sabato 2 febbraio 2019

Leggendo a gennaio: Korn, Manzini, Backman, Saramago... per tacer di Tom Gauld

Gennaio è stato un mese lunghissimo. I sei giorni di ferie con cui è iniziato sono diventati un ricordo già dal primo giorno di rientro al lavoro e, adesso che finalmente il mese e finito e ne è iniziato uno nuovo, se mi guardo indietro mi sembra che siano passati secoli da quando il 2019 è iniziato.
Eppure no, è durato solo trentuno giorni, come sempre e come fanno tanti altri mesi dell’anno. E ne sono passati poco più di quindici dall’ultima volta in cui ho pubblicato un post qui sul blog. Mi ero ripromessa che nel nuovo anno avrei tentato di aggiornarlo più spesso ma, come potete ben vedere, mi sa che il mio intento è già miseramente fallito.
E mi dispiace molto, soprattutto perché in questo mese ho letto tanto e tante cose belle. Per questo ho deciso di fare un post cumulativo, per raccontare in breve le letture che mi hanno accompagnato in questi lunghissimi trentun giorni appena trascorsi e a cui non sono purtroppo riuscita a dedicare un post singolo (quindi no, qui non ribadirò quanto poco mi abbia convinto La misura dell’uomo di Marco Malvaldi, perché lui si è meritato una recensione tutta sua).
Eccoli qua:


Partiamo con quella meraviglia di Figlie di una nuova era di Carmen Korn, primo volume di una trilogia portato qui in Italia da Fazi editore e tradotto da Manuela Francescon e Stefano Jorio. Protagoniste sono quattro donne, di origini e classi diverse, che vivono ad Amburgo nella prima metà del ‘900 e i cui destini si incroceranno con l’arrivo della guerra e delle varie vicende personali che si ritroveranno a vivere. Henny e Kathe sono amiche da sempre e ora, insieme, stanno studiando per diventare ostetriche; Ida è la rampolla di una buona famiglia, abituata agli agi e ai lussi e disposta a tutto pur di averli, forse anche a sacrificare l’amore; Lina è sopravvissuta alla Prima guerra mondiale insieme al fratello grazie ai genitori, morti di fame per permettere a loro due di sopravvivere. Mentre le loro vicende personali proseguono, tra amori clandestini, desiderio d’indipendenza, impegno politico e tante decisioni sbagliate (Henny, porca miseria!), sullo sfondo scorre la storia del ‘900, con l’avvento del nazismo e tutto ciò che porterà con sé. Era da tanto che un libro non mi prendeva così tanto, che non mi ritrovavo tanto immersa in una storia e nei suoi intrecci. Non vedo l’ora che esca il secondo volume, perché una volta girata l’ultima pagina, queste donne di Amburgo già mi mancavano parecchio.
Henny tese l'orecchio. Le sembrava di aver sentito salire dal cortile, fino al secondo piano, un suono venuto dal passato, come un rintocco di campana o il verso di un merlo. Le vennero in mente i sabati della sua infanzia. Sabati estivi. L'acqua che scintillava nella cisterna. Il ribes bianco che le lasciavano cogliere dai rovi addossati al muro di cinta, il profumo della torta che sua madre aveva già messo in forno per la domenica. Suo padre, appena tornato dall'ufficio, che fischiettava mentre si liberava della cravatta e si sbottonava il colletto della camicia.
Henny andò alla finestra, l'aprì e stette ad ascoltare il suono che aveva risvegliato in lei quella serie di immagini. Il cigolio della vecchia altalena.
Era ottobre quando è uscito Fate il vostro gioco di Antonio Manzini. Ne avevo parlato come un romanzo di transizione, dopo due libri carichi di emozioni e tensioni. Mi era sembrato quasi un libro sospeso, finito un po’ troppo bruscamente... ed ecco svelato l’arcano: il 10 gennaio, infatti, è uscito Rien ne va plus, un’altra avventura del vicequestore Rocco Schiavone. No, Manzini non ha scritto un romanzo in tre mesi. Semplicemente Fate il vostro gioco e Rien ne va plus sono lo stesso libro, diviso in due per questioni verosimilmente di lunghezza, ma anche (e soprattutto, forse) per far contenti i fan, non costretti ad attendere il solito anno tra una puntata e l’altra. In Rien ne va plus tutte le cose che mi avevano lasciato perplessa di Fate il vostro gioco un po’ si chiariscono: da un lato continuano le vicende personali di Rocco, tra il rimpianto per Caterina e le rivelazioni sempre più pericolose di Baiocchi, che rischiano di mettere il nostro vicequestore preferito in una posizione terribile; dall’altro c’è un portavalori del casinò di Saint Vincent che misteriosamente sparisce e Rocco capisce subito che c’è un collegamento con la morte del ragionier Favre; ma soprattutto che c’è qualcosa di molto, molto più grande dietro. Intanto si consolida il rapporto con Gabriele, Lupa è sempre più coccolosa e Rocco (che sì, ora ha inevitabilmente la faccia di Marco Giallini, ma va benissimo così) ha ancora tanti fantasmi a perseguitarlo. Non vedo l’ora che esca il prossimo.

Ho scoperto Fredrik Backman qualche anno fa con il suo romanzo d’esordio, L’uomo che metteva in ordine il mondo. Me ne ero follemente innamorata: avevo adorato il modo in cui tratteggiava i suoi personaggi e il suo stile, con quella capacità che non tutti hanno di raccontare anche le cose più tristi nel modo più buffo e dolce possibile (il dolore resta sempre, ma diventa più affrontabile). L’amore si è poi consolidato con Mia nonna saluta e chiede scusa, dove compare per la prima volta il personaggio di Britt-Marie, che si è poi meritata un romanzo tutto suo: Britt-Marie è stata qui (pubblicato da Mondadori con la traduzione di Andrea Stringhetti).
Britt-Marie è una donna un po’ scontrosa, incapace di uscire dalla gabbia delle imposizioni sociali e del “chissà cosa direbbero gli altri”. Ha sempre vissuto per il marito e per i figli di lui, tenendo la casa impeccabile e sacrificando se stessa, ricevendo in cambio solo recriminazioni e prese in giro.

Alla fine desiderava solo un balcone e un marito che non camminasse sul parquet con le scarpe da golf, che qualche volta mettesse la camicia nel cesto della biancheria senza bisogno di ricordarglielo e che ogni tanto dicesse che la cena era buona senza bisogno di chiederglielo. Una casa. Figli non suoi ma che vengono lo stesso a Natale. O almeno cerchino di far finta di avere un motivo per non venire. Un cassetto delle posate sistemato in modo corretto. Finestre da cui si possa vedere il mondo. Qualcuno che si accorga che si è sistemata i capelli con particolare cura. O che almeno faccia finta di accorgersene. O che almeno le permetta di continuare a fingere. 
Qualcuno che una volta ogni tanto torni in una casa con il pavimento pulito e la cena calda in tavola e veda i suoi sforzi. Perché le persone sono come le cene. Devono avere un senso. "Che bella pettinatura". È una frase che ha senso.

Forse un cuore si spezza solo quando si esce da una stanza d'ospedale con camicie che puzzano di pizza e di profumo, ma tutto si spezza più facilmente se prima si sono formate delle crepe.

Però quando il tradimento del marito, che lei già conosceva, diventa di dominio pubblico decide che non può più sopportare e se ne va di casa. Alla ricerca disperata e ossessiva di un lavoro, accetta uno strano incarico a Borg, una comunità sperduta su cui la crisi ha picchiato molto duro. Tutti i negozi e le attività che ancora non sono chiuse chiuderanno a breve e il paesino sembra destinato a morire. Britt-Marie, con le sue fobie, la sua smania per le pulizie e la sua mentalità ingenua, riesce in qualche modo a far breccia nei pochi abitanti rimasti. Senza nemmeno capire come, si ritrova addirittura ad allenare la squadra di calcio dei ragazzi del paese e a prendersi cura di loro a modo suo. Sembra esserci una speranza per Borg, nonostante tutte le tragedie e le difficoltà che sta vivendo, e sembra esserci anche per Britt-Marie.
Nella caratterizzazione di questo personaggio forse Fredrik Backman ha calcato un po’ troppo la mano, perché nella prima parte è talmente insopportabile e talmente incredibile nelle sue ingenuità che vien quasi voglia di chiudere il libro. Una voglia che però poi passa, man mano che si procede con la lettura e si assiste al cambiamento di Britt-Marie e di tutte le persone attorno a lei. È un libro pieno di buoni sentimenti, di quelli che scaldano il cuore e fanno bene, perché, ancora una volta, mostra come anche nelle tragedie, nelle difficoltà e nei momenti brutti si possa (e si debba!) trovare qualcosa per cui vale la pena sorridere.

L’ultimo libro di gennaio è Le piccole memorie di José Saramago, tradotto da Rita Desti. Un libriccino comprato un po’ per caso (insieme a Diario di scuola di Pennac per prendere la coperta del lettore di Alice nel paese delle meraviglie) e che mi ha fatto ricordare ancora una volta quanto io voglia bene a José Saramago. In questo piccolo memoir, lo scrittore portoghese racconta alcuni aneddoti della sua infanzia: i rapporti con i genitori e con i nonni, gli anni di scuola e le amicizie nate tra i banchi, i personaggi bislacchi che ha incontrato nella sua infanzia e adolescenza, i ricordi del fratellino morto a tre anni... tante piccole cose, che forse alla produzione di Saramago non aggiungono nulla, ma che per chi già lo conosce e lo ha sempre adorato sono molto preziose. (Nel caso voleste iniziare a conoscerlo: consiglio Cecità, L’uomo duplicato e Lucernario... tenetevi Il Vangelo secondo Gesù Cristo e Caino per quando avrete preso più in confidenza con il suo stile).

Ho raccontato altrove come e perché mi chiamo Saramago. Che quel Saramago non era un cognome per parte paterna, bensì il soprannome con cui era conosciuta la mia famiglia nel paese. Che quando mio padre andò a dichiarare all'Anagrafe di Galeğa la nascita del suo secondo figlio, capitò che l'impiegato (si chiamava Silvino) fosse ubriaco (indignato, di questo lo avrebbe sempre accusato mio padre) e che, nei fumi dell'alcol e senza che nessuno si accorgesse dell'onomastico frode, decidesse, a suo rischio e pericolo, di aggiungere Saramago al laconico José de Sousa che mio padre voleva che fossi. E che, in questo modo, infine, grazie a un intervento a tutte le evidenze divino, mi riferisco, è chiaro, a Bacco, dio del vino e di coloro che eccedono nel berlo, non ho avuto bisogno di inventare uno pseudonimo, caso mai ci fosse stato un futuro, per firmare i miei libri.

Tra un romanzo e l’altro, a gennaio c’è stato tempo anche per i fumetti di Tom Gauld, in particolare di Baking with Kafka (esiste anche la versione italiana, In cucina con Kafka, pubblicata da Mondadori... ma se sapete l’inglese vi consiglio l’originale). Tutti gli appassionati di libri e di letteratura dovrebbero conoscere e leggere le vignette di Gauld: fanno ridere e fanno riflettere, ma soprattutto dimostrano quanto si possa amare il mondo dei libri senza prendersi mai troppo sul serio, perché gli scrittori famosi ma anche i personaggi dei libri sono prima di tutto esseri umani.

Source: https://bit.ly/2S8aIID


mercoledì 16 gennaio 2019

LA MISURA DELL'UOMO - Marco Malvaldi

Per crescere bene occorrono libertà e tranquillità.In una parola, fiducia. Ma anche regole e rispetto di esse, perché altrimenti il forte soverchia il debole, o il furbo abbindola il fesso, e di libertà non ve n’è più.


Accolgo sempre con una certa diffidenza il cambio di editore da parte di autori a cui sono affezionata. Capisco qualunque motivazione che ci possa essere alla base, che sia economica o affettiva, ma da lettrice appassionata delle opere di un certo scrittore vedere che improvvisamente usciranno con un’altra veste grafica e sotto un altro patrocinio, se così si può definire, provo quasi un moto di fastidio: mi sballa l’ordine in libreria, mi turba al momento della lettura, etc etc... tutte cose così, apparentemente prive di senso che però riescono spesso a condizionare il mio rapporto con un determinato libro.

È più o meno quello che mi è successo con La misura dell’uomo di Marco Malvaldi, primo volume di una trilogia dedicata a Leonardo da Vinci, uscito in libreria a novembre del 2018 per Giunti editore. 

Sì, per Giunti editore.
Niente copertina blu elegante.
Niente formato piccolo, ben riconoscibile.

Certo, Malvaldi non è nuovo ai cambi d’editore, ma nella maggior parte dei casi con altri marchi ha pubblicato per lo più saggi divulgativi, non romanzi. Non gialli. E anche se poi ho scoperto che si è trattato di un cambio temporaneo (e che dovrebbe uscire a breve un nuovo romanzo per Sellerio), sono stata indecisa a lungo se leggere o meno questo libro. Da un lato quanto detto sopra mi respingeva parecchio; dall’altro però so quanto sia bravo Malvaldi con i gialli storici, quanto sia bravo a giocare con la lingua e, soprattutto, quanto si diverta a farlo (Odore di chiuso ne è l’esempio più lampante, oltre a essere il mio preferito in assoluto, più dei vecchietti del Barlume). 

Alla fine, complice anche un regalo di Natale, mi sono decisa. La misura dell’uomo è stata la mia prima lettura di questo 2019. E spero davvero non determini l’andamento di tutto l’anno. Perché no, non mi ha convinta.

Siamo a Milano, sul finire del XV secolo: una città che sta fiorendo, in pieno Rinascimento, grazie al consolidamento del sistema finanziario e al patrocinio di Ludovico il Moro che governa la città. In questo contesto opera Leonardo da Vinci. Un uomo piuttosto singolare, che vive con la madre, gira per la città con delle lunghe vesti rosa, scrive al contrario e sembra sempre immerso nei suoi pensieri. In qualche calcolo, forse, o in come cavolo fare a rivestire di rame un’enorme statua che gli è stata commissionata proprio dal Moro. Quasi non sembra accorgersi degli intrighi che succedono in città, tra governatori legittimi e regnanti illegittimi, tra richieste di alleanze e tentativi di tradimento. Finché un giorno non viene chiamato al Castello: è stato trovato un uomo morto in cortile e occorre che qualcuno, oltre all’astrologo di Corte, indaghi su cosa è successo. Verrà così alla luce uno strano complotto, che Leonardo è chiamato a sventare.

Le potenzialità per essere un buon romanzo La misura dell’uomo le ha tutte: il personaggio di Leonardo, il contesto storico e sociale, l’idea del giallo e del ritrovamento. Ma Malvaldi stesso sembra perdersi nella trama che ha inventato, ricca di intrecci, personaggi (c’è un Dramatis Personae all’inizio, ma secondo me non è sufficienti) e riferimenti storici che io personalmente ho faticato un po’ a seguire. Ma a parte questo, ciò che più mi ha lasciato interdetta in questa lettura è che non mi sono divertita. Non quanto Malvaldi in passato mi aveva abituato a fare. È come se si fosse in qualche modo trattenuto, che non abbia spinto abbastanza su quegli elementi (il linguaggio, la caratterizzazione dei personaggi) che invece di solito sono il suo forte. 
Anche la parte gialla vera e propria per me è stata poco convincente: manca la curiosità, manca il colpo di scena, manca il poter seguire passo passo l’investigatore (e che investigatore!) nelle sue indagini e arrivare con lui alla soluzione. Tutte cose che mi sarei aspettata.

Insomma, sono arrivata alla fine di La misura dell’uomo un po’ a fatica, devo dir la verità, con la sensazione di aver letto un romanzo che poteva essere molto ma molto di più di quello che alla fine è stato. Perché conosco Malvaldi e il suo stile da parecchi libri e so che ne sarebbe stato in grado. 
Certo, è anche vero che si tratta il primo di tre volumi, quindi c’è ancora tempo per sviluppare meglio tutte le parti che, per me, non hanno funzionato. Il problema però è che è proprio il primo romanzo a dover far venire la voglia e la curiosità di leggere anche i successivi. E, in questo caso, almeno per me non è successo.

(Anche se poi li leggerò lo stesso, perché io a Malvaldi voglio sempre un sacco bene).


Titolo: La misura dell'uomo
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 300
Editore: Giunti editore
Anno: 2018
Prezzo: 18,50€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: La misura dell'uomo
formato ebook: La misura dell'uomo

sabato 29 dicembre 2018

Le mie letture del 2018

E così finalmente questo 2018 giunge al termine. È stato un anno difficile, forse il peggiore in assoluto da che io mi ricordi, e ammetto che, pur sapendo che in realtà tra il 31 dicembre e il 1 gennaio non cambia assolutamente nulla, sapere che finisca mi fa tirare un sospiro di sollievo.
Qualche gioia durante l’anno c’è stata, sia chiaro: un paio di lavori che mi hanno fatto esclamare “oddio, che figata! Ma sta succedendo proprio a me?” (uno di questi lo troverete in libreria nei primi mesi del 2019); la vita matrimoniale che procede a gonfie vele; qualche bel film; qualche bella gita (tante mostre, quest’anno!); qualche bel momento con amici e persino un musical (Mary Poppins, al Teatro Nazionale a Milano... meraviglioso!), a cui non assistevo da un bel po’. Ma il tutto è stato offuscato da un grande dolore che ha gettato una cappa nera sulla seconda metà dell’anno: piano piano si sta un po’ diradando, ma dubito che se ne andrà mai del tutto e devo ancora capire come fare a conviverci (però giuro che mi sto impegnando). Quindi ecco, meno male che stai finendo, stupido 2018.

Anche per quanto riguarda le letture, quest’anno non è stato al massimo del suo potenziale. O meglio, lo è stato, se si considerassero tutti i libri che ho letto per lavoro, a discapito di quelli per piacere. Le mie letture personali si fermano a quota 55: che non sono poche, ma nemmeno tantissime rispetto al mio solito. È che tra i mille lavori, le mille letture (a cui segue una scheda, o una correzione, o una traduzione... ) e la conseguente stanchezza, sempre più spesso ultimamente, a me, lettrice rampante incallita, è capito di non avere voglia di leggere. A farne le spese è stato anche il blog, ovviamente, sempre più abbandonato a se stesso nonostante i miei sporadici post di buoni propositi, in cui promettevo che avrei cercato di aggiornarlo di più. E chissà che con il nuovo anno non ci riesca davvero.

© Georgiana Chitac

Ma veniamo ai bilanci di lettura veri e propri. Cinquantacinque libri, dicevamo (di cui uno, Lettere a Theo di Vincent Van Gogh, ancora in lettura, ma conto di finirlo entro il 31 dicembre); e la cosa bella è che sono state praticamente tutte letture che meritavano. Non tutti capolavori, ovviamente, ma di libri che avrei potuto tranquillamente risparmiarmi non ce ne sono stati.
Certo, magari un 200 pagine di All’inizio del settimo giorno di Luc Lang me le sarei evitate volentieri; forse forse mi sarei evitata anche qualche pippa mentale di Théodore e Dorothee di Alexander Postel o qualche eccessiva riflessione poetica di L'amore di Maurizio Maggiani, per non parlare di alcune parti di Asimmetria di Lisa Halliday... però anche questi qualcosa mi hanno lasciato.  E quindi, urrà, un anno di letture azzeccate!

Per quanto riguarda i libri belli, invece, ne ho letti diversi che, per un motivo o per l’altro, mi sono rimasti nel cuore. I migliori in assoluto, quelli che proprio mi porterò con me per tanti anni a venire, sono nove, ma anche per tutti gli altri ne è valsa sicuramente la pena. Specifico che non si tratta esclusivamente di libri usciti nel 2018... insomma, fa fede la data di lettura e non quella di pubblicazione.


L'ordine come sempre è casuale. E, come sempre, cliccando sul titolo del libro verrete rimandati alla recensione. Eccoli qui:

IL CLUB DEL LIBRO E DELLA TORTA DI BUCCE DI PATATE DI GUERNSEY di Mary Ann Shaffer & Annie Barrows, tradotto da Giovanna Scocchera ed Eleonora Rinaldi per Astoria edizioni: uno dei primi libri letti quest'anno e che mi è rimasto nel cuore. Anche se ancora non ho provato a preparare la torta di bucce di patate. (Molto bello anche il film che ne è stato tratto, uscito su Netflix ad agosto).

UN RAGAZZO D'ORO di Eli Gottlieb, tradotto da Assunta Martinese per minimum fax: di libri che parlano di autismo ce ne sono tantissimi, ma belli come questo non credo di averne mai letti. Un romanzo dolcissimo e terribile al tempo stesso, con un protagonista, Todd, che è impossibile non amare.

PATRIA di Fernando Aramburu, tradotto da Bruno Arpaia per Guanda editore: semplicemente un capolavoro.

CLESSIDRA di Dani Shapiro, tradotto da Gaja Cenciarelli per Clichy: una grande scoperta di quest'anno, un memoir sulla vita di coppia che mi ha commossa, perché se si vuole ce la si fa sempre, nonostante tutto.

LO ZOABLATORE di Sergio Olivotti, pubblicato da Lavieri edizioni: un libro illustrato, per bambini ma anche per adulti, divertente e con dei disegni semplicemente fenomenali.

MANHATTAN BEACH di Jennifer Egan, tradotto da Giovanna Granato per Mondadori: il mio primo romanzo di Jennifer Egan, a quanto dicono diversissimo da tutti gli altri suoi. A me è piaciuto tantissimo, davvero un bel "romanzone"

IL MARE DOVE NON SI TOCCA di Fabio Genovesi, pubblicato da Mondadori: Genovesi  per me è sempre una garanzia, soprattutto nei momenti più bui e tristi, perché ti insegna che sì, la vita a volte è davvero terribile, ma in un modo o nell'altro si riesce sempre a sorridere.

IL DINER NEL DESERTO di James Anderson, tradotto da Chiara Baffa per NN editore: quanto mi piacerebbe salire sul camion di Ben e andare in giro con lui per il deserto dello Utah.

DESTINO di Raffaella Romagnolo, edito da Rizzoli: ho un legame affettivo molto stretto con i luoghi che fanno d'ambientazione a questo romanzo, e quindi almeno in parte questo ha influito sul mio giudizio. Ma, cavolo, Raffaella Romagnolo scrive davvero bene ed è in grado di raccontare l'umanità e le vite che si nascondono dietro a ogni avvenimento storico.


Questi sono i nove che mi sono piaciuti di più in assoluto, ma in realtà se ne potrebbero menzionare anche altri: Vincoli di Kent Haruf per esempio (di cui qui ancora non c'è la recensione, ma merita), oppure La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani... però una selezione va fatta e quindi mi fermo qui. Spero che anche voi abbiate letto tanti libri belli e, soprattutto, che con voi il 2018 abbia picchiato un po' meno forte. 

Sperando che il 2019 sia un po' meno doloroso e un po' più pieno di letture bellissime come queste (e di tempo per aggiornare il blog), vi auguro un buon anno nuovo, pieno di tutto ciò che più desiderate!

sabato 1 dicembre 2018

Il mio novembre, con Jeffrey Eugenides e Fabio Bartolomei (e tante altre cose)

Novembre è stato un mese molto pieno per me, e solo ora che si è concluso riesco finalmente a fermarmi un attimo e fare mente locale su tutto quello che è successo.
Un’occasione di lavoro inaspettata che ho colto al volo, perché le occasioni di provare a fare qualcosa che non sappiamo se ci possa piacere o no vanno colte sempre, ma che ha rivoluzionato drasticamente il mio tempo. Ritmi e incastri nuovi (perché sì, ho accettato questo lavoro nuovo ma senza lasciare nessuno di quelli vecchi, che sono e continueranno a essere sempre quello che davvero voglio fare nella vita), momenti di panico da “non ce la faccio”, serate in cui mi addormento sul divano senza neanche accorgermene... insomma, indovinate un po’ chi ha pagato lo scotto maggiore di questi nuovi ritmi non ancora ben ingranati? Il mio povero blog a pois, ovviamente, che se ne sta va qui tutto solo dal 5 novembre (remember remember), senza che io lo aggiornassi sulle mie nuove letture.

Non che ce ne siano state molte, in questo mese. I ritagli di tempo che usavo prima per leggere ora vengono impiegati per altro e quindi non sono riuscita a finire più di tre libri per piacere (se ci aggiungiamo quelli per lavoro però la cifra sale, ci tengo davvero a dirlo). Ma anche se sono state un po’ pochine, ci tengo comunque a parlare dei due romanzi, oltre a Destino di Raffaella Romagnolo di cui invece avevo già parlato, che ho letto in questo mese, perché sono state due belle letture.

La prima è Una cosa sull’amore di Jeffrey Eugenides, scrittore americano che avevo conosciuto con Middlesex prima e con La trama del matrimonio poi. In questo caso, però, siamo di fronte a una raccolta di dieci racconti, scritti tra il 1995 e oggi.



Dieci storie diverse tra loro, unite dal sottile filo conduttore dell’amore che si sviluppa in forme diverse: l’amore che unisce due amiche, nonostante le differenze d’età e di indole, e che sopravvive anche alla malattia, in quello che secondo me rimane il racconto più bello dell’intera raccolta, Le brontolone (piazzato proprio in apertura, per far subito capire l’eccezionale bravura dell’autore); l’amore un po’ egoistico che porta a scegliersi il padre del proprio figlio tra una selezione di tre e quello mai sopito che riflette su questa scelta; la passione e l’amore per la musica, che potrebbe sfasciare una famiglia ma che al tempo stesso la tiene insieme; i legami famigliari, che non si spezzano neanche di fronte alle decisioni più assurde; l’amore che finisce e il bisogno di accettarlo, nonostante il dolore (in Trova il cattivo, la seconda piccola perla di questa raccolta).

Quella prima notte, e ancor più nelle notti successive, era come se a letto lei si restringesse, oppure come se mi allargassi io, fino a diventare grandi uguali. E piano piano quel pareggiarsi continuò anche alla luce del sole. Facevamo ancora girare la gente per strada, ma ora sembrava che ci guardassero come se fossimo una sola creatura, e non due esseri di misura sbagliata agganciati al girovita. Noi. Insieme. All'epoca nessuno dei due scappava o inseguiva l'altro. Stavamo soltanto cercando, e ogni volta che uno di noi andava a controllare, l'altro era lì, in attesa di essere trovato. Ci siamo trovati a lungo, prima di perderci. Eccomi qua! dicevamo, dal profondo del cuore. Vieni a cercarmi. Facile come colorare l'arcobaleno.

E poi si parla di sessuologia e di vulve oracolari; di amicizie soffocanti e di notti d’amore mancate; di promesse mai mantenute e di vendette; per finire con Denuncia tempestiva, in cui si racconta forse un tentativo di violenza o forse uno di estorsione, in una storia geniale per il cambio di punto di vista, di prospettiva e per i mille dubbi che instilla nel lettore.

Ovviamente non tutti i racconti sono allo stesso livello, anche se i tre di cui ho citato il titolo sono sicuramente tra i racconti più belli che abbia mai letto. In ogni caso, Jeffrey Eugenides si dimostra bravo ed efficace anche nelle storie più brevi, che sono sempre incisive, in grado di coinvolgere a più livelli il lettore e che, soprattutto, non sembrano mai romanzi mancati (come spesso succede ai romanzieri che si prestano ai racconti, che pensano che si possano scrivere allo stesso modo).

Il secondo libro è L’ultima volta che siamo stati bambini di Fabio Bartolomei, uscito per e/o come tutte le sue opere precedenti.



Pur non conoscendolo personalmente, io a questo autore sento di voler un bene dell’anima e quindi, da quando l’ho scoperto tanti anni fa con La banda degli invisibili prima e con Giulia 1300 e altri miracoli poi, festeggio con entusiasmo l’uscita di ogni suo nuovo libro.

Protagonisti di L’ultima volta che siamo stati bambini sono Cosimo, Italo e Vanda.  Siamo nel 1943, la guerra e il fascismo hanno sfiancato il paese e mietuto già molte vittime. Loro hanno dieci anni, sono completamente diversi l’uno dall’altro eppure uniti da quei forti legami che si possono creare solo da bambini, quando si gioca insieme ogni giorno e si guarda al mondo e alle sue brutture senza capirle davvero. Quando il quattro membro del loro gruppo, Riccardo, viene portato via dai tedeschi insieme ai suoi genitori e ad altri ebrei, decidono di partire per andare a cercarlo: Vanda scappa così dall’orfanotrofio in cui vive, Cosimo lascia il nonno sapendo già che quando tornerà dovrà trascorrere molto tempo in punizione chiuso in cantina, Italo indossa la sua bella divisa da Balilla, sicuro che gli aprirà molte porte. Seguono i binari, perché è con il treno che Riccardo è stato portato via, quindi basta seguire le rotaie per arrivare dov’è andato lui, e si incamminano per un lungo viaggio che aprirà loro gli occhi su quanto sta succedendo davvero nel paese, segnando per sempre la fine della loro infanzia. A inseguirli, ci sono Suor Agnese, che ha sempre riversato su Vanda un enorme affetto, e Vittorio, il fratello di Italo che è ritornato dalla guerra con una ferita alla gamba e molti onori.

L’ultima volta che siamo stati bambini è un romanzo molto forte e commovente. E Fabio Bartolomei si dimostra ancora una volta molto bravo nel raccontare storie dal punto di vista dei bambini (se non l’avete ancora letto, leggete assolutamente il suo We are family, ne avrete conferma): è bravo a trasmetterne l’innocenza, il modo quasi disarmante di guardare il mondo,  il senso profondo di ingiustizia e il bisogno di ripararla, l’ingenuità che a poco a poco si trasforma in consapevolezza.

«Davvero pensavi di giocare con noi per tutta la vita?» Lo interrompe Vanda.
«Certo. Tu no?»
Lei ci riflette su, arrotola intorno al dito una ciocca di capelli.
«Sì, anche io a volte, però lo so che da grandi cambia tutto. Quando si cresce non si pensano le stesse cose di adesso».
«Allora dobbiamo promettere di diventare dei grandi diversi».

In alcuni punti, però, devo ammettere che ho avuto l'impressione che mancasse qualcosa, che l'autore non abbia spinto fin dove avrebbe potuto (forse per paura di diventare banale o ripetitivo?) nel racconto dell'avventura dei tre bambini, e ancor più dei loro inseguitori, perdendo così l'occasione di trasformare un bel libro in un vero e proprio capolavoro. In ogni caso, è davvero una lettura che merita.

Ho iniziato il mese di dicembre insieme a Jonathan Coe e al suo nuovo romanzo, Middle England, da poco uscito con Feltrinelli. Per me leggere Coe è sempre un po' come ritornare a casa e, anche se per il momento ho letto solo una sessantina di pagine, direi che la sensazione si sta riconfermando anche in questo caso. Spero solo di riuscire a parlarvene prima di gennaio. 


Titolo: Una cosa sull'amore
Autore: Jeffrey Eugenides
Traduttore: Katia Bagnoli
Pagine: 300
Editore: Mondadori
Anno: 2018
Prezzo: 20€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Una cosa sull'amore
formato ebook: Una cosa sull'amore


Titolo: L'ultima volta che siamo stati bambini
Autore: Fabio Bartolomei
Pagine: 208
Editore: edizioni e/o
Anno: 2018
Prezzo: 16€
Acquista su Amazon:

lunedì 5 novembre 2018

DESTINO - Raffaella Romagnolo

Il destino è un mistero. La stessa guerra non è la stessa guerra. I soldati americani avevano gallette, dolcetti, zucchero, caffè solubile; ai Leone mancava il pane. Assunta ha fatto il possibile, ora Giulia lo sa. Non ci sono conti da aggiustare, non c'è niente da perdonare. Facciamo tutti il possibile, amica mia.


Mio padre era originario di Bosio, un paesino abbarbicato sull'appennino ligure ma ancora in Piemonte, in provincia di Alessandria. In realtà era di una frazione di poche case e poche anime, che porta proprio il mio cognome. Oltre a Ponassi, fa parte del comune di Bosio anche Capanne di Marcarolo, un agglomerato di case che oggi ha ben ventotto abitanti e un parco naturale omonimo, conosciuto in tutta Italia perché lì, nel 1944, c’è stata la strage della Benedicta: fascisti e tedeschi hanno ammazzato settantacinque partigiani.
Sono stata sui luoghi della strage solo una volta, da bambina, un giorno in cui eravamo a Bosio e i miei genitori hanno deciso di portarci. Dopo tanti racconti sentiti dai parenti e gli amici più anziani, da chi ha vissuto da vicino quegli anni o ha perso un proprio famigliare in quell'eccidio, era giunto anche per noi il momento di andare a rendere omaggio.

Perdonate la lunga premessa, ma quando ho aperto per la prima volta Destino, il nuovo romanzo di Raffaella Romagnolo da poco uscito per Rizzoli, e ho visto che era dedicato proprio “Ai ragazzi della Benedicta”, la mia mente è subito tornata a quel giorno e a tutti i racconti che ho sentito nel corso degli anni. Poi mi sono accorta anche che Borgo di Dentro, uno dei due luoghi protagonisti del romanzo, è Ovada, altro paese che ho sempre sentito nominare in casa, e ho capito che Destino, io, lo avrei amato.
Conoscevo già la scrittura di Raffaella Romagnolo, grazie a quel piccolo capolavoro di La figlia sbagliata, ed ero davvero curiosa di leggere qualcosa di nuovo di questa autrice (di cui, secondo me, si parla davvero troppo poco). Certo, però, non mi aspettavo di leggere qualcosa di forse ancor più bello e più intenso.

Destino racconta la storia di due amiche e delle loro famiglie nella prima metà del ‘900. Giulia Masca e Anita Leone sono nate e cresciute a Borgo di Dentro: entrambe lavorano alla filanda del paese, insieme a tante altre donne.  Poi, a un certo punto, le loro strade, i loro destini, si dividono. Giulia molla tutto, il lavoro, la casa, la madre Assunta e parte per l’America e approda a New York, dove con fatica si fa una nuova vita insieme a un altro immigrato italiano. Anita, invece, resta e, insieme alla sua numerosa famiglia, vive sulla sua pelle l’arrivo della Prima Guerra Mondiale e della chiamata alle armi degli uomini di casa, poi dello squadrismo e del Fascismo, della Seconda Guerra Mondiale, delle lotte partigiane e della resistenza agli orrori che si ritrova ogni giorno a vivere.

Il vuoto lasciato da Giulia non si riempì, ma la vita aggirò l’ostacolo e riprese a scorrere. Prima rivoli e zampilli – una partita a carte, un pomeriggio tutti insieme, il ballo a palchetto sul far dell’estate, il nome di Giulia che, davanti a un testo di polenta, qualcuno pronuncia senza scandalo – poi con flusso invincibile, capace di superare d’un balzo la morte di nonno Domenico, nel sonno, e quella della stessa Luigina, tre mesi dopo, di malinconia.

Sono due donne forti, Anita e Giulia, anche se in modi diversi. E sono soprattutto due amiche, che a un certo punto si sono perse per strada ma non hanno mai smesso di pensare l’una all’altra e alle scelte diverse, ugualmente difficili, che entrambe hanno compiuto e che riacquistano forza e intensità quando Giulia, dopo tanti anni, ritorna a Borgo di Dentro. Non sa cosa aspettarsi; non sa cosa è successo alle persone che amava e ha paura di quello che potrà, o non potrà, trovare. 
Attorno ad Anita e Giulia ruota una serie di personaggi (in mezzo a cui l’autrice ci aiuta a districarci inserendo, all'inizio di ognuna delle tre parti di cui si compone il libro, gli alberi genealogici) altrettanto intensi e ben caratterizzati: i fratelli di Anita, Giuseppe Garibaldi e Nino Bixio; i figli e i nipoti; i vicini di casa; i padroni dei terreni e della fabbrica, la bella e tenace Adelaide... tante vite che si mescolano, che vivono, da uno schieramento o dall'altro, mostrando coraggio o paura, quello che la storia del Novecento mette loro davanti, appoggiandosi alle piccole gioie quotidiane per resistere e sopravvivere a un destino più grande contro cui non possono nulla.

La ragazza si scosta seccata, poi si alza e lo guarda. A Nico sembra più alta, il volto duro, una riga netta tra le sopracciglia. «Ti odio» dice e gli dà uno schiaffo.
Nico rimane di stucco, poi si riprende, le afferra il polso e la tira a sé. Lei cerca di colpirlo ancora. «Ti odio» singhiozza, mentre Nico la stringe, le bacia il volto in lacrime, le chiude le labbra con le labbra. «Anch'io» le soffia in bocca, poi sente il pianto in gola e si abbandona, la bacia e intanto piange, lei invece smette di singhiozzare, la sente sorridere, poi proprio ridere, e allora ride anche lui e pensa: Oddio, la felicità.

Destino è un romanzone, in cui io ho trovato tutto quello che spero sempre di trovare in un libro: la Storia, quella con la S maiuscola, raccontata dal punto di vista umano, di chi è morto in una trincea e di chi era a casa ad aspettare, di chi è stato fucilato insieme ad altri ragazzi come lui e di chi è andato a recuperare i corpi, di chi ha mollato tutto e ha attraversato l’Oceano in cerca di se stesso e di chi invece è rimasto dov'era e ha vissuto con quello che aveva; di chi è tornato e di chi non se n’è mai andato. Tutto questo con personaggi ben caratterizzati (il mio prossimo animale domestico lo chiamerò Gelida Manina), momenti molto teneri e pieni d’amore, speranza e altruismo, e altri carichi di rabbia, ingiustizia e tanto, tanto dolore. Proprio com'è la vita.
Si capisce subito quando, nel lezzo e nella confusione, una donna riconosce un figlio. Tutto si ferma per qualche secondo, il ronzare delle mosche crepita come un falò. Rita siede su un masso, fissa il ruscello e non dà una lacrima, immobile. Qualcuno scende da Cascina Benedicta portando a braccia travi annerite da fumo e parti dell’impiantito. I pezzi di legna ch’erano tavoli, sedie e solette, vengono appoggiati delicatamente sui corpi già ripuliti, bare improvvisate. Anita toglie il fazzoletto che porta al capo, lo straccia e ne ricava due pezzuole. Inzuppa la prima nell’alcol, s’inginocchia accanto a un ragazzo e lo ripulisce, poi un altro, poi un altro, fino a contarne cinque. Poi si alza, raggiunge il ruscello, sciacqua la pezzuola nell’acqua torbida, cerca la ragazza con l’alcol e ricomincia.

Raffaella Romagnolo ha scritto un romanzo incredibile, in cui si vedono tutte le ricerche e gli studi che ha compiuto, tutta l’attenzione nel raccontare qualcosa di così difficile e al tempo stesso tutta la passione che ci ha messo nello scrivere, che emerge in ogni personaggio, in ogni gesto, in ogni singola riga di ogni singola pagina. Un libro semplicemente stupendo.


Titolo: Destino
Autore: Raffaella Romagnolo
Pagine: 397
Editore: Rizzoli
Anno: 2018
Prezzo: 21€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Destino
formato ebook: Destino

martedì 30 ottobre 2018

ASIMMETRIA - Lisa Halliday

La terza domenica l'uomo comprò due coni da Mister Softee e ne offrì uno ad Alice. Lei lo accettò, come aveva fatto con la cioccolata, anche perché già gocciolava. E comunque uno che ha vinto più di una volta il Premio Pulitzer non va in giro ad avvelenare la gente.


Lo so, lo so. Quella fascetta avrebbe dovuto mettermi in guardia. Le parole “caso editoriale” e “un libro imperdibile” per lanciare un romanzo sono ormai talmente tanto abusate che ogni anno abbiamo almeno duecento libri dell’anno, quattrocento casi editoriali e mille libri imperdibili. Ma si sa, tutte le fascette tendono a essere un po’ roboanti, a lanciare ogni singolo libro come se fosse il capolavoro che tutti dovrebbero leggere, sperando così di emergere un po’ dalla massa. E se non leggessi tutti i libri che hanno un lancio simile, probabilmente mi limiterei a cinque o sei testi all’anno.
Certo, poi sono usciti anche commenti molto entusiastici, forse un po’ troppo, che avrebbero proprio dovuto farmi stare lontana da questo libro. Ma sono curiosa, non ci posso fare niente. E poi non volevo rischiare che un mio preconcetto, spesso totalmente infondato, rischiasse di farmi perdere qualcosa che invece mi sarebbe piaciuto.

E quindi sì, ho letto Asimmetria di Lisa Halliday, tradotto da Federica Aceto per Feltrinelli editore. E un po’ me ne sono pentita.
Intanto, Asimmetria è un romanzo per modo di dire. Si compone di tre parti. La prima e l’ultima sono in qualche modo collegate tra loro, mentre quella intermedia sembra del tutto avulsa dal resto.

Si parte con Follia: protagonisti sono Alice, una ragazza di venticinque anni che lavora come redattrice in una casa editrice ma sogna di scrivere, e Ezra Blazer, scrittore di fama internazionale, vincitore del Premio Pulitzer e di tutta una serie di altri riconoscimenti, tranne il Nobel... vi suona famigliare, eh? L’autrice stessa non ne ha fatto mistero: Ezra è Philip Roth e Alice è lei. E quindi sì, anche la relazione che racconta è reale. Ezra è un signore anziano, con un certo fascino; Alice una ragazza che ancora deve trovare la sua strada. I due vanno a letto insieme, poi, quando lo stato di salute di Ezra peggiore, si frequentano come due innamorati. Lui sta scrivendo e intanto attende che gli arrivi quel tanto agognato premio che aspetta con ansia e che ancora gli manca; lei sta cercando la sua strada nel mondo e, a un certo punto, capisce che forse avere accanto un signore così anziano, con così tanti bisogni e necessità, non sia poi una buona idea.
“Mary-Alice,” le disse lui con tenerezza dopo qualche istante. “Io lo so cos’è che fai.”
“Cosa?”
“So cosa fai quando sei da sola.”
“Cosa?”
“Scrivi. Non è così?”
Alice si strinse nelle spalle. “Un po’.”
Nella seconda parte, Pazzia, la storia cambia completamente. Ci ritroviamo in aeroporto a Heathrow con Amar, un economista iracheno-americano che fa scalo lì nel suo viaggio verso l’Iraq per andare a trovare il fratello. Ha due giorni liberi prima del volo successivo e vorrebbe trascorrerli a Londra con un amico, ma la polizia aeroportuale non vuole farlo uscire: la sua storia e il suo passato sembrano essere troppo complicati per poterlo lasciar andare liberamente in giro per la città. Amar, nell’attesa di capire quale sarà il suo destino in terra inglese, ripensa alla sua vita, alla sua infanzia, al suo rapporto con i genitori e il fratello, a tutto ciò che lo ha portato a essere lì, in quella sala d’attesa, in quel momento.

La terza parte, Desert Island Discs con Ezra Blazer, è invece un’intervista radiofonica, che ha come protagonista proprio Ezra, chiamato a elencare quali dischi poterebbe con sé su un’isola deserta. Fresco fresco di Nobel, lo scrittore parla della musica che ha influenzato la sua vita e la sua scrittura, mentre ci prova spudoratamente con la sua intervistatrice.

Qualcosa in Asimmetria deve essermi sfuggito, perché io l’ho trovato solo molto lento e molto noioso, soprattutto nella parte che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto interessarmi di più: ovvero la storia tra lo scrittore Ezra e Alice. Come penso sia stato per molti, ad avermi spinto alla lettura è stato proprio il sapere che Lisa Halliday qui racconta la storia sua e di Philip Roth, filtrata attraverso due alter ego che non so quanto effettivamente siano somiglianti alla realtà (spero poco, perché io Alice l’ho trovata davvero antipatica).  Non ho trovato tenera la storia d’amore tra Ezra e Alice, anzi, a volte per me è stata al limite dell’irrispettoso nei confronti di colui che è stato un grande scrittore, ma anche, a un certo punto e inevitabilmente, un anziano con problemi di salute. 
La seconda parte, secondo me, è quella riuscita meglio, la più interessante, sia per la storia del passato di Amar, sia per le difficoltà al limite del grottesco che sta vivendo in quel momento in aeroporto solo perché ha un doppio passato. Però non ho davvero capito il collegamento né con la precedente né con la successiva (sì, c’è qualche piccolissimo riferimento, ma proprio proprio minimo), al punto che ammetto di aver pensato che sia stata inserita più che altro per dar spessore al libro, altrimenti troppo breve. Oppure è possibile che sia io a non saper cogliere il senso di questa “narrazione asimmetrica” che riflette in qualche modo “le asimmetrie della vita”... insomma, per me sarebbe stato meglio dire semplicemente che si trattava di una raccolta di tre racconti.

In generale, da Asimmetria mi aspettavo molto, molto di più. E non solo per via di una fascetta altisonante e dei commenti positivi letti ovunque (a cui, bisogna dare atto, hanno poi fatto seguito anche altri decisamente meno entusiastici). Mi aspettavo di più perché una storia come quella che ha vissuto Lisa Halliday con Philip Roth per me si merita una trasposizione diversa (oppure non sbandierare in anticipo che si tratta di voi due e lasciare al lettore la possibilità di coglierci quello che vuole). E si merita più spazio anche la storia di Amar e di tutte le persone come lui che, ogni giorno, devono affrontare il controllo passaporti, portandosi dietro un passato che non si sono scelti.
Però si tratta anche di un libro (scusate, proprio non riesco a chiamarlo romanzo) d’esordio e sicuramente Lisa Halliday ha molto potenziale e tanto tempo per affinarlo. Magari seguendo anche i consigli di Philip Roth.


Titolo: Asimmetria
Autore: Lisa Halliday
Traduttore: Federica Aceto
Pagine: 285
Editore: Feltrinelli
Prezzo di copertina: 17,00€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Asimmetria
formato ebook: Asimmetria

martedì 23 ottobre 2018

LA BAMBINA OVUNQUE - Stefano Sgambati

In effetti da quando la ginecologa ha pronunciato la frase "Da adesso può nascere in qualsiasi momento" sono precipitato, e c'era da aspettarselo, in un abisso di letture e riletture delle più svariate sintomatologie: fosse per me mia moglie dovrebbe già essere ricoverata, osservata da dodici o tredici medici ventiquattro ore su ventiquattro, intubata e il suo organismo invaso di sostanze psicotrope calmanti, la sala d'attesa dell'ospedale gremita di parenti e amici, troupe televisive, giornalisti; invece è uscita.
Mia moglie è uscita
Per la precisione prima è uscita la pancia, poi mia moglie, che mi pare la segua:  segue una pancia enorme che contiene nasconde protegge nostra figlia, la persona qualunque che piegherà il piano inclinato del mondo.


I libri come La bambina ovunque di Stefano Sgambati, uscito a settembre per Mondadori, sono molto difficili da recensire. 
Potrei buttarla facilmente sulla tenerezza, che è uno dei sentimenti predominanti che si prova durante la lettura e anche una volta concluso il libro. La tenerezza di una coppia che si innamora e a poco a poco si scopre a vicenda; la tenerezza di un marito e di una moglie nella loro quotidianità, fatta di differenze caratteriali, a volte incomprensioni, a volte discussioni, e sempre amore; la tenerezza di un padre che non sa bene quale sia il suo ruolo (se davvero ne ha uno) durante i nove mesi di gravidanza di sua moglie; e la tenerezza dello stesso padre quando la bambina nasce e lui ancora non sa bene che farne; e infine la tenerezza del padre cresciuto, che guarda la figlia e quel che è diventata.

La madre tamburella le dita in quel punto e il padre capisce, perché è un gioco che fanno da tantissimo tempo, "darsi appuntamento" vicino agli oggetti sui tavoli, dietro al bicchiere, accanto al coltello; perciò raggiunge con la sua mano le dita tamburellanti di lei, gliele copre con il palmo, stop, è tutto lì, non c'è altro, il più grande e semplice gesto di pace che si sia mai visto in una cucina, lei gli sorride, sono bellissimi, la panciona di lei tocca il bordo del tavolo, sono bellissimi, sono la cosa più bella che io abbia mai visto e per un po' non dicono niente, non c'è un'altra proposta di matrimonio da fare, soltanto quella mano sopra un'altra mano e la torta rustica un po' sbocconcellata nei piatti, un forno a microonde bianco, un kitchen-aid arancione grazie al quale il padre sta imparando la panificazione, e c'è un pezzo di scottex sul pavimento che la madre proverà più tardi a raccogliere, subito bloccata da lui, che le dirà "Lascia lascia", e così tutti i giorni, da quasi nove mesi e così sarà per sempre, ma a turno, aiutarsi, venirsi incontro, incantarsi.

Potrei altrettanto facilmente buttarla sul personale, visto che io e mio marito siamo più o meno coetanei di questo padre e di questa madre e anche a noi piaceva guardare Masterchef in tv finché c’era Cracco (il programma dei pacchi no, non l’ho mai sopportato invece, nemmeno come sottofondo). Di figli noi non ne abbiamo ancora, anche se è un argomento di cui ogni tanto si parla, che aleggia tra noi in modo più o meno serio (di solito con buffi accostamenti di nomi con il cognome), ma che, onestamente non sappiamo se e quando sarà. E nemmeno come, se dovremo anche noi affrontare quello che hanno affrontato i protagonisti di La bambina ovunque, tra FIVET, campioni di sperma e siringhe di ormoni schizzate sullo specchio del bagno.

E ogni tanto ci ritrovavamo svegli entrambi su un letto umido che sembrava una zattera e avevamo fatto da poco l'amore per la quattordicesima volta di fila nei Giorgi Giusti e di nuovo e sempre orbitava sopra di noi, a pochi centimetri dal naso, la sensazione misteriosa e inesplicabile che avessimo fallito ancora, che qualcosa tra me e mia moglie si opponesse.

Ma se mi limitassi a buttarla sulla tenerezza e sul personale, non credo riuscirei a rendere giustizia al libro, perché, al di là dell’empatia con i protagonisti, al di là delle proprie esperienze e della facile commozione di fronte quegli episodi quotidiani della vita di coppia che quasi la tengono su, in questo c’è anche tanto altro.

La bambina ovunque è un memoir ironico e sincero, che non edulcora nulla, in cui questo padre s’interroga su quale sia il suo posto, senza lasciarsi prendere dalle smancerie o dall'entusiasmo che ci si aspetterebbe necessariamente da chi sta per avere un figlio. Stefano ammette subito di non essere tanto convinto all'inizio, di farlo più per soddisfare il desiderio di maternità della moglie; racconta quanto sia stato difficile arrivarci, quanto imbarazzo abbia provato nel momento di fornire il suo contributo in un barattolino, quanto sia stato difficile accettare che quell'esserino minuscolo sia arrivato nelle loro vite per stravolgerle talmente tanto che nemmeno le terribili notizie in tv possono distogliere l’attenzione da quel fagottino inerte.

Mi è piaciuto forse un pochino meno il capitolo finale, quello in cui il memoir si trasforma in finzione e il padre guarda la figlia e com'è diventata. Per quanto dolce sia ritrovarla da grande in uno dei luoghi preferiti dell'autore, questa proiezione nel futuro attribuisce a questa bambina ovunque (che oggi di anni dovrebbe averne un paio) una certa "responsabilità" che non so quanto sia giusto che abbia.

In ogni caso, La bambina ovunque è un libro divertente e a tratti molto tenero, da cui è facile lasciarsi coinvolgere, soprattutto se si è vicini all'età dei protagonisti. Ma, soprattutto, è un libro molto vero, reale, che dà voce a quei pensieri che magari molti genitori, soprattutto padri, fanno quando stanno aspettando un figlio, senza aver però il coraggio di pronunciarli. E che poi, una volta che il figlio arriva, a poco a poco spariscono, sostituiti dall'amore, dalla scoperta, dal vedere un noi fatto di due, diventare di tre.


Titolo: La bambina ovunque
Autore: Stefano Sgambati
Pagine: 137
Editore: Mondadori
Anno: 2018
Prezzo: 18,00
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formato ebook: La bambina ovunque