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giovedì 1 agosto 2019

Leggendo a luglio

E così anche luglio è finito. Finalmente, aggiungerei, perché è stato un mese un po’ stancante: soprattutto i primi venti giorni, tra scadenze, consegne e lavori rimasti un po’ indietro per via della scuola da recuperare in fretta e furia. Ma è stato anche un mese di cose belle (il mio compleanno, ma anche una nuova collaborazione come traduttrice inaspettata e, soprattutto, fighissima, di cui parlerò a tempo debito), di gite, di chiacchiere e di tanto, tanto caldo.

Il Funko Pop di Harry Potter che mi ha regalato mio fratello per il mio compleanno

Ed è stato anche un mese di ottime letture. Nonostante ne avessi altre per lavoro in contemporanea, sono riuscita a trovare il tempo e la tranquillità necessaria per leggere ben cinque libri (okay, quattro più un fumetto, in realtà, ma sempre cinque sono).
Eccoli qua:


Di La mia estate fortuna di Miriam Toews e di Dopo le fiamme di Fernando Aramburu ho già parlato in post dedicati, perché per raccontarveli mi occorreva molto più spazio di quello che avrei avuto a disposizione in un semplice riepilogo di letture.

Dov’è casa mia. Storie oltre i confini di Davide Coltri, edito da minimum fax, è invece una raccolta di racconti, di storie vere che l’autore ha raccolto nel corso degli anni come operatore umanitario. Racconti di fughe, di guerre, di famiglie che si separano e non si ritrovano più, di superstizioni e di sogni infranti: è quello che succede ogni giorni, in diversi paesi del Medio Oriente e dell’Africa, posti che sembrano lontanissimi ma che in realtà sono più vicini di quanto sembrino. È una raccolta che, soprattutto di questi tempi in cui l’umanità sta venendo sempre meno, dovrebbero leggere, per capire.

The Silkworm (in italiano Il baco da seta, pubblicato da Salani con la traduzione di Andrea Carlo Cappi) è invece il secondo volume della serie scritta da Robert Galbraith (aka J.K.Rowling) dedicata a Cormoran Strike. Li sto leggendo in lingua originale, con estremo ritardo rispetto alla loro uscita, e mi sto davvero appassionando. Cormoran è un fico, c’è poco da dire. E la Rowling anche nelle vesti di scrittrice di thriller (okay, c’è anche un po’ di rosa) è bravissima. Ma ve lo racconterò poi meglio quando avrò finito tutti e quattro i romanzi pubblicati finora (sto leggendo proprio ora La via del male).

E poi ci sono I Mumin, questi buffi troll bianchi e pancioni ideati da Tove Johansson che Iperborea ha ripreso l’anno scorso a pubblicare. In questa quarta avventura, la famiglia Mumin se ne va in riviera, a scoprire le comodità di un hotel a cinque stelle e l’ebbrezza della ricchezza e del casinò. Per loro che sono abituati a vivere in una capanna e a mangiare quel che passa il convento sembra il paradiso, ma ben presto capiscono che non è importante dove sei o quanti oggetti materiali hai, ma con chi stai.

Come già accennato, ora sono alle prese con la terza avventura di Cormoran Strike (di cui sono sempre più innamorata) e intanto penso già al Festivaletteratura di Mantova che si terrà dal 4 all’8 settembre. Il programma quest’anno è fenomenale (c’è Tom Gauld!), tanto che appena sono usciti i primi nomi degli ospiti a fine giugno abbiamo già preso l’alloggio. Ma anche di questo vi parlerò poi bene più avanti. Cosa leggerò in questo agosto, invece, ancora non lo so: deciderò di volta in volta, in base all'ispirazione del momento. 

E il vostro luglio di letture come è stato? 

martedì 12 dicembre 2017

MUMIN e le follie invernali - Tove Jansson



Ho una passione per le strisce a fumetti vintage. È nata con i Peanuts di Schulz ormai parecchi anni fa, per poi consolidarsi con Mafalda di Quino, ma anche con titoli forse meno conosciuto come la strega Broom Hilda, B.C. e Il Mago Wiz di Johnny Hart, Hi & Lois di Mort Walker, Blondie e Dagoberto di Murat Young e, naturalmente, il mitico Andy Capp di Reg Smythe. 
Non che abbia in casa pile e pile di volumi, questo no, però quando mi capitano sotto mano li leggo sempre con immenso piacere. E provo altrettanto piacere a scoprirne di nuovi.

È un po’ quello che mi è successo con i Mumin, i personaggi nati dalla matita di Tove Jannson, scrittrice, pittrice e vignettista finlandese, che ho scoperto quasi per caso, quando mi è arrivata la newsletter della casa editrice Iperborea che annunciava la pubblicazione del primo volume, Mumin e le follie invernali.

Ho visto la copertina, con questi buffi troll molto simili a ippopotami, e ho subito cercato qualche informazione in più su di loro e sulla loro autrice. 
O almeno, ci ho provato… ma poi mi sono distratta a leggere qualche striscia qua e là e me ne sono innamorata.

Le strisce dei Mumin, di cui Iperborea pubblicherà l’intera serie in una collana dedicata di ben ventun volumi,  sono nate nel 1947 e pubblicate in Italia per la prima volta dalla rivista Linus sul finire degli anni ’60, e raccontano le avventure della omonima famiglia (Papà Mumin, Mamma Mumin e il piccolo Mumin) e di una serie di amici fedeli e di nuovi personaggi che incontrano man mano nella loro vita.



In Mumin e le follie invernali, la famiglia, che, checché ne dica la tradizione, di stare in letargo per l’inverno proprio non ha voglia, si ritrova ad aver a che fare con il signor Brio, un fanatico degli sport sulla neve e della competizione, che decide di mettere tutti alla prova in ogni attività sportiva invernale possibile e immaginabile, nonostante sia evidente che nessuno di loro sia così portato per quel tipo di movimento fisico.
Il piccolo Mumin, poi, non solo dovrà destreggiarsi tra capriole e ruzzoloni, ma dovrà anche tenere sotto controllo la sua fidanzata Grugnina che sembra aver perso la testa per il signor Brio. Ad aiutarlo a risolvere la questione arriveranno il fidato amico Ombra e la buffa foca Edoardo, nonché la saggezza di Mamma e Papà Mumin.

Il fumetto di Tove Jannson è davvero incantevole. È buffo, ironico e a tratti pervaso da una certa poesia che rende questi personaggi indimenticabili. Le loro storie sono semplici, e adatte quindi a un pubblico di bambini sicuramente, ma strizzano l’occhio anche agli adulti, che non possono non coglierne la bellezza, l’umanità e la poesia, ma anche la loro, a volte sadica ma sempre fantastica, ironia.


TITOLO: MUMIN e le follie invernali
AUTORE: Tove Jansson
TRADUTTORE: Sofia Sacchi
PAGINE: 95
EDITORE: Iperborea
PREZZO: 12 €
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo:Mumin e le follie invernali

giovedì 23 giugno 2016

TUMBAS. Tombe di poeti e pensatori - Cees Nooteboom

Perché si va sulla tomba di una persona che non si è mai conosciuta? Perché ci dice ancora qualcosa, perché dice qualcosa a te, qualcosa che ti risuona ancora nelle orecchie, che ti è rimasta in testa e probabilmente non potrai mai dimenticare, qualcosa che conosci a memoria e che di tanto in tanto, a bassa o ad alta voce, ripeti. Con una persona di cui si ricordano le parole si ha una relazione di qualche tipo.

Io sono una di quelle persone che quando è in gita da qualche parte se ci sono cimiteri in cui sono sepolti scrittori e scrittrici, o persone in qualche modo conosciute, va sempre a visitarli.
Non credo sia una forma di turismo macabro, o almeno io non l’ho mai percepita così. La vivo più come un omaggio che faccio a qualcuno che, seppur solo su carta o in qualche altra forma artistica, ha fatto o fa parte della mia vita. (Certo, questo a volte mi ha portato anche a fare figure non proprio eleganti, come quando a Londra sono uscita da Westminster dicendo “Oddio, ho camminato su Dickens”… ma ero davvero emozionata).

Quando ho scoperto dell’esistenza di Tumbas, tombe di poeti e pensatori di Cees Nooteboom, pubblicato in Italia da Iperborea con la traduzione di Fulvio Ferrari, mi sono subito sentita un po’ meno sola e ho deciso che, prima o poi, avrei dovuto leggerlo.
In questo libro, corredato dalle foto di Simone Sassen, Cees Noteboom raccoglie tutte le tombe di scrittori e scrittrici, ma anche altri tipi di personaggi del mondo dell’arte e della cultura, che ha visitato nel corso di trent’anni di viaggi in giro per il mondo. Di fronte a ognuna di essere, l’autore ha ricordato o un testo dell’autore, o un aneddoto vissuto insieme (ovviamente solo nel caso di quelli che ha conosciuto) o del momento della scoperta della tomba, o, in alcuni casi, citazioni di altri.

L’idea generale del libro, ovviamente, mi è piaciuta molto. Da amante dei libri e della letteratura, ho trovato questo pellegrinaggio molto bello e molto poetico, un grande omaggio di uno scrittore a chi lo ha formato. 
Una volta iniziato a leggere il libro, però, devo ammettere che il sentimento predominante è stato quello della noia. Forse ho sbagliato io, che avrei dovuto inframmezzarlo alla lettura di un romanzo vero e proprio, usandolo quasi come testo di consultazione, da leggere qualche pagina per volta. Però non posso fare a meno di pensare che si tratti di una grandissima idea, di un grandissimo progetto che poi messo su carta, in questa forma, perde un po’. Mi sarebbe piaciuto leggere delle emozioni provate da Noteboom di fronte alle tombe, o del momento in cui nella sua vita ha conosciuto questi autori. Le citazioni mi sono sembrate solo un modo per riempire lo spazio, soprattutto nel caso dei personaggi meno famosi di cui forse avrebbe potuto raccontare di più.

Sicuramente Tumbas tombe di poeti e pensatori racconta di un viaggio affascinante, che per Cees Noteboom deve essere stato grandioso.
Forse però è una di quelle esperienze (e ce ne sono tante!) che in un libro non si possono racchiudere, e hanno senso solo se si vivono.

Titolo: TUMBAS. Tombe di poeti e pensatori
Autore: Cees Nooteboom
Traduttore: Fulvio Ferrari
Pagine: 380
Editore: Iperborea
Prezzo di copertina: 20,00€
Acquista su Amazon:

martedì 1 marzo 2016

Se febbraio non febbreggia, marzo campeggia... che non so cosa voglia dire, quindi, nel dubbio, leggo!

Ed ecco che siamo già arrivati al 1° marzo. Non so per voi, ma questi primi mesi dell'anno stanno passando velocissimi e, devo dire, ne sono molto contenta. L'autunno e l'inverno non mi piacciono molto, soprattutto quest'anno che non si è visto nemmeno un fiocco di neve. Preferisco vedere i fiori che sbocciano e sentire arrivare il caldo. E poi, con l'arrivo della primavera arrivano anche le fiere del libro (Bookpride, Salone del Libro, La grande invasione...). Insomma, per fortuna siamo già al 1° marzo!

Febbraio è stato un mese molto ricco. Non tanto di letture, in quanto mi sono fermata a quota sette libri letti (che sono tante, sicuramente, ma meno del mio solito), ma di molte altre cose. E partiamo proprio da quelle.

Il mese è iniziato con il confronto tra un libro originale e la sua versione distillata. Un lavorone di due giorni e molte imprecazioni, che ho riassunto nel post: "Di quella volta in cui ho comprato un libro distillato (e poi l'ho confrontato con l'originale)"
Querele per fortuna ancora non me ne sono arrivate e sono davvero contenta di essermi tolta la curiosità di sapere quanto triste poteva essere quest'operazione.

Poi, io e il lettore rampante siamo andati in gita a Verona per San Valentino. Non ho scritto nessun post a proposito, ma di cose letterarie ne abbiamo fatte un sacco anche lì. (Come potete immaginare, c'erano Romeo e Giulietta ovunque). Tra l'altro, proprio a Verona ho finalmente incontrato dal vivo alcune persone che ho sempre e solo conosciuto in rete: Cristina del blog Athenae Noctua e Elisa e Alessandro di Di questo libro e degli altri. Che bello scoprire i nostri visi al di là dello schermo!

Io e il buon vecchio William a Verona
Parlando sempre di lettore rampante, ho cercato di rubargli il bancomat in una nuova puntata di Casa Rampante.

Il 20 febbraio si è tenuto il secondo incontro di Una valigia di libri, questa volta dedicato agli scrittori e ai romanzi europei. Come credo di aver già detto e scritto in ogni occasione possibile, è stato davvero bellissimo. Tanta gente, un clima perfetto (grazie all'ospitalità della Libreria Sulla parola, che è un piccolo angolo di paradiso libresco) e tantissimi consigli arrivati. Non vedo davvero l'ora che sia il 19 marzo per il terzo incontro.

Il mese si è concluso con la bella intervista sul blog Impression chosen from another time, in cui racconto come è nata La lettrice rampante e altre amenità. Grazie ancora per l'ospitalità! (E voi, se ancora non la conoscete, cosa state aspettando?)

E ora veniamo ai libri. Sette sono state le mie letture questo mese. Tante, rispetto alla media nazionale, ma in leggero calo per i miei standard. Una scelta voluta, in realtà, perché mi sono resa conto che stavo diventando un po' una macchinetta e questo mi portava a godermi un po' meno quello che stavo leggendo. Quindi la parole d'ordine da questo mese è «lentezza» (per quanto mi sia possibile, ovviamente).

I libri letti questo mese, meno uno.
Sette letture, dicevamo, e tutte davvero molto belle:

I VENERDI' DA ENRICO'S  di Don Carpenter: pubblicato in Italia da Frassinelli con la traduzione di Stefano Bortolussi, è un libro che parla di libri, certo, ma soprattutto di scrittori e di quanto sia difficile soddisfare le aspettative, soprattutto se autoimposte.

LA PROPRIETA' TRANSITIVA di Nelson Martinico e Federico Ligotti : pubblicato da edizioni Spartaco, è un romanzo utopico in cui il nostro paese, schiacciato da anni di corruzione e raccomandazioni, finalmente vede un po' di luce quando viene eletto come presidente del consiglio un ex trans, grande idealista e sognatore.

UN COMPLICATO ATTO D'AMORE di Miriam Toews: l'unico libro della Toews pubblicato non da marcos y marcos ma da Adelphi, con la traduzione di Monica Pareschi. Eh niente, io amo questa autrice e non c'è molto altro da aggiungere.

I GATTI NON HANNO NOME di Rita Indiana: pubblicato in Italia da NN Editore con la traduzione di Vittoria Martinetto, il libro è un viaggio in Sudamerica, ma soprattutto nella testa di un'adolescente alle prese con la scoperta di se stessa e della vita.

IL PORTO DEI SOGNI INCROCIATI di Björn Larsson: un libro di sogni e di mare, pubblicato da Iperborea con la traduzione di Katia de Marco.

LA TRAMA DEL MATRIMONIO di Jeffrey Eugenides: un romanzo che parla d'amore e di quanto a volte possa essere difficile. Pubblicato da Mondadori con la traduzione di Katia Bagnoli e, per me, più bello di Middlesex.

COME ACCADDE CHE THOMAS LECLERC 10 ANNI 3 MESI E 4 GIORNI DIVENNE FULMINE TOM E SALVO' IL MONDO di Paul Vacca: un libro sull'autismo con un protagonista che è un piccolo supereroe.  Edito da Edizioni Clichy con la traduzione di Tania Spagnoli e Federico Zaniboni.


E il vostro febbraio come è andato?

venerdì 19 febbraio 2016

IL PORTO DEI SOGNI INCROCIATI - Björn Larsson

Non piangeva più, tanto a cosa serviva? Si versa qualche lacrima e poi si deve comunque continuare a vivere. Ma come ci si libera da quello che manca? Come si fa a smettere di sognare per non provare più quella terribile nostalgia? Era questo che voleva le dicessero, ma nei suoi libri non c'era. Dove sono scritte le cose importanti, quelle che bisogna sapere per essere felici nella vita?



Pur vivendo da sempre a meno di 50 km dalle montagne, ho sempre amato di più il mare. In qualunque stagione e con qualunque tempo atmosferico. Il mare mi rilassa, mi calma o mi distrae quando è agitato. Per questo una volta al mese, massimo ogni due, cerco di andarci. 
Viaggiare in nave, poi, mi diverte tantissimo. E ho sempre trovato molto romantica l’idea dell’arrivo in porto, soprattutto dopo un lungo viaggio, con la gente che ti aspetta per salutarti e accoglierti dopo magari mesi di distanza. Forse oggi questo spirito romantico un po’ si è perso rispetto ai primi lunghi viaggi in mare. Però quando partono e quando arrivano in porto, sia che siano navi da crociera, sia che siano mercantili, la sirena la suonano sempre. Un saluto, forse (o magari un qualche segnale di riconoscimento per gli addetti portuali, ma non toglietemi la poesia).

Il porto dei sogni incrociati di  Björn  Larsson, pubblicato in Italia da Iperborea con la traduzione di Katia De Marco, unisce un po’ tutti questi elementi. I viaggi in mare, l’arrivo in porto, la gente che aspetta sperando che da quella nave scenda qualcosa o qualcuno che cambierà loro la vita.

Marcel è il capitano di una nave mercatile, anche se lui si definisce “un venditore ambulante di sogni”. Una nave che trasporta fertilizzanti e che ha la strana abitudine di toccare i porti dei paesini più sperduti del nord Europa, anziché quelli più frequentati e battuti. È così che conosce Rosa Moreno, una giovane barista che vive in Galizia e che non ha mai avuto il coraggio di muoversi; è così che conosce madame Le Grand, Mama per gli amici, una vedova che accoglie i marinai quando arrivano in un piccolo porto bretone e ne archivia i sogni e le speranze; è così che conosce anche Peter Sympson, un gioielliere irlandese un po’ solitario che ama le pietre più di se stesso; o ancora Jacob Nielsen, un ex ingegnere informatico, che si è rifugiato in un paesino danese per cambiare vita ma che proprio non riesce a sopportare l’idea di venire dimenticato. In un modo o nell’altro Marcel tocca e cambia la vita di queste quattro persone, proprio come sembra essere da sempre abituato a fare. Mai avrebbe pensato, però, che queste quattro persone sarebbero poi venute a cercarlo per cercare di cambiare la sua. Ma si può cambiare la vita di un uomo abituato a viaggiare e stare in mare?

La prima cosa che traspare dalla lettura di Il porto dei sogni incrociati è l’incredibile amore che Bjorn Larsson ha per il mare. Praticamente tutti i suoi romanzi, a partire dal celebre La vera storia del pirata Long John Silver, sono ambientati in mare o vicino a esso, come un tributo o un segno di riconoscenza che questo autore svedese vuole rivolgere a quell’enorme distesa blu.
Questo libro è ambientato sul finire degli anni ’90, si sta aspettando l’euro e internet sta piano piano iniziando a prendere piede, eppure, vuoi per i paesini che tocca, vuoi per le vite dei personaggi o per questa figura misteriosa di Marcel, potrebbe essere tranquillamente un romanzo del passato, talmente bene è ricreata l'atmosfera.

Il porto dei sogni incrociati è un libro che, anche se all'apparenza forse un po' banale, ti mette in pace con te stesso. Che ti fa voglia di andare in porto e aspettare l'arrivo di una nave, ma soprattutto che ti fa pensare che, anche nei momenti più difficili, anche nei ricordi più dolorosi da superare, potrebbe sempre arrivare qualcuno o qualcosa a cambiare le cose, a farti svegliare dal torpore e ricominciare a sognare.

Titolo: Il porto dei sogni incrociati
Autore: Björn Larsson
Traduttore: Katia De Marco
Pagine: 312
Editore: Iperborea
Acquista su amazon:

venerdì 20 novembre 2015

IL LIBERATORE DEI POPOLI OPPRESSI - Arto Paasilinna

Surunen si presentò. Era finlandese, insegnante di lingue, e nelle vacanze estive si dedicava alla liberazione dei prigionieri politici.

Arto Paasilinna è un prolificissimo autore finlandese. Solo in Italia, Iperborea ha pubblicato quattordici suoi romanzi. Tra questi c’è anche L’allegra apocalisse, l’unico che avevo letto finora, ispirata principalmente dalla trama e dall’averlo trovato in offerta in e-book. Non sono una grande lettrice di autori nordici, anche se devo dire ultimante Iperborea mi ha permesso di scoprirne alcuni davvero molto belli.
L’allegra apocalisse non era però tra questi. L’idea di base del romanzo mi era piaciuta molto, ma poi Paasilinna, almeno secondo i miei gusti, si era perso un po’ nello svilupparla. Da lì non mi era mai venuto in mente di leggere altro di questo autore, pur sapendo benissimo che probabilmente avevo solo avuto sfortuna. Finché Iperborea non mi ha scritto per propormi di dare all'autore finlandese una seconda possibilità, con Il liberatore dei popoli oppressi. Già solo per questo approccio, avrei risposto sì. Poi ho letto anche la trama del libro e “cavolo, certo che gliela do una seconda possibilità!”.

Il liberatore dei popoli oppressi di Arto Paasilinna, tradotto in italiano da Francesco Felici, è la storia di Viljo Surunen, emerito glottologo di Helsinki, nonché volontario di Amnesty International, che decide di partire per il Monterey, uno stato del Centro America, per andare a liberare Ramón López, un professore da anni detenuto ingiustamente nelle prigioni di quello stato. A nulla sono servite, infatti, le lettere di protesta e gli appelli che lui e la sua dolce compagna di ideali e d’amore Anneli Imonen hanno inviato in tutto il mondo e per molto tempo per chiederne la liberazione. Qui occorre esporsi in prima persona, agire. E quindi, dopo qualche difficoltà organizzativa e burocratica, Viljo Surunen parte al salvataggio di Ramón. Dopo molte peripezie, strani incontri, qualche pestaggio, un terremoto e uno strano rituale di disinfezione, le cose sembrano andare per il verso giusto. Sulla strada di casa, poi, Surunen fa una piccola deviazione a Delatosia, uno paese dell’Est Europa, che sembra molto civile, ma che poi forse non è così diverso dal Monterey. E Surunen finisce per mettersi di nuovo in azione.

Il liberatore dei popoli oppressi è sicuramente un libro molto divertente e molto piacevole da leggere. Ci si lascia subito conquistare da Viljo Surunen, dai sui bislacchi incontri (il pinguinista è sicuramente il mio preferito!) e dalle sue avventure in nome dei suoi ideali di libertà. E si sorride di fronte a tutta la burocrazia che l’uomo è costretto ad affrontare e di fronte all'ipocrisia di certi potenti nei paesi che visita. 

Però anche questa volta, per quanto mi riguarda, c’è un però. Che è molto più piccolo rispetto a quello che avevo provato con la lettura di L’allegra apocalisse, ma che comunque non posso ignorare.
Il fatto è che non ho capito quale fosse il reale messaggio del libro. E nemmeno se un vero messaggio lo voleva avere o meno. È una critica contro le dittature, di un colore o dell’altro, e le terribili pratiche utilizzare per mettere a tacere i dissidenti? È una critica verso le organizzazioni internazionali che a volte sembrano limitarsi a scrivere e protestare senza mai agire? E poi anche un attacco alla burocrazia e al governo e al potere in generale che complica cose semplici e rende poi troppo facili cose che non dovrebbero esserlo, tipo arrestare o eliminare chi si oppone? È tutto questo, oppure c’è ancora dell’altro, o non c’è nulla, invece, e Paasilinna voleva solo e semplicemente divertire? 
Per me tutte queste possibilità sono plausibili. Ho visto la critica, ovviamente, alle dittature e ai regimi, ma anche quella verso certe organizzazioni (non nel caso specifico di Amnesty International,  però ecco, che un glottologo parta da solo e da solo riesca a fare tutto quello che ha fatto mi sembra un segnale abbastanza forte dell’incitamento a scrivere meno e agire di più). Ho visto la critica alla burocrazia, sia quella finlandese all'inizio, sia quella di tutto il mondo e l’attacco ai potenti, pronti a farsi abbindolare da chi sembra mostrare più potere e fascino di loro.

Questi dubbi però sono forse più colpa mia che non colpa del libro. Perché se non ci rifletto su troppo Il liberatore dei popoli oppressi mi ha divertito molto, così come mi è piaciuto molto lo stile di Paasilinna, il suo modo di rendere reali contesti e situazioni quasi assurde. 
Quindi sì, mi è piaciuto. E magari quei però con il tempo passeranno. E sicuramente a poco a poco leggerò anche gli altri romanzi di questo autore.


Titolo: Il liberatore dei popoli oppressi
Autore: Arto Paasilinna
Traduttore: Francesco Felici
Pagine: 306
Anno di pubblicazione: 2015
Editore: Iperborea
ISBN: 978-8870914542
Prezzo di copertina: 17,50 €
Acquista su amazon:

lunedì 21 settembre 2015

NAIF.SUPER - Erlend Loe

Tutti noi abbiamo i nostri momenti difficili. Giorni in cui la mancanza di senso si insinua strisciante e sprofodiamo nel cinismo e nel sarcasmo. Giorni in cui smettiamo di credere nell’amore e nel fatto che alla fine andrà tutto bene.
In momenti come questi sarebbe una benedizione sentire una sottile e incerta voce di bambino che canta una canzone carina.


La mia conoscenza della letteratura nordica è molto limitata. Ho letto pochissimi libri e conosco di nome pochissimi autori. Una lacuna che mi piacerebbe colmare, come quasi tutte le lacune letterarie che ho, ma che non so mai da dove partire per iniziare a farlo. 
Forse dovrei andare a caso e fidarmi del mio istinto. Perché è stato proprio lo scegliere a caso, il mio istinto, a portarmi tra le mani Naif.Super di Erlend Loe, libro norvegese pubblicato in Italia prima da Feltrinelli e ora da Iperborea, con la traduzione di Giovanna Paterniti.

Non avevo mai sentito nominare né l’autore né il titolo, ma quando l’ho visto in offerta in ebook quella buffa copertina e quello strano titolo mi hanno conquistata. Non ho nemmeno letto la trama. L’ho comprato e basta. Ed è stato uno degli acquisti impulsivi migliori della mia vita.

Un libro che è un elogio del candore e della semplicità, attraverso il suo protagonista, un ragazzo venticinquenne che di colpo non trova più un senso alla sua vita. Lascia l’università, lascia il lavoro al giornale e va a vivere a casa di suo fratello, dopo che questi è partito per un viaggio di lavoro e gliel’ha affidata. Qui, il protagonista cerca di ridare un senso, di rifar quadre tutto, anche se non sa bene come. Certo, lo scambio di fax con il suo amico Kim, in cui elencano le cose che hanno e quelle che non hanno, le cose che ricordano del passato e di quelle che piace ora, aiuta. Così come aiutano le chiacchiere con Bøerre, quel bambino che vive sopra di lui e che con lui condivide candore e semplicità, che li portano a compiere bizzarre avventure cittadine. Per non parlare poi delle martellate sul banco da lavoro. Uno sfogo, per non pensare. Poi il fratello lo invita a New York, e il ragazzo si ritrova immerso in qualcosa di completamente diverso, che forse forse lo aiuterà a ricominciare.

Naif.Super è un libro semplice eppure potente. Un libro che tratta temi importanti, come la famiglia, l’amore, il futuro, la paura di vivere e quella di non capire, di lasciarsi trasportare dagli eventi senza averne controllo. E lo fa tramite un protagonista che verrebbe voglia di abbracciare ogni cinque minuti, per i pensieri che fa, per le sue ansie. Abbracciare e dirgli che davvero alla fine andrà tutto bene.

Non mi aspettavo così tanto da questo libro. Soprattutto all'inizio, quando ne ho visto lo stile, tutto in prima persona, direttamente nei pensieri del protagonista, e scritto davvero in modo molto semplice, come un flusso di pensieri. E invece, è un piccolo gioiello. Perché alla fine tutti almeno una volta nella nostra vita ci siamo sentiti così. Tutti ci siamo sentiti sopraffatti da qualcosa di più grande di noi e abbiamo avuto bisogno di un tavolo da martellare o di qualcuno che ci dicesse che alla fine andrà davvero tutto bene. Ed è bello che esistano libri come Naif.Super e personaggi come quello creato da Erlend Loe che ci facciano capire che è normale e soprattutto che non siamo soli.
Io credo che nessuno dovrebbe essere solo. Che si dovrebbe stare insieme a qualcuno. Agli amici. A chi si ama. Io credo che amare sia importante. Credo che sia la cosa più importante.
Assolutamente da leggere.


Titolo: Naif. Super
Autore: Erlend Loe
Traduttore: Giovanna Paterniti
Pagine: 252
Editore: Iperborea
Acquista su amazon:
formato brossura:Naif.Super
formato ebook:Naif.Super (Narrativa)

giovedì 4 giugno 2015

La mia GRANDE INVASIONE 2015

Ed eccomi qui, a due giorni dalla sua conclusione, a cercare di raccontarvi la mia Grande Invasione, il festival della lettura che ha popolato Ivrea dal 30 maggio al 2 giugno. Dico cercare, perché sono talmente tante le cose che ho fatto, le belle cose che ho fatto, che sicuramente mi perderò qualcosa per strada.
Scriverò un post unico che racchiude tutti gli eventi a cui ho partecipato perché credo sia il modo migliore per trasmettere quanto intensa è stata. Quanti begli incontri, quante belle persone, quante belle sensazioni si sono accumulate in quei quattro giorni.

Il container di La Grande Invasione in piazza Ottinetti a Ivrea

Il programma di quest’anno era parecchio ricco, ma per fortuna sono riuscita a seguire più o meno tutto quello che mi ero prefissata. A partire da sabato 30, con il primo incontro con Alessandro Baricco e Fabio Geda che hanno parlato dei libri della loro vita. Il cortile del museo Garda dove si è svolto l’evento era stracolmo. Ed è stato davvero bello vedere tutta quella gente per due scrittori. Ammetto di non aver segnato quali fossero i libri, anche se ne hanno indicati ben tre a testa (ma se cercate su twitter l’hashtag #invasione15 troverete tutto). Ho preferito ascoltare, ridere e applaudire come non mai. Ho rivalutato un po’ Baricco, di cui ho letto solo Novecento e che da sempre considero uno scrittore un po’ altezzoso, e mi sono metaforicamente innamorata di Fabio Geda, della sua umiltà e della sua simpatia (ha fatto un pellegrinaggio in America nella casa in cui hanno girato il film I Goonies, vi dico solo questo), al punto da farmi prestare uno dei suoi libri dall'amica che era con me). È bello vedere scrittori che parlano di altri scrittori e di altri libri. È bello vedere la loro passione, il loro entusiasmo e il loro rispetto per questi autori del passato che tanto hanno influenzato la loro vita. Mi piacerebbe essere in grado di parlare in quel modo degli autori che amo.

Alessandro Baricco e Fabio Geda

La sera di sabato siamo poi andati a sentire il reading di Francesco Piccolo Momenti di trascurabile (in)felicità, tratto dai suoi due libri dall'omonimo titolo pubblicati da Einaudi. Era una vita che volevo assistere a un evento con lui, dopo averlo incrociato spesso al Salone del Libro o per strada a Ivrea (e questo è uno dei motivi per cui più amo i festival letterari e le fiere, tu sei lì che ti fai i fatti tuoi e di colpo ti trovi davanti uno scrittore che si sta facendo altrettanto i fatti suoi, indisturbato) ma senza aver mai avuto il coraggio di fermarlo. È un personaggio e un uomo incredibile, almeno da quello che è apparso sul palco (per dirvi, prima di incominciare, oltre ad avvisarci personalmente che lo spettacolo avrebbe ritardato un po’, si è anche scusato per i ruttini che molto probabilmente avrebbe fatto, visto che stava bevendo una birra) e dal momento delle firme dopo. Ho riso tantissimo. Anche perché sono grande sostenitrice della felicità che le piccole cose ci posso lasciare, ma anche dello sconforto che ci possono provocare.

Francesco Piccolo

La domenica mattina, il 31 maggio, ho invece assistito al workshop di narrativa Tre tigri contro tre tigri: a tenerlo è stato Alessio Torino che ha analizzato insieme a noi il racconto Campo indiano di Ernest Hemingway. E di nuovo, si è vista la passione di Alessio Torino per questo autore e questo racconto. Una passione che è riuscito a trasmettere anche a noi, al di là dell’analisi del testo vera e propria, perché, come ha detto lui, “Hemingway può solo insegnare qualcosa, a tutti noi”.

I miei appunti del worshop su Campo indiano

Doppio incontro al pomeriggio. Il primo con Björn Larsson in conversazione in un perfetto italiano con Emilia Lodigiani di Iperborea, la casa editrice che lo pubblica in Italia. Di questo autore io non ho mai letto niente, ma ho in casa La vera storia del pirata Long John Silver, che il mio compagno ha letto. Beh, uscita dall'incontro, grazie alla sua simpatia (essere simpatici in una lingua che non è la propria, imparata “per poter parlare con voi lettori”, non è per niente semplice), le sue risposte intelligenti, il bello scambio con Emilia Lodigiani, con cui ripubblicherebbe mille volte, pur essendo un piccolo editore, mi hanno fatto venire voglia di recuperare tutti i suoi libri.
Björn Larsonn, Emilia Lodigiani e Marco Cassini

Subito dopo è stato il turno di Nickolas Butler, autore di Shotgun Lovesongs, in dialogo con la sua traduttrice Claudia Durastanti (e con un interprete molto brava, di cui purtroppo non ricordo il nome). A me il libro, lo confesso candidamente, non aveva fatto impazzire. Carino, sì, ma non era minimamente all'altezza delle mie aspettative. Sentendolo parlare, però, dell’importanza degli amici di infanzia, della propria terra di origine, del lasciarsi andare ai sentimenti senza aver paura di raccontarli o di viverli, mi ha fatto un po’ ridimensionare il giudizio sul libro. Effettivamente in Shotgun lovesongs tutto questo c’è. Anche lui è stato simpatico (“un mio amico ha detto che non ha voglia di leggere il libro, che aspetterà poi il film”) e molto carino, nel comprensibile e naturale impaccio della sua prima presentazione in Italia.
Claudia Durastanti e Nickolas Butler

Lunedì 1 giugno ho preso parte invece a soli due incontri, entrambi nel pomeriggio. Il primo è stato Esordire, in cui sono intervenuti Iacopo Barison, autore di Stalin+ Bianca edito da Tunué, e Mario Pistacchio e Laura Toffanello, autori di L’estate del cane bambino edito da 66than2nd, in conversazione con il giornalista di Linkiesta Andrea Coccia. Si è parlato di etichetta di esordienti e di come questa abbia più un valore prettamente commerciale che non reale. Si è parlato, di nuovo, della bellezza di essere pubblicati con piccoli editori (bellissimo il laconico “rifarei tutto” di Iacopo Barison) che ti considerano importanti e non semplicemente pescati a caso dal mucchio. E poi di editoria a pagamento e di autopubblicazione. Molto azzeccata è stata secondo me la scelta di non focalizzarsi sulla mera presentazione dei libri, ma far parlare gli autori di tutto ciò che c’è attorno, dal momento della scrittura alla pubblicazione. Il libro di Barison già l’ho letto, e ora leggerò sicuramente anche quello di Mario Pistacchio e Laura Toffanello.

Mario Pistacchio, Laura Toffanello, Andrea Coccia, Iacopo Barison e Marco Cassini

Nel tardo pomeriggio c’è stato poi l’incontro “Leggere i classici per reggere i contemporanei”, con Martina Testa e Matteo Nucci a parlare del rapporto che c’è tra i classici e i contemporanei e di come i primi abbiano influenzato e ancora influenzino i secondi. Ed è stato bellissimo, soprattutto gli interventi appassionati di Matteo Nucci (tra tutti “Non bisogna andare nelle scuole di scrittura, bisogna leggere Omero”) e l’esaltazione finale di Francesco Totti.



Il 2 giugno è stato l’ultimo giorno di Festival e io ho seguito due eventi targati marcos y marcos. Il primo al mattino, con il dialogo tra Davide Ferraris della Libreria Therese di Torino e Marco Zapparoli, fondatore insieme a Claudia Tarolo della casa editrice. 
Allora, quanto io ami la marcos y marcos credo lo sappiate già. L’ho ribadito più volte e credo continuerò a farlo in eterno. E sentendo finalmente parlare l’editore ho avuto la conferma che il mio amore per loro non sia ben più che motivato.  La casa editrice è prima di tutto una casa, in cui bisogna sentirsi a proprio agio, in cui bisogna far famiglia, per poi portarla fuori. Ed effettivamente, se penso a quelle belle copertine colorate, che fanno capolino dalla mia libreria, se penso al fatto che io compro i libri marcos y marcos sulla fiducia e a prescindere, anche quando non li ho mai sentiti nominare, beh, mi pare che questa idea di famiglia, con me, stia funzionando.
E poi mi è venuta un po’ di tristezza, per la distanza fisica che c’è tra me e la libreria Therese (che è Torino, ok, non così lontana, ma non posso ogni volta fare 60 km per comprare un libro), un posto magico che Davide Ferraris con le sue parole e il suo entusiasmo rende ancor più magico.  Ce ne dovrebbero essere di più di librai che dicono frasi come “Il problema non è amazon, non è il grande editore. Il problema sono i non lettori. E per me questo è uno stimolo e non una fonte di sconforto, perché vuol dire che là fuori è pieno di gente da dover conquistare”.
Insomma, credo che adesso i libri marcos y marcos li comprerò solo più alla libreria Therese.

Davide Ferraris e Marco Zapparoli

Il secondo incontro, al pomeriggio, è stato invece con Stefano Amato, autore di Bastaddi (nonché del blog L’apprendista libraio), e con Hakan Günday, autore di A con Zeta. Entrambi ovviamente pubblicati da marcos y marcos e presentati in quell'incontro da Claudia Tarolo (con l’aiuto della stessa interprete che aveva lavoro con Butler). Un siciliano e un turco, entrambi appena pubblicati per la prima volta dall'editore, hanno parlato sì dei loro libri ma anche e soprattutto della loro terra, delle difficoltà passate  e di quelle che ancora ci sono. Il libro di Stefano Amato è un remake letterario ambientato in Sicilia dei Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino (con la stessa dose di violenza, sebbene lui sia un pacifista, nonché molto mingherlino quindi non tanto credibile come assatanato di sangue, perché non sarebbe stato rispettoso edulcorare l’opera originale), mentre quello di  Günday una storia di fuga e d'amore.



Ecco, ho finito. Perdonate la lunghezza del post e perdonate soprattutto se non sono riuscita a far trasparire tutto lo spirito che si respirava a Ivrea in quei giorni, nelle sale degli incontri, ma anche fuori, per le vie e le piazze, dove davvero era possibile incontrare autori e personaggi come se nulla fosse.
È stato bello riconoscere i visi tra un incontro e l’altro, ma anche scoprirne ogni volta di nuovi. È stato bello (anche se un po’ faticoso, lo ammetto) twittare in diretta, per condividere tutta quella passione, tutta quelle letteratura con chi non poteva essere fisicamente lì.

Quindi bravi a tutti gli organizzatori, l’editore Sur con un Marco Cassini sempre presente, e la libreria Galleria del Libro con Gianmario Pilo (è una libreria che io frequento poco, lo ammetto, ma dovrò rimediare). Bravi al Birrificio del Canavese per la loro Birra Rabel e a tutti quelli che in un modo o nell’altro hanno contribuito a rendere La grande invasione un grandissimo evento.

giovedì 26 giugno 2014

L'ALLEGRA APOCALISSE - Arto Paasilinna

Ultimamente mi sono resa conto che se non avessi un e-reader, molto probabilmente, alcuni libri non li avrei mai letti. Sarà il costo, saranno le offerte quotidiane  o il poco spazio che occupano, fatto sta che da quando acquisto anche gli ebook mi faccio molti meno scrupoli e ho molte più possibilità di scoprire libri che potrebbero piacermi. Certo, aumenta anche la possibilità di prendersi cantonate, perché si sta molto meno attenti a cosa si compra. 

Arto Paasilinna è uno di quegli autori che probabilmente senza ereader e senza offerta non avrei mai scoperto. O magari sì, ma solo tra qualche anno.Ne avevo già sentito parlare più di una volta, su blog e siti letterari, ma mai tanto entusiasticamente da decidere di comprare un suo romanzo cartaceo. E' di quegli autori di cui si sente parlare sia bene sia male, in base a una certa affinità che può nascere o non nascere con il suo stile.  Dopo aver letto L'allegra apocalisse riesco a capirne perfettamente il motivo.

Il libro inizia con la morte di Asser Toropainer, un vecchio comunista "bruciachiese", che come sua ultima volontà richiede al nipote Eemeli Toropainen che costruisca un tempio.
Il nipote accetta e ben presto questo tempio diventa il fulcro di una piccola comunità ecologista e completamente autonoma, via via sempre più grande man mano che si sparge la voce. Una comunità che vive quasi senza leggi e per questo in pace e armonia, riuscendo a sopravvivere a tutti i mali che a poco a poco invadono il resto del mondo: carestie, disastri ambientali,  bombe H,  terze guerre mondiale e, già che ci siamo,  forse anche alla fine del mondo. E' un luogo in cui tutti sono ben accetti, purché diano una mano, e per questo preso di mira dalle autorità statali ed ecclesiastiche che pretendono pagamenti di dazi e richieste di autorizzazione.

I presupposti perché il romanzo diventasse uno dei miei preferiti c'erano tutte. Adoro questo genere di storie, un po' buffe,  ma che nascondono grandi insegnamenti e verità (e se hanno una punta di blasfemo mi piacciono ancora di più), e con personaggi un po' bislacchi che trovano il loro posto nel mondo. Eppure qualcosa nella trama o nello stile di Paasilinna non ha funzionato a dovere. I primi capitoli volano, trasmettendo al lettore un forte senso di attesa e di curiosità. Il problema è che questo senso di attesa non svanisce proseguendo con la lettura e si arriva alla fine che ancora ci si aspetta qualcosa. Probabilmente è una sensazione che l'autore voleva suscitare, perché comunque di cose nel libro ne succedono eccome ma tutti i personaggi quasi non ne vengono sfiorati, perché l'idillio della loro piccola comunità è praticamente inviolabile. Però ecco, questo senso di attesa, di calma anche di fronte agli eventi più disparati, alla lunga mi ha un po' innervosita e, devo ammetterlo, anche un po' annoiata. Le ultime pagine sono state quasi una sofferenza, proprio perché sapevo che di azione non ce ne sarebbe stata nemmeno alla fine.


L'allegra apocalisse è comunque un romanzo curioso, ben scritto e ben pensato, a cui però, almeno per quanto mi riguarda, è mancato un po' di brio per renderlo indimenticabile.

Sicuramente darò un'altra possibilità a questo autore... magari alla prossima offerta in ebook.


Titolo: L'allegra apocalisse
Autore: Arto Paasilinna
Traduttore: N. Rainò
Pagine: 320
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: Iperborea
ISBN: 978-8870911893
Prezzo di copertina: 16,00 €
Acquista su amazon:
formato brossura: L'allegra apocalisse

martedì 20 maggio 2014

LUCE D'ESTATE ed è subito notte - Jón Kalman Stefánsson

Devo scrivere la recensione di questo libro e non ci riesco. Sarà che l'ho terminato solo da poche ore e forse non sono ancora pronta a staccarmene, a salutare definitivamente i suoi buffi personaggi e la loro quasi inconsapevole poeticità. Sarà che recensire libri belli è sempre più difficile rispetto a quelli brutti, perché rendere giustizia a un libro, a tutte le emozioni che è riuscito a trasmettere è molto più complesso che massacrarlo. Fatto sta che ho questa pagina bianca davanti agli occhi da più di un'ora, indecisa su come riempirla.

Il primo istinto sarebbe quello di copiare e incollare a oltranza alcune delle frasi più belle che ho trovato al suo interno e lasciare che siano loro a farvi innamorare del romanzo. Non so voi, ma io non potrei mai stancarmi di leggere parole come "Due sono le cose che faccio - respirare e pensare a te". Però nemmeno questo gli renderebbe giustizia, perché vi toglierei il piacere di leggerle per la prima volta, di stupirvi per la loro dolcezza e poeticità. 

Uno stupore che per me è stato ancora maggiore, pensando che il romanzo in realtà una trama non ce l'ha: è fatto di tante piccole storie, tante piccole vite, quelle degli abitanti di questo sperduto paesino islandese, in cui giorni, settimane, mesi e anni si susseguono, dove viene buio presto e l'inverno non lascia scampo. Un paesino in cui si potrebbe pensare non succeda mai niente che meriti di essere raccontato, soprattutto dopo che il Maglificio ha chiuso e di lavoro sembra non essercene più. Eppure, se si guarda bene a fondo, ognuno di questi abitanti ha una sua storia, più o meno intensa, più o meno triste, che merita di essere letta e ascoltata. La storia di Agústa che lavora all'ufficio postale e che si diverte a leggere le cartoline di tutti, per esempio. La storia del vecchio proprietario del maglificio, che ha speso tutti i suoi risparmi in libri in latino che gli permettono di studiare e osservare meglio le stelle, e  quella di Hannes e di suo figlio Jonas, felice solo con un pennello in mano. Quella d'amore, tra Mathias ed Elisabeth e tra Benedikt e la donna dalla valigia marrone, o di tradimento tra Asdis e Kajartan.

Ognuno di questi abitanti ha una storia, è una storia da raccontare, è Stefansson è davvero molto bravo nel mescolare dolcezza, ironia, tristezza, dolore, amicizia e amore,e metterli tutti insieme sulla carta.
Fin da quando ho visto per la prima volta il libro e ne ho letto la quarta di copertina, sapevo già che mi sarebbe piaciuto. Perché io amo le storie così, semplici, all'apparenza banali, eppure incredibilmente reali e, per questo, ancor più profonde.
Si ride e ci si commuove, si gioisce e si sta male, leggendo Luce d'estate ed è subito notte, proprio come succede a tutti, nella propria vita, tutti i giorni, di fronte a cose grandi ma anche soprattutto a quelle piccole, che illuminano le nostre giornate, prima di lasciarci di nuovo nel buio.
D'altronde è questo il motivo per cui viviamo, no?


Titolo:  LUCE D'ESTATE ed è subito notte
Autore: Jón Kalman Stefánsson
Traduttore: Silvia Cosimini
Pagine: 304
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Iperborea
ISBN: 978-8870915174
Prezzo di copertina: 16,00 €
Acquista su amazon:

giovedì 11 aprile 2013

CHE NE E' STATO DI TE, BUZZ ALDRIN? - Johan Harstad

In un mondo in cui tutti vorrebbero stare sotto ai riflettori per almeno un quarto d'ora di celebrità, Mattias ha scelto di vivere nell'ombra e apparire il meno possibile: non tutti vogliono essere il numero uno, come Buzz Aldrin, il secondo uomo sulla Luna, che ha svolto la sua missione, ha messo piede sul satellite dopo Neil Armstrong ed è scomparso nella folla: chi si ricorda di lui? Nessuno tranne Mattias: per lui l'astronauta è un idolo, simbolo di tutti coloro che fanno la loro parte senza reclamare attenzione, piccole, indispensabili ruote del grande ingranaggio. E Mattias non chiede altro che coltivare il proprio giardino - letteralmente, dato che lavora in un vivaio avere una vita normale insieme a Helle, la ragazza che ama dal liceo: allora, e solo per farsi vedere da lei, Mattias è salito una volta sul palco e ha cantato con la voce straordinaria che aveva sempre nascosto a tutti. Ha sempre rifiutato gli inviti dell'amico Jørn, che lo voleva a tutti i costi come cantante nella sua band: il ruolo di frontman non fa certo per lui. È l'estate del 1999, l'anno prima che inizi il futuro, il tempo è passato e l'esistenza felicemente anonima di Mattias sembra sempre più un riparo dagli altri e dalla vita. Fino a quando Helle lo lascia, il vivaio chiude, e Mattias si ritrova solo, a fluttuare fuori dalla propria orbita. Jørn sta partendo con la band per un concerto alle isole Faroe, lo vuole con sé almeno come fonico: forse perché non gli resta altro, Mattias accetta, s'imbarca, pronti al decollo...

Prima di iniziare a leggere questa recensione, andate su youtube e fate partire "My Favourite Game" di The Cardigans.  Io la sto ascoltando in loop, mentre sto scrivendo. Vi serve per iniziare ad assaporare tutto quello che questo libro vi susciterà quando (non è un "se", è proprio un quando) lo leggerete.
Magari vi ci vorrà un po' di tempo, come ce ne è voluto a me. Vi avvicinerete al libro e poi vi allontanerete di nuovo, tre o quattro volte magari,  perché non sarà ancora il momento giusto. Ma poi arriverà. 

E sono sicura che, come me, ne sarete travolti. 

Perché questo libro ti entra dentro. Inizia a scavare fin dalla prima pagina, da quell'incipit meraviglioso che dà il via a tutta la storia. E poi continua a scavare, quando conosciamo Mattias, il protagonista, nato proprio nello stesso momento in cui Neil Armstrong ha appoggiato il primo piede sulla Luna, ma che si sente più come Buzz Aldrin, il secondo, quello di cui nessuno si ricorda. Quello che è parte dell'ingranaggio, senza essere direttamente esposto. Perché vuole essere anonimo, non sogna di diventare per forza qualcuno, non vuole cantare in pubblico solo perché ha una bella voce, non vuole che tutti lo conoscano e lo salutino.Vuole essere anonimo. Deve essere anonimo, per non crollare. 
Il libro continua a scavare quando a poco a poco Mattias va in pezzi, viene lasciato dalla fidanzata storica, troppo stanca di questo suo non voler essere sempre in secondo piano, e si ritrova non si sa come su una panchina delle isole Faroe, con un sacco di soldi in tasca e le mani insanguinate. Scava quando viene raccolto da Havstein, uno psichiatra, che lo porta in una sorta di casa famiglia per persone che hanno avuto problemi psichiatrici, dove finalmente, a poco a poco, isolato dal mondo, inizierà a sentirsi a casa.
E scava, scava, scava mano a mano che si va avanti con la lettura, con Mattias che prende consapevolezza di sé e del suo passato, ma anche di quello di chi gli sta attorno, personaggi altrettanto turbati, tristi, depressi, oscuri, che solo così, in mezzo al nulla, riescono a stare bene.

E poi si arriva alla fine e si capisce che questo buco dentro non viene fatto solo per fare male ma ha un fine ben preciso. Quello di inserire qualcosa dentro di noi. Un po' di speranza. Un po' di amore. Perché per quanto si voglia essere insignificanti, nascosti, isolati e lontani da tutto e da tutti, ci sarà sempre qualcuno per cui saremo importanti. Per cui varremo più di altri. Perché l'ingranaggio vicino a noi, senza di noi non può funzionare, girerebbe a vuoto.

Sono stravolta da questa lettura. Sono stravolta da Mattias, un personaggio che credo mi mancherà tantissimo, perché sotto sotto (ma poi nemmeno così tanto) un po' mi sento come lui. O comunque sono riuscita molto spesso a identificarmi con i suoi pensieri, con le sue paure e le sue angosce.
Non è un inno alla mediocrità. Non è un inno all'accontentarsi. Ma è un inno ad essere sé stessi, senza paura.  Un inno a non vergognarsi. Un inno a vivere sempre la propria vita. Scappando, quando serve. Ma anche avendo il coraggio di rimanere. E soprattutto ricordando sempre che c'è e ci sarà sempre qualcuno che ha bisogno di noi e che ci ama così, per quello che siamo.

Mi ha colpito molto lo stile di Johan Harstad, il modo in cui utilizza le parole e riesce a rendere poetico anche un banale viaggio in autobus o dei dischi ascoltati in continuazione. Così come mi è piaciuto il suo non fare sconti, mai, ma nemmeno mai giudicare nessuno.

Non lo so, ho paura che le mie parole non siano riuscite a descrivere al meglio tutto quello che questo romanzo mi ha provocato e lasciato. E potrei continuare a parlarne, per ore e ore, senza mai essere soddisfatta del risultato.
Quindi mi fermo qui, e lascio che siate voi adesso a fare la vostra parte. Leggetelo e fatevi travolgere.

Non tutti vogliono dirigere un'azienda. Non tutti vogliono essere i più grandi campioni del paese o far parte di svariati consigli d'amministrazione, non tutti vogliono essere i migliori avvocati, non tutti vogliono aprire gli occhi ogni mattina sul trionfo o la rovina dei titoli di giornale.
Qualcuno vuole essere la segretaria che resta fuori quando si chiudono le porte della riunione, qualcuno vuole guidare la macchina del capo anche il giorno di Pasqua, qualcuno vuole eseguire l'autopsia del quindicenne che si è suicidato una mattina di gennaio e l'hanno trovato in acqua una settimana dopo. Qualcuno non vuole andare in TV, alla radio, sui giornali. Qualcuno vuole vedere il film, non esserlo.
Qualcuno vuole fare il pubblico.
Qualcuno vuol essere una ruota dell'ingranaggio.
Non perché è costretto, ma perché lo vuole.
Una pura questione matematica.
Così io me ne stavo seduto. Qui. Qui in giardino, e non avrei voluto essere in nessun altro posto al mondo.
Nota alla traduzione: ci sono parecchie note, ma sono indispensabili visto l'uso di termini ed espressioni tipici norvegesi o delle isole Faroer. Qua e là ci sono poi frasi in inglese, così anche nell'originale, e però potrebbero forse creare qualche difficoltà a chi non conosce la lingua. Nel complesso direi ben fatta comunque.

Titolo: Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?
Autore: Johan Harstad
Traduttore: Maria Valeria D'Avino
Pagine: 520
Anno di pubblicazione: 2008
Editore: Iperborea
ISBN: 978-8870911640
Prezzo di copertina: 16,50 €
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