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mercoledì 12 aprile 2023

CIRCE - Madeline Miller

 (Queste considerazioni sono state pubblicate sulla pagina Facebook del blog, ma ho deciso di riportare piano piano tutte le recensione fatte di là anche qui, così da non perderle e ritrovarle più facilmente nel tempo)

Sono finalmente riuscita a terminare la lettura di Circe di Madeline Miller (tradotto da Marinella Magrì per Marsilio).
Dico finalmente perché da un certo punto in poi ho davvero arrancato con la lettura, complici anche due settimane lavorative piuttosto pesanti che non mi hanno permesso di dedicargli l'attenzione che si meritava. E credo che con un romanzo come questo sia fondamentale avere il tempo e la testa per mettersi lì e leggere e basta.

Il romanzo racconta la vita della maga Circe, dall'infanzia con il padre Elios, la madre ninfa Perseide e fratelli e sorelle divine, fino all'esilio sull'isola di Eea e poi all'arrivo di Odisseo che cambierà per sempre la sua vita.

La mia conoscenza della mitologia greca è molto limitata e deriva perlopiù dal cartone animato Pollon, uno dei miei preferiti quando ero bambina, e allo studio dell'Eneide alle superiori. Sapevo poco o nulla di Circe, a parte che è stata l'amante di Odisseo: non sapevo della sua vendetta verso Scilla, del suo ruolo nella nascita del Minotauro né del suo rapporto con Dedalo, del fatto che avesse avuto un figlio né dell'incontro con Penelope e Telemaco.

Madeline Miller è sicuramente molto brava nel narrare il tutto, nel tendere un filo immaginario che consente al lettore di non perdersi tra i vari racconti della mitologia classica. Ed è brava anche nel descrivere Circe non solo come la maga ma anche come la donna, così appassionata e così attratta dagli esseri umani.

Eppure qualcosa, almeno per me, non ha funzionato del tutto e ho faticato molto ad arrivare alla fine. Forse per la stanchezza mentale di queste settimane, forse perché se non ho mai approfondito la mitologia classica dopo aver visto Pollon c'è un motivo, arrivavo alla sera con la prospettiva di leggere Circe e venivo colta da un po' di sconforto. Riconosco che sia un problema mio e che di tratta di un buon romanzo, ma per me non è riuscito a esserlo come mi sarei aspettata.

venerdì 24 novembre 2017

LETTERE DA BABBO NATALE - J.R.R. Tolkien



Caro Babbo Natale,

come stai? Scusami se ti disturbo proprio adesso che manca solo un mese alla Vigilia di Natale. Immagino tu sia molto impegnato a cercare i regali e a rispondere a tutti i bambini che, a differenza mia, ti hanno scritto per tempo. Ma chissà che tu, o Orso Bianco o qualcuno dei tuoi elfi non troviate comunque il tempo di leggere queste mie parole e, magari, anche di rispondermi.
Ne sarei onorata, come penso proprio lo fossero i bambini della famiglia Tolkien quando sotto l’albero, insieme ai regali richiesti, trovavano una delle vostre lettere provenienti dal Polo, con i racconti di quello che vi era successo durante l’anno.

Ho letto queste lettere quasi per caso, sai? Sembra strano, perché la raccolta Lettere da Babbo Natale è in circolazione già da un po’, in diverse edizioni. Eppure, pur essendo una grandissima amante del Natale, io le ho scoperte solo da poco, grazie a una nuova ristampa di Bompiani (è una delle tante case editrici che ci sono qui in Italia… le avete anche al Polo le case editrici? Secondo me Orso Bianco potrebbe scrivere un bel romanzo autobiografico su tutto quello che vi succede lì e avrebbe un enorme successo).

Le ho scoperte da poco, dicevo, e me ne sono innamorata. Un po’ per i vostri disegni (i tuoi e quelli di Orso… ma non dirglielo, se no si monta la testa), un po’ per i vostri racconti, a volte divertentissimi altri un po’ paurosi (i goblin non sono più tornati, vero?), che bene raccontano quanto a volte sia difficile svolgere il lavoro che fai… soprattutto se vivi con un orso pasticcione che a volte sembra quasi boicottarti, anche se sappiamo tutti che non lo fa in cattiva fede. Ma soprattutto, ho amato molto l’idea di te e dei tuoi aiutanti che vi mettete lì e, con la vostra scrittura a volte un po’ tremolante altre gigantesca (ma poi Orso è riuscito a togliersi l’inchiostro dalle zampe?), rispondete alle lettere dei bambini.

Secondo me queste lettere valgono più dei regali veri e propri, perché dimostrano tutto l’amore che per loro provate. Magari da bambino uno non se ne accorge, tutto intento a scartare giocattoli e libri e qualunque altra cosa abbia chiesto; ma poi una volta cresciuto, quando i giocattoli saranno finiti in soffitta, i libri persi in qualche trasloco e le altre cose consumate, be’, queste pagine e questi disegni rimarranno. Così come rimarrà tutto l’amore di un padre scrittore verso i suoi figli. 

Niente, caro Babbo Natale, non ho molto altro da dirti, se non appunto che ho letto le tue storie e le ho adorate, al punto da consigliarle a chiunque ancora non le conosca, per vivere attraverso le tue parole e i tuoi disegni la magia del Natale.

Ah sì, mi piacerebbe anche partecipare, una volta o l’altra, all’enorme festa che dai ogni anno per tutti i tuoi amici e aiutanti una volta consegnati tutti i doni (porterei anche del cibo, così se Orso Bianco si mangiasse tutto quello che hai preparato tu, ci sarebbe qualcosa di scorta), ma non so se quest’anno riuscirò a essere dalle tue parti il 26 dicembre. Comunque ci proverò.

Ora ti saluto, davvero, caro Babbo Natale. Ti ringrazio per avermi permesso di ritornare bambina con le tue parole. Anche se erano rivolte ai figli del signor Tolkien, mi hanno divertito, commosso ed emozionato come se fossero state per me.
Dai una carezza sul testone di Orso Bianco, un abbraccio affettuoso a tutti i tuoi elfi e qualche carota in più alle renne da parte mia.

A presto
Una bambina un po’ cresciuta che non smetterà mai di adorare il Natale.



TITOLO: Lettere da Babbo Natale
AUTORE: J.R.R. Tolkien
TRADUTTORE: Marco Respinti
PAGINE: 192
EDITORE: Bompiani
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Lettere da Babbo Natale

venerdì 27 ottobre 2017

UNA VITA NON MIA - Olivia Sudjic

Avete mai sentito davvero, ardentemente, di non sapere chi siete? Fate mai qualcosa per poi pensare, Chi è al posto di comando? Come se un comandate pazzo vi avesse chiusi fuori dalla cabina di pilotaggio. Io sicuramente sì. Provo una specie di vertigine che mi lascia tremante. Immagino che la proviamo tutti quando compiano una scelta che ci sembra difficile, e a volte è vero che non sappiamo chi siamo perché non sappiamo chi dovremmo essere, o chi vogliamo essere.

Da quando esistono i social, a tutti è capitato almeno una volta di seguire quasi compulsivamente qualcuno che non si conosce: sbirciamo il suo profilo facebook per scoprire qualche aggiornamento, controlliamo su instagram l’ultima foto che ha postato o guardiamo su twitter quale messaggio di 140 caratteri ha lanciato nell’etere. Niente di patologico nella maggior parte dei casi: piccola e semplice curiosità aiutata dal fatto che chi condivide queste cose ha un profilo pubblico e quindi vuole farsi leggere e seguire. 
A volte, però, tutto questo può sfociare in una vera e propria ossessione, soprattutto se si è in cerca di risposte sulla propria vita e il proprio passato e si tende a pensare di poterle trovare un po’ ovunque.
È quello che succede a Alice Hare, la protagonista ventitreenne di Una vita non mia, romanzo di esordio di Olivia Sudjic, pubblicato da minimum fax e tradotto da Chiara Baffa.


Alice vive in Inghilterra con la madre, dopo che il padre è scomparso nel nulla durante la loro permanenza in Giappone qualche anno prima. Un giorno è uscito di casa per andare al lavoro e non è più tornato. Forse era depresso, dopo che le delusioni lavorative negli Stati Uniti lo avevano spinto a cercare un lavoro stabile in Giappone, lontano da tutto e da tutti. 

Questa sparizione non ha mai smesso di tormentare Alice, un tormento amplificato dalle lettere che la ragazza riceve da Silva, sua nonna, che vive a New York. Ed è da lei che Alice decide di andare, in cerca di risposte. Ed è sempre a New York che incrocia, prima virtualmente e poi fisicamente, Mizuko Himura, una scrittrice giapponese che sembra avere molto in comune con lei e verso cui sviluppa una certa ossessione, fatta di foto pubblicate su instagram e attese spasmodiche di spunte blu che sembrano non voler arrivare mai. Intanto, grazie ai social, a Wikipedia e ad altre avveniristiche app, Alice compie indagini su se stessa e sul suo passato, ma anche su quello di Mizuko e delle altre persone che, in quel momento, sono nella sua vita, per arrivare a scoprire uno strano intreccio, un vortice di odio e amore che sembra collegare tutti. E da cui si può scappare solo andandosene, o cliccando sul tasto “non seguire più”.

Raccontare la trama di Una vita non mia è molto complicato, perché è ricca di intrecci, di trame e sottotrame, di salti nel passato e nel presente, di ricordi e sogni che si mescolano al quotidiano, di virtuale e reale che a volte non si riescono più a distinguere tra loro. Il tutto reso possibile da internet e dai social, e anziché risposte sembrano portare ad altre domande.
Detto così potrebbe sembrare un libro confuso, ma no, non lo è. O meglio, in parte forse sì, ma è una confusione voluta perché rispecchia quella che si crea quando le cose all'improvviso sembrano tutte sfuggirci di mano, ma soprattutto quando vogliamo disperatamente capire qualcosa, al punto da lasciar perdere ogni logica.
Se ci si lascia andare, poi, se si decide di affidarsi ad Alice e di seguirla in questa sua ricerca spasmodica di sé, questa confusione diventa chiara, comprensibile e quasi condivisibile (visto che stiamo parlando di social): perché ci si trova di fronte a una ragazza che, appena finita l’università, non sa esattamente cosa fare della sua vita; una ragazza il cui passato è stato segnato dalla scomparsa del padre e dalla conseguente reazione della madre, diventata nei suoi confronti quasi ossessiva; una ragazza che ha bisogno di capire chi era per decidere chi sarà in futuro e che spera, vivendo quasi in simbiosi con una donna con cui in qualche modo si identifica, di ritrovare finalmente la sua strada.
Proprio quella settimana, il mio ragazzo di allora mi aveva detto che l'amore non era altro che il ricongiungersi, dopo miliardi di anni, degli atomi delle stelle esplose.
«Chi te l'ha detto?», avevo chiesto immediatamente, sapendo che non poteva averlo pensato da solo
«Un fisico», rispose lui dopo una pausa risentita.
Essendo uno a cui piaceva spacciare le cose per sue, aveva letto l'ultimo New Yorker dalla prima all'ultima pagina. Mi ritrovai a pensare a quel che mi aveva detto mentre io e Mizuko camminavamo, e adesso sapevo che era vero.
Certo, Una vita non mia non è un romanzo semplice da leggere, perché seguire Alice e tutti gli intrecci che si creano nella sua vita richiede un certo sforzo mentale che però, arrivati alla fine, viene ripagato. Il romanzo offre tanti spunti di riflessione, sull'uso dei social e su come questi possono arrivare a condizionare la nostra vita, ma anche sul bisogno, umano e legittimo, di avere delle risposte alle domande passate, prima di potersene porre delle nuove.
Fermatevi un momento a pensare alla vostra vita senza Wikipedia. Dolce fonte di eterno conforto. Angelo dispensatore di informazioni. Pensate alla vostra vita senza l'opzione di ricerca su internet.
Approfitto dell’occasione per spendere due righe sulla nuova grafica minimum fax, lanciata ufficialmente a maggio durante il Salone del libro di Torino di quest’anno. Una grafica, a opera di Patrizio Marini e Agnese Pamparini, che mi piace molto, per diversi motivi: i colori, il modo in cui l’illustrazione si dipana nella copertina e, piccolo dettaglio che trovo molto importante, il nome del traduttore in copertina.


Titolo: Una vita non mia
Autore: Olivia Sudjic
Traduttore: Chiara Baffa
Pagine: 472
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: minimum fax
Prezzo di copertina: 18,50 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo:Una vita non mia
formato ebook: Una vita non mia

giovedì 28 settembre 2017

MIA NONNA SALUTA E CHIEDE SCUSA - Fredrik Backman

"Modificare i ricordi è un bel superpotere" ammette Elsa.
La nonna alza le spalle.
"Se non si riescono a eliminare le cose brutte, basta mettercene sopra altre megliose."
"Non esiste quella parola."
"Lo so."
"Grazie, nonna" dice Elsa appoggiandole la testa sul braccio.
Allora la nonna annuisce e sussurra: "Noi cavalieri del regno di Miamas facciamo solo il nostro dovere".
Perché tutti i bambini di sette anni si meritano dei supereroi.
E chi non la pensa così è fuori di testa.


Ho conosciuto lo scrittore svedese Fredrik Backman con il suo primo romanzo, L’uomo che metteva in ordine il mondo, pubblicato da Mondadori nel 2014.
Ero stata un po’ indecisa se leggerlo o meno, in realtà, per via di quel titolo un po’ respingente nella sua banalità. Ma quel romanzo in qualche modo mi chiamava. E alla fine, superate le remore, è stata una delle letture più belle di quell’anno.
Una rivelazione, sia per quanto riguarda la trama sia per lo stile, per quella capacità che Backman ha di mescolare momenti tristi ad altri molto buffi, scene commoventi ad altre esilaranti.

Due anni dopo è uscito Mia nonna saluta e chiede scusa, sempre edito da Mondadori e tradotto da Andrea Stringhetti. Un titolo che trovo fenomenale e che quindi, alla prima occasione, mi sono fatta regalare. E ci ho ritrovato esattamente tutto quello che avevo trovato nel primo romanzo, con anzi forse qualcosa in più.

Elsa è una bambina di sette anni, quasi otto, con una passione smodata per Harry Potter e Wikipedia, un’intelligenza superiore alla media che agli occhi degli altri bambini la etichetta come diversa, e una nonna supereroe che non sta ferma un attimo e che inventa per lei le avventure più fantastiche. È lei che aiuta la piccola Elsa a sconfiggere le sue paure, è lei che ha creato mondi magici in cui rifugiarsi e creature fantastiche da accudire, è lei che quando la nipote è giù di morale la porta in uno zoo di notte a vedere le scimmie per poi farsi arrestare. Ed è sempre lei che, quando se ne va, lascia in Elsa un vuoto che la piccola non sa bene come colmare. La nonna sapeva che sarebbe stato così, e, come ultimo gesto prima di morire, organizza per Elsa una misteriosa caccia al tesoro, fatta di lettere che la bambina deve consegnare, che la porterà a conoscere meglio tutti i suoi vicini di casa e le loro storie. C’è Alf, tassista scorbutico che beve sempre caffè. C’è la donna con il bambino con la sindrome. C’è quella che si veste sempre di nero, colore della sua anima. C’è Cuore di Lupo, con manie ossessivo compulsive che Elsa si divertirà a stuzzicare. Ci sono Maud e Lennard, la prima e la seconda persona più gentili al mondo, che curano tutto con caffè, abbracci e biscotti a forma di sogni. Ci sono Britt-Marie, che sorride sempre ben disposta e ha un’ossessione per le regole, e il marito Kent, sempre al telefono. E poi ci sono Ulrica, la mamma di Elsa, incinta del suo nuovo compagno George, un uomo che Elsa vorrebbe odiare, un po' perché vuole bene al suo papà sempre dubbioso, un po' perché tutti lo amano. Tanta gente popola quel palazzo e, a poco a poco, Elsa scoprirà tutte le loro storie, tutti i legami che li univano a sua nonna e, soprattutto, tra loro. Legami che difficilmente potranno sciogliersi.

Ancora una volta Fredrik Backman è riuscito a stupirmi. Leggendo Mia nonna saluta e chiede scusa più volte mi sono ritrovata un sorriso sulle labbra, a volte di vera e propria allegria, altre per come l’autore decide di risolvere le situazioni più tristi (di cui questo libro, in effetti, è ricco perché la storia che lega i vari personaggi non è delle più felici) e cercare il più possibile di far stare tutti bene.
Perché si può essere tristi quando si mangiano i babbi natale gommosi. Ma è molto, molto, molto difficile.
(Ok, confesso che a un certo punto ho anche pianto, insieme alla piccola protagonista e ai suoi nuovi amici, ma, di nuovo, era un pianto inevitabile per poter poi stare meglio).

Qualcuno ha definito i libri di questo autore un balsamo per l’anima, dei libri che scaldano il cuore e che, una volta finiti, ti lasciano addosso una bella sensazione. E per quanto io rifugga un po’ queste frasi per descrivere i libri, in questo caso sono semplicemente perfette. È vero, leggi Mia nonna saluta e chiede scusa (ma anche L’uomo che metteva in ordine il mondo) e ti senti bene. È vero, in certe scene senti proprio un calore nel petto, per come viene descritto quello che succede, per il modo in cui questa bambina di sette anni quasi otto guarda il mondo che la circonda e affronta le sue paure. È vero, lo chiudi con addosso una bella sensazione, che non ti lascia, che ritorna ogni volta che ci pensi e che ti fa ritornare lo stesso sorriso sulle labbra di quando stavi leggendo.

E Maud prepara i sogni, perché quando il buio è troppo grande per farcela e troppe cose si sono rotte in troppi modi perché si possano riparare, Maud non sa davvero che arma usare se non i sogni.
Quindi fa così. Un giorno alla volta. Un sogno alla volta. Si può pensare che sia giusto e si può pensare che sia sbagliato. E di sicuro si ha ragione in entrambi i casi. Perché la vita è sia complicata che semplice.
Per questo esistono i biscotti.

E diamine se certe volte servono i sogni e i biscotti. E anche i libri come questo.


Titolo: Mia nonna saluta e chiede scusa
Autore: Fredrik Backman
Traduttore: Andrea Stringhetti
Pagine: 401
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Mondadori
Prezzo di copertina: 19,50€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Mia nonna saluta e chiede scusa
formato ebook: Mia nonna saluta e chiede scusa

venerdì 23 giugno 2017

LE SOLITE SOSPETTE - John Niven

Le amicizie di lunga data hanno percorsi strani e spesso diventano l’unità di misura di noi stessi.



Vanno molto di moda ultimamente i romanzi che hanno come protagonisti gruppi di anziani intenti a fare le cose più disparate. Gesti ribelli, crimini più o meno efferati, o anche una semplice nuova avventura fino a quel momento impensabile. Non so di preciso da dove derivi questa moda: forse ci piace che venga ribadita il più possibile l’idea che, anche da anziani, potremo vivere vite avventurose e non lasciarci semplicemente schiacciare dal peso degli anni.

Certo, se si affida questo tema a John Niven, scrittore scozzese autore di quel capolavoro di A volte ritorno ma anche di Maschio bianco etero, famoso per la sua incredibile capacità di mischiare racconto serio a parolacce, si può facilmente immaginare quale potrà essere il risultato. 

Le solite sospette, pubblicato da Einaudi nel 2016 con la traduzione di Marco Rossari, racconta di un gruppo di donne, che vanno da sessant’anni d’età agli oltre ottanta, che decidono di rapinare una banca. L’idea viene a Susan, una donna vicina ai sessanta con la passione per i trucchi di scena che si ritrova all’improvviso sull’orlo della bancarotta dopo che il marito è morto d’infarto nel bel mezzo di un’attività che la donna ignorava ma a cui l’uomo si dedicava da parecchi anni.  A lei si uniscono: Julie, anche lei sulla sessantina, che dopo una vita di avventure in giro per il mondo ora si ritrova a fare le pulizie in una casa di riposo; Jill, una donna irreprensibile, che odia le parolacce, e che ha un nipotino gravemente malato e non abbastanza soldi per pagare l’operazione che potrebbe salvarlo; e infine, Ethel, la più anziana del gruppo e sboccata del gruppo, che nasconde un passato molto interessante e che di finire la sua vita in una casa di riposo proprio non ha voglia.
Sulle tracce di questo singolare quartetto ci sono lo sgraziato e volgare sergente detective Hugh Boscombe e il suo sottoposto, l’agente Alan Wesley, che cerca in qualche modo di compensare la malagrazia del suo superiore. 
Quello che sembra essere un caso semplice si trasforma ben presto in una rocambolesca caccia alle fuggiasche, che parte dall’Inghilterra e arriva fino a Marsiglia, e coinvolge tutta una serie di personaggi singolari.

Anche se la trama forse non è molto originale, Le solite sospette è sicuramente un romanzo molto divertente, in cui si ritrovano tutte le caratteristiche che chi ha letto i romanzi precedenti di Niven si aspetta di trovare: una buona dose di volgarità, che associata a queste anziane protagoniste produce un effetto davvero esilarante; una storia esagerata, rocambolesca, al limite dell’assurdo (limite che a volte viene valicato senza alcun problema… soprattutto dal povero Boscombe, su cui Niven sembra accanirsi parecchio) ma che funziona; ma anche temi importanti: il fallimento personale, la voglia di riscattarsi, il desiderio di riprendere in mano la propria vita, di non arrendersi mai, la malattia, la mancanza di soldi…

Ed è proprio questa commistione di elementi, questa scelta di raccontare problemi e situazioni importanti con uno stile sboccato (che non disturba però, anzi, ci si adatta abbastanza facilmente), unita alla creazione di personaggi bislacchi e, per questo, indimenticabili (Ethel, sei il mio idolo indiscusso!) la cosa che più mi piace dei romanzi di John Niven. 

In Le solite sospette non si raggiungono sicuramente i livelli di A volte ritorno, ma mi è piaciuto molto, più di Maschio bianco etero. Tutti e tre, comunque, rimangono dei romanzi che vale davvero la pena di leggere. Per ridere, certo, ma anche per pensare. 



Titolo: Le solite sospette
Autore: John Niven
Traduttore: Marco Rossari
Pagine: 346
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Einaudi
Prezzo di copertina: 18,50 €
Acquista su amazon:
formato brossura: Le solite sospette
formato ebook: Le solite sospette (Einaudi. Stile libero big)

giovedì 18 maggio 2017

JESSE - Marianne Leone

Jesse era affetto da una grave forma di paralisi cerebrale e non riusciva a parlare. Era anche un ottimo studente, iscritto al secondo anno di un liceo pubblico. Scriveva poesie sul suo computer, superava brillantemente tutti i compiti di latino, faceva windsurf d'estate.
Che molti vedessero soltanto la sua disabilità aggiungeva un'altra dimensione al dolore, una patina surreale alla solitudine che mi attendeva. Erano gli stessi che pensavano "È stato meglio così". Oppure: "Ora è libero, e lo sei anche tu". Ma io sarei stata disposta a sostenere il suo corpo minuto fino a non poterne più, e poi ancora, nella debolezza della vecchiaia.


Jesse è nato il 15 ottobre del 1987, con dieci settimane d’anticipo e un peso alla nascita di un chilo e seicento grammi. Al terzo giorno di vita, una grave emorragia gli lascerà una paralisi cerebrale che segnerà il corso della sua vita: Jesse è tetraplegico, non può parlare e soffre di continue crisi epilettiche. Ma è vivo e ha un’intelligenza fuori dalla norma, che si scontra con una società che a volte sembra incapace di comprenderlo e accettarlo.
A combattere per lui ci sono il padre, l’attore Chris Cooper, e soprattutto la madre, Marianne Leone, oltre a una serie di aiutanti, infermiere, medici e terapisti che invece della sua intelligenza si sono accorti eccome e fanno di tutto per rendere la sua vita il più possibile simile a quella di tutti gli altri.
La mattina del 3 gennaio 2005, nell’anno dei suoi diciotto anni, però Jesse non si sveglia, lasciando in chi l’ha conosciuto e in chi per tutti quegli anni ha lottato per lui un senso di vuoto enorme, ma al tempo stesso la voglia di raccontare la sua storia, perché possa essere di aiuto agli altri e per non dimenticare mai.

Ed è quello che fa Marianne Leone in questo memoir, Jesse appunto, pubblicato in Italia da Nutrimenti con la traduzione di Letizia Sacchini.

Vi devo confessare che prima di iniziare la lettura di questo libro ero un po’ preoccupata. Preoccupata di stare male, di soffrire troppo, ma soprattutto di trovare una storia che sarebbe caduta, pur giustificatamente, nel sentimentalismo e nel dolore. 
E invece ho trovato molto, molto di più. Ho trovato la lotta di una madre e di un padre per il bene del proprio figlio: lotte mediche, per cercare di capire che cosa sia successo e quanto speranze di miglioramento ci potessero essere; lotte scolastiche, in un continuo scontro con un sistema che spesso parla di integrazione solo di facciata ma che poi considera il garantire diritti solo un peso; lotte per la felicità, per vivere, nonostante tutto, una vita normale: Jesse nuota, fa windsurf, va a cavallo, scrive poesie, fa dolcetto e scherzetto la notte di Halloween e piange, ride, si arrabbia esattamente come tutti gli altri bambini e gli altri ragazzi. 

Al termine della sua prima settimana d’assenza, Adam ha chiamato a casa. “Perché Jesse non viene più a scuola?”
Ho cercato di spiegarglielo nella maniera più comprensibile per un bambino di sette anni.
“Ti ricordi quando hai imparato che un tempo ai bambini di colore non era permesso di andare a scuola? Be’, oggi ci sono persone che vorrebbero fare la stessa cosa con i bambini in carrozzina”.
Adam era indignato.
"Ma… la carrozzina è solo fuori!”.

La storia di Jesse è una storia dolce e struggente, raccontata però con uno stile che va oltre il semplice racconto di una madre che ha perso un figlio e che mostra una forza narrativa notevole, sia nel raccontare le peripezie di Jesse sia nella descrizione del vuoto del presente.

Ed è anche una di quelle storie che vanno raccontate, per mitigare un po’ quell'idea che la vita delle persone disabili sia solo ed esclusivamente una vita vuota e triste (un'idea che mi ha sempre fatto arrabbiare, perché io di quei pochi anni vissuti accanto a mio padre in sedia a rotelle ricordo soprattutto i momenti divertenti, le cose sceme che ci siamo inventati per far fronte a una situazione difficile e dolorosa per renderla più sopportabile e in qualche modo normale).
Molto spesso la tristezza e la rabbia prendono il sopravvento, certo, e ancora di più se, oltre ai problemi di salute, bisogna fare i conti con una burocrazia folle o con alcuni personaggi del mondo esterno completamente incapaci di accettare e gestire queste disabilità, come succede a Jesse a scuola.
Ma è anche una vita ricca, una vita piena di piccole grandi conquiste, di momenti bellissimi, di risate, di incontri con persone eccezionali che rendono quei “be’, almeno ha smesso di soffrire”, che spesso si sentono dire quando vite come quella di Jesse finiscono, privi di qualsiasi significato.

Jesse è un libro triste per il suo doloroso epilogo, ma anche un libro pieno di vita, di allegria, di gioia e d'amore. Tutto quello che Jesse ha donato e ha ricevuto nel corso della sua vita e che ora sua madre dona a chi legge la sua storia.
E io, fossi in voi, lo farei.


TITOLO: Jesse
AUTORE: Marianne Leone
TRADUTTORE: Letizia Sacchini
PAGINE: 255
EDITORE: Nutrimenti
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Jesse

mercoledì 22 marzo 2017

LO DICIAMO A LIDDY? - Anne Fine

Tutte e quattro, del resto, si sarebbero sentite perdute senza i regolari giri per negozi e le cenette improvvisate, senza lo scambio incessante di libri, stufette elettriche e vestiti per le grandi occasioni. Da anni i loro telefoni squillavano in un girotondo di chiacchiere su suoceri, cognati, progetti di lavoro, ansie e vittorie. E non c'erano mai stati segreti.
Fino a quel momento.


Vi è mai capitato di sapere qualcosa di una persona, qualcosa di non proprio piacevole se non del tutto brutto, che potrebbe condizionare la vita di chi le sta accanto? Che si tratti di un parente, un amico o anche un semplice conoscente, il dubbio su che cosa sia meglio fare in questi casi viene sempre: farsi i fatti propri? Intervenire solo a un certo punto e se si ritiene davvero necessario? Rivelare tutto? 
E sei poi il segreto, in realtà, non è un segreto? E se poi la persona a cui lo riveli ti manda a quel paese?

Ho comprato Lo diciamo a Liddy? di Anne Fine, tradotto da Olivia Crosio e pubblicato in Italia da Adelphi, sullo slancio di un momento. Non conoscevo l’autrice, non conoscevo il libro, ma sono stata subito attirata dal titolo e dalla trama, che riporta la situazione descritta sopra.

Heather, Stella, Liddy e Bridie sono quattro sorelle, legatissime. Heather è quella più pragmatica, più sicura di sé e indipendente, meno sensibile e con una vita amorosa abbastanza travagliata. Stella è la più piccola, quella che tutte hanno sempre considerato meno intelligente, meno interessante e che ora ha trovato il suo mondo grazie a un marito e alla passione condivisa per gli oggetti per arredare la casa. Liddy è quella che tutti proteggono, quella un po’ più svampita, che ha avuto due figli da un uomo che poi è sparito ma senza che la cosa l’abbia toccata più di tanto. E Bridie è un’assistente sociale, di professione, ma anche un po’ tra le sorelle.
Liddy ha un nuovo fidanzato, adesso. Si chiama George ed è adorabile con lei e con i bambini. Sembra l’uomo perfetto, se non fosse che Stella ha saputo dalla donna che le pulisce la casa che forse quest’uomo non è così perfetto come sembra, ma nasconde un segreto agghiacciante. Stella lo dice a Heather e, dopo qualche mese, quest’ultima lo rivela a Bridie. Che decide, una volta che Liddy ha annunciato il matrimonio con George, che non si può nascondere una cosa simile alla propria sorella. Lo dicono a Liddy (non è uno spoiler, tranquilli, succede quasi subito), che però se la prende solo con Bridie.
Il beneficio del dubbio non è un omaggio che si regala a chiunque. Bisogna guadagnarselo, e in una famiglia lo si guadagna con l'amore. Quanto all'amore, non è né una parola né uno stato d'animo, ma un modo di trattare il prossimo. Il mondo brulica di gente che dichiara senza ritegno di amare Tizio e Caio, e poi li tratta come pezze da piedi.
Bridie è sconvolta da questa reazione. Sa che le altre tre sorelle continuano a sentirsi e vedersi e quella messa da parte è solo lei. Vive la situazione come un’ingiustizia che però, a poco a poco, la porta anche a prendere consapevolezza della sua famiglia, del rapporto con le sorelle e di come ognuna di esse l’ha sempre vissuto in modo diverso da come lo viveva lei, e soprattutto di come, concentrandosi sulla sua famiglia d’origine abbia un po’ messo da parte quella che ha creato con suo marito. Sembra essersi messa il cuore in pace, decisa persino a non partecipare al matrimonio e a non parlare più con nessuna delle sue sorelle, finché un'altra verità non viene a galla e la sua decisione vacilla.

Finché dal nulla, come un fulmine a ciel sereno, ritornò la rabbia. Accecante, devastatrice. E, per la prima volta in vita sua, Bridie capì come fosse possibile, per molti dei suoi assistiti, vivere di astio e di ripicche. L'amore era così debole. "Ci vuole così poco a farsi voler bene." Era vero? L'amore è un pappone insipido che sobbolle sul fuoco, sempre nutriente, sempre caldo. L'odio invece è una torre incrollabile, una colonna di fuoco. La sua mera energia incandescente può alimentare giorni e giorni di stizza, notti e notti di rancore. Fino a poco tempo prima, quando ascoltava quegli sfoghi di incontenibile malevolenza, aveva creduto che un giorno o l'altro l'odio si sarebbe consumato da sé, si sarebbe ridotto in cenere. Ora aveva aperto gli occhi: l'odio è imperituro, e non è mai un sentimento a metà.

Lo diciamo a Liddy? mi è piaciuto tantissimo, per il modo in cui Anne Fine prende questa famiglia, queste quattro sorelle all’apparenza legatissime, e distrugge le loro certezze, e per come gioca con la caratterizzazione di ognuna di esse. Ho provato una forte empatia nei confronti di Bridie: il suo modo di vedere e di vivere tutto quello che fa, con così tanto coinvolgimento e così tanta passione, mi ha fatto quasi tenerezza, così come ho adorato la sua evoluzione nel corso del libro, il suo prendere consapevolezza, il suo alternare decisioni risolute a dubbi enormi, e la sua decisione finale. 
E avrei preso a schiaffi (dai su, tra sorelle si può fare) le altre tre sorelle. Tutte e tre, per come si sono comportate in passato e forse ancor più nel presente.

È un libro sui legami famigliari, sulle apparenze, sui rancori che si accumulano quando si decide di non parlare e di non confrontarsi. Un libro a suo modo divertente, che porta il lettore all’interno di questa famiglia, lasciando costantemente il dubbio se debba ridere o indignarsi. Io ho fatto entrambe le cose (anche se forse mi sono un po’ più arrabbiata, che divertita) e ne è valsa davvero la pena.

E voi, lo direste a Liddy?


TITOLO: Lo diciamo a Liddy?
AUTORE: Anne Fine
TRADUTTORE: Olivia Crosio
PAGINE: 190
EDITORE: Adelphi
ANNO: 1999
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Lo diciamo a Liddy? Una commedia agra

martedì 14 marzo 2017

ETTA E OTTO E RUSSELL E JAMES - Emma Hooper


Prima di acquistare un libro usato, di solito, mi chiedo come mai quel libro sia finito su una bancarella o al Libraccio. È un doppione? È un libro brutto? È un libro bello arrivato nelle mani del lettore sbagliato, o, quantomeno, nel momento sbagliato? È un interrogativo fugace, che non mi impedisce di comprare il libro, anche se magari non ne avevo mai sentito parlare prima di ritrovarmelo tra le mani in quel momento. E, in effetti, mi è sempre andata bene (per dire, quel capolavoro di Ho paura torero di Pedro Lemebel l’ho comprato a un mercatino, senza avere la più pallida idea di cosa fosse).

O quasi sempre. Perché adesso dovrei scrivere di Etta e Otto e Russell e James di Emma Hopper, pubblicato in Italia da Bompiani e tradotto da Elena Dal Pra, che ho comprato al Libraccio qualche mese fa, e non so davvero cosa dire. Lo puntavo da quando è uscito, in realtà, con quella sua bella copertina e, soprattutto, con questo titolo un po’ particolare, che trovavo e trovo ancora buffo, convinta che si sarebbe trattato di un romanzo dolce, commovente e anche un pochino divertente.

Il romanzo racconta la storia di Etta e Otto e Russell (James no, lui arriva dopo). I tre ora sono anziani, Etta e Otto sposati e Russell vicino di casa e loro amico da sempre. Etta, che ha ottantatré anni e ha seri problemi di memoria, un mattino si sveglia e decide di partire per andare a vedere il mare. Prende un po’ di cibo, uno zaino, i suoi stivali, il fucile e parte, a piedi, lasciando un biglietto al marito in cui gli dice di non preoccuparsi, che lei cercherà di ricordarsi di tornare. Otto la lascia andare, non la insegue, né parte alla sua ricerca nei giorni e nelle settimane successive. Semplicemente si mette lì e aspetta, passando il tempo costruendo strani animali di cartapesta e facendo dolci. All’inseguimento di Etta va, invece, Russell, che non l’ha mai abbandonata. Etta cammina, cammina, cammina, per i campi e le città. A lei si unisce a un certo punto James, un coyote (tranquilli, non è spoiler, ché l’immagine di copertina è abbastanza esplicativa, direi), e, di tanto in tanto, qualche curioso. Finché la donna non arriva effettivamente al mare. In parallelo con la storia di oggi c’è quella del passato dei tre: il lettore scopre così come è nata l’amicizia tra Otto e Russell, quando è arrivata Etta nelle loro vite e quando queste sono state stravolte dall’arrivo della guerra
.
Quando ho girato l’ultima pagina di Etta e Otto e Russell e James il mio primo pensiero è stato “boh!”. La storia è una rielaborazione delle storia d’amore tra i protagonisti del film Pearl Harbor e di L’imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce. Un triangolo amoroso che forse senza la guerra non si sarebbe mai formato, per quanto riguarda la storia del passato, e una donna anziana che decide di camminare e diventa un po’ un fenomeno, nel presente. A mancare è qualcosa che faccia da collante tra le due narrazioni: sì, c’è l’amicizia e l’amore tra i tre; sì, c’è il passato che si sovrappone al presente nella mente di Etta. Però, ecco, secondo me non è sufficiente.

Soprassedendo sulla poca credibilità del fatto che una signora anziana e malata possa andarsene in giro per mezzo Canada senza che nessuno le dica niente, la narrazione nel presente è davvero troppo criptica, troppo confusa, a tratti quasi illogica e un po’ sospesa. Come se mancasse qualcosa, appunto. Come se l’autrice avesse voluto giocare con i ricordi e la memoria di questi anziani protagonisti, senza però riuscire a controllarla. In parte potrebbe anche essere colpa mia, poiché mi aspettavo un libro completamente diverso, più leggero forse. Però, comunque, qualcosa non funziona a prescindere, secondo me.

Ed è un vero peccato, perché Etta e Otto e Russell e James di potenziale ne avrebbe tantissimo. Soprattutto per la parte nel passato, per il racconto della guerra e di come questa abbia sconvolto le vite di tutti, anche quelle di un piccolo paesino canadese.
Immagino che chi l’ha portato al Libraccio abbia provato un po’ le stesse cose, che lo abbia chiuso e abbia pensato “boh!” e magari, come me, si sia anche un po’ arrabbiato… perché nel mondo dei libri non c’è niente che mi faccia arrabbiare di più di un libro dal potenziale enorme che viene in qualche modo sprecato.


TITOLO: Etta e Otto e Russell e James
AUTORE: Emma Hooper
TRADUTTORE: Elena Dal Pra
PAGINE: 300
EDITORE: Bompiani
ANNO: 2015
ACQUISTA SU AMAZON

venerdì 10 marzo 2017

DARUSJA LA DOLCE - Marija Matios

Darusja sente e capisce tutto, anche se non parla con nessuno. Loro pensano che sia muta.
Ma lei non è muta, semplicemente non vuole parlare. Le parole possono fare male.

Darusja viene chiamata la dolce dai suoi compaesani anche se forse vorrebbero chiamarla la scema. In molti, in effetti, pensano che lo sia. Perché parla con i fiori e con le piante ma non con gli esseri umani, perché se le dai una caramella le vengono dei dolori atroci che la inchiodano al letto per giorni e che riesce a far passare solo immergendosi nell’acqua gelida o nella terra.

Darusja vive in un paesino della Bucovina, una regione dell’est Europa che, nel corso del ‘900, ha cambiato giurisdizione diverse volte, senza che però cambiassero le malelingue del paese. Vive da sola, nella casa che un tempo era stata dei suoi genitori, e sopravvive grazie all’aiuto di Maria, la sua vicina di casa, l’unica a mostrare un po’ di affetto e comprensione nei suoi confronti. Finché un giorno non arriva Ivan, anche lui a detta di tutti un po’ scemo, che di mestiere ripara oggetti e suona la sua drimba in giro per la regione. Di solito passa e se ne va, lasciando dietro di sé una schiera di donne deluse e malelingue. Ma da Darusja decide di fermarsi, per prendersi cura di lei, per farle quel bene che si merita ma che nessuno le ha mai dedicato. Ma anche il suo bene, all'improvviso e in modo inconsapevole, si trasforma in male per la povera Darusja. Perché lei vive nel ricordo dei genitori e del male che, anch’essa inconsapevolmente, ha fatto loro. Un ricordo pronto a tornare a galla in ogni momento.

Darusja la dolce di Marija Matios, pubblicato da Keller editore con la traduzione di Francesca Fici, si divide in tre parti, “Un dramma in tre vite” come dice il sottotitolo: nella prima parte viene presentata Darusja e la sua vita solitaria, di dolori e stranezze ma anche di incredibile dolcezza; nella seconda arriva Ivan, sembra poterle cambiare la vita, e poi gliela distrugge di nuovo; nella terza, il dramma principale, il più difficile, più doloroso e sconvolgente da leggere, si racconta la storia dei genitori di Darusja la dolce, del loro amore fortissimo che è stato sconvolto e distrutto dall’arrivo della guerra, dei soldati, da una nuova invasione del paese che a qualcuno ha tolto la voce, a qualcun altro la vita.

È un libro dolcissimo e al tempo stesso sconvolgente, Darusja la dolce, che parla di un luogo, la Bucovina, che fino a prima di leggere questo romanzo ignoravo completamente, e di come la guerra abbia inesorabilmente segnato i suoi abitanti. Darusja, in particolare, che mai riuscirà a riprendersi da quanto successo ai suoi genitori perché il destino, o le chiacchiere della gente, non appena lei sembrerà trovare un po’ di pace, tornerà a colpirla e a non permettere di dimenticare:

«Ma cosa fa questo spirito maligno, che vi agita tanto?»
«Cosa fa?... Ha fatto girare il capo a Darusja e se, a poco a poco, lo fa a tutto il villaggio?».
«Ma che dici, comare? non c'è forza al mondo in grado di farci girare il capo...»
«I peccati, tutti i peccati, mia cara... il peccato che non si possono perdonare e le lacrime dei morti che non si possono riscattare... Ma perché i peccati altrui devono ricadere sulle nostre teste?»
«Sulla vostra testa non è caduto nessun male, perché vi scaldate tanto?»
«Perché non so cosa succede in quella dannata casa, io sto proprio lì vicino e mi preoccupo per la mia tranquillità e per amore di giustizia».

È un libro sulla crudeltà della guerra ma anche su quella della gente, che spesso preferisce giudicare piuttosto che aiutare, che preferisce nascondersi e fare finta di niente, che preferisce l’invidia e il pettegolezzo alle azioni concrete. Che se la prende con le persone più indifese e non perdona mai.


TITOLO: Darusja la dolce
AUTORE: Marija Matios
TRADUTTORE: Francesca Fici
PAGINE:224
EDITORE: Keller editore
ANNO: 2015
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Darusja la dolce

martedì 7 febbraio 2017

ANATOMIA DI UN SOLDATO - Harry Parker

Sono anche rumore. Tipo un bang, tipo un boom, tipo un tonfo sordo, tipo uno sgracchio, tipo un fischio acuto penetrante perforante spaccatimpani.
Ho schiacciato quell’uomo contro la forza di gravità.
Non è riuscito a restare intero e gli ho disintegrato il piede, sbattendoci contro e spaccandolo in mille pezzi: piede e scarpa ridotti a brandelli nella mia scia. Li ho fatti volare insieme alla terra che ho scaraventato in aria. In aria nella mia onda supersonica, tranciando di netto la pelle.
Distruggendo quanto c’è di più sacro.

(Questa mia recensione è stata pubblicata su Ultima pagina il 31 gennaio 2017)

Come si fa a raccontare la guerra? Qual è la voce giusta? Quella di chi ha assistito da semplice spettatore, magari filmando o scrivendo? Quella di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, combattendola o subendola? Quella di chi, semplicemente, se la immagina dai racconti di chi vi ha preso parte o vedendola in tv?
È una domanda difficile, a cui non esiste un’unica risposta possibile. Ma è anche una domanda che chiunque decida di scrivere di guerra si dovrebbe porre. Se l’è chiesto sicuramente anche Harry Parker, prima di iniziare a scrivere il suo romanzo d’esordio, Anatomia di un soldato, tradotto da Martina Testa e pubblicato da Sur nella collana BigSur.
Apparentemente avrebbe potuto fare a meno di porsela, forse, considerando che alla guerra ha preso parte ben due volte, nelle file dell’esercito britannico: in Iraq nel 2007 e in Afghanistan due anni dopo. Ne avrebbe potuto fare a meno, considerando che alla guerra ha anche pagato il suo tributo, perdendo entrambe le gambe nell’esplosione di un ordigno. Avrebbe potuto di raccontare la sua esperienza diretta, magari in prima persona. Ma oltre che soldato Harry Parker è anche uno scrittore, lo era prima di arruolarsi ed è tornato a esserlo una volta ripresosi dalle gravissime ferite riportate. Per questo ha scelto una forma narrativa differente, che non usa sola voce, la sua, ma tante diverse. Le voci degli oggetti, che alla guerra e alle sue sofferenze prendono parte tanto quanto gli uomini.

Ogni capitolo di Anatomia di un soldato è affidato a un oggetto diverso: tutti insieme raccontano la storia di tre personaggi, le cui vite si intrecciano e si incontrano, in modo a volte sottile a volte molto stretto, durante la guerra in Afghanistan. La prima è quella del giovane capitano dell’esercito britannico Tom Barnes, matricola BA5799, che, al rientro da una missione, salta su una mina e perde entrambe le gambe. La sua storia è introdotta dalla voce del laccio emostatico in dotazione a tutti i soldati e che gli viene messo ancora sul posto, quando i suoi compagni stanno cercando di farlo sopravvivere nonostante le gravissime ferite. Poi c’è un catetere. Una cannula per l’intubazione. Una sega per amputazione. Una sedia a rotelle. La borsa della madre quando arriva da lui in ospedale la prima volta. Un calzino attorno a un moncone, che si inzuppa di sangue ogni volta che viene inserita una protesi. Una prima protesi, una seconda, una terza. Una medaglia al valore, quella che viene consegnata a tutti coloro che sono rimasti feriti in guerra e che non fa che amplificare il dolore e l’amarezza che questi provano.
Dopo che ogni soldato ebbe ricevuto una come me e che la banda ebbe ricominciato a suonare, gli uomini in parata si girarono di scatto verso sinistra e si allontanarono rapidamente a passo di marcia, con le colonne che ondeggiavano qua e là muovendosi all’unisono. Lui le guardò andar via e capì che non si sarebbe mai più sentito parte di loro. Loro se ne andavano in licenza, convinti di essere invincibili e sapendo che non sarebbe mai successo a loro, mentre lui tornava al centro per adattarsi a quello che invece gli era successo. La mia guerra continua, pensò, e mi infilò in tasca.
Tramite questi e altri oggetti si ricostruisce quanto successo a Tom, da prima che saltasse in aria insieme all’ordigno fino al momento in cui la sua vita raggiunge una nuova, faticosa normalità.

Le altre due storie sono quelle di due ragazzi afghani, che vivono vicino alla base del soldati britannici: Latif, che milita nelle file dei ribelli, e Faridun, che invece non è interessato a combattere e vorrebbe semplicemente andare avanti con la vita normale del suo villaggio, aiutando il padre nel suo lavoro. Sono amici di infanzia, separati però da un conflitto che alla fine li unirà di nuovo.

La loro storia viene raccontata da oggetti diversi rispetto a quelli del capitano Barnes. Più semplici, che ben connotano l’origine e la vita dei ragazzi che descrivono: un sacco di letame, un tappeto, la batteria che serve per far esplodere un ponte e uccidere gli invasori, una vecchia bicicletta rubata, un caccia pronto a sganciare una bomba su un villaggio che si sospetta pieno di ribelli, una carriola, una banconota da venti dollari, quella che il capitano Barnes mette in mano al padre di Faridun, per risarcirne la morte ma che invece non fa che esasperarne il dolore.
L’uomo parlò sottovoce, guardandomi.
«Dice che è una cosa triste. Dice che accettare dei soldi da te per ripagare la morte del figlio è la cosa peggiore che abbia mai fatto. Tu parli di soldi che gli cambieranno la vita: la sua vita è già cambiata. Vorrebbe riuscire a essere forte e a rifiutare la tua offerta ma dice che hai ragione, non può resistere a così tanti soldi. Gli dispiace, però, perché non vuole nessun debito e nessun legame con voi».
L’uomo alzò gli occhi da me verso BA5799 e pronunciò un’ultima frase.
L’interprete non tradusse.
BA5799 spostò lo sguardo dal vecchio all’interprete.
«Che cos’ha detto?», chiese.
«Ti augura di non avere pace», disse l’interprete.
Oggetti che raccontano storie, quindi, che non permettono astrazioni ma tengono il lettore ancorato alla materia. L’ordine in cui vengono raccontate le storie di Tom, Latif e Faridun non è cronologico, non è prestabilito, ma fa salti tra passato e presente, tra prima dell’esplosione e dopo. E ognuno di questi capitoli si potrebbe quasi leggere come un breve racconto a sé. Tutti insieme, però, formano un’unica, grande storia.
Ti sei ricordato. Ti sei ricordato lo scoppio, il dolore e la solitudine dell’elicottero. Ti sei ricordato l’uomo che ti aveva portato via dal campo di battaglia, ti sei ricordato di quando eri in pezzi all’ospedale, invaso dai farmaci e dai tubi. Ti sei ricordato di aver rimpianto che ti avessero portato in salvo. Ti sei ricordato: «Abbiamo appena amputato la seconda gamba».
Ti sei ricordato di tutti quelli che ti avevano aiutato: le infermiere che ti avevano lavato con delicatezza e i dottori che ti avevano tagliato via altri pezzi per salvarti, la fisioterapista e «spingi bene con i glutei», l’uomo che mi aveva consegnata.
Ti sei ricordato l’ultima volta che avevi portato delle buste della spesa, prima di partire per quel paese lontano, quando non avevi bisogno di me, ed era una vita fa.
Grazie alla scelta di Harry Parker di far parlare oggetti, cose prive di sentimenti, Anatomia di un soldato riesce a trasmettere tutta la violenza, il dolore, il male, le difficoltà e le perdite di chi vive un conflitto, dando al racconto una forma universale, in grado di a rappresentare l’esperienza di chiunque, in qualunque guerra.

TITOLO: Anatomia di un soldato
AUTORE: Harry Parker
TRADUTTORE: Martina Testa
PAGINE:349
EDITORE: Sur
ANNO: 2016
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Anatomia di un soldato: 1
formato ebook: Anatomia di un soldato

mercoledì 14 dicembre 2016

IL TESORO DEL SIGNOR ISAKOWITZ - Danny Wattin

È una bella sensazione. Che noi insieme, tre uomini in un'automobile, stiamo viaggiando a ritroso verso le nostre origini, in un tentativo di riprenderci quello che è nostro. Effettivamente è proprio una splendida giornata per cominciare un viaggio.


Mi capita molto spesso di acquistare libri di cui non ho mai sentito parlare perché attratta da una bella copertina. Poi leggo anche la trama e la biografia dell’autore, ovviamente, per capire se davvero quel libro possa fare per me. Però, ecco, una copertina che mi piace svolge sicuramente un ruolo fondamentale negli acquisti fatti d’impulso.

Il tesoro del signor Isakowitz di Danny Wattin, pubblicato in Italia da Bompiani con la traduzione di Carmen Giorgietti Cima, è arrivato tra le mie mani così. Non ne avevo mai sentito parlare, ma l’ho visto lì, su uno scaffale del Libraccio, con quella sua buffa copertina azzurra piena di disegnini, e l’ho preso in mano. Poi vicino a me è arrivato il mio compagno, che l’ha visto tra le mie mani e mi ha detto “sì, l’ho notato anche io prima, e ho proprio pensato che questo fosse un libro per te”.

Questo romanzo è la storia di un viaggio, quello compiuto da Leo, suo padre Danny e suo nonno, verso la Polonia, alla ricerca del tesoro che, secondo una leggenda di famiglia, il bisnonno di Leo avrebbe sotterrato prima dell’invasione nazista. Sono passati tanti anni da allora, ma Danny decide di assecondare il figlio e di partire all’avventura insieme a lui e al padre, alla ricerca delle proprie radici, sradicate dalla persecuzione degli ebrei e ancora oggi non del tutto ritrovate.
Questo buffo viaggio in auto, ricco di scontri generazionali sul cibo e sulle nuove tecnologie, ma anche sulla visione generale del mondo, diventa un pretesto per fare un altro viaggio, questa volta nel passato e nella storia della famiglia Isakowitz: è così che si scopre come la famiglia abbia vissuto gli anni della guerra e delle persecuzioni, come le abbia affrontate, cosa abbia perso e quali ricordi abbia lasciato.

Sì, Il tesoro del signor Isakowitz di Danny Wattin è effettivamente un libro per me. Perché mi piace quando il presente diventa un’occasione per raccontare il passato; mi piace quando si parte in cerca delle proprie radici e si riesce a trovare anche il proprio presente. E mi piacciono, tantissimo, i libri che parlano di famiglie, delle dinamiche e dei rapporti che le uniscono, di come caratteri diversi possano scontrarsi, ma anche di come le differenze generazionali a un certo punto spariscano, quando ci si vuole bene (e poi, diciamocelo, il padre di Danny è fenomenale).

Probabilmente questo libro di Danny Wattin è rivolto principalmente a lettori più giovani, per la delicatezza con cui vengono raccontate le vicende terribili delle persecuzioni e delle deportazioni, per il modo che l’autore ha di esporre i fatti e di descrivere i buffi siparietti tra nonno, padre e nipote. Ma è un libro anche per adulti (come in realtà lo sono quasi tutti i libri per ragazzi), che amano le storie di famiglia e che credono che il passato non debba mai essere dimenticato.

E poi ve l'ho detto che secondo me ha una copertina bellissima?

Titolo: Il tesoro del signor Isakowitz
Autore: Danny Wattin
Traduttore: Carmen Giorgetti Cima
Pagine: 234
Editore: Bompiani
Prezzo di copertina: 18€
Acquista su Amazon:

lunedì 5 dicembre 2016

LA DANZA DELLE FALENE - Poppy Adams



Ho sempre avuto una certa passione per le saghe famigliari. Mi piacciono quei libri che raccontano le storie, i rapporti, i segreti, le evoluzioni che nascono all’interno di un nucleo famigliare e segnano l’esistenza di chi le vive. Forse perché sono, sostanzialmente, una persona curiosa, forse perché sono convinta che in ogni famiglia, in ogni casa, ci sia una storia da raccontare. Mi piacciono quelle saghe famigliari che partono da lontano e ripercorrono le vite di molte persone, ma anche quelle che si concentrano solo su una generazione.

La danza delle falene di Poppy Adams, pubblicato in Italia prima da Neri Pozza e poi da BEAT edizioni con la traduzione di Massimo Ortelio, rientra in quest’ultima categoria. Un padre, una madre e due figlie, Ginny e Vivian.
Il racconto inizia con le due sorelle ormai anziane. Ginny non ha mai lasciato la casa in cui è nata e ha vissuto, portando avanti per tutta la vita il lavoro di lepidotterista ereditato dal padre Clive, e ora vive in un mondo fatto di abitudini e routine che non vuole sia turbato da nessuno. Ma sua sorella Vivian, dopo più di quarant'anni d’assenza, ha deciso di tornare, per vivere gli ultimi anni della sua vita con la sorella. Dall’arrivo di Vivian a casa, una marea di ricordi sopiti e a volte distorti si fa largo nella mente di Ginny, che si ritrova a ripercorrere tutto il passato della sua famiglia: da quella volta in cui Vivian è caduta da una torre ed è sopravvissuta per miracolo, ai ricordi della loro infanzia e adolescenza, fino alla morte della madre prima e del padre poi, avvenuta molti anni dopo. Eppure Ginny è turbata da qualcosa, qualcosa che la presenza di sua sorella non fa che alimentare. Verità, segreti e risentimenti del passato vengono a galla e l’anziana donna sa che esiste solo un modo per farli tacere.

Quando sono arrivata alla fine di La danza delle falene per qualche minuto sono rimasta semplicemente senza parole. Un finale che non mi aspettavo e che ha esplicitato al meglio quello strano senso di inquietudine che mi ha accompagnata durante tutta la lettura e mi ha tenuta incollata alle pagine.
Era da tempo che non mi capitava di provare questa sensazione, leggendo. Ed era da tempo che non trovavo un personaggio così ben caratterizzato come quello di Ginny, che in parte fa una tenerezza infinita, per la sua ingenuità, in parte inquieta tantissimo, proprio per lo stesso motivo. E quindi tu ti ritrovi a leggere e non capire del tutto quale sia la ragione, quale sia la verità. Che cosa effettivamente sia successo.

È un libro bello, questo di Poppy Adams. Un libro che coinvolge (anche se alcune delle parti sulle falene e gli insetti sono un pochino noiose), appassiona e tiene ben desta l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina. Assolutamente da leggere.


Titolo: La danza delle falene
Autore: Poppy Adams
Traduttore: Massimo Ortelio
Pagine: 294
Editore: BEAT
Prezzo di copertina: 9€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: La danza delle falene

mercoledì 28 settembre 2016

KATHERINE - Rupert Thomson

«Gli anni congelati, quelli, sono sempre con me. Impressi nelle mie cellule. Nel mio DNA». Faccio una pausa. «Quegli anni, in realtà, sono la materia di cui sono fatta».



Katherine Carlyle ha diciannove anni. Ne avrebbe ventisette se l’ovulo da cui è nata fosse stato fecondato subito e non congelato per otto anni, ad aspettare che (e se) arrivasse il suo momento.

Il lettore Katherine, protagonista dell’omonimo romanzo di Rupert Thomson, da poco uscito per NN editore con la traduzione di Federica Aceto, la conosce per la prima volta così, quando è ancora un ovulo che attende impaziente il suo momento di essere fecondato.
Poi la ritrova diciannove anni dopo, a Roma, dove si era trasferita con i genitori per soddisfare uno degli ultimi desideri della madre morente. Ora la madre non c’è più, il padre, corrispondente di guerra, è un po’ come se non ci fosse mai stato e Katherine, in procinto di partire per il college a Oxford, sente di avere qualcosa in sospeso da tutta la vita. E quindi, anziché per Oxford parte all’avventura, seguendo le strane coincidenze che le capitano e che la porteranno sempre più a nord, sempre più al buio e al freddo. Proprio dove la sua esistenza è cominciata.

È un libro strano, Katherine. Un libro il cui senso si scopre piano piano, seguendo, spesso un po’ a fatica, questa ragazza nelle sue strane avventure presenti, nei suoi ricordi del passato e nelle cose che immagina succederanno.  È così che scopriamo il forte legame che aveva con la madre e il senso di colpa che prova per la sua morte. È così che scopriamo il rancore verso il padre, colpevole di non averla forse mai voluta abbastanza, e le cui attenzioni, in un modo o nell’altro, ricerca da sempre in modo disperato. È così che scopriamo le sue insicurezze, il suo desiderio di capire, di ritrovare se stessa e, soprattutto, quanto l’essere stata lasciata otto anni in un congelatore prima di nascere abbia condizionato tutta la sua vita.

Ed è il modo in cui è stato affrontato questo tema, che poi è il tema principale, quello che muove tutto il libro e che farà arrivare Katherine in una remotissima isola del nord dove fa sempre freddo ed è sempre buio, ad avermi lasciata un po’ più perplessa. Davvero ci si può ricordare di quegli anni d’attesa? Davvero, se non ricordare, ce li si può immaginare al punto da far sì che condizionino tutta la propria esistenza?
Rupert Thomson, attraverso la sua Katherine, immagina proprio di sì. E immagina anche che questo possa portare una ragazza di diciannove anni a mollare tutto e partire all’avventura, seguendo un nome sentito in un cinema o affidandosi a strani personaggi incontrati per caso fuori da un teatro. Ma per il lettore, invece, riuscire a immaginarsi tutto questo è un po’ più difficile. Così come è difficile seguire i pensieri di Katherine, comprenderne appieno le motivazioni, accompagnarla in questo suo viaggio un po’ folle per poi lasciarla in un finale forse un pochino prevedibile.

Non so se il non avere più diciannove anni e non essere effettivamente nata da una fecondazione in vitro abbia condizionato la mia lettura. (Una volta arrivata alla fine, in effetti, ho pensato che fosse più un romanzo per ragazzi, perché forse se si ha quell'età è più facile identificarsi o per lo meno avvicinarsi ai turbamenti e ai dubbi esistenziali della protagonista).

Non so se è stato un problema mio o un problema del libro, insomma. Però, ecco, per quanto davvero abbia capito il senso del viaggio di Katherine e, in parte, alcune delle sue cose in sospeso, è stata una lettura faticosa. I temi che tratta sono sicuramente importanti (la ricerca di se stessi, il venire a patti con il passato e con i propri sensi di colpa, giustificati o meno, il bisogno d’affetto e d’amore) e danno sicuramente parecchio da riflettere, ma sono stati sviluppati in un modo troppo macchinoso, per cercare di renderli ancor più interessanti.
Peccato.


Titolo: Katherine
Autore: Rupert Thomson
Traduttore: Federica Aceto
Pagine: 300
Editore: NN Editore
Prezzo di copertina: 17,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura:Katherine o gli inattesi colori del destino
formato ebook: Katherine

giovedì 28 luglio 2016

IL REVERENDO, LE ROSE E LE STRAVAGANZE DEL PROFESSORE - Ian Sansom


«È passato molto tempo.»

«Ha mai perso qualcuno, Sefton?»
«Sì.»
«Allora sa bene che non ne passa mai abbastanza.»



Ho adocchiato per la prima volta Il reverendo, le rose e le stravaganze del professore (un titolo alquanto bislacco, soprattutto in considerazione dell’originale, The Norfolk Mistery) di Ian Sansom, edito da TEA con la traduzione di Flavio Iannelli, poco dopo la sua uscita, quasi per caso, sullo scaffale di una libreria. Ero stata sul punto di acquistarlo, perché già conoscevo questo autore grazie ai suoi romanzi con protagonista il fantastico bibliobus di Tundrum (Il caso dei libri scomparsi, soprattutto) e mi ricordo che, più di tutto, avevo amato il suo stile molto british.
Poi però, come succede spesso quando entro in libreria, l’ho lasciato lì e, devo ammettere, quasi dimenticato. Fino all’altro giorno, a quella mega promozione sugli ebook del gruppo Mauri Spagnol che me lo ha fatto subito acquistare. E poi, complice una crisi di lettura molto forte, che solitamente mi passa leggendo sull’e-reader, incominciarlo quasi subito.

Ed è così che ho conosciuto il giovane Stephen Sefton, reduce dalla guerra civile spagnola e ora completamente incapace di decidere che cosa fare della sua vita, e, soprattutto, il grande, grandissimo professor Swanton Morley. I due entrano in contatto grazie a un annuncio di lavoro: il professor Morley sta cercando un assistente, che lo segue nel suo enorme progetto di scrivere la storia d’Inghilterra tramite delle guide sulle regioni che la compongono. Ha bisogno di qualcuno che lo segua, che lo aiuti e che stia al suo passo e il giovane e disilluso Sefton sembra proprio essere il tipo giusto. Le cose però prendono una piega strana già dalla prima tappa, nel Norfolk. Al loro arrivo, infatti, vengono accolti da una signora urlante che ha appena trovato il corpo del vicario del paese, impiccato all’interno della chiesa. Un’occasione incredibile per Swaton Morley di mettere in mostra tutto il suo enorme sapere. E, infatti, dopo molte chiacchiere con i compaesani, molte indagini e molti imbarazzi per Sefton di fronte allo strano comportamento del suo datore di lavoro, sarà proprio Morley a trovare la soluzione del caso.

Il reverendo, le rose e le stravaganze del professore è quindi un romanzo giallo, in cui però la storia è funzionale a mettere in risalto questo incredibile protagonista. Il professore Swaton Morley è un personaggio indimenticabile: sa tutto, parla per citazioni, è spesso indisponente e poco gli importa di mettere in imbarazzo chi gli sta attorno, ma è anche capace di grandi pensieri umanissimi. E Stephen Sefton, con questa sua disillusione verso il mondo e la vita, e questa confusione che a tratti prova accanto al suo datore di lavoro (ok, quasi sempre in realtà) è una spalla perfetta, grazie proprio alla grande contrapposizione che si crea in questa coppia. 
In più, c’è la campagna inglese sul finire degli anni ’30, in cui l’eco della guerra non è ancora arrivato e dove le cose del passato ritornano anche dopo parecchi anni.

È un bel romanzo questo di Ian Sansom, divertente e intelligente, e di nuovo molto inglese. Se siete amanti di quei posti, di quella letteratura, dei gialli e, soprattutto, dei personaggi bislacchi ma geniali, direi proprio che questo libro fa per voi. Per me è stato proprio una bella lettura.

"Poi alzò la testa, la avvicinò alla mia e mi baciò sulla bocca.
Rimasi scioccato, ma ricambiai il bacio. Continuammo a baciarci per un po', con calma, senza furore, come amanti che si conoscono da sempre; poi qualcosa cambiò: sentii i suoi semi premere con insistenza contro il mio petto e le braccia stringermi con forza le spalle, e così facendo mi trascinò nel buio, lontano dalla vista di Ridley.
E poi... la sua schiena contro il muro, i baci, i nostri corpi che si muovevano febbrilmente all'unisono, i suoi gemiti, lei che metteva la mia mano sulla sua bocca mentre il suo corpo vibrava contro il mio.
Non era né il luogo né il momento giusto. Era tutto vero, ma allo stesso tempo era fatto della stessa sostanza dei sogni.
Semplicemente, accadde"

Titolo: Il reverendo, le rose e le stravaganze del professore
Autore: Ian Sansom
Traduttore: Flavio Iannelli
Pagine: 308
Editore: TEA
Prezzo di copertina: 16€
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lunedì 25 luglio 2016

AMORI IN VIAGGIO - Alexander McCall Smith

"D'altra parte, qualcuno ha mai riflettuto sul fatto che l'amore a prima vista potrebbe essere la regola e non l'eccezione? Quante persone si innamorano gradualmente e quante in realtà sono già innamorate fin da quel primo istante in cui hanno posato gli occhi sull'altro, o sull'altra?"


Mi piace tantissimo viaggiare in treno. Mi piaceva anche quando lo prendevo tutti i giorni, per andare all’università, e rimanevo spesso incastrata tra scioperi, ritardi, passaggi a livello che non si chiudevano e problemi non ben identificati. Mi piace stare lì seduta, a leggere, a guardare fuori dal finestrino o le altre persone intorno a me, senza che debba prestare attenzione a niente.

Ed è proprio durante due viaggi in treno, uno di andata e uno di ritorno, che ho letto la maggior parte di Amori in viaggio di Alexander McCall Smith, pubblicato in Italia da tre60 con la traduzione di Flavio Iannelli. Al mattino ero da sola in gruppo di sedili da quattro, su un treno quasi vuoto, complice l’estate e l’orario. Al ritorno, invece, seduto di fronte a me c’era un ragazzo che stava leggendo e che mi ha sorriso quando mi sono seduta, e accanto un bimbo che avrà avuto sì e no cinque anni in compagnia della madre e di una buffa motoretta di Spiderman che dopo cinque minuti ha iniziato a percorrermi il braccio. Avevo l'e-reader acceso davanti a me, e ogni tanto leggevo e ogni tanto guardavo fuori dal finestrino, assorta nei miei pensieri, incrociando spesso lo sguardo del ragazzo davanti a me che faceva esattamente la stessa cosa.

Amori in viaggio racconta quattro storie, che si incrociano proprio su un treno, da Edimburgo a Londra (una tratta che ho fatto una volta, ma in senso opposto). Quattro viaggiatori, tre uomini e una donna di età diverse, che si ritrovano seduti vicini e che, partendo da una considerazione banale, si ritrovano a raccontarsi le loro storie d’amore. Storie che hanno vissuto sulla propria pelle o di cui sono il frutto. Storie difficili, tormentate, incasinate, a volte dolorose, o anche solo non dichiarate. 
Ma piene, strapiene di amore.

Ammetto che quando ho terminato il libro, non sul treno ma a casa, il giorno successivo a quel viaggio, la prima impressione è stata che mi aspettavo qualcosa di più. Poi però ora che ne sto scrivendo mi sto rendendo conto di quanto effettivamente mi sia piaciuto. Non tanto per le storie d’amore raccontate, cioè sì, anche per quelle, perché non hanno nulla di banale, di stereotipato (come ci si potrebbe aspettare da un libro pubblicato da questa casa editrice). Mi è piaciuto soprattutto per l’atmosfera che Alexander McCall Smith è riuscito a creare, per questa cosa del raccontarsi a uno sconosciuto che si sa già che alla fine del viaggio non si vedrà più. 

A tutti è capitato, almeno una volta nella vita, di condividere un pezzetto di strada con qualcuno che non si conosce eppure raccontarsi come se invece ci si conoscesse da sempre, per non rivedersi più. Ed è bello, dolce e poetico. Soprattutto quando si parla d’amore.
Amori in viaggio è una lettura sicuramente leggera, che però una volta terminata lascia dentro una dolce sensazione. 


Titolo: Amori in viaggio
Autore: Alexander McCall Smith
Traduttore: Flavio Iannelli
Pagine: 213
Editore: tre60
Prezzo di copertina: 9€
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formato brossura: Amori in viaggio