Visualizzazione post con etichetta Tom Drury. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tom Drury. Mostra tutti i post

lunedì 16 luglio 2018

PACIFICO - Tom Drury

Micah si portò pollice e indice alle labbra e fischiò. Di lì a poco una vecchia capra sbucò da dietro la casa. Micah e Lyris l'avevano cresciuta insieme.
La capra si avvicinò con passo felpato sull'erba. I ciuffi rossi e bianchi del suo manto avevano assunto varie sfumature argentee. Scrutò i presenti e poi fissò Micah, come a dire: «Ehi, aspetta, te ne stai andando? È di questo che si tratta?»
Micah si lasciò cadere in ginocchio e le arruffò il manto stopposo e lungo. Si sforzò chiaramente di non piangere, ma pianse comunque. La capra guardava con occhi a fessura la strada davanti alla casa.
«È più difficile di quanto avessi immaginato» disse Micah.


Aspettavo da tempo di tornare nella Grouse County di Tom Drury. Dopo essermici affezionata in La fine dei vandalismi e poi completamente innamorata in A caccia dei sogni, ero curiosa di sapere come andavano le cose per Tiny, Micah e Lyris, per Dan e Louise, per la capretta e per tutti quanti. Una curiosità che è stata prontamente soddisfatta con la pubblicazione, sempre per NN editore e sempre con la traduzione di Gianni Pannofino, del terzo e ultimo volume di questa trilogia, Pacifico, uscito in libreria a fine giugno.

I personaggi che ho conosciuto e amato nel primo e nel secondo volume ritornano tutti. Ritornano Dan, che ora non è più sceriffo ma investigatore privato, e sua moglie Louise, che nonostante i tanti anni passati ancora non si è messa il cuore in pace per quello che ha perso. Ora lei gestisce un negozio di antiquariato e vizia come può Lyris e il suo fidanzato, che vivono insieme nello stesso palazzo. Sì, Lyris se n’è andata da casa di Tiny per seguire la sua vita, ma senza mai abbondare davvero quel padre adottivo che l’ha accolta come fosse sua figlia, né il fratello Micah (e tanto meno la loro capretta). Tiny è sempre Tiny, invece, anche se ora si ritrova a fare i conti con la solitudine:  la ex moglie Joan, infatti, che lo aveva lasciato nel secondo romanzo, è tornata a riprendersi suo figlio Micah per portarlo con sé a Los Angeles, dove lei fa l'attrice, per offrirgli una una nuova vita. 

In Pacifico il raggio della Grouse County si amplia e arriva fino all’oceano. Ai racconti della vita nella contea, fatta sempre di personaggi singolari, di momenti bislacchi alternati ad altri di profonda tenerezza, si alternano quelli nella grande città dove Micah si ritrova a vivere e cercare di ambientarsi. Lì stringerà amicizie, lì conoscerà per la prima volta l’amore, ma da lì continuerà anche a sentire la nostalgia della sorella, della provincia, di casa.

«Ho trovato una fidanzata, pa'».
Tiny si sentì vecchio a quella notizia.
«Una fidanzata, Micah».
«Si chiama Charlotte. Va a cavallo».
«Devo aprirle le porte, capito? E non farle prendere freddo».
«Okay, pa'».
«Prendono freddo facilmente. Cioè, magari non tutte, ma tante sì».
«Le prenderò dei guanti».
«Bravo. E se ha freddo togliti la giacca e dalla a lei. Non so bene perché ma è una cosa molto importante».

Tom Drury conclude la trilogia di Grouse County riprendendo tutti i personaggi principali che sono comparsi nei romanzi precedenti e mostrando al lettore dove sono adesso, come se le passano, come sono diventati, come e se sono cambiati. Ma in Pacifico (che è stato scritto tredici anni dopo da A caccia nei sogni e ben diciannove dopo La fine dei vandalismi... come se l'autore stesso abbia voluto lasciare ai suoi protagonisti un po' di tempo per loro, e poi tornare a vedere come andavano le cose.) non si tirano le somme, non si conclude nulla: proprio come nei romanzi precedenti è semplicemente il racconto di vite normali prese in un momento della loro vita, della loro quotidianità, che affrontano ciò che viene messo loro di fronte ogni giorno, che sia uno strano omicidio su cui indagare, oppure un rimpianto che ancora si fa sentire, un ricordo che proprio non se ne può andare, una rapina fatta tanto per il gusto di farlo o una ragazza da caricare in auto senza farsi troppe domande.

Rispetto ai due precedenti, che avevo amato alla follia, Pacifico mi è piaciuto un pochino meno. Forse perché non c’è solo la Grouse County e la vita di provincia, ma anche la città; forse perché la città così grande per me resta sempre uno spauracchio e non riuscirei mai a viverla come la vive Micah; forse perché ho sempre odiato Joan, fin dalla sua prima apparizione. Ma è comunque un gran bel romanzo, in cui Drury mescola ancora una volta con sapienza comicità, ironia, tenerezza e commozione, attraverso gesti semplici, e spesso singolari, che si caricano di un significato profondo. 

Mi mancherà tanto la Grouse County. Mi mancherà perdermi per i paesini che la compongono e ascoltare le chiacchiere di chi si incontra per strada. Mi mancheranno Tiny, Lyris, Louise, Dan e tutti gli altri. Capretta inclusa.

TITOLO: Pacifico
AUTORE: Tom Drury
TRADUTTORE: Gianni Pannofino
PAGINE: 243
EDITORE: NN editore
ANNO: 2018
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Pacifico. Trilogia di Grouse County: 3
formato ebook: Pacifico

lunedì 6 novembre 2017

A CACCIA NEI SOGNI - Tom Drury

Arrivò una cameriera con una matita dietro l'orecchio.
«Candy, cosa vuole la gente?» le domandò il barista.

«Un po' d'amore, immagino» rispose lei.

Fa sempre uno strano effetto ritornare dopo un po’ di tempo in un luogo in cui si è stati bene. E se qualcosa, questa volta, non funzionasse? E se quel luogo che, la prima volta, ci è sembrato così bello, per qualche motivo adesso non lo fosse più?
Non importa se si sta parlando di un luogo reale o inventato. Se ci si sta andando in aereo o attraverso le pagine di un libro. Quell'aspettativa, mista ad ansia, mista al bel ricordo della prima volta, sono presenti in ogni caso.

Desideravo tornare a Grouse County, questo luogo inventato che si trova da qualche parte nell’Iowa, fin da quando ho chiuso La fine dei vandalismi, il primo romanzo della trilogia che Tom Drury le ha dedicato, edita in Italia da NN editore.
Mi ci ero trovata proprio bene, in mezzo a tutti i suoi abitanti, ad ascoltare dialoghi a volte un po’ strampalati e a respirare l’atmosfera tipica di una comunità così variegata. Mi ero appassionata alle storie di tutti i personaggi, compresi quelli all'apparenza meno simpatici, ma soprattutto avevo amato la storia di Dan e Louise, il loro amore discreto, nato quasi per caso e messo più e più volte alla prova. E, una volta arrivata alla fine, avevo chiuso il libro con un po’ di tristezza: mi spiaceva averlo finito, mi spiaceva non poter più ascoltare le chiacchiere della gente per strada né poter più passeggiare per la Grouse County.

Per fortuna, non ho dovuto aspettare molto per poterci tornare. È da poco uscito, infatti, sempre per NN editore e sempre con la traduzione di Gianni Pannofino, A caccia nei sogni, il secondo romanzo ambientato nella Grouse County.
Questa volta Tom Drury restringe il suo racconto: non più un’intera comunità ma solo una famiglia; non più stagioni che si susseguono ma un solo, decisivo, fine settimana.

La famiglia protagonista è quella di Charles Darling, il Tiny di La fine dei vandalismi che ora però ha cambiato nome per marcare ancor di più il suo cambiamento di vita, e sua moglie Joan. Quando li abbiamo conosciuti, nel romanzo precedente, lui era uno scapestrato reduce da un divorzio e da mille lavori diversi, mai andati in porto, mentre lei era una predicatrice e cercava nella Bibbia una risposta a tutto. Ora Charles fa l’idraulico e anche se, come in passato, non disdegna qualche piccolo furto e qualche dispetto di poco conto ai suoi concittadini, sembra davvero cambiato. Joan, invece, lavora per un’associazione di protezione animali, non trova più risposte nella parola di Dio ed è sempre più indecisa su cosa fare della sua vita e del suo matrimonio.
In mezzo ci sono anche due figli. Micah, di sette anni, e Lyris, abbandonata quando era neonata da Joan e da poco riunitasi alla famiglia, grazie a un’associazione che si occupa proprio di riportare i figli alle madri che alla nascita, per un motivo o per l’altro, non li hanno voluti.

Forse è stato proprio l’arrivo di Lyris, un'adolescente molto forte e al tempo stesso molto fragile, che per anni è stata sballottata da una famiglia all'altra, a rendere ancor più precario l’equilibrio tra Charles e Joan. Lui cerca di fare il meglio che può, amando Joan  a modo suo senza riuscire a dimostrarglielo come vorrebbe, rattoppando la casa ogni volta che qualcosa si rompe e cercando di prendersi cura dei figli, senza rinunciare mai del tutto al suo carattere un po’ troppo irruente. Lei, invece, cerca di fare i conti con la sua insoddisfazione, con quello che la vita le ha riservato e che non era minimamente quello che aveva immaginato e sperato per se stessa, senza però sapere, al tempo stesso, che cosa davvero voglia.
Tanto tempo prima, diffondeva la religione tra chi era disposto ad ascoltare. Ricordava di aver viaggiato con la Bibbia bianca tra le mani, mentre i merli dalle ali rosse svolazzavano da un palo all'altro. Come tutti, voleva indietro qualcosa che aveva perduto e che non si trovata da nessuna parte.

Prima di scrivere qualunque altra cosa su A caccia nei sogni, devo assolutamente dire quanto io abbia amato il personaggio di Charles. No, non lo chiamo più Tiny nemmeno io, perché è cresciuto e cambiato davvero: non è più quel personaggio un po’ egoista e un po’ troppo incentrato su se stesso che avevamo conosciuto in La fine dei vandalismi. Già allora, in realtà, aveva qualche sprazzo di tenerezza che lasciava qualche speranza. Una tenerezza che qui però diventa una sua caratteristica predominante, seppur quasi inconsapevole. La si vede soprattutto nei gesti: in quella casa rattoppata, in quella capra burbera che ora vive nel loro cortile e nelle telefonate fatte di notte, ma anche in quelle non ricevute. Nel suo tentativo, quasi disperato, di tenere tutto e tutti insieme.

«[…]Non sappiamo cosa sei stata, così come ignoriamo cosa diventerai, ma sotto sotto non so quanto tu sia diversa, perché è tutto casuale. È sempre la stessa storia: “Succede questo, succede quest’altro, ed eccoci qui”. E voglio essere sincero con te: anche io a volte faccio cose che mi sembrano senza senso. Il meglio che possiamo fare è ricordarci l’uno dell’altro e, per l’amor del cielo, fare una telefonata quando vediamo che è tardi».

Non so davvero dire se mi sia piaciuto di più La fine dei vandalismi o A caccia nei sogni. Forse entrambi allo stesso modo, perché, nonostante le differenze nella lunghezza, nella scelta dei personaggi, nello sviluppo temporale della trama (che dimostrano l’incredibile bravura di Tom Drury, nel destreggiarsi in queste differenze senza perdere nulla), ci ho trovato la stessa dolcezza, la stessa descrizione, molto onesta e molto reale, dell’essere umano, delle sue debolezze, delle sue paure, del suo bisogno disperato di essere felice o di fare in modo che lo siano gli altri, nonostante tutto.

E poi sì, c’è di nuovo la Grouse County, anche se un po’ più circoscritta. Ci sono di nuovo alcuni dialoghi e alcune situazioni strampalate, alcune passeggiate notturne che fanno meno paura del buio che può esserci in casa propria. Alcune di quelle piccole grandi cose che solo in posti così si possono trovare.

Se, come me, avete amato il primo romanzo di questa trilogia, vi innamorerete senza alcun dubbio anche di A caccia nei sogni e, una volta arrivati alla fine, proverete la stessa immediata nostalgia per la Grouse County che avete provato chiudendo La fine dei vandalismi.

Se il primo, invece, non vi aveva convinto, dovreste provare a dare una seconda possibilità a Tom Drury, alla sua Grouse County e a tutti i suoi abitanti, perché, secondo me, è davvero impossibile rimanere di nuovo indifferenti di fronte alla sua semplice e al tempo stesso incredibile bellezza.


TITOLO: A caccia nei sogni
AUTORE: Tom Drury
TRADUTTORE: Gianni Pannofino
PAGINE: 236
EDITORE: NN editore
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: A caccia nei sogni
formato ebook: A caccia nei sogni

mercoledì 18 ottobre 2017

Il mondo è bello perché è vario (e anche i libri)

Ieri a Londra è stato assegnato il The Man Booker Prize for Fiction, il premio che ogni anno viene dato al miglior romanzo in lingua inglese.
A vincerlo è stato George Saunders con Lincoln in the Bardo (pubblicato in italiano da Feltrinelli con il titolo Lincoln nel Bardo). È il primo romanzo di questo scrittore americano, finora conosciuto per le sue raccolte di racconti (pubblicate in Italia da minimum fax), ed è stato accolto dalla critica e dai lettori in modo ambivalente.
C’è chi lo ha amato tantissimo, apprezzandone l’originalità stilistica e il modo in cui è stato sviluppato il tema della morte, del passaggio nell'aldilà e del dolore sia di chi se ne va sia di chi resta. C’è chi invece lo ha trovato un romanzo furbo, senza in realtà alcuna originalità, a tratti confusionario e caotico. E, ancora, c’è a chi non è piaciuto perché non ci ha ritrovato il Saunders dei racconti. 
Io appartengo alla prima categoria: ho trovato questo romanzo originale sia per il modo in cui è scritto (fonti storiche inventate si alternano a dialoghi per far progredire la storia) sia per le emozioni che mi ha suscitato. 
Però è la terza categoria quella che mi interessa ai fini di questo post. “Non mi è piaciuto perché non ci ho ritrovato il Saunders dei racconti” o, parlando più in generale di tutti i libri, “Non mi è piaciuto perché non era quello che mi aspettavo”.

Quanto sono importanti le aspettative che i lettori hanno verso un libro nell'apprezzare o meno il libro stesso? 

©Julio Antonio Blasco
Mi è capitato spesso di iniziare le mie recensioni dicendo che per un dato libro avevo aspettative molto alte e poi di confermare o meno se quelle aspettative erano state soddisfatte. 
D'altronde perché scegliamo di leggere un determinato libro o un determinato autore? Perché per qualche motivo, sensato o meno (a volte, per me, può bastare anche la copertina), ci ha attirato; perché ne abbiamo sentito parlare bene da altri; perché lo pubblica un editore che non ci ha mai deluso; o magari semplicemente perché abbiamo già letto qualcosa di quell'autore o di quell'autrice, ci era piaciuto e quindi abbiamo deciso di leggere anche le produzioni successive.
Le aspettative con cui ci approcciamo ai libri, però, se da un lato sono umane e comprensibilissime (d'altronde, se scelgo di leggere un libro anziché un altro è perché mi aspetto di trovarci qualcosa che nell'altro non troverei), dall'altro però rischiano di distorcere, in modo più o meno pesante, il nostro rapporto con quel libro.

A me succede spesso. Leggo un romanzo o un racconto di un autore o di un’autrice che in passato mi era piaciuto e se non ci ritrovo quelle stesse sensazioni provate in passato, per un momento, rimango un po’ delusa. Poi però, nella maggior parte dei casi, riesco a dimenticarmene, ad allontanarmi dal ricordo di cosa avevo letto in passato per concentrarmi su quello che ho di fronte e cercare così di non condizionare il mio giudizio. (Non sempre ci riesco eh, sia chiaro, anche perché non sempre gli scrittori riescono a cambiare drasticamente stile o struttura di un’opera producendo qualcosa di altrettanto bello).

Mi è successo per esempio con Nick Hornby, per citare un autore abbastanza conosciuto nei cui confronti tutti, nel corso degli anni, hanno un po’ cambiato opinione: l’Hornby di Un ragazzo o di Alta fedeltà non esiste più; l’autore stesso ha faticato a rendersi conto che scrivendo in quel modo, forse perché invecchiato, forse semplicemente perché si è esaurito, non funzionava più. Allora se n’è uscito con Funny Girl: un romanzo completamente diverso e che, senza il nome in copertina, difficilmente si sarebbe potuto associare a lui. E, per me, ha funzionato. Il fatto che sia un Hornby completamente diverso non vuol dire che non sia altrettanto valido.
Un altro esempio è J.K. Rowling, che dopo Harry Potter ha pubblicato a suo nome Il seggio vacante, un romanzo completamente diverso, rivolto anche a un pubblico diverso che non sempre è stato in grado di capire che sì, la scrittrice era la stessa, ma il romanzo no. (Poi si è inventata uno pseudonimo, per pubblicare thriller, e ha rivelato di esserne l’autrice solo dopo, onde evitare altri "sì, ma non è Harry Potter").

Parlando di autori più impegnati, invece, direi che anche George Saunders rientra in questa categoria. I suoi racconti sono tutti molto belli e, probabilmente, se non avessi letto quelli (soprattutto Dieci dicembre) non avrei letto nemmeno Lincoln nel Bardo. L’impatto con il romanzo è stato abbastanza traumatico, in effetti. Perché no, non è il Saunders dei racconti e ha scritto un’opera atipica, che forse non è nemmeno classificabile come romanzo. Ma una volta superato lo shock di leggere da parte di un autore una cosa completamente diversa da quella che mi sarei aspettata, be’, quel romanzo l’ho apprezzato eccome (così come ho apprezzato la capacità di Saunders di cambiare stile, di non prendere un suo racconto e semplicemente allungarlo per farlo diventare un romanzo, con il rischio di essere molto meno efficace).

C’è poi un’altra categoria di lettori che, ammetto, fatico un po’ a capire. Ovvero quella che non riesce ad apprezzare un autore perché si aspettava, nei suoi romanzi o nei suoi racconti, di ritrovarci un altro autore. Un esempio è quello successo a La fine dei vandalismi, il primo romanzo della trilogia di Grouse County di Tom Drury, pubblicato in Italia da NN editore. Un romanzo che, di nuovo, io ho amato moltissimo, ma che ha ricevuto pareri contrastanti. Tra le critiche principali c’è quella di non essere come Kent Haruf, l’autore della Trilogia della Pianura, sempre edita da NN editore, che ha avuto un successo (per me meritatissimo) strepitoso.

Ma se in un libro si cerca un altro autore, perché non leggere direttamente i libri di quell’autore? Sì, lo so, può essere che uno abbia già letto tutto e che l’autore, perché ritiratosi o perché, come nel caso di Haruf, mancato, non possa più scrivere niente. Però su che basi si confrontano due autori che sì, hanno forse qualche tratto in comune, ma sono comunque due autori diversi.

In generale, spesso la colpa di questi strani confronti deriva dai blurb che accompagnano le uscite dei libri: quante volte sulle quarte di copertina di un autore vi capita di leggere “è il nuovo Pinco Pallino”? Oppure “in questo libro ci trovate una cosa di Tizio, una cosa di Caio e, già che ci siamo, anche una di Sempronio”?

© Franco Maticchio
È ovvio che leggendo i rimandi si sentono. Anche perché gli scrittori sono (devono… dovrebbero…) essere prima di tutto lettori e si sono formati sulle opere di autori del passato, che hanno influenzato in modo più o meno netto la loro scrittura e il loro stile.
Così come è ovvio che un editore cerca il più possibile di sfruttare il traino del successo di un altro scrittore o di un altro romanzo per vendere.
E, ultima ovvietà lo giuro, è ovvio che un lettore cerchi nei libri qualcosa che gli piaccia e per farlo il confronto con altri autori è quasi inevitabile.

Però noi lettori dovremmo anche saper andare oltre. Staccarci da quell'aspettativa che ci porta a leggere un’opera per un determinato motivo e leggerla, invece, per quello che è. Un’opera a sé, che può piacerci o non piacerci, indipendentemente da cosa abbiamo letto prima.
Anche perché, altrimenti, si potrebbe leggere sempre e solo lo stesso libro, magari cambiando solo qualche riferimento (i nomi dei protagonisti, la città di ambientazione, la professione, etc etc…), così da essere sicuri di leggere sempre la stessa cosa con lo stesso stile. 

Ma che noia, no?

venerdì 12 maggio 2017

LA FINE DEI VANDALISMI - Tom Drury

«Dammi la mano» le disse. Lei gliela diede. Le dita di Louise erano forti e calde. «Grazie» disse lui. Rimasero così, con le mani appoggiate sul tavolo.
«Non c'è di che» disse lei.

Immaginate di esservi trasferiti da poco in una cittadina. Non un paese minuscolo, ma della dimensione giusta perché tutti si conoscano tra loro e tutti sappiano, o pensino di sapere, qualcosa di tutti. 
Voi vivete lì da poco e avete appena iniziato ad avventurarvi all'esterno. Magari siete andati a comprare il pane nel negozietto vicino a casa, oppure avete già fatto la vostra prima fila in posta (non importa quanto piccolo sia il paese in cui vivete, la fila in posta la troverete sempre) o, un po’ intimiditi, avete preso parte al vostro primo consiglio comunale. Così, giusto per farvi un’idea di dove siete finiti.
Avete già iniziato a vedere gli altri e gli altri a vedere e farsi domande su di voi, ma non vi siete ancora del tutto integrati. Vi è capitato di sentire conversazioni di cui non siete sicuri di aver capito il senso, perché vi manca un contesto, o aver ascoltato riferimenti a persone che non avete idea di chi siano e, forse, mai l’avrete.
Ma una conversazione origliata qua e una conversazione origliata là, una chiacchierata oggi e una chiacchierata domani e a poco a poco anche voi inizierete a sentirvi parte di quel luogo, conoscendone le persone, magari anche solo di fama; cogliendo le caratteristiche degli abitanti, i conflitti, le simpatie, i pettegolezzi. Arrivando così, in un modo o nell'altro, a conoscere la vita di tutti, a farne parte e, soprattutto, a non volervene più andare.

Leggere le prime pagine di La fine dei vandalismi di Tom Drury, primo volume di una nuova trilogia pubblicata da NN editore con la traduzione di Gianni Pannofino ambientata a Grouse County, è un po’ come uscire di casa per la prima volta dopo che ci si è trasferiti in un posto nuovo e incontrare persone, magari mentre si è in coda a donare il sangue o si sta aspettando il proprio turno per ordinare un hamburger, che parlano tra di loro di cose che non capisci, o che capisci ma ti sembrano assurde e che, soprattutto, nella maggior parte dei casi non avranno un seguito.
 Poi man mano che si procede con la lettura, questi dialoghi a volte un po’ strampalati acquisiscono un senso che riesci a comprendere anche tu e di cui inizi a fare parte. E soprattutto, tutte insieme, queste conversazioni formano una piccola grande storia.

Come quella di Dan e Louise, sceriffo della contea lui e assistente fotografa lei, e della loro storia d’amore.  Sono loro il fulcro attorno a cui ruotano tutto il libro e tutti gli altri personaggi (sessantotto in tutto, tra fugaci apparizioni e ruoli un po’ più incisivi, come lo stesso Drury riepiloga alla fine del romanzo). Una storia d’amore senza troppo clamore, nata dalle ceneri del matrimonio di Louise con Tiny, e che vive senza altrettanto clamore tutte le piccole gioie ma anche le insicurezze e, purtroppo, a volte, le grandi tragedie che caratterizzano l’amore tra due persone.
«Cos’è che stavi scrivendo?» disse Dan mentre uscivano, e lei gli porse un foglietto su cui aveva scritto, quattro volte: dimostrami amore.
«Lo farò» disse lui.
Attorno a loro si sviluppano tante altre storie, più o meno grandi. C’è quella di Tiny, l’ex marito di Louise, che fatica ad accettare la fine del matrimonio, un po’ per orgoglio un po’ per amore, e che inizia a spostarsi, da una cittadina all’altra, da un lavoro strambo all’altro, fino a tornare a Grouse County. C’è quella di Quinn, il neonato trovato da Dan abbandonato in un carrello del supermercato e attorno a cui tutto il paese si stringe. C’è quella di Albert e del suo amore contrastato per Lu Chiang, la studentessa di Taiwan giunta a Grouse County con un programma di studi e ritrovatasi a badare ai polli. C’è quella di Carol e Kenneth Kennedy e dei pesci dello stagno del loro villaggio vacanze. Quella del fotografo Kleeborg, della spogliarellista Marnie e ancora tante, tante piccole altre storie.

Eppure, dopo un momento di smarrimento iniziale, tutte queste storie che si sfiorano e si intrecciano tra loro non generano confusione, ma servono a descrivere forse l’unico vero grande protagonista che nell’elenco dei sessantotto finali non è riportato: Grouse County stessa.

Ho amato moltissimo La fine dei vandalismi. Ho amato la dolcezza e la delicatezza della storia d’amore tra Dan e Louise, certo, che non si perde in troppe sdolcinatezze e smancerie ma è ricca di tanti piccoli gesti che la rendono indimenticabile. Ma ho amato praticamente anche tutti gli altri personaggi, persino quelli all'apparenza più antipatici (per esempio Tiny), e tutti i dialoghi e le situazioni buffe, strampalate e divertenti che si susseguono sulle pagine.
E ho amato, tantissimo, lo stile di Tom Drury. La scelta delle storie da raccontare e dei dettagli da descrivere e la semplicità con cui li ha descritti. Il suo soffermarsi su cose all'apparenza sceme e inutili, che però, messe tutte insieme, alla fine non lo sono, e il suo mettere in bocca a personaggi grandi verità in modo quasi inaspettato. Come quando un amore finisce e uno chiede all’altro:
«Louise?».
«Sì. Che cosa c'è?».
«Non dimenticarti delle cose belle».

Leggere La fine dei vandalismi, anche le pagine più tristi (e ce ne sono, e anche queste sono descritte con una delicatezza che non avevo mai trovato in altri libri), è stato in qualche modo rassicurante. Lo è stato passeggiare per le vie di Grouse County e prendere parte a dialoghi su erba cattiva che non fa bene ai cavalli, ma anche assistere a una riunione del consiglio, preparare le lasagne insieme a Helena Plum, fare il tifo per le elezioni del nuovo sceriffo o chiedersi come sia possibile che dei pesci abbiano scacciato altri pesci e non si riesca più a farli tornare.

Ho letto il libro con un sorriso e l'ho chiuso con un po' di tristezza. Come quella tristezza che provi quando sei arrivato in un posto in cui stai bene, in cui ti sei ambientato, che senti come casa e che devi abbandonare.
Per fortuna a Grouse County Tom Drury ha dedicato una trilogia, perché io non vedo proprio l'ora di tornarci.


TITOLO: La fine dei vandalismi
AUTORE: Tom Drury
TRADUTTORE: Gianni Pannofino
PAGINE: 240
EDITORE: NN editore
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: La fine dei vandalismi
formato ebook: La fine dei vandalismi