martedì 23 maggio 2017

SALONE OFF 2017, ovvero di quella volta in cui ho presentato Antonio Manzini

Sabato mattina ho presentato Antonio Manzini alla Biblioteca civica Movimente di Chivasso. Un evento del Salone Off, in cui sono stata coinvolta grazie a Diego Bionda, presidente dell’Associazione Novecento (che a Chivasso ogni anno organizza il festival I luoghi delle parole), che, in cerca di qualcuno per presentare l’incontro un po’ all'ultimo minuto, ha pensato a me.

Vi devo confessare che per i primi minuti i miei pensieri sono stati: “oddio”, “mi sta prendendo in giro, dai”, “oddio”, “ma sarò in grado?”, “oddio”, “non lo voglio fare”, “oddio”, “che figata!”. Perché sì, c’è un piccolo particolare che Diego non sapeva ma che voi che seguite il mio blog e la mia pagina con maggior frequenza sì: ovvero che io adoro Antonio Manzini.

Io che guardo Antonio Manzini con sguardo adorante (©Barbara)

Dal momento in cui ho detto “sì, lo faccio” a quando mi sono seduta su quella poltroncina verde con lui accanto, sabato mattina in biblioteca, ho alternato momenti molto zen ad altri di agitazione più totale. Mi rendo conto sia un po’ sciocco: c’è chi fa presentazioni tutti i giorni, gli scrittori sono persone normalissime e non c’è alcun motivo di agitarsi. Però, ecco, io sono fatta così. E anche se, perdonatemi il gioco di parole, sapevo di sapere su Antonio Manzini tutto quello di cui avevo bisogno per presentarlo (avendo letto praticamente tutti i suoi romanzi e avendo una cotta pazzesca per il suo vicequestore Rocco Schiavone), avevo comunque paura di impappinarmi, di fare la domanda sbagliata, di parlare al microfono facendolo fischiare… tutte cose così.
E invece, con una voce un po’ tremante per i primi minuti che poi man mano è diventata più salda, sono riuscita a farlo: ho presentato Antonio Manzini!

(©Barbara)
Come avevo già avuto modo di scoprire assistendo come pubblico a sue presentazioni, lui è una persona fenomenale. Gli basta un la e parte a raccontare e far pendere dalle sue labbra chiunque lo ascolti.
La presentazione si è incentrata più che altro sul personaggio di Rocco Schiavone, sulla sua nascita, la sua evoluzione e il suo futuro, ma anche la sua trasposizione televisiva (con un Marco Giallini che lo stesso Manzini ha definito fenomenale). C’è stato poi spazio per domande su altri libri, soprattutto su Orfani Bianchi, pubblicato non da Sellerio come tutta la serie di Rocco Schiavone, ma da Chiarelettere. E quando si parlava di questo libro, l'autore si è un po' intristito, quasi incupito, lasciando intendere già solo a vederlo quanto caro gli sia il tema e quanto importante sia stato per lui scriverlo.
Poi però si è riso anche tanto, tantissimo. Quando si parlava di Rocco Schiavone e dei suoi personaggi di contorno, ma anche nelle frecciatine che lo scrittore ha fatto verso certe situazioni politiche italiane attuali o, semplicemente, quando ha raccontato qualche aneddoto nato da una domanda.

Questa foto, nonostante io abbia la bocca aperta, rispecchia perfettamente lo spirito della presentazione. E la trovo stupenda. (©Barbara)

L'incontro è durato quasi un’ora e mezza, tra le mie domande e quelle, tantissime, del pubblico, numeroso anche se era sabato mattina e non c’è stato molto tempo di pubblicizzare l’evento. Ed è davvero bello vedere un pubblico così partecipe e così interessato… non tutti gli scrittori riescono a far sentire così a loro agio le persone che sono lì per ascoltare, ulteriore dimostrazione di che persona splendida, almeno in queste occasioni, sia Antonio Manzini.

Il pubblico in biblioteca (© Diego Bionda)

Sono contenta, davvero. Di non aver ceduto al panico e aver detto “sì, lo faccio” nonostante l’ansia. Sono contenta di come è andata e di aver parlato così da vicino con uno dei miei scrittori preferiti, autore di uno dei personaggi letterari di cui sono più innamorata.
Concludo ringraziando ancora una volta Diego e l'Associazione Novecento, la Biblioteca di Chivasso e il Salone OFF, che mi hanno permesso di essere lì. Ma anche tutti coloro che hanno partecipato, la mia amica Barbara per le foto e il sostegno morale, e tutti coloro che poi mi hanno scritto o mi hanno chiesto come è andata subito dopo e nei giorni successivi.
E ora, devo ammettere, non vedo l'ora di rifarlo.

©I Luoghi delle Parole

PS: che faccio? Ve lo dico che a luglio esce il romanzo nuovo con protagonista Rocco Schiavone? Ma sì dai, ve lo dico!

giovedì 18 maggio 2017

JESSE - Marianne Leone

Jesse era affetto da una grave forma di paralisi cerebrale e non riusciva a parlare. Era anche un ottimo studente, iscritto al secondo anno di un liceo pubblico. Scriveva poesie sul suo computer, superava brillantemente tutti i compiti di latino, faceva windsurf d'estate.
Che molti vedessero soltanto la sua disabilità aggiungeva un'altra dimensione al dolore, una patina surreale alla solitudine che mi attendeva. Erano gli stessi che pensavano "È stato meglio così". Oppure: "Ora è libero, e lo sei anche tu". Ma io sarei stata disposta a sostenere il suo corpo minuto fino a non poterne più, e poi ancora, nella debolezza della vecchiaia.


Jesse è nato il 15 ottobre del 1987, con dieci settimane d’anticipo e un peso alla nascita di un chilo e seicento grammi. Al terzo giorno di vita, una grave emorragia gli lascerà una paralisi cerebrale che segnerà il corso della sua vita: Jesse è tetraplegico, non può parlare e soffre di continue crisi epilettiche. Ma è vivo e ha un’intelligenza fuori dalla norma, che si scontra con una società che a volte sembra incapace di comprenderlo e accettarlo.
A combattere per lui ci sono il padre, l’attore Chris Cooper, e soprattutto la madre, Marianne Leone, oltre a una serie di aiutanti, infermiere, medici e terapisti che invece della sua intelligenza si sono accorti eccome e fanno di tutto per rendere la sua vita il più possibile simile a quella di tutti gli altri.
La mattina del 3 gennaio 2005, nell’anno dei suoi diciotto anni, però Jesse non si sveglia, lasciando in chi l’ha conosciuto e in chi per tutti quegli anni ha lottato per lui un senso di vuoto enorme, ma al tempo stesso la voglia di raccontare la sua storia, perché possa essere di aiuto agli altri e per non dimenticare mai.

Ed è quello che fa Marianne Leone in questo memoir, Jesse appunto, pubblicato in Italia da Nutrimenti con la traduzione di Letizia Sacchini.

Vi devo confessare che prima di iniziare la lettura di questo libro ero un po’ preoccupata. Preoccupata di stare male, di soffrire troppo, ma soprattutto di trovare una storia che sarebbe caduta, pur giustificatamente, nel sentimentalismo e nel dolore. 
E invece ho trovato molto, molto di più. Ho trovato la lotta di una madre e di un padre per il bene del proprio figlio: lotte mediche, per cercare di capire che cosa sia successo e quanto speranze di miglioramento ci potessero essere; lotte scolastiche, in un continuo scontro con un sistema che spesso parla di integrazione solo di facciata ma che poi considera il garantire diritti solo un peso; lotte per la felicità, per vivere, nonostante tutto, una vita normale: Jesse nuota, fa windsurf, va a cavallo, scrive poesie, fa dolcetto e scherzetto la notte di Halloween e piange, ride, si arrabbia esattamente come tutti gli altri bambini e gli altri ragazzi. 

Al termine della sua prima settimana d’assenza, Adam ha chiamato a casa. “Perché Jesse non viene più a scuola?”
Ho cercato di spiegarglielo nella maniera più comprensibile per un bambino di sette anni.
“Ti ricordi quando hai imparato che un tempo ai bambini di colore non era permesso di andare a scuola? Be’, oggi ci sono persone che vorrebbero fare la stessa cosa con i bambini in carrozzina”.
Adam era indignato.
"Ma… la carrozzina è solo fuori!”.

La storia di Jesse è una storia dolce e struggente, raccontata però con uno stile che va oltre il semplice racconto di una madre che ha perso un figlio e che mostra una forza narrativa notevole, sia nel raccontare le peripezie di Jesse sia nella descrizione del vuoto del presente.

Ed è anche una di quelle storie che vanno raccontate, per mitigare un po’ quell'idea che la vita delle persone disabili sia solo ed esclusivamente una vita vuota e triste (un'idea che mi ha sempre fatto arrabbiare, perché io di quei pochi anni vissuti accanto a mio padre in sedia a rotelle ricordo soprattutto i momenti divertenti, le cose sceme che ci siamo inventati per far fronte a una situazione difficile e dolorosa per renderla più sopportabile e in qualche modo normale).
Molto spesso la tristezza e la rabbia prendono il sopravvento, certo, e ancora di più se, oltre ai problemi di salute, bisogna fare i conti con una burocrazia folle o con alcuni personaggi del mondo esterno completamente incapaci di accettare e gestire queste disabilità, come succede a Jesse a scuola.
Ma è anche una vita ricca, una vita piena di piccole grandi conquiste, di momenti bellissimi, di risate, di incontri con persone eccezionali che rendono quei “be’, almeno ha smesso di soffrire”, che spesso si sentono dire quando vite come quella di Jesse finiscono, privi di qualsiasi significato.

Jesse è un libro triste per il suo doloroso epilogo, ma anche un libro pieno di vita, di allegria, di gioia e d'amore. Tutto quello che Jesse ha donato e ha ricevuto nel corso della sua vita e che ora sua madre dona a chi legge la sua storia.
E io, fossi in voi, lo farei.


TITOLO: Jesse
AUTORE: Marianne Leone
TRADUTTORE: Letizia Sacchini
PAGINE: 255
EDITORE: Nutrimenti
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Jesse

martedì 16 maggio 2017

SalTo 2017: piccolo aggiornamento

Ovvero, di quella volta in cui alla lettrice rampante venne proposto di presentare Antonio Manzini e lei, ovviamente, disse sì. 


Devo aggiungere altro? 

(Comunque a parte il sabato mattina, per sopraggiunti impegni abbastanza fighi e abbastanza ansiogeni, per la mia presenza al Salone rimangono validi i giorni e le date che ho indicato nel post di ieri... quindi venerdì nel tardo pomeriggio, sabato pomeriggio e tutta domenica. Così come rimane valido l'invito a vederci se ci siete!)

lunedì 15 maggio 2017

SalTo 2017: chi, cosa, quando, dove e perché.

Dunque ci siamo. Dopo la frattura con l’AIE, le polemiche, le prese di posizione più o meno nette degli editori e degli operatori culturali, ma anche i grandi annunci di novità e miglioramenti, questo giovedì, 18 maggio, prende finalmente il via la XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, che occuperà gli spazi espositivi del Lingotto fino a lunedì 22 e avrà come tema conduttore "Oltre il confine".

La bellissima locandina disegnata da Gipi.

Quest’anno, il Salone dovrà fare i conti con l’assenza degli stand grandi editori (il gruppo Mondadori, e il gruppo GemS non ci saranno… Einaudi sì, non come editore ma come Punto Einaudi), ma ha dalla sua l’enorme entusiasmo degli editori medio-piccoli, di più di 900 espositori e dell’incredibile lavoro sul programma svolto dal direttore Nicola Lagioia e dalla sua squadra.

Ammetto che sono molto curiosa di vedere questa “rinascita”. Voglio bene al Salone del libro e da una decina di anni a questa parte un salto ce l’ho sempre fatto, anche se nelle ultime edizioni aveva smesso un po’ di brillare ed era abbastanza evidente che avrebbe avuto davvero bisogno di una rinfrescata. Le premesse per quest’anno sono buone e io non vedo l’ora di andarci.

I giorni che ho scelto sono il sabato, come ogni anno, e poi, incredibilmente, la domenica. Un po’ esigenze logistiche, un po’ per fare gli stessi due giorni di Tempo di libri e vedere un po’ le differenze. In più farò una capatina rapidissima anche il venerdì, nel tardo pomeriggio.
Questi sono gli eventi a cui intendo partecipare. Quest’anno, per la prima volta, ho cercato di evitare le sovrapposizioni e di scegliere prima dove andare, perché ahimè le pillole di ubiquità ancora non esistono. 
(Restano fuori, invece, gli incontri del Salone Off, perché è davvero impossibile spostarsi da dentro al Salone ai quartieri di Torino, se poi si deve rientrare).

VENERDÌ 19

h 17. TRA PARADOSSO E NOIR: RACCONTARE LA REALTÀ. Incontro con Antonio Manzini (Sala Rossa)
h 18.30 DAL REGNO UNITO A HOLLYWOOD, RACCONTARE CON LEGGEREZZA. Incontro con John Niven (Sala Azzurra)

SABATO 20

h 11 Daria Bignardi dialoga con MIRIAM TOEWS . (Sala Azzurra)
h 14.30 Il più grande scrittore americano secondo me: PHILIPH ROTH secondo Francesco Piccolo incontra DAVID FOSTER WALLACE secondo Sandro Veronesi  (Sala 500)
h 15.30 L’AMERICA IN GUERRA. Incontro con Brian Turner (Sala Blu)
h17 Omaggio a Kent Haruf. Licia Maglietta legge Le nostre anime di notte (Sala 500)

DOMENICA 21

h 11 I confini dell’Hard Boiled. Sesso, crimini e violenza nella letteratura e nel cinema degli Stati Uniti (Sala 500)
h 12.30 Raccontare oggi il sesso di domani. Concita De Gregorio dialoga con Emily Witt  (Sala Azzurra)
h 13.30 Recensire libri, raccontare il mondo. L’arte di saper scegliere, l’arte di sapere raccontare le scelte. L’inserto culturale de La Stampa e le sue firme. (Spazio incontri)
h 14.30 Sonia Bergamasco legge “Il Posto” di Annie Ernaux – SALA 500
h 17 Cees Noteboom in dialogo con Ernesto Ferrero (Sala Azzurra)


Gli incontri che ho selezionato sono questi. Mi mangio un po' le mani per non poterci essere il giovedì, per incontrare Camilo Sánchez, l'autore di La vedova Van Gogh, e di non arrivare in tempo il venerdì per assistere a uno degli incontri con Pennac. Ma vabbè.

Non è detto, comunque, che parteciperò a tutti gli incontri che ho segnato. Perché una delle cose belle del Salone e delle fiere del libro in generale è proprio il perdersi tra i libri (ho una lista mentale di cosa vorrei comprare, ma ci devo ancora riflettere su) e tra le persone. E spero davvero di incontrarne tante.
Io avrò la mia solita borsa rampante ed è molto probabile che mi troverete spesso allo stand di NN o ovunque ci siano pupazzi giganti e cose buffe.
Che fate, venite?

venerdì 12 maggio 2017

LA FINE DEI VANDALISMI - Tom Drury

«Dammi la mano» le disse. Lei gliela diede. Le dita di Louise erano forti e calde. «Grazie» disse lui. Rimasero così, con le mani appoggiate sul tavolo.
«Non c'è di che» disse lei.

Immaginate di esservi trasferiti da poco in una cittadina. Non un paese minuscolo, ma della dimensione giusta perché tutti si conoscano tra loro e tutti sappiano, o pensino di sapere, qualcosa di tutti. 
Voi vivete lì da poco e avete appena iniziato ad avventurarvi all'esterno. Magari siete andati a comprare il pane nel negozietto vicino a casa, oppure avete già fatto la vostra prima fila in posta (non importa quanto piccolo sia il paese in cui vivete, la fila in posta la troverete sempre) o, un po’ intimiditi, avete preso parte al vostro primo consiglio comunale. Così, giusto per farvi un’idea di dove siete finiti.
Avete già iniziato a vedere gli altri e gli altri a vedere e farsi domande su di voi, ma non vi siete ancora del tutto integrati. Vi è capitato di sentire conversazioni di cui non siete sicuri di aver capito il senso, perché vi manca un contesto, o aver ascoltato riferimenti a persone che non avete idea di chi siano e, forse, mai l’avrete.
Ma una conversazione origliata qua e una conversazione origliata là, una chiacchierata oggi e una chiacchierata domani e a poco a poco anche voi inizierete a sentirvi parte di quel luogo, conoscendone le persone, magari anche solo di fama; cogliendo le caratteristiche degli abitanti, i conflitti, le simpatie, i pettegolezzi. Arrivando così, in un modo o nell'altro, a conoscere la vita di tutti, a farne parte e, soprattutto, a non volervene più andare.

Leggere le prime pagine di La fine dei vandalismi di Tom Drury, primo volume di una nuova trilogia pubblicata da NN editore con la traduzione di Gianni Pannofino ambientata a Grouse County, è un po’ come uscire di casa per la prima volta dopo che ci si è trasferiti in un posto nuovo e incontrare persone, magari mentre si è in coda a donare il sangue o si sta aspettando il proprio turno per ordinare un hamburger, che parlano tra di loro di cose che non capisci, o che capisci ma ti sembrano assurde e che, soprattutto, nella maggior parte dei casi non avranno un seguito.
 Poi man mano che si procede con la lettura, questi dialoghi a volte un po’ strampalati acquisiscono un senso che riesci a comprendere anche tu e di cui inizi a fare parte. E soprattutto, tutte insieme, queste conversazioni formano una piccola grande storia.

Come quella di Dan e Louise, sceriffo della contea lui e assistente fotografa lei, e della loro storia d’amore.  Sono loro il fulcro attorno a cui ruotano tutto il libro e tutti gli altri personaggi (sessantotto in tutto, tra fugaci apparizioni e ruoli un po’ più incisivi, come lo stesso Drury riepiloga alla fine del romanzo). Una storia d’amore senza troppo clamore, nata dalle ceneri del matrimonio di Louise con Tiny, e che vive senza altrettanto clamore tutte le piccole gioie ma anche le insicurezze e, purtroppo, a volte, le grandi tragedie che caratterizzano l’amore tra due persone.
«Cos’è che stavi scrivendo?» disse Dan mentre uscivano, e lei gli porse un foglietto su cui aveva scritto, quattro volte: dimostrami amore.
«Lo farò» disse lui.
Attorno a loro si sviluppano tante altre storie, più o meno grandi. C’è quella di Tiny, l’ex marito di Louise, che fatica ad accettare la fine del matrimonio, un po’ per orgoglio un po’ per amore, e che inizia a spostarsi, da una cittadina all’altra, da un lavoro strambo all’altro, fino a tornare a Grouse County. C’è quella di Quinn, il neonato trovato da Dan abbandonato in un carrello del supermercato e attorno a cui tutto il paese si stringe. C’è quella di Albert e del suo amore contrastato per Lu Chiang, la studentessa di Taiwan giunta a Grouse County con un programma di studi e ritrovatasi a badare ai polli. C’è quella di Carol e Kenneth Kennedy e dei pesci dello stagno del loro villaggio vacanze. Quella del fotografo Kleeborg, della spogliarellista Marnie e ancora tante, tante piccole altre storie.

Eppure, dopo un momento di smarrimento iniziale, tutte queste storie che si sfiorano e si intrecciano tra loro non generano confusione, ma servono a descrivere forse l’unico vero grande protagonista che nell’elenco dei sessantotto finali non è riportato: Grouse County stessa.

Ho amato moltissimo La fine dei vandalismi. Ho amato la dolcezza e la delicatezza della storia d’amore tra Dan e Louise, certo, che non si perde in troppe sdolcinatezze e smancerie ma è ricca di tanti piccoli gesti che la rendono indimenticabile. Ma ho amato praticamente anche tutti gli altri personaggi, persino quelli all'apparenza più antipatici (per esempio Tiny), e tutti i dialoghi e le situazioni buffe, strampalate e divertenti che si susseguono sulle pagine.
E ho amato, tantissimo, lo stile di Tom Drury. La scelta delle storie da raccontare e dei dettagli da descrivere e la semplicità con cui li ha descritti. Il suo soffermarsi su cose all'apparenza sceme e inutili, che però, messe tutte insieme, alla fine non lo sono, e il suo mettere in bocca a personaggi grandi verità in modo quasi inaspettato. Come quando un amore finisce e uno chiede all’altro:
«Louise?».
«Sì. Che cosa c'è?».
«Non dimenticarti delle cose belle».

Leggere La fine dei vandalismi, anche le pagine più tristi (e ce ne sono, e anche queste sono descritte con una delicatezza che non avevo mai trovato in altri libri), è stato in qualche modo rassicurante. Lo è stato passeggiare per le vie di Grouse County e prendere parte a dialoghi su erba cattiva che non fa bene ai cavalli, ma anche assistere a una riunione del consiglio, preparare le lasagne insieme a Helena Plum, fare il tifo per le elezioni del nuovo sceriffo o chiedersi come sia possibile che dei pesci abbiano scacciato altri pesci e non si riesca più a farli tornare.

Ho letto il libro con un sorriso e l'ho chiuso con un po' di tristezza. Come quella tristezza che provi quando sei arrivato in un posto in cui stai bene, in cui ti sei ambientato, che senti come casa e che devi abbandonare.
Per fortuna a Grouse County Tom Drury ha dedicato una trilogia, perché io non vedo proprio l'ora di tornarci.


TITOLO: La fine dei vandalismi
AUTORE: Tom Drury
TRADUTTORE: Gianni Pannofino
PAGINE: 240
EDITORE: NN editore
ANNO: 2017
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formato cartaceo: La fine dei vandalismi
formato ebook: La fine dei vandalismi

lunedì 8 maggio 2017

DI ME ORMAI NEANCHE TI RICORDI - Luiz Ruffato

Stavolta sono stato più in giro per la città, ho visto qualche amico, ne ho incontrati altri che stanno lavorando anche loro a San Paolo e la sensazione che mi resta è che non tornerò mai più. Questo è molto triste, perché qui non è casa mia. Ma oramai sento che anche lì non è più casa mia. Ossia, da nessuna parte è casa mia. È questo che fa male dentro.

Alla morte della madre, facendo ordine tra i suoi beni per dare il più possibile in beneficenza, Luiz Ruffato trova un pacco di lettere: sono quelle che suo fratello Célio spedì alla donna durante i sette anni che trascorse a San Paolo. Si era trasferito in città dal paese, per andare a lavorare in fabbrica e per cercare fortuna, come in molti facevano all'epoca, sapendo benissimo che difficilmente sarebbero tornati.
Il destino di Célio, però, fu ancora più tragico: morì in un incidente d’auto, proprio mentre stava andando a trovare i genitori.
Una perdita terribile, da cui nessuno è mai riuscito a riprendersi. Un dolore enorme, che la madre conserva fino alla fine, in quelle lettere che Luiz ritrova e che, subito, non ha il coraggio di leggere. Troppa sofferenza, ma anche troppa gelosia nei confronti del fratello che non ha fatto in tempo a conoscere e la cui assenza ha influito sulla sua vita e sul rapporto con sua madre ancor più di quanto avrebbe fatto la sua presenza.
Finché un giorno, finalmente, si decide, scioglie la cordicella che tiene uniti quegli scritti e, attraverso quelle cinquanta lettere, fa un tuffo nel passato: quello della sua famiglia, ma anche quello di tutto il paese.

Di me ormai neanche ti ricordi, pubblicato da laNuovafrontiera con la traduzione di Gian Luigi De Rosa, è la raccolta di quelle lettere. Un romanzo epistolare, accompagnato da un’introduzione che spiega che cosa sono questi scritti e perché finalmente sono tornati alla luce, che si compone di una voce sola. Le risposte che Célio riceve dalla madre, infatti, non ci sono, ma si riescono a intuire, così come si intuisce quanto gli manchino il suo paese e la sua famiglia, ma, al tempo stesso, quanto impossibile gli sia tornare.

A San Paolo Célio lavora in fabbrica, stringe amicizie, trova l’amore e poi lo perde, va a vedere le partite di calcio e pensa al futuro, senza mai dimenticarsi quello che ha lasciato. Da lontano, si preoccupa per la salute del padre, per i suoi fratelli e per tutto quello che è rimasto a casa. Poi si avvicina alle lotte sindacali e coglie i primi segni di una dittatura militare sempre più opprimente. 
C’è tutto il Brasile degli anni ’70 nelle sue parole, di cui fornisce un ritratto quasi inconsapevole raccontando semplicemente la sua quotidianità.

Di me ormai neanche ti ricordi è un libro malinconico: non solo per il suo finale tragico, ma per tutto il senso di tristezza e solitudine che traspare dalle lettere di Célio e per quello che invade Luiz Ruffato stesso, che sente i ricordi farsi sempre più sbiaditi ma che non vuole cedere al passare inesorabile del tempo.
Non ricordo volti, vestiti, situazioni, nulla, ricordo solo voci che riecheggiano sospese in un universo  senza orologi e senza età. Nella fotografia in cui siamo insieme, però, il tempo è presente: i tuoi occhi guardano il fotografo e quel che vediamo è l’immagine di qualcuno che sembrava sapere che non sarebbe cambiato mai.
E questo libro altro non è che uno strumento, struggente e bellissimo, per non dimenticare.

TITOLO: Di me ormai neanche ti ricordi
AUTORE: Luiz Ruffato
TRADUTTORE: Gian Luigi De Rosa
PAGINE: 136
EDITORE: laNuovafrontiera
ANNO: 2014
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Di me ormai neanche ti ricordi

mercoledì 3 maggio 2017

DIECIMILA. Autobiografia di un libro - Andrea Kerbaker

Il 5 aprile ha fatto il suo ingresso nella mia collezione il volume numero 10.000. Nell'occasione, uno di loro ha chiesto la parola; voleva rievocare la sua ultima sosta in una libreria. Questa è la storia che ha raccontato.

Quando mi viene chiesto come mai i libri mi piacciano così tanto, una delle risposte che mi ritrovo a dare più di frequente è “per le storie che raccontano”.
Non solo quella o quelle che contengono, ma anche tutte quelle che fanno da contorno. La storia dell’autore che l’ha scritto, per esempio. La storia della sua pubblicazione, di chi ci ha lavorato oltre all’autore, di chi con il furgone l’ha portato in libreria, del libraio che l’ha messo sui suoi scaffali e poi, ovviamente, quella di ogni singolo lettore che lo legge.
Tutte queste storie, tutte queste vite gravitano attorno a ogni singolo libro che esce in commercio. A volte in modo più profondo e marcato, altre solo in un fugace passaggio.

Questo processo si amplifica con i libri usati. Un libro usato racconta la storia che contiene ma anche quella di tutte le mani che lo hanno sfiorato nel corso, a volte, di tanti, tantissimi anni. Ed è proprio partendo da questa idea che Andrea Kerbaker, uno dei più grandi bibliofili italiani, ha scritto Diecimila. Autobiografia di un libro, da poco ripubblicato da Interlinea edizioni.

Con l’ingresso nella sua collezione del volume numero 10.000, Andrea Kerbaker ha voluto dare voce a uno dei suoi libri, perché raccontasse la sua storia, prima di approdare nei suoi scaffali.
E così, questo libro di cui non si dice mai il titolo racconta della sua ultima esperienza nella libreria antiquaria che temeva sarebbe stata la sua ultima spiaggia. La libraia che l’ha acquistato, infatti, ha dato a lui e ad altri suoi compagni di scaffale un ultimatum di un mese, scaduto il quale sarebbero stati destinati al macero. Il libro è un po’ preoccupato, ma cerca di non darlo troppo a vedere, mettendosi a raccontare la storia dei suoi proprietari passati per attirarne uno nuovo. Sarebbe il suo Numero Quattro e vorrebbe tanto che fosse una donna. Perché, dopo l’emozione di essere sfogliato dalla moglie del suo Numero Uno, le sue pagine non sono mai più state accarezzate da una mano femminile. 

Attraverso il suo racconto, che abbraccia quasi un secolo, di cui è spettatore delle evoluzioni culturali e sociali tramite tre tipologie di proprietari e lettori diversi, scopriamo quali sono le emozioni che i libri provano: soffrono, per esempio, se le loro sovracoperte vengono danneggiate o scompaiono nel tempo (e ancora di più se succede qualcosa alle loro pagine!):

La mia sovracoperta era a brandelli, da medicare con nastro adesivo. Ci deve aver pensato, probabilmente: ho visto che la considerava con un certo riguardo. Dieci secondi, forse; poi ha scosso la testa con un sospiro e l’ha buttata nel cestino di vimini. So che è la fine che attende quasi tutte; per la mia era troppo presto, e in ogni caso è stata una fitta lacerante. Nessuno mi ha mai strappato una pagina, per fortuna; suppongo si provi un dolore analogo: una puntura forte che non lascia intatta neppure una fibra della carta. Di colpo mi sono sentito anziano e infinitamente meno attraente; una sensazione che non mi ha mai abbandonato.

Scopriamo che i libri, quando sono sulle mensole delle librerie, tra di loro si parlano, si raccontano le proprie storie e cercano un po’ di consolarsi quando le cose non vanno tanto bene. E tutti hanno paura di quel triste destino che è l’essere dimenticati. O peggio, trasformati in una scatola da imballaggio.
Dopo, riciclo. Per divenire, magari, cartone da imballaggio, con l’immagine del bicchiere e le scritte This side up; oppure una scatola di aspirina; o di dentifricio. Forse questo è il destino peggiore: trasformato in un parallelepipedo leggero e sostanzialmente inutile, affollato di indicazioni paramediche che nessuno legge mai, neppure per errore. Comprato in un supermercato e sbattuto in un carrello tra formaggio e insalata; appena a casa, gettato in un cestino insieme ai fazzoletti sporchi. Il sacco nero della spazzatura; l’inceneritore o la discarica. Capolinea. Voi non ci crederete, ma qui giace un romanzo a suo tempo di una certa fama.

Per fortuna esiste chi riconosce il valore di certi libri e, proprio come Andrea Kerbaker, li salva.

Diecimila. Autobiografia di un libro è una piccola perla, che ogni amante dei libri (soprattutto di quelli usati, ma anche di quelli nuovi) dovrebbe leggere e conservare nella sua libreria. 
A me ha fatto molto sorridere, anche perché io da sempre immagino i miei libri che parlano tra di loro quando io non li vedo e che magari mi maledicono per averli messi vicino a qualcuno con cui non vanno d’accordo. E leggere il racconto in prima persona di questo libro mi ha anche un pochino commossa: perché lui, alla fine, è stato salvato (il libro protagonista, ma anche Diecimila stesso, pubblicato nel corso degli anni da tre editori diversi: All'insegna del Pesce d'oro di Vanni Scheiwiller, Frassinelli e ora da Interlinea) ma molti altri di altrettanto valore invece no: giacciono dimenticati da qualche parte o sono stati trasformarti in scatola di dentifricio.

E adesso sicuramente farò ancor più attenzione alle sovracoperte e, soprattutto, a tutti i sentimenti che i miei libri possono provare.


TITOLO: Diecimila. Autobiografia di un libro
AUTORE: Andrea Kerbaker
PAGINE: 76
EDITORE: Interlinea edizioni
ANNO: 2017
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