagini più recenti che ho in testa dell’Isola del Giglio sono quelle che abbiamo tutti: un’enorme nave da crociera rovesciata su un fianco, proprio a ridosso della costa. Un’isola piccola, che in una notte di inverno si è trovata ad affrontare una grande tragedia che rimarrà per sempre nella storia del nostro paese.

Isole minori di Lorenza Pieri, pubblicato da edizioni e/o, parte proprio con dei delfini, quelli che Teresa vede per la prima volta una mattina dell’agosto del 1976, quando è in barca con suo padre proprio attorno all’Isola del Giglio.
Teresa e sua sorella maggiore Caterina vivono sull'isola anche d’inverno, insieme ai genitori, Elena detta La Rossa e Vittorio, che gestiscono un albergo. All'inizio del libro Teresa è una bambina di quasi sei anni, ancora non sa leggere e ancora non ha perso l’incanto verso il mondo: crede a tutto quello che sua sorella maggiore, più arrogante e più schietta di lei, le racconta; e ama quell’isola e quel mare, e non riesce a concepire l’idea di non viverci più.
Ma poi gli anni passano, Teresa e Caterina crescono, sempre più distanti eppure comunque legate, e la storia personale si mischia alla storia italiana, da cui l’isola del Giglio in qualche modo non sembra nemmeno venire sfiorata. Entrambe se ne sono andate e, mentre Caterina anche da grande dell’isola non vuole più saperne niente, Teresa ne sente il richiamo. Ci torna d’estate, ci torna a trovare ogni tanto il padre, rimasto lì da solo insieme a pochi altri abitanti. E poi ci torna quando sulla terraferma sembra non avere più altre possibilità.

«Sono tutti problemi minori rispetto al fatto che a Roma senza lavoro non puoi stare e quindi una decisione la devi prendere. O trovi in tempi rapidi un altro lavoro o fai qualcos’altro. Ed è arrivato il momento di fare qualcos’altro, la cosa migliore, quella che rimandi da anni aggrappandoti a scuse un po’ codarde».
«Non sono scuse codarde, sono io, la codarda».
«Ti dico solo un’ultima cosa, con tutto l’amore di sorella che ho: l’errore più grosso sarebbe tornare al Giglio».

Il Giglio per lei è un rifugio, un porto sicuro, dove sa di non avere prospettive ma anche di non dover temere niente, perché ne conosce fin troppo bene le caratteristiche. Fino a una notte d’inverno, in cui una grande nave da crociera porta la storia sull'isola e ai suoi pochi abitanti, facendo crollare tutte le certezze e cancellando, in un colpo solo, tutti quello che il Giglio ha significato per Teresa.

Isole minori di Lorenza Pieri è un romanzo molto bello. Attraverso la storia di Teresa e della sua famiglia, racconta anche la storia dell’Italia degli ultimi quarant'anni e di come questa possa, a volte in modo più netto altre solo di sfuggita, segnare la vita di chiunque. Sì, anche di chi vive in un’isola piccola, un’isola minore, che sembra vivere solo d’estate e che nei mesi invernali cerca solo di tirare avanti.

Oltre alle descrizioni del paesaggio, protagonista indiscusso del romanzo insieme a Teresa, di questo libro ho amato soprattutto le dinamiche di questa famiglia e il rapporto tra le due sorelle: l’isola maggiore, Caterina, che mette in discussione tutto, che critica, che si ribella, che odia il Giglio con tutta se stessa e che non capisce come qualcuno ci possa voler tornare; e l’isola minore, Teresa, che sembra sempre lasciarsi un po’ trasportare dagli eventi, che da bambina si lascia facilmente abbindolare dalla sorella (o almeno le fa credere di farlo), che anche da adulta fatica a trovare il suo equilibrio e che al Giglio, invece, non può fare a meno di tornare.

Isole minori è un romanzo molto intenso, caratterizzato da uno stile narrativo in grado di adattarsi alle diverse età della protagonista e, in qualche modo, di crescere con lei. È un romanzo che è sì una saga famigliare molto bella, ma anche uno spaccato della storia del nostro paese, vista da una prospettiva diversa, che sembra minore ma che minore non è.


TITOLO: Isole minori
AUTORE: Lorenza Pieri
PAGINE: 207
EDITORE: edizioni e/o
ANNO: 2016
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formato cartaceo: Isole minori
formato ebook: Isole minori

lunedì 5 giugno 2017

LE SORELLE MISERICORDIA - Marco Ciriello

Laura Cammarata aveva talento, stile e intelligenza tennistica. Poi c'ha rinunciato, per uno sbalzo di amore, e religiosità. Non l'ha detto a nessuno, e qui per la prima volta lo diremo - lasciando comunque all'oscuro gli altri protagonisti di questa storia -, ma quando era uscita inspiegabilmente dalla Rod Laver Arena e di fatto dall'Australian Open, interrompendo un match contro Serena Williams che stava vincendo, lo aveva fatto per l'improvvisa apparizione della madre di Cristo, sì, aveva visto la Madonna, dietro la sua avversaria.


Immaginate di essere su un campo da tennis australiano, nel bel mezzo della finale del torneo Open che state giocando (e, incredibilmente, vincendo) contro Serena Williams e, a un certo punto, vi appare l’immagine della Madonna.
È quello che succede a Laura Cammarata, famosissima tennista italiana che proprio contro Serena Williams sta per vincere il suo ennesimo torneo. Laura, però, è anche estremamente religiosa e vede questa apparizione come un segno: quello di dover lasciare tutto e tornare a prendersi cura di Cristiana, sua sorella affetta da SLA.

È così che inizia Le sorelle misericordia, questo breve romanzo di Marco Ciriello che uscirà il 15 giugno per edizioni spartaco.
Cristiana, che nonostante il nome di fede in Dio non ne ha più da tanto tempo, forse da ancor prima che le venisse diagnosticata la SLA e che sopravvive grazie a un inevitabile cinismo che in qualche modo la mantiene in vita, considera la scelta della sorella una grande idiozia: ma come, lei che può giocare, lei che può vivere senza impedimenti, lei che ha tutto il corpo funzionante e un destino non segnato, per una strana apparizione divina decide di mollare tutto per farle da badante? Va bene credere in Dio, va bene il martirio, ma un po’ di rispetto per chi queste cose non le può fare non c’è?
Nonostante queste diverse idee di vedute, che generano continui battibecchi le due sorelle si vogliono molto bene e cercano in ogni modo di capirsi l’un l’altra, non sempre riuscendoci ma senza mai smettere di provarci.

«Senti non ce la faccio più a tenermi 'sta cosa dentro. Devo dirtela».
«Sputa».
«Ho visto la Madonna».
«Quando, ora? Stanotte? È ancora qui? Avrei da farle un discorsetto».
«Cristiana, l'ho vista alla Rod Laver Arena».
«Cazzo, la prima apparizione postmoderna e per giunta a una tennista, ma non appariva solo alle pastorelle?».
«Non sto scherzando. Per questo ho lasciato tutto e sono venuta via».
«Ma te l'ha chiesto lei?».
«No».
«E allora perché sei venuta via?».
«Mi è sembrato tutto superfluo, inutile, ti pare che dopo una apparizione uno gioca a tennis?».
«Be', scusa era la Madonna fuori posto non tu,  una volta apparivano nelle grotte, chessò nelle campagne, insomma c'erano sfondi indefiniti, uno andava sul sicuro, capisco il tuo sconcerto di trovartela alla finale dell'Australian Open».
«Che devo fare, mettermi a piangere per farti capire che è vero?».
«Ti credo, va bene, e quindi?».

Insieme  le due sorelle faranno poi un viaggio a Barcellona, che le avvicinerà ancora di più, permettendo a entrambe di scoprire qualcosa di se stesse e dell'altra che ignoravano, ma che avrà dei risvolti imprevedibili.

L’idea alla base di Le sorelle misericordia è davvero molto bella: questo scontro di vedute tra chi crede e chi non crede; tra chi sta bene, può fare tutto e ci rinuncia e chi invece vorrebbe fare e non può e sa che non potrà mai più; questo rapporto tra due sorelle caratterialmente così lontane eppure così legate; nonché tutte le implicazioni etiche ed emotive che inevitabilmente nascono quando si parla di Dio, di fede, di malattia e di vita che finisce.

«[...] Vuoi che ti dica che Dio esiste, ok, anche se c'è, non mi piace, non mi è mai piaciuto, non mi interessa. Sei contenta ora?».
«Ma perché? Perché? Sembra che Dio sia una condanna per te».
«Non lo è: una religione la puoi disertare. Una malattia come la mia: no».

Ma per quanto il libro sia divertente in alcuni punti e molto profondo in altri, l’impressione finale è che sia mancato qualcosa. Almeno a me. Avrei voluto un po’ più di approfondimento, sia nello spiegare le motivazioni e la vita di entrambe, sia, e soprattutto, nel rapporto tra le due sorelle. È un romanzo breve, o forse un racconto lungo, che, se avesse osato un pochino di più, per la storia e per lo stile dell’autore avrebbe potuto diventare qualcosa di indimenticabile.

Così com'è, Le sorelle misericordia è sicuramente una lettura piacevole, in grado di far sorridere e di lasciare qualche bello spunto di riflessione, ma che avrebbe potuto essere qualcosa di più.

Titolo: Le sorelle misericordia
Autore: Marco Ciriello
Pagine: 85
Anno di pubblicazione: 15 giugno 2017
Editore: Edizioni Spartaco
Prezzo di copertina: 8€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Le sorelle Misericordia

mercoledì 31 maggio 2017

TANTI E DIVERSI. Le varietà di vita sulla Terra - Nicola Davies

Tra i primi ricordi che ho della mia infanzia e che, per fortuna, ancora non ho dimenticato c’è un librone giallo cartonato pieno di animali. Era un libro in inglese, di cui non ricordo assolutamente il titolo, che insegnava al tempo stesso i numeri e le specie animali della giungla. Non so esattamente come sia arrivato in casa, forse come regalo da qualche viaggio negli Stati Uniti di mio padre o per qualche altra strana via traversa. Ricordo benissimo, però, quanto mi piacesse guardare quei disegni e, nella mia testolina di bambina dell’asilo che aveva visto solo cani, gatti e qualche gallina, immaginare che davvero nel mondo potessero esistere tre giraffe, quattro elefanti e persino dieci gorilla!

E ora che bambina non lo sono più, credo di poter dire quasi con certezza che la mia passione per gli animali buffi sia nata anche da lì, da quel libro di cui non capivo le parole se non quando qualcuno me le leggeva e me le spiegava, ma che guardavo affascinata. Sicuramente, da lì deriva parte dell’effetto che ho provato leggendo e ammirando Tanti e diversi. Le varietà della vita sulla terra di Nicola Davies, pubblicato da editoriale scienza e magnificamente illustrato da Emily Sutton.



Un libricino molto bello, pieno di illustrazioni degli esseri viventi del mondo: microbi, funghi, piante e animali piccoli e grandi che popolano la nostra Terra. Alla scoperta di questo mondo ci accompagna una buffa bambina dai capelli rossi e lentiggini, che si ritrova a esplorare foreste e fondali marini, raccontando tutto quello che di vivo lì ci si può trovare e spiegandone le caratteristiche e le differenze.



Tanti e diversi di Nicolas Davies è un inno all'amore per la natura e per le specie animali e vegetali che la popolano, ma anche un invito agli esseri umani a rispettarle, cercando di non inquinare, di non distruggere, di non sfruttare a nostro piacimento una Terra piena di cose belle, perché i risultati, come le molte specie estinte dimostrano, potrebbero essere fatali.

Sfogliando Tanti e diversi i bambini (il libro è consigliato dai 5 agli 8 anni, ma l'effetto si verifica anche su bambini più grande e, senza ombra di dubbio, anche sugli adulti) resteranno incantati dai mille disegni e dai mille colori che, insieme alle semplici ma efficaci parole che li accompagnano, rimarranno sicuramente impressi nella mente.

E chissà che magari in futuro, quando bambini non lo saranno più, anche loro si ricorderanno di questo libro, di queste piante, di questi animali e di questa buffa bambina con i capelli rossi e le lentiggini. E si renderanno forse conto che parte del loro amore per la natura deriva proprio da quelle parole e da quelle illustrazioni che, inconsapevolmente, li hanno aiutati a rendere questo mondo un mondo migliore.


TITOLO: Tanti e diversi. Le varietà di vita sulla Terra
AUTORE: Nicola Davies
ILLUSTRATORE: Emily Sutton
TRADUTTORE: Beatrice Masini
PAGINE: 40
EDITORE: editoriale Scienza
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON

lunedì 29 maggio 2017

UN'IMPRECISA COSA FELICE - Silvia Greco

La mamma di Nino morì stecchita per un colpo al cuore. Metaforico. A Marisa toccò una fine ancora più assurda. Una stupidissima morte idiota che inabissò Marta ed Ernesto in un dolore inconsolabile e infilò nei loro petti una nostalgia grassa che non andò più via, come una tosse cronica, indebellabile.


Un’imprecisa cosa felice di Silvia Greco, pubblicato da Hacca, inizia così. Con un prologo dedicato alle morti assurde, tragicomiche, e poche righe per spiegare quali troveremo all'interno del libro.
Marta e suo zio Ernesto, da un lato, devono fare i conti con il dolore per la perdita di Marisa, quella donna entrata un po’ all’improvviso nelle vite di entrambi colorandole di nuove sfumature e che ora, dopo una morte stupida che più stupida non si può, li ha trascinati in una spirale di dolore da cui proprio non riescono a uscire. E pensare che loro due, prima dell’arrivo della donna, quasi non si sopportavano.  Ma Marisa è riuscita a trasformare Ernesto e renderlo gattoso.
Gattoso per Marta voleva dire la cosa più bella di tutte le cose belle, quando ti colpo ti fidi dell’intero universo e allora ti strusci e fai le fusa e dai le nasatine contro il mondo e ogni vibrissa è in sintonia con i pianeti e le pance sono morbide e calde e profumano di casa e pane appena sfornato e se mi scegli ti scelgo io perché è così che deve andare. Se il destino ti prende e ti dice ehi, tu, sì proprio tu, con il mio potere immenso io ora, adesso, subito, ti nomino sovrano dei felici. Vai e sii gattoso. Devi, puoi.
Ma soprattutto è riuscita a rendere quel casolare dove l’uomo e la bimba vivevano con la madre di lei, Elvira, un piccolo paradiso, dove le marmellate  hanno nomi bizzarri e i giocattoli rotti vengono aggiustati. E ora che Marisa non c’è più, Ernesto e Marta non sanno più come si fa a essere felici. L’unica possibilità pare essere di partire insieme, in cerca della serenità perduta.

Dall'altro lato, invece, c’è Nino che deve affrontare contemporaneamente la morte della madre e il ritorno improvviso del padre, andatosene quando lui era piccolo lasciandogli come ricordo solo un cavallino di legno.
Avevo quasi sei anni quando se ne andò ed ero triste perché anche se mi tirava un sacco di ceffoni mi piaceva, era alto e aveva la voce profonda. Di lui ricordavo poco, anche la faccia non la ricordavo bene. Ma prima di andarsene mi aveva fatto un regalo bellissimo, quello non lo dimenticherò mai: era un cavallo a dondolo di legno rosso. Mi disse quando sei triste, monta in sella e corri lontano.
Nino non è un ragazzo molto sveglio, ma è in grado di prendersi cura di se stesso, delle sue due sorelle gemelle che il padre gli porta come in dono quando torna a casa, e di quel piccolo bugigattolo alla stazione, dove vende cianfrusaglie e ricordini. Nel tempo libero, adora stare con suo cugino, unico vero amico che ha in paese, e soprattutto appiccicare su un quaderno i ritagli del viso di una ragazza con le orecchie a sventola.

Sono loro tre, Marta, Ernesto e Nino sono i protagonisti di Un’imprecisa cosa felice. Un libro colmo di dolore e di perdite, ma anche di speranze, d’amore e di scene buffe che più buffe non si può. Ed è qui che sta soprattutto la bravura di Silvia Greco in questo suo romanzo d'esordio: nel suo modo di raccontare le storie di questi suoi protagonisti in un modo che, nonostante la tristezza e le difficili situazioni che si ritrovano a vivere, riesce comunque a fare sorridere e a dare la speranza che sì, nonostante tutto, le cose si possono sistemare. Come un giocattolo rotto, come un cuore spezzato.
Resti lì, attonito, stravolto, incredulo, davanti a quella scena assurda. Com’è possibile? Non si può morire così, non puoi crederci. Amore mio, no, ti prego, no, mamma, papà, amica mia, nonno, fratello. Zia. È uno scherzo di pessimo gusto.
Ma poi inizi a vederci un segno. Lei, lui, loro se ne sono andati lasciandoti un sorrido. Adesso te ne accorgi, lo vedi. Lo acciuffi e te lo rimetti in bocca.

Un’imprecisa cosa felice è una piccola perla, da leggere quando si è un po' tristi e si ha bisogno di una spinta, o anche solo di una marmellata coccolosa, per riuscire ad affrontare la vita; ma anche quando si è allegri nonostante tutto, per esserlo ancora di più. Una lettura che merita.


TITOLO: Un'imprecisa cosa felice
AUTORE: Silvia Greco
PAGINE: 190
EDITORE: Hacca
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Un'imprecisa cosa felice

martedì 23 maggio 2017

SALONE OFF 2017, ovvero di quella volta in cui ho presentato Antonio Manzini

Sabato mattina ho presentato Antonio Manzini alla Biblioteca civica Movimente di Chivasso. Un evento del Salone Off, in cui sono stata coinvolta grazie a Diego Bionda, presidente dell’Associazione Novecento (che a Chivasso ogni anno organizza il festival I luoghi delle parole), che, in cerca di qualcuno per presentare l’incontro un po’ all'ultimo minuto, ha pensato a me.

Vi devo confessare che per i primi minuti i miei pensieri sono stati: “oddio”, “mi sta prendendo in giro, dai”, “oddio”, “ma sarò in grado?”, “oddio”, “non lo voglio fare”, “oddio”, “che figata!”. Perché sì, c’è un piccolo particolare che Diego non sapeva ma che voi che seguite il mio blog e la mia pagina con maggior frequenza sì: ovvero che io adoro Antonio Manzini.

Io che guardo Antonio Manzini con sguardo adorante (©Barbara)

Dal momento in cui ho detto “sì, lo faccio” a quando mi sono seduta su quella poltroncina verde con lui accanto, sabato mattina in biblioteca, ho alternato momenti molto zen ad altri di agitazione più totale. Mi rendo conto sia un po’ sciocco: c’è chi fa presentazioni tutti i giorni, gli scrittori sono persone normalissime e non c’è alcun motivo di agitarsi. Però, ecco, io sono fatta così. E anche se, perdonatemi il gioco di parole, sapevo di sapere su Antonio Manzini tutto quello di cui avevo bisogno per presentarlo (avendo letto praticamente tutti i suoi romanzi e avendo una cotta pazzesca per il suo vicequestore Rocco Schiavone), avevo comunque paura di impappinarmi, di fare la domanda sbagliata, di parlare al microfono facendolo fischiare… tutte cose così.
E invece, con una voce un po’ tremante per i primi minuti che poi man mano è diventata più salda, sono riuscita a farlo: ho presentato Antonio Manzini!

(©Barbara)
Come avevo già avuto modo di scoprire assistendo come pubblico a sue presentazioni, lui è una persona fenomenale. Gli basta un la e parte a raccontare e far pendere dalle sue labbra chiunque lo ascolti.
La presentazione si è incentrata più che altro sul personaggio di Rocco Schiavone, sulla sua nascita, la sua evoluzione e il suo futuro, ma anche la sua trasposizione televisiva (con un Marco Giallini che lo stesso Manzini ha definito fenomenale). C’è stato poi spazio per domande su altri libri, soprattutto su Orfani Bianchi, pubblicato non da Sellerio come tutta la serie di Rocco Schiavone, ma da Chiarelettere. E quando si parlava di questo libro, l'autore si è un po' intristito, quasi incupito, lasciando intendere già solo a vederlo quanto caro gli sia il tema e quanto importante sia stato per lui scriverlo.
Poi però si è riso anche tanto, tantissimo. Quando si parlava di Rocco Schiavone e dei suoi personaggi di contorno, ma anche nelle frecciatine che lo scrittore ha fatto verso certe situazioni politiche italiane attuali o, semplicemente, quando ha raccontato qualche aneddoto nato da una domanda.

Questa foto, nonostante io abbia la bocca aperta, rispecchia perfettamente lo spirito della presentazione. E la trovo stupenda. (©Barbara)

L'incontro è durato quasi un’ora e mezza, tra le mie domande e quelle, tantissime, del pubblico, numeroso anche se era sabato mattina e non c’è stato molto tempo di pubblicizzare l’evento. Ed è davvero bello vedere un pubblico così partecipe e così interessato… non tutti gli scrittori riescono a far sentire così a loro agio le persone che sono lì per ascoltare, ulteriore dimostrazione di che persona splendida, almeno in queste occasioni, sia Antonio Manzini.

Il pubblico in biblioteca (© Diego Bionda)

Sono contenta, davvero. Di non aver ceduto al panico e aver detto “sì, lo faccio” nonostante l’ansia. Sono contenta di come è andata e di aver parlato così da vicino con uno dei miei scrittori preferiti, autore di uno dei personaggi letterari di cui sono più innamorata.
Concludo ringraziando ancora una volta Diego e l'Associazione Novecento, la Biblioteca di Chivasso e il Salone OFF, che mi hanno permesso di essere lì. Ma anche tutti coloro che hanno partecipato, la mia amica Barbara per le foto e il sostegno morale, e tutti coloro che poi mi hanno scritto o mi hanno chiesto come è andata subito dopo e nei giorni successivi.
E ora, devo ammettere, non vedo l'ora di rifarlo.

©I Luoghi delle Parole

PS: che faccio? Ve lo dico che a luglio esce il romanzo nuovo con protagonista Rocco Schiavone? Ma sì dai, ve lo dico!

giovedì 18 maggio 2017

JESSE - Marianne Leone

Jesse era affetto da una grave forma di paralisi cerebrale e non riusciva a parlare. Era anche un ottimo studente, iscritto al secondo anno di un liceo pubblico. Scriveva poesie sul suo computer, superava brillantemente tutti i compiti di latino, faceva windsurf d'estate.
Che molti vedessero soltanto la sua disabilità aggiungeva un'altra dimensione al dolore, una patina surreale alla solitudine che mi attendeva. Erano gli stessi che pensavano "È stato meglio così". Oppure: "Ora è libero, e lo sei anche tu". Ma io sarei stata disposta a sostenere il suo corpo minuto fino a non poterne più, e poi ancora, nella debolezza della vecchiaia.


Jesse è nato il 15 ottobre del 1987, con dieci settimane d’anticipo e un peso alla nascita di un chilo e seicento grammi. Al terzo giorno di vita, una grave emorragia gli lascerà una paralisi cerebrale che segnerà il corso della sua vita: Jesse è tetraplegico, non può parlare e soffre di continue crisi epilettiche. Ma è vivo e ha un’intelligenza fuori dalla norma, che si scontra con una società che a volte sembra incapace di comprenderlo e accettarlo.
A combattere per lui ci sono il padre, l’attore Chris Cooper, e soprattutto la madre, Marianne Leone, oltre a una serie di aiutanti, infermiere, medici e terapisti che invece della sua intelligenza si sono accorti eccome e fanno di tutto per rendere la sua vita il più possibile simile a quella di tutti gli altri.
La mattina del 3 gennaio 2005, nell’anno dei suoi diciotto anni, però Jesse non si sveglia, lasciando in chi l’ha conosciuto e in chi per tutti quegli anni ha lottato per lui un senso di vuoto enorme, ma al tempo stesso la voglia di raccontare la sua storia, perché possa essere di aiuto agli altri e per non dimenticare mai.

Ed è quello che fa Marianne Leone in questo memoir, Jesse appunto, pubblicato in Italia da Nutrimenti con la traduzione di Letizia Sacchini.

Vi devo confessare che prima di iniziare la lettura di questo libro ero un po’ preoccupata. Preoccupata di stare male, di soffrire troppo, ma soprattutto di trovare una storia che sarebbe caduta, pur giustificatamente, nel sentimentalismo e nel dolore. 
E invece ho trovato molto, molto di più. Ho trovato la lotta di una madre e di un padre per il bene del proprio figlio: lotte mediche, per cercare di capire che cosa sia successo e quanto speranze di miglioramento ci potessero essere; lotte scolastiche, in un continuo scontro con un sistema che spesso parla di integrazione solo di facciata ma che poi considera il garantire diritti solo un peso; lotte per la felicità, per vivere, nonostante tutto, una vita normale: Jesse nuota, fa windsurf, va a cavallo, scrive poesie, fa dolcetto e scherzetto la notte di Halloween e piange, ride, si arrabbia esattamente come tutti gli altri bambini e gli altri ragazzi. 

Al termine della sua prima settimana d’assenza, Adam ha chiamato a casa. “Perché Jesse non viene più a scuola?”
Ho cercato di spiegarglielo nella maniera più comprensibile per un bambino di sette anni.
“Ti ricordi quando hai imparato che un tempo ai bambini di colore non era permesso di andare a scuola? Be’, oggi ci sono persone che vorrebbero fare la stessa cosa con i bambini in carrozzina”.
Adam era indignato.
"Ma… la carrozzina è solo fuori!”.

La storia di Jesse è una storia dolce e struggente, raccontata però con uno stile che va oltre il semplice racconto di una madre che ha perso un figlio e che mostra una forza narrativa notevole, sia nel raccontare le peripezie di Jesse sia nella descrizione del vuoto del presente.

Ed è anche una di quelle storie che vanno raccontate, per mitigare un po’ quell'idea che la vita delle persone disabili sia solo ed esclusivamente una vita vuota e triste (un'idea che mi ha sempre fatto arrabbiare, perché io di quei pochi anni vissuti accanto a mio padre in sedia a rotelle ricordo soprattutto i momenti divertenti, le cose sceme che ci siamo inventati per far fronte a una situazione difficile e dolorosa per renderla più sopportabile e in qualche modo normale).
Molto spesso la tristezza e la rabbia prendono il sopravvento, certo, e ancora di più se, oltre ai problemi di salute, bisogna fare i conti con una burocrazia folle o con alcuni personaggi del mondo esterno completamente incapaci di accettare e gestire queste disabilità, come succede a Jesse a scuola.
Ma è anche una vita ricca, una vita piena di piccole grandi conquiste, di momenti bellissimi, di risate, di incontri con persone eccezionali che rendono quei “be’, almeno ha smesso di soffrire”, che spesso si sentono dire quando vite come quella di Jesse finiscono, privi di qualsiasi significato.

Jesse è un libro triste per il suo doloroso epilogo, ma anche un libro pieno di vita, di allegria, di gioia e d'amore. Tutto quello che Jesse ha donato e ha ricevuto nel corso della sua vita e che ora sua madre dona a chi legge la sua storia.
E io, fossi in voi, lo farei.


TITOLO: Jesse
AUTORE: Marianne Leone
TRADUTTORE: Letizia Sacchini
PAGINE: 255
EDITORE: Nutrimenti
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Jesse

martedì 16 maggio 2017

SalTo 2017: piccolo aggiornamento

Ovvero, di quella volta in cui alla lettrice rampante venne proposto di presentare Antonio Manzini e lei, ovviamente, disse sì. 


Devo aggiungere altro? 

(Comunque a parte il sabato mattina, per sopraggiunti impegni abbastanza fighi e abbastanza ansiogeni, per la mia presenza al Salone rimangono validi i giorni e le date che ho indicato nel post di ieri... quindi venerdì nel tardo pomeriggio, sabato pomeriggio e tutta domenica. Così come rimane valido l'invito a vederci se ci siete!)

lunedì 15 maggio 2017

SalTo 2017: chi, cosa, quando, dove e perché.

Dunque ci siamo. Dopo la frattura con l’AIE, le polemiche, le prese di posizione più o meno nette degli editori e degli operatori culturali, ma anche i grandi annunci di novità e miglioramenti, questo giovedì, 18 maggio, prende finalmente il via la XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, che occuperà gli spazi espositivi del Lingotto fino a lunedì 22 e avrà come tema conduttore "Oltre il confine".

La bellissima locandina disegnata da Gipi.

Quest’anno, il Salone dovrà fare i conti con l’assenza degli stand grandi editori (il gruppo Mondadori, e il gruppo GemS non ci saranno… Einaudi sì, non come editore ma come Punto Einaudi), ma ha dalla sua l’enorme entusiasmo degli editori medio-piccoli, di più di 900 espositori e dell’incredibile lavoro sul programma svolto dal direttore Nicola Lagioia e dalla sua squadra.

Ammetto che sono molto curiosa di vedere questa “rinascita”. Voglio bene al Salone del libro e da una decina di anni a questa parte un salto ce l’ho sempre fatto, anche se nelle ultime edizioni aveva smesso un po’ di brillare ed era abbastanza evidente che avrebbe avuto davvero bisogno di una rinfrescata. Le premesse per quest’anno sono buone e io non vedo l’ora di andarci.

I giorni che ho scelto sono il sabato, come ogni anno, e poi, incredibilmente, la domenica. Un po’ esigenze logistiche, un po’ per fare gli stessi due giorni di Tempo di libri e vedere un po’ le differenze. In più farò una capatina rapidissima anche il venerdì, nel tardo pomeriggio.
Questi sono gli eventi a cui intendo partecipare. Quest’anno, per la prima volta, ho cercato di evitare le sovrapposizioni e di scegliere prima dove andare, perché ahimè le pillole di ubiquità ancora non esistono. 
(Restano fuori, invece, gli incontri del Salone Off, perché è davvero impossibile spostarsi da dentro al Salone ai quartieri di Torino, se poi si deve rientrare).

VENERDÌ 19

h 17. TRA PARADOSSO E NOIR: RACCONTARE LA REALTÀ. Incontro con Antonio Manzini (Sala Rossa)
h 18.30 DAL REGNO UNITO A HOLLYWOOD, RACCONTARE CON LEGGEREZZA. Incontro con John Niven (Sala Azzurra)

SABATO 20

h 11 Daria Bignardi dialoga con MIRIAM TOEWS . (Sala Azzurra)
h 14.30 Il più grande scrittore americano secondo me: PHILIPH ROTH secondo Francesco Piccolo incontra DAVID FOSTER WALLACE secondo Sandro Veronesi  (Sala 500)
h 15.30 L’AMERICA IN GUERRA. Incontro con Brian Turner (Sala Blu)
h17 Omaggio a Kent Haruf. Licia Maglietta legge Le nostre anime di notte (Sala 500)

DOMENICA 21

h 11 I confini dell’Hard Boiled. Sesso, crimini e violenza nella letteratura e nel cinema degli Stati Uniti (Sala 500)
h 12.30 Raccontare oggi il sesso di domani. Concita De Gregorio dialoga con Emily Witt  (Sala Azzurra)
h 13.30 Recensire libri, raccontare il mondo. L’arte di saper scegliere, l’arte di sapere raccontare le scelte. L’inserto culturale de La Stampa e le sue firme. (Spazio incontri)
h 14.30 Sonia Bergamasco legge “Il Posto” di Annie Ernaux – SALA 500
h 17 Cees Noteboom in dialogo con Ernesto Ferrero (Sala Azzurra)


Gli incontri che ho selezionato sono questi. Mi mangio un po' le mani per non poterci essere il giovedì, per incontrare Camilo Sánchez, l'autore di La vedova Van Gogh, e di non arrivare in tempo il venerdì per assistere a uno degli incontri con Pennac. Ma vabbè.

Non è detto, comunque, che parteciperò a tutti gli incontri che ho segnato. Perché una delle cose belle del Salone e delle fiere del libro in generale è proprio il perdersi tra i libri (ho una lista mentale di cosa vorrei comprare, ma ci devo ancora riflettere su) e tra le persone. E spero davvero di incontrarne tante.
Io avrò la mia solita borsa rampante ed è molto probabile che mi troverete spesso allo stand di NN o ovunque ci siano pupazzi giganti e cose buffe.
Che fate, venite?

venerdì 12 maggio 2017

LA FINE DEI VANDALISMI - Tom Drury

«Dammi la mano» le disse. Lei gliela diede. Le dita di Louise erano forti e calde. «Grazie» disse lui. Rimasero così, con le mani appoggiate sul tavolo.
«Non c'è di che» disse lei.

Immaginate di esservi trasferiti da poco in una cittadina. Non un paese minuscolo, ma della dimensione giusta perché tutti si conoscano tra loro e tutti sappiano, o pensino di sapere, qualcosa di tutti. 
Voi vivete lì da poco e avete appena iniziato ad avventurarvi all'esterno. Magari siete andati a comprare il pane nel negozietto vicino a casa, oppure avete già fatto la vostra prima fila in posta (non importa quanto piccolo sia il paese in cui vivete, la fila in posta la troverete sempre) o, un po’ intimiditi, avete preso parte al vostro primo consiglio comunale. Così, giusto per farvi un’idea di dove siete finiti.
Avete già iniziato a vedere gli altri e gli altri a vedere e farsi domande su di voi, ma non vi siete ancora del tutto integrati. Vi è capitato di sentire conversazioni di cui non siete sicuri di aver capito il senso, perché vi manca un contesto, o aver ascoltato riferimenti a persone che non avete idea di chi siano e, forse, mai l’avrete.
Ma una conversazione origliata qua e una conversazione origliata là, una chiacchierata oggi e una chiacchierata domani e a poco a poco anche voi inizierete a sentirvi parte di quel luogo, conoscendone le persone, magari anche solo di fama; cogliendo le caratteristiche degli abitanti, i conflitti, le simpatie, i pettegolezzi. Arrivando così, in un modo o nell'altro, a conoscere la vita di tutti, a farne parte e, soprattutto, a non volervene più andare.

Leggere le prime pagine di La fine dei vandalismi di Tom Drury, primo volume di una nuova trilogia pubblicata da NN editore con la traduzione di Gianni Pannofino ambientata a Grouse County, è un po’ come uscire di casa per la prima volta dopo che ci si è trasferiti in un posto nuovo e incontrare persone, magari mentre si è in coda a donare il sangue o si sta aspettando il proprio turno per ordinare un hamburger, che parlano tra di loro di cose che non capisci, o che capisci ma ti sembrano assurde e che, soprattutto, nella maggior parte dei casi non avranno un seguito.
 Poi man mano che si procede con la lettura, questi dialoghi a volte un po’ strampalati acquisiscono un senso che riesci a comprendere anche tu e di cui inizi a fare parte. E soprattutto, tutte insieme, queste conversazioni formano una piccola grande storia.

Come quella di Dan e Louise, sceriffo della contea lui e assistente fotografa lei, e della loro storia d’amore.  Sono loro il fulcro attorno a cui ruotano tutto il libro e tutti gli altri personaggi (sessantotto in tutto, tra fugaci apparizioni e ruoli un po’ più incisivi, come lo stesso Drury riepiloga alla fine del romanzo). Una storia d’amore senza troppo clamore, nata dalle ceneri del matrimonio di Louise con Tiny, e che vive senza altrettanto clamore tutte le piccole gioie ma anche le insicurezze e, purtroppo, a volte, le grandi tragedie che caratterizzano l’amore tra due persone.
«Cos’è che stavi scrivendo?» disse Dan mentre uscivano, e lei gli porse un foglietto su cui aveva scritto, quattro volte: dimostrami amore.
«Lo farò» disse lui.
Attorno a loro si sviluppano tante altre storie, più o meno grandi. C’è quella di Tiny, l’ex marito di Louise, che fatica ad accettare la fine del matrimonio, un po’ per orgoglio un po’ per amore, e che inizia a spostarsi, da una cittadina all’altra, da un lavoro strambo all’altro, fino a tornare a Grouse County. C’è quella di Quinn, il neonato trovato da Dan abbandonato in un carrello del supermercato e attorno a cui tutto il paese si stringe. C’è quella di Albert e del suo amore contrastato per Lu Chiang, la studentessa di Taiwan giunta a Grouse County con un programma di studi e ritrovatasi a badare ai polli. C’è quella di Carol e Kenneth Kennedy e dei pesci dello stagno del loro villaggio vacanze. Quella del fotografo Kleeborg, della spogliarellista Marnie e ancora tante, tante piccole altre storie.

Eppure, dopo un momento di smarrimento iniziale, tutte queste storie che si sfiorano e si intrecciano tra loro non generano confusione, ma servono a descrivere forse l’unico vero grande protagonista che nell’elenco dei sessantotto finali non è riportato: Grouse County stessa.

Ho amato moltissimo La fine dei vandalismi. Ho amato la dolcezza e la delicatezza della storia d’amore tra Dan e Louise, certo, che non si perde in troppe sdolcinatezze e smancerie ma è ricca di tanti piccoli gesti che la rendono indimenticabile. Ma ho amato praticamente anche tutti gli altri personaggi, persino quelli all'apparenza più antipatici (per esempio Tiny), e tutti i dialoghi e le situazioni buffe, strampalate e divertenti che si susseguono sulle pagine.
E ho amato, tantissimo, lo stile di Tom Drury. La scelta delle storie da raccontare e dei dettagli da descrivere e la semplicità con cui li ha descritti. Il suo soffermarsi su cose all'apparenza sceme e inutili, che però, messe tutte insieme, alla fine non lo sono, e il suo mettere in bocca a personaggi grandi verità in modo quasi inaspettato. Come quando un amore finisce e uno chiede all’altro:
«Louise?».
«Sì. Che cosa c'è?».
«Non dimenticarti delle cose belle».

Leggere La fine dei vandalismi, anche le pagine più tristi (e ce ne sono, e anche queste sono descritte con una delicatezza che non avevo mai trovato in altri libri), è stato in qualche modo rassicurante. Lo è stato passeggiare per le vie di Grouse County e prendere parte a dialoghi su erba cattiva che non fa bene ai cavalli, ma anche assistere a una riunione del consiglio, preparare le lasagne insieme a Helena Plum, fare il tifo per le elezioni del nuovo sceriffo o chiedersi come sia possibile che dei pesci abbiano scacciato altri pesci e non si riesca più a farli tornare.

Ho letto il libro con un sorriso e l'ho chiuso con un po' di tristezza. Come quella tristezza che provi quando sei arrivato in un posto in cui stai bene, in cui ti sei ambientato, che senti come casa e che devi abbandonare.
Per fortuna a Grouse County Tom Drury ha dedicato una trilogia, perché io non vedo proprio l'ora di tornarci.


TITOLO: La fine dei vandalismi
AUTORE: Tom Drury
TRADUTTORE: Gianni Pannofino
PAGINE: 240
EDITORE: NN editore
ANNO: 2017
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formato cartaceo: La fine dei vandalismi
formato ebook: La fine dei vandalismi

lunedì 8 maggio 2017

DI ME ORMAI NEANCHE TI RICORDI - Luiz Ruffato

Stavolta sono stato più in giro per la città, ho visto qualche amico, ne ho incontrati altri che stanno lavorando anche loro a San Paolo e la sensazione che mi resta è che non tornerò mai più. Questo è molto triste, perché qui non è casa mia. Ma oramai sento che anche lì non è più casa mia. Ossia, da nessuna parte è casa mia. È questo che fa male dentro.

Alla morte della madre, facendo ordine tra i suoi beni per dare il più possibile in beneficenza, Luiz Ruffato trova un pacco di lettere: sono quelle che suo fratello Célio spedì alla donna durante i sette anni che trascorse a San Paolo. Si era trasferito in città dal paese, per andare a lavorare in fabbrica e per cercare fortuna, come in molti facevano all'epoca, sapendo benissimo che difficilmente sarebbero tornati.
Il destino di Célio, però, fu ancora più tragico: morì in un incidente d’auto, proprio mentre stava andando a trovare i genitori.
Una perdita terribile, da cui nessuno è mai riuscito a riprendersi. Un dolore enorme, che la madre conserva fino alla fine, in quelle lettere che Luiz ritrova e che, subito, non ha il coraggio di leggere. Troppa sofferenza, ma anche troppa gelosia nei confronti del fratello che non ha fatto in tempo a conoscere e la cui assenza ha influito sulla sua vita e sul rapporto con sua madre ancor più di quanto avrebbe fatto la sua presenza.
Finché un giorno, finalmente, si decide, scioglie la cordicella che tiene uniti quegli scritti e, attraverso quelle cinquanta lettere, fa un tuffo nel passato: quello della sua famiglia, ma anche quello di tutto il paese.

Di me ormai neanche ti ricordi, pubblicato da laNuovafrontiera con la traduzione di Gian Luigi De Rosa, è la raccolta di quelle lettere. Un romanzo epistolare, accompagnato da un’introduzione che spiega che cosa sono questi scritti e perché finalmente sono tornati alla luce, che si compone di una voce sola. Le risposte che Célio riceve dalla madre, infatti, non ci sono, ma si riescono a intuire, così come si intuisce quanto gli manchino il suo paese e la sua famiglia, ma, al tempo stesso, quanto impossibile gli sia tornare.

A San Paolo Célio lavora in fabbrica, stringe amicizie, trova l’amore e poi lo perde, va a vedere le partite di calcio e pensa al futuro, senza mai dimenticarsi quello che ha lasciato. Da lontano, si preoccupa per la salute del padre, per i suoi fratelli e per tutto quello che è rimasto a casa. Poi si avvicina alle lotte sindacali e coglie i primi segni di una dittatura militare sempre più opprimente. 
C’è tutto il Brasile degli anni ’70 nelle sue parole, di cui fornisce un ritratto quasi inconsapevole raccontando semplicemente la sua quotidianità.

Di me ormai neanche ti ricordi è un libro malinconico: non solo per il suo finale tragico, ma per tutto il senso di tristezza e solitudine che traspare dalle lettere di Célio e per quello che invade Luiz Ruffato stesso, che sente i ricordi farsi sempre più sbiaditi ma che non vuole cedere al passare inesorabile del tempo.
Non ricordo volti, vestiti, situazioni, nulla, ricordo solo voci che riecheggiano sospese in un universo  senza orologi e senza età. Nella fotografia in cui siamo insieme, però, il tempo è presente: i tuoi occhi guardano il fotografo e quel che vediamo è l’immagine di qualcuno che sembrava sapere che non sarebbe cambiato mai.
E questo libro altro non è che uno strumento, struggente e bellissimo, per non dimenticare.

TITOLO: Di me ormai neanche ti ricordi
AUTORE: Luiz Ruffato
TRADUTTORE: Gian Luigi De Rosa
PAGINE: 136
EDITORE: laNuovafrontiera
ANNO: 2014
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formato cartaceo: Di me ormai neanche ti ricordi

mercoledì 3 maggio 2017

DIECIMILA. Autobiografia di un libro - Andrea Kerbaker

Il 5 aprile ha fatto il suo ingresso nella mia collezione il volume numero 10.000. Nell'occasione, uno di loro ha chiesto la parola; voleva rievocare la sua ultima sosta in una libreria. Questa è la storia che ha raccontato.

Quando mi viene chiesto come mai i libri mi piacciano così tanto, una delle risposte che mi ritrovo a dare più di frequente è “per le storie che raccontano”.
Non solo quella o quelle che contengono, ma anche tutte quelle che fanno da contorno. La storia dell’autore che l’ha scritto, per esempio. La storia della sua pubblicazione, di chi ci ha lavorato oltre all’autore, di chi con il furgone l’ha portato in libreria, del libraio che l’ha messo sui suoi scaffali e poi, ovviamente, quella di ogni singolo lettore che lo legge.
Tutte queste storie, tutte queste vite gravitano attorno a ogni singolo libro che esce in commercio. A volte in modo più profondo e marcato, altre solo in un fugace passaggio.

Questo processo si amplifica con i libri usati. Un libro usato racconta la storia che contiene ma anche quella di tutte le mani che lo hanno sfiorato nel corso, a volte, di tanti, tantissimi anni. Ed è proprio partendo da questa idea che Andrea Kerbaker, uno dei più grandi bibliofili italiani, ha scritto Diecimila. Autobiografia di un libro, da poco ripubblicato da Interlinea edizioni.

Con l’ingresso nella sua collezione del volume numero 10.000, Andrea Kerbaker ha voluto dare voce a uno dei suoi libri, perché raccontasse la sua storia, prima di approdare nei suoi scaffali.
E così, questo libro di cui non si dice mai il titolo racconta della sua ultima esperienza nella libreria antiquaria che temeva sarebbe stata la sua ultima spiaggia. La libraia che l’ha acquistato, infatti, ha dato a lui e ad altri suoi compagni di scaffale un ultimatum di un mese, scaduto il quale sarebbero stati destinati al macero. Il libro è un po’ preoccupato, ma cerca di non darlo troppo a vedere, mettendosi a raccontare la storia dei suoi proprietari passati per attirarne uno nuovo. Sarebbe il suo Numero Quattro e vorrebbe tanto che fosse una donna. Perché, dopo l’emozione di essere sfogliato dalla moglie del suo Numero Uno, le sue pagine non sono mai più state accarezzate da una mano femminile. 

Attraverso il suo racconto, che abbraccia quasi un secolo, di cui è spettatore delle evoluzioni culturali e sociali tramite tre tipologie di proprietari e lettori diversi, scopriamo quali sono le emozioni che i libri provano: soffrono, per esempio, se le loro sovracoperte vengono danneggiate o scompaiono nel tempo (e ancora di più se succede qualcosa alle loro pagine!):

La mia sovracoperta era a brandelli, da medicare con nastro adesivo. Ci deve aver pensato, probabilmente: ho visto che la considerava con un certo riguardo. Dieci secondi, forse; poi ha scosso la testa con un sospiro e l’ha buttata nel cestino di vimini. So che è la fine che attende quasi tutte; per la mia era troppo presto, e in ogni caso è stata una fitta lacerante. Nessuno mi ha mai strappato una pagina, per fortuna; suppongo si provi un dolore analogo: una puntura forte che non lascia intatta neppure una fibra della carta. Di colpo mi sono sentito anziano e infinitamente meno attraente; una sensazione che non mi ha mai abbandonato.

Scopriamo che i libri, quando sono sulle mensole delle librerie, tra di loro si parlano, si raccontano le proprie storie e cercano un po’ di consolarsi quando le cose non vanno tanto bene. E tutti hanno paura di quel triste destino che è l’essere dimenticati. O peggio, trasformati in una scatola da imballaggio.
Dopo, riciclo. Per divenire, magari, cartone da imballaggio, con l’immagine del bicchiere e le scritte This side up; oppure una scatola di aspirina; o di dentifricio. Forse questo è il destino peggiore: trasformato in un parallelepipedo leggero e sostanzialmente inutile, affollato di indicazioni paramediche che nessuno legge mai, neppure per errore. Comprato in un supermercato e sbattuto in un carrello tra formaggio e insalata; appena a casa, gettato in un cestino insieme ai fazzoletti sporchi. Il sacco nero della spazzatura; l’inceneritore o la discarica. Capolinea. Voi non ci crederete, ma qui giace un romanzo a suo tempo di una certa fama.

Per fortuna esiste chi riconosce il valore di certi libri e, proprio come Andrea Kerbaker, li salva.

Diecimila. Autobiografia di un libro è una piccola perla, che ogni amante dei libri (soprattutto di quelli usati, ma anche di quelli nuovi) dovrebbe leggere e conservare nella sua libreria. 
A me ha fatto molto sorridere, anche perché io da sempre immagino i miei libri che parlano tra di loro quando io non li vedo e che magari mi maledicono per averli messi vicino a qualcuno con cui non vanno d’accordo. E leggere il racconto in prima persona di questo libro mi ha anche un pochino commossa: perché lui, alla fine, è stato salvato (il libro protagonista, ma anche Diecimila stesso, pubblicato nel corso degli anni da tre editori diversi: All'insegna del Pesce d'oro di Vanni Scheiwiller, Frassinelli e ora da Interlinea) ma molti altri di altrettanto valore invece no: giacciono dimenticati da qualche parte o sono stati trasformarti in scatola di dentifricio.

E adesso sicuramente farò ancor più attenzione alle sovracoperte e, soprattutto, a tutti i sentimenti che i miei libri possono provare.


TITOLO: Diecimila. Autobiografia di un libro
AUTORE: Andrea Kerbaker
PAGINE: 76
EDITORE: Interlinea edizioni
ANNO: 2017
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sabato 29 aprile 2017

IL CORPO CHE VUOI - Alexandra Kleeman

Questa è la felicità, penso mentre l’aria condizionata ronza dietro di me come un gigantesco insetto. Mi formicola la faccia o forse è solo un lato che si è addormentato. Pensavo che la felicità fosse più calda, più accogliente, più avvolgente. Più eccitante, come le cose che accadono in televisione a chi fa televisione, e non questo tepore vagamente consolatorio che provo mentre le guardo accadere.



Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman, tradotto da Sara Reggiani, è il primo romanzo pubblicato da edizioni Black Coffee, una nuova casa editrice dedicata alla narrativa nordamericana contemporanea, dalla grafica bellissima (a opera di Raffaele Anello).

Protagonista e voce narrante è A, una ragazza che vive in un’anonima cittadina americana insieme alla sua coinquilina, B, che nei suoi confronti ha una certa attenzione morbosa. B vorrebbe essere come A e in tutto e per tutto cerca di imitarla. 
A è fidanzata con C, un ragazzo che ama o forse no, ma di cui sente la mancanza quando non c’è. Poi, le piacciono molto le Kandy Kake, le arance, le pubblicità in tv e spiare dalla finestra i suoi vicini, usciti di casa un giorno con delle lenzuola in testa e da allora mai più tornati.
La vita di A è un po’ monotona: guarda la tv insieme a C e ogni tanto ci fa l’amore; fugge dalle attenzioni di B, senza però mai riuscirci del tutto; e va al supermercato Wally, a comprare Kandy Kake e, ogni tanto, a nascondersi, in mezzo alla pace degli scaffali e agli addetti, istruiti per non rispondere mai direttamente alle domande dei clienti.
Ed è proprio in un Wally, quello in cui si è recata disperata dopo giorni di silenzio da parte di C a causa di una litigata, che la sua vita cambia all’improvviso. 
Vorrei confidare a quel Wally cosa provo. Vorrei illustrargli un’idea che mi è venuta nei pomeriggi trascorsi  ad aspettare e sudare davanti all’appartamento di C. In questa pubblicità sto vagando in un ambiente umido e lucido che presto riconosco essere un corpo, anche se non so in quale punto del corpo mi trovo. Mi manca ancora C e so che lì non lo troverò. Lo so, eppure non riesco a smettere di cercarlo.
È in un Wally, grazie a un addetto un po’ più affabile degli altri, che scopre che, forse, l’unico modo che ha per stare bene con se stessa è annullarsi completamente: cancellare il suo passato, i suoi ricordi, diventare una cosa sola con il resto del mondo, lasciare che siano altri a decidere per lei e, chissà, magari riuscire finalmente a stare bene.
Ma non è facile per A cancellare completamente una vita e accettare quello che altri le mettono davanti, senza mai porsi domande, senza mai interrogarsi su chi sia e che cosa voglia veramente e, soprattutto, senza ribellarsi.

Non so davvero come fare a parlarvi di Il corpo che vuoi perché, ancora adesso, dopo giorni da quando l’ho chiuso, non sono sicura di aver capito veramente che cosa ho letto. 
Odio quando succede. Quando in un libro e in un’autrice riconosco perfettamente l’abilità stilistica (questo, tra l’altro, è il primo romanzo di Alexandra Kleeman), ma non riesco a cogliere del tutto il senso della storia.

Ho faticato, e tanto anche, ad arrivare alla fine di questo libro. Fino a metà romanzo non credevo sarebbe successo, perché la storia di A, del suo rapporto con B e con C, ma anche della sua ossessione per le arance, per le Kandy Kake e per il suo corpo, mi aveva conquistata. Certo, a volte avrei voluto scuotere un po’ tutti i protagonisti, per smuoverli da questo loro torpore.
A un certo punto, però, mi sono completamente arenata. La lettura è diventata difficoltosa e, spesso, mi sono dovuta sforzare per continuare (non amo abbandonare i libri, a meno che non siano oggettivamente brutti… e Il corpo che vuoi non lo è minimamente) e arrivare alla fine.

E mi dispiace molto, perché alcuni punti mi sono piaciuti e ci ho trovato delle citazioni bellissime. Ma credo che non sia il libro per me. Che voglia dire qualcosa che io, nel mio piccolo, non sono in grado di cogliere e apprezzare. 
Magari rileggendolo più avanti, questa sensazione cambierà e tutto quel che mi è oscuro di questo libro, in qualche modo, si rivelerà.


TITOLO: Il corpo che vuoi
AUTORE: Alexandra Kleeman
TRADUTTORE: Sara Reggiani
PAGINE: 301
EDITORE: Black Coffee
ANNO: 2017
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formato cartaceo:Il corpo che vuoi