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mercoledì 18 ottobre 2017

Il mondo è bello perché è vario (e anche i libri)

Ieri a Londra è stato assegnato il The Man Booker Prize for Fiction, il premio che ogni anno viene dato al miglior romanzo in lingua inglese.
A vincerlo è stato George Saunders con Lincoln in the Bardo (pubblicato in italiano da Feltrinelli con il titolo Lincoln nel Bardo). È il primo romanzo di questo scrittore americano, finora conosciuto per le sue raccolte di racconti (pubblicate in Italia da minimum fax), ed è stato accolto dalla critica e dai lettori in modo ambivalente.
C’è chi lo ha amato tantissimo, apprezzandone l’originalità stilistica e il modo in cui è stato sviluppato il tema della morte, del passaggio nell'aldilà e del dolore sia di chi se ne va sia di chi resta. C’è chi invece lo ha trovato un romanzo furbo, senza in realtà alcuna originalità, a tratti confusionario e caotico. E, ancora, c’è a chi non è piaciuto perché non ci ha ritrovato il Saunders dei racconti. 
Io appartengo alla prima categoria: ho trovato questo romanzo originale sia per il modo in cui è scritto (fonti storiche inventate si alternano a dialoghi per far progredire la storia) sia per le emozioni che mi ha suscitato. 
Però è la terza categoria quella che mi interessa ai fini di questo post. “Non mi è piaciuto perché non ci ho ritrovato il Saunders dei racconti” o, parlando più in generale di tutti i libri, “Non mi è piaciuto perché non era quello che mi aspettavo”.

Quanto sono importanti le aspettative che i lettori hanno verso un libro nell'apprezzare o meno il libro stesso? 

©Julio Antonio Blasco
Mi è capitato spesso di iniziare le mie recensioni dicendo che per un dato libro avevo aspettative molto alte e poi di confermare o meno se quelle aspettative erano state soddisfatte. 
D'altronde perché scegliamo di leggere un determinato libro o un determinato autore? Perché per qualche motivo, sensato o meno (a volte, per me, può bastare anche la copertina), ci ha attirato; perché ne abbiamo sentito parlare bene da altri; perché lo pubblica un editore che non ci ha mai deluso; o magari semplicemente perché abbiamo già letto qualcosa di quell'autore o di quell'autrice, ci era piaciuto e quindi abbiamo deciso di leggere anche le produzioni successive.
Le aspettative con cui ci approcciamo ai libri, però, se da un lato sono umane e comprensibilissime (d'altronde, se scelgo di leggere un libro anziché un altro è perché mi aspetto di trovarci qualcosa che nell'altro non troverei), dall'altro però rischiano di distorcere, in modo più o meno pesante, il nostro rapporto con quel libro.

A me succede spesso. Leggo un romanzo o un racconto di un autore o di un’autrice che in passato mi era piaciuto e se non ci ritrovo quelle stesse sensazioni provate in passato, per un momento, rimango un po’ delusa. Poi però, nella maggior parte dei casi, riesco a dimenticarmene, ad allontanarmi dal ricordo di cosa avevo letto in passato per concentrarmi su quello che ho di fronte e cercare così di non condizionare il mio giudizio. (Non sempre ci riesco eh, sia chiaro, anche perché non sempre gli scrittori riescono a cambiare drasticamente stile o struttura di un’opera producendo qualcosa di altrettanto bello).

Mi è successo per esempio con Nick Hornby, per citare un autore abbastanza conosciuto nei cui confronti tutti, nel corso degli anni, hanno un po’ cambiato opinione: l’Hornby di Un ragazzo o di Alta fedeltà non esiste più; l’autore stesso ha faticato a rendersi conto che scrivendo in quel modo, forse perché invecchiato, forse semplicemente perché si è esaurito, non funzionava più. Allora se n’è uscito con Funny Girl: un romanzo completamente diverso e che, senza il nome in copertina, difficilmente si sarebbe potuto associare a lui. E, per me, ha funzionato. Il fatto che sia un Hornby completamente diverso non vuol dire che non sia altrettanto valido.
Un altro esempio è J.K. Rowling, che dopo Harry Potter ha pubblicato a suo nome Il seggio vacante, un romanzo completamente diverso, rivolto anche a un pubblico diverso che non sempre è stato in grado di capire che sì, la scrittrice era la stessa, ma il romanzo no. (Poi si è inventata uno pseudonimo, per pubblicare thriller, e ha rivelato di esserne l’autrice solo dopo, onde evitare altri "sì, ma non è Harry Potter").

Parlando di autori più impegnati, invece, direi che anche George Saunders rientra in questa categoria. I suoi racconti sono tutti molto belli e, probabilmente, se non avessi letto quelli (soprattutto Dieci dicembre) non avrei letto nemmeno Lincoln nel Bardo. L’impatto con il romanzo è stato abbastanza traumatico, in effetti. Perché no, non è il Saunders dei racconti e ha scritto un’opera atipica, che forse non è nemmeno classificabile come romanzo. Ma una volta superato lo shock di leggere da parte di un autore una cosa completamente diversa da quella che mi sarei aspettata, be’, quel romanzo l’ho apprezzato eccome (così come ho apprezzato la capacità di Saunders di cambiare stile, di non prendere un suo racconto e semplicemente allungarlo per farlo diventare un romanzo, con il rischio di essere molto meno efficace).

C’è poi un’altra categoria di lettori che, ammetto, fatico un po’ a capire. Ovvero quella che non riesce ad apprezzare un autore perché si aspettava, nei suoi romanzi o nei suoi racconti, di ritrovarci un altro autore. Un esempio è quello successo a La fine dei vandalismi, il primo romanzo della trilogia di Grouse County di Tom Drury, pubblicato in Italia da NN editore. Un romanzo che, di nuovo, io ho amato moltissimo, ma che ha ricevuto pareri contrastanti. Tra le critiche principali c’è quella di non essere come Kent Haruf, l’autore della Trilogia della Pianura, sempre edita da NN editore, che ha avuto un successo (per me meritatissimo) strepitoso.

Ma se in un libro si cerca un altro autore, perché non leggere direttamente i libri di quell’autore? Sì, lo so, può essere che uno abbia già letto tutto e che l’autore, perché ritiratosi o perché, come nel caso di Haruf, mancato, non possa più scrivere niente. Però su che basi si confrontano due autori che sì, hanno forse qualche tratto in comune, ma sono comunque due autori diversi.

In generale, spesso la colpa di questi strani confronti deriva dai blurb che accompagnano le uscite dei libri: quante volte sulle quarte di copertina di un autore vi capita di leggere “è il nuovo Pinco Pallino”? Oppure “in questo libro ci trovate una cosa di Tizio, una cosa di Caio e, già che ci siamo, anche una di Sempronio”?

© Franco Maticchio
È ovvio che leggendo i rimandi si sentono. Anche perché gli scrittori sono (devono… dovrebbero…) essere prima di tutto lettori e si sono formati sulle opere di autori del passato, che hanno influenzato in modo più o meno netto la loro scrittura e il loro stile.
Così come è ovvio che un editore cerca il più possibile di sfruttare il traino del successo di un altro scrittore o di un altro romanzo per vendere.
E, ultima ovvietà lo giuro, è ovvio che un lettore cerchi nei libri qualcosa che gli piaccia e per farlo il confronto con altri autori è quasi inevitabile.

Però noi lettori dovremmo anche saper andare oltre. Staccarci da quell'aspettativa che ci porta a leggere un’opera per un determinato motivo e leggerla, invece, per quello che è. Un’opera a sé, che può piacerci o non piacerci, indipendentemente da cosa abbiamo letto prima.
Anche perché, altrimenti, si potrebbe leggere sempre e solo lo stesso libro, magari cambiando solo qualche riferimento (i nomi dei protagonisti, la città di ambientazione, la professione, etc etc…), così da essere sicuri di leggere sempre la stessa cosa con lo stesso stile. 

Ma che noia, no?

venerdì 21 agosto 2015

Leggere in vacanza, in Corsica

Riprendere in mano il blog dopo il rientro dalle ferie è sempre difficile. Per quanto la pausa sia stata solo di due settimane, mi riavvicino a questa pagina bianca con un po’ di timore. Non è che non sappia cosa scrivere, anzi, ho letto ben cinque libri e di cose da dire ne ho eccome. 
Semplicemente non mi va di esordire con una recensione, così, come se non avessi interrotto momentaneamente le pubblicazioni.

E quindi ho deciso di ripartire con un post con alcune considerazioni nate in queste due settimane di vacanza. Tranquilli, non ho intenzione di raccontarvi per filo e per segno quello che abbiamo fatto, non parlerò dei bellissimi posti che ho visitato né delle strade impervie per raggiungerli (la Corsica è stupenda, ma nella parte nord occidentale e sul dito le strade sono molto, come dire, “pittoresche”… in alcune ci sono persino delle carcasse di auto nei burroni, così, per farvi stare tranquilli), e tanto meno di tutte le cose buone che ho mangiato e del vino bevuto (in Corsica si mangia e si beve davvero, davvero bene). Sono un blog di libri, io, mica di viaggi!
No, le mie considerazioni riguardano la lettura in vacanza.

Murales su una libreria a Ilé-Rousse
Quando si va in vacanza all'estero una delle primissime cose che si notano rispetto all’Italia è la quantità di persone che leggono. Sulle spiagge soprattutto, leggono praticamente tutti (quelli che non sono italiani…). Ed è una cosa bella, un po’ perché qui da noi non ci siamo tanto abituati (lettori ce ne sono anche in Italia eh, non è che voglio sempre criticare o fare di tutta l’erba un fascio), un po’ perché vedere intere famiglie di lettori è una cosa che, a noi sensibili e romantici nei confronti dei libri e della lettura, riempie sempre un po’ il cuore.
Abituati all'Italia, è strano ritrovarsi in spiaggia circondati da altri lettori (ok, una mattina molti di questi erano nudi, sebbene non fosse una spiaggia per nudisti la nostra, ma sono dettagli), vedere altre persone, di tutte le età, alternare chiacchiere, castelli di sabbia, bagni in mare e momenti di lettura sotto l’ombrellone.

Non credo sia meramente una questione di prezzo, perché come abbiamo già detto più e più volte i libri sono accessibili anche a chi non può spendere soldi (biblioteche, prestiti, book crossing, mercatini, etc etc), ma di "cultura" ed educazione alla lettura.
In Francia comunque, i prezzi dei libri come da noi. Con la differenza, enorme, che lì lo sconto fisso ai supermercati non è del 15% ma del 5%. Una cosa risaputa, così come lo è tutta la politica di difesa dei libri e delle librerie attuata negli anni dal governo francese, che però fa sì che la scelta tra comprare al supermercato e comprare in una libreria non sia una questione di prezzo. (E io sono più che convinta che una cosa del genere andrebbe imposta anche qui da noi, al posto della legge Levi e di quegli sconti casuali che soprattutto i grandi editori aggirano in continuazione).

La cosa più sorprendente, almeno inizialmente, è stata però vedere quante persone leggessero sul traghetto del ritorno. E lì molti erano italiani. Riflettendoci però con calma la motivazione è semplice, oltre che un pochino triste: sui traghetti gli smartphone non sono connessi a internet e anche se hai delle app installate, non è che puoi giocare per sei ore di fila a Candy Crush. Quindi si riscoprono i libri. Ed è stato bello vedere che non c’erano solo i best seller ma anche molti libri di editori minori: nei miei giri di ricognizione (perché sì, quando c’è gente che legge io sbircio sempre che cosa sta leggendo) ho beccato diversi e/o, qualche 66thand2nd, un po’ di minimumfax  (che sul traghetto dell’andata c’era Paolo Cognetti ve lo racconterò poi un’altra volta va), di Fazi e di Beat, oltre ovviamente agli Einaudi, ai Feltrinelli e, non posso negarlo,  a qualche sfumatura.
Insegna di una biblioteca a Calvi, chiusa purtroppo
Quindi le cose sono due: da un lato, c’è una buona fetta di lettori che legge sempre e a prescindere e non si lascia convincere solo dal libro acclamato (a meno che non ci fosse una convention di lettori forti sul mio traghetto, ma dubito), dall’altro c’è gente che legge davvero solo quando non ha nient’altro da fare. Ok, sì, si poteva guardare un po’ di tv, fissa però su italia 1 e repliche vecchissime dei Simpson, o giocare a qualche videogioco del primo dopoguerra sul ponte sei.
In generale, l’impressione è che leggere sia visto da alcuni come l’ultima spiaggia per fronteggiare la noia. “Vabbè, leggo va, finché lo smartphone non prende la rete”. 

La cosa bella sarebbe riuscire a far capire a queste persone che, quando sono a terra, possono fare convivere entrambe le cose, leggere e usare lo smartphone.


Bene, il primo post di rientro dalle ferie è finito. Forse ho detto qualche ovvietà, e me ne scuso, ma il mio cervello ci mette sempre un po’ a carburare dopo essere stato spento per quasi due settimane. In ogni caso, se ancora siete in vacanza, provate a dare un'occhiata anche voi a quanti lettori ci sono oltre a voi, così, anche solo per curiosità, per scoprire se le statistiche sono davvero così terribili come ahimè sembrano e se all'estero, forse, c'è qualche speranza in più.

Da lunedì ritornano le recensioni!

giovedì 4 giugno 2015

La mia GRANDE INVASIONE 2015

Ed eccomi qui, a due giorni dalla sua conclusione, a cercare di raccontarvi la mia Grande Invasione, il festival della lettura che ha popolato Ivrea dal 30 maggio al 2 giugno. Dico cercare, perché sono talmente tante le cose che ho fatto, le belle cose che ho fatto, che sicuramente mi perderò qualcosa per strada.
Scriverò un post unico che racchiude tutti gli eventi a cui ho partecipato perché credo sia il modo migliore per trasmettere quanto intensa è stata. Quanti begli incontri, quante belle persone, quante belle sensazioni si sono accumulate in quei quattro giorni.

Il container di La Grande Invasione in piazza Ottinetti a Ivrea

Il programma di quest’anno era parecchio ricco, ma per fortuna sono riuscita a seguire più o meno tutto quello che mi ero prefissata. A partire da sabato 30, con il primo incontro con Alessandro Baricco e Fabio Geda che hanno parlato dei libri della loro vita. Il cortile del museo Garda dove si è svolto l’evento era stracolmo. Ed è stato davvero bello vedere tutta quella gente per due scrittori. Ammetto di non aver segnato quali fossero i libri, anche se ne hanno indicati ben tre a testa (ma se cercate su twitter l’hashtag #invasione15 troverete tutto). Ho preferito ascoltare, ridere e applaudire come non mai. Ho rivalutato un po’ Baricco, di cui ho letto solo Novecento e che da sempre considero uno scrittore un po’ altezzoso, e mi sono metaforicamente innamorata di Fabio Geda, della sua umiltà e della sua simpatia (ha fatto un pellegrinaggio in America nella casa in cui hanno girato il film I Goonies, vi dico solo questo), al punto da farmi prestare uno dei suoi libri dall'amica che era con me). È bello vedere scrittori che parlano di altri scrittori e di altri libri. È bello vedere la loro passione, il loro entusiasmo e il loro rispetto per questi autori del passato che tanto hanno influenzato la loro vita. Mi piacerebbe essere in grado di parlare in quel modo degli autori che amo.

Alessandro Baricco e Fabio Geda

La sera di sabato siamo poi andati a sentire il reading di Francesco Piccolo Momenti di trascurabile (in)felicità, tratto dai suoi due libri dall'omonimo titolo pubblicati da Einaudi. Era una vita che volevo assistere a un evento con lui, dopo averlo incrociato spesso al Salone del Libro o per strada a Ivrea (e questo è uno dei motivi per cui più amo i festival letterari e le fiere, tu sei lì che ti fai i fatti tuoi e di colpo ti trovi davanti uno scrittore che si sta facendo altrettanto i fatti suoi, indisturbato) ma senza aver mai avuto il coraggio di fermarlo. È un personaggio e un uomo incredibile, almeno da quello che è apparso sul palco (per dirvi, prima di incominciare, oltre ad avvisarci personalmente che lo spettacolo avrebbe ritardato un po’, si è anche scusato per i ruttini che molto probabilmente avrebbe fatto, visto che stava bevendo una birra) e dal momento delle firme dopo. Ho riso tantissimo. Anche perché sono grande sostenitrice della felicità che le piccole cose ci posso lasciare, ma anche dello sconforto che ci possono provocare.

Francesco Piccolo

La domenica mattina, il 31 maggio, ho invece assistito al workshop di narrativa Tre tigri contro tre tigri: a tenerlo è stato Alessio Torino che ha analizzato insieme a noi il racconto Campo indiano di Ernest Hemingway. E di nuovo, si è vista la passione di Alessio Torino per questo autore e questo racconto. Una passione che è riuscito a trasmettere anche a noi, al di là dell’analisi del testo vera e propria, perché, come ha detto lui, “Hemingway può solo insegnare qualcosa, a tutti noi”.

I miei appunti del worshop su Campo indiano

Doppio incontro al pomeriggio. Il primo con Björn Larsson in conversazione in un perfetto italiano con Emilia Lodigiani di Iperborea, la casa editrice che lo pubblica in Italia. Di questo autore io non ho mai letto niente, ma ho in casa La vera storia del pirata Long John Silver, che il mio compagno ha letto. Beh, uscita dall'incontro, grazie alla sua simpatia (essere simpatici in una lingua che non è la propria, imparata “per poter parlare con voi lettori”, non è per niente semplice), le sue risposte intelligenti, il bello scambio con Emilia Lodigiani, con cui ripubblicherebbe mille volte, pur essendo un piccolo editore, mi hanno fatto venire voglia di recuperare tutti i suoi libri.
Björn Larsonn, Emilia Lodigiani e Marco Cassini

Subito dopo è stato il turno di Nickolas Butler, autore di Shotgun Lovesongs, in dialogo con la sua traduttrice Claudia Durastanti (e con un interprete molto brava, di cui purtroppo non ricordo il nome). A me il libro, lo confesso candidamente, non aveva fatto impazzire. Carino, sì, ma non era minimamente all'altezza delle mie aspettative. Sentendolo parlare, però, dell’importanza degli amici di infanzia, della propria terra di origine, del lasciarsi andare ai sentimenti senza aver paura di raccontarli o di viverli, mi ha fatto un po’ ridimensionare il giudizio sul libro. Effettivamente in Shotgun lovesongs tutto questo c’è. Anche lui è stato simpatico (“un mio amico ha detto che non ha voglia di leggere il libro, che aspetterà poi il film”) e molto carino, nel comprensibile e naturale impaccio della sua prima presentazione in Italia.
Claudia Durastanti e Nickolas Butler

Lunedì 1 giugno ho preso parte invece a soli due incontri, entrambi nel pomeriggio. Il primo è stato Esordire, in cui sono intervenuti Iacopo Barison, autore di Stalin+ Bianca edito da Tunué, e Mario Pistacchio e Laura Toffanello, autori di L’estate del cane bambino edito da 66than2nd, in conversazione con il giornalista di Linkiesta Andrea Coccia. Si è parlato di etichetta di esordienti e di come questa abbia più un valore prettamente commerciale che non reale. Si è parlato, di nuovo, della bellezza di essere pubblicati con piccoli editori (bellissimo il laconico “rifarei tutto” di Iacopo Barison) che ti considerano importanti e non semplicemente pescati a caso dal mucchio. E poi di editoria a pagamento e di autopubblicazione. Molto azzeccata è stata secondo me la scelta di non focalizzarsi sulla mera presentazione dei libri, ma far parlare gli autori di tutto ciò che c’è attorno, dal momento della scrittura alla pubblicazione. Il libro di Barison già l’ho letto, e ora leggerò sicuramente anche quello di Mario Pistacchio e Laura Toffanello.

Mario Pistacchio, Laura Toffanello, Andrea Coccia, Iacopo Barison e Marco Cassini

Nel tardo pomeriggio c’è stato poi l’incontro “Leggere i classici per reggere i contemporanei”, con Martina Testa e Matteo Nucci a parlare del rapporto che c’è tra i classici e i contemporanei e di come i primi abbiano influenzato e ancora influenzino i secondi. Ed è stato bellissimo, soprattutto gli interventi appassionati di Matteo Nucci (tra tutti “Non bisogna andare nelle scuole di scrittura, bisogna leggere Omero”) e l’esaltazione finale di Francesco Totti.



Il 2 giugno è stato l’ultimo giorno di Festival e io ho seguito due eventi targati marcos y marcos. Il primo al mattino, con il dialogo tra Davide Ferraris della Libreria Therese di Torino e Marco Zapparoli, fondatore insieme a Claudia Tarolo della casa editrice. 
Allora, quanto io ami la marcos y marcos credo lo sappiate già. L’ho ribadito più volte e credo continuerò a farlo in eterno. E sentendo finalmente parlare l’editore ho avuto la conferma che il mio amore per loro non sia ben più che motivato.  La casa editrice è prima di tutto una casa, in cui bisogna sentirsi a proprio agio, in cui bisogna far famiglia, per poi portarla fuori. Ed effettivamente, se penso a quelle belle copertine colorate, che fanno capolino dalla mia libreria, se penso al fatto che io compro i libri marcos y marcos sulla fiducia e a prescindere, anche quando non li ho mai sentiti nominare, beh, mi pare che questa idea di famiglia, con me, stia funzionando.
E poi mi è venuta un po’ di tristezza, per la distanza fisica che c’è tra me e la libreria Therese (che è Torino, ok, non così lontana, ma non posso ogni volta fare 60 km per comprare un libro), un posto magico che Davide Ferraris con le sue parole e il suo entusiasmo rende ancor più magico.  Ce ne dovrebbero essere di più di librai che dicono frasi come “Il problema non è amazon, non è il grande editore. Il problema sono i non lettori. E per me questo è uno stimolo e non una fonte di sconforto, perché vuol dire che là fuori è pieno di gente da dover conquistare”.
Insomma, credo che adesso i libri marcos y marcos li comprerò solo più alla libreria Therese.

Davide Ferraris e Marco Zapparoli

Il secondo incontro, al pomeriggio, è stato invece con Stefano Amato, autore di Bastaddi (nonché del blog L’apprendista libraio), e con Hakan Günday, autore di A con Zeta. Entrambi ovviamente pubblicati da marcos y marcos e presentati in quell'incontro da Claudia Tarolo (con l’aiuto della stessa interprete che aveva lavoro con Butler). Un siciliano e un turco, entrambi appena pubblicati per la prima volta dall'editore, hanno parlato sì dei loro libri ma anche e soprattutto della loro terra, delle difficoltà passate  e di quelle che ancora ci sono. Il libro di Stefano Amato è un remake letterario ambientato in Sicilia dei Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino (con la stessa dose di violenza, sebbene lui sia un pacifista, nonché molto mingherlino quindi non tanto credibile come assatanato di sangue, perché non sarebbe stato rispettoso edulcorare l’opera originale), mentre quello di  Günday una storia di fuga e d'amore.



Ecco, ho finito. Perdonate la lunghezza del post e perdonate soprattutto se non sono riuscita a far trasparire tutto lo spirito che si respirava a Ivrea in quei giorni, nelle sale degli incontri, ma anche fuori, per le vie e le piazze, dove davvero era possibile incontrare autori e personaggi come se nulla fosse.
È stato bello riconoscere i visi tra un incontro e l’altro, ma anche scoprirne ogni volta di nuovi. È stato bello (anche se un po’ faticoso, lo ammetto) twittare in diretta, per condividere tutta quella passione, tutta quelle letteratura con chi non poteva essere fisicamente lì.

Quindi bravi a tutti gli organizzatori, l’editore Sur con un Marco Cassini sempre presente, e la libreria Galleria del Libro con Gianmario Pilo (è una libreria che io frequento poco, lo ammetto, ma dovrò rimediare). Bravi al Birrificio del Canavese per la loro Birra Rabel e a tutti quelli che in un modo o nell’altro hanno contribuito a rendere La grande invasione un grandissimo evento.

giovedì 9 gennaio 2014

"Leggete, porcaccia la miseria" (cit.) : riflessioni sul crollo dei lettori in Italia

Oggi vorrei parlare della crisi dei lettori in Italia. Sì, lo so che lo stanno facendo un po' tutti, che stanno uscendo articoli su molti blog e quotidiani nazionali e che, alla fine della fiera, una vera soluzione non sembra esserci. Ma vorrei parlarvene lo stesso, dire come la penso io e cosa, secondo me, si potrebbe fare per migliorare un po' la situazione.

Il tutto è nato dalla pubblicazione delle più recenti stime dell'ISTAT riguardo alle percentuali di lettori in Italia, che potete trovare qui. 
La percentuale di lettori, che hanno letto almeno un libro all'anno (ma sono lettori, questi?) rispetto al 2012 è scesa dal 46% al 43%. Permane la disparità tra i sessi, con le donne che leggono molto di più degli uomini (49,3% della popolazione femminile rispetto al 36,4% di quella maschile), così come quella territoriale (al Nord, per qualche strano motivo, si legge più che al Sud).

©Diana Toledano
Il dato più allarmante è sicuramente quello della percentuale di lettori: vuol dire che più del 50% della popolazione non legge nemmeno un libro all'anno. Nemmeno d'estate, in spiaggia. Nemmeno sul treno, in sala d'aspetto, alla fermata del bus o sotto una coperta d'inverno. Non so voi, ma io trovo questa cosa tristissima.
Sorge quindi spontaneo chiedermi: ma perché la gente non legge? 
Una domanda a cui in tanti, tantissimi, molto più esperti di me, stanno cercando disperatamente di trovare risposta, senza però riuscire in realtà a fare nulla di concreto per migliorare questa situazione. Belle proposte, come quelle lanciate da diversi editori sull'ultimo numero di Tuttilibri, l'inserto letterario de La Stampa (e che a poco a poco stanno comparendo anche online: potete già leggere le idee di Claudia Tarolo, della Marcos y Marcos, e di Ernesto Ferrero, il patron del Salone del Libro di Torino),  o pesanti critiche al sistema editoriale (Antonio Scurati, sempre su Tuttolibri, e Luca Formenton su Il fatto quotidiano), che pubblica troppi libri in troppo poco tempo, troppi bestseller, puntando più sulla quantità che sulla qualità.

E partiamo un attimo da questo, un argomento non poi troppo difficile da trattare, basta entrare in una qualunque libreria, soprattutto quelle di catena, per capire che effettivamente si pubblica davvero troppo (più di 50.000 libri nuovi ogni anno) e soprattutto si pubblicano libri destinati a rimanere sugli scaffali per pochi, pochissimi mesi. Un ricambio continuo, in cui la quantità prende decisamente il sopravvento sulla qualità, e che porta a mio avviso più confusione che voglia di leggere. Non sai dove guardare, non hai tempo di scoprire un libro (non è sempre amore immediato, a volte ci va anche un po' prima di decidere se leggere o meno un determinato volume), che subito vieni bombardato da un altro libro. Come è possibile che diminuiscano i lettori, diminuiscano le stime delle vendite, eppure aumentino le pubblicazioni? Mi sembra assurdo pensare che sia l'offerta a mancare e che quindi sia necessario produrre sempre di più. Eppure a volte l'impressione è proprio quella.

Un altro argomento su cui si spinge tanto è poi l'importanza delle scuole e delle famiglie, per avvicinare i più giovani al mondo dei libri, della lettura e della cultura. Una cosa non semplice da attuare, soprattutto se alle spalle di questi ragazzi che si vuol trasformare in lettori ci sono genitori che lettori non sono. Gli stessi genitori che si lamentano se i figli hanno troppi compiti, troppe cose da leggere e da fare per la scuola. Eppure, se guardiamo ai dati ISTAT la fascia d'età in cui si legge di più è quella tra gli 11 e i 14 anni. Quindi non è del tutto vero, che i ragazzini non leggono.
Sia chiaro, non tutti i genitori sono così, ci sono quelli che hanno sempre letto ai propri figli, che ci provano ogni giorno, senza successo. I figli, soprattutto se adolescenti, non sono sempre facili da convincere.
Non so come funzioni oggi, ma quando andavo a scuola io, alle elementari avevamo istituito una piccola biblioteca di classe: ognuno portava uno o più libri da scambiare con i compagni. Alle medie, complice una professoressa d'Italiano eccezionale, leggevamo tanto, tantissimo. E idem al liceo (anche se devo ammettere che lì è stato più grazie a quella di Letteratura inglese, che non a quella di lettere). Ora non funziona più così? Davvero non ci sono più insegnanti che, con le loro parole e la loro passione, riescono a coinvolgere i propri alunni? Non ci credo. Non ci posso e non ci voglio credere.(E non è nemmeno una questione di mancanza di fondi, di tagli, che sicuramente hanno colpito le scuole, martoriandole, ma che non hanno alcuna influenza sulla scelta o meno di far leggere libri o di creare biblioteche di classe).

Altro argomento molto sentito è quello del costo dei libri, che viene visto come un deterrente per l'acquisto e la lettura. Premesso che io stessa, come ho già detto più volte, credo che in alcuni casi il prezzo del libro sia esagerato, soprattutto in relazione a quanto viene effettivamente offerto (cartonato da dodici kg, scritto in carattere diciotto, per aumentare il volume e quindi giustificare, in qualche modo, i 18-20€, se non anche 25€, del prezzo di copertina), questa mi sembra, francamente, una delle scuse più insensate mai sentite. Esistono le biblioteche. Esiste il bookcrossing. Esistono le offerte, le promozioni, i libri usati, gli scambi. Modi per leggere senza spendere un euro, o spendendone proprio pochi, ce ne sono eccome. Se solo si vogliono sfruttare.
E poi adesso arrivano le detrazioni fiscali: 1000 € per la scolastica, 1000€ per tutti gli altri libri saranno detraibili del 19% a partire, forse, da quest'anno (dichiarazione del 2014). Un ulteriore incentivo, stimolo, all'acquisto che però, onestamente, più che portare in libreria lettori nuovi darà una mano a quelli già attivi. Che è meglio di niente, sicuramente (e io sto gongolando da quanto è uscita la notizia, sia chiaro), ma che non so quanto possa risolvere il problema e incentivare la lettura di chi di libri proprio non vuol sentire parlare.

Non credo neanche che il problema sia l'avvento della tecnologia, degli smartphone, di internet e dei videogiochi. Io ho uno smartphone, lavoro al pc tutto il giorno, sempre connessa a internet e leggo comunque tantissimo. E come me molti, moltissimi altri. Anzi, internet è stato più e più volte un ulteriore stimolo, uno strumento efficace per portarmi a conoscere nuovi libri che altrimenti non avrei mai conosciuto. Quando ero più giovane e avevo più tempo, giocavo anche ai videogame (con delle sessioni di The Sims e di Age of Empire che duravano ore). Eppure leggevo e leggo. E come me, sono sicura molti, moltissimi altri.

E poi c'è lei. La tv, che forse forse un po' di responsabilità per l'abbassamento del livello culturale in Italia ce l'ha. Programmi idioti, spesso volgari, con conduttrici e conduttori che fanno del trash e dell'eccessivamente tragico il loro cavallo di battaglia, portando in qualche modo al loro livello le menti con un po' meno senso critico di altre di chi li guarda. (E il problema è che poi questi stessi conduttori scrivono libri, altrettanto idioti, che vendono).

©Virginia Mori
Secondo me, il problema principale è la pigrizia che ha colpito un po' tutti. Il "non riesco a fare tutto" e quindi non leggo. Il "perché devo sforzarmi di leggere un libro quando posso vedere il film?" o "la biblioteca è lontana". Da dove arrivi questa idea che leggere sia un'attività faticosa, onestamente, non lo capisco. Capisco la problematica del tempo, quella sì, ma non può valere sempre.
E l'altro grosso, grossissimo problema è che la lettura viene spesso vista come un'alternativa a qualcos'altro. Se spendo i soldi per lo smartphone non li posso spendere per i libri. Se spendo i soldi per una pizza non li posso spendere per i libri. Se compro i piatti di carta (che poi questa "notizia", riportata su Officine Masterpiece, mi ha fatto un po' ridere, perché è come dire che si spende più di detersivi o di assorbenti che non di libri... i paragoni vanno fatti tra oggetti di uguale o simile portata), non posso comprare i libri. Finché persino dall'alto verranno fatti questi paragoni, finché si contrapporrà la lettura a tutto il resto, secondo me, non si andrà da nessuna parte. Si può fare tutto: avere lo smartphone ma anche un libro in borsa, mangiare una pizza fuori (o in casa, o dove vi pare) e nel mentre parlare di libri con i vostri compagni di cena, e idem comprare i piatti di carta, i videogiochi, etc etc etc. Se si vuole, si può fare tutto.

Cosa fare quindi per invogliare i non lettori a diventare lettori? Come si fa a far capire loro cosa si stanno perdendo, a causa della loro pigrizia? Onestamente, non lo so. Regalare o prestare loro dei libri, trascinarli a presentazioni, a fiere o anche solo il libreria e in biblioteca, per dieci minuti, tutte le settimane. Raccontare loro dei propri viaggi di carta o dei propri amici d'inchiostro. Sbattergli qualcosa sulla testa finché non rinsaviscono (ok, questo rimedio è un po' violento, non fatelo magari).
Non so quali di queste cose potranno effettivamente funzionare. Ma tentare non ci costa nulla, no?


*Per il titolo del post ringrazio Lisa, una fan della pagina facebook del blog, che ha scritto questa frase qualche tempo fa... frase che è diventata il mio motto.

sabato 24 ottobre 2009

C'era una volta un re...

... diranno i miei piccoli lettori.
Ma no, vi state sbagliando, c'era una volta... una ragazza con una passione incredibile per la lettura.
Leggeva sempre e ovunque, un po' per passare il tempo,ma soprattutto perchè non riusciva a farne a meno.E dopo aver letto ogni libro, sentiva il bisogno di esprimere la sua opinione e di condividerla con altri.
Per farlo, ha creato questo blog. Un posto dove poter dire liberamente quello che si pensa di un libro (con commenti per niente imparziali), elogiandolo e criticandolo in qualità di lettori.
Ogni post sarà accompagnato da una Nota alla Traduzione, un aspetto che non sempre viene considerato ma che spesso influenza la qualità di un libro.
Buona lettura!