giovedì 20 aprile 2017

RAGIONE & SENTIMENTO - Stefania Bertola

«Cercate di capire bene una cosa, ragazze. Siamo... -  Eleonora sta per dire povere, ma alla vista di quelle tre facce spaventate decide che con un poco di zucchero la pillola andrà giù meglio. - ... Siamo pronte per una nuova vita».


I romanzi di Stefania Bertola, per me, sono delle pillole di buon umore. Sono quei libri che dovresti leggere quando sei un po’ giù di morale, senza magari un motivo specifico, e hai bisogno di qualcosa di leggero, che ti distragga, ti coinvolga e ti diverta. Si possono leggere anche quando si sta bene e si è di buon umore, per carità, ma secondo me raggiungono davvero il loro scopo in stati d’animo non proprio positivi.
Li ho letti tutti, da quando venivano pubblicato con Salani e Tea fino al passaggio a Einaudi, in cui, come ho più volte ribadito, hanno perso un po’ di bellezza nelle copertine. E tutti, in modo più o meno marcato, più o meno memorabile, mi hanno trasmesso una sensazione di buonumore, di speranza, di consapevolezza di non essere sola in certe mie assurdità e in certi miei patemi.

Lo stesso è successo con Ragione & Sentimento, uscito a gennaio per Einaudi, sebbene all'inizio fossi un po’ bloccata, rispetto ai romanzi precedenti dal fatto che si tratta di una sorta di rivisitazione contemporanea della quasi omonima (la differenza sta nella &) opera di Jane Austen.
Non sono una grande fan della Austen. Ho letto Orgoglio e pregiudizio e mi è bastato (e questo mi impedisce anche di comprendere tutto il clamore da groupie che accompagna da sempre la scrittrice… mio grosso limite, mi rendo conto), e temevo che, non conoscendo l’originale, non mi sarei ritrovata nemmeno nel romanzo della Bertola. Ma non è stato così.

Alla morte dell’avvocato penalista Gianandrea Cerrato, la moglie Maria Cristina e le tre figlie, Eleonora, Marianna e Margherita, si ritrovano all’improvviso senza soldi e senza casa. Perché sì, oltre a essere bravo nello svolgere la professione penale, l’avvocato Cerrato era anche molto portato all’accumulare debiti e a scrivere testamenti sfavorevoli nei confronti di moglie e figlie, lasciandole, con la sua morte, in mezzo a una strada.
Eleonora, figlia maggiore, meno portata al melodramma nonché unica con uno stipendio fisso, prende in mano la situazione e, grazie a uno strampalato cugino, trova una casa per madre e sorelle in centro a Torino. Piano piano, tutte riprendono a vivere la loro vita: Maria Cristina smette di piangere e riprende un po’ di vita mondana; Eleonora inizia una specie di relazione con un uomo dal trascorso (e presente) amoroso alquanto singolare, che la tiene un bel po’ sulle spine e la fa piangere più di quanto è mai stata solita fare; Marianna, da fedele adepta della Turris Eburnea, compie il Sommo Spreco, concedendosi all'uomo sbagliato, e dando vita a un enorme melodramma che avrebbe reso orgoglioso Shakespeare; e Margherita, la più giovane, è combattuta tra l’amore di due uomini che, pur essendo uno lontano e l’altro morto, le fanno comunque battere il cuore.

I lettori dei romanzi della Bertola, già dall'intricato riassunto della trama riconosceranno perfettamente lo stile. In Ragione & Sentimento ci sono storie assurde, intrecci intrecciatissimi, personaggi strampalati, grandi verità che vengono fuori nei momenti meno opportuni ed eroine fragili e a volte un po’ impaturniate, che non si fanno alcun problema a confondere ragione e sentimento, a mischiarli, a usare un po’ l’uno e un po’ l’altro. Perché, sì, l’amore è proprio così, un caos di emozioni e di gite all'Ikea.

Oggi, per lei, è il Giorno della Festa a Palazzo. Quello che per Cenerentola è l'Invito al Ballo del principe, per Anna è stata la proposta di Jimmy di andare insieme all'Ikea. Per adesso lui deve semplicemente comprarsi una scarpiera più grande, in cui riporre l'eccedenza di scarpe da ballerino che funesta il suo minialloggio, ma tutte le ragazze lo sanno, che se un uomo ti propone di andare all'Ikea insieme vuol dire che fa sul serio.

Il non aver letto Ragione e Sentimento di Jane Austen non ha pregiudicato in nessun modo la mia lettura. Mi ha impedito sicuramente di capire se come rivisitazione funziona e mi ha fatto perdere qualche strizzatina d’occhio che la scrittrice torinese fa all’opera austeniana. Però, a parte questo, Ragione & Sentimento è un romanzo che funziona a prescindere e in cui, come si diceva già prima, si ritrovano tutti gli elementi che, da quando ho letto per la prima volta Biscotti e sospetti parecchi anni fa, mi fanno adorare questa autrice.

Qui mi sembra di averla ritrovata, dopo l’entusiasmo un pochino scemato per i suoi ultimi romanzi (Ragazze Mancine, che ho trovato carino, ma non ai livelli dei primi, per esempio), e mi sono , davvero, davvero divertita.



Titolo: Ragione & Sentimento
Autrice: Stefania Bertola
Pagine: 224
Anno: 2017
Editore: Einaudi
Prezzo di copertina: 17,50 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Ragione & sentimento

martedì 18 aprile 2017

TEMPO DI LIBRI: chi, cosa, quando, dove e perché

Finalmente ci siamo. Dopo mesi di polemiche, botta e risposta, programmi e ospiti annunciati e "ma tu a quale fiera vai?", domani inizia Tempo di libri, la nuova fiera dell'editoria italiana da molti vista come la "versione milanese" del Salone del libro di Torino, che occuperà il padiglione 2 e il padiglione 4 di Fiera Milano Rho fino a domenica 23.



Della lunga diatriba tra le due fiere, o almeno dei momenti caldi iniziali, avevo racconto in un post uscito su Ultima pagina a ottobre del 2016. Da allora il conflitto tra le due fiere è rimasto, anche se con toni molto meno accessi. Lo scontro si è spostato sui numeri: dai costi degli stand a quello dei biglietti di ingresso, dal numero di editori presenti a quello degli ospiti e dei grandi nomi (che è sfociato, lasciatemelo dire, in un triste gioco a "chi ce l'ha più lungo" che, secondo me, in un paese in cui i lettori sono sempre meno serve a poco...).

Un po' per lavoro, un po' per pura e semplice curiosità, ho deciso di partecipare a entrambi (sono troppo fuori dalle dinamiche dietro a queste fiere per schierarmi apertamente a favore o contro l'una o l'altra).
E quindi, dopo aver spulciato attentamente il ricco programma, ho deciso che, salvo imprevisti, sarò a Tempo di libri sabato 22 e domenica 23. 
Come per tutte le fiere, ho fatto una piccola selezione degli incontri per me più interessanti e a cui cercherò di partecipare.
Quali? Questi:


SABATO 22

h 10.30 Matematica e libertà: Marco Malvadi e Chiara Valerio - SALA GOTHAM (pad.2)
h 11.30 Storie di successo dopo il decesso: Benedizione di Kent Haruf  - SALA GEORGIA (pad 4)
h 11.30 (nel caso riuscissi entro sabato a sviluppare il dono dell'ubiquità) Gran Tour del Lago di Como: Incontro con Andrea Vitali - SALA ARIEL (Pad.4 )
h 12.30 Datemi un triciclo: Filippo Timi legge Shining - SALA VERDANA (pad 2).
h 14.30 Sono i cavalieri dello zodiaco: incontro con Zerocalcare - SALA VERDANA (pad. 2)
h 18.30 Trainspotting 2: incontro con Irvine Welsh - SALA TAHOMA (pad. 4)

DOMENICA 23

h 12.30 Di sedie rosse e altre storie: incontro con Edna O'Brien - SALA GOTHAM (pad 2)
h 13.30 Cento giri d'Italia: incontro con Fabio Genovesi e Maurizio Maggiani - SALA OPTIMA (pad. 4)
h 14.30 Avventure in famiglia: incontro con Matteo Bussola - SALA GOTHIC (pad. 4)
h 16.30 Mio, tuo, vostro: incontro con David Grossman - SALA VERDANA (pad 2)
h 17.30 Il più grande scrittore americano che non avete mai sentito nominare: incontro con Tom Drury - SALA COURIER (pad 2)

Oltre a questi, ovviamente, ci sono molti, moltissimi altri incontri (sia all'interno della fiera, sia la sera in centro a Milano), ma ho selezionato solo quelli che per interesse (e orari, che raggiungere Rho, ahimè, è un pochino scomodo) mi incuriosiscono di più.

Non ho invece preparato un elenco dei libri da comprare... perché ne ho tantissimi in arretrato da leggere e cercherò di non acquistare nulla (ahahahahahahahahahahahah.)

Voi ci sarete? Avete già deciso a quali incontri partecipare? Io avrò la mia solita borsa rampante... se mi vedete, fatevi riconoscere!

giovedì 13 aprile 2017

STRATEGIA DELL'ADDIO - Elena Mearini

Eppure,
anche questa è un’opera buona.
Accompagnare con gli occhi una foglia che cade
Per non lasciarla
Sola a morire.

Come di recente mi è già capitato di dire più volte, non sono una grande lettrice di poesia contemporanea. Non lo sono mai stata, in realtà, se non a scuola e all’università. Principalmente per paura di non comprendere il vero significato di quello che trovo scritto sulla pagina. Di non comprendere le emozioni di chi le ha scritte. Però, ogni tanto, a leggere qualche poesia ci provo, a volte senza effettivamente capire del tutto quello che mi viene detto, altre, invece, immergendomici completamente.

È quello che è successo con Strategia dell'addio di Elena Mearini, da poco pubblicato da LiberAria editrice, con le illustrazioni di Clara Patella ad accompagnare la lettura.
Strategia dell'addio è una raccolta di poesie, suddivisa in quattro parti, che racconta la storia  e l’evoluzione di un amore infelice, che inizia, si perde, finisce, fa soffrire e da cui, poi, in qualche modo, con fatica, ci si riprende. 

Ci sono amori che cadono
E poi restano addosso,
come capelli su un maglione.
Devi staccarli con le dita,
la mattina quando ti pettini.
Perché loro da soli
Non se ne vanno via.

Dolcezza e dolore, ci sono in queste poesie. Forza e fragilità. Ricordi e nostalgia del passato, ma anche tempo presente. Virgole che diventano punti e segnano un a capo, una fine, e un nuovo inizio. Proprio come succede quando gli amori finiscono e si cerca di capire che cosa fare adesso. 

Ho misurato in grammi le mancanze,
il mio peso era un catalogo generale
di cose perdute e mai avute.
Chili di carta
Da macerare fino all’osso,
per poi
dall’osso ripartire.
Non so dire esattamente perché queste poesie mi siano piaciute così tanto. Forse per la bravura di Elena Mearini a cogliere dettagli, istanti, flash della quotidianità di chi si sta dicendo addio o forse per una qualche comunanza di esperienze, perché in ogni poesia, in ogni immagine presente in questi versi ci ho rivisto un qualcosa di mio, un qualcosa che ho passato, che ho vissuto, e in cui si ritrova chiunque abbia provato l’evoluzione di un amore e si sia trovato a dover cercare la sua Strategia dell’addio per ripartire.
Quanto ci metti a sbocciare?
Ho finito le scorte di primavere,
non ti posso più aspettare.
Devo passare all'inverno
per sopravvivere.

Titolo: Strategia dell'addio
Autore: Elena Mearini
Pagine: 165
Editore: LiberAria
Anno: 2017
Prezzo: 10 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo:Strategia dell'addio

martedì 11 aprile 2017

BELLISSIMO - Massimo Cuomo

Allora Santiago prende coraggio, si avvicina finalmente alla madre. Al fratello. Arriva sul bordo del letto incollando passi brevi, appoggia le mani sul lenzuolo, annusa l'odore della pelle di Miguel che, gli sembra, profuma di biscotti.
«Che ne pensi?» gli chiede la donna sottovoce.
Santiago ha pensieri raggomitolati che non sa sbrogliare.
«Che è bellissimo» ripete in automatico.
Maria Serrano lo fissa da vicino e arriva lontano dentro di lui.
«Lo sei anche tu» gli dice, piano, in un orecchio.


Quando un romanzo che ho letto mi è piaciuto molto, tendo a trasformarmi in una specie di fanatica. Ne parlo con tutti, lo consiglio, lo presto, lo regalo, mi arrabbio se qualcuno mi dice che invece no, non gli è piaciuto, e approfitto di ogni occasione, anche a distanza di tempo, per citarlo di nuovo. Questo fenomeno si amplifica ulteriormente se il libro in questione ha assunto un significato ancor più profondo nella mia vita, influenzando non solo la lettrice ma anche la persona.

Un esempio di tutto questo è Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo. L’ho comprato, attirata dalla bellissima copertina. L’ho letto e me ne sono innamorata. L’ho prestato, consigliato e, una volta, anche regalato. A una persona speciale, che stava entrando a far parte della mia vita per stravolgermela completamente. Non dico che sia merito del libro, però un pochino forse anche sì.
Solitamente, dopo tutto questo percorso da fanatica, succede che di quell'autore esce un nuovo romanzo. Che ti attira, perché se è come l’altro sarà un grande libro, e al tempo stesso un po’ ti spaventa, perché se non è come l’altro che succede?

È con questo stato d’animo contradditorio che mi sono approcciata a Bellissimo, il nuovo romanzo di Massimo Cuomo uscito il 6 aprile per edizioni e/o. Curiosità e paura. Voglia incredibile di leggerlo, ma anche ansia da “oddio, e se poi non mi piace?”.
Ansia che già con la copertina, un’illustrazione di Alessandro Gottardo, un po’ si è dissipata. Per poi sparire completamente durante la lettura.

Bellissimo è ambiento a Mérida, un paesino del Messico, e racconta la storia di due fratelli, Santiago e Miguel. Quest’ultimo, fin dal momento in cui è nato, è bellissimo. Di una bellezza quasi divina, che fa impallidire chiunque lo circondi e che, soprattutto, genera una sorta di culto in tutta la città, alimentata dal padre, Vicente Moya. Santiago, il fratello maggiore che bellissimo invece non è, subisce fin dal suo arrivo la bellezza del fratello e le attenzioni che tutti sempre gli rivolgono, generando una contrapposizione evidente e, soprattutto, un rapporto di odio e amore che sembra destinato a durare tutta la vita, o almeno finché entrambi, da adulti, non riusciranno a trovare la loro strada.
Si chiede Santiago in quei momenti se è lui che non ha avuto il coraggio sufficiente per pretendere concessioni che pensava impensabili. Se gli sia mancato, in particolare, il coraggio di immaginarsi a salire sul primo autobus per andare a vedere cosa accade là fuori. Si risponde allo stesso modo ogni volta: che magari è proprio l'amore che gli è mancato più di tutto e che dunque, forse, l'amore esiste ed è la forza con cui fare cose straordinarie in modo semplice.
Bellissimo è un libro bellissimo, se mi passate questo gioco di parole forse un po’ banale (e anche rischioso, se il romanzo bellissimo non fosse stato).  È bellissima la descrizione del rapporto tra Santiago e Miguel, due fratelli che sembrano una dicotomia, per aspetto fisico, carattere e voglia di vivere, ma che in realtà, con le loro differenze, si completano a vicenda, e non possono vivere l’uno senza l’altro.
E Massimo Cuomo è stato bravo a cambiare drasticamente ambientazione, a spostarsi dalla profonda provincia veneta al Messico, riuscendo a rimanere perfettamente credibile, al punto che se leggeste il libro senza sapere chi sia l’autore, non pensereste che in realtà sia italiano. C’è il realismo magico tipico del romanzo sudamericano di un tempo, ci sono i personaggi un po’ bislacchi (Hermenegildo Serrano con il suo mangianastri e la sua passione per Jarabe Tapatío è il mio preferito in assoluto) e quelle situazioni surreali che in un romanzo ambientato in Sud America diventano credibili e magiche e, appunto, bellissime.
«E adesso?» dice Soledad Sanchez aggiustandosi gli occhiali sul naso:Santiago ha il coraggio irrazionale degli innamorati.
«Si potrebbe ballare» dice piuttosto serio.Soledad Sanchez lo fissa stupita.
«Tu sai ballare?» chiede poi.
«No, ma che ci vuole?».
«E la musica?» insiste Soledad.
 Santiago sorride, porta le mani dietro la schiena nella tipica postura della danza di corteggiamento che ha visto ballare nelle sagre. E poi intona il ritmo della canzone che nonno Hermenegildo gli ha fatto ascoltare nelle notti d’infanzia per farlo addormentare, ogni minuto di ogni ora di ogni giorno, incidendogli quel ritmo nella testa. Però è dal cuore, dal sangue, che sale l’impulso che sposta le gambe, coordina i movimenti di Santiago con la grazia di chi la musica ce l’aveva dentro e non lo sapeva.
Ci sono passione e amore, in questo libro. Amore fraterno e amore materno. Amore per la lettura, amore per l’amore e amore per la vita, oltre a quello per la scrittura che traspare dallo stile di Massimo Cuomo.
Ammetto di essermi commossa più volte. Di essermi ritrovata in molti passaggi, in molte parole, in molti pensieri. Al punto (attenzione, ecco di nuovo il fanatismo per l’autore) da chiedermi come sia possibile che uno scrittore che non mi conosce e che io non conosco riesca a parlare così tanto di me e a farmi emozionare così tanto.
Succede solo con un libro bello, in effetti. Anzi, Bellissimo.


Titolo: Bellissimo
Autore: Massimo Cuomo
Pagine: 264
Editore: e/o
Anno: 2017
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Bellissimo
formato ebook: Bellissimo

lunedì 10 aprile 2017

NON È IL MIO GENERE! E invece (forse) sì! - Biografie, autobiografie, romanzi storici

Sabato 8 aprile si è tenuto un nuovo appuntamento di "Non è il mio genere!... e invece forse sì!", il ciclo di appuntamenti organizzato da me, da Il giro del mondo attraverso i libri e da Stefania della Libreria Sulla Parola, che, come sempre, ci ha anche gentilmente ospitate.

Protagonisti questa volta sono stati biografie, autobiografie e romanzi storici. Tre generi il cui confine a volte è molto labile, se non completamente annullato, e che hanno portato a consigli particolari e interessanti.
Come sempre, grazie a tutti i partecipanti, fisici e virtuali, per tutti i suggerimenti inviati!




BIOGRAFIA/AUTOBIOGRAFIA

OPEN, biografia di Agassi (Einaudi)
L’ULTIMA LEZIONE di Randy Pausch (Rizzoli)
PER QUESTO MI CHIAMO GIOVANNI di Luigi Garlando (BUR)
UN UOMO di Oriana Fallaci (BUR)
SANTA EVITA di Tómas Eloy Martínez, Santa Evita (SUR)
LA TERRAZZA PROIBITA di Fatima Mernissi (GIUNTI)
LIFE, di Keith Richards (FELTRINELLI)
LA SIGNORA DEGLI ABISSI, Silvya Earle si racconta – Chiara Carminati (editoriale Scienza)
SE QUESTO È UN UOMO di Primo Levi (Einaudi)
IL SISTEMA PERIODICO di (Primo Levi (Einaudi)
LA RIVINCITA DI CAPABLANCA di Fabio Stassi (minimum fax)
IL TRAMONTO BIRMANO di Inge Sargent (ADD editore)
UNA VITA CINESE di Li Kunw (ADD editore)

ROMANZO STORICO

Trilogia Alexander di Valerio Massimo Manfredi. (Mondadori)
IL LIBRO DI MIO PADRE di Urs Widmer (Keller)
L’UOMO AMATO DA MIA MADRE di Urs Widmer (Bompiani)
LE OSSERVAZIONI di Jane Harrys, (BEAT)
GLI ARUSPICI DEL REICH di Marco Antoniol  (Imprimatur)
Tutti i romanzi storici di C.J. Samson
LA SAGA DEI CAZALET di Elizabeth Jane Howard (Fazi editore)
TRE UOMINI IN BARCA di Jerome K. Jerome (Feltrinelli)
L’ARMATA DEI SONNAMBULI di Wu Ming (Einaudi)
NON LUOGO A PROCEDERE di Claudio Magris (Garzanti)
IL RE DELL’UVETTA di Fredrik Sjöberg (Iperborea)
CIGNI SELVATICI di Jung Chang (TEA)


E ora la nota triste. L'ultimo incontro non ci sarà. O forse sì, dobbiamo ancora capire come organizzarci... ma di sicuro non sarà più nella arancionissima e bellissima libreria Sulla parola che, lo dico con profonda tristezza, sta chiudendo. Mi e vi risparmio tutta la retorica delle librerie che chiudono, della crisi, della gente che non legge, perché la conosciamo già tutti e sappiamo quanto sia tristemente vera. Vorrei, invece, ringraziare ancora una volta Stefania che, quel giorno del 2015 quando all'improvviso le sono piombata in libreria per raccontarle del progetto che io e Claudia avevamo in mente e le ho chiesto se volesse ospitarci, pur senza quasi conoscerci, ci ha accolto con entusiasmo, dando una casa alla nostra idea.
Da allora è passato un anno e mezzo, abbiamo iniziato e portato a termine due progetti, Una valigia di libri e Non è il mio genere!... e invece (forse) sì!, abbiamo parlato di libri (e di cibo, e di mille altre cose), abbiamo riso, scherzato e, a volte, ci siamo anche un po' infervorati, e abbiamo conosciuto persone bellissime. Perché, sì, i libri e le piccole librerie di provincia, che dovremmo tutti cercare di salvaguardare il più possibile, ti permettono anche questo.
O almeno, la libreria Sulla parola l'ha fatto ed è stato bellissimo.

venerdì 7 aprile 2017

Eura, Sylvia e le altre bambine ribelli... che popolano da sempre la narrativa per ragazzi

Non sono una grande lettrice di libri per bambini e ragazzi. Lo sono stata, in passato, ai tempi delle elementari e delle medie, e ogni tanto anche più tardi ho fatto qualche piccolo salto nel tempo per tornare bambina. Ma, non leggendone poi così spesso e non avendo ancora figli, non posso certo considerarmi un’esperta e quindi, più che a critica ragionata, vado a emozioni e sensazioni.

Nell’ultimo mese, sta andando molto di moda un libro, Storie della buonanotte per bambine ribelli di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, edito da Mondadori, che racconta le storie di alcune grandi donne della storia mondiale e dei traguardi che, con l’impegno, sono riuscite a raggiungere. L’obiettivo, in linea di principio lodevole, era quello di far capire alle bambine e ai bambini di oggi che non bisogna per forza sognare il principe azzurro ma che si possono e si devono avere anche altre aspirazioni nella vita, oltre a quelle raccontate nelle tradizionali fiabe. È stato presentato come un libro innovativo, qualcosa che “mancava” nella narrativa per ragazzi, un’enorme lacuna da colmare in cui in molti si sono buttati a capofitto. E qui sta, secondo me, uno dei grandi errori di questo libro (sì, secondo me ce ne sono diversi: una bambina e/o un bambino ha tutto il diritto di sognare di fare la principessa, se vuole, senza sentirsi dire che sta sognando la cosa sbagliata o senza che i genitori si debbano sentire dei cattivi genitori misogini).

Di libri che parlano di bambine che non necessariamente sognano di fare le principesse, o che lo sognano magari a modo loro, ne esistono tantissimi, da sempre, nella narrativa per ragazzi (mi ricordo che da adolescente uno dei miei libri preferiti era Sulle tracce del tesoro scomparso di Bianca Pitzorno, in cui la protagonista si improvvisava archeologa). Forse non hanno avuto la stessa risonanza di questo fenomeno, ma esistono, vengono letti e, soprattutto, sono davvero bellissimi.
A me nelle ultime settimane è capitato di leggerne due, uno scritto da un uomo e uno da una donna.


Il primo si intitola Eura e la maschera veneziana, scritto da Alessandro Bresolin, illustrato da Tiziana Longo e pubblicato dalla collana ragazzi della casa editrice Mesogea.
Un libricino ambientato a Venezia, che ha come protagonista Eura, una bambina in gita in città con il padre Diego. Da quando ha litigato con la madre, l’uomo non riesce a vedere tanto spesso la figlia e vuole che questa loro piccola vacanza sia speciale. Eura, infatti, ha un sogno: inventarsi una maschera e colorarla tutta da sola, e il padre è disposto a tutto pur di esaudire questo desiderio. 
I due giungono in un’antica bottega nascosta in una calle veneziana. Qui Eura può scegliere una maschera e colorarla come più le piace. Eura ne nota una molto particolare, appesa al muro da tanti anni. La proprietaria della bottega, però, le dice di sceglierne un’altra, perché quella è speciale e nessuno la può toccare. Ma quando la donna si addormenta, Eura decide di disubbidire. Prende la maschera, la colora… e si ritrova catapultata in un altro mondo, in un’altra Venezia: è il mondo della Commedia, ora in balia del tirannico Leone Panta che l’ha rivoluzionata a suo piacimento. Toccherà a Eura aiutare Arlecchino, Colombina e tutte le altre maschere a liberarsi del temibile Panta, per poter poi tornare a casa.


Un libro bellissimo, vi dicevo, anche per chi, come me, non è veneziano e di commedia ha solo qualche vecchia reminiscenza di quando se ne parlava a scuola. Mi è piaciuta moltissimo la trama (l’idea di questa bambina, ribelle sì, che combina un guaio ma che con il suo guaio riesce a risolverne un altro) e mi è piaciuto moltissimo lo stile di Alessandro Bresolin (di cui avevo letto Gesti convulsi, edito da Spartaco Edizioni, un romanzo per adulti) che si adatta perfettamente a un pubblico ragazzo ma è in grado di conquistare anche “i grandi”. E poi be’, le illustrazioni di Tiziana Longo sono formidabili.

Altrettanto bello è La signora degli abissi, Sylvia Earle si racconta, scritto da Chiara Carminati e accompagnato dalle illustrazioni di Mariachiara Di Giorgio, pubblicato da editoriale Scienza nella collana Donne nella scienza. Una collana, questa, dedicata al racconto della vita di donne che, inseguendo un proprio sogno, hanno dato un grande contributo alla scienza.


Sylvia Earle, per esempio, fin da bambina è una grande amante del mare. Un amore, questo, che la porta alla sua prima immersione con le bombole e poi a decidere di diventare una biologa marina e dedicare tutta la sua vita alle ricerche in quella grande massa d’acqua inesplorata.
Ha dovuto faticare un po’ di più rispetto alle sue controparti maschili, visti anche gli anni in cui ha compiuto i suoi studi e le sue scoperte (negli anni ’50, ’60 e ’70 e verso le donne scienziate c’era ancora un po’ di diffidenza, che però Sylvia ha contribuito a far scemare), ma è sempre riuscita a non rinunciare a nulla (ha avuto tre figli… una delle quali, ancora nella pancia, l’ha accompagnata in alcune delle sue immersioni, con il benestare del suo medico, ovviamente), a vivere questa sua grandissima passione per il mare e a preoccuparsi, ancora oggi, della sua salvaguardia.
Anche in questo caso, a rendere il racconto ancor più bello ci sono le illustrazioni di Mariachiara Di Giorgio che riescono a portare il lettore in fondo al mare, in mezzo ai pesci e ai coralli, insieme a Sylvia.

Questi due libri sono solo un minuscolo assaggio di tutti i libri per bambini e per bambine (per tutti, direi!) esistenti che non contengono stereotipi di genere e in cui le protagoniste femminili non sono principesse in cerca di un principe che le salvi e le ami per tutta la vita. Un sogno che, comunque, non mi sembra nemmeno poi così terribile.
Che poi, ripeto, secondo me da bambini (ma anche da adulti) non c'è assolutamente nulla di male a sognare di essere una principessa... magari una principessa astronauta, una principessa biologa marina, una principessa bookblogger, parrucchiera, traduttrice, medico o qualunque altra cosa vi venga in mente. L'importante è avere dei sogni e cercare di fare di tutto per realizzarli, come la piccola Eura, come Sylvia e come le storie di tutte le altre donne, nei libri e nella vita, ci insegnano.


TITOLO: Eura e la maschera veneziana
AUTORE: Alessandro Bresolin
ILLUSTRATORE: Tiziana Longo
PAGINE: 95
EDITORE: Mesogea
ANNO: 2016

TITOLO: La signora degli abissi
AUTORE: Chiara Carminati
ILLUSTRATORE: Mariachiara Di Giorgio
PAGINE: 120
EDITORE: editoriale Scienza
ANNO: 2017

martedì 4 aprile 2017

IL GRANDE MIAO - Paul Gallico

Oggi presto per la prima volta il blog a Luca, che vi racconta della sua lettura di Il grande miao di Paul Gallico ma, soprattutto, del suo rapporto con Luna, la gattina più adorabile (e viziata) del mondo.


La fanno facile, quelli a cui piacciono i cani. Ci avete mai fatto caso? Quando a uno di loro dite che avete un gatto, il ritornello è più o meno sempre lo stesso:

"Eh, ma con i gatti è comoda, non fanno altro che mangiare e dormire, stanno lì, ti guardano, sempre zitti, al massimo rompono un po' quando hanno fame e poi spariscono di nuovo. Il cane sì, lo devi portare fuori, lo devi far giocare e tutto il resto. Il cane è impegnativo. Mica come il gatto."

Il cane è impegnativo, certo come no. Mica come il gatto.

Il fatto, vedete, è che loro proprio non sanno. E quindi non capiscono.

Non sanno che questa cosa del mangiare e dormire, stare lì, guardarti, i silenzi, i mugugni, le improvvise sparizioni sono tutte mosse di guerra. Una costante e quotidiana guerra di posizione e logoramento, fatta di tattica e strategia, assalti e ritirate, diktat incrollabili e concilianti concessioni, ridefinizione di equilibri e stravolgimenti di qualsiasi eventuale struttura gerarchica governasse la casa prima del loro arrivo. O meglio, prima della loro conquista.

Con i gatti non c'è proprio niente di facile, cari i miei cinofili. Con i gatti c'è un unico motto: "Mi casa es mi casa". Solo che non sarete mai voi, a pronunciare quel motto.

Il grande Miao di Paul Gallico non è l'autobiografia di un gatto, come recita (non si capisce bene perché) il sottotitolo italiano: è più un manuale, come infatti lo definisce il sottotitolo originale. Ma non un semplice manuale: è un manuale di guerra, e pure di alto livello. È tipo, non so, il Sun Tzu dei gatti, ecco.

Il libro è preceduto da una breve introduzione in cui Gallico, giornalista sportivo e sceneggiatore americano, racconta di aver ricevuto il manoscritto da un suo vicino di casa, editor di testi scolastici per un'importante casa editrice. Abituato a essere sommerso di testi consegnati in modi bizzari, il vicino non si stupisce quando, andando alla porta a rispondere al campanello, non aveva trovato nessuno sulla soglia, tranne un grosso plico arrotolato a cilindro lasciato sullo zerbino. Lo stupore, però, era arrivato aprendo il plico: che conteneva un testo scritto non in inglese e nemmeno, apparentemente, in nessun'altra lingua conosciuta, ma in un codice a prima vista senza senso che mischiava in modo illogico lettere, numeri e segni di interpunzione. Perciò, conoscendo la passione di Gallico per codici e crittografia, il vicino pensò bene di portarlo a lui per vedere di capirci qualcosa.

Dopo parecchi tentativi e altrettanti fallimenti, Gallico ha un'illuminazione. Quello non è un codice! Per incredibile che potesse sembrare, l'unica spiegazione possibile di quella sequenza illogica di segni era un'altra: Gallico era di fronte
al pasticcio che potrebbe venir fuori se a premere o battere sui tasti non fosse un indice a una zampetta a cinque dita, che, nel tentativo di centrare, poniamo il caso, la A, si allarga fino a prendere la Q, la W o la S; così che, alla fine, al posto della vocale desiderata, sul foglio ci finisce una di queste lettere.
E certo che quel manoscritto era scritto in modo assurdo: l'aveva scritto un gatto! Anzi, una gatta (che, come sa chiunque ne abbia una, è tutta un'altra storia).

Trovata la chiave, Gallico procede alla decifrazione integrale del manoscritto. Quello che si trova davanti a lavoro concluso è un manuale incredibilmente dettagliato e preciso, scritto in prima persona da una gatta domestica per trasmettere ad altri gatti (giovani, selvatici o senzatetto) trucchi e stratagemmi per conquistare con facilità una casa e sottometterne gli abitanti. Assicurarsi l'appoggio di uno degli umani di casa, mettere uomini contro donne o donne contro uomini a seconda delle occasioni, sfruttare le insicurezze dei maschi a proprio vantaggio, giocare d'astuzia e d'inganno per far credere ai propri umani di averla avuta vinta loro e poter così ottenere ancora più vizi di quelli che si cercavano.

Prendiamo il cibo, per dire. Non c'è nessun cibo che un gatto ben addestrato nelle tattiche di guerriglia domestica illustrate nel libro non possa ottenere, e loro lo sanno.
Cosa vi va? Cosa vi piace di più? Il granchio, in scatola o fresco? Un filettino di sogliola? Meglio il rombo? Il fegato di vitello? I fegatini di pollo? I rognoncini di vitello? Le uova di trota? Quelle di salmone. Addirittura il caviale? Non c'è nulla che non possiate avere, tutto sta nel reclamarlo nella maniera giusta. Certo, le cosine che ho elencato qui sopra costano care, però i bipedi non se ne privano, quindi non si capisce perché dovreste privarvene voi.
Alternando azioni di sfinimento a irresistibili ruffianerie, strusciate, fusa e pose languide a musi e borbottii, l'autrice del Grande Miao passa in rassegna tutto ciò che un gatto domestico può desiderare e tutti i modi più furbi per ottenerlo. Fino, appunto, al Grande Miao, il colpo di grazia nella nobile impresa della sottomissione umana: un Miao muto, silenzioso (in originale è appunto Silent Meow), irresistibile e letale, da piazzare al termine di una serie di miao di supplica che non fallirà in nessun caso l'obiettivo finale, e cioè far sentire il proprio umano in colpa al punto tale da costringerlo a capitolare a qualsiasi richiesta felina.

A ogni pagina di questo manualetto (bellissimo e terribile, a leggerlo dal punto di vista umano), rivedevo me stesso e la mia convivenza ormai decennale con la mia gattina. Il fatto che non ci sia in pratica nessun angolo di casa che non sia prima suo e solo poi nostro. Le miriadi di scatolette aperte (spesso contemporaneamente) e di cibi buttati ancora integri nella spazzatura, prima di trovarne uno che Sua Signoria gradisca. La mania per cui non le si può passare davanti camminando, altrimenti si offende. Le assurde posizioni da fachiro che ormai assumo in automatico nel letto per non disturbarla mentre dorme esattamente al centro dello spazio in cui io metto le gambe. Gli sguardi silenziosi che ci scambiamo, anche per diversi minuti, quando ognuno dei due sta pensando ai fatti suoi. Decine, centinaia di situazioni in cui Luna ha conquistato ogni spazio, ogni momento della mia esistenza, mettendo al centro prima se stessa e poi tutto il resto.

Tranne quando sono io ad avere bisogno di lei. A quel punto le cose cambiano parecchio. Mi riferisco a quel sentimento che, da qualche parte di questa strana e buffa guerriglia di posizione tra uomo e gatto, se ne sta lì, in fondo a tutto, a sovrintendere a ogni cosa: l'amore, nonostante tutto. Quel particolare e indefinibile tipo di amore che si crea a partire dal primo momento in cui un gatto, tra tutti gli umani a disposizione, sceglie (perché sono sempre loro, ovviamente, a scegliere) proprio te.
Non si può vivere con gli esseri umani per un certo periodo di tempo senza accorgersi che tolta qualche bella qualità, sono in linea di massima delle creature stupide, frivole, testarde, distratte, spesso subdole e anche false. Dicono bugie palesi; sostengono una cosa e ne pensano un'altra; promettono e non mantengono, e poi sono egoisti, avidi, sconsiderati, possessivi e pieni di contraddizioni, vigliacchi, invidiosi, inaffidabili, dispotici, insofferenti, irrequieti, ipocriti e trasandati. Eppure, nonostante tutti questi inconvenienti, hanno questa cosa potente e meravigliosa che chiamano amore, e quando loro vi amano e voi li amate è come se non contasse più nient'altro [...] Succederà qualcosa nei loro occhi, il modo in cui vi accarezzano cambierà; e allora, volenti o nolenti, voi comincerete con le fusa e le vostre zampe faranno la pasta come quando eravate piccoli e ciucciavate il latte, cioè quando eravate felici.
Ecco, quest'ultimo è un grande momento. A casa nostra succede più o meno tre o quattro volte al giorno, di solito sulla trapunta del letto. La cosa curiosa è che, quando Luna si mette a fare la pasta sforacchiando la trapunta, si mette sempre vicino a me e mai vicino a Elisa. Come se sapesse che io sono completamente in suo potere e che non la sgriderò mai per i buchi che fa con le unghie sul tessuto; come se mi capisse quando Elisa dice: "Ma non vedi che sta bucando tutta la trapunta?" e io rispondo, in estasi: "Ma dai, è tutta contenta, al massimo poi ne compriamo un'altra".

Ma non può essere, no? Non può essere così furba.

In fondo, è solo un gatto.


TITOLO: Il grande Miao
AUTORE: Paul Gallico
TRADUTTORE: Barbara Bonadeo
PAGINE: 176
EDITORE: Rizzoli
ANNO: 2016
ACQUISTA SU AMAZON

lunedì 3 aprile 2017

LA SAGA DEI CAZALET vol. 4: Casting off (Allontanarsi) - Elizabeth Jane Howard

She had a secret fear that once you were possessed by some strong feeling you will have it for life.

Giovedì 20 aprile arriva in libreria Allontanarsi, il quarto volume della saga della famiglia Cazalet della scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard. Sempre pubblicato da Fazi editore, sempre con la traduzione di Manuela Francescon e sempre con le bellissime copertine con le illustrazioni di Tom Purvis, come i tre romanzi precedenti: Gli anni della leggerezza, Il tempo dell'attesa e Confusione.



Molti di voi non vedono l’ora, e io stessa devo ammettere che non avevo ancora finito il volume precedente, Confusione, che già provavo un forte senso di nostalgia per le avventure di questa numerosa famiglia. Una nostalgia talmente tanto forte che a gennaio, complice anche un’imperdibile offerta online, ho deciso di comprare tutti e cinque i volumi in lingua originale. 
Eppure, una volta ricevuti, ho aspettato a tuffarmi tra le pagine di Casting off. Perché sì, certo, c’erano la nostalgia e la curiosità, ma anche la triste consapevolezza che dopo questo e dopo All Change, dovrò salutare definitivamente la famiglia Cazalet. E so già che sarà un grande, grandissimo trauma.

Ma la vita del lettore è fatta anche di queste cose e quindi, via, torniamo a Home Place, torniamo nella Londra del Secondo dopo guerra e vediamo come se la stanno cavando i vari membri della famiglia.
Come procede il matrimonio di Louise con il pittore Michael Hadleigh (e la di lui madre)? E Rupert e Zoe come stanno vivendo il miracoloso ritorno di lui dalla guerra, dopo che era stato dato disperso in Francia per anni? E Polly e Clary come se la stanno cavando nella loro vita londinese? Edward, invece, ha preso una decisione riguardo al suo matrimonio con Villy e alla sua relazione con Diana? E Rachel ha finalmente deciso di lasciarsi andare all’amore per Sid? E il Generale e la Duchessa come stanno affrontando il peso degli anni? Ma, soprattutto, come diavolo fa l’intera famiglia a sopravvivere senza Archie?

Non voglio dirvi niente della trama del libro, perché vi rovinerei la sorpresa e il gusto di scoprirlo. Può sembrare una frase fatta o, in qualche modo, comoda. Ma chi conosce la saga dei Cazalet, chi si è già lasciato conquistare dalla penna di Elizabeth Jane Howard e ha seguito le vicende degli anni e dei volumi precedenti, sa quanto ogni piccolo fatto, ogni piccolo accadimento, anche quello all’apparenza più insignificante (e la narrazione delle vicende è davvero molto, molto particolareggiata), contribuisca alla grandezza e alla bellezza di questi libri.

Una saga famigliare con tanto gossip, mi è capitato diverse volte di definire così la storia dei Cazalet nel corso della lettura dei volumi che la compongono. E, in effetti, in Allontanarsi ci sono funerali, matrimoni, divorzi, storie d’amore appassionate e grandi delusioni, furiose litigate e impacciate dichiarazioni d’amore, colpi di scena e racconti di noiosi ménage famigliari. A far da sfondo, una Londra che sta facendo i conti con la fine di una guerra, con quello che è rimasto e quello che è andato perduto, e con il disperato bisogno di ricominciare a vivere.

Leggendo Allontanarsi, ma anche i tre libri precedenti, mi sono chiesta spesso come abbia fatto Elizabeth Jane Howard a creare tutto questo. Come abbia fatto a caratterizzare così bene ogni singolo personaggio, ogni intreccio e sottotrama, senza mai diventare banale o prevedibile (o magari facendolo a volte, ma in un modo che non infastidisce, ma semplicemente ci si aspetta perché è così che va la vita). E, soprattutto, come riesca a catturare così tanto l’attenzione del lettore, anche dopo così tante pagine. 

Eh sì, perché io inizio questi libri e non riesco a metterli giù. Forse perché ho un animo curioso (vabbè, diciamo pettegolo) che in libri come questo ha la possibilità di sfogarsi senza alcuna remora e controllo (al punto che spesso, leggendo, mi sono lasciata andare a esclamazioni molto sentite nei confronti di un personaggio o di un comportamento). Oppure, semplicemente, Elizabeth Jane Howard è maledettamente brava a scrivere.
Ora ne rimane solo uno. E, di nuovo, sono combattuta tra il leggerlo subito e l’aspettare, tra la nostalgia e la curiosità, tra la voglia di sapere e la tristezza del dover dire addio definitivamente a dei personaggi che ho tanto amato. 

Come credo di aver già detto nelle recensioni dei romanzi precedenti, chi ancora non conosce la famiglia Cazalet, secondo me, dovrebbe proprio rimediare. Chi invece la conosce già... coraggio, che il 20 aprile arriva presto.


Titolo: La saga dei Cazalet - Allontanarsi
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon.
Editore: Fazi editore
Anno: 2017
Pagine: 670

mercoledì 22 marzo 2017

LO DICIAMO A LIDDY? - Anne Fine

Tutte e quattro, del resto, si sarebbero sentite perdute senza i regolari giri per negozi e le cenette improvvisate, senza lo scambio incessante di libri, stufette elettriche e vestiti per le grandi occasioni. Da anni i loro telefoni squillavano in un girotondo di chiacchiere su suoceri, cognati, progetti di lavoro, ansie e vittorie. E non c'erano mai stati segreti.
Fino a quel momento.


Vi è mai capitato di sapere qualcosa di una persona, qualcosa di non proprio piacevole se non del tutto brutto, che potrebbe condizionare la vita di chi le sta accanto? Che si tratti di un parente, un amico o anche un semplice conoscente, il dubbio su che cosa sia meglio fare in questi casi viene sempre: farsi i fatti propri? Intervenire solo a un certo punto e se si ritiene davvero necessario? Rivelare tutto? 
E sei poi il segreto, in realtà, non è un segreto? E se poi la persona a cui lo riveli ti manda a quel paese?

Ho comprato Lo diciamo a Liddy? di Anne Fine, tradotto da Olivia Crosio e pubblicato in Italia da Adelphi, sullo slancio di un momento. Non conoscevo l’autrice, non conoscevo il libro, ma sono stata subito attirata dal titolo e dalla trama, che riporta la situazione descritta sopra.

Heather, Stella, Liddy e Bridie sono quattro sorelle, legatissime. Heather è quella più pragmatica, più sicura di sé e indipendente, meno sensibile e con una vita amorosa abbastanza travagliata. Stella è la più piccola, quella che tutte hanno sempre considerato meno intelligente, meno interessante e che ora ha trovato il suo mondo grazie a un marito e alla passione condivisa per gli oggetti per arredare la casa. Liddy è quella che tutti proteggono, quella un po’ più svampita, che ha avuto due figli da un uomo che poi è sparito ma senza che la cosa l’abbia toccata più di tanto. E Bridie è un’assistente sociale, di professione, ma anche un po’ tra le sorelle.
Liddy ha un nuovo fidanzato, adesso. Si chiama George ed è adorabile con lei e con i bambini. Sembra l’uomo perfetto, se non fosse che Stella ha saputo dalla donna che le pulisce la casa che forse quest’uomo non è così perfetto come sembra, ma nasconde un segreto agghiacciante. Stella lo dice a Heather e, dopo qualche mese, quest’ultima lo rivela a Bridie. Che decide, una volta che Liddy ha annunciato il matrimonio con George, che non si può nascondere una cosa simile alla propria sorella. Lo dicono a Liddy (non è uno spoiler, tranquilli, succede quasi subito), che però se la prende solo con Bridie.
Il beneficio del dubbio non è un omaggio che si regala a chiunque. Bisogna guadagnarselo, e in una famiglia lo si guadagna con l'amore. Quanto all'amore, non è né una parola né uno stato d'animo, ma un modo di trattare il prossimo. Il mondo brulica di gente che dichiara senza ritegno di amare Tizio e Caio, e poi li tratta come pezze da piedi.
Bridie è sconvolta da questa reazione. Sa che le altre tre sorelle continuano a sentirsi e vedersi e quella messa da parte è solo lei. Vive la situazione come un’ingiustizia che però, a poco a poco, la porta anche a prendere consapevolezza della sua famiglia, del rapporto con le sorelle e di come ognuna di esse l’ha sempre vissuto in modo diverso da come lo viveva lei, e soprattutto di come, concentrandosi sulla sua famiglia d’origine abbia un po’ messo da parte quella che ha creato con suo marito. Sembra essersi messa il cuore in pace, decisa persino a non partecipare al matrimonio e a non parlare più con nessuna delle sue sorelle, finché un'altra verità non viene a galla e la sua decisione vacilla.

Finché dal nulla, come un fulmine a ciel sereno, ritornò la rabbia. Accecante, devastatrice. E, per la prima volta in vita sua, Bridie capì come fosse possibile, per molti dei suoi assistiti, vivere di astio e di ripicche. L'amore era così debole. "Ci vuole così poco a farsi voler bene." Era vero? L'amore è un pappone insipido che sobbolle sul fuoco, sempre nutriente, sempre caldo. L'odio invece è una torre incrollabile, una colonna di fuoco. La sua mera energia incandescente può alimentare giorni e giorni di stizza, notti e notti di rancore. Fino a poco tempo prima, quando ascoltava quegli sfoghi di incontenibile malevolenza, aveva creduto che un giorno o l'altro l'odio si sarebbe consumato da sé, si sarebbe ridotto in cenere. Ora aveva aperto gli occhi: l'odio è imperituro, e non è mai un sentimento a metà.

Lo diciamo a Liddy? mi è piaciuto tantissimo, per il modo in cui Anne Fine prende questa famiglia, queste quattro sorelle all’apparenza legatissime, e distrugge le loro certezze, e per come gioca con la caratterizzazione di ognuna di esse. Ho provato una forte empatia nei confronti di Bridie: il suo modo di vedere e di vivere tutto quello che fa, con così tanto coinvolgimento e così tanta passione, mi ha fatto quasi tenerezza, così come ho adorato la sua evoluzione nel corso del libro, il suo prendere consapevolezza, il suo alternare decisioni risolute a dubbi enormi, e la sua decisione finale. 
E avrei preso a schiaffi (dai su, tra sorelle si può fare) le altre tre sorelle. Tutte e tre, per come si sono comportate in passato e forse ancor più nel presente.

È un libro sui legami famigliari, sulle apparenze, sui rancori che si accumulano quando si decide di non parlare e di non confrontarsi. Un libro a suo modo divertente, che porta il lettore all’interno di questa famiglia, lasciando costantemente il dubbio se debba ridere o indignarsi. Io ho fatto entrambe le cose (anche se forse mi sono un po’ più arrabbiata, che divertita) e ne è valsa davvero la pena.

E voi, lo direste a Liddy?


TITOLO: Lo diciamo a Liddy?
AUTORE: Anne Fine
TRADUTTORE: Olivia Crosio
PAGINE: 190
EDITORE: Adelphi
ANNO: 1999
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Lo diciamo a Liddy? Una commedia agra

lunedì 20 marzo 2017

NON È IL MIO GENERE! E invece (forse) sì! - Poesia e teatro

Sabato 18 marzo si è tenuto il quarto in incontro di “Non è il mio genere!... e invece (forse) sì!”, il ciclo di appuntamenti dedicato ai generi letterario, organizzato da me, da Claudia di Il giro del mondo attraverso i libri e da Stefania della libreria Sulla parola di Caluso.

Protagonisti questa volta sono stati la poesia e il teatro. Due generi un po’ particolari, in effetti, e sicuramente molto meno diffusi rispetto alla prosa, ma che hanno avuto in passato e hanno ancora oggi qualcosa da dire.

Certo, personalmente, se penso alla poesia penso a quelle che ci facevano imparare a memoria alle scuole elementari o alle medie (e che durante l’incontro abbiamo scoperto di essere ancora in grado di recitare), o a quelle poi studiate a scuola. Di poeti e poetesse contemporanee ne conosco, in effetti, molto poche. Un grosso limite mio, che a volte ho anche tentato di colmare, ma con risultati non sempre positivi. Ma la poesia è ben viva ancora oggi e ci sono tanti, tantissimi esempi di poeti contemporanei, più o meno riconosciuti, con stili ben definiti e in grado di emozionare chi ne ha la giusta sensibilità.

Anche per quanto riguarda il teatro, mi rendo conto che quasi tutte le opere che conosco e che ho letto risalgono ai tempi delle scuole e dell’università (il buon vecchio Shakespeare, ma anche i drammaturghi della letteratura spagnola e di quella inglese, senza ovviamente dimenticare nemmeno gli italiani).  Qualche testo teatrale, però, mi è capitato di leggerlo anche di recente… sempre accompagnando il mio giudizio finale con un bel “sì, però vorrei vederlo da vivo”.

Lo scopo di questi nostri incontri, comunque, era anche questo: andare a cercare quei generi meno conosciuti e meno diffusi e cercare in qualche modo di conoscerli e farli conoscere.
E quindi, come sempre, grazie a tutti coloro che hanno partecipato dal vivo e che sono stati a chiacchierare insieme a noi sabato pomeriggio in libreria, ma anche a chi ha mandato i suoi consigli via web.



Ecco qui i consigli arrivati:

TEATRO

STORIA DI UNA SCALA – Antonio Buero Vallejo (Le Lettere)
LA CASA DI BERNARDA ALBA – Federico García Lorca  (Leone)
AMLETO – IL MERCANTE DI VENEZIA – William Shakespeare (Mondadori)
LA LOCANDIERA - IL SERVO DI DUE PADRONI – Carlo Goldoni (BUR)
MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE – Arthur Miller (Einaudi)
ASPETTANDO GODOT – Samuel Beckett (Einaudi)
TEATRO – Harold Pinter (Einaudi)
TRAPPOLA PER TOPI – Agatha Christie (Mondadori)
HARRY POTTER E LA MALEDIZIONE DELL’EREDE – J. K. Rowling, Jack Thorne e John Tiffany (su cui c’è stata una bella discussione, tra a chi è piaciuto da matti e chi invece lo considera una presa in giro per noi poveri fan allocchi di Harry Potter) (Salani)

POESIA

OGNI VOLTA CHE MI BACI MUORE UN NAZISTA – PIUTTOSTO CHE MORIRE MI AMMAZZO – Guido Catalano (Rizzoli, Miraggi)
POESIE – Dylan Thomas (Einaudi)
TUTTE LE POESIE – Eugenio Montale (Einaudi)
I FIORI DEL MALE – Charles Baudelaire (BUR)
È QUEL CHE È – Erich Fried (Einaudi)
RIMAS – Gustavo Adolfo Becquer
POESIAS COMPLETAS – Antonio Machado (Newton Compton)
ORIENTARSI CON LE STELLE – Raymond Carver (minimum fax)
SINFONIA DI NOVEMBRE E ALTRE POESIE – O.V. de L. Milorz (Adelphi)
LA DIVINA COMMEDIA – Dante Alighieri
ALCOOLS – Apollinaire (Acquaviva)
LA GIOIA DI SCRIVERE Szymborska (Adelphi)
È FLEBILE LA MIA VOCE – Anna Ahmatova (Via del vento edizioni)
SONO FLUITO E ALTRE POESIE – POESIE DI ALVARO DE CAMPO – Fernando Pessoa (Via del vento edizioni, Adelphi)
Il meglio di TRILUSSA (Einaudi)

Il prossimo incontro si terrà sabato 8 aprile, sempre alle 16, sempre alla libreria Sulla Parola di Caluso, e sarà dedicato a "Biografie, autobiografie e romanzi storici".
Come sempre, vi aspettiamo!

martedì 14 marzo 2017

ETTA E OTTO E RUSSELL E JAMES - Emma Hooper


Prima di acquistare un libro usato, di solito, mi chiedo come mai quel libro sia finito su una bancarella o al Libraccio. È un doppione? È un libro brutto? È un libro bello arrivato nelle mani del lettore sbagliato, o, quantomeno, nel momento sbagliato? È un interrogativo fugace, che non mi impedisce di comprare il libro, anche se magari non ne avevo mai sentito parlare prima di ritrovarmelo tra le mani in quel momento. E, in effetti, mi è sempre andata bene (per dire, quel capolavoro di Ho paura torero di Pedro Lemebel l’ho comprato a un mercatino, senza avere la più pallida idea di cosa fosse).

O quasi sempre. Perché adesso dovrei scrivere di Etta e Otto e Russell e James di Emma Hopper, pubblicato in Italia da Bompiani e tradotto da Elena Dal Pra, che ho comprato al Libraccio qualche mese fa, e non so davvero cosa dire. Lo puntavo da quando è uscito, in realtà, con quella sua bella copertina e, soprattutto, con questo titolo un po’ particolare, che trovavo e trovo ancora buffo, convinta che si sarebbe trattato di un romanzo dolce, commovente e anche un pochino divertente.

Il romanzo racconta la storia di Etta e Otto e Russell (James no, lui arriva dopo). I tre ora sono anziani, Etta e Otto sposati e Russell vicino di casa e loro amico da sempre. Etta, che ha ottantatré anni e ha seri problemi di memoria, un mattino si sveglia e decide di partire per andare a vedere il mare. Prende un po’ di cibo, uno zaino, i suoi stivali, il fucile e parte, a piedi, lasciando un biglietto al marito in cui gli dice di non preoccuparsi, che lei cercherà di ricordarsi di tornare. Otto la lascia andare, non la insegue, né parte alla sua ricerca nei giorni e nelle settimane successive. Semplicemente si mette lì e aspetta, passando il tempo costruendo strani animali di cartapesta e facendo dolci. All’inseguimento di Etta va, invece, Russell, che non l’ha mai abbandonata. Etta cammina, cammina, cammina, per i campi e le città. A lei si unisce a un certo punto James, un coyote (tranquilli, non è spoiler, ché l’immagine di copertina è abbastanza esplicativa, direi), e, di tanto in tanto, qualche curioso. Finché la donna non arriva effettivamente al mare. In parallelo con la storia di oggi c’è quella del passato dei tre: il lettore scopre così come è nata l’amicizia tra Otto e Russell, quando è arrivata Etta nelle loro vite e quando queste sono state stravolte dall’arrivo della guerra
.
Quando ho girato l’ultima pagina di Etta e Otto e Russell e James il mio primo pensiero è stato “boh!”. La storia è una rielaborazione delle storia d’amore tra i protagonisti del film Pearl Harbor e di L’imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce. Un triangolo amoroso che forse senza la guerra non si sarebbe mai formato, per quanto riguarda la storia del passato, e una donna anziana che decide di camminare e diventa un po’ un fenomeno, nel presente. A mancare è qualcosa che faccia da collante tra le due narrazioni: sì, c’è l’amicizia e l’amore tra i tre; sì, c’è il passato che si sovrappone al presente nella mente di Etta. Però, ecco, secondo me non è sufficiente.

Soprassedendo sulla poca credibilità del fatto che una signora anziana e malata possa andarsene in giro per mezzo Canada senza che nessuno le dica niente, la narrazione nel presente è davvero troppo criptica, troppo confusa, a tratti quasi illogica e un po’ sospesa. Come se mancasse qualcosa, appunto. Come se l’autrice avesse voluto giocare con i ricordi e la memoria di questi anziani protagonisti, senza però riuscire a controllarla. In parte potrebbe anche essere colpa mia, poiché mi aspettavo un libro completamente diverso, più leggero forse. Però, comunque, qualcosa non funziona a prescindere, secondo me.

Ed è un vero peccato, perché Etta e Otto e Russell e James di potenziale ne avrebbe tantissimo. Soprattutto per la parte nel passato, per il racconto della guerra e di come questa abbia sconvolto le vite di tutti, anche quelle di un piccolo paesino canadese.
Immagino che chi l’ha portato al Libraccio abbia provato un po’ le stesse cose, che lo abbia chiuso e abbia pensato “boh!” e magari, come me, si sia anche un po’ arrabbiato… perché nel mondo dei libri non c’è niente che mi faccia arrabbiare di più di un libro dal potenziale enorme che viene in qualche modo sprecato.


TITOLO: Etta e Otto e Russell e James
AUTORE: Emma Hooper
TRADUTTORE: Elena Dal Pra
PAGINE: 300
EDITORE: Bompiani
ANNO: 2015
ACQUISTA SU AMAZON

venerdì 10 marzo 2017

DARUSJA LA DOLCE - Marija Matios

Darusja sente e capisce tutto, anche se non parla con nessuno. Loro pensano che sia muta.
Ma lei non è muta, semplicemente non vuole parlare. Le parole possono fare male.

Darusja viene chiamata la dolce dai suoi compaesani anche se forse vorrebbero chiamarla la scema. In molti, in effetti, pensano che lo sia. Perché parla con i fiori e con le piante ma non con gli esseri umani, perché se le dai una caramella le vengono dei dolori atroci che la inchiodano al letto per giorni e che riesce a far passare solo immergendosi nell’acqua gelida o nella terra.

Darusja vive in un paesino della Bucovina, una regione dell’est Europa che, nel corso del ‘900, ha cambiato giurisdizione diverse volte, senza che però cambiassero le malelingue del paese. Vive da sola, nella casa che un tempo era stata dei suoi genitori, e sopravvive grazie all’aiuto di Maria, la sua vicina di casa, l’unica a mostrare un po’ di affetto e comprensione nei suoi confronti. Finché un giorno non arriva Ivan, anche lui a detta di tutti un po’ scemo, che di mestiere ripara oggetti e suona la sua drimba in giro per la regione. Di solito passa e se ne va, lasciando dietro di sé una schiera di donne deluse e malelingue. Ma da Darusja decide di fermarsi, per prendersi cura di lei, per farle quel bene che si merita ma che nessuno le ha mai dedicato. Ma anche il suo bene, all'improvviso e in modo inconsapevole, si trasforma in male per la povera Darusja. Perché lei vive nel ricordo dei genitori e del male che, anch’essa inconsapevolmente, ha fatto loro. Un ricordo pronto a tornare a galla in ogni momento.

Darusja la dolce di Marija Matios, pubblicato da Keller editore con la traduzione di Francesca Fici, si divide in tre parti, “Un dramma in tre vite” come dice il sottotitolo: nella prima parte viene presentata Darusja e la sua vita solitaria, di dolori e stranezze ma anche di incredibile dolcezza; nella seconda arriva Ivan, sembra poterle cambiare la vita, e poi gliela distrugge di nuovo; nella terza, il dramma principale, il più difficile, più doloroso e sconvolgente da leggere, si racconta la storia dei genitori di Darusja la dolce, del loro amore fortissimo che è stato sconvolto e distrutto dall’arrivo della guerra, dei soldati, da una nuova invasione del paese che a qualcuno ha tolto la voce, a qualcun altro la vita.

È un libro dolcissimo e al tempo stesso sconvolgente, Darusja la dolce, che parla di un luogo, la Bucovina, che fino a prima di leggere questo romanzo ignoravo completamente, e di come la guerra abbia inesorabilmente segnato i suoi abitanti. Darusja, in particolare, che mai riuscirà a riprendersi da quanto successo ai suoi genitori perché il destino, o le chiacchiere della gente, non appena lei sembrerà trovare un po’ di pace, tornerà a colpirla e a non permettere di dimenticare:

«Ma cosa fa questo spirito maligno, che vi agita tanto?»
«Cosa fa?... Ha fatto girare il capo a Darusja e se, a poco a poco, lo fa a tutto il villaggio?».
«Ma che dici, comare? non c'è forza al mondo in grado di farci girare il capo...»
«I peccati, tutti i peccati, mia cara... il peccato che non si possono perdonare e le lacrime dei morti che non si possono riscattare... Ma perché i peccati altrui devono ricadere sulle nostre teste?»
«Sulla vostra testa non è caduto nessun male, perché vi scaldate tanto?»
«Perché non so cosa succede in quella dannata casa, io sto proprio lì vicino e mi preoccupo per la mia tranquillità e per amore di giustizia».

È un libro sulla crudeltà della guerra ma anche su quella della gente, che spesso preferisce giudicare piuttosto che aiutare, che preferisce nascondersi e fare finta di niente, che preferisce l’invidia e il pettegolezzo alle azioni concrete. Che se la prende con le persone più indifese e non perdona mai.


TITOLO: Darusja la dolce
AUTORE: Marija Matios
TRADUTTORE: Francesca Fici
PAGINE:224
EDITORE: Keller editore
ANNO: 2015
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Darusja la dolce

lunedì 6 marzo 2017

OGNI VOLTA CHE MI BACI MUORE UN NAZISTA - Guido Catalano

Ci sono tantissimi validi motivi per tenere duro.
Per fare bene ciò che si è capaci.
Per resistere al brutto.
Per ingannare la morte.
Per smettere di piangersi addosso.
Per non porgere l'altra guancia.
Per ascoltare buona musica.
Per innamorarsi.


Non avevo mai letto nulla di Guido Catalano prima di questa sua ultima raccolta di poesie, Ogni volta che mi baci muore un nazista, da poco pubblicata da Rizzoli. Certo, lo conoscevo di fama e mi è capitato diverse volte di leggere alcuni stralci delle sue poesie e alcune riflessioni sulla sua pagina Facebook, ma senza che mi decidessi mai a procurarmi qualcosa di suo. 
Quest’ultima raccolta, però, vuoi per il titolo molto bello vuoi per i teneri disegni in copertina (soprattutto quello sulla quarta, in realtà), mi attirava molto. E quindi mi è sembrata un buon punto di partenza.

Ogni volta che mi baci muore un nazista si compone di 144 poesie bellissime. In realtà, come Catalano stesso rivela nella buffissima introduzione (che da sola vale tutto il libro, secondo me) sono di più e si dividono in alcune categorie ben precise: ci sono poesie per fare innamorare, ma anche Poesie di Fine Rapporto (le PFR) da leggere quando invece l’amore sta per finire (se non è già finito); ci sono dei ritratti di donne, quattordici, che potrebbero però essere una sola, e ci sono dei dialoghi di coppia. Ci sono gioia e amore, ma anche dolore e tristezza, dice lui, perché quando si è tristi a volte fa bene leggere cose tristi.
Ho iniziato a leggere questo libro con aspettative altissime, galvanizzata anche dalla buffissima introduzione di cui vi parlavo sopra, eppure, man mano che procedevo con la lettura un po’ di questo entusiasmo iniziale è scemato, lasciando spazio alla perplessità. Intendiamoci, alcune poesie sono davvero bellissime, tipo quella che ho citato all'inizio, o questa qui:
È che dicevi le cose giuste

quando avevo bisogno

di parole giuste

e quando sorridevi

mi scardinavi l'anima
o quello che ne resta
poi
dormirti addosso
succedevano alcune cose
alcune meraviglie
tipo
che la mattina
ritenevo plausibile
l'implausibile
tipo quelle robe da film
da romanzo
tipo l'amore
tipo far colazione assieme
tipo un mondo migliore.

Però, ecco, in alcuni casi mi sembrava che mancasse qualcosa. Non so se in me, da scarsa lettrice di poesie quale sono da sempre e quindi poco abituata a coglierne i sensi e la musicalità, o proprio nei testi di Catalano.

Il caso ha voluto che, proprio nei giorni in cui stavo leggendo Ogni volta che mi baci muore un nazista, alla libreria Namastè di Tortona fosse in programma un incontro con l’autore. In una libreria stracolma di persone (ma quanto è bello vedere le librerie indipendenti così affollate di persone per incontrare uno scrittore? Brave, bravissime Elisa e Francesca, le due libraie che sono riuscite a creare tutto questo!), ho capito dove stava il problema nella mia lettura.
Queste poesie, più che lette, vanno ascoltate. Solo così io sono riuscita a comprenderne appieno il senso, ma soprattutto a godere anche dello stile dell’autore. 


Durante l’incontro, Guido Catalano ha letto diversi componimenti di questa raccolta. Li ha letti nel modo in cui li ha scritti, permettendo a chi era presente di cogliere il senso di ogni pausa, di ogni a capo, di ogni ripetizione e di ogni emozione. E non per niente questo autore riempie i teatri con i suoi reading: parte della sua poesia, almeno per quanto mi riguarda, sta nell'interpretazione che lui ne dà. Al punto che, quando sono uscita dall'incontro, il primo pensiero è stato che questo libro dovrebbe avere in allegato l’audiolibro, per chi, come me, da solo non riesce a cogliere tutto.

Guido Catalano alla Libreria Namastè
In ogni caso, sono felice di aver letto Ogni volta che mi baci muore un nazista. Di essermi tolta la curiosità di leggere un libro di Guido Catalano (anche se mi sarebbe piaciuto ci fossero stati più disegnini all’interno!) e, soprattutto, di essere andata a sentirlo dal vivo.

Allora, lo consiglio? Sì, certo. Anche se l’aver potuto sentirlo dal vivo, come dicevo prima, ha contribuito un po’ a cambiare il mio giudizio. Nel caso aveste ancora qualche dubbio, comunque, lascio che a rispondere a questa domanda sia una sua poesia, la più bella in assoluto di tutta la raccolta:

Ci sono questo ragazzo
e questa ragazza
mi sono seduti davanti
qualcosa di più di vent'anni
l'uno accanto all'altra
il treno ci porta da sud a nord
e lei ha i capelli biondi, corti
e lui porta occhiali pesanti, scuri.
Leggono
ma non leggono due libri diversi, leggono lo stesso libro.
Il fatto però è che non sono due copie dello stesso libro.
I due ragazzi, seduti l'uno accanto all'altra leggono
da una sola copia
dello stesso libro.
È lei che lo tiene in mezzo
e gira le pagine
lentamente
e sono davvero sincronizzati bene
questi due ragazzi seduti davanti a me
in questo treno regionale lento
concentrati, silenziosi e sincronizzati
e molto vicini.
 
Ed io li guardo
non riesco a non guardarli
sono affascinato
da questo loro modo intimo di leggere
da questa lettura di coppia
che non mi sembra di aver mai visto
e faccio mente locale
e in effetti, nei locali della mia mente
non trovo nulla di simile
trovo sì due ragazzini che si dividono gli auricolari
trovo sì me stesso che guardo un film
accanto a una donna
sdraiati sul mio letto
come è difficile concentrarsi
senza toccarti
baciarti
farsi.
E a un certo punto lei fa per voltare pagina
e lui le sfiora la mano
è in ritardo di qualche riga
lei si ferma, sorride impercettibilmente
ma io quel sorriso lo percepisco.
Pochi istanti e
lui la sfiora di nuovo
ora può andare avanti
girare pagina.
 
E che bella cosa
che stanno facendo
questi due innamorati
perché io me li immagino innamorati
mi è impossibile pensare che non lo siano
lo sono.

Titolo: Ogni volta che mi baci muore un nazista
Autore: Guido Catalano
Pagine: 322
Editore: Rizzoli
Anno: 2017
Prezzo: 18 €
Acquista su Amazon:

martedì 28 febbraio 2017

MIA FIGLIA, DON CHISCIOTTE - Alessandro Garigliano

Concludevo pensando che se lei incarnava la mia don Chisciotte, se solo lei era capace di mostrarmi percorsi intrepidi - lanciandosi verso il mare senza braccioli, camminando sbilenca sul ciglio di strapiombi abissali, inventando parole - allora io dovevo continuare a essere il suo Sancio Panza: avevo il dovere di accompagnarla, contenerla ma soprattutto capirla, senza intaccare la sua libertà.

Tra tutti gli interrogativi, più o meno seri, che sorgono durante la lettura del Don Chisciotte di Cervantes, c’è sicuramente “ti senti più Don Chisciotte o Sancio Panza?”. Sei più idealista o più realista? Sei più incantato o disincantato? Preferisci sconfiggere draghi e salvare fanciulle in pericolo o possedere un castello, o magari un’isola? Per quanto mi riguarda, non sono mai arrivata a una risposta soddisfacente. Credo che ognuno di noi sia un po’ Sancio Panza e un po’ Don Chisciotte. Che ognuno di noi abbia almeno una volta nella vita attaccato un drago, per poi finire a gambe all'aria contro un mulino a vento. Che ognuno di noi si sia sentito un po’ troppo realista, a volte, e abbia fatto da contrappasso a qualcuno che invece vive di immaginazione.

Questa dicotomia tra Don Chisciotte e Sancio Panza è al centro di Mia figlia, Don Chisciotte di Alessandro Garigliano, appena pubblicato da NN editore. Ad attrarmi fin da subito sono stati il titolo e l’argomento (non so tutto sul Don Chisciotte, ahimè, ma è uno di quei libri che da quando l’ho letto ha in qualche modo condizionato la mia vita), poi ho visto la copertina e ho dovuto leggerlo non appena mi è capitato tra le mani.

Alessandro Garigliano è uno studioso e appassionato di Don Chisciotte che, in questo libro, relaziona alla sua vita e, soprattutto, al rapporto con sua figlia di tre anni. Lei è Don Chisciotte. Uno spirito libero, che vive di fantasia e che non ha paura di nulla, che adora andare in giro vestita da principeffa e ascoltare le storie che il padre le racconta. Lui è il suo Sancio, il suo protettore, che a volte cerca di tenerla con i piedi per terra, altre, semplicemente, la tiene d'occhio, permettendole di essere spensierata e di non preoccuparsi delle brutture del mondo, o anche solo della semplice realtà. Per farlo, per esempio, essendo disoccupato e non volendo che lei in qualche modo patisca questa condizione finge un lavoro di docente universitario e si mette, appunto, a studiare e analizzare l’opera di Cervantes, anche se, come dice lui stesso nel prologo: “Ma non sembro affatto un docente: sembro invasato”.
Il Don Chisciotte diventa l’espediente, ben presente nella narrazione, per raccontare il rapporto di un padre con la figlia. Con momenti commoventi, come quando Garigliano racconta della nascita della bimba o di quando la porta in giro sulla sua bruumante in cerca di uno zoo dalla porta rosa, che nessuno riesce a trovare, ma anche altri molti teneri e divertenti.

Non so, francamente, se per apprezzare questo libro si debba essere degli amanti dell’opera di Cervantes. I riferimenti sono tanti, spesso una vera e propria analisi critica, inframmezzata dai pensieri dell’autore. Sicuramente, anche chi non conosce le vicende del ingenioso hidalgo, riconoscerà che Mia figlia, Don Chisciotte è un inno d’amore per la letteratura, per quei libri che, inesorabilmente e in modo più o meno profondo, condizionano le nostre vite.

A me, che ho letto e amato il Don Chisciotte, questo libro è piaciuto tantissimo. Perché mi ha fatto ricordare alcuni passaggi dei due libri che avevo dimenticato (la storia del furto dell’asino di Sancio, per esempio) e, soprattutto, mi ha riempito di tenerezza e commozione per questo padre, questo Sancio Panza contemporaneo, che racconta e cerca di trasmettere questa passione a sua figlia Don Chisciotte, e per questa sua buffissima figlia che non aspetta altro che lasciarsi sommergere dalle storie del padre e rielaborarle con la sua fantasia. (E un pochino anche per la moglie, che a vederli insieme deve divertirsi tantissimo).

Ora però voglio anche io un vestito da principeffa.


Titolo: Mia figlia, don Chisciotte
Autore: Alessandro Garigliano
Pagine: 233
Editore: NNeditore
Anno: 2017
Prezzo: 16 €
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formato cartaceo:Mia figlia, Don Chisciotte