domenica 29 dicembre 2019

Il mio 2019 in libri

A Natale puoi, fare quello che non puoi fare mai... 

come trovare finalmente il tempo di aggiornare il proprio blog dopo mesi di silenzio imbarazzante!
Eh sì, è da inizio settembre che non riesco ad avere un momento libero lungo a sufficienza da scrivere un post di senso compiuto. E così non ho raccontato dei bellissimi incontri al Festivaletteratura di Mantova, delle pochissime ma buonissime letture degli ultimi mesi e, soprattutto e con enorme rammarico, non ho festeggiato come si deve i dieci anni del blog, che cadevano a ottobre.  Ma sono stata risucchiata dal vortice del lavoro: sono stata riassunta a scuola, ho tradotto e sto ancora traducendo dei libri per bambini, ho continuato a editare e leggere per lavoro... insomma, capite che mi è rimasto a malapena il tempo di respirare, figuriamoci quello per aggiornare il blog.
Ma ora ci sono le vacanze di Natale e tra una mangiata e l’altra, posso finalmente togliere un po’ di polvere e ragnatele da queste pagine e dedicarmi ai tradizionali bilanci di lettura di fine anno. 

Che palle, direte voi, stiamo leggendo classifiche e liste ovunque. 

E ora vi beccate anche le mie, ecco.

©Ann Decemebre

Il 2019 è stato per me un anno di poche letture. O meglio, ho letto tantissimi libri, ma per lavoro... al punto che leggere per piacere è diventato quasi una sofferenza (“non si può mica sempre leggere” è stata una delle frasi che ho ripetuto più spesso quest’anno, e se ci penso mi sembra davvero incredibile). Ho tamponato un po’ la situazione buttandomi sulle serie TV (guardate tutti “The Crown”, se ancora non l’avete fatto!), ma i libri un po’ mi sono mancati.
Ho letto poco, dicevamo. Quarantatré libri, stando ad aNobii. Però ho letto bene. Quando si ha poco tempo si selezionano meglio le proprie letture, ci si orienta fin da subito verso testi che si immagina possano piacere e questo riduce drasticamente il numero di libri brutti che ci capitano sottocchio. 

Di davvero evitabili, che non mi hanno lasciato quasi niente, ne ho solo due: La misura dell’uomo di Marco Malvaldi, libro con cui ho iniziato (malissimo) l’anno; e Diario di scuola di Daniel Pennac, che mi ha terribilmente annoiata e non mi ha insegnato nulla di applicabile su come entrare nelle classi e farmi ascoltare da alunni che di ascoltarmi non sempre hanno molta voglia. In entrambi i casi forse la colpa è stata mia che avevo riversato aspettative ingiustificabilmente alte (ma ehi, si trattava di Malvadi e di Pennac, era mio diritto aspettarmi tanto!) su due libri che sulla carta erano prevedibilmente noiosi.



Il 2019 però è stato anche l’anno di grandi scoperte. Ho finalmente letto i romanzi di Robert Galbraith, per esempio, e mi sono follemente innamorata di Cormoran Strike. 
Ho letto diversi fumetti, dagli ultimi due volumi della raccolta completa di strisce di Calvin&Hobbes, a Sio con le sue Storiemigranti e Vincent VanLove di Ernesto Anderle, fino a Mooncop di Tom Gauld, che ho avuto la fortuna di incontrare al Festivaletteratura di Mantova.



Ho conosciuto i gialli torinesi di Cristian Frascella e del suo Contrera e le Figlie di una nuova era di Carmen Korn. Ho letto commossa La versione della cameriera di Daniel Woodrell e vissuto La mia estate fortunata con Miriam Toews (il suo romanzo d’esordio, bellissimo). 
Ho scoperto quella gran donna di Dorothy Allison, leggendo prima Due o tre cose che so di sicuro, poi partecipando al suo incontro a Mantova, per poi approdare a La bastarda della Carolina.

E poi c’è stato Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin, uno dei romanzi più belli che abbia letto negli ultimi anni. Un libro che parla di perdite, di dolore, ma anche di rinascita e d’amore. Se mi venisse chiesto di scegliere un solo romanzo da consigliare, sarebbe sicuramente questo. E lo consiglierei proprio a tutti, a chi ha perso qualcuno che ama e ancora non riesce a farsene una ragione, ma anche a chi semplicemente ha voglia di leggere una storia che, alla fine, lo faccia stare in pace con se stesso.



E adesso sta per iniziare un nuovo anno. In questo 2020 mi piacerebbe avere più tempo per leggere e per riprendere ad aggiornare il blog con una maggior frequenza. Ma soprattutto spero di trovare tanti libri e tante storie belle, da leggere e da vivere.

mercoledì 28 agosto 2019

Festivaletteratura 2019: chi, cosa, dove, come, quando e perché

Tra una settimana esatta inizia il Festivaletteratura 2019, giunto quest'anno alla sua ventiduesima edizione. Da mercoledì 4 a domenica 8 settembre le piazze, i cortili e i palazzi di Mantova saranno invasi da eventi e incontri con gli autori. 
Chi segue il blog da qualche anno saprà già quanto io ami questo festival. Tra tutte le fiere e gli eventi legati al mondo dei libri a cui ho partecipato nel corso del tempo, il Festivaletteratura è il mio preferito in assoluto. I motivi sono quelli che ripeto tutti gli anni: i tortelli di zucca, la torta sbrisolona, la mostard... ah... no, scusate, questi sono solo motivi complementari (ma di uguale importanza). È un bel festival perché coinvolge davvero tutta la città, sia per i luoghi degli eventi sia perché gli autori e le autrici ospiti si mimetizzano con la gente, passeggiando allegramente per la città. E poi appunto, ci sono i tortelli di zucca e la sbrisolona.

L'illustrazione di quest'anno è di Sarah Mazzetti
Il programma di quest'anno è particolarmente ricco (o, detta come l'ho detta l'altro giorno a una mia amica che mi chiedeva se sarei andata anche quest'anno: "sì, perché c'è un programma della madonna!".), a compensare un po' quello leggermente sottotono dell'anno passato. 

L'elenco completo degli eventi lo trovate sul sito, insieme alle istruzioni sulla prenotazione dei biglietti (per chi non è socio, le prenotazioni aprono venerdì 30). Ricordo che la maggior parte degli eventi è a pagamento (6€ ovunque, tranne quelli che si tengono in Piazza Castello che costano 7€) ma ce ne sono anche parecchi gratuiti (tutti quelli in Tenda Sordello, per esempio).

Io qui ho fatto una mia personale selezione degli eventi che più mi interessano e a cui cercherò di partecipare nei giorni in cui sarò presente:

Giovedì 5 settembre:

h 15.00 FUMETTI E ROMANZI DI PROUST. Tom Gauld con Chiara Valerio - Chiostro del museo Diocesano


h 21.00 WORDS ARE VERY NECESSARY. Tom Gauld e Alessandro Sanna - Piazza Leon Battista Alberti

Venerdì 6 settembre:

h 11.00 PAY SOME ATTENTION. Joshua Cohen - Tenda Sordello

h 18.15 MADRI E FIGLIE CORAGGIO. Dorothy Allison e Gaia Manzini - Palazzo Ducale, Basilica Palatina di Santa Barbara

h 21.00 REINVENTARE L'AMERICA. Colson Whitehead e Stas' Gawronski - Palazzo Ducale, Basilica Palatina di Santa Barbara

Sabato 7 settembre

h 10.00 IL CLIMA SIAMO NOI. Jonathan Safran Foer con Carlo Annese - Palazzo Ducale, Piazza Castello.


h 18.15 UN SOGNO COLTIVATO A LUNGO. Gail Honeyman con Paola Saluzzi - Palazzo Ducale, Basilica Palatina di Santa Barbara

h 21.00 COME DIVENTIAMO LETTORI. Marianne Wolf e Alberto Manguel - Palazzo Ducale, Basilica Palatina di Santa Barbara


Domenica 8 settembre (anche se noi saremo già ripartiti, ma lo segnalo comunque perché se rimanessi a Mantova ci andrei di sicuro)

h 18.30 IL BISOGNO PRIMARIO DEL ROMANZO. Ian McEwan con Marcello Fois - Palazzo Ducale, Piazza Castello.


Ecco, questo è più o meno tutto quel che cercherò di andare a sentire. Poi probabilmente non ci riuscirò, ad alcuni eventi magari se ne sostituiranno altri e sicuramente mi perderò qualcosa di altrettanto bello. In ogni caso, non vedo l'ora di andarci.
Voi ci sarete? 

lunedì 26 agosto 2019

LA VERSIONE DELLA CAMERIERA - Daniel Woodrell

L'Angelo nero che sovrastava i defunti senza nome cominciò a ballare. La lapide su cui posava era lunga come due uomini, fitta di nomi cesellati nel marmo molti decenni prima, ma ancora lucida. Reggeva alta una torcia, nel caso che la Verità tentasse la fuga con il favore delle tenebre. 
 


Tutti i paesi, grandi o piccoli che siano, hanno avuto nel corso della loro storia un fatto di cronaca, più o meno grave, che li ha segnati. Un incidente in cui sono morti dei ragazzi, un incendio, una tragedia famigliare, un grave fatto di cronaca nera... insomma, un fatto grave che ha sconvolto emotivamente la vita di tutti. Di solito nei paesi di queste cose non si parla volentieri: ci sono voci, ci sono pettegolezzi e, spesso, mai una sola verità. Qualcuno rimane più segnato di altri, se l’ha vissuto più da vicino: era presente, ha visto qualcosa, sapeva qualcosa, ha perso qualcuno. E solitamente quel qualcuno non riesce mai a darsi a pace, nonostante il tempo che passa.

È quello che succede ad Alma in La versione della cameriera di Daniel Woodrell, tradotto da Guido Calza per NNeditore. Vive a West Table, nel Missouri, e fa la domestica più o meno da sempre per le famiglie ricche della città. Lo faceva anche nel 1929, anno in cui c’è stata un’esplosione nella sala da ballo locale che ha causato la morte di quarantadue persone. Tra queste c’era chi era al suo primo appuntamento; chi si è trovato lì per caso, a sostituire il musicista malato; chi lì ci si era trovato per caso e chi forse nemmeno ci voleva andare. E c’era anche Ruby, l’amata sorella di Alma, dalla cui morte non si è mai ripresa, al punto che per un periodo è persino dovuta rimanere chiusa in un ospedale psichiatrico.
Al manicomio sprofondò ancor di più nel buco, il buco di tristezza sotto i nostri piedi che ci chiama quando perdiamo l'orientamento o un qualunque motivo per andare avanti, il confortante precipizio al di là degli affanni comuni e del buonsenso, giù nella voragine fino alla malinconica poltrona il cui conforto diventa un pericolo in quellospazio solitario, e ci vogliono anni, o un'eternità, perché chi vi si è arenato ritrovi l'energia per alzarsi da quel soffice e mesto isolamento, per tornare verso il buco e arrampicarsi di nuovo su, verso i noti pericoli del mondo alla luce del sole.

Alma racconta tutta la storia, tra salti temporali tra passato e presente, e vite di famiglia che si intrecciano, al nipote Alek, che trascorre da lei l’estate: inizialmente un po’ controvoglia, poi però si lascia prendere dalla storia della nonna, dai suoi ricordo e dalla sua verità su quanto accaduto quella notte. 
Alma DeGeer Dunahew, con la sua indole ostile e sofferente, le sue oscure ossessioni e il suo primitivo bisogno di vendetta, era il grande cuore rosso della nostra famiglia, il cuore vero, quello che teniamo nascosto e ci sorregge.
Passarono anni prima che imparassi a volerle bene.
La versione della cameriera è un romanzo molto particolare, ricco di personaggio e di intrecci che Woodrell distribuisce nel racconto attraverso salti temporali inizialmente un po’ destabilizzanti. Una volta che si entra nel meccanismo, che ci si lascia accompagnare da Alma e dal suo ricordo dentro alle vicissitudini della sua famiglia, però, se ne resta completamente conquistati. Si percepisce forte il suo amore per la sorella Ruby, questa ragazza che si innamora sempre degli uomini sbagliati e che è sempre pronta a dividere con Alma e i suoi tre figli quel poco di cibo che trova. E si percepisce forte anche il dolore che Alma prova per la sua tragica morte, reso ancor più forte dal fatto di credere di sapere chi sia stato.

In mezzo alla storia di Alma e della sua famiglia, Woodrell dedica dei singoli capitoli, bellissimi, ad alcune delle persone che hanno perso la vita nell'esplosione della sala da ballo: quasi una piccola antologia di Spoon River, a tratti molto commovente, che dimostra quali scherzi terribili possa fare a volte il destino.

Lui saltò un altro steccato e risalì Hill Street e il mondo dietro di lui si squarciò e volò in aria, e lui si girò verso il cielo infuocato da un getto arancione che saliva ondeggiando in una torre molto più alta dell’orizzonte, e si fermò, vide un edificio in frantumi schizzare in aria con la gente che volava giù, e restò lì incapace di muoversi, incapace di muoversi o distogliere lo sguardo, sentì le urla tremende, le grida, l’agonia della gente che arrostiva, e non passò un giorno o una notte in cui non le sentisse.

Daniel Woodrell scrive in un modo incredibile. Una prosa segnante, che alterna momenti di estrema ricchezza ad altri di scrittura quasi scarna, asciutta, che riesce a trasmettere appieno lo stato d'animo di Alma e di tutto il resto del paese di fronte a una tragedia di cui tutti conoscono i colpevoli, ma nessuno, forse per proteggersi da altro dolore, forse per proteggere qualcun altro, vuole davvero ammetterlo.

Titolo: La versione della cameriera
Autore: Daniel Woodrell
Traduttore: Guido Calza
Pagine: 190
Editore: NN editore
Anno: 2019
Prezzo: 18,00€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: La versione della cameriera. La serie di West Table
formato ebook: La versione della cameriera

mercoledì 14 agosto 2019

ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO - Gail Honeyman

Avevo cercato di sbrigarmela da sola per troppo tempo e non mi aveva fatto bene per niente. A volte basta soltanto una persona gentile seduta al tuo fianco mentre affronti le cose.


Io a certi libri arrivo sempre dopo. Dopo che hanno già avuto successo, dopo che sono già stati letti da (quasi) tutti e che il loro clamore si è un po’ sgonfiato. A volte lo faccio consapevolmente, per vedere se il fenomeno è solo passeggero o se si tratta di un libro destinato a durare, almeno nel medio periodo. Altre è semplicemente un caso: magari non credevo che quel libro mi potesse piacere, magari non avevo tempo, magari ero in un vortice di letture che non concedeva distrazioni. Comunque poi a quei libri ci arrivo quasi sempre anch’io.

È il caso di Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman, uscito per Garzanti nel 2018 con la traduzione di Stefano Beretta, e vero e proprio caso editoriale (per una volta è un’espressione appropriata, pur trattandosi di un libro Garzanti, che è solita abusarne) dell’ultimo anno e mezzo. Tant’è che è giù uscito in tascabile.  
Ho sentito parlare tanto di questo romanzo e della sua omonima protagonista ma non ero certa che lo avrei letto. Poi però nelle ultime settimane mi sono incuriosita: tante persone, con gusti simili e diversi dai miei me l’hanno consigliato; c’era chi lo definiva uno dei libri più belli letti nell’ultimo periodo e chi, invece, non è riuscito nemmeno a finirlo. Queste dicotomie così nette mi attirano sempre. Quindi una mattina mi sono svegliata, sono andata a comprarlo e mi sono messa subito a leggerlo.

Eleanor Oliphant è una ragazza di trent’anni con un passato terribile alle spalle di cui non ricorda poi molto. Certo, sa che quelle cicatrici che ha sul volto derivano da un incendio; sa di essere passata da una casa famiglia all’altra prima di essere grande abbastanza da vedersi assegnato un appartamento tutto suo e ricevere ogni sei mesi le visite dell’assistente sociale; sa che al mondo manca un po’di educazione e che le scarpe con il velcro stanno bene con tutto; e sa anche che tutti i mercoledì sera sua madre le telefonerà da un brutto posto e le ribadirà quanto inutile e deludente lei sia. Ha qualche problema a rapportarsi con gli altri, Eleanor, anche se non ne è per nulla consapevole. Ci pensa Raymond, il tecnico informatico dell’azienda in cui lavora da subito dopo la laurea, a smuovere un po’ le sue abitudini; ma ci pensa soprattutto l’uomo di cui, improvvisamente, Eleanor si innamora a farle rivedere le sue priorità. Il passato però è sempre lì che spinge per riemergere, per venire fuori, e la donna a un certo punto capisce che non ha altra scelta se non liberarlo, e stare malissimo, per poter poi stare davvero benissimo.
Io esisto, no? A volte ho la sensazione di non trovarmi qui e di essere un frammento della mia immaginazione. Ci sono giorni in cui i miei legami con la terra mi sembrano così labili che i fili che mi tengono fissata al pianeta sono sottili come una ragnatela, come zucchero filato. Una violenta folata di vento potrebbe staccarmi del tutto, sollevandomi e facendomi volare via, come un seme di tarassaco.

Eleanor Oliphant è un personaggio caratterizzato all’ennesima potenza, nelle sue fissazioni, nelle sue manie, nei suoi evidenti problemi relazionali. Fa tenerezza, ma la sua iper caratterizzazione a tratti è anche irritante. Si capisce perché c’è chi la adora e chi la odia, chi ha amato questo romanzo e chi invece non è riuscito ad andare avanti.
Io mi sono ritrovata completamente immersa nella lettura come non mi succedeva da tempo. Ho seguito Eleanor nella sua graduale evoluzione, sorridendo delle sue (dis)avventure e provando a volte un po’ di compassione per la sua ingenuità, oltre che per il suo passato tristissimo. E ho adorato soprattutto Raymond, che è saputo andare oltre le apparenze e che sa che un gatto è sempre la soluzione.

Non ho però provato per Eleanor tutta l’empatia e l’affetto che mi sarei aspettata. Forse perché a volte l’autrice si fa prendere un po’ la mano nella caratterizzazione del personaggio e il tutto, riflettendoci un po’ più a fondo, risulta poco credibile: alcuni elementi sembrano aggiunti solo per esasperare ancor di più le sfortune della donna, senza che ce ne sia una reale necessità (la storia dell’ex ragazzo di Eleanor, per esempio, l’ho trovata un po’ eccessiva), e altri buttati un po’ lì, senza troppe spiegazioni, per far progredire il romanzo.

Quella di Eleanor Oliphant sta benissimo non è stata una brutta lettura, assolutamente. È un libro che ti mostra che anche dopo tante sofferenze si può arrivare a stare bene e che, se solo si aprono un po’ gli occhi e ci si ammorbidisce un po’, ci sarà sempre qualcuno pronto a sostenerti. 

Ecco che cosa provavo: il peso caldo delle sue mani su di me; la sincerità del suo sorriso; il calore delicato di qualcosa che si apriva, nello stesso modo in cui i fiori si schiudono la mattina alla vista del sole. Sapevo che cosa stava accadendo. Era la parte priva di cicatrici del mio cuore. Era abbastanza estesa da lasciare entrare un po’ di affetto. C’era ancora un minuscolo spazio libero.

Per quanto mi riguarda, però, è mancato qualcosa per rendere questo libro davvero indimenticabile, come avrebbe invece avuto tutto il potenziale di essere.


Titolo: Eleanor Oliphant sta benissimo
Autore: Gail Honeyman
Traduttore: Stefano Beretta
Pagine: 352
Editore: Garzanti
Anno: 2018
Prezzo: 14,00€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Eleanor Oliphant sta benissimo
formato ebook: Eleanor Oliphant sta benissimo

giovedì 1 agosto 2019

Leggendo a luglio

E così anche luglio è finito. Finalmente, aggiungerei, perché è stato un mese un po’ stancante: soprattutto i primi venti giorni, tra scadenze, consegne e lavori rimasti un po’ indietro per via della scuola da recuperare in fretta e furia. Ma è stato anche un mese di cose belle (il mio compleanno, ma anche una nuova collaborazione come traduttrice inaspettata e, soprattutto, fighissima, di cui parlerò a tempo debito), di gite, di chiacchiere e di tanto, tanto caldo.

Il Funko Pop di Harry Potter che mi ha regalato mio fratello per il mio compleanno

Ed è stato anche un mese di ottime letture. Nonostante ne avessi altre per lavoro in contemporanea, sono riuscita a trovare il tempo e la tranquillità necessaria per leggere ben cinque libri (okay, quattro più un fumetto, in realtà, ma sempre cinque sono).
Eccoli qua:


Di La mia estate fortuna di Miriam Toews e di Dopo le fiamme di Fernando Aramburu ho già parlato in post dedicati, perché per raccontarveli mi occorreva molto più spazio di quello che avrei avuto a disposizione in un semplice riepilogo di letture.

Dov’è casa mia. Storie oltre i confini di Davide Coltri, edito da minimum fax, è invece una raccolta di racconti, di storie vere che l’autore ha raccolto nel corso degli anni come operatore umanitario. Racconti di fughe, di guerre, di famiglie che si separano e non si ritrovano più, di superstizioni e di sogni infranti: è quello che succede ogni giorni, in diversi paesi del Medio Oriente e dell’Africa, posti che sembrano lontanissimi ma che in realtà sono più vicini di quanto sembrino. È una raccolta che, soprattutto di questi tempi in cui l’umanità sta venendo sempre meno, dovrebbero leggere, per capire.

The Silkworm (in italiano Il baco da seta, pubblicato da Salani con la traduzione di Andrea Carlo Cappi) è invece il secondo volume della serie scritta da Robert Galbraith (aka J.K.Rowling) dedicata a Cormoran Strike. Li sto leggendo in lingua originale, con estremo ritardo rispetto alla loro uscita, e mi sto davvero appassionando. Cormoran è un fico, c’è poco da dire. E la Rowling anche nelle vesti di scrittrice di thriller (okay, c’è anche un po’ di rosa) è bravissima. Ma ve lo racconterò poi meglio quando avrò finito tutti e quattro i romanzi pubblicati finora (sto leggendo proprio ora La via del male).

E poi ci sono I Mumin, questi buffi troll bianchi e pancioni ideati da Tove Johansson che Iperborea ha ripreso l’anno scorso a pubblicare. In questa quarta avventura, la famiglia Mumin se ne va in riviera, a scoprire le comodità di un hotel a cinque stelle e l’ebbrezza della ricchezza e del casinò. Per loro che sono abituati a vivere in una capanna e a mangiare quel che passa il convento sembra il paradiso, ma ben presto capiscono che non è importante dove sei o quanti oggetti materiali hai, ma con chi stai.

Come già accennato, ora sono alle prese con la terza avventura di Cormoran Strike (di cui sono sempre più innamorata) e intanto penso già al Festivaletteratura di Mantova che si terrà dal 4 all’8 settembre. Il programma quest’anno è fenomenale (c’è Tom Gauld!), tanto che appena sono usciti i primi nomi degli ospiti a fine giugno abbiamo già preso l’alloggio. Ma anche di questo vi parlerò poi bene più avanti. Cosa leggerò in questo agosto, invece, ancora non lo so: deciderò di volta in volta, in base all'ispirazione del momento. 

E il vostro luglio di letture come è stato? 

lunedì 29 luglio 2019

DOPO LE FIAMME - Fernando Aramburu

Camminando senza parlare, i due amici arrivarono davanti al portone di Zubillaga. Sulla facciata dell'edificio, la pittura ancora fresca, si poteva leggere: ZUBILLAGA SPIA, con il noto bersaglio sopra il nome. L'amico affrettò il passo come colto da una fretta improvvisa. Dopo pochi metri si girò e, con il volto alterato e i modi nervosi, sussurrò a Zubilaga: cancellalo prima che lo vedano i tuoi vicini. Cancellalo, accidenti, che con queste cose non si scherza.


Dopo le fiamme di Fernando Aramburu, da poco pubblicato da Guanda editore con la traduzione di Elisa Tramontin, è una raccolta di racconti che porta il lettore esattamente negli stessi luoghi, i Paesi Baschi, e nella stessa atmosfera, l’ETA e come viene vissuto tra la gente, di Patria, il grande romanzo di questo scrittore basco che nel 2018 ha vinto il Premio Strega Europeo.

Questa raccolta, in realtà, in Italia era già uscita nel 2007 per la casa editrice La nuova frontiera. Anche la traduzione era la stessa, cambiava però il titolo: in quella prima edizione, infatti, era stato mantenuto il titolo originale, nonché titolo del racconto in apertura, I pesci dell’amarezza.
Guanda lo ripubblica quindi dodici anni dopo, scegliendo questa volta come titolo dell’intera raccolta quello dell’ultimo racconto: Dopo le fiamme, appunto.

Un’informazione importante, questa. Perché, complice una fascetta volutamente generica (“Dopo Patria, ma ancora dentro Patria, il nuovo libro di un autore che è il grande caso editoriale di questi anni”) se non si sa che questi racconti sono stati scritti molto prima del romanzo si rischia di non apprezzarli come si meriterebbero.

I dieci racconti di Dopo le fiamme, infatti, sembrano una sorta di antipasto, di anticipazione di quel che Aramburu metterà poi dentro Patria, sviluppandolo all'ennesima potenza. Le tematiche sono le stesse, si diceva: siamo nei Paesi Baschi e l’ETA è nel pieno della sua attività. Manifestazioni, intimidazioni, attentati che colpiscono obiettivi precisi (chi non simpatizza per la causa basca) ma anche persone che passavano lì per caso, che ancora dovevano nascere, che volevano solo vivere tranquille e che invece ora si ritrovano segnati a vita.
Sono tutti racconti molto belli, perché Aramburu è bravissimo a raccontare la quotidianità, le reazioni estremamente umane, la paura, la rassegnazione, gli amici che diventano nemici perché non vedono alternative, ma anche la voglia di non arrendersi. È bravo a raccontare il clima, da un lato e dall'altro, che si respirava nelle vie, nelle piazze, nei quartieri ma anche all'interno di ogni singola famiglia.

Tra questi dieci racconti i miei preferiti in assoluto sono tre. Il primo è I pesci dell’amarezza, proprio in apertura. Qui conosciamo una figlia, “i giornali l’avrebbero descritta come una donna di ventinove anni che passava casualmente per il luogo dell’esplosione”, attraverso gli occhi del padre che la va a prendere in ospedale dove è stata ricoverata a lungo e che ora deve imparare a vivere senza l’uso di una gamba. Riprendere a vivere è molto difficile, triste. Affrontare il dolore di una figlia altrettanto difficile, triste. Ma in qualche modo ce la si deve fare, magari fermandosi a guardare il mare o diventando amici di un pesce in un acquario.
Il secondo è Relazione da Creta, in cui una donna racconta la sua storia con Santi, attraverso un diario che scrive per la psicologa mentre è in viaggio di nozze. Santi è un uomo strano, molto timido, che si ferma sempre un po’ di più al lavoro e che odia andare al cinema. Con lei a poco a poco sembra aprirsi e, grazie anche all’incontro con la madre, lei capisce che c’è un trauma, una ferita profonda dietro ai suoi comportamenti bislacchi. Decide quindi di aiutarlo, di tentare di tirarlo fuori da quell’abisso in cui da tanti anni è caduto: da quando hanno ammazzato suo padre.

Il terzo è Il figlio di tutti i morti ed è la storia di Iñigo, un figlio cresciuto senza padre. Un giorno, dopo aver assistito alla finestra a una manifestazione pro Euskera, il nonno gli racconta la verità, gli racconta di essere uno dei tanti bambini cresciuti senza padre per decisione di qualcun altro.
La madre si alzò dal letto, svestì il figlio e lo aiutò a mettersi il pigiama. Iñigo la lasciava fare. Una volta messo a letto, sua madre gli rimboccò le coperte e, al momento di augurargli la buonanotte, spostandogli la frangetta, gli diede due baci sulla fronte.
«Uno, due» sussurrò come al solito.
«Senti, ama, perché mi dai sempre due baci e li conti?»
«Uno è mio, l'altro è di chi non ti ha mai potuto baciare.»

Questi sono i miei tre preferiti, ma in tutti e dieci Fernando Aramburu riesce a trasmettere qualcosa di forte, di potente, che racconta di una società e un periodo storico di cui noi forse, qui a distanza, abbiamo saputo e compreso troppo poco.
Se avete amato Patria, ma anche quell'altra meraviglia che è Anni lenti, amerete tantissimo anche Dopo le fiamme. Vi ritroverete negli stessi luoghi, nelle stesse atmosfere, nella stessa impotenza e nello stesso dolore.  

Tutti dovevano vederlo: il suo dolore imperterrito, il suo dolore alto come un lampione in mezzo alla strada. Lo dovevano vedere anche quelli incapaci di provare compassione, quelli che se ne rallegravano di nascosto o apertamente e quelli che in quell'istante lo stavano festeggiando come una vittoria. Toñi pensava che il suo dolore dovesse costringere anche quelli, specialmente quelli, a deviare un po' il percorso per non sbatterci contro.Mentre attraversava i portici di una vecchia piazza si fermò davanti a una vetrina. Nei propri occhi vide più rabbia che tristezza. Continuò ad andare dove la portavano i piedi. Senza prestare attenzione a niente e nessuno arrivò al frangiflutti del molo, dove si fermò a guardare le onde e il cielo grigio e i pescherecci che uscivano a pescare. Passò molto tempo a parlare da sola. Al ritorno, quando arrivò al primo semaforo, vide arrivare a velocità sostenuta una betoniera. «Mi butto?» si domandò. Ma aveva tre figli e bisognava vivere.

Titolo: Dopo le fiamme
Autore: Fernando Aramburu
Traduttore: Elisa Tramontin
Pagine: 251
Editore: Guanda
Anno: 2019
Prezzo: 17,00€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Dopo le fiamme
formato ebook: Dopo le fiamme

mercoledì 10 luglio 2019

LA MIA ESTATE FORTUNATA - Miriam Toews

Ve lo dico subito come sono arrivata al punto in cui sono: ragazza madre con il sussidio, case popolari e via dicendo. Non era il mio scopo nella vita, ovvio. Non è che da bambina sognassi "Da grande voglio fare la madre povera". Avevo deciso di fare la guardia forestale. Ora mi rendo conto che è un settore un po' carente di rapporti umani, per i miei gusti. Sì, ma guarda dove mi hanno portato, i rapporti umani. Dicevano non avevo elaborato il lutto per la morte di mia madre. Per questo andavo a letto con tutti, dicevano. Dicevano che sgusciavo fuori dalla finestra della mia camera da letto ogni notte perché avevo bisogno di dimenticare. Avevo bisogno di dimenticare, dicevano, perché non riuscivo a reggere la tristezza di ricordare. È questo che intendevano, per elaborare il lutto: ricordare. Ricordare tutto, reagire e lasciare andare. C'era anche dell'altro ma chi se lo ricorda, ah ah. Non è che ne vado fiera, no, ma è andata così.


La mia estate fortunata di Miriam Toews, da poco pubblicato da marcos y marcos con la traduzione di Claudia Tarolo, è il primo romanzo di questa scrittrice canadese. Il primo, sì, anche se da noi, come spesso succede, arriva per ultimo, dopo che l’autrice è riuscita a farsi conoscere e amare, arrivando ad avere un suo zoccolo duro di lettori disposti ad accettare anche qualcosa forse di un po’ più acerbo. 
Dopo aver letto piccole perle come Un complicato atto d’amore e In fuga con la zia, aver pianto con I miei piccoli dispiaceri e aver tifato per quelle Donne che parlano, passando per Un tipo a posto e Mi chiamo Irma Voth, il pubblico italiano è finalmente pronto per conoscere Lucy, Lish e tutte le ragazze madri che vivono all’Half-a-Life.

La mia estate fortunata è una storia di donne, che abitano in case popolari fatiscenti, vivono di sussidi del welfare e crescono un numero imprecisato di figli, avuti spesso da un numero altrettanti imprecisato di uomini, su cui non hanno mai potuto contare. Lucy ha sfogato il suo dolore per la perdita della madre cambiando un ragazzo a sera: è così che, a diciott'anni, ha avuto Dill. Non sa quale delle sue tante avventure di una notte il piccolo sia figlio, né si è mai preoccupata di saperlo. Dopo che il suo, di padre, non ha mostrato alcun interesse per la sua situazione, ancora chiuso nel dolore di aver perso la moglie, Lucy ha ottenuto un alloggio all’Half-a-Life, una casa popolare che si allaga ogni volta che piove,  Qui conosce Lish, che di figlie ne ha quattro, due avute con lo stesso uomo e altre due, gemelle, con un artista di strada spensierato che si era innamorato delle sue mani, e che dopo una notte di sesso l’ha lasciata senza salutarla, portandole via il portafoglio e lasciandole il sogno di un amore perduto, oltre che due figlie in grembo. L’unico ricordo che ha dell’uomo, oltre alle due piccole ovviamente, è un cucchiaino d’argento rubato in hotel quella mattina.
Lucy e Lish diventano subito amiche, per quel cameratismo che inevitabilmente si crea vivendo in luoghi e situazioni come quelle. Insieme a loro, nel caseggiato ci sono molte altre donne sole: alcune inseguono ancora il loro sogno d’amore, altre cercano di sopravvivere come possono senza farsi portare via figli e vita.

Anche se alcune donne si separavano dai loro figli per il fine settimana, non perdevano l'abitudine della carne a buon mercato o della pasta. Tra il momento in cui salutavano i loro figli e salivano di sopra nei loro appartamenti silenziosi, dovevano trovare qualcosa di buono, magari l'aspetto del cielo o il sorriso sul volto dei loro figli mentre andavano via o una zaffata di qualcosa che gli ricordasse un tempo ormai passato o un tagliando per un paghi uno compri due al supermercato o un invitio a un torneo di Scarabeo con tequila nel palazzo quella sera. Qualcosa di buono, altrimenti immagino che il silenzio di una casa vuota possa ucciderti.

Un giorno, Lucy va da Lish e la trova chiusa in camera, in lacrime. Sul tavolo di cucina c’è una rivista, aperta su una pagina che parla di uno spettacolo in Colorado e di un misterioso mangiafuoco che scalda le folle. È l’amore rimpianto di Lish e Lucy decide di voler alleviare le sofferenze dell’amica. Certo non pensava che, così facendo, si sarebbe ritrovata su un furgone sgangherato, in viaggio con lei e con i rispettivi figli, verso un sogno d’amore impossibile e una felicità che invece è a portata di tutti.

Oltretutto le altre all'Half-a-Life pensavano che Lish si illudesse che la vita fosse più semplice di quanto in realtà non fosse. Non credo che Lish pensasse che la vita in sé fosse semplice, per niente: era solo il suo modo di prenderla che lei aveva ammorbidito sempre di più, scolpito e lasciato, finché non era diventato semplice. Fai quel che ti rende felice perché non c'è nulla di certo.

La mia estate fortunata è il romanzo d’esordio di Miriam Toews, si diceva. Eppure, leggendolo, non sembra assolutamente, perché c’è già tutto quello che ho amato dei romanzi successivi e più maturi di questa autrice. Ci sono le donne, fragili e forti al tempo stesso. C’è la voglia di non arrendersi, che se scema viene alimentata da chi ci sta accanto. C’è un passato che preme sul presente e lo condiziona, ma anche la voglia e la possibilità di riscatto, anche nelle condizioni più disagiate e disperate. C’è l’amicizia, la passione e la felicità per le piccole cose. E poi è un racconto ironico, tragico e poetico al tempo stesso... tutto questo, in poco più di trecento bellissime pagine.
Certo, qua e là ci sono anche alcune incertezze, alcune ripetizioni nel racconto che si potevano evitare (e, piccola nota pedante, anche qualche nota del traduttore del tutto inutile e un po’ irritante).

Insomma, La mia estate fortunata è un grande romanzo d’esordio, che ancora oggi non sente minimamente i ventitré anni che ha, e che, almeno per quanto mi riguarda, consacra Miriam Toews tra le mie scrittrici preferite di sempre.


Titolo: La mia estate fortunata
Autore: Miriam Toews
Traduttore: ClaudiaTarolo
Pagine: 302
Editore: marcos y marcos
Anno: 2019
Prezzo: 18,00€
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formato cartaceo: La mia estate fortunata
formato ebook: La mia estate fortunata (Gli alianti)