Visualizzazione post con etichetta Martina Testa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Martina Testa. Mostra tutti i post

martedì 7 febbraio 2017

ANATOMIA DI UN SOLDATO - Harry Parker

Sono anche rumore. Tipo un bang, tipo un boom, tipo un tonfo sordo, tipo uno sgracchio, tipo un fischio acuto penetrante perforante spaccatimpani.
Ho schiacciato quell’uomo contro la forza di gravità.
Non è riuscito a restare intero e gli ho disintegrato il piede, sbattendoci contro e spaccandolo in mille pezzi: piede e scarpa ridotti a brandelli nella mia scia. Li ho fatti volare insieme alla terra che ho scaraventato in aria. In aria nella mia onda supersonica, tranciando di netto la pelle.
Distruggendo quanto c’è di più sacro.

(Questa mia recensione è stata pubblicata su Ultima pagina il 31 gennaio 2017)

Come si fa a raccontare la guerra? Qual è la voce giusta? Quella di chi ha assistito da semplice spettatore, magari filmando o scrivendo? Quella di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, combattendola o subendola? Quella di chi, semplicemente, se la immagina dai racconti di chi vi ha preso parte o vedendola in tv?
È una domanda difficile, a cui non esiste un’unica risposta possibile. Ma è anche una domanda che chiunque decida di scrivere di guerra si dovrebbe porre. Se l’è chiesto sicuramente anche Harry Parker, prima di iniziare a scrivere il suo romanzo d’esordio, Anatomia di un soldato, tradotto da Martina Testa e pubblicato da Sur nella collana BigSur.
Apparentemente avrebbe potuto fare a meno di porsela, forse, considerando che alla guerra ha preso parte ben due volte, nelle file dell’esercito britannico: in Iraq nel 2007 e in Afghanistan due anni dopo. Ne avrebbe potuto fare a meno, considerando che alla guerra ha anche pagato il suo tributo, perdendo entrambe le gambe nell’esplosione di un ordigno. Avrebbe potuto di raccontare la sua esperienza diretta, magari in prima persona. Ma oltre che soldato Harry Parker è anche uno scrittore, lo era prima di arruolarsi ed è tornato a esserlo una volta ripresosi dalle gravissime ferite riportate. Per questo ha scelto una forma narrativa differente, che non usa sola voce, la sua, ma tante diverse. Le voci degli oggetti, che alla guerra e alle sue sofferenze prendono parte tanto quanto gli uomini.

Ogni capitolo di Anatomia di un soldato è affidato a un oggetto diverso: tutti insieme raccontano la storia di tre personaggi, le cui vite si intrecciano e si incontrano, in modo a volte sottile a volte molto stretto, durante la guerra in Afghanistan. La prima è quella del giovane capitano dell’esercito britannico Tom Barnes, matricola BA5799, che, al rientro da una missione, salta su una mina e perde entrambe le gambe. La sua storia è introdotta dalla voce del laccio emostatico in dotazione a tutti i soldati e che gli viene messo ancora sul posto, quando i suoi compagni stanno cercando di farlo sopravvivere nonostante le gravissime ferite. Poi c’è un catetere. Una cannula per l’intubazione. Una sega per amputazione. Una sedia a rotelle. La borsa della madre quando arriva da lui in ospedale la prima volta. Un calzino attorno a un moncone, che si inzuppa di sangue ogni volta che viene inserita una protesi. Una prima protesi, una seconda, una terza. Una medaglia al valore, quella che viene consegnata a tutti coloro che sono rimasti feriti in guerra e che non fa che amplificare il dolore e l’amarezza che questi provano.
Dopo che ogni soldato ebbe ricevuto una come me e che la banda ebbe ricominciato a suonare, gli uomini in parata si girarono di scatto verso sinistra e si allontanarono rapidamente a passo di marcia, con le colonne che ondeggiavano qua e là muovendosi all’unisono. Lui le guardò andar via e capì che non si sarebbe mai più sentito parte di loro. Loro se ne andavano in licenza, convinti di essere invincibili e sapendo che non sarebbe mai successo a loro, mentre lui tornava al centro per adattarsi a quello che invece gli era successo. La mia guerra continua, pensò, e mi infilò in tasca.
Tramite questi e altri oggetti si ricostruisce quanto successo a Tom, da prima che saltasse in aria insieme all’ordigno fino al momento in cui la sua vita raggiunge una nuova, faticosa normalità.

Le altre due storie sono quelle di due ragazzi afghani, che vivono vicino alla base del soldati britannici: Latif, che milita nelle file dei ribelli, e Faridun, che invece non è interessato a combattere e vorrebbe semplicemente andare avanti con la vita normale del suo villaggio, aiutando il padre nel suo lavoro. Sono amici di infanzia, separati però da un conflitto che alla fine li unirà di nuovo.

La loro storia viene raccontata da oggetti diversi rispetto a quelli del capitano Barnes. Più semplici, che ben connotano l’origine e la vita dei ragazzi che descrivono: un sacco di letame, un tappeto, la batteria che serve per far esplodere un ponte e uccidere gli invasori, una vecchia bicicletta rubata, un caccia pronto a sganciare una bomba su un villaggio che si sospetta pieno di ribelli, una carriola, una banconota da venti dollari, quella che il capitano Barnes mette in mano al padre di Faridun, per risarcirne la morte ma che invece non fa che esasperarne il dolore.
L’uomo parlò sottovoce, guardandomi.
«Dice che è una cosa triste. Dice che accettare dei soldi da te per ripagare la morte del figlio è la cosa peggiore che abbia mai fatto. Tu parli di soldi che gli cambieranno la vita: la sua vita è già cambiata. Vorrebbe riuscire a essere forte e a rifiutare la tua offerta ma dice che hai ragione, non può resistere a così tanti soldi. Gli dispiace, però, perché non vuole nessun debito e nessun legame con voi».
L’uomo alzò gli occhi da me verso BA5799 e pronunciò un’ultima frase.
L’interprete non tradusse.
BA5799 spostò lo sguardo dal vecchio all’interprete.
«Che cos’ha detto?», chiese.
«Ti augura di non avere pace», disse l’interprete.
Oggetti che raccontano storie, quindi, che non permettono astrazioni ma tengono il lettore ancorato alla materia. L’ordine in cui vengono raccontate le storie di Tom, Latif e Faridun non è cronologico, non è prestabilito, ma fa salti tra passato e presente, tra prima dell’esplosione e dopo. E ognuno di questi capitoli si potrebbe quasi leggere come un breve racconto a sé. Tutti insieme, però, formano un’unica, grande storia.
Ti sei ricordato. Ti sei ricordato lo scoppio, il dolore e la solitudine dell’elicottero. Ti sei ricordato l’uomo che ti aveva portato via dal campo di battaglia, ti sei ricordato di quando eri in pezzi all’ospedale, invaso dai farmaci e dai tubi. Ti sei ricordato di aver rimpianto che ti avessero portato in salvo. Ti sei ricordato: «Abbiamo appena amputato la seconda gamba».
Ti sei ricordato di tutti quelli che ti avevano aiutato: le infermiere che ti avevano lavato con delicatezza e i dottori che ti avevano tagliato via altri pezzi per salvarti, la fisioterapista e «spingi bene con i glutei», l’uomo che mi aveva consegnata.
Ti sei ricordato l’ultima volta che avevi portato delle buste della spesa, prima di partire per quel paese lontano, quando non avevi bisogno di me, ed era una vita fa.
Grazie alla scelta di Harry Parker di far parlare oggetti, cose prive di sentimenti, Anatomia di un soldato riesce a trasmettere tutta la violenza, il dolore, il male, le difficoltà e le perdite di chi vive un conflitto, dando al racconto una forma universale, in grado di a rappresentare l’esperienza di chiunque, in qualunque guerra.

TITOLO: Anatomia di un soldato
AUTORE: Harry Parker
TRADUTTORE: Martina Testa
PAGINE:349
EDITORE: Sur
ANNO: 2016
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Anatomia di un soldato: 1
formato ebook: Anatomia di un soldato

lunedì 21 dicembre 2015

ZIA SASS - Pamela Lyndon Travers

Le dicerie e le immagini a cui dava origine erano fonte di innumerevoli battute di spirito in famiglia. La zia Sass innamorata: figuratevi un po’! Nondimeno, per me in lei c’era qualcosa, qualcosa che trapelava da sotto il guscio coriaceo: un’aria, un sentore, un mormorio – l’inconfondibile essenza di una persona che è stata colpita al cuore dell’amore. Di tanto in tanti, in un vecchio fienile, ci si rende conto, anche se il profumo è svanito da un pezzo, che un tempo sul soppalco venivano conservate delle mele. La zia Sass era così.

Io sono cresciuta guardando il film di Mary Poppins, quella magica tata in grado di saltare dentro a un quadro, far uscire da una bottiglia la medicina del gusto che più si preferisce e addirittura prendere un tè sul soffitto. Ancora oggi, almeno una volta all’anno e di solito proprio sotto le feste, devo guardare quel film. Mi fa tornare bambina o, forse sarebbe meglio dire, tira fuori la bambina che è ancora in me.
Eppure non avevo mai letto i libri di Pamela Lyndon Travers, da cui le avventure di Mary Poppins sono tratte, fino all’anno scorso, quando al cinema è uscito Saving Mr Banks, la storia della faticosa trattativa tra Walt Disney e la Travers per arrivare alla trasposizione cinematografica. Inutile dire che mi è piaciuto tantissimo e sono davvero contenta che sia servito a riportare in libreria i romanzi per ragazzi forse un po’ dimenticati. Ho acquistato, ovviamente, il primo libro della serie e ho scoperto una Mary Poppins molto più scorbutica e a volte cattiva rispetto alla versione cinematografica. Ma mi sono innamorata anche di lei e, quando ho visto arrivare in libreria poche settimane fa Zia Sass, sapevo che quel libro avrebbe dovuto essere mio.

Zia Sass, pubblicato in Italia da Sellerio con la traduzione di Martina Testa e le bellissime illustrazioni di Gilian Tyler, racchiude tre racconti che Pamela Lyndon Travers regalò a parenti e amici per Natale nel 1940.
Qui ci sono le origini della tata più famosa del mondo, ma soprattutto c’è la storia autobiografica, con qualche piccola licenzia poetica ovviamente, dell’infanzia dell’autrice stessa.

Si parte con zia Sass, il ritratto di una burbera e un po’ autoritaria prozia che, dietro alla sua incredibile severità, nasconde un grande cuore tenero. 
Non solo faceva del bene e arrossiva a vederlo divulgato, faceva del bene ed era pronta a mortificare chiunque lo scoprisse.
Una donna forte, verso cui tutti i bambini della famiglia hanno sempre provato un misto di paura e attrazione, come sempre succede nei confronti di questi personaggi. 
Subito dopo viene raccontata la storia di Ah Wong, il cuoco cinese di famiglia, spuntato per caso un giorno dalle canne della piantagione della famiglia di Pamela e pronto da quel momento a rivoluzionare l’intero menù famigliare. Un personaggio particolare, che odia la tapioca e vede nel chinino la cura per ogni male, e che mette da parte gli assegni famigliari per un unico grande scopo.
Il terzo racconto è dedicato a Johnny Delaney, il gobbo fantino tuttofare irlandese, con il dono della preveggenza e dell’imprecazione, che tanto ha influito sull'educazione dei bambini, e forse un po’ anche degli adulti, della famiglia. Un racconto intenso, pieno di sputi, di canzoni e di grandi, grandissime verità.
I bambini provano emozioni forti e profonde ma non hanno un meccanismo per gestirle. Se lasciano che il cuore gli si riempia sanno che finiranno affogati. Quindi si aggrappano alla prima cosa a loro disposizione per tenere a bada la marea montante.
È davvero difficile dire quale di questi tre racconti e di questi tre personaggi sia il più bello. In ognuno c’è poesia, c’è magia, ma anche una punta di amarezza e di dolore, come lo è sempre il ricordo del passato da parte di una persona adulta. Sicuramente P.L Travers ha attinto da ognuno dei tre personaggi per creare il fantastico mondo di Mary Poppins, un mondo dove tutto sembra possibile e dove non bisogna mai domandarsi un perché.
Zia Sass è stata una lettura davvero stupenda, adatta per i bambini, sicuramente, ma anche per gli adulti che non smettono di sognare. È perfetta per Natale (e non riesco davvero a immaginare che emozione abbiano provato i parenti e gli amici dell’autrice a ricevere queste tre storie in dono), ma anche per qualunque altro momento dell’anno, in cui avete bisogno di un po' di zucchero, per far andare giù le pillole della vita.

Titolo: Zia Sass
Autore: Pamela Lyndon Travers
Traduttore: Martina Testa
Pagine: 102
Editore: Sellerio
Prezzo di copertina: 12€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Zia Sass
formato ebook: Zia Sass

lunedì 19 ottobre 2015

MERCOLEDÌ DELLE CENERI - Ethan Hawke

La gente non vuole sentirsi dire cosa si prova veramente a essere innamorati, perché è una sensazione che fa schifo. È come un diamante: visto dall'esterno sembra bellissimo, ma dentro è duro, spigoloso, tagliente. Amare davvero una persona non va mai confuso con il divertimento. Amare una persona è altrettanto doloroso e deludente che arrivare a conoscere se stessi. Probabilmente è l’unica cosa che valga la pena di fare nella vita, ma questo non vuol dire che sia una passeggiata.


Io conosco Ethan Hawke principalmente come quel ragazzo timido e insicuro che sale in piedi su un banco e dice, rivolto a Robin Williams, “O capitano, mio capitano”, nella scena finale di uno dei miei film preferiti, L’attimo fuggente. Lo so quasi a memoria, eppure quando arrivo a quella scena non riesco a fare a meno di piangere come una fontana.
Ethan Hawke in realtà di film ne ha fatti tanti, oltre ad averne anche diretti e sceneggiati, eppure io non riesco ad andare oltre a quella scena, a quell'immagine. O almeno, non ci riuscivo prima di aver letto Mercoledì delle ceneri, suo secondo romanzo, pubblicato in Italia da minimum fax e poi nei tascabili Beat, con la traduzione di Martina Testa.

Mercoledì delle ceneri è una storia d’amore un po’ sgangherata. C’è un lui, Jimmy,  un adolescente trentenne (definizione strana ma del tutto calzante, visto il personaggio), che si è arruolato nell’esercito per cercare di superare un trauma e che dell’esercito però ama solo le fumate e le bravate con i suoi commilitoni. E c’è una lei, Christy, un’infermiera molto responsabile, al limite dell’eccesso. Jimmy ha lasciato Christy proprio quando lei stava per dirgli che era incinta. Ma non era tanto convinto, in realtà, perché comunque lui la ama e quindi parte per riprendersela. Tra un viaggio in auto su una vecchia Nova che non parte mai al primo colpo, un matrimonio che non si capisce se è d’amore o riparatore, tra sesso, tenerezze e litigate pazzesche, e un bel Carnevale a New Orleans, si scopre il passato e il presente di questi due ragazzi, che insieme cercano, con mille dubbi e mille paura, di costruirsi un futuro.
Ma la felicità è sopravvalutata. Nessuno può essere felice per il resto della sua vita: a meno che non gli rimangano, che so, solo due giorno da vivere. Quindi la felicità lasciamola perdere. La domanda interessante è: siamo in grado di mettere su casa insieme? È possibile? E che cos'è una casa?
Mi sono avvicinata a questo libro piena di curiosità e senza avere in realtà la minima idea di quale fosse l’argomento. Ogni tanto lo faccio, di acquistare libri d’impulso, fidandomi solo della casa editrice che li pubblica, o del titolo, o della copertina. E in questo caso tutto mi aspettavo fuorché di trovarmi di fronte a una storia d’amore così bella. Sì, perché è bella, anche se sia Jimmy sia Christy hanno un passato alle spalle che condiziona il loro presente, anche se non si sentono pronti e forse proprio non lo sono, anche se hanno paura e questa paura li porta a fare qualche cazzata, come sposarsi all'improvviso o giocare a basket contro dei ragazzini, e a dirsi e rinfacciarsi cose che non dovrebbero. Perché a volte l’amore è folle, l’amore fa male, fa paura. Al punto da volerlo evitare, ma al tempo stesso da non poterne fare a meno.

Pensi che una volta presa una decisione, devi andare avanti fino in fondo al duecento per cento, anche se è insensata. Per te è sempre o tutto o niente. Però, vedi, stavolta ti eri persa questa novità: che ti amo come un pazzo, che possono cambiare, e che non voglio lasciarti. Dovresti elaborare questo dato qui e poi, se vuoi, modificare le tue coordinate.

Mi sono piaciuti sia Jimmy, eterno adolescente, che sa di avere dei problemi ad accettare il suo passato, ma che comunque vuole prendersi le sue responsabilità, sia Christy con la sua falsa sicurezza, che nasconde una grande fragilità. E mi è piaciuto molto lo stile di Ethan Hawke e la scelta di, raccontare la storia dei due ragazzi a capitoli alternati, così da far vedere al lettore entrambi i punti di vista.

Come vi dicevo, Mercoledì delle ceneri è stata una lettura inaspettata, soprattutto se si considera che è stata scritta da un attore (sì, che è anche sceneggiatore, ma sceneggiature e libri non funzionano allo stesso modo). Ma soprattutto, Mercoledì delle ceneri è stata una lettura per me molto, molto bella.


Titolo: Mercoledì delle ceneri
Autore: Ethan Hawke
Traduttore: Martina Testa
Pagine: 251
Editore: BEAT
Acquista su Amazon:
formato brossura: Mercoledì delle ceneri

martedì 13 ottobre 2015

UN ANNO CON SALINGER - Joanna Rakoff

Un tipo olandese – Salinger aveva un grande seguito in Olanda, a giudicare dalla posta che riceveva – innamorato del Giovane Holden aveva seguito, durante un viaggio a New York di qualche mese prima, le tracce di Holden in giro per la città. Anche se era inverno aveva visto delle anatre a Central Park. Lo sapeva, Salinger, che adesso le anatre restavano a Central Park per tutto l’inverno?



Ho letto Il Giovane Holden di J.D Salinger qualche anno fa, e non mi ricordo quasi niente. I Nove racconti, invece, li ho letti da poco e ancora adesso mi sto interrogando sul loro significato. Forse non mi fa molto onore ammettere questa ignoranza nei confronti di questo autore americano, dai più considerato un mostro sacro della letteratura americana Però è anche inutile che vi dica “Sì, a me è piaciuto tanto” se, a parte la storia del titolo, delle anatre e dei pescibanana, io non mi ricordi quasi niente.

Quando ho visto per la prima volta il libro Un anno con Salinger di Joanna Rakoff, pubblicato in Italia da neri Pozza con la traduzione di Martina Testa, ho fatto finta di niente. Per quanto mi piacesse la copertina, perché avrei dovuto leggere qualcosa che avrebbe amplificato questa mia ignoranza?
Poi però qualcuno, che nemmeno mi conosce così tanto in realtà, mi ha detto che questo libro quasi sicuramente sarebbe stato un libro per me. Perché sì, è vero, io di Salinger non so quasi niente, ma nemmeno Joanna, autrice nonché protagonista del libro, aveva mai letto niente quando ha iniziato a lavorare nell'agenzia editoriale che lo rappresentava. Eppure gli parlava al telefono e lo chiamava tranquillamente Jerry. Quindi, fregatene se conosci poco Salinger e leggi Una anno con Salinger.

Il libro racconta la storia  vera di Joanna, fresca fresca di laurea a Londra, che torna a New York e va a lavorare per l’agenzia editoriale che, tra gli altri, rappresenta proprio Salinger. Ha una direttrice un po’ all'antica, che non accetta l’avanzare della modernità e che impone ai suoi collaboratori regole molto ferree nel trattate con i propri clienti. Tra cui, appunto, c’è anche Salinger. È il 1996, quindi è un Salinger un po’ anziano, un po’ sordo e che non pubblica libri da anni. Joanna, tra le altre mansioni, ha quella di rispondere alle lettere dei fan a lui indirizzate. Ci sono adolescenti, che si riflettono in Holden Caulfield e che leggendo la sua storia si sono sentiti meno soli. Ci sono reduci di guerra, proprio come lo è Salinger, che cercano un confronto con qualcuno che ha vissuto la stessa cosa. Ci sono persone da tutto il mondo che sentono il bisogno di dire a un autore che uno dei suoi libri ha cambiato loro la vita. Joanna a poco a poco si fa sempre più coinvolgere da queste lettere, a cui fatica a mandare la risposta standard. Ma si appassiona anche a Salinger, Jerry, e alla vita dell’agenzia, che la porta ad avere contatti con scrittori e giornali importanti, oltre che a rimettere in discussione tutto quello che ha fatto finora e, soprattutto, quello che vuole.

Un anno con Salinger mi ha coinvolta tantissimo. Forse perché parla di libri dal punto di vista degli addetti ai lavori e mostra il funzionamento, un po’ antiquato in questo caso, certo, perché siamo nel 1996, delle agenzie editoriali e dei contatti con autori e riviste, e sa il Cielo quanto mi piacerebbe lavorare in quel mondo.

Lei non aveva mai passato interi giorni stesa sul letto a leggere, notti intere a inventarsi mentalmente storie complicatissime. Non aveva mai sognato di catapultarsi nel mondo di Anna dai capelli rossi e Jane Eyre per poter avere degli amici veri, amici che capissero l'intrico spinoso dei suoi sogni e dei suoi desideri. Come faceva a passare le giornate - la vita - ad accompagnare dei libri verso la pubblicazione senza amarli come li amavo io, come dovevano essere amati?
Guardai per un attimo i suoi occhi freddi e intelligenti. Mi sbagliavo? Avevo capito male? Forse una volta lei era esattamente come me? E il tempo - e l'editoria - l'avevano cambiata?

Ma c’è stato anche qualcosa di più. La vita di Joanna fuori  e dentro l’agenzia, con le sue insicurezze, le sue paure, il suo primo approcciarsi al mondo del lavoro, la sua strana situazione sentimentale, ma anche la sua empatia con i fan che scrivono a Salinger o con il vecchio Jerry stesso,  le sue prime soddisfazioni ma anche il suo sentirsi tonta fragile (sì, con la o), insomma, tutto l’insieme di questo libro mi ha stupita, quasi come se fossi io… (parte del merito va anche al modo in cui Joanna Rakoff è riuscita a raccontare di sé, e a come Martina Testa ha reso il suo stile in traduzione).
Proprio come mi aveva detto chi me l’aveva consigliato: questo è un libro per me. 

E se amate i libri, ma anche tutto quello che c’è dietro, da quando nascono a quando arrivano ai lettori che li fanno propri, se adorate come me il lato umano degli scrittori e tutte le curiosità e le manie ad essi collegate, questo libro è anche un libro per voi. Anche se non avete mai letto Salinger.

Non so se ora andrò a rileggere Il giovane Holden o a cercare ancora una volta di trovare un senso ai Nove racconti. Forse mi prenderò ancora del tempo e poi lo farò, immaginando dietro a quelle parole il Jerry ormai anziano che Joanna Rakoff racconta così bene. 

Titolo: Un anno con Salinger
Autore: Joanna Rakoff
Traduttore: Martina Testa
Pagine: 287
Editore: Neri Pozza
Acquista su Amazon:
formato brossura: Un anno con Salinger
formato ebook: Un anno con Salinger

lunedì 13 aprile 2015

AMY E ISABELLE - Elizabeth Strout

Ve l’ho già detto, vero, che adoro Elizabeth Strout? Credo di sì, ma ogni volta che leggo un suo romanzo non posso fare a meno di ripeterlo. Adoro Elizabeth Strout, adoro le sue storie, i suoi personaggi e il suo modo di scrivere.
Questa volta a farmi ribadire di nuovo questi concetti è stato Amy e Isabelle,  romanzo d’esordio di questa scrittrice americana, pubblicato nel 1998, ben undici anni prima di Olive Kitteridge, opera con cui ha vinto il Pulitzer e che l’ha portata alla meritatissima ribalta anche in Italia.

Le Amy e Isabelle del titolo sono figlia e madre, due donne che vivono da sole in una qualsiasi cittadina americana. Si vogliono bene, certo, ma sentono anche continuamente il peso l’una dell’altra. Isabelle nasconde lo shock del suo passato dietro a un comportamento rigido e un po’ insicuro, che si riversa sulla figlia ma anche sulle sue relazioni con l’esterno. Non ha molti amici Isabelle, se si escludono le conoscenze nella fabbrica in cui lavora come segretaria, e sembra non essere in grado di stringerne, di entrare a far parte di quella società perfetta che popola la sua cittadina. Questa insicurezza è passata anche ad Amy, che ama e odia la madre al tempo stesso, che a scuola tende a isolarsi, ma che trova in Stacy, una ragazza adottata che odia i genitori che la accudiscono, una grande amica. Finché non succede qualcosa di terribile, che sconvolge la vita di entrambe, rendendo ancor più fragile e difficile il loro rapporto.

Un romanzo d’esordio, questo Amy e Isabelle, che non sembra minimamente un romanzo d’esordio, talmente bene è strutturata la trama e sono caratterizzati i personaggi. Quell'equilibrio precario che c’è nel rapporto tra madre e figlia è ben evidente nel lettore a ogni pagina: le fragilità, le insicurezze, le delusioni, gli sconvolgimenti emotivi, le reciproche recriminazioni delle due protagoniste si mescolano e si incastrano in modo perfetto, al punto che, come succede in ogni rapporto genitori-figli, diventa difficile capire chi ha ragione e chi no, chi è l’adulta e chi la ragazzina.
Attorno a Amy e a Isabelle, poi, ruotano tutta una serie di personaggi, quasi insignificanti quelli maschili, sebbene responsabili dei turbamenti delle due donne, e bellissimi quelli femminili (Stacy con la sua finta sicurezza, ma anche Fat Bev e Dottie  con il forte legame che le unisce).

Insomma, Amy e Isabelle è un romanzo duro e poetico al tempo stesso. Un romanzo difficile, sicuramente, ma che ha anche un bel po’ di speranza. Un romanzo che mi è piaciuto davvero tanto e che vi consiglio caldamente di leggere.

Eh sì, lasciatemelo dire ancora una volta, adoro Elizabeth Strout.

Titolo: Amy e Isabelle
Autore: Elizabeth Strout
Traduttore: Martina Testa
Pagine: 474
Editore: Fazi editore
Acquista su Amazon:
formato brossura: Amy e Isabelle
formato ebook:Amy e Isabelle

mercoledì 1 aprile 2015

QUANDO SIETE FELICI, FATECI CASO - Kurt Vonnegut

Tra tutte le cose che potrei invidiare agli Stati Uniti ce ne sono due in particolare (ok, in realtà tre, se consideriamo anche i festeggiamenti per il 4 luglio, mio compleann… giorno dell’indipendenza). La prima, quella più macroscopica, è la loro letteratura, passata ma anche e soprattutto contemporanea. Una letteratura prolifica e al tempo stesso di qualità, che ha dato voce a ogni tipologia di scrittore. In Italia questa letteratura un po’ manca. O meglio, c’è, ma fatica a diffondersi e a farsi scoprire.
La seconda cosa sono i discorsi ai laureandi al termine dell’anno accademico. Negli USA il sistema universitario è diverso, ci sono le classi anche all'università, e quindi si presta molto di più a queste celebrazioni rispetto alle nostre sessioni di laurea sparse per l’anno accademico. Però, ecco, devo dire che se al termine della mia discussione, oltre al voto, ai complimenti e all'avermi proclamato dottoressa nella cosa sbagliata, il mio presidente mi avesse anche fatto un discorsetto per farmi capire che ce l’avrei fatta anche una volta uscita di lì, sarei stata sicuramente più contenta. 

Negli USA, dicevamo, questi discorsi sono la prassi. E sono tenuti solitamente da personalità di spicco di una determinata disciplina. Credo sia un modo per far capire agli studenti che “hey, io una volta sono stato seduto lì con voi e adesso sono qui, e vi sto parlando. Ce la potete fare anche voi”.

Quando siete felici, fateci caso, questo bel volumetto dalla copertina semplicemente magnifica, raccoglie i discorsi tenuti nell'arco degli anni da Kurt Vonnegut, grande scrittore americano (di cui ammetto di aver letto solo Mattatoio n.5).  Ora, non è che possa fare una recensione dei suoi discorsi, non avrebbe alcun senso. Però posso dirvi quello che questi discorsi mi hanno lasciato. Un elogio della semplicità, della felicità, delle piccole cose che possono cambiare il mondo. Ma non tutto il mondo, Kurt Vonnegut non è così presuntuoso. Possono cambiare il nostro piccolo mondo e renderlo un posto migliore. Con le sue parole, sia che le abbia pronunciate in un college femminile, sia in una piccola e sperduta università, sia di fronte agli studenti di quella che in passato ha frequentato anche lui, in pochi minuti dice e insegna tanto. A credere nelle proprie passioni, non tanto per vederle realizzate, quanto per formare la propria anima
Praticare un’arte, non importa a quale livello di consapevolezza tecnica, è un modo per far crescere la propria anima, accidenti. Cantante sotto la doccia. Ballate ascoltando la radio. Raccontate storie.

A essere gentili, buoni ed onesti, perché l’odio ha creato solo distruzione.
Di regola io ne conosco una sola: bisogna essere buoni, cazzo.
Ad amare e non abbandonare mai i libri e lo studio, perché potranno essere dei grandi compagni per la vita.
Non abbandonate mai i libri. È così piacevole tenerli in mano, col loro peso cordiale. La dolce riluttanza delle pagine quando le sfogliate con i vostri polpastrelli sensibili. Gran parte del nostro cervello si dedica a decidere se quello che tocchiamo con le mani ci fa bene o male. Anche un cervello da quattro soldi sa che i libri ci fanno bene. 
A mangiare tanta crusca e a lasciarsi stare le orecchie, a considerare sei le stagioni e non semplicemente quattro.
A fare “l’amore ogni volta che potete. Vi fa bene”.
E, soprattutto, a notare ogni singola cosa che, per quanto minuscola, ci può rendere felici. 

Ma tornando a mio zio Alex, che ormai è in paradiso. Una delle cose che trovava deplorevole negli esseri umani era che si rendevano conto troppo raramente della loro stessa felicità. Lui invece faceva del suo meglio per riconoscere apertamente i momenti di benessere. Capitava che d’estate ce ne stessimo seduti all'ombra di un melo a bere limonata, e zio Alex interrompeva la conversazione per dire: «Cosa c’è di più bello di questo?».
Spero che voi farete lo stesso per il resto della vostra vita. Quando le cose vanno bene e tutto fila liscio, fermatevi un attimo, per favore, e dite a voce alta:«Cosa c’è di più bello di questo?»
La cosa più bella in assoluto, che mi ha fatto amare questo libricino ancor più di quanto immaginassi ancor prima di acquistarlo (che, diciamocelo, un libro con una copertina e un titolo così, è uno di quelli che si comprerebbe anche a scatola chiusa, perché fisicamente molto bello), è il fatto che Kurt Vonnegut non ci mette retorica, ma tanto umorismo, tanta ironia e autoironia, tante battute (che sicuramente al momento del discorso dal vivo hanno reso ancora di più, anche se la traduzione di Martina Testa rende il giusto onore alle parole dello scrittore), lasciando perdere quel distacco, quel senso di superiorità con cui spesso gli accademici più anziani si rivolgono ai giovani. C’è onestà, c’è realtà, c’è passione, che gli derivano dalla scrittura, dal suo difficile passato, ma, sono convinta, anche dal fatto che lui creda e segua esattamente tutto quello che ha detto. 

Credo che Quando siete felici, fateci caso diventerà il libricino che regalerò ogni volta che qualcuno mi dirà che è un po’ giù di morale, che le cose non stanno andando come avrebbe voluto, che la vita fa schifo e non si sente apprezzato come voleva. Magari non risolverà il problema. Però sono sicura che almeno una delle parole di Vonnegut centrerà il suo obiettivo e che, almeno per un momento, chi lo leggerà si sentirà meglio.


Titolo: Quando siete felici, fateci caso
Autore: Kurt Vonnegut
Traduttore: Martina Testa
Pagine: 107
Editore: minimum fax
Acquista su Amazon: