giovedì 7 dicembre 2017

VESTIVAMO DA SUPERMAN - Bill Bryson

Non so come ci fossero riusciti, ma i responsabili degli anni Cinquanta avevano creato un mondo in cui ti faceva bene quasi tutto.  Gli aperitivi? Più ne bevevi meglio era! Il fumo? Ma certo! A giudicare dalle pubblicità, le sigarette ti facevano sentire addirittura meglio: calmavano i nervi tesi e rinvigorivano la mente stanca. «Proprio quelle che ha prescritto il dottore!» recitavano le pubblicità delle sigarette L&M anche sulle pagine del «Journal of the American Association», dove sarebbero state accettate fino agli anni Sessanta. I raggi X erano così benigni che i negozi di scarpe avevano installato macchine speciali che li usavano per prenderti le misure, spedendo raggi penetranti che ti entravano dalla pianta dei piedi e ti uscivano dalla testa.


“Nel dubbio, Bill Bryson”.
Potrebbe diventare il mio motto di vita, questo. O almeno di vita da lettrice, perché ho scoperto che non c’è nessuno scrittore che riesca a sbloccarmi nei momenti di crisi da “non ho voglia di leggere” come ci riesce lui.
È la seconda volta che mi succede, quest’anno, di non riuscire a trovare il libro giusto. Di aprire e chiudere dopo poche righe un romanzo perché “no, non mi va”, per poi farmi prendere dallo sconforto.  La prima crisi, avvenuta quest’estate, l’avevo superata con Una città o l’altra, libro in cui il buon vecchio Bill racconta dei suoi viaggi in Europa e che mi aveva divertito molto.
Ai primi accenni di seconda crisi, quindi, sapevo già come avrei potuto superarla: facendomi accompagnare da qualche parte da Bill Bryson.

Questa volta è stato un viaggio nel tempo, negli anni della sua infanzia, l’America degli anni ’50. In Vestivamo da superman, tradotto da Stefano Bortolussi e edito da Guanda editore, lo scrittore americano, infatti, ci racconta di come è stato nascere e crescere negli Stati Uniti del boom economico del secondo dopoguerra.

Crescere era facile. Non richiedeva alcun pensiero o sforzo da parte mia. Sarebbe accaduto comunque… Eppure quello è stato di gran lunga il periodo più spaventoso, emozionante, interessante, istruttivo, sbalorditivo, libidinoso, entusiasta, problematico, spensierato, confuso, sereno e snervante della mia vita. E guarda caso, lo è stato anche per l’America.

Nato nel 1951, Bill ha trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza a Des Moines, la capitale dello stato dell’Iowa, persa nelle grandi pianure del Midwest. Una città tranquilla, da cui l’autore osserva e vive sulla propria pelle l’evoluzione dell’America, senza mai dimenticarsi, però, di essere un bambino. E quindi racconta degli esperimenti nucleari degli anni ’50, ma anche dei giochi per strada (a volte si veniva cacciati di casa al mattino e non si veniva riammessi fino a sera) con un milione di altri bambini e dell'arrivo della televisione; del fumo e del fatto che niente sembrava facesse male alla salute in quegli anni, ma anche dei dispetti ai negozianti e ai parenti; delle questioni razziali, ancora ben presenti in alcune parti degli Stati Uniti, ma anche di come lui e gli altri bambini  e adolescenti non vedessero alcuna differenza, se non quelle sportive.

Fortunatamente eravamo indistruttibili. Non si vedeva la necessità di cinture di sicurezza, di airbag, di dispositivi antifumo, di acqua in bottiglia o di manovre di Heimlich. I medicinali non dovevano avere chiusure di sicurezza per i bambini. Non avevamo bisogno di casco quando andavamo in moto o di ginocchiere e gomitiere quando pattinavamo. Sapevamo senza che ci fosse bisogno di scriverlo che la candeggina non era una bevanda rinfrescante e che la benzina, se accostata a un fiammifero, tendeva a prendere fuoco. Non dovevamo preoccuparci di quello che mangiavamo perché quasi tutti i cibi ci facevano bene: lo zucchero ci riempiva di energia, la carne rossa ci rendeva forti, il gelato ci dava ossa sane, il caffè ci teneva svegli, ronzanti e produttivi.

Il tutto, ovviamente, sempre con lo stile ironico, scanzonato, ma anche molto intelligente, che caratterizza tutte le opere di Bill Bryson (e di cui qui potete vedere un assaggio a inizio di ogni capitolo, nei buffi ritagli di giornale che l’autore ha scelto di inserire per introdurre l’argomento di cui sta per parlare).

Sprinfield, Illinois (AP) - Ieri il Senato dell'Illinois ha sciolto la Commissione efficienza ed economica «per motivi di efficienza ed economia».
Des Moines Tribune, 6 febbraio 1955

Quello che ne viene fuori è un ritratto fedele dell’America del periodo e di quello che gli anni ’50 e ’60 hanno rappresentato per il sogno americano. Ma è anche il ritratto di un bambino che adora mangiare schifezze e ha paura del dentista, che vorrebbe andare a Disney World e che sogna di riuscire finalmente a vedere una donna nuda.

Vestivamo da superman è un libro che tutti gli amanti degli Stati Uniti e della letteratura americana dovrebbero leggere, perché descrive benissimo il contesto di quegli anni e tutte le sue contraddizioni. Ed è un libro che, se state vivendo un blocco di lettura, dovreste procurarvi e lasciare che Bill, con i suoi superpoteri da Ragazzo Folgore, vi aiuti a superarlo.


TITOLO: Vestivamo da superman
AUTORE: Bill Bryson
TRADUTTORE: Stefano Bortolussi
PAGINE:315
EDITORE: Guanda /TEA
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo:Vestivamo da Superman
formato ebook: Vestivamo da superman

venerdì 1 dicembre 2017

COSTELLAZIONI. Le stelle che disegnano il cielo - Lara Albanese e Desideria Guicciardini

Secondo i Greci l'orsa del cielo era una bellissima ninfa chiamata Callisto, che viveva sulla Terra. Tutti gli uomini e anche Zeus, il re degli dei dell'Olimpo, si innamorarono perdutamente di lei e questo le creò innumerevoli guai, tra cui l'invidia di molte donne. Fra queste c'era anche una dea, la bella Era, moglie di Zeus, che davvero non ne poteva più dei tradimenti del marito. Per mettere in salvo l'amata Callisto, a Zeus non restò che trasformarla in una bellissima orsa. E poiché Zeus temeva che anche in quelle nuove sembianze qualcuno avrebbe potuto ucciderla, pensò di sistemarla in cielo fra le costellazioni. Per farlo la prese per il corto codino tipico degli orsi e la scagliò tra le stelle, allungandole la coda: ecco spiegato perché, a differenza di quelle terrestri, l'orsa nel cielo ha la coda lunga!

Quando ero bambina, per un lungo periodo alla domanda “che cosa vuoi fare da grande?” rispondevo “l’astronoma o l’astronauta, devo ancora decidere”. 
Non so esattamente da cosa derivasse la mia passione per le stelle, i pianeti e l’universo. Ricordo che sul muro accanto al mio letto avevo appeso una mappa stellare data in omaggio da un giornale, che all’esame di quinta elementare per Scienze avevo scritto una tesina sul Sistema solare e che per tutto il periodo in cui nel 1997 è stata visibile la cometa di Hale-Bopp ogni sera uscivo a guardarla.

Poi questa passione è un po’ scemata, probabilmente dopo aver scoperto che tra il guardare le stelle e studiarle ci passava tutta una serie di calcoli matematici per me incomprensibili e che soffrendo di vertigini molto probabilmente a fare l’astronauta avrei avuto qualche problema. Mi sono rimaste alcune reminiscenze: so ancora a memoria l’ordine dei pianeti del sistema solare e le loro dimensioni; conosco la differenza tra eclissi di Sole ed eclissi di Luna; mi entusiasmo per ogni fenomeno astronomico visibile dalla Terra (per poi arrabbiarmi quando scopro che però dall'Italia no), e ho seguito tutte le avventure di Samantha Cristoforetti nella sua permanenza nello spazio. E soprattutto, non ho mai smesso di incantarmi di fronte al cielo in una notte limpida e stellata.

Chissà, forse se avessi avuto allora Costellazioni – Le stelle che disegnano il cielo, questo bellissimo volume da poco pubblicato da editoriale Scienza, con i testi di Lara Albanese e le illustrazioni di Desideria Guicciardini, ora starei scrivendo questo post direttamente dalla Stazione Spaziale Internazionale. 
Ma, ahimè, allora non c’era ancora. Però oggi sì e non mi stupirebbe che ispirasse qualche piccolo astronomo in erba a seguire questa strada, ma anche, più semplicemente, qualcuno che il cielo non l'ha mai guardato a innamorarsi delle stelle.



Costellazioni – Le stelle che disegnano il cielo, infatti, è un libro illustrato che fornisce tutti gli strumenti necessari per appassionarsi al cielo e alle stelle: ci sono otto mappe stellari per osservare il cielo nelle differenti stagioni dell’anno; ci sono buffi aneddoti mitologici e fantastici, provenienti da diverse culture, che da sempre sono associati agli astri (e Zeus, con la sua passione per le donne, ne è protagonista indiscusso); ma anche molte informazioni scientifiche reali su dove, come e cosa cercare nel cielo e qualche consiglio pratico per orientarsi al meglio (non dimenticatevi mai la bussola!).

E poi ci sono le magnifiche illustrazioni di Desideria Guicciardini, ad accompagnare i testi di Lara Albanese: sono disegni speciali perché, oltre a essere molto belli, di notte si illuminano al buio, per osservare il cielo anche nelle sere nuvolose, senza uscire dal proprio letto.


Insomma, questo Costellazioni – Le stelle che disegnano il cielo è un libro illustrato molto bello, perfetto per i bambini in cerca di avventure, ma anche per gli adulti che forse crescendo hanno un po' dimenticato la bellezza di quell'infinito che sta sopra di noi.


TITOLO: Costellazioni. Le stelle che disegnano il cielo
AUTORE: Lara Albanese
ILLUSTRATORE: Desideria Guicciardini
PAGINE: 64
EDITORE: editoriale Scienza
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Costellazioni. Le stelle che disegnano il cielo. Ediz. a colori

lunedì 27 novembre 2017

LA RAGAZZA CHE DORMÌ CON DIO - Val Brelinski

Era davvero possibile conoscere una persona? Conoscerla veramente, in profondità, al punto di non dover mai dubitare dei suoi pensieri, delle sue intenzioni? Forse era solo una domanda retorica. Suo padre una volta le aveva detto che gran parte delle persone che fanno domande non vogliono avere informazioni ma conferme.


Mi ci è voluto del tempo per riuscire a scrivere la recensione di La donna che dormì con Dio, romanzo d’esordio di Val Brelinski, tradotto da Sandro Ristori per Nutrimenti. 
Mi serviva del tempo per rielaborare quanto avevo letto, per riflettere sui personaggi e le loro vite e su quello che mi avevano suscitato durante la lettura. E anche, forse, per rendermi davvero conto di quanto straordinario sia questo libro.

Protagonista è Jory Quanbeck, una ragazzina di quattordici anni che vive ad Arco, un paesino sperduto dello Idaho, negli anni ’70. La sua è una famiglia molto religiosa, che segue alla lettera ogni dettame della sua chiesa di appartenenza e che è contraria a qualunque forma di intrattenimento che non sia leggere la Bibbia o seguire le attività organizzate dalla comunità.


Funzionava così.
Non ci si poteva fare il bagno insieme ai maschi, non si poteva andare al circo o al bowling, non si giocava né a biliardo né a carte (a parte Uno), non si ballava. Niente cinema, niente trucco, niente buchi alle orecchie o gioielli vistosi, o vestiario immodesto di qualsiasi tipo. Gli uomini dovevano portare i capelli corti, le donne lunghi. E il concetto di GIOIA era riassunto nella formula: Gesù In Ogni Istante Amerò.

A capo della famiglia c’è il padre, un astronomo laureato a Harvard, il cui unico svago è correre di notte attorno alla casa con le stesse scarpe che indossa al lavoro, e molto protettivo nei confronti della famiglia e delle figlie. Accanto a lui c’è la moglie, una donna fragile, lasciatasi completamente andare dopo il matrimonio perché Dio è contrario a qualunque frivolezza, che non è in grado di affrontare nessuno dei problemi della vita. E poi ci sono le due sorelle di Jory: Grace, la maggiore, si sente una specie di messia scena in Terra, una santa destinata a grandi cose, talmente è legata alla religione e alle sue regole; Frances, invece, è ancora troppo piccola per capire tutto quello che le succede attorno.

Suo padre era solo suo padre: tutti lo chiamavano Dottore, era andato a Harvard e aveva scoperto nuove lune, inforcava la sua vecchia bici nera per andare a insegnare e faceva il giro del giardino di corsa, venti volte ogni notte, sempre con le scarpe che indossava anche al lavoro. E sua madre era solo sua madre: non lavorava e non guidava, non parlava con nessuno e non andava da nessuna parte, a parte in chiesa e in biblioteca, dove si recava due volte alla settimana per prendere in prestito tutti i libri che potevano darle e per richiedere nuovi volumi che il personale non aveva avuto la lungimiranza di ordinare. Era così che andavano le cose, da sempre e per sempre. Loro cinque erano come Polaris, la stella che indicava sempre il nord: suo padre, sua madre, e Grace e poi Jory e Frances. I Quanbeck. Jory poteva andare e girare e correre qua e là e inventarsi mille cose, ma alla fine stavano sempre lì, immobili, come il resto delle stelle e dei pianeti che scorrevano sotto l'attento sguardo dell'occhio luminoso di Dio.

Qualcosa però in questa famiglia all'apparenza perfetta va storto. Grace torna a casa da una missione in Messico incinta. Di Dio, dice lei. Nessuno in famiglia però le crede e, per fare in modo che la vergogna non ricada su tutta la famiglia, il padre decide di portare lei e Jory in una casetta fuori città e lasciarle lì finché non si deciderà cosa fare. Grace accetta di buon grado questo suo destino, convinta che anche questo sia il volere di Dio. Jory, invece, inizia un po’ a ribellarsi, combattuta tra il bene che vuole a suo padre e quella che, però, le sembra un’ingiustizia. A vivacizzare le loro giornate ci pensa Grip, che guida un furgoncino dei gelati e sembra comparire sempre dal nulla quando più se ne ha bisogno. Il ragazzo stringe amicizia con Jory prima che si trasferisca, per poi andarla a cercare subito dopo e conoscere così anche Grace. Jory, intanto, inizia a sfruttare questa insperata libertà che la punizione del padre le ha concesso: con l’aiuto della vicina di casa inizia a vivere quasi come una normale adolescente, andando alle feste e ai balli e persino ubriacandosi, senza però mai dimenticarsi da dove viene e, soprattutto, perché sta vivendo quella vita.
Finché la vita di Jory e di Grace non precipita del tutto e quasi improvvisamente, e quella che sembrava solo una punizione e un'attesa per cercare di sistemare le cose diventa qualcos'altro, qualcosa di impossibile da gestire per tutti,  e che farà crollare definitivamente le già vacillanti certezze di tutta la famiglia.

La donna che dormì con Dio è forse il romanzo più bello che ho letto quest’anno. Sia per il modo il modo in cui è scritto, sia per la storia che racconta, sia, soprattutto, per tutto quello che fa provare a lettore durante la lettura.
È un romanzo che a volte fa sorridere, altre commuovere e altre incazzare (il verbo “arrabbiare” è troppo poco). Un romanzo che a ogni pagina porta il lettore a mettere in discussione la propria opinione su quello che sta leggendo, su chi sia vittima e chi carnefice, su cosa sia giusto e cosa sbagliato, se davvero c’è qualcosa di giusto e di sbagliato quando si tratta di famiglia, di legami e sentimenti.

«Non ci avevo mai pensato, ma immagino che noi vediamo solo questo lato della luna, non è vero? Il lato con la faccia del vecchio triste».
«Non sappiamo com’è l’altro lato, il lato oscuro. Sappiamo che c’è, ma non lo vediamo mai».
«Proprio come certe persone». Grip mosse su e giù le palpebre e poi abbassò il tono della voce. «Con i loro lati oscuri ben nascosti».

Jory, poi, è un personaggio indimenticabile. È una ragazzina di quattordici anni, che lotta ogni giorno tra quello che le è stato insegnato e quello che realmente vorrebbe fare: si interroga su quanto sia giusto basare tutta la propria esistenza su Dio e sulla religione, ma al tempo stesso si trova in difficoltà quando si rende conto che la sua famiglia, che su quello si è sempre basata, non riesce più a stare in piedi e lei invece vorrebbe solo che ritornasse quella di prima. È una ragazzina che si arrabbia, che vorrebbe essere ascoltata, che non vorrebbe avere una sorella così santa e un padre che con il suo troppo amore quasi la opprime. E vorrebbe essere amata, essere lei, per una volta, al centro del mondo di qualcuno.

Val Brelinski esordisce con un romanzo incredibile. Fa quasi effetto pensare che sia un’opera d’esordio, vista la maturità e la complessità dei temi trattati. La ragazza che dormì con Dio è davvero un romanzo che tutti dovrebbero leggere.

E poi, be’, la copertina con l'illustrazione di Alessandro Gottardo è semplicemente stupenda.


TITOLO: La ragazza che dormì con Dio
AUTORE: Val Brelinski
TRADUTTORE: Sandro Ristori
PAGINE:415
EDITORE: Nutrimenti
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON

venerdì 24 novembre 2017

LETTERE DA BABBO NATALE - J.R.R. Tolkien



Caro Babbo Natale,

come stai? Scusami se ti disturbo proprio adesso che manca solo un mese alla Vigilia di Natale. Immagino tu sia molto impegnato a cercare i regali e a rispondere a tutti i bambini che, a differenza mia, ti hanno scritto per tempo. Ma chissà che tu, o Orso Bianco o qualcuno dei tuoi elfi non troviate comunque il tempo di leggere queste mie parole e, magari, anche di rispondermi.
Ne sarei onorata, come penso proprio lo fossero i bambini della famiglia Tolkien quando sotto l’albero, insieme ai regali richiesti, trovavano una delle vostre lettere provenienti dal Polo, con i racconti di quello che vi era successo durante l’anno.

Ho letto queste lettere quasi per caso, sai? Sembra strano, perché la raccolta Lettere da Babbo Natale è in circolazione già da un po’, in diverse edizioni. Eppure, pur essendo una grandissima amante del Natale, io le ho scoperte solo da poco, grazie a una nuova ristampa di Bompiani (è una delle tante case editrici che ci sono qui in Italia… le avete anche al Polo le case editrici? Secondo me Orso Bianco potrebbe scrivere un bel romanzo autobiografico su tutto quello che vi succede lì e avrebbe un enorme successo).

Le ho scoperte da poco, dicevo, e me ne sono innamorata. Un po’ per i vostri disegni (i tuoi e quelli di Orso… ma non dirglielo, se no si monta la testa), un po’ per i vostri racconti, a volte divertentissimi altri un po’ paurosi (i goblin non sono più tornati, vero?), che bene raccontano quanto a volte sia difficile svolgere il lavoro che fai… soprattutto se vivi con un orso pasticcione che a volte sembra quasi boicottarti, anche se sappiamo tutti che non lo fa in cattiva fede. Ma soprattutto, ho amato molto l’idea di te e dei tuoi aiutanti che vi mettete lì e, con la vostra scrittura a volte un po’ tremolante altre gigantesca (ma poi Orso è riuscito a togliersi l’inchiostro dalle zampe?), rispondete alle lettere dei bambini.

Secondo me queste lettere valgono più dei regali veri e propri, perché dimostrano tutto l’amore che per loro provate. Magari da bambino uno non se ne accorge, tutto intento a scartare giocattoli e libri e qualunque altra cosa abbia chiesto; ma poi una volta cresciuto, quando i giocattoli saranno finiti in soffitta, i libri persi in qualche trasloco e le altre cose consumate, be’, queste pagine e questi disegni rimarranno. Così come rimarrà tutto l’amore di un padre scrittore verso i suoi figli. 

Niente, caro Babbo Natale, non ho molto altro da dirti, se non appunto che ho letto le tue storie e le ho adorate, al punto da consigliarle a chiunque ancora non le conosca, per vivere attraverso le tue parole e i tuoi disegni la magia del Natale.

Ah sì, mi piacerebbe anche partecipare, una volta o l’altra, all’enorme festa che dai ogni anno per tutti i tuoi amici e aiutanti una volta consegnati tutti i doni (porterei anche del cibo, così se Orso Bianco si mangiasse tutto quello che hai preparato tu, ci sarebbe qualcosa di scorta), ma non so se quest’anno riuscirò a essere dalle tue parti il 26 dicembre. Comunque ci proverò.

Ora ti saluto, davvero, caro Babbo Natale. Ti ringrazio per avermi permesso di ritornare bambina con le tue parole. Anche se erano rivolte ai figli del signor Tolkien, mi hanno divertito, commosso ed emozionato come se fossero state per me.
Dai una carezza sul testone di Orso Bianco, un abbraccio affettuoso a tutti i tuoi elfi e qualche carota in più alle renne da parte mia.

A presto
Una bambina un po’ cresciuta che non smetterà mai di adorare il Natale.



TITOLO: Lettere da Babbo Natale
AUTORE: J.R.R. Tolkien
TRADUTTORE: Marco Respinti
PAGINE: 192
EDITORE: Bompiani
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Lettere da Babbo Natale

lunedì 20 novembre 2017

L'ARTE DELL'ATTESA - Andrea Köhler

Esistono infinite forme di attesa: in amore, dal medico, alla stazione o nel traffico. Aspettiamo: l'altro, la primavera, i numeri del lotto, un'offerta, il pranzo, la persona giusta, e aspettiamo Godot. I compleanni, i giorni di festa, la felicità, i risultati sportivi, un referto. Una telefonata, il rumore della chiave nella toppa, il prossimo atto e la risata dopo il finale di una barzelletta. Aspettiamo che un dolore smetta e che ci colga il sonno o che il vento si plachi. Inerzia, distrazioni o noia: nel registro delle ore programmate, l'attesa è la pagina vuota da riempire. Che nel migliore dei casi ci ricompensa con la libertà.


Ho un rapporto un po’ particolare con le attese. Mi piace arrivare in anticipo agli appuntamenti, che siano di lavoro, medici o un semplice incontro con qualcuno e aspettare. Mi dà il tempo di schiarirmi le idee, di pensare a quello che sta per succedere, di calmarmi se quello che sto per fare è fonte d’ansia, o godermi ancor di più il momento se invece di lì a poco succederà qualcosa di bello. 
Odio, però, aspettare oltre l’orario stabilito e non vado particolarmente d’accordo con le persone perennemente in ritardo. Non mi piace aspettare i risultati degli esami, anche quando so che non ci dovrebbe essere nulla di cui preoccuparsi e i treni in troppo ritardo mi mettono un po’ di ansia.

Come tutti, poi, mi è capitato più volte di aspettare Godot, ovvero che succedesse qualcosa (bella o brutta che sia) che non aveva minimamente intenzione di succedere. Ma ho anche vissuto delle attese bellissime, di quelle che iniziano con giorni d’anticipo e senti crescere piano piano da qualche parte dentro di te e che rendono ancor più speciale il loro concludersi.

Tutta questa lunga premessa serve a introdurre L’arte dell’attesa di Andrea Köhler, questo saggio da poco pubblicato da Add editore con la traduzione di Daniela Idra. 
Come sempre più spesso sta succedendo ultimamente, ad attirarmi verso questo libro è stata prima di tutto la copertina, con questa bella illustrazione di Luca Cristiano. E poi il libro in sé, ovviamente, l’idea di analizzare l’attesa, a cui dedichiamo, a volte senza averne nemmeno troppa consapevolezza, una parte molto ampia della nostra vita.

In fondo la vita ci insegna molto presto l’esercizio del rimandare: abituarci a orari decisi da altri, controllare il nostro intestino, accettare il ritmo giorno-notte. Nella vita umana, la prima lotta per il potere si svolge sul terreno dell’attesa, cercando di imporre disciplina al corpo. Nelle primissime ore di vita dobbiamo riconvertici in uno strumento che obbedisce all’orologio. La prima cosa a essere allenata nell’esistenza terrena è la pazienza.

Per parlarci di attesa, Andrea Kohler chiama in aiuto scrittori e filosofi di tutti i tempi: da Barthes a Nabokov, da Camus a Handkle, passando ovviamente per Beckett e il suo Godot, ma anche Flaubert, Nietzsche, Walter Benjamin e altri più o meno conosciuti. Ma soprattutto, c’è la sua esperienza personale, di persona che nella vita ha vissuto tanti momenti di attese e in cui mi sono rivista quasi sempre.

Posso aspettarmi qualcosa con ostinazione, anche se la ragione mi dice che non accadrà in nessun caso. Questa aspettativa non si può correggere, è la caparbietà animale del cuore. Lo so: l'attesa terminerà il tale giorno - eppure l'aspettativa si ostina ad alimentare in malafede il desiderio. Aspetto una lettera, una chiamata, so che l'altro non scriverà, non telefonerà prima di tale data, di tale ora. Eppure continuo a verificare se uno spirito ben disposto non abbia intralciato i suoi piani ed esaudito invece i miei desideri.

Ho sentito così vicine alcune frasi e alcune citazioni, al punto da fare una cosa che solitamente con i libri non faccio mai: sottolineare. Solitamente quando in un libro trovo una citazione che mi piace la segno da qualche parte, ma mai nel libro. Uso dei post-it, a volte, che poi tolgo una volta segnato tutto quello che mi dovevo segnare. Mi piace l’idea che, in futuro, se rileggerò quel libro proverò lo stesso effetto di sorpresa della prima volta. Nel caso di L’arte dell’attesa, però, non è possibile: c’è troppa roba che merita di essere ricordata, qui dentro. Frasi che devono saltare all'occhio subito, qualora servissero e non si avesse tempo di rileggere tutto. E quindi la mia copia è tutta una sottolineatura, a partire dal prologo, fino all'ultima riga dell’ultima pagina.

Kairos, l'istante felice, presuppone l'attesa: il dono del tempo, a volte straziante, a volte beatamente sprecato, ma sempre un dono.

Certo, L’arte dell’attesa è un saggio e come tale va letto. Ma è anche qualcosa di più, perché racconta e analizza in modo molto sincero un argomento che, volenti o nolenti, consapevolmente o inconsapevolmente, da un lato o dall’altro (c’è chi aspetta e chi si fa aspettare, chi arriva sempre tardi e chi due ore prima, chi odia le attese e chi quando queste finiscono), tocca e toccherà sempre la vita di tutti.

TITOLO: L'arte dell'attesa
AUTORE: Andrea Köhler
TRADUTTORE: Daniela Idra
PAGINE: 126
EDITORE: add editore
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: L'arte dell'attesa
formato ebook: L’arte dell’attesa

martedì 14 novembre 2017

IL NARRATORE DI VERITÀ - Tiziana D'Oppido

"Cos'è la verità? La verità ha molte facce. È tutto e il contrario di tutto. E a volte può persino coincidere con una bugia"

Ci sono dei libri che, per qualche motivo non ben precisato, ti chiamano ancor prima di sapere di che cosa parlino. 
Può essere per il titolo, che ha qualcosa che ci attira, o perché troviamo incantevole la copertina o ci piace come suona il nome dell’autore. Solitamente, quando mi capita di provare una particolare e inspiegabile attrazione a prima vista verso un romanzo, quando poi lo leggo si rivela un gran bel libro.

Mi è successo anche con Il narratore di verità, il romanzo d’esordio di Tiziana D’Oppido, da poco uscito per LiberAria editrice. In questo caso, ad attirarmi è stata senza ombra di dubbio la copertina, con l’illustrazione di Vincenza Peschechera. 
In questa copertina c’è tutto il libro: davanti c’è una ragazza che guarda sognante i fuochi d’artificio che spuntano da un pezzo di puzzle; sul retro ci sono dei piccoli uccelli, anch’essi fermi a osservare lo spettacolo pirotecnico, su un altro pezzo di puzzle, incastro perfetto del primo. E soprattutto, c’è tutto il brio e la vivacità che poi si ritroverà all’interno nella trama e nella scrittura di Tiziana D’Oppido.

I protagonisti di Il narratore di verità sono due: Lucio Blumenthal e Sara Pantone, di cui si ripercorre la vita dalla loro nascita, negli anni '60, fino a oggi. Lucio e Sara non si conoscono, sebbene siano cresciuti in due paesini vicini della valle Brodima, separati solo dall'omonimo fiume. Da bambini sembrano avere anche un destino comune: il padre di Lucio, Gildo, è il proprietario di un’enorme quaglieria, in cui lavorano o hanno lavorato in passato molti abitanti del paese; quello di Sara, Arsenio, gestisce invece un’enorme fabbrica di fuochi d’artificio, anch’essa fonte di lavoro per la vallata.
Gildo vorrebbe a tutti i costi che suo figlio lavorasse per lui, mentre il figlio, con il sostegno della madre, vorrebbe a tutti i costi non doverlo fare, fino a riuscire finalmente ad andarsene e farsi una vita sua, con tutte le maledizioni paterne possibili e immaginabili.
Sara si trova, invece, nella situazione opposta: fin da bambina, dopo la morte della madre, avrebbe voluto aiutare suo padre a creare i fuochi d’artificio, ma Arsenio Pantone l’ha sempre tenuta lontana in malo modo, approfittando della prima occasione utile, una volta cresciuta, di sbatterla fuori.
A prendersi cura di Sara da sempre ci sono le donnemamme, dipendenti ed ex dipendenti dell’azienda del padre che da sempre cercano di sopperire a tutte le sue mancanze: sono loro che le danno più stimoli possibile, sono loro che le insegnano a sognare.
I due si incontrano da adulti, sempre in Val di Brodima, dove Lucio ritorna dopo tanti anni richiamato inconsapevolmente dal padre. Gildo, infatti, ha richiesto i servigi del narratore di verità, quell’uomo che va in giro per il mondo a rivelare per conto di altri le verità più scomode. Non sapeva, però, che quest’uomo fosse proprio suo figlio Lucio.
Sara, invece, ora gestisce un caffè vicino alla stazione e da lì continua a sognare un futuro diverso, che proprio non ha idea da dove far cominciare.
Lucio scoprirà ben presto che è proprio Sara la destinataria della verità di cui il padre Gildo si vuole liberare, ma soprattutto si ritroverà a indagare su qualcosa di molto più complesso e pericoloso, che riguarda proprio le aziende di famiglia e che rischia di mettere in pericolo tutta la valle.

Il narratore di verità è un libro avvincente e divertente, scritto in modo spensierato anche quando racconta dei momenti più tristi e difficili. La vera forza sta nella caratterizzazione dei personaggi: in Lucio, Sara e nei due padri (il nome Arsenio Pantone mi fa sorridere ancora adesso, ogni volta che mi capita di pensarci), ma anche in tutti gli altri personaggi di contorno. A partire da quelle tenerissime donnemamme, passando per il ginesindaco, la mamma circense di Lucio, il parroco e le pettegole dei paesi e il tuttofare Uwe.

E poi, il romanzo tratta tematiche importanti e, purtroppo, sempre più attuali nel nostro paese: l’inquinamento, lo sfruttamento smodato del territorio e i rischi per la salute che spesso le aziende fingono di non sapere e che mettono a zittire con una semplice mazzetta. Ma ci sono anche le aspettative dei genitori verso i figli, il desiderio di essere capiti e accettati, oltre alla voglia di trovare se stessi e di rimettere insieme i pezzi della propria vita. E poi c’è questo tema della verità e di tutte le innumerevoli facce, sfumature e significati che può avere.

«Sempre con 'sto culto della verità. Ma, lavoro a parte, sei capace di mentire? Quando la verità fa schifo, fa star molto meglio una gran bella grossa bugia positiva, lo sai? Almeno una volta nella vita... e dilla una bella bugia!»

Lo stile di Tiziana D’Oppido mi è piaciuto tantissimo. Mi sono piaciute le immagini che ha creato (quella del puzzle, soprattutto, che funge da filo conduttore per tutto il libro e che mi ha provocato un certo stupore, considerando che ho iniziato la lettura di Il narratore di verità proprio pochi giorni dopo averne finito uno... con un bel po' di pezzi in meno, rispetto a quello di Sara), ma ho amato anche il suo modo di descrivere la vita di paese e le dinamiche che in essa sempre si creano, di raccontare i protagonisti e le loro storie.

E poi, dai, questo libro ha davvero una copertina bellissima.



Titolo: Il narratore di verità
Autore: Tiziana D'Oppido
Pagine: 335
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: LiberAria editrice
Acquista su Amazon:
formato cartaceo:Il narratore di verità

venerdì 10 novembre 2017

NEGLI OCCHI DI CHI GUARDA - Marco Malvaldi

Margherita si chinò un momento, raccolse un dente di leone da una piccola macchia erbosa vicino al sentiero e soffiò via i petali con un'espressione da bimba concentrata - l'unica espressione adeguata quando si soffia un dente di leone, a noi sembra una cosa da nulla ma se uno pensa ai denti di leone che ha inconsapevolmente contribuito a piantare quando era piccolo si ha quasi la sensazione di servire a qualcosa in questo mondo.

Marco Malvaldi ultimamente dà il meglio di sé quando chiude per ferie il Barlume e si avventura in altri romanzi. Lo dico da appassionata delle vicende dei vecchietti e del barrista Massimo, che mi hanno fatto scoprire questo autore toscano qualche anno fa e portato poi a leggere, di conseguenza, tutti i suoi romanzi. Il mio preferito in assoluto rimane Odore di chiuso, in cui secondo me l’autore ha elevato la sua bravura alla massima potenza, ma in generale quando Malvaldi ha più libertà di azione, con i personaggi, con i luoghi e con le trame, gli riesce qualcosa in più.

È il caso di Negli occhi di chi guarda, il suo ultimo romanzo uscito a ottobre per Sellerio editore.
Siamo sempre in Toscana: questa volta a Poggio alle Ghiande, una tenuta agricola molto antica e molto bella nel comune di Castagneto Carducci. È di proprietà di due fratelli gemelli, Zeno e Alfredo Cavalcati, di indole completamente diversa tra loro nonostante la genetica li abbia voluti identici: Zeno è un collezionista d’arte, che vive da decenni a Poggio alle Ghiande senza mai allontanarsene, al punto da aver creato in casa un museo; Alfredo è un broker, sempre in giro per il mondo e sempre in equilibrio precario tra la ricchezza e la bancarotta. Queste loro diversità li hanno portati, adesso, a non riuscire a prendere una decisione importante: vendere Poggio alle Ghiande a quegli investitori cinesi che vorrebbero farci un resort di lusso o tenerla? Alfredo e i suoi problemi economici propendono per la prima opzione, Zeno e tutti gli altri abitanti di Poggio alle Ghiande per la seconda, ovviamente.
Perché sì, oltre ai due fratelli, c’è tutta una serie di personaggi che da anni o per la prima volta in vita, per motivi diversi, ruota attorno a questa tenuta: c’è Piotr, uomo delle pulizie polacco che crede fermamente nella Santa Vergine di Czestochowa e nel potere della varechina; c’è Raimondo, uscito dal manicomio quando sono stati chiusi per leggere e ora custode della tenuta; c’è Giancarla Bernardeschi, professoressa di chimica in pensione che a Poggio alle Ghiande trascorre sempre le vacanze, distillando qualunque pianta incontri sul suo cammino; c’è Riccardo Maria Torregrossa, che durante l’anno lavora in formula Uno e d’estate cerca il silenzio nelle colline toscane; Anna Maria Marangoni, lasciata dal marito dopo ventisette anni di matrimonio per stare con una ventisettenne; ci sono Enrico Della Rosa e sua moglie Cristina. E poi Margherita e Piergiorgio, i due giovani a Poggio alle Ghiande solo di passaggio: filologa e archivista alla ricerca di un quadro perduto lei, ricercatore desideroso di studiare i gemelli lui.

Poi ovviamente avviene un omicidio, anzi due, e i piani dei due fratelli e di tutti gli altri abitanti di Poggio alle Ghiande vengono completamente stravolti.

Marco Malvaldi dà il meglio di sé quando si allontana dal BarLume, dicevamo all’inizio. E Negli occhi di chi guarda, secondo me, ne è una prova. Leggendo, si percepisce quanto lui si sia divertito a creare la storia e a caratterizzare i vari personaggi, a giocare con la chimica ma anche con l’arte, la storia e, perché no, anche qualche curiosità bizzarra (a un certo punto, durante la lettura, mi sono ritrovata a scrivere nella barra di ricerca di google “Venere di Milo cacca panda”, così, giusto per darvi un’idea).

La cosa bella è che riesce a fare tutto questo scrivendo comunque un romanzo scorrevole e divertente, mai pedante o saccente, anche per chi di chimica, storia, arte (e cacca di panda) non sa assolutamente nulla, perché alla base c’è un giallo appassionante e ben costruito, ci sono personaggi esilaranti (Piotr è il mio preferito in assoluto) accanto ad altri più profondi e c’è quell’ironia tipica malvaldiana, che a volte si coglie al volo altre dopo un attimo, e poi ti fa esclamare “che genio!” (o “che pirla!”, a volte, ma in senso buono).

Negli occhi di chi guarda mi è piaciuto molto anche per altri motivi, abbastanza casuali in realtà. Nella mia prima vacanza da sola con gli amici ho fatto proprio la tratta di treno che fa Piergiorgio per arrivare a Poggio alle Ghiande, per esempio.
Uno degli stati d'animo più belli dell'essere umano è quello del viaggio di andata. Specialmente se uno è in treno.

Eccessi di velocità, colpi di sonno, mancanza di benzina non ti riguardano; del viaggio da un punto di vista tecnico non hai niente di cui preoccuparti, e mentre il treno ti culla tu puoi cullare le tue aspettative.
Se poi sei talmente fortunato che il tuo treno è sulla tratta da Genova a Roma, puoi anche spegnere il cellulare - scusa se ho visto solo ora la chiamata ma sai, con tutte quelle gallerie il segnale non prende mai - e goderti il viaggio senza dover essere costretto ad affrontare la vita che si svolge altrove.
Alle medie, poi, avevo sviluppato una passione per il pittore Ligabue e per i suoi quadri (anche se non riesco a ricordarmi bene perché), e, tra l’altro, mi piacciono da matti le tombe etrusche.

Insomma, Negli occhi di ci guarda è un bel romanzo giallo, ma anche qualcosa di più, che intrattiene e diverte (che è poi l’obiettivo principale di questi romanzi), ma incuriosisce anche, trasmettendoti la voglia di imparare, di scoprire qualcosa in più.


(Anche se sulla Venere di Milo fatta con gli escrementi di panda continuo ad avere qualche perplessità).


Titolo: Negli occhi di chi guarda
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 274
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Sellerio
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formato brossura: Negli occhi di chi guarda
formato ebook: Negli occhi di chi guarda