Visualizzazione post con etichetta Grande Invasione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Grande Invasione. Mostra tutti i post

giovedì 9 luglio 2015

L'ESTATE DEL CANE BAMBINO - Mario Pistacchio e Laura Toffanello


L’estate del cane bambino di Mario Pistacchio e Laura Toffanello è uno tra i libri più belli che ho letto finora quest’anno. Voglio iniziare così, perché questo romanzo se lo merita tutto.
Ne avevo sentito parlare la prima volta leggendo la lista dei libri candidati al Premio Strega. Ovviamente non è arrivato né in dozzina né in cinquina, ma questo, come sappiamo bene, non vuol dire assolutamente niente. Poi, durante La Grande Invasione a Ivrea quest’anno, ho assistito a una presentazione con i loro autori. Del libro in sé, in realtà, si era parlato poco, ma avevo apprezzato molto il racconto di come era nato e, soprattutto, di quanto importante per i due autori fosse stata la casa editrice che l’ha pubblicato, la 66thand2nd. E questo è ciò che mi ha portato a decidermi finalmente a leggerlo.
Il libro racconta di un’estate degli anni sessanta a Brondolo, un paesino vicino a Venezia, e di un gruppo di ragazzi, di amici, impegnati come tutti a quell’età a giocare a pallone, cercare le figurine e lanciarsi in mille avventure.
Menego aveva quattordici anni, io, Michele e Ercole dodici, Stalino quasi, e il cane nero chissà. Era l’estate del 1961. Il nostro mondo di allora era fatto di morto che resuscitavano per uccidere pescatori ingrati, di velieri portatori di peste, topi e vampiri, di nuvole combattenti e cavalieri inesistenti. Era un tempo in cui le leggende erano vere, e se qualcuno ci avesse detto che era impossibile che un bambino si trasformasse in cane, ci saremmo stretti nelle spalle, infischiandocene.
Tra una partita di calcio, una pesca ai pesce siluro nel Brenta e a una serata alla Base, quartier generale del gruppo, i ragazzi devono però anche lavorare con i loro genitori o aiutarli in casa. Come Vittorio, il protagonista e voce narrante, che deve seguire suo padre nei campi. O come Ercole, che deve sempre portarsi dietro il fratellino più piccolo, Narciso, una palla al piede a cui però vuole molto bene. Un estate come un’altra insomma. Finché non succede qualcosa di terribile. Un bambino scompare e al suo posto compare un cane nero, Houdini. Come vuole la leggenda popolare, il cane sembra davvero aver sostituito il bambino scomparso. Ma i grandi questo non riescono proprio a capirlo e a poco a poco tutto precipita. I ragazzini saranno costretti a crescere di colpo, segnando la fine della loro innocenza e lasciando un segno che si porteranno dietro per sempre.

L’estate del cane bambino è un libro bellissimo. È bello per il ritratto perfetto che da’ della vita dei paesi dell’epoca, per le ipocrisie che sottolinea, i silenzi, i pettegolezzi, ma anche di quel forte legame che si crea tra i ragazzini a quell’età, delle piccole e grandi avventure che si condividono. E rimane un libro bello anche quando l’innocenza è definitivamente perduta, quando la cattiveria degli adulti raggiunge il suo culmine e questi ragazzi si ritrovano a combattere contro qualcosa di più grande di loro. 

Era da un bel po’ di tempo che non mi capitava di leggere un libro tutto d’un fiato non perché non avessi altro da fare ma perché le sue pagine proprio non volevano che io mi staccassi da loro. Era da un po’ che non mi facevo conquistare così tanto da una storia. Poi, certo, dalla mia c’è anche io amo molto i romanzi ambientati nei paesini italiani, forse perché in un paesino ci sono cresciuta e ci vivo tuttora anche io, perché raccolgono tante piccole storie, tante piccole tradizioni, abitudini che da molti forse nemmeno potrebbe essere considerate meritevoli di essere raccontate. Messe tutte insieme, come Mario Pistacchio e Laura Toffanello fanno magistralmente, però creano qualcosa di incredibile.

Insomma, L’estate del cane bambino è un libro che, secondo me, tutti dovrebbero leggere.

Titolo: L'estate del cane bambino
Autore: Mario Pistacchio, Laura Toffanello
Pagine: 218
Editore: 66thand2nd
Acquista su Amazon:
formato brossura: L'estate del cane bambino

giovedì 4 giugno 2015

La mia GRANDE INVASIONE 2015

Ed eccomi qui, a due giorni dalla sua conclusione, a cercare di raccontarvi la mia Grande Invasione, il festival della lettura che ha popolato Ivrea dal 30 maggio al 2 giugno. Dico cercare, perché sono talmente tante le cose che ho fatto, le belle cose che ho fatto, che sicuramente mi perderò qualcosa per strada.
Scriverò un post unico che racchiude tutti gli eventi a cui ho partecipato perché credo sia il modo migliore per trasmettere quanto intensa è stata. Quanti begli incontri, quante belle persone, quante belle sensazioni si sono accumulate in quei quattro giorni.

Il container di La Grande Invasione in piazza Ottinetti a Ivrea

Il programma di quest’anno era parecchio ricco, ma per fortuna sono riuscita a seguire più o meno tutto quello che mi ero prefissata. A partire da sabato 30, con il primo incontro con Alessandro Baricco e Fabio Geda che hanno parlato dei libri della loro vita. Il cortile del museo Garda dove si è svolto l’evento era stracolmo. Ed è stato davvero bello vedere tutta quella gente per due scrittori. Ammetto di non aver segnato quali fossero i libri, anche se ne hanno indicati ben tre a testa (ma se cercate su twitter l’hashtag #invasione15 troverete tutto). Ho preferito ascoltare, ridere e applaudire come non mai. Ho rivalutato un po’ Baricco, di cui ho letto solo Novecento e che da sempre considero uno scrittore un po’ altezzoso, e mi sono metaforicamente innamorata di Fabio Geda, della sua umiltà e della sua simpatia (ha fatto un pellegrinaggio in America nella casa in cui hanno girato il film I Goonies, vi dico solo questo), al punto da farmi prestare uno dei suoi libri dall'amica che era con me). È bello vedere scrittori che parlano di altri scrittori e di altri libri. È bello vedere la loro passione, il loro entusiasmo e il loro rispetto per questi autori del passato che tanto hanno influenzato la loro vita. Mi piacerebbe essere in grado di parlare in quel modo degli autori che amo.

Alessandro Baricco e Fabio Geda

La sera di sabato siamo poi andati a sentire il reading di Francesco Piccolo Momenti di trascurabile (in)felicità, tratto dai suoi due libri dall'omonimo titolo pubblicati da Einaudi. Era una vita che volevo assistere a un evento con lui, dopo averlo incrociato spesso al Salone del Libro o per strada a Ivrea (e questo è uno dei motivi per cui più amo i festival letterari e le fiere, tu sei lì che ti fai i fatti tuoi e di colpo ti trovi davanti uno scrittore che si sta facendo altrettanto i fatti suoi, indisturbato) ma senza aver mai avuto il coraggio di fermarlo. È un personaggio e un uomo incredibile, almeno da quello che è apparso sul palco (per dirvi, prima di incominciare, oltre ad avvisarci personalmente che lo spettacolo avrebbe ritardato un po’, si è anche scusato per i ruttini che molto probabilmente avrebbe fatto, visto che stava bevendo una birra) e dal momento delle firme dopo. Ho riso tantissimo. Anche perché sono grande sostenitrice della felicità che le piccole cose ci posso lasciare, ma anche dello sconforto che ci possono provocare.

Francesco Piccolo

La domenica mattina, il 31 maggio, ho invece assistito al workshop di narrativa Tre tigri contro tre tigri: a tenerlo è stato Alessio Torino che ha analizzato insieme a noi il racconto Campo indiano di Ernest Hemingway. E di nuovo, si è vista la passione di Alessio Torino per questo autore e questo racconto. Una passione che è riuscito a trasmettere anche a noi, al di là dell’analisi del testo vera e propria, perché, come ha detto lui, “Hemingway può solo insegnare qualcosa, a tutti noi”.

I miei appunti del worshop su Campo indiano

Doppio incontro al pomeriggio. Il primo con Björn Larsson in conversazione in un perfetto italiano con Emilia Lodigiani di Iperborea, la casa editrice che lo pubblica in Italia. Di questo autore io non ho mai letto niente, ma ho in casa La vera storia del pirata Long John Silver, che il mio compagno ha letto. Beh, uscita dall'incontro, grazie alla sua simpatia (essere simpatici in una lingua che non è la propria, imparata “per poter parlare con voi lettori”, non è per niente semplice), le sue risposte intelligenti, il bello scambio con Emilia Lodigiani, con cui ripubblicherebbe mille volte, pur essendo un piccolo editore, mi hanno fatto venire voglia di recuperare tutti i suoi libri.
Björn Larsonn, Emilia Lodigiani e Marco Cassini

Subito dopo è stato il turno di Nickolas Butler, autore di Shotgun Lovesongs, in dialogo con la sua traduttrice Claudia Durastanti (e con un interprete molto brava, di cui purtroppo non ricordo il nome). A me il libro, lo confesso candidamente, non aveva fatto impazzire. Carino, sì, ma non era minimamente all'altezza delle mie aspettative. Sentendolo parlare, però, dell’importanza degli amici di infanzia, della propria terra di origine, del lasciarsi andare ai sentimenti senza aver paura di raccontarli o di viverli, mi ha fatto un po’ ridimensionare il giudizio sul libro. Effettivamente in Shotgun lovesongs tutto questo c’è. Anche lui è stato simpatico (“un mio amico ha detto che non ha voglia di leggere il libro, che aspetterà poi il film”) e molto carino, nel comprensibile e naturale impaccio della sua prima presentazione in Italia.
Claudia Durastanti e Nickolas Butler

Lunedì 1 giugno ho preso parte invece a soli due incontri, entrambi nel pomeriggio. Il primo è stato Esordire, in cui sono intervenuti Iacopo Barison, autore di Stalin+ Bianca edito da Tunué, e Mario Pistacchio e Laura Toffanello, autori di L’estate del cane bambino edito da 66than2nd, in conversazione con il giornalista di Linkiesta Andrea Coccia. Si è parlato di etichetta di esordienti e di come questa abbia più un valore prettamente commerciale che non reale. Si è parlato, di nuovo, della bellezza di essere pubblicati con piccoli editori (bellissimo il laconico “rifarei tutto” di Iacopo Barison) che ti considerano importanti e non semplicemente pescati a caso dal mucchio. E poi di editoria a pagamento e di autopubblicazione. Molto azzeccata è stata secondo me la scelta di non focalizzarsi sulla mera presentazione dei libri, ma far parlare gli autori di tutto ciò che c’è attorno, dal momento della scrittura alla pubblicazione. Il libro di Barison già l’ho letto, e ora leggerò sicuramente anche quello di Mario Pistacchio e Laura Toffanello.

Mario Pistacchio, Laura Toffanello, Andrea Coccia, Iacopo Barison e Marco Cassini

Nel tardo pomeriggio c’è stato poi l’incontro “Leggere i classici per reggere i contemporanei”, con Martina Testa e Matteo Nucci a parlare del rapporto che c’è tra i classici e i contemporanei e di come i primi abbiano influenzato e ancora influenzino i secondi. Ed è stato bellissimo, soprattutto gli interventi appassionati di Matteo Nucci (tra tutti “Non bisogna andare nelle scuole di scrittura, bisogna leggere Omero”) e l’esaltazione finale di Francesco Totti.



Il 2 giugno è stato l’ultimo giorno di Festival e io ho seguito due eventi targati marcos y marcos. Il primo al mattino, con il dialogo tra Davide Ferraris della Libreria Therese di Torino e Marco Zapparoli, fondatore insieme a Claudia Tarolo della casa editrice. 
Allora, quanto io ami la marcos y marcos credo lo sappiate già. L’ho ribadito più volte e credo continuerò a farlo in eterno. E sentendo finalmente parlare l’editore ho avuto la conferma che il mio amore per loro non sia ben più che motivato.  La casa editrice è prima di tutto una casa, in cui bisogna sentirsi a proprio agio, in cui bisogna far famiglia, per poi portarla fuori. Ed effettivamente, se penso a quelle belle copertine colorate, che fanno capolino dalla mia libreria, se penso al fatto che io compro i libri marcos y marcos sulla fiducia e a prescindere, anche quando non li ho mai sentiti nominare, beh, mi pare che questa idea di famiglia, con me, stia funzionando.
E poi mi è venuta un po’ di tristezza, per la distanza fisica che c’è tra me e la libreria Therese (che è Torino, ok, non così lontana, ma non posso ogni volta fare 60 km per comprare un libro), un posto magico che Davide Ferraris con le sue parole e il suo entusiasmo rende ancor più magico.  Ce ne dovrebbero essere di più di librai che dicono frasi come “Il problema non è amazon, non è il grande editore. Il problema sono i non lettori. E per me questo è uno stimolo e non una fonte di sconforto, perché vuol dire che là fuori è pieno di gente da dover conquistare”.
Insomma, credo che adesso i libri marcos y marcos li comprerò solo più alla libreria Therese.

Davide Ferraris e Marco Zapparoli

Il secondo incontro, al pomeriggio, è stato invece con Stefano Amato, autore di Bastaddi (nonché del blog L’apprendista libraio), e con Hakan Günday, autore di A con Zeta. Entrambi ovviamente pubblicati da marcos y marcos e presentati in quell'incontro da Claudia Tarolo (con l’aiuto della stessa interprete che aveva lavoro con Butler). Un siciliano e un turco, entrambi appena pubblicati per la prima volta dall'editore, hanno parlato sì dei loro libri ma anche e soprattutto della loro terra, delle difficoltà passate  e di quelle che ancora ci sono. Il libro di Stefano Amato è un remake letterario ambientato in Sicilia dei Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino (con la stessa dose di violenza, sebbene lui sia un pacifista, nonché molto mingherlino quindi non tanto credibile come assatanato di sangue, perché non sarebbe stato rispettoso edulcorare l’opera originale), mentre quello di  Günday una storia di fuga e d'amore.



Ecco, ho finito. Perdonate la lunghezza del post e perdonate soprattutto se non sono riuscita a far trasparire tutto lo spirito che si respirava a Ivrea in quei giorni, nelle sale degli incontri, ma anche fuori, per le vie e le piazze, dove davvero era possibile incontrare autori e personaggi come se nulla fosse.
È stato bello riconoscere i visi tra un incontro e l’altro, ma anche scoprirne ogni volta di nuovi. È stato bello (anche se un po’ faticoso, lo ammetto) twittare in diretta, per condividere tutta quella passione, tutta quelle letteratura con chi non poteva essere fisicamente lì.

Quindi bravi a tutti gli organizzatori, l’editore Sur con un Marco Cassini sempre presente, e la libreria Galleria del Libro con Gianmario Pilo (è una libreria che io frequento poco, lo ammetto, ma dovrò rimediare). Bravi al Birrificio del Canavese per la loro Birra Rabel e a tutti quelli che in un modo o nell’altro hanno contribuito a rendere La grande invasione un grandissimo evento.

sabato 31 maggio 2014

Incontrando... JOHN NIVEN

Ed eccomi qui, a raccontarvi dell'incontro di ieri sera con lo scrittore scozzese John Niven. Un incontro che si inseriva nel calendario di appuntamenti della Grande Invasione, il festival della lettura che si sta svolgendo in questo giorni a Ivrea.
Aspettavo l'incontro con John Niven con ansia, fin da quando è uscito il programma del festival. Ho comprato,  e sto leggendo, il nuovo libro Maschio Bianco Etero e, presa dall'entusiasmo, anche la versione cartacea di A volte ritorno, che l'autografo lo volevo proprio su quella.

Non avevo idea di che faccia avesse Niven, a volte vado a cercare i visi degli autori su internet, per dare un volto alla penna che sto leggendo, ma questa volta, non so perché, non l'ho fatto. Però quando è arrivato, ancor prima che salisse sul palco o che lo presentassero, ho capito che quello doveva essere lui. 
Pantaloni e giacca bianchi, cravatta rossa, faccia simpatica e un bel bicchiere di vino rosato in mano (con l'intera bottiglia al seguito sul palco), le prime parole che ha pronunciato sono state "Mi scuso ma non parlo italiano. Non parlo nemmeno inglese, in realtà, parlo scozzese, ma cercherò di farlo con calma, così magari riesco a farmi capire".
A presentarlo c'era Marco Rossari, suo bravissimo traduttore, che è stato davvero bravo a presentare i due romanzi (ci si è focalizzati di più su A volte ritorno che non sul romanzo nuovo, forse perché appena uscito e il rischio di spoiler era alto), a fargli le giuste domande e anche a leggere con la giusta enfasi vari spezzoni dei due libri.

E Niven, con l'ausilio di una bravissima interprete di cui mi spiace non aver segnato il nome ma che ha fatto un lavoro incredibile, è stato altrettanto bravo a rispondere alle sue domande, a raccontare di sé, dei suoi libri, unendo la giusta dose di serietà, ironia, "fuck it" e bicchieri di vino.
Si è parlato dei due romanzi, quindi, con domande sulla loro stesura ( tra cui una meravigliosa "Ma A volte ritorno è autobiografico?"), su come è stato accolto dal pubblico A volte ritorno, visti i contenuti non proprio semplici da digerire, soprattutto se religiosi convinti (concordo con chi gli ha detto che se Gesù fosse davvero così fico come lo ha descritto lui, non ci sarebbe così tanta crisi di fede), e l'importanza della musica nelle sue opere e nella sua vita. Si è poi parlato anche della vita di Niven come scrittore e sceneggiatore, dei suoi lavori futuri, dei libri che sta scrivendo (al momento ne sta scrivendo uno con protagonista una banda di vecchiette che rapinano una banca... "a mix between a comedy and Quentin Tarantino") e di quelli già scritti ma ancora non pubblicati da Einaudi.

Tra una lettura e l'altra, Rossari gli ha anche chiesto cosa pensa dei classici moderni e dell'alta letteratura e, in particolare, di spiegargli perché Lolita è il suo romanzo preferito. Niven ha risposto che i classici hanno ancora tanto da dirci, che sarebbe triste se non fosse così (e che anche se pensasse il contrario, non verrebbe certo a dirlo a un festival letterario). E Lolita è il suo romanzo preferito in assoluto, un romanzo che legge ogni due o tre anni e ci ritrova sempre qualcosa di nuovo, soprattutto nel personaggio di Humbert, un personaggio che fa cose terribili ma anche un personaggio estremamente umano.

E' davvero difficile riassumere qui tutto quello che è stato detto durante l'incontro. Non avrebbe nemmeno troppo senso, perché in un resoconto come questo, per quanto possa essere esaustivo, non si potrà mai riuscire a ricreare l'atmosfera, le espressioni, le risate del pubblico e tutto il contorno. 
Posso dirvi che è stato un incontro davvero molto bello e molto interessante, grazie alla bravura di Niven, sicuramente, ma anche di chi l'ha presentato (che tra l'altro conosceva dettagli nascosti della giovinezza di Niven, che hanno lasciato l'autore particolarmente basito... "But how do you know that!?")
Se vi capita, quindi, andate a sentire una sua presentazione! (Certo, deve piacervi il suo stile, devono piacervi i suoi libri e non dovete scandalizzarvi troppo di fronte a parolacce e letture non proprio da fascia protetta...).

Magari preparatevi anche lo spelling del vostro nome, o vi ritroverete con un autografo un po' pasticciato, come questo:

martedì 2 luglio 2013

Festival letterari: una semplice operazione di marketing?

Come vi avevo già accennato nel post sulla mia Grande Invasione, durante l'incontro "Leggere la rete", nel quale sono intervenuti alcuni membri dei più diffusi book blog italiani, è stata posta una domanda un po' provocatoria da parte di un ragazzo del pubblico.
Il ragazzo ha chiesto se tutto questo (la conferenza nello specifico, ma anche tutta la rassegna in generale) non fosse altro che un'operazione commerciale, il cui fine è semplicemente quello di vendere i libri (nello specifico della minimumfax, visto che la rassegna è stata organizzata da loro in collaborazione con libreria La galleria del libro di Ivrea).
Il pubblico lì presente quindi, per questo ragazzo, altro non era che il target di un prodotto, che è stato accalappiato tramite un'operazione commerciale al fine di un guadagno.


Premesso che io stessa sono uscita da uno di questi incontri (il reading di "Una cosa divertente che non farò mai più" di David Foster Wallace da parte di Giuseppe Battiston) e sono corsa immediatamente a comprare il libro, onestamente durante i giorni e durante gli incontri a cui ho partecipato non mi sono mai sentita una semplice acquirente a cui si stava cercando di rifilare qualcosa. Né in questa rassegna né in altre a cui ho partecipato. Nessuno mi ha puntato una pistola alla testa dicendomi "compra assolutamente questo libro", né mi è stato vietato l'ingresso se in mano non avevo la giusta edizione o se mi ero portata il libro da casa anziché acquistarlo sul momento.

E' ovvio che una rassegna del genere, così come tutte le rassegne, ha anche scopo pubblicitario e di vendita. Ma, almeno per me, risulta impossibile pensare che sia solo ed esclusivamente quello. Si è fatta cultura in quei quattro giorni. Così come si fa in ogni festival letterario, in ogni presentazione di un libro, in ogni intervista.
Poi,  certo, se io sull'onda dell'entusiasmo per quello che ho visto, letto, sentito voglio acquistare il libro è una scelta mia, che ovviamente porta poi un vantaggio alla casa editrice in questione.

L'idea che questi eventi siano semplici operazioni commerciali mi risulta ancor più difficile da digerire se penso alle vere operazioni di marketing che prendono vita ogni giorno ad esempio sui social network. "Mandami una foto e puoi vincere il libro". "Scrivi un recensione e verrai premiato con un buono sconto". "Raccontaci il momento più triste della tua vita e se ci farai più pena degli altri, ti manderemo il libro con una trama ancor più sfortunata". 
Non critico assolutamente nemmeno queste iniziative, sia chiaro. Io stessa passo i miei venerdì a decidere che foto mandare ai contest settimanali della Sperling & Kupfer su Facebook (anche se poi immancabilmente non vinco o vinco libri che non mi interessano per nulla). Dico solo che queste mi sembrano operazioni commerciali il cui fine è vendere un semplice prodotto, facendo leva sullo spirito di competizione di chi partecipa. I festival, i reading, gli incontri con gli autori e i traduttori sono invece un modo per dare ancor più valore al libro, per farlo conoscere anche nei dettagli più particolari, per far entusiasmare e coinvolgere il potenziale lettore attraverso l'entusiasmo di chi a questo libro ha partecipato attivamente.

Il fatto che questa domanda sia stata rivolta a un gruppo di blogger si ricollega poi al tanto discusso discorso delle "marchette". Le case editrici inviano gratuitamente i libri ai blogger affinché vengano presentati e /o recensiti.
Libro in cambio di pubblicità. Regalo in cambio di un commento, possibilmente positivo, che verrà letto probabilmente da molti, generando quindi vendite. 
Peccato che la domanda è stata posta a un gruppo di blogger che, sebbene abbia dichiarato (non tutti, ognuno attua politiche diverse) di ricevere libri dalle case editrici, non si è mai lasciata ingabbiare in questo sistema (e se esistano blog che invece lo fanno, non mi è dato sapere... o meglio, posso immaginarlo, ho una coscienza critica che mi permette di capire di quali blog fidarmi e quali meno, ma non voglio focalizzarmi su questo). 
E questo lascia intendere come, a volte e da parte di certe persone, ci sia una scarsa conoscenza dei blog letterari, che spesso vengono considerati come dei semplici strumenti al soldo delle case editrici. Cosa che, invece, non sono, perché si focalizzano più (o solo) sul rapporto con il lettore, senza alcuna influenza esterna.

Non voglio negare che buona parte del mondo dell'editoria oggi si basi sul marketing nudo e crudo. E' sufficiente vedere le locandine, le pile di libri nei negozi, le pubblicità sui giornali, il clima di attesa che viene creato ad hoc per l'uscita di certi libri e best seller (e Facebook e i social network in generale aiutano molto in questo senso). Ma questo sistema è utilizzato soprattutto dalle grandi case editrici, quelle che spesso puntano più sulla quantità che non sulla qualità di quello che vendono, che sfornano bestseller ogni due giorni e che possono permettersi di spendere tanto in pubblicità diretta.
Ma non è tutto così il mondo dell'editoria. Ci sono case editrici che organizzano festival (vedi appunto la minimumfax ma anche molte altre), altre che organizzano serate a tema (mi viene in mente il caffè letterario della e/o sull'isola Tiberina a Roma), giusto per fare due esempi. Certo, lo scopo finale è forse (anzi, sicuramente) lo stesso: vendere libri. Ma cambia il modo, cambia la passione che l'editore o chi per esso ci mette o almeno che trasmette a chi è lì ad assistere (sono sicura che anche i colossi editoriali trovino soddisfazione in certi libri e in certe pubblicazioni a cui tengono particolarmente).
Cambia però, almeno per me, quello che viene in qualche modo "offerto" in cambio al lettore, ovvero la possibilità di parlare, ascoltare, vedere, confrontarsi. 

Non so bene quale sia lo scopo di questo post. Non voglio fare una critica né a quel ragazzo che ha comunque posto una domanda legittima e con un suo perché, né ai grandi editori sforna best seller o a quelli che vendono libri come se fossero mozzarelle. E mi rendo conto di aver fatto forse un'analisi molto superficiale di una questione che, invece, sarebbe molto complessa.
E' solo che trovo un po' triste l'idea che alla voglia di fare e diffondere cultura venga sempre associato il discorso economico, come se fosse l'unica cosa che davvero conta (e conta, lo so benissimo che conta, perché mangiare dobbiamo tutti), come se non ci fosse niente di più.

Che poi, siamo noi stessi che decidiamo se essere o meno target commerciali. E se devo scegliere tra farmi abbindolare da una pubblicità su un bus o un reading meraviglioso di un attore, beh, io scelgo senza ombra di dubbio la seconda.

sabato 22 giugno 2013

La (mia) Grande Invasione

Ed eccomi qui, a parlarvi delle mie giornate passate a Ivrea tra un appuntamento e l'altro de "La grande invasione", il festival della lettura organizzato dall'organizzazione Liberi di Scegliere, dalla casa editrice minimum fax e dalla libreria La Galleria del Libro, che da giovedì ha iniziato appunto a invadere la città e continuerà fino a domenica. 
Ho partecipato a diversi incontri, tra giovedì e oggi, e, dato che non so se riuscirò a seguirne altri domani, credo sia il caso di iniziare a  mettere per iscritto tutte le mie sensazioni prima che mi dimentichi qualcosa.

E quindi iniziamo da giovedì sera e dall'incredibile reading di Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace letto da Giuseppe Battiston. L'evento avrebbe dovuto essere al Castello, ma il maltempo ha obbligato a uno spostamento dell'ultimo minuto al teatro Giacosa. Non entravo lì dentro da anni e mi ero dimenticata di quanto fosse bello.
La prima cosa da dire è che non ho mai letto nulla di David Foster Wallace. E' una di quelle lacune che so di dover colmare ma che, per un motivo o per l'altro, rimando ogni volta. Per paura, forse, perché mi è stato più volte detto che lo stile di questo autore è complesso. Però boh, prima del reading dentro di me ho pensato: "e tanto mica lo devo leggere io, no? Io devo solo ascoltare". Ed è stato davvero incredibile. Giuseppe Battiston è salito sul palco e ha iniziato a leggere. E Foster Wallace, grazie a lui, è stata una vera rivelazione. Una cosa divertente che non farò mai più è un libro piccino, un reportage di un viaggio in crociera fatto dall'autore. Giuseppe Battiston ha condotto il pubblico tra le pagine del libro, interpretando ogni frase e ogni silenzio, e rendendo l'ascolto un'esperienza unica.
Sono uscita da teatro semplicemente entusiasta (e come me anche il mio prima restio accompagnatore). Tant'è che ho comprato il libro.

Nella mattinata di venerdì ho poi partecipato all'incontro "Leggere la traduzione: Fitzgerald", durante il quale
Tommaso Pincio, traduttore del Grande Gatsby per minimum fax, ha parlato dell'opera e del suo lavoro di traduzione.
Ma voi lo sapevate che il libro, dopo un parziale flop iniziale, ha avuto il suo massimo successo durante la Seconda Guerra Mondiale, quando è stato ristampato e dato ai soldati e alle infermiere per passare il tempo? E che anche Snoopy era un fan di Gatsby? 
L'analisi di Pincio è stata molto interessante. Ha parlato del sogno americano e di come si reagisce quando questo non viene raggiunto, di come questo libro non sia bello tanto per la trama quanto per il modo in cui questa viene raccontata e dell'influenza che ha avuto su tutte le generazioni successive. E poi ha raccontato del suo approccio verso la traduzione e di quanto per lui fosse importante tradurre quest'opera, per il legame affettivo che prova nei suoi confronti. Un amore che è riuscito, con le sue parole, a far percepire e a trasmettere anche a chi era lì ad ascoltarlo.
Sono uscita di lì con la voglia di rileggere, per l'ennesima volta, Gatsby.  

Finito l'incontro sono tornata a casa, ho fatto pranzo e poi sono ripartita per assistere al seminario "Leggere la rete", su come i book blog raccontano i libri sul web. Un'argomento che un po' mi tocca da vicino, sebbene io sia ancora decisamente lontana dalla bravura e dalla diffusione dei blogger presenti all'incontro. Sul palco sono saliti Camilla Panichi di 404:File not Found, Jacopo Cirillo di Finzioni, Noemi Cuffia di Tazzina di Caffè, Federico Novaro del sito omonimo e Valentina Aversano di minima&moralia. Un incontro interessante, durante il quale ognuno ha spiegato come è nato il proprio blog e descritto il suo funzionamento. A parte quello di Noemi Cuffia, sono tutti blog collettivi, in cui pubblicano diverse persone in base a una precisa linea editoriale. L'argomento che è stato maggiormente trattato è stato quello dei rapporto con le case editrici. Un tema caldo, che sempre emerge quando si parla di book blog  e che dà spesso adito a polemiche. 
Accettare i libri dalle case editrici o non accettarli? Richiederli o non richiederli?
Domande frequenti, già trattate in passato, e che nascono dal dubbio, assolutamente legittimo, che il riceve in dono i libri dalle case editrici possa in qualche modo influenzarne la recensione.
Non ho ben chiara la mia opinione, ad essere sinceri. Ho ricevuto anche io qualche libro da qualche casa editrice (soprattutto le piccole... le grandi non mi filano molto) senza mai però percepire alcuna pressione in merito alla recensione da parte di chi me li ha inviati. Anzi! Per cui se ne ho parlato bene è perché secondo me sono libri che meritano. E onestamente, nella mia visione molto ingenua di book blog, mi riesce difficile credere che ci sia qualcuno che recensisce bene per continuare a ricevere regali. Anche perché così si imbroglia il lettore, vero destinatario del blog.
Ma torniamo a noi... l'incontro è proseguito con l'intervento di Emiliano Sbaraglia, che non c'entrava molto in realtà con i book blog, ma che ha parlato della sua esperienza di creazione della web radio UnderRadio, un progetto di Save the Children attuato in alcune scuole romane per insegnare agli studenti l'utilizzo degli strumenti della comunicazione digitale.
Poco prima della fine è stata poi posta una domanda, un tantino polemica, ma sicuramente con un senso, riguardo al fatto di come questo ma anche altri festival non siano altro che un'operazione commerciale e che chi partecipa altro non è che un consumatore a cui si tenta, sull'onda dell'entusiasmo, di vendere il prodotto libro. Una domanda legittima, che mi ha fatto un po' riflettere ma che credo meriti un post a parte, che prima o poi tenterò di scrivere.

Finito l'incontro, sono andata con la mia accompagnatrice (una ragazza fantastica che ho conosciuto proprio grazie al blog e che mi ha fatto un regalo bellissimo e inaspettato) a mangiare la torta '900 da Balla. Lei non l'aveva mai assaggiata e mi è sembrato doveroso porre rimedio a questa lacuna.
Il pomeriggio si è poi concluso con l'aperitivo con Diego De Silva, che ha però patito un po' di disorganizzazione. Il locale era piccolo, decisamente caldo e l'assenza di microfono rendeva molto difficile seguire il discorso dell'autore se non si era seduti di fronte a lui (che ha parlato di Malafemmena di Totò e di Raffaella Carrà). Ma sono sicura che per gli appuntamenti successivi rimedieranno!
Mi sarebbe poi piaciuto partecipare al reading serale di venerdì sera di Licia Maglietta, che portava sul palco brani tratti da "Il tempo è un bastardo" di Jennifer Egan, ma non sono riuscita a trovare un accompagnatore. E quindi, pazienza!

Stamattina sono invece andata all'incontro "Leggere i personaggi" in cui erano presenti Fabio Stassi, Alessio Torino e Paolo Cognetti per parlare del loro rapporto con i personaggi (degli altri, ma anche e soprattutto i loro). L'intervento è stato moderato da Jacopo Cirillo.

Fabio Stassi, Jacopo Cirillo, Alessio Torino, Paolo Cognetti
E' stata un'ora molto intensa e interessante, in cui ognuno di questi autori (ma anche il moderatore) hanno fatto una panoramica dei personaggi dei libri, del loro ruolo e di come questi siano necessari e vitali per lo svolgimento di una storia. Si è parlato di grandi personaggi e di cosa li rende tali (per Cirillo un personaggio è grande quando sappiamo cosa farebbe lui al nostro posto, per Stassi è quello che riesce a dare una risposta diversa ad ogni lettore). Cognetti ha poi parlato di Sofia ed esaltato Carver e il suo rapporto con i suoi personaggi, un' umanità che di onorevole non ha niente, un' umanità vile, che sbaglia, a cui però vuole un bene dell'anima.
Sono uscita da questo incontro con un'autografo di Paolo Cognetti, la voglia di comprare Tetano di Alessio Torino (visto che un romanzo di Stassi mi arriva per il compleanno) e la sensazione di aver assistito a qualcosa di davvero bello e intenso. Certo, ogni volta che ascolto autori parlare e interagire tra loro non posso fare a meno di sentirmi un po' ignorante, vista la loro incredibile capacità di citare autori e romanzi in ogni momento e sempre a proposito... ma credo che sia proprio questo a fare di loro dei grandi personaggi di cultura e dei bravi scrittori.

Per ora la mia Grande Invasione finisce qui. Spero di riuscire ad andare ancora a qualche incontro domani, ma dato che non sono sicura, ho preferito, come dicevo all'inizio, iniziare a mettere giù qualcosa (anche per evitare un post lunghissimo).
Sono davvero contenta per come è stato organizzato questo evento, per quello che è riuscito a portare in città e non posso che fare i complimenti a tutti gli organizzatori. Sperando vivamente che il prossimo anno ci sia una seconda edizione.


lunedì 17 giugno 2013

La grande invasione , Festival della lettura , Ivrea 20-23 giugno 2013

Mi accingo a scrivere questo post con una gioia immensa per annunciarvi che dal 20 al 23 giugno 2013, a Ivrea, si terrà il festival della lettura "La grande invasione", organizzato dalla libreria La Galleria del Libro e dalla casa editrice minimumfax.

Vivo alle porte di Ivrea da quando sono nata. E' una cittadina particolare, conosciuta ai più per il suo bizzarro carnevale (sì, quello dove si tirano le arance. E sì, fanno male ma dipende anche un po' da dove le prendi) e per l'Olivetti, la grande azienda informatica, la cui mancanza, anche a distanza di anni, si fa ancora sentire parecchio. (Poi mi auguro che qualcuno la conosca anche per la torta '900... e se così non fosse, avete un motivo in più per venirci il prossimo fine settimana).

Amo molto questa città: ci ho frequentato il liceo, passato i pomeriggi a fare "vasche" in via Palestro, soprattutto quando ero più piccola. Mi rendo conto però che forse ora per un giovane a livello lavorativo e di svago non offre purtroppo più tante possibilità.
D'estate si anima un po', certo, e vi assicuro che passeggiare per le vie del centro nei venerdì e sabato sera di giugno è davvero bello, così come sotto carnevale. Ma in generale, soprattutto se si vive qui da sempre, a volte si sente la mancanza di qualcosa che non si sa se mai davvero arriverà.
Per cui, quando ho saputo che a giugno avrebbe ospitato questo festival, un festival letterario vero e proprio, la prima reazione è stata di incredulità mista a sorpresa mista a entusiasmo smisurato.

Ad organizzarlo sono La Galleria del libro, una delle librerie storiche della città (non so più dove, ma ho letto che Ivrea è una delle città con il maggior numero di librerie per numero di abitanti), e la casa editrice minimumfax, che chi segue questo blog sa che amo molto.
Quattro giorni, quindi, in cui Ivrea ospiterà conferenze, aperitivi letterari, letture ed eventi vari, con un'attenzione speciale ai più piccoli ("la piccola invasione" è tutta per loro)

Per quanto mi riguarda, gli eventi che mi interessano si concentrano soprattutto nella giornata di venerdì: Tommaso Pincio, traduttore de "Il grande Gatsby" che racconta Francis Scott Fitzgerald; il seminario "Leggere la rete", su come i blog letterari raccontano i libri sul web; l'aperitivo musicale con Diego De Silva (che si ripete per tutti e tre i giorni, cambia solo la canzone d'amore di cui parlerà).

Il sabato andrò poi sicuramente all'incontro con Paolo Cognetti (che dopo essermi sfuggito al salone del libro, questa volta non ha scampo), Fabio Stassi e Alessio Torino che parlano del loro rapporto con i personaggi dei libri che hanno letto e scritto.

E poi ci sono gli appuntamenti serali: il giovedì sera Giuseppe Battiston legge David Foster Wallace, il venerdì Licia Maglietta legge Jennifer Egan e la domenica nel tardo pomeriggio Isabella Ragonese legge "Sofia si veste sempre di nero". Spero di riuscire ad andare sia il giovedì sia il venerdì, anche se al momento sono sprovvista di accompagnatore... ma non sarà certo questo a fermarmi!

Comunque, potete trovare il programma completo (perché ci sono incontri interessanti per tutti e quattro i giorni), con orari e luoghi, sul sito dell'evento: http://www.lagrandeinvasione.it/. 

Insomma, saranno quattro giorni intensissimi, con un sacco di incontri e conferenze interessanti, che porteranno un po' di colore e movimento in questa piccola città. 
E io, lo ribadisco ancora una volta, non vedo l'ora!

E ovviamente, se vi va, fatemi sapere se verrete, che ci possiam vedere per un caffè!
E altrettanto ovviamente poi vi racconterò tutto!