mercoledì 19 settembre 2018

L'AMORE - Maurizio Maggiani

Il fatto è che ci ho messo un bel po' a imparare a dire ti amo. Ci sono stati degli allenamenti, lunghi e penosi allenamenti in verità. Ti amo, provare un po' a dirlo ad alta voce se ti viene subito, così. Ti amo ti amo ti amo.


L’amore, da poco uscito per Feltrinelli editore, è il primo romanzo che leggo di Maurizio Maggiani e credo che sarà anche l’ultimo. E dire che l’avevo iniziato con le migliori intenzioni, incuriosita e in qualche modo anche affascinata dall'idea di raccontare attraverso gli amori passati come si è arrivati a quello “definitivo”. 

Ed è questo che succede nel libro. Ci sono uno sposo e una sposa, non più giovanissimi, che si amano. Lui, tutte le sere prima che lei si addormenti, le racconta una storia, un “fattarello”, che di solito riguarda i suoi amori passati. Le piace ascoltarli, le piace scoprire cosa ha portato suo marito a essere quello che è adesso. E lui glieli racconta volentieri, rimboccandole le coperte. Poi, al mattino, la sposa esce per andare al lavoro e lo sposo, che lavora invece da casa, continua a rimuginare su sui suoi racconti e sui suoi ricordi, sulle donne e gli amori che ha avuto, sulla loro intensità, più o meno forte e più o meno corrisposta, e soprattutto non smette mai di domandarsi quando e come ha imparato a dire “ti amo”.

Un’idea che trovo davvero molto bella e il mio entusiasmo, infatti, è rimasto alto per una buona metà del libro. Poi, a poco a poco, ha iniziato a scemare. Forse per via dello stile di Maggiani, che ho trovato sì poetico ma in modo estremamente forzato, poco convincente per me e la mia sensibilità. Forse perché mi sono persa nei pensieri e nei ricordi dello Sposo, come ci si perde quando si ascolta parlare a lungo qualcuno che, a parte qualche aneddoto o qualche battuta, proprio non riesce a tenere desta la tua attenzione. Ogni tanto si sorride (come quando racconta della loro abitudine di leggere insieme; oppure, quando all'inizio descrive la Sposa addormentata e spiega che ogni sera, se lei si dimentica, lo Sposo va e le mette il bite contro il digrignamento notturno dei denti... forse perché soffro dello stesso problema da anni ed è la prima volta che lo ritrovo in un libro), ogni tanto si annuisce e, per lo più, si pensa ai fatti propri (alla prima volta che io e mio marito ci siamo detti “ti amo”, per esempio, e al modo buffo in cui ci siamo arrivati, prima al plurale, perché anche quella era una cosa che dovevamo fare insieme; oppure a qualche tragico amore adolescenziale talmente intenso da non ricordami nemmeno più il nome dell’amato).
Non si è creata empatia, insomma, con il racconto dello Sposo. Non mi ha suscitato particolari emozioni, e anzi, a un certo punto, ho iniziato ad annoiarmi. E quando si tratta d’amore se l’emozione predominante è la noia, sappiamo tutti che si ha un grosso, grosso problema.

Eppure non mi sento di dire che L’amore sia un brutto libro. Alcune volte, soprattutto nelle descrizioni del sentimento attuale, quello tra lo Sposo e la Sposa, mi ha fatto sorridere e intenerire, come sempre mi fanno intenerire l'amore e le sue dimostrazioni quotidiane. Credo che semplicemente non sia un libro per me; che, nonostante le premesse iniziali, non sia scoccata la scintilla (portate pazienza, se un libro si intitola l’amore e parla di quello, è davvero facile usare questo linguaggio simbolico). E se Maurizio Maggiani scrive e racconta sempre così, direi che no, non siamo proprio fatti l'uno per l'altra.

Titolo: L'amore
Autore: Maurizio Maggiani
Pagine: 197
Anno di pubblicazione: 2018
Editore: Feltrinelli editore
Prezzo di copertina: 16,00 €
Acquista su amazon:
formato cartaceo: L'amore
formato ebook: L'amore

giovedì 13 settembre 2018

IL DINER NEL DESERTO - James Anderson

Non era il paradiso e non era l'inferno, solo un rettilineo che gli passava in mezzo.

Arrivata alla fine di Il diner nel deserto (che ho letto in lingua originale l’anno scorso e che esce proprio oggi in italiano per NN editore con la traduzione di Chiara Baffa), sono andata su google images e ho cercato “diner Utah”. 
Tra i vari risultati di paesaggi brulli e desertici, tra montagne e bacini d’acqua coraggiosi che tentano di trovare il loro spazio in questi luoghi impervi e quando ci riescono fanno danni enormi, c’era un’immagine che raffigurava esattamente l’idea che mi ero fatta della tavola calda di Walt, proprietario del diner che dà il titolo al romanzo e attorno a cui ruota gran parte dell’azione: un locale polveroso e solitario, affacciato su una strada statale poco battuta e circondato dal deserto quasi abbagliante, su cui spunta, qua e là, qualche casa isolata e qualche canyon. Un luogo in grado di trasmettere sicurezza e inquietudine al tempo stesso: un rifugio dopo chilometri di nulla, ma anche un posto in cui potrebbe succedere qualcosa di brutto senza che nessuno se ne accorga.

This photo of JC's Country Diner is courtesy of TripAdvisor

Il romanzo trasmette proprio questa sensazione. Un deserto sconfinato, un luogo in cui nascondersi, essere al sicuro, addormentato in una sua routine che nessuno osa o vuole mettere in discussione, ma che al tempo stesso può celare tante cose brutte, nascoste sotto una sabbia immobile da tempo ma che un soffio di vento un po' più forte può riportare in superficie.

La maggior parte dei personaggi di Il diner nel deserto ha un passato misterioso da cui fugge e in cui al tempo stesso si rifugia: Ben Jones, il camionista protagonista principale, che percorre su e giù la statale 117 per portare viveri e beni di prima necessità ai vari abitanti della zona, è stato abbandonato dalla madre quando era ancora in fasce eppure, pur non avendola mai conosciuta, alla madre pensa sempre; Walt, l’anziano proprietario del diner, in passato non è riuscito a salvare la moglie e da allora si è chiuso in se stesso e nella sua rabbia, per non dover affrontare gli altri, ma anche per non concedersi mai una tregua dai suoi sensi di colpa; Claire, questa ragazza misteriosa che è comparsa all'improvviso in una casa abbandonata vicino alla tavola calda e suona le corde di un violoncello invisibile, è fuggita dalla città e da un ex marito e ora lì, nel deserto, sembra quasi pronta a ricominciare una nuova vita; Ginny, una ragazzina adolescente che non sembra troppo preoccupata né per essere stata cacciata di casa dalla madre né per il figlio che porta in grembo e che dovrà crescere da sola; per arrivare ai fratelli Lacey e al loro solido legame.

Il diner nel deserto è il romanzo d’esordio di James Anderson, nonché primo di una, spero lunga, serie (il secondo volume, Lullaby Road, verrà pubblicato sempre da NN l’anno prossimo). L'autore ha scritto un crime che però si distacca molto dalle caratteristiche del genere: certo, c’è un mistero principale (il furto di un prezioso violoncello) dall'epilogo drammatico che avvince il lettore, prima lentamente per poi lasciarlo alla fine in balia delle piogge torrenziali e della corrente che all'improvviso arrivano e spazzano via tutto. Ma ci sono anche tante, tantissime altre cose. C'è la storia d’amore tra Ben e Claire, prima di tutto: la routine del deserto che si spezza, una deviazione che Ben fa con il suo camion e che sfocia in un rapporto improvviso, e forse per questo ancor più appassionato e potente. Ci sono i legami famigliari, in ogni loro forma possibile: quello fatto di se e di ricordi inestinti, tra Ben e sua madre; quello spezzato e così forse ancor più forte tra Walt e sua moglie; quello appena scoperto tra l'anziano e Claire; quello forse più singolare e al tempo stesso più tenero tra Ben e Ginny; l'amore fraterno che unisce i fratelli Lacey, Fergus e Duncan, e in qualche modo tutta questa comunità che vive nel deserto.
E c’è l’amicizia, quel vincolo forte che forse è il deserto stesso ad aver consolidato e che fa in modo che, anche di fronte alla situazione più critica, a quello che all'apparenza sembra il male in assoluto, nessuno giudichi nessuno.

«Mi sa che non credo più nel lieto fine.»

«Io non penso di averci mai creduto» risposi. «Ma avrei sempre voluto farlo.»
«Secondo te va bene se forse, solo per il momento, credo in un presente felice?»
«Può andare» dissi «a patto di viverlo insieme.»

Il diner nel deserto è un libro intenso, in cui il deserto funge da contenitore delle storie dei personaggi che lo popolano ma anche da protagonista, determinandone in qualche modo il destino.
Bello, davvero, davvero bello.

Titolo: Il diner nel deserto
Autore: James Anderson
Traduttore: Chiara Baffa
Pagine: 320
Anno di pubblicazione: 2018
Editore: NN editore
Prezzo di copertina: 18,00 €
Acquista su amazon:

martedì 11 settembre 2018

Il mio Festivaletteratura di Mantova 2018

Si è conclusa domenica sera la XXII edizione del Festivaletteratura di Mantova. Il comunicato stampa ufficiale degli organizzatori parla di 62 mila biglietti staccati e circa 60 mila presenze agli incontri gratuiti, confermando così i numeri della passata edizione.
Un successo quindi, mi sento di dire, soprattutto tenendo conto della differenza ben evidente tra il programma di quest’anno e quel del 2017, che si componeva di grandi, grandissimi nomi (soprattutto della letteratura nordamericana) che quest’anno, invece, scarseggiavano un po’. Ma credo che il Festivaletteratura di Mantova, per come è strutturato, per la bellezza della città e la sua incredibile capacità di fondersi con il festival e di accogliere chi va a visitarlo, riuscirebbe ad attirare gente anche invitando dei completi sconosciuti.



Noi siamo stati solo due giorni quest’anno, rispetto ai tre che avevamo previsto, ma sono stati sufficienti per confermare il Festivaletteratura come il mio evento letterario nazionale preferito in assoluto (almeno di quelli che ho visto finora, mi manca ancora Pordenonelegge e Una marina di libri).
Come ho già detto diverse volte, adoro l’atmosfera, adoro sedermi al bar e vedere gli scrittori passeggiare o fermarsi a un tavolo vicino, adoro i saluti per strada più o meno frettolosi con persone che magari vedi solo una volta l’anno o che non hai mai avuto occasione di incontrare prima (Cristina, Altea, Mascia, Sara, Elena e tutti gli altri... è stato un vero piacere!), adoro spostarmi da un posto a un altro per gli eventi (anche se Palazzo San Sebastiano se sta diluviando e tu hai l’auto lungo il Mincio è lontanissimo), adoro l’essere all’aperto e non in padiglioni claustrofobici, adoro fermarmi a riposare su uno degli sgabelli sotto la tenda Sordello, adoro il cibo... insomma doto il Festivaletteratura.

Nonostante il primo impatto con il programma per me sia stato un po’ meno entusiasmante rispetto all’anno scorso, alla fine abbiamo partecipato a diversi eventi, tutti molto interessanti.
Il primo è stato giovedì sera, subito dopo aver mangiato il risotto alla Pilota (risotto con la salsiccia mantovana... tanta roba), con John Niven e Peter Florence a Palazzo San Sebastiano.


Niven mi piace da matti, perché è esattamente la persona che ti aspetti che sia leggendo i suoi romanzi. Un po’ stronzo e senza problemi ad ammetterlo, ma anche simpatico, con la battuta pronta e ricco di aneddoti da condividere. Anche se il libro di cui si è parlato, Invidia il prossimo tuo, non è il mio preferito, è stato comunque un incontro divertente e a tratti anche illuminante.

Il venerdì è cominciato con un bel giretto alle bancarelle dei libri usati sotto i portici di Palazzo Ducale, un appuntamento fisso del Festival nonché una tappa imprescindibile per ogni appassionato.



Poi ci siamo spostati nel cortile di Palazzo Castiglioni (che è forse la location più bella in assoluto di tutto il festival) con Bianca Pitzorno che, insieme a Federico Taddia, ha parlato del libro più divertente che ha letto: Il piccolo scapolo di Pelham G. Wodehouse.
La Pitzorno, che io conosco per lo più come scrittrice per bambini (Sulle tracce del tesoro scomparso è uno dei miei libri preferiti di quando ero ragazzina) ma che ha scritto anche molti romanzi per adulti, si è interrogata sulle sorti della scrittura umoristica, ormai sempre meno diffusa, e sull’importanza di leggere sempre ma con il dovuto distacco (per non fare la fine di Emma Bovary o Don Chisciotte), raccontando anche nel mentre buffi aneddoti sulla sua infanzia.



Subito dopo pranzo (e che pranzo, mamma mia: affettati con mostarda mantovana, tortelli di zucca e torta sbrisolona con zabaione) ho rotolato di nuovo verso palazzo San Sebastiano, per l’incontro con Tom Drury e Luca Briasco.
Da Mantova per un momento ci siamo ritrovati nella Grouse County, dov’è ambientata la trilogia di questo scrittore americano, che secondo me purtroppo qui in Italia non sta ancora avendo tutto il successo che si meriterebbe. L’incontro si è concentrato per lo più su Pacifico, l’ultimo volume della trilogia, ma Drury ha parlato anche dell’evoluzione dei personaggi e della sua scrittura nel corso del tempo.




Alle 21.30 è toccato poi a Andrew O'Hagan che, con Carlo Annese, ha parlato del suo La vita segreta – Tre storie vere dell’era digitale, edito da Adelphi.
Un incontro interessante (penalizzato un po’ dal luogo infausto... se palazzo Castiglioni è la location più bella del Festival, l’aula magna dell’università è senza alcun dubbio la più brutta) sull’uso e sui pericoli della rete, partendo dai suoi incontri con Julian Assange e Satoshi Nakamoto, e da un suo inquietante esperimento sui social.



Sabato mattina abbiamo fatto in tempo ad andare a vedere Gianrico Carofiglio in tenda Sordello, che in mezz’ora ha parlato di una sua mania: le arti marziali.
Ho perso di vista Carofiglio come scrittore da quando è passato a Einaudi, devo dir la verità. Per quanto amassi Guido Guerrieri (un’altra mia grande cotta letteraria insieme a Rocco Schiavone), leggere i suoi romanzi senza il blu Sellerio non mi piaceva più tanto. Seguo però Carofiglio su twitter e apprezzo tantissimo tutta l’opposizione che sta facendo a questo governo (uno dei pochi scrittori che ci sta mettendo la faccia) e quindi volevo andarlo a sentire. L’incontro è stato davvero divertente, lui sa come parlare in pubblico e come intrattenerlo, anche quando non si parla specificatamente di libri.



Poi, a causa di un falso allarme felino (Luna, la gatta di casa, deve aver fatto festa quella notte e al mattino, quando sono venuti a darle da mangiare, anziché fare le caprioline come fa sempre è rimasta addormentata nella cuccia... da lì al “oddio, Luna sta malissimo” il passo è breve, soprattutto se sei un po’ ansioso. Per fortuna stava benissimo, aveva solo sonno), siamo tornati di corsa a casa.

Nonostante la partenza un po’ affrettata, è stato comunque un bel Festival. La prossima edizione si terrà dal 4 all’8 settembre 2019. Io spero di riuscire ad andarci anche il prossimo anno. E se mi permettete un consiglio, se siete amanti dei libri e degli incontri (ma anche delle belle cittadine e del cibo) almeno una volta ci dovreste proprio andare anche voi.

lunedì 3 settembre 2018

INVIDIA IL PROSSIMO TUO - John Niven

Era così perso in quei calcoli che gli ci volle un po' per rendersi conto di cosa aveva sotto gli occhi, proprio accanto a un piede.
La pallina di Craig.
Sapeva che era sua perché gli aveva dato alcune vecchie palline dalla sua sacca: tutte quante con sopra scritto «Titleist», la marca, in giallo. Si girò. Craig era a una ventina di metri, a capo chino, di spalle, indaffarato a cercare.
Di colpo un angelo con la faccia di Barack Obama apparve sulla spalla sinistra di Alan e un diavolo con la faccia di Donald Trump apparve su quella destra.
«Chiamalo, dài, - disse Obama. Digli che hai trovato la sua pallina.»
«Affanculo quel tipo, - sbraitò Trump. - Vuoi VINCERE sì o no? Eddài, cazzo. È il tuo circolo. Paghi tu. "Scalogna"? Ti rendi conto di cosa ha detto? Quello stronzetto...»
Prima ancora di capire cosa stava facendo, Alan aveva già calciato la palla di Craig sotto un folto ciuffo d'erba e schiacciato violentemente il ciuffo con la scarpa, nascondendola del tutto alla vista.
Barack Obama si coprì il viso per la vergogna.
«Sei un figo, - bisbigliò Trump. - Make Alan Great Again!»



Se dovessi spiegare in poche parole perché mi piace John Niven, credo che la primissima cosa che direi è perché è uno stronzo. O meglio, lo è nei suoi libri, lo sono gran parte dei suoi personaggi e delle situazioni spiacevoli che racconta. E lo fa senza vergogna, senza remore e senza troppi scrupoli.
E tutto questo mi piace non solo perché mi diverte, ma perché credo che, alla fine, la stronzaggine con cui caratterizza i suoi personaggi rispecchi molto del mondo reale, di quelle persone e di quelle situazioni in cui spesso ci si ritrova a vivere.

Invidia il prossimo tuo, ultimo romanzo uscito a marzo di quest’anno per Einaudi con la traduzione di Marco Rossari, è forse l’esempio più lampante. Come il titolo lascia facilmente intendere, protagonista è l’invidia, quel sentimento a volte molto labile, altre talmente forte da farci uscir di testa, che tutti almeno una volta nella nostra vita, in modo più o meno conscio, proviamo. Invidia per un’altra persona e per quello che ha ottenuto, magari a discapito nostro. Invidia per ciò che uno possiede, mentre noi non possiamo permettercelo, o per ciò che uno è e che noi non saremo mai.

Protagonista è Alan, un celebre critico gastronomico, che vive con la moglie e i tre figli in un’enorme casa poco fuori Londra. Un giorno, all’uscita della metropolitana, s’imbatte in Craig, quello che da giovane è stato il suo migliore amico e che poi è diventata una rockstar. Alan è senza parole, perché Craig adesso è un barbone, sporco, puzzolente e costretto a chiedere l’elemosina per sopravvivere. Alan decide di portarlo a bere una birra, in onore dei vecchi tempi e anche per quella sensazione di pietà che a poco a poco, un bicchiere dopo l’altro, si fa strada dentro di lui. Come può non aiutarlo? Come può lasciarlo in mezzo a una strada, visto che ha tutto lo spazio e i mezzi per accoglierlo? Certo, la sua non è proprio solo generosità... è anche un senso di rivalsa, nei confronti di quell’uomo che da giovane, pur dichiarandosi suo amico, lo ha fatto sempre sentire inferiore, non all’altezza. E adesso chi è ad avere bisogno di aiuto? Chi è che ce l’ha fatta? Quindi Alan ospita Craig a casa sua, almeno fin quando non si sarà rimesso in carreggiata. La moglie non è troppo contenta, ma alla fine Craig non dà troppo fastidio, è una presenza quasi invisibile. Finché, a un certo punto, tutto il mondo che si è creato Alan sembra iniziare a cedere, tutto insieme, in un inquietante effetto a catena. Che stia ripagando la sua falsa generosità? O che sia di nuovo l’invidia che ci mette lo zampino?

Invidia il prossimo tuo è un romanzo divertente e molto piacevole da leggere, che però, nonostante la tematica così universale, è forse un po’ meno brillante rispetto ai romanzi precedenti di Niven (non solo di A volte ritorno, che rimane irraggiungibile, ma anche di Maschio bianco etero e di Le solite sospette), soprattutto nella seconda parte.
Per quanto ben caratterizzati i personaggi, e ben descritto quello stato d’animo di generosità che in realtà nasconde tutt’altro, tutto il romanzo è caratterizzato da un senso di prevedibilità che penalizza molto la lettura. Se si esclude la riflessione finale (che forse da sola vale tutto il libro), manca un po’ di spessore, un po’ di introspezione e il testo spesso sembra ridursi a un mero accumulo di episodi (a volte esilaranti, come la partita di golf; altri forse un po’ eccessivi, anche se da uno come Niven si possono aspettare) che sfociano in una catastrofe piuttosto "telefonata".

Negli uomini, le dinamiche si fissano presto. Poco importava quanti soldi aveva fatto, quanto successo aveva ottenuto. Poco importava se lui indossava un vestito di oro zecchino e Craig era sdraiato nudo in una fogna. Alan avrebbe sempre cercato di impressionare Craig. E Craig avrebbe sempre disprezzato Alan.

Invidia il prossimo tuo non è un brutto un libro, intendiamoci. Si legge davvero bene e lo stile di Niven a me fa sempre impazzire. Però questa volta l’ho trovato un po’ sottotono, come se avesse fretta di concludere (e il fatto che questo romanzo sia il più corto scritto finora non fa che avvalorare questa mia tesi), come se non sapesse del tutto come gestire la tematica. D’altronde l’invidia è una brutta bestia e raccontarla in modo così universale, in cui tutti, volenti o nolenti, ci possiamo rispecchiare, non dev’essere per niente semplice. Nemmeno se sei uno stronzo.

(Giovedì 6 settembre andrò a vederlo al Festivaletteratura di Mantova. Magari dal vivo che credo sia uno scrittore stronzo non glielo dico, perché in realtà di persona non lo è e non vorrei si offendesse.)



Titolo: Invidia il prossimo tuo
Autore: John Niven
Traduttore: Marco Rossari
Pagine: 290
Anno di pubblicazione: 2018
Editore: Einaudi
Prezzo di copertina: 18,00 €
Acquista su amazon:
formato cartaceo: Invidia il prossimo tuo
formato ebook: Invidia il prossimo tuo (Einaudi. Stile libero big)

mercoledì 29 agosto 2018

FESTIVALETTERATURA di Mantova 2018: come, dove, quando e perché

Tra una settimana inizierà l'edizione 2018 del Festivaletteratura di Mantova, che dal 5 al 9 settembre popolerà le vie e le piazze della cittadina dei Gonzaga di autori e scrittori di tutto il mondo e di appassionati di libri.

È il mio terzo anno consecutivo al Festival e direi che ormai si possa considerare un appuntamento fisso per me, di quelli che comincio ad aspettare con ansia già da qualche mese prima e che non vedo l'ora che arrivino. E sarà che la mia prima volta al festival ha coinciso con il primo viaggetto con quello che ora è mio marito, sarà che Mantova è una città bellissima (in cui si mangia benissimo), sarà che non c'è mai stato un incontro di quelli seguiti finora che mi abbia deluso... fatto sta che il Festivaletteratura è diventato a tutti gli effetti il mio evento letterario italiano preferito.

Ma veniamo al programma e agli eventi che ho selezionato e a cui cercherò di partecipare nei giorni in cui sarò in città. (Il programma completo lo trovate invece qui, insieme a tutte le informazioni su come prenotare e acquistare i biglietti.)

Come ormai da tradizione, arriveremo il giovedì pomeriggio (in tempo per un primo giretto tra le bancarelle di libri usati sotto i portici di palazzo Ducale e una prima abbuffata di risotto alla pilota, tortelli di zucca e torta sbrisolona con lo zabaione) e ripartiremo la domenica mattina. Due giorni pieni, quindi, anche se quest'anno, oltre agli eventi, mi sono ripromessa di andare a visitare  Palazzo Te, in cui non entro da tantissimi anni.

Comunque, gli eventi in cui è probabile che mi vedrete sono questi (sì, alcuni si sovrappongono, e mi riservo di decidere all'ultimo a quale partecipare):

GIOVEDÌ 6

h 21.30 THE WILD MAN OF FICTION. John Niven in dialogo con Peter Florence - PALAZZO SAN SEBASTIANO


VENERDÌ 7


h 15 UNA STORIA PER IGNAZIO SILONE. Giuliano Gallini - TENDA SORDELLO

h 15.15 BENVENUTI A GROUSE COUNTY. Tom Drury con Luca Briasco PALAZZO SAN SEBASTIANO

h 16.45 UMORISMO TOSCANO. Marco Malvadi e Stefano Tofani- OFFICINA DEL GAS

h 17.30 FINO A LEGGERMI MATTO. Patrick McGrath con Carlo Lucarelli. PALAZZO DUCALE

h 20.15 45 ANNI DAL GOLPE CILENO. Nona Fernandez in dialogo con Michela Murgia. PALAZZO SAN SEBASTIANO

h 21.30 GLI SCOMPARSI DELLA RETE. Andrew O'Hagan con Carlo Annese. BASILICA PALATINA DI SANTA BARBARA

SABATO 8

h 11 LE METAFORE DELLE ARTI MARZIALI. Gianrico Carofiglio -  Tenda sordello

h 12.15 I MECCANISMI COMICI DELLE INDAGINI. Alicia Giménez Bartlett con Bruno Gambarotta - PALAZZO DUCALE/PIAZZA CASTELLO

h 20 LA FUNZIONE CIVILE DEL GIALLO  Antonio Manzini, Marilù Oliva e Giampaolo Simi - PALAZZO SAN SEBASTIANO

h 20.45 LA SPAGNA SOSPESA IN UN ROMANZO. Eduardo Mendoza con Giancarlo De Cataldo. BASILICA PALATINA DI SANTA BARBARA


DOMENICA 9

h 10.15 LO STATO DELL'ERBA BLU. Chris Offutt con Giancarlo De Cataldo. OFFICINA DEL GAS


Ecco, gli eventi che più mi interessano sono questi. Poi ovviamente non parteciperò a tutti perché è davvero impossibile. Non tanto per il tempo, ma perché è talmente bello passeggiare per le vie della città nei giorni del festival e incontrare scrittori che passeggiano esattamente come te, che a volte addirittura spiace doversi fermare.
Voi ci sarete? Se sì, a quali eventi parteciperete?

giovedì 9 agosto 2018

IL MARE DOVE NON SI TOCCA - Fabio Genovesi

Agiti le gambe, le braccia, annaspi, bevi anche un po’, ma poi sei a galla, respiri, vivi.



Non ho mai creduto troppo nel potere curativo dei libri. I libri ti aprono la mente, ti insegnano cose, ti divertono, ti fanno passare il tempo, ti fanno piangere, commuovere o arrabbiare e, in qualche modo, sì, ti tengono compagnia. Ma, almeno per quanto mi riguarda, nei momenti più bui della vita non possono fare proprio niente. Non ti aiutano ad affrontare il dolore. Non ti spiegano come andare avanti, né come combattere quel magone che ti attanaglia il cuore e lo stomaco e ti toglie il fiato. A volte riescono ad alleviarlo un po’, certo. A farti distrarre e, perché no, anche sorridere. Però le loro capacità, almeno con me, finiscono lì. E di solito in questi periodi io dalla lettura tendo ad allontanarmi: leggo poco e male, non trovo mai il libro giusto che mi soddisfi... ma forse semplicemente perché la mia testa, in quel momento, proprio non ne vuole sapere.

È più o meno quello che mi sta succedendo nell'ultimo mese e mezzo, in cui mi sto ritrovando a fare i conti con una perdita improvvisa, inaspettata e devastante. È per questo che ho letto poco e male. Che non riesco a concentrarmi se non sulle cose di lavoro su cui devo farlo per forza. Che apro un libro e poi lo richiudo, ne apro un altro e poi lo richiudo, e così via, fino a lasciar perdere. Sono riuscita a leggere qualche fumetto, qualche cosa scema che ha davvero portato per un momento la mia testa da un’altra parte, ma non molto di più.

Finché non è arrivato Il mare dove non si tocca di Fabio Genovesi. Lo puntavo già da un po’, in realtà. Da ben prima di ritrovarmi io stessa ad annaspare e cercare di stare a galla in un mare dove non si tocca. Ma mi è arrivato proprio adesso e, memore di quanto abbia amato Chi manda le onde, ho capito che per uscire da questo periodo di letture inconcludenti lui poteva sicuramente aiutarmi.

Protagonista è Fabio Mancini, un bambino di sei anni, che vive con i genitori, la nonna e una pletora di nonni, in realtà fratelli del suo nonno ufficiale che invece non c’è più. È una famiglia un po’ strampalata, quella di Fabio, che si trascina dietro una terribile maledizione che sembra colpire solo ed esclusivamente i maschi. Ma lui tra una battuta di pesca, la ricerca di funghi e mille altre singolari avventure in cui viene trascinato dai nonni-zii, non sembra preoccuparsene troppo. Finché non inizia la scuola e Fabio scopre che esiste anche un altro mondo oltre a quello della sua famiglia. E soprattutto, che esistono anche altri bambini. Per lui stare al passo con questo nuovo mondo “normale” non è per niente semplice. Per fortuna ci sono i suoi genitori, una madre che lo protegge in ogni modo dalle brutture del mondo e un padre di poche parole ma in grado di costruire e aggiustare qualunque cosa. 
A complicare le cose per Fabio arriva una bambina-coccinella e soprattutto un’enorme catastrofe famigliare, che rende il suo crescere ancor più difficile. Ma lui combatte, fa di tutto per non farsi schiacciare dalle brutture del mondo e non farsi portare via le sue stranezze, che sono la cosa più bella e preziosa che ha. Fa di tutto per non smettere di credere.

Infatti il problema vero era proprio questo, che in giro c'erano mille cose da vedere, da vivere e imparare, ma io stavo piantato qua, fra una stanza di ospedale e il Villaggio Mancini. E quando non leggevo al babbo, quando non pedalavo fortissimo sulla bici per sentire il cuore che mi usciva dalle orecchie e il vento che mi rubava le lacrime, quando la mamma non mi stringeva nel suo abbraccio che mi toglieva il respiro e anche i pensieri, ecco, io mi sentivo tanto sperso e tanto, tantissimo solo.
Solo, sì, anche se a casa avevo un villaggio intero di zii, che già prima si erano promossi a nonni e adesso si comportavano pure da babbi. La solitudine è così, non devi mica essere solo per sentirla, ti prende anche in mezzo alla folla, perché quando ti senti solo davvero non è che ti mancano tante persone, te ne manca una, ma tanto.

Il mare dove non si tocca è un romanzo dolce, divertente e commovente, come solo Fabio Genovesi li sa scrivere. Credo non ci sia stata nemmeno una delle sue 318 pagine in cui io non abbia sorriso o mi sia commossa (alcune volte proprio fino alle lacrime) per le avventure, i pensieri e il grande coraggio del piccolo Fabio nell’affrontare il mondo.
Certo, ci sono molte somiglianze, molti trascorsi famigliari che mi fanno sentire questo libro particolarmente vicino: un libro letto a qualcuno che non si sa se può sentirti; una mano che si alza all’improvviso e ti saluta, togliendoti il respiro; l’attesa, la speranza che si alternano allo sconforto; il ritrovarsi ad annaspare in un mare dove non si tocca e metterci un po’ a capire che basta smettere di agitarsi per non annegare. 

Il mare dove non si tocca è in qualche modo un romanzo di formazione, ma anche un elogio delle nostre bizzarrie, delle nostre stranezze che ci rendono speciali. Ed è un inno al volersi bene, sempre e comunque, perché è l’unico modo per sopravvivere in un mondo che spesso fa di tutto per farci andare a fondo.
Ho adorato Fabio e la sua visione del mondo, questo continuo tira-e-molla tra il modo e l’ambiente in cui è cresciuto e la voglia di uscirne, di essere “normale”, per poi scoprire che tutto sommato la normalità è un po’ sopravvalutata. Ma ho adorato ancor di più i suoi nonni-zii strampalati, con le loro storie e i loro racconti,  e ancor di più il suo papà aggiusta-tutto.

E infatti l'amore, ecco, anche l'amore è una cosa che se non c'eri quando c'era la guerra non la puoi capire. Uno dice che in guerra impari a morire o ammazzare, e sarà anche vero, ma soprattutto impari a fare l'amore. È proprio una cosa diversa, fare l'amore quando c'è la guerra. È come bere un bicchiere d'acqua: te lo sai che a me l'acqua fa schifo e non la bevo mai, però bere un bicchiere d'acqua nel deserto quando muori di sete dev'essere stupendo. E uguale fare l'amore in mezzo alle bombe e alla morte. È una cosa centomila volte più forte, ti ci aggrappi proprio.

Il dolore e lo sconforto di questo ultimo mese e mezzo non se ne sono andati. Questo libro non mi ha curato, no. Ma è stato un po’ un balsamo che, con la sua dolcezza e il suo mostrare una luce anche nei momenti più duri, è riuscito ad alleviare per un momento sia le ferite vecchie, con cui con il tempo ho imparato a convivere ma che ogni tanto si fanno ancora sentire, sia quelle nuove, ancora completamente aperte. Ho preso un po' di fiato, insomma, tra un annaspare e l'altro, tra un'onda che ti tira giù e la lotta per rimanere a galla.

E direi che a un libro non si potrebbe proprio chiedere di più.

Titolo: Il mare dove non si tocca
Autore: Fabio Genovesi
Pagine: 318
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: 19€
Acquista su amazon:
formato cartaceo: Il mare dove non si tocca
formato ebook: Il mare dove non si tocca

lunedì 23 luglio 2018

PENELOPE POIROT E L'ORA BLU (ma anche "fa la cosa giusta" e "il male inglese") - Becky Sharp

Una riflessione astemia partorisce aforismi esangui! Prenda nota.



Da un paio di anni a questa parte, oltre che di caldo, mare, zanzare, spritz e gelato, l’estate per me è diventata sinonimo di Penelope Poirot, questa buffa e burbera investigatrice di antenati famosi nata dalla penna di Becky Sharp.
Il primo volume, Penelope Poirot fa la cosa giusta, è uscito per marcos y marcos nel 2016. L’anno dopo, per lo stesso editore, è arrivato Penelope Poirot e il male inglese. E ora, fresco fresco di stampa, nelle librerie si trova il terzo capitolo: Penelope Poirot e l’ora blu.

Pur avendo letto tutti e tre i romanzi praticamente a ridosso dell’uscita, qui sul blog finora non avrete trovato nessuna recensione. Per quanto io abbia sempre apprezzato queste letture, nel momento di recensirle, per un motivo o per l’altro, lasciavo perdere. Non per colpa dei libri, sia chiaro, semplicemente perché l’estate è il mese in cui il blog (ovvero io) fa più fatica a carburare, complici il caldo, il mare, le zanzare, gli spritz e il gelato citati prima (uniti alla mia fantastica abitudine di stravolgere o vedere stravolta mio malgrado la mia vita proprio nei mesi più caldi.)
Qualche giorno fa, però, mi sono ritrovata in una discussione lanciata da una ragazza che chiedeva qualche consiglio su gialli italiani scritti da donne. Il mio primissimo pensiero, complice anche l’aver chiuso da poco Penelope Poirot e l’ora blu, è andato proprio a Becky Sharp. Certo, non so se possa essere considerata una grande giallista italiana, anche solo perché all’attivo per ora ha solo tre romanzi, ma è un’autrice che comunque mi ha sempre divertito e che è riuscita a creare un personaggio, la nipote del famosissimo investigatore di Agatha Christie, con un suo bel perché. Insomma, era ora di parlarne anche qui sul blog.

Come detto in precedenza, Penelope Poirot fa la sua prima apparizione in Penelope Poirot fa la cosa giusta. È qui che conosciamo questa pronipote del più famoso (ma non ditelo a lei) Hercule e molti tratti caratteristici del suo carattere: Penelope è molto sicura (o piena?) di sé, molto permalosa, quasi del tutto priva di sensibilità quando riguarda le faccende degli altri (ma molto melodrammatica con le sue), dispotica, ficcanaso, molto incline alla lagna, lanciatrice di mode che segue solo lei e amante del cibo. Riversa tutte queste sue caratteristiche sulla povera Velma Hamilton, la sua nuova segretaria che farà da contrappasso (e da spalla più o meno volontaria) a tutte le sue avventure.
Avventure che portano le due donne sempre in Italia. Tra le colline toscane del Chianti nel primo capitolo; in Liguria, a Portofino, come tappa iniziale del Gran Tour che la donna ha deciso di compiere dopo il successo del suo romanzo, Una nipote, in Penelope Poirot e il male inglese; e infine in un paesino sperduto sulle colline tra Liguria e Piemonte in Penelope Poirot e l’ora blu.

Si può sapere, perdiana, cos’è quest’ora blu che sembra deliziarla tanto?
A quanto so, è una delle cosiddette ore magiche, insieme al mezzogiorno e alla mezzanotte. – O almeno così mi aveva insegnato Sveva. – per la precisione è l’ora di latenza tra il giorno e la notte. Il crepuscolo che segue il tramonto.
La twilight, dunque! Ovvero l’istante in cui giorno e notte, scontrandosi, restano ammutoliti – commentò ispirata. – l’stante che si sottrae al volgare scorrere del tempo…

In tutti e tre i romanzi, la donna si ritrova a indagare su tre omicidi, che si verificano sempre nei luoghi in cui la donna si trova a villeggiare: una clinica salutistica nel primo volume; la bella villa a picco sul mare della famiglia Travers nel secondo; la grande tenuta di Edelweiss Gastaldi, in cui Penelope Poirot viene invitata da una sua vecchia fiamma a partecipare alla festa di compleanno della proprietaria, nonostante le mille reticenze di Velma, che con quel luogo ha molti legami.

Non starò qui a fare un riassunto delle trame dei tre volumi. I gialli vanno letti, più che raccontati, secondo me, perché mai come nei romanzi di questo tipo è importante l’occhio del lettore: un giallo può essere bellissimo per qualcuno e insignificante per qualcun altro; qualcuno riesce a capire fin dalla prima pagina chi sia l’assassino, qualcun altro arriva alla fine e ancora non è convinto. 
I gialli di Penelope Poirot per me sono dei bei gialli.  Forse non di quelli che ti tengono incollato dalla prima all'ultima pagina e ti impediscono di fare qualsiasi altra cosa finché non hai scoperto chi è l’assassino; però sono romanzi divertenti, buffi, ma a volte anche profondi (soprattutto Penelope Poirot e l’ora blu, in cui si nota proprio una maggiore sicurezza ed evoluzione dell’autrice nel costruire e maneggiare le sue trame), che partono da un omicidio e un'indagine per poi svelare qualcosa di più sull'animo dei suoi protagonisti, al punto che spesso il delitto è solo un espediente, un punto di partenza per raccontare altro.

Grazie all'ambientazione (casualmente sempre in luoghi che conosco e che ho frequentato) e soprattutto ai personaggi, i romanzi di Becky Sharp si rivelano sempre una lettura piacevole e intelligente. Il personaggio di Penelope Poirot è caratterizzato alla perfezione, in tutte le sue manie e i suoi mille talenti, che spesso considera tali solo lei. A volte fa ridere, a volte mette a disagio, a volte ti verrebbe voglia di strozzarla o anche solo di darle una botta in testa e farla star zitta per qualche ora. Così come altrettanto ben riuscita è, secondo me, Velma Hamilton, la sua segretaria, che pur riluttante, spesso a disagio e con la stessa voglia di strangolarla che prova il lettore, segue la sua datrice di lavoro in ogni sua avventura e in qualche modo cerca sempre di farla ragionare (per poi quasi sempre rinunciare).
Hamilton, si vede che lei è vissuta nella bambagia: non conosce il mondo, non conosce l’ulcera, non sa cos’è lo stress”. Seduta alla toilette della sua suite, tra broccati rosa antico e mobili tardo Ottocento, Penelope si aggiustava l’ardito chignon e mi studiava dallo specchio. Dietro le lenti, i miei occhi restarono inespressivi. Non sono un’ipocrita, ma quando l’ipocrisia diventa questione di sopravvivenza, due lenti da miope possono rivelarsi una risorsa preziosa. [Cit. Penelope Poirot fa la cosa giusta]

Insomma, quelli di Becky Sharp sono romanzi perfetti per l’estate, leggeri, a tratti molto buffi e scritti con uno stile frizzante e vivace che coinvolge e diverte il lettore. Perfetti da abbinare al caldo, al mare (o alla montagna, o al lago, ma anche a casa), allo spritz e al gelato. Le zanzare invece molto probabilmente farebbero impazzire Penelope, quindi sì, direi che sono perfetti anche in questo caso.



TITOLO: Penelope Poirot fa la cosa giusta; Penelope Poirot e il male inglese; Penelope Poirot e l'ora blu
AUTORE: Becky Sharp
EDITORE: marcos y marcos
ANNO: 2016; 2017;2018
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formato cartaceo:
-  Penelope Poirot fa la cosa giusta
Penelope Poirot e il male inglese
Penelope Poirot e l'ora blu