giovedì 22 settembre 2016

UN AMORE DI SALINGER - Frédéric Beigbeder

Quando due lingue si toccano, a volte non succede niente. Ma a volte qualcosa succede... Oh mio Dio, accade qualcosa che fa venire voglia di fondersi, di disgregarsi, è come se si entrasse nell'altro a occhi chiusi, per mettere tutto sottosopra dentro. Lui la stringeva contro la sua bocca, in apnea. Quando la depose sul pontile, Oona aveva solo un desiderio: decollare di nuovo


Come avevo già scritto quando avevo recensito il bellissimo Un anno con Salinger di Joanna Rakoff, io di Salinger non so praticamente nulla.

Ho letto Il giovane Holden qualche anno fa e ne ho un vago ricordo. Ho letto i Nove racconti più di recente e ancora sono convinta di non aver capito quasi nulla (anche se, in questo caso, so che dovrei provare a rileggerli). Eppure, nonostante ciò, mi sono ritrovata di nuovo a leggere un libro che parla di Jerry, trovato nella libreria di una persona che invece Salinger e il suo Holden li adora eccome.

Un amore di Salinger di Frédéric Beigbeder, pubblicato da Mondadori con la traduzione di Giovanni Pacchiano, racconta dell’amore estivo tra il giovane Jerry e la bella e giovanissima Oona O’Neill. Un amore forte e potente, ma al tempo stesso passeggero, che lascerà però un grande segno nello scrittore americano. Jerry continuerà a scrivere a Oona anche mentre è in guerra, sebbene lei ormai lo abbia lasciato e si sia innamorata di Charlie Chaplin. E lei, tra figli, vita mondana e l’esilio del marito accusato di comunismo, un pochino a lui continuerà a pensare, nel corso degli anni.

La storia raccontata da Frédéric Beigbeder è in parte vera, in parte inventata. È vera la relazione che c’è stata tra Salinger e Oona O’Neill, è vero che poi quest’ultima si è messa con Charlie Chaplin proprio mentre Salinger era in guerra, così come è vero tutto quello che lo scrittore ha vissuto in guerra e quello che è successo dopo alla famiglia Chaplin. Di inventato c’è il come. Frédéric Beigbeder immagina, insomma, che le cose siano andate così. Immagina come sia stata la relazione tra i due, come sia proseguita negli anni, immagina le lettere che si sono scambiati e come il ricordo abbia continuato ad accompagnare entrambi.

Un problema grosso è che nell’immaginare questo "come" mette troppo se stesso. Troppi suoi commenti esterni, a volte in nota a volte direttamente nel testo, troppi suoi “giudizi” e troppi paralleli tra passato e presente che risultano forzati e un po’ rovinano l’atmosfera che è riuscito a creare nel raccontare il passato. 

Questo stile e questa commistione di generi (non è narrativa, non è saggistica… non si capisce bene che cosa sia, in realtà) durante la lettura rendono il romanzo irritante. Ho dovuto arrivare alla fine, rifletterci un po’ di tempo (e soprassedere su alcune imperfezioni a livello traduttivo e di revisione, che raggiungono il loro culmine nella frase "Accasciata, Oona acquistò un appartamento di due piani a New York...") per riuscire a capire se Un amore di Salinger mi sia piaciuto o meno.
E la risposta è doppia: è sì, perché in effetti ho scoperto cose che non sapevo sulla vita di Salinger e di Charlie Chaplin e letto un paio di citazioni notevoli sull’amore e la sua forza; ma è anche no, perché non mi è piaciuto il modo di scrivere dell’autore (per quanto mi sforzi, io con la narrativa francese ho sempre qualche problema) né il modo in cui si è immaginato certe cose (per non parlare del finale).

Insomma, Un amore di Salinger è un libro che se vi capita sottomano potete anche leggere, sia che siate appassionati di Jerry sia che non lo siate, perché scoprirete sicuramente qualche curiosità. Però, ecco, potete anche tranquillamente soprassedere.

Titolo: Un amore di Salinger
Autore: Frédéric Beigbeder
Traduttore: Giovanni Pacchiano
Pagine: 257
Editore: Mondadori
Acquista su Amazon:
formato brossura: Un amore di Salinger
formato ebook: Un amore di  Salinger

venerdì 16 settembre 2016

LA GRAZIA DEL DEMOLITORE - Fabio Bartolomei

«Sono un fallito» le dice.
«Sciocchezze. Chi sei e di cosa sei capace lo dicono i passi che hai avuto il coraggio di fare». Marie chiude gli occhi e inspira profondamente. «Ma non la senti Davide? Non la senti l'aria che si respira qui? C'è passione, eleganza... improvvisazione».
Davide scuote la testa, alza le spalle.
«E a cosa sono servite?» le chiede.
«Se non riesci a esserne orgoglioso a nulla, Davide. Proprio a nulla»



Fabio Bartolomei è tornato. Chi conosce l’autore e ha letto tutti i suoi precedenti romanzi, una volta arrivato alla fine di La grazia del demolitore, da poco pubblicato sempre da edizioni e/o, capirà perfettamente a cosa mi riferisco.

Ho conosciuto Fabio Bartolomei grazie a La banda degli invisibili. Poi ho letto Giulia 1300 e altri miracoli (e visto anche Noi e la Giulia, il bellissimo film che ne ha tratto Edoardo Leo) e We are family. Ed è stato amore. Di quegli amori letterari che ti portano a correre in libreria non appena esce un romanzo nuovo. E così avevo fatto, in effetti, con il quarto libro di quest’autore romano, Lezioni in paradiso. Una delusione pazzesca. L’idea c’era, ma il libro era troppo breve, troppo frettoloso, perché potesse essere sviluppata come si sarebbe meritata.

Ma se si ama così tanto un autore, come io in effetti amo Fabio Bartolomei, gli si danno tutte le possibilità del mondo. Uno scivolone ci sta, un romanzo non propriamente riuscito dopo tre piccoli gioielli può capitare. Basta sapersi rialzare. E con La grazia del demolitore ci è riuscito alla grande.

Protagonista è Davide, figlio di uno dei più importanti costruttori della città e con una carriera spianata proprio in quel campo. Mai un problema da affrontare, mai una responsabilità, tant’è che a trentaquattro anni, pur avendo un'enorme villa tutta sua, Davide vive ancora a casa dei genitori. Il padre, per dargli una sorta di contentino, gli affida i lavori di demolizione e ricostruzione di una vecchia palazzina, proprio dove viveva sua nonna. Un lavoro semplice, in cui nulla può andare storto. Se non fosse che l’ultima inquilina rimasta nel palazzo è una ragazza cieca, Ursula, verso cui Davide prova una forte attrazione e un forte senso di protezione. E quindi decide di cambiare i suoi piani, coinvolgendo i suoi migliori amici e una bizzarra banda di operai, e di sfidare apertamente suo padre e tutto quello che aveva pensato per lui.

Fabio Bartolomei è tornato, dicevo all'inizio. È tornato un po’ alle origini, perché in La grazia del demolitore si ritrova tutta l’atmosfera di Giulia 1300 e altri miracoli, anche se in un contesto differente. C’è un ragazzo che all’improvviso decide di cambiare la sua vita, c’è una sorta di armata Brancaleone piena di saggezza che lo aiuta nell’impresa, una serie di personaggi buffi a fare da contorno e la voglia di sfidare, di contrapporsi alle ingiustizie, con una denuncia abbastanza marcata delle pratiche in voga nel campo dell’edilizia. 
E poi c’è la poesia dell’amore di Davide per Ursula. Un amore dolcissimo e bellissimo, fatto di gesti, di frasi incise sul muro, di piante di rosmarino nei vasi e marciapiedi livellati, di voglia di non arrendersi mai e di costruire strade da percorrere insieme.

E mentre ascolta il brivido del fallimento, quello della distanza incolmabile e quello della sua paziente inesistenza, si chiede se in fondo non sia proprio questo l'amore: una richiesta di salvezza. Da se stesso. Da ciò che era e da ciò che sarebbe senza di lei


La grazia del demolitore mi è piaciuto tantissimo. Ho riso tanto (i personaggi di Massimiliano, che proprio non ce la fa a non essere dipendente da qualcosa, e di Geronimo con la sua cintura sono fenomenali) e mi sono anche commossa, proprio come mi era successo con i primi tre romanzi.
E quindi sì, Fabio Bartolomei è tornato e lo ha fatto davvero in grande stile. Un libro consigliatissimo.


Titolo: La grazia del demolitore
Autore: Fabio Bartolomei
Pagine: 277
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: e/o
ISBN: 978-8866327905
Prezzo di copertina: 18 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: La grazia del demolitore
formato ebook: La grazia del demolitore

mercoledì 31 agosto 2016

NOTTI IN BIANCO, BACI A COLAZIONE - Matteo Bussola

Al telefono con Virginia.
- Papà, sai che oggi nel bosco col nonno abbiamo visto un serpente?
- E che serpente era, Virginia?
- Il nonno ha detto che si chiama orbettina.
- Orbettino. Allora va bene, non è pericoloso. Adesso ti mando un bacio e mi passi tua sorella, okay?
- Va bene papà, ciao!
Si passano il telefono.
-Ciao papà! Sai che oggicolnonnonelboscoabbiamovistounserpente enorme!
- Ah, ma pensa. E che serpente era Ginevra?
- Si chiama Gianni.




A volte mi capita di arrivare alla fine di un libro, chiuderlo e immediatamente pensare “Questo è un libro furbo”. Un aggettivo che non è necessariamente legato al mio effettivo gradimento del libro: mi può succedere sia con i libri che mi sono piaciuti, sia con quelli che invece mi hanno lasciato più perplessa. Fai bei sogni di Massimo Gramellini, per esempio, è un libro furbo. Uno di quei libri di cui non puoi dire che la storia sia brutta, perché saresti un mostro a farlo. Anche L’invenzione della madre di Marco Peano (sì, lo so, questa affermazione farà storcere il naso a molti) per me è un libro furbo: la storia che racconta, che poi è la sua storia personale, è talmente tanto triste e toccante che allo stile con cui è scritta effettivamente non ci pensa praticamente mai nessuno.

I libri furbi sono libri che non possono non piacere, almeno alla stragrande maggioranza delle persone. Ma anche libri che, se ci rifletti un po’ su, sai perfettamente che era ben consci di essere furbi.

Notti in bianco, baci a colazione di Matteo Bussola, pubblicato da Einaudi, è un libro furbo. Lo sapevo già prima di farmelo regalare, in realtà, e ne ho avuto la conferma appena ho iniziato a leggerlo. 
Il libro raccoglie i dialoghi tra Matteo e le sue tre figlie, Virginia, Ginevra e Melania, e affronta tramite la quotidianità di questa famiglia il tema della paternità. Sono dialoghi che raccontano appunto i momenti più belli dell’essere padre, la dolcezza di certe situazioni, l’incredibile innocenza dei bambini e il loro buffo modo di vedere il mondo e di affrontare i problemi della vita.
Qua e là, l’autore ci piazza anche alcune sue riflessioni personali su altri temi: il lavoro suo e quello della compagna, la difficoltà di essere entrambi freelance, le sue avventure anche senza le sue figlie e il suo modo di affrontare la vita e il mondo.
Tutto bello, tutto dolcissimo, ma anche tutto, appunto, un po’ furbo. Perché non puoi leggere i buffi dialoghi delle figlie e non sorridere, perché non puoi leggere delle sue paure come genitore e non provare empatia e comprensione, perché non puoi non commuoverti di fronte all’amore per la sua compagna o condividere le sue angosce lavorative, finanziarie, etc etc (soprattutto se sei un freelance).

Il fatto è che questo libro lo avrebbe potuto scrivere più o meno chiunque. O almeno, chiunque (e, quindi, mi auguro la maggior parte delle persone) ami così tanto i suoi figli, ami così tanto il suo compagno o la sua compagna, chiunque abbia un minimo di curiosità per il mondo e stia riuscendo a trasmetterla anche agli altri e non sia così incosciente da non porsi domande su come fare a garantire una vita stabile per la prole.

Certo che ho sorriso, e un paio di volte anche riso proprio di gusto, leggendo Notti in bianco, baci a colazione. Certo che mi sono commossa, ché a me la tenerezza commuove sempre un sacco (e il rapporto tra padri e figli ancora di più).
Però, ecco, in parte mi sono anche sentita un po’ presa in giro. Forse perché sono sempre stata una persona che la curiosità per le piccole cose del mondo l’ha sempre avuta e spera, un giorno, di poterla trasmettere anche ai suoi figli, senza doverla cercare per forza in un libro che mi racconta la curiosità di un altro. Forse perché mi capitano spesso situazioni surreali come quelle raccontate (e di solito le scrivo su Facebook, proprio come faceva Matteo Bussola prima che Einaudi raccogliesse le sue storie in un libro), proprio come capitano a tutti, anche se effettivamente non tutti riescono sempre a notarle.

Insomma, questo libro è un’operazione commerciale. Ben riuscita e molto più intelligente di altre, ma pur sempre un'operazione commerciale.
Ci sono tanti libri così, e ne siamo tutti più che consapevoli. Almeno noi che nel mondo dei libri ci siamo un pochino più dentro chiamiamola con il suo nome e diciamolo senza problemi.
E a cascarci, ogni tanto, non c’è proprio nulla di male. E quindi Notti in bianco, baci a colazione si può anche leggere, ci può anche far divertire e possiamo ammetterlo senza vergogna.

(PS per Einaudi: se mi leggi, io non ho figli, ma succedono un sacco di cose buffe anche a me, se per caso volessi pubblicarmi...)
Titolo: Notti in bianco, baci a colazione
Autore: Matteo Bussola
Pagine: 175
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Einaudi
Prezzo di copertina: 17
Acquista su Amazon:

sabato 27 agosto 2016

HARRY POTTER AND THE CURSED CHILD - J.K. Rowling, John Tiffany & Jack Thorne

The truth is a beautiful and terrible thing, and should therefore be treated with great caution.


Io ho letto i primi libri di Harry Potter prima che diventasse così famoso. Facevo seconda liceo e il primo film sarebbe poi uscito l’anno dopo. La dico sempre, quando posso, questa cosa, per vantarmi di essere una fan di Harry Potter prima che diventasse, grazie alle trasposizioni cinematografiche, un fenomeno mondiale. Poi ovviamente quando sono usciti i film sono andata a vederli e mi sono appassionata ancora di più. Ho tutti i libri in italiano e in lingua originale, l’ultimo prenotato ancor prima che uscisse e letto poi in meno di due giorni. Ho tutti i dvd dei film e, almeno una volta all’anno, li riguardo tutti in fila.
Certo, non sono forse una fan sfegatata, perché non ho tatuaggi od oggetti a tema, non ho mantelli dell’invisibilità o bacchette magiche (anche se questi effettivamente potrebbero tornarmi utili) e non ho mai aspettato un gufo che mi annunciasse di dover andare a Hogwarts.
Però, Harry Potter e l’incredibile mondo che J.K Rowling ha creato mi fanno davvero impazzire.

Quindi quando ho saputo che a Londra sarebbe andato in scena uno spettacolo teatrale ambientato 19 anni dopo la fine delle avventure dell’ultimo libro, che avrebbe avuto come protagonisti gli stessi personaggi della saga insieme ai loro figli, il primo pensiero è stato “ok, ci devo andare subito”. Cosa che, per questioni logistiche, ovviamente non ho potuto fare. Però sono stati furbi, incredibilmente furbi, e hanno fatto uscire il copione dello spettacolo in forma di libro proprio il giorno della prima dello spettacolo.

E quindi eccomi qui, a parlare di Harry Potter and the Cursed Child. La storia alla base dello spettacolo è stata idea da J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne e pensata appositamente per essere messa in scena. Questa è una cosa fondamentale da ricordare, perché se prendete (o prenderete, quando uscirà in italiano il 24 settembre per Salani, con il titolo Harry Potter e la maledizione dell'erede) questo libro convinti di trovare un altro romanzo di Harry Potter la delusione sarà enorme.

Anche se sapete già di cosa si tratta, in realtà, durante la lettura proverete comunque un po’ di amarezza. Tutto, all’interno di questo copione, va esattamente come uno si aspetta che vada quando inizia a leggerlo. Harry e Ginny sono sposati e hanno tre figli, Ron e Hermione sono sposati e ne hanno due, Voldermort pare non essersi più fatto vivo e la vita nel mondo dei maghi sembra procedere tranquilla. La storia parte dal giorno in cui il secondo figlio di Harry e Ginny, Albus Severus, fa il suo arrivo a Hogwarts. È preoccupato di finire nella casa sbagliata e si porta da sempre dietro il peso di un padre famoso. E quando poi questo effettivamente succede, il distacco con il padre diventa sempre più forte e Albus si ritrova combattuto tra l’odio nei confronti del padre e la voglia di dimostrargli di essere all’altezza. E quindi, in compagnia di Scorpius, il figlio di Draco Malfoy, combina un gran casino.

Sì, uso la parola «casino» perché è effettivamente quello che un po’ si prova leggendo. Tra salti temporali nell’arco di una stessa pagina (che molto probabilmente su un palcoscenico si riescono a rendere bene, ma che raccontati in una semplice frase con le indicazioni di scena no), trame un pochino troppo intricate (e un pochino troppo incredibili, persino per essere un mondo fatto di magia in cui tutto può succedere) e un costante strizzare l’occhio al lettore/fan di Harry Potter con riferimenti alle sette avventure precedenti per dare qualche contentino.
Va tutto come uno si aspetta che vada, in Harry Potter and the Cursed Child. E anche i due o tre colpi di scena che ci sono, letti non danno poi molta soddisfazione (uno, lo ammetto, mi ha proprio fatto ridere… ma forse perché sto invecchiando e anziché lasciarmi andare alla magia mi soffermo su dettagli più “pratici”).
E poi non so, Harry Potter da adulto è particolarmente irritante, così come lo sono un po’ anche Hermione e Ron e tutti i personaggi che già conoscevamo. (E poi manca Neville, che è sempre stato uno dei miei personaggi preferiti in assoluto).

Quindi? Per capire davvero se questa ottava storia di Harry Potter funziona bisognerebbe vedere lo spettacolo teatrale. Vedere come hanno messo in scene certe situazioni, certi salti temporali. Vedere come se la cavano gli attori e, soprattutto, se riescono a rendere quella magia che sia nei libri precedenti sia nei film si provava.
Nel leggere il copione no, mi dispiace dirlo, ma questa magia io non l'ho provata.


Titolo: Harry Potter and the Cursed Child - Parts One and Two
Autore: J.K. Rowling, John Tiffany & Jack Thorne
Pagine: 340
Editore: Little Brown
Prezzo di copertina: 25,50 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Harry Potter and the Cursed Child - Parts One & Two (Special Rehearsal Edition): The Official Script Book of the Original West End Production

lunedì 1 agosto 2016

Torno (quasi) subito.

Lo so, ora vi starete aspettando di leggere il resoconto delle letture di luglio (oddio, ma è già finito luglio?), ma, vi devo confessare, non ho voglia di scriverlo.

Questa mancanza di voglia di scrivere sul blog mi sta tormentando già da un po’, a essere sincera. Ed è accompagnata anche da una scarsissima voglia di leggere. Poi lo faccio lo stesso, perché stare senza un libro in mano mi fa quasi mancare il fiato (e infatti le letture di luglio sono comunque state tante), però, ecco, in quest’ultimo periodo sto faticando parecchio e libri che normalmente leggerei in due o tre giorni si trascinano più a lungo. (Sì, lo so, chissene frega, l’importante è leggere, ma vi assicuro che per qualcuno abituato a leggere tanto è una situazione molto snervante).

Sarà che sto traducendo un libro enorme che mi sta portando via parecchie energie. Sarà che è estate, fa caldo e io non vorrei fare altro che stare spiaggiata da qualche parte a mangiare gelati. Sarà che ho mille altri pensieri per la testa che mi distraggono un po’… fatto sta che a farne le spese al momento è la mia voglia di leggere e, ancor più, di scrivere.
E forse ve ne sarete accorti anche voi che ultimamente le recensioni non erano più così curate come un tempo… l’ultima che leggo e mi provoca qualche moto di autocompiacimento è quella di Crepuscolo di Kent Haruf. E di tempo da allora ne è passato un po’.
.
Quindi, approfittando anche delle mie reali vacanze estive (“Vieni a ballare in Puglia, Puglia Puglia…”), direi che La lettrice rampante se ne va in ferie per un po’.
Non so bene per quanto, se solo per qualche settimana o se ci rivedremo direttamente a settembre (o a ottobre, o a novembre, o boh!), ma ho davvero bisogno di staccare un attimo e prendere un po’ fiato. Anche perché fare le cose male non mi piace e in un blog che parla di libri a rimetterci sarebbero proprio loro.

Ma state tranquilli, non sto chiudendo il blog (e mi spiace per chi invece avrebbe voluto di sì e leggendo questa frase rimarrà un po’ deluso).
Devo solo prendere una piccola pausa, per cercare di ritrovare quella voglia di leggere e, soprattutto, quella di scrivere che in questo periodo un po’ sta latitando.

La pagina Facebook rimarrà invece viva e attiva, perché scrivere cavolate là non mi richiede lo stesso impegno e lo stesso sforzo mentale di una recensione. E quindi tranquilli, di là continuerò a farvi vedere che cosa sto leggendo e come i libri siano comunque ogni giorno nella mia vita.

©Barbara Dziadosz

Intanto buone vacanze e buone letture a tutti!

giovedì 28 luglio 2016

IL REVERENDO, LE ROSE E LE STRAVAGANZE DEL PROFESSORE - Ian Sansom


«È passato molto tempo.»

«Ha mai perso qualcuno, Sefton?»
«Sì.»
«Allora sa bene che non ne passa mai abbastanza.»



Ho adocchiato per la prima volta Il reverendo, le rose e le stravaganze del professore (un titolo alquanto bislacco, soprattutto in considerazione dell’originale, The Norfolk Mistery) di Ian Sansom, edito da TEA con la traduzione di Flavio Iannelli, poco dopo la sua uscita, quasi per caso, sullo scaffale di una libreria. Ero stata sul punto di acquistarlo, perché già conoscevo questo autore grazie ai suoi romanzi con protagonista il fantastico bibliobus di Tundrum (Il caso dei libri scomparsi, soprattutto) e mi ricordo che, più di tutto, avevo amato il suo stile molto british.
Poi però, come succede spesso quando entro in libreria, l’ho lasciato lì e, devo ammettere, quasi dimenticato. Fino all’altro giorno, a quella mega promozione sugli ebook del gruppo Mauri Spagnol che me lo ha fatto subito acquistare. E poi, complice una crisi di lettura molto forte, che solitamente mi passa leggendo sull’e-reader, incominciarlo quasi subito.

Ed è così che ho conosciuto il giovane Stephen Sefton, reduce dalla guerra civile spagnola e ora completamente incapace di decidere che cosa fare della sua vita, e, soprattutto, il grande, grandissimo professor Swanton Morley. I due entrano in contatto grazie a un annuncio di lavoro: il professor Morley sta cercando un assistente, che lo segue nel suo enorme progetto di scrivere la storia d’Inghilterra tramite delle guide sulle regioni che la compongono. Ha bisogno di qualcuno che lo segua, che lo aiuti e che stia al suo passo e il giovane e disilluso Sefton sembra proprio essere il tipo giusto. Le cose però prendono una piega strana già dalla prima tappa, nel Norfolk. Al loro arrivo, infatti, vengono accolti da una signora urlante che ha appena trovato il corpo del vicario del paese, impiccato all’interno della chiesa. Un’occasione incredibile per Swaton Morley di mettere in mostra tutto il suo enorme sapere. E, infatti, dopo molte chiacchiere con i compaesani, molte indagini e molti imbarazzi per Sefton di fronte allo strano comportamento del suo datore di lavoro, sarà proprio Morley a trovare la soluzione del caso.

Il reverendo, le rose e le stravaganze del professore è quindi un romanzo giallo, in cui però la storia è funzionale a mettere in risalto questo incredibile protagonista. Il professore Swaton Morley è un personaggio indimenticabile: sa tutto, parla per citazioni, è spesso indisponente e poco gli importa di mettere in imbarazzo chi gli sta attorno, ma è anche capace di grandi pensieri umanissimi. E Stephen Sefton, con questa sua disillusione verso il mondo e la vita, e questa confusione che a tratti prova accanto al suo datore di lavoro (ok, quasi sempre in realtà) è una spalla perfetta, grazie proprio alla grande contrapposizione che si crea in questa coppia. 
In più, c’è la campagna inglese sul finire degli anni ’30, in cui l’eco della guerra non è ancora arrivato e dove le cose del passato ritornano anche dopo parecchi anni.

È un bel romanzo questo di Ian Sansom, divertente e intelligente, e di nuovo molto inglese. Se siete amanti di quei posti, di quella letteratura, dei gialli e, soprattutto, dei personaggi bislacchi ma geniali, direi proprio che questo libro fa per voi. Per me è stato proprio una bella lettura.

"Poi alzò la testa, la avvicinò alla mia e mi baciò sulla bocca.
Rimasi scioccato, ma ricambiai il bacio. Continuammo a baciarci per un po', con calma, senza furore, come amanti che si conoscono da sempre; poi qualcosa cambiò: sentii i suoi semi premere con insistenza contro il mio petto e le braccia stringermi con forza le spalle, e così facendo mi trascinò nel buio, lontano dalla vista di Ridley.
E poi... la sua schiena contro il muro, i baci, i nostri corpi che si muovevano febbrilmente all'unisono, i suoi gemiti, lei che metteva la mia mano sulla sua bocca mentre il suo corpo vibrava contro il mio.
Non era né il luogo né il momento giusto. Era tutto vero, ma allo stesso tempo era fatto della stessa sostanza dei sogni.
Semplicemente, accadde"

Titolo: Il reverendo, le rose e le stravaganze del professore
Autore: Ian Sansom
Traduttore: Flavio Iannelli
Pagine: 308
Editore: TEA
Prezzo di copertina: 16€
Acquista su Amazon:

lunedì 25 luglio 2016

AMORI IN VIAGGIO - Alexander McCall Smith

"D'altra parte, qualcuno ha mai riflettuto sul fatto che l'amore a prima vista potrebbe essere la regola e non l'eccezione? Quante persone si innamorano gradualmente e quante in realtà sono già innamorate fin da quel primo istante in cui hanno posato gli occhi sull'altro, o sull'altra?"


Mi piace tantissimo viaggiare in treno. Mi piaceva anche quando lo prendevo tutti i giorni, per andare all’università, e rimanevo spesso incastrata tra scioperi, ritardi, passaggi a livello che non si chiudevano e problemi non ben identificati. Mi piace stare lì seduta, a leggere, a guardare fuori dal finestrino o le altre persone intorno a me, senza che debba prestare attenzione a niente.

Ed è proprio durante due viaggi in treno, uno di andata e uno di ritorno, che ho letto la maggior parte di Amori in viaggio di Alexander McCall Smith, pubblicato in Italia da tre60 con la traduzione di Flavio Iannelli. Al mattino ero da sola in gruppo di sedili da quattro, su un treno quasi vuoto, complice l’estate e l’orario. Al ritorno, invece, seduto di fronte a me c’era un ragazzo che stava leggendo e che mi ha sorriso quando mi sono seduta, e accanto un bimbo che avrà avuto sì e no cinque anni in compagnia della madre e di una buffa motoretta di Spiderman che dopo cinque minuti ha iniziato a percorrermi il braccio. Avevo l'e-reader acceso davanti a me, e ogni tanto leggevo e ogni tanto guardavo fuori dal finestrino, assorta nei miei pensieri, incrociando spesso lo sguardo del ragazzo davanti a me che faceva esattamente la stessa cosa.

Amori in viaggio racconta quattro storie, che si incrociano proprio su un treno, da Edimburgo a Londra (una tratta che ho fatto una volta, ma in senso opposto). Quattro viaggiatori, tre uomini e una donna di età diverse, che si ritrovano seduti vicini e che, partendo da una considerazione banale, si ritrovano a raccontarsi le loro storie d’amore. Storie che hanno vissuto sulla propria pelle o di cui sono il frutto. Storie difficili, tormentate, incasinate, a volte dolorose, o anche solo non dichiarate. 
Ma piene, strapiene di amore.

Ammetto che quando ho terminato il libro, non sul treno ma a casa, il giorno successivo a quel viaggio, la prima impressione è stata che mi aspettavo qualcosa di più. Poi però ora che ne sto scrivendo mi sto rendendo conto di quanto effettivamente mi sia piaciuto. Non tanto per le storie d’amore raccontate, cioè sì, anche per quelle, perché non hanno nulla di banale, di stereotipato (come ci si potrebbe aspettare da un libro pubblicato da questa casa editrice). Mi è piaciuto soprattutto per l’atmosfera che Alexander McCall Smith è riuscito a creare, per questa cosa del raccontarsi a uno sconosciuto che si sa già che alla fine del viaggio non si vedrà più. 

A tutti è capitato, almeno una volta nella vita, di condividere un pezzetto di strada con qualcuno che non si conosce eppure raccontarsi come se invece ci si conoscesse da sempre, per non rivedersi più. Ed è bello, dolce e poetico. Soprattutto quando si parla d’amore.
Amori in viaggio è una lettura sicuramente leggera, che però una volta terminata lascia dentro una dolce sensazione. 


Titolo: Amori in viaggio
Autore: Alexander McCall Smith
Traduttore: Flavio Iannelli
Pagine: 213
Editore: tre60
Prezzo di copertina: 9€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Amori in viaggio