martedì 26 maggio 2015

PICCOLA OSTERIA SENZA PAROLE - Massimo Cuomo

Ho sempre avuto più difficoltà a parlare dei libri belli che di quelli brutti. Sembrerà assurdo, perché elogiare dovrebbe essere più facile che criticare, eppure, ogni volta che mi ritrovo di fronte a questa pagina bianca per parlarvi di un libro che mi ha davvero colpita ed emozionata, vado un po’ nel panico. Ho paura di non riuscire a esprimere davvero perché quel determinato libro mi ha colpita, paura di cadere in frasi piene di superlativi ma, alla fin fine, povere di contenuto e banalizzare qualcosa che è tutto fuorché banale.


Sapevo fin da subito che Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo sarebbe stato uno di quei libri che mi sono piaciuti talmente tanto da aver difficoltà a parlarne. Lo sapevo fin dalla semplicissima eppur bellissima copertina, disegnata da Alessandro Gottardo, e da quando, sfogliate le prime pagine, mi sono trovata di fronte a una data, il 1994, anno dei mondiali in USA che io ho vissuto in un campeggio in Toscana, e, soprattutto, al quadrato del Paroliere. Lo conoscete, vero? Quel gioco composta da dadi, 16 nella versione originale, che hanno su ogni faccia una lettera. E tu li mescoli e poi devi combinare le lettere che vengono fuori per formare parole di senso compiuto. Ecco, io quel gioco ce l’avevo, anche se nella mia versione i dadi sono 25, e da bambina ci giocavo tantissimo. 

Ma al di là dei miei ricordi, che comunque il modo inaspettato in cui un libro riesce a riportarli a galla è uno dei motivi per cui adoro la lettura, in questo libro c’è un mondo. Quello di un paese, Scovazze, tra Veneto e Friuli, famoso in passato per il suo allevamento di tori, ora quasi fallito, e che ora ruota tutto attorno al suo bar, con i suoi tavoli di briscola e le sue slot machine. Tutti si conoscono, tutti sanno tutto o quasi degli altri e nessuno parla, nessuno fa domande. Finché un giorno d’estate, con i Mondiali ormai iniziati, non arriva Salvatore Maria Tempesta, un forestiero, un terrone, che subito si scontra con la poca voglia di chiacchierare che hanno gli abitanti di Scovazze. Nessun sa perché lui sia lì, nessuno chiede, sebbene la curiosità sia tanta. Si sa solo che sta cercando un campanile. A poco a poco Salvatore Maria Tempesta imparerà che i gesti possono valere tanto, tantissimo. E al tempo stesso tutto il paese ridarà ascolto alle parole.

Piccola osteria senza parole è un libro di una semplicità quasi disarmante, per la sua ambientazione, per i suoi personaggi e per la vita che questi vivono ogni giorno. Ed è forse questo che me lo ha fatto amare così tanto. Quelle piccole cose, quei piccoli gesti, come una torta lasciata su un muretto o una lotteria di boeri, una mietitrebbia che passa in una via o un bbq per dare addio qualcosa, o come l’altro giorno che ho aperto la finestra di sera e ho visto un gruppo di lucciole, ecco, queste sono quelle cose che più in assoluto per me rendono la nostra vita magari non bella, ma sopportabile, e che fanno di questo libro un piccolo gioiello.
Al punto che il colpo di scena finale del libro, che è comunque notevole, risulta quasi superfluo in mezzo a tutte quelle piccole eppur grandi cose che Salvatore Maria Tempesta e gli abitanti di Scovazze si scambiano più o meno consapevolmente.

Leggendo questo libro mi è venuta voglia di giocare a Paroliere, di mangiare il Piedone, di ballare l’hully gully e di offrire a qualcuno un pezzo di torta.  Oltre che, ovviamente, di consigliarlo a tutti.

Perché è un libro bellissimo, e al diavolo il non voler usare i superlativi.


Titolo: Piccola osteria senza parole
Autore: Massimo Cuomo
Pagine: 238
Editore: e/o
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formato brossura: Piccola osteria senza parole

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