venerdì 12 giugno 2015

Incontrando... MARGHERITA OGGERO

Ieri pomeriggio, in un bell’orario da pensionati che il mio stato attuale di non occupata mi consente di sfruttare al meglio, sono alla biblioteca Movimente di Chivasso a sentire la presentazione del libro La ragazza di fronte di Margherita Oggero insieme al suocero rampante.
Ok, non ho ancora letto il libro ed effettivamente andare a una presentazione di qualcosa che non ho letto un pochino mi indispone: ho sempre paura o di non capire di che cosa stiamo parlando o di capirne troppo e rovinarmi così la lettura. Però era da parecchio tempo che volevo assistere a un incontro con questa per me fantastica scrittrice torinese. E quindi chissene frega. Prendiamo e andiamo alla presentazione.

Innanzitutto, la biblioteca Movimente di Chivasso è un posto bellissimo che se non fosse così distante, e non avesse orari di apertura non proprio agevoli, frequenterei quasi tutti i giorni. E’ nuova, è luminosa, è spaziosa, è bianca e verde, è piena di libri e di giornali, ma anche di pc, di dvd e, soprattutto, di gente. Che si siede e legge, che naviga, che sfoglia giornali. C’ero già stata in passato, ma solo di sera, e ora ho avuto la conferma che è proprio un posto a misura di lettore.
Ma veniamo alla presentazione. Dunque, l’evento era organizzato dalla biblioteca e dall'Associazione Buongiorno Canavese e a moderare l’incontro c’era proprio il suo presidente, Roberto Tentoni.


Durante la presentazione si è parlato, come logico che sia, principalmente di La ragazza di fronte, libro da poco uscito per Mondadori (ma che ha una copertina tremendamente simili ai Garzanti). Si è parlato dei vari temi e dei vari personaggi, forse un pochino troppo a fondo per chi non ha letto il libro, ma anche della scelta della scrittrice di allontanarsi dai gialli, tema dominante dei suoi romanzi precedenti, quelli con la profia Camilla Baudino. Un po’ perché Margherita Oggero è sempre stata controcorrente (“ho iniziato a scrivere gialli quando non erano poi così di moda, e ora che lo sono tornati ho deciso di smettere”), un po’ perché comunque in realtà continua a scriverli, ma per la tv (ha anticipato che a ottobre andranno in onda le nuove puntate di Provaci ancora prof). Insomma, in questo nuovo libro ha voluto cimentarsi in altro, parlare di amore e di sentimenti, senza però abbandonare quello che, secondo me, è uno dei suoi personaggi principali, ovvero Torino. Non penso che Margherita Oggero, piemontese di nascita e soprattutto di stile (sia sulla carta sia dal vivo!), possa scrivere un romanzo ambientato da qualche altra parte.

La cosa più bella dell’incontro sono stati i buffi aneddoti che è ha piazzato qua e là durante il dialogo con Roberto Tentoni. Tipo il suo odio profondo per le Stelle di Natale, che abbandona immediatamente sul balcone sperando in una gelata assassina. O di quando, raccogliendo informazioni per scrivere il libro, ha scoperto che il treno Frecciarossa nelle tratte brevi ha un solo conducente. Alle sue rimostranze, le hanno risposto “Beh, la metropolitana di Torino non ne ha nessuno. Meglio uno che nessuno, no?”. O di quella volta che su un volo Air France ha chiesto alla hostess di metterle nella cappelliera il bagaglio perché lei è piccolina e non ci arriva, la hostess le ha risposto che è piccolina anche lei, di chiedere a qualcun altro e allora lei le ha risposto che potrebbe cambiare mestiere. Cose piccole, che mi rendo conto che scritte non hanno lo stesso effetto, ma che sentite dal vivo lasciano trasparire anche di persona tutto quello che ho sempre amato nei suoi libri. L’accorgersi dei dettagli, anche quelli più scemi, l’osservare il mondo e trarne una storia, seppur breve. 
Alla domanda su come si fa a scrivere dei libri così, Margherita Oggero ha parlato proprio di questo, dell’importanza di osservare il mondo, di vivere in mezzo agli altri, di provare empatia, per le persone e il mondo circostante. (Sottolineando che non sono sicuramente i 5000 amici di Facebook che fanno sentire una persona meno sola e più empatica, ed elogia poi la lectio magistris di Umberto Eco, riassumibile con “Facebook da’ voce agli imbecilli”). Se non si osserva il mondo, cosa si ha da raccontare? 

Al termine della presentazione, non avendo il libro, mi sono defilata, pensando che suocero rampante mi seguisse. Invece lui si è avvicinato al bancone, ha acquistato una delle poche copie disponibili, è andato da Margherita Oggero e poi mi ha raggiunta, porgendomi il libro e dicendomi “Tieni, te l’ha autografato”. E quindi, ta-da! Libro nuovo e autografo nuovo!


Insomma, l’incontro è stato piacevole e a tratti molto divertente. Avrei forse parlato un po’ meno del libro in sé e un po’ più di come è nato e di Margherita Oggero scrittrice. Ma è comunque andata bene anche così. E sono contenta che lei sia esattamente come me l’ero immaginata.

giovedì 11 giugno 2015

FELICI I FELICI - Yasmina Reza

 Felices los amados y los amantes y los que 
pueden prescindir del amor.
Felices los felices
 C’è Borges all’inizio di questo libro. C’è la frase da cui è tratto il titolo, ma soprattutto quella che ne riassume alla perfezione il contenuto.  Felici gli amati e gli amanti e quelli che possono vivere senza amore. Felici i felici.
La cosa buffa è che dentro a questo bel libro di Yasmina Reza la felicità che c’è è solo apparente, dura poche righe in ogni racconto, giusto il tempo per presentare al lettore quello che in un mondo ideale dovrebbe essere ma non è.
Ci sono coppie sposate che non sanno se si amano o si odiano, ci sono figli problematici e genitori ammalati, ci sono mariti traditori che non sopportano che la propria moglie abbia un amante e giovani che ancora di amore non hanno capito nulla, ci sono coppie anziane che non si amano più e ricordi del passato che rimangono vivi anche dopo anni, donne che vogliono amare ma non hanno il coraggio e altre che sperano che presto arrivi qualcuno a cui appoggiarsi per poter camminare sicure. Ci sono gesti semplici, come guidare un’auto, che diventano difficilissimi se negli anni abbiamo deciso di non farlo più; e gesti difficili, come ricoverare un figlio in una clinica psichiatrica, che diventano semplici quando non si riesce a trovare nessun’altra soluzione. C’è amore, c’è odio, tradimento, amicizia, logoramento, apparenza, sofferenza, gioia, dolore. Vita.
Un giorno bisognerebbe studiarlo, questo particolare silenzio dei viaggi in macchina, della notte, quando si torna a casa dopo aver sfoggiato una serenità a uso e consumo degli altri, un misto di conformismo e autoinganno. Un silenzio che non può essere rotto neanche dalla radio, perché chi, in questa muta guerra di resistenza, avrebbe il coraggio di accenderla?
Yasmina Reza è brava a farci vedere tutto questo in tanti piccoli spaccati di quotidianità di vita di coppia. Tanti piccoli racconti, che possono essere a se stanti ma anche collegati tra loro, perché tra tutti c’è un legame: nei personaggi, che si chiamano tra una storia e l’altra, ma soprattutto in quella sensazione di apparenza e impotenza, di amore che c’è ma non si manifesta o che non c’è ma potrebbe esserci se solo lo si volesse.

“Non puoi essere felice in amore se non hai un talento per la felicità” dice a un certo punto uno dei protagonisti, che ama e odia la moglie al tempo stesso, che ha un’amante ma a casa torna sempre, rivolto a un suo amico, che la moglie la ama eccome, ma che si ritrova ad affrontare insieme a lei qualcosa di troppo grande e difficile.
Qui sono pochi gli amati e gli amanti felici, sono pochi quelli che possono prescindere dall'amore (ma c’è davvero qualcuno che può vivere senza amore?). Pochi i felici che sono davvero felici.

Felici i felici di Yasmina Reza è stata una vera sorpresa. Un libro molto bello, a tratti un po’ destabilizzante per quanto a fondo, nella sua semplicità, analizza l’amore e quella felicità che si presuppone dovrebbe lasciare, ma che troppo spesso invece non c’è.

Titolo: Felici i felici
Autore: Yasmina Reza
Traduttore: Maurizia Balmelli
Pagine: 165
Editore: Adelphi
Acquista su Amazon:
formato brossura: Felici i felici

martedì 9 giugno 2015

I MIEI PICCOLI DISPIACERI - Miriam Toews

Non è per niente facile parlarvi di I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews. Non so da quale tema del libro partire, su qualche focalizzarmi, su quale sia il modo migliore per convincervi a leggere questo piccolo, e difficile, capolavoro.
Non è stato facile nemmeno leggerlo, in realtà. Ma questo lo sapevo già fin dalla prima volta che l’ho avuto tra le mani e ne ho letto la trama. O forse anche da prima, da quando ho letto il meraviglioso In fuga con la zia e ci ho lasciato dentro il cuore e qualche lacrima.

Qui si parla di suicidio. Di persone che non ce la fanno più a vivere, anche se poi guardando alla loro vita non si riesce nemmeno a capirne il motivo. O almeno non ci riesce Yoli, che si ritrova a dover accudire la sorella Elf, pianista di fama internazionale ora ricoverata in ospedale dopo aver tentato di togliersi la vita. Non capisce perché una donna così perfetta, così amata, non riesca ad affrontare la fragilità che prova dentro di sé. Che sia colpa dell’educazione mennonita ricevuta in passato e alla quale lei si è sempre ribellata? O di quelle altre grandi tragedie che hanno colpito la loro vita e che forse, anche loro, non sono riuscite a capire? Non lo sa, Yoli. Così come non lo sa sua madre, né la zia Tina, che in una situazione simile ci è già passata una volta. Le tre, insieme a Nic, marito di Elf, cercano di farle capire quanto sia bello vivere e quanto dolore stia causando con questa sua fissa di voler morire. Elf capisce. Capisce il dolore della madre e quello della sorella. Ma il suo dolore è ancor più grande, forse proprio perché inspiegabile. E quindi chiede alla sorella di accompagnarla in Svizzera, a morire assistita. Che farà Yoli?
Che farei io? Che fareste voi?

Ma qui si parla anche, e soprattutto, di famiglia e di amore. Di quanto sia dura lasciare andare le persone che si amano e poi riuscire comunque a sopravvivere dopo.  Di quanto il dolore possa unire o anche solo far capire quanto uniti si fosse già.

Miriam Toews è bravissima nel caratterizzare i suoi personaggi: la fragile Elf, che vorresti scuotere per tutto il libro ma di cui al tempo stesso comprendi la sofferenza e la precarietà; la scapestrata Yoli, che avuto due figli con due uomini diversi e ora non è più sposata con nessuno dei due, che cerca di scrivere il libro della vita e ora si ritrova suo malgrado a dover pensare se accompagnare sua sorella a morire; la fantastica madre e la fantastica zia Tina, che cercano di godersi ogni piccola cosa bella della vita, senza pensare a tutto il dolore che hanno provato. E con loro tutti i personaggi di contorno, le amiche di Yoli e quelli incontrati per caso, che hanno uno scopo anche se compaiono solo in poche righe.
Così come mi è piaciuta molto tutta la letteratura, tutte le citazioni presenti tra le pagine, a partire dal titolo, I miei piccoli dispiaceri di Samuel Coleridge, e tutto il potere che viene dato ai libri, nel bene e nel male.
Bene, Elf, ho pensato, sei davvero furba.  Fare in modo che ti lasci sola col pretesto di mandarlo a prendere dei libri. In biblioteca. Ovvio che l’avrebbe fatto. I libri sono quello che ci salva. I libri sono quello che non ci salva.
Amo questa autrice. La amavo già prima, in realtà, e ora ne ho avuto la conferma. Amo il suo stile umoristico e profondo. Amo il suo modo di trovare la poesia nelle piccole cose, così come il suo affrontare il dolore attraverso la scrittura, senza piangersi addosso e senza facili (e comprensibili) compatimenti.

Non voglio soffermarmi su cosa farei io se mia sorella o mio fratello non volessero più vivere e mi chiedessero di aiutarli. Onestamente non so, perché ogni fragilità, ogni dolore sono storie a sé, in momenti a sé, un momento a sé, e per me non ha senso ragionarci se non ci sono dentro veramente. 

E poi, non sono nemmeno sicura sia questo ciò che l’autrice vuole che il lettore faccia. Secondo me ha voluto solo farci capire che ci si deve voler bene sempre e comunque, senza giudicare, che tu abbia fatto figli con qualunque uomo della tua vita o abbia una voglia inspiegabile e incomprensibile di toglierti la vita. Si deve cercare di capire, di accettare, litigando e urlandosi contro magari, e di vivere ogni singola emozione, bella o dolorosa che sia, che l’essere al mondo ci regala ogni giorno.


Titolo: I miei piccoli dispiaceri
Autore: Miriam Toews
Traduttore: Maurizia Balmelli
Pagine: 365
Editore: marcos y marcos
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formato brossura: I miei piccoli dispiaceri

venerdì 5 giugno 2015

LASCIA STARE IL LA MAGGIORE CHE LO HA GIA' USATO BEETHOVEN - Alessandro Sesto


Quando ero bambina, insieme a mio fratello e a un nostro amico vicino di casa, avevo creato una band musicale. Le nostre chitarre erano le racchette da tennis e la batteria un fustino del detersivo (allora li facevano cilindrici, non so se oggi esistono ancora). Non mi ricordo esattamente né quale strumento suonassi io, né che quali canzoni eseguissimo effettivamente durante i nostri privatissimi concerti, però mi ricordo che ci divertivamo un sacco. La cosa buffa è  sia io sia mio fratello siamo stonati come campane e che non abbiamo mai preso in mano un vero strumento musicale in vita nostra,  a parte il flauto alle scuole medie e la pianola che ci era stata regalata un anno a Natale. Il nostro amico invece da adulto ha fondato un gruppo musicale vero, inciso un paio di cd e avuto un discreto successo, anche se oggi so che tutto è in sospeso.

Questo lungo preambolo è per parlarvi di Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven di Alessandro Sesto, pubblicato dagli amici di Gorilla Sapiens edizioni (sì, quelli del peluche del gorilla). Di questo autore avevo già letto, e amato alla follia, Moby Dick e altri racconti brevi, in cui parla di come la letteratura ha fisicamente influenzato la sua vita. 
In questo nuovo libro il soggetto cambia. Si parla di musica, attraverso le vicende di una sgangherata band musicale che cerca di affermarsi nei locali della pianura padana. Un gruppo di amici, tra cui verosimilmente c’è Alessandro Sesto stesso, che il lettore segue durante la loro “carriera” musicale e, soprattutto, durante i loro ragionamenti sulla musica e su come la loro vita, più o meno profondamente, da essa è influenzata. 
Alcuni ragionamenti sono effettivamente molto profondi, come il doversi adattare alle mode o le canzoni dell’estate (ok, queste non sono esattamente profonde, ma sono una caratteristica ben precisa del mondo musicale di oggi), altri che fanno davvero morire dal ridere (il capitolo che si intitola Calaf, primo fra tutti).

Lo stile di Alessandro Sesto in questo libro è molto simile a quello del primo: alterna momenti filosofici ad altri puramente goliardici, prende personaggi un po’ cazzoni e far loro dire cose molto profonde, per poi stemperare il tutto con qualcosa di comico, tocca diversi argomenti dedicando loro capitoletti ben precisi e ben caratterizzati e lascia nel lettore sempre il dubbio se stia parlando sul serio o stia prendendo per il culo un po’ tutti.
Ed è uno stile che adoro, anche se ho preferito Moby Dick e altri racconti brevi rispetto a Lascia stare il la maggiore che l’ha già usato Beethoven, ma semplicemente perché mi muovo molto più facilmente nel mondo della letteratura che in quello della musica.
In ogni caso sono libri geniali, piccole perle che fanno sorridere (ok, a volte proprio ridere di gusto) e qua e là anche riflettere. 

Ora sono davvero curiosa di sapere qual è la terza passione di questo autore, per capire cosa aspettarci dal terzo libro. 

Sa, vado a prendere la racchetta del volano e suono qualcosa.


Titolo: Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven
Autore: Alessandro Sesto
Pagine: 153
Anno di pubblicazione: 2015
Editore: Gorilla Sapiens Edizoni
ISBN: 978-8898978052
Prezzo di copertina: 13 €
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giovedì 4 giugno 2015

La mia GRANDE INVASIONE 2015

Ed eccomi qui, a due giorni dalla sua conclusione, a cercare di raccontarvi la mia Grande Invasione, il festival della lettura che ha popolato Ivrea dal 30 maggio al 2 giugno. Dico cercare, perché sono talmente tante le cose che ho fatto, le belle cose che ho fatto, che sicuramente mi perderò qualcosa per strada.
Scriverò un post unico che racchiude tutti gli eventi a cui ho partecipato perché credo sia il modo migliore per trasmettere quanto intensa è stata. Quanti begli incontri, quante belle persone, quante belle sensazioni si sono accumulate in quei quattro giorni.

Il container di La Grande Invasione in piazza Ottinetti a Ivrea

Il programma di quest’anno era parecchio ricco, ma per fortuna sono riuscita a seguire più o meno tutto quello che mi ero prefissata. A partire da sabato 30, con il primo incontro con Alessandro Baricco e Fabio Geda che hanno parlato dei libri della loro vita. Il cortile del museo Garda dove si è svolto l’evento era stracolmo. Ed è stato davvero bello vedere tutta quella gente per due scrittori. Ammetto di non aver segnato quali fossero i libri, anche se ne hanno indicati ben tre a testa (ma se cercate su twitter l’hashtag #invasione15 troverete tutto). Ho preferito ascoltare, ridere e applaudire come non mai. Ho rivalutato un po’ Baricco, di cui ho letto solo Novecento e che da sempre considero uno scrittore un po’ altezzoso, e mi sono metaforicamente innamorata di Fabio Geda, della sua umiltà e della sua simpatia (ha fatto un pellegrinaggio in America nella casa in cui hanno girato il film I Goonies, vi dico solo questo), al punto da farmi prestare uno dei suoi libri dall'amica che era con me). È bello vedere scrittori che parlano di altri scrittori e di altri libri. È bello vedere la loro passione, il loro entusiasmo e il loro rispetto per questi autori del passato che tanto hanno influenzato la loro vita. Mi piacerebbe essere in grado di parlare in quel modo degli autori che amo.

Alessandro Baricco e Fabio Geda

La sera di sabato siamo poi andati a sentire il reading di Francesco Piccolo Momenti di trascurabile (in)felicità, tratto dai suoi due libri dall'omonimo titolo pubblicati da Einaudi. Era una vita che volevo assistere a un evento con lui, dopo averlo incrociato spesso al Salone del Libro o per strada a Ivrea (e questo è uno dei motivi per cui più amo i festival letterari e le fiere, tu sei lì che ti fai i fatti tuoi e di colpo ti trovi davanti uno scrittore che si sta facendo altrettanto i fatti suoi, indisturbato) ma senza aver mai avuto il coraggio di fermarlo. È un personaggio e un uomo incredibile, almeno da quello che è apparso sul palco (per dirvi, prima di incominciare, oltre ad avvisarci personalmente che lo spettacolo avrebbe ritardato un po’, si è anche scusato per i ruttini che molto probabilmente avrebbe fatto, visto che stava bevendo una birra) e dal momento delle firme dopo. Ho riso tantissimo. Anche perché sono grande sostenitrice della felicità che le piccole cose ci posso lasciare, ma anche dello sconforto che ci possono provocare.

Francesco Piccolo

La domenica mattina, il 31 maggio, ho invece assistito al workshop di narrativa Tre tigri contro tre tigri: a tenerlo è stato Alessio Torino che ha analizzato insieme a noi il racconto Campo indiano di Ernest Hemingway. E di nuovo, si è vista la passione di Alessio Torino per questo autore e questo racconto. Una passione che è riuscito a trasmettere anche a noi, al di là dell’analisi del testo vera e propria, perché, come ha detto lui, “Hemingway può solo insegnare qualcosa, a tutti noi”.

I miei appunti del worshop su Campo indiano

Doppio incontro al pomeriggio. Il primo con Björn Larsson in conversazione in un perfetto italiano con Emilia Lodigiani di Iperborea, la casa editrice che lo pubblica in Italia. Di questo autore io non ho mai letto niente, ma ho in casa La vera storia del pirata Long John Silver, che il mio compagno ha letto. Beh, uscita dall'incontro, grazie alla sua simpatia (essere simpatici in una lingua che non è la propria, imparata “per poter parlare con voi lettori”, non è per niente semplice), le sue risposte intelligenti, il bello scambio con Emilia Lodigiani, con cui ripubblicherebbe mille volte, pur essendo un piccolo editore, mi hanno fatto venire voglia di recuperare tutti i suoi libri.
Björn Larsonn, Emilia Lodigiani e Marco Cassini

Subito dopo è stato il turno di Nickolas Butler, autore di Shotgun Lovesongs, in dialogo con la sua traduttrice Claudia Durastanti (e con un interprete molto brava, di cui purtroppo non ricordo il nome). A me il libro, lo confesso candidamente, non aveva fatto impazzire. Carino, sì, ma non era minimamente all'altezza delle mie aspettative. Sentendolo parlare, però, dell’importanza degli amici di infanzia, della propria terra di origine, del lasciarsi andare ai sentimenti senza aver paura di raccontarli o di viverli, mi ha fatto un po’ ridimensionare il giudizio sul libro. Effettivamente in Shotgun lovesongs tutto questo c’è. Anche lui è stato simpatico (“un mio amico ha detto che non ha voglia di leggere il libro, che aspetterà poi il film”) e molto carino, nel comprensibile e naturale impaccio della sua prima presentazione in Italia.
Claudia Durastanti e Nickolas Butler

Lunedì 1 giugno ho preso parte invece a soli due incontri, entrambi nel pomeriggio. Il primo è stato Esordire, in cui sono intervenuti Iacopo Barison, autore di Stalin+ Bianca edito da Tunué, e Mario Pistacchio e Laura Toffanello, autori di L’estate del cane bambino edito da 66than2nd, in conversazione con il giornalista di Linkiesta Andrea Coccia. Si è parlato di etichetta di esordienti e di come questa abbia più un valore prettamente commerciale che non reale. Si è parlato, di nuovo, della bellezza di essere pubblicati con piccoli editori (bellissimo il laconico “rifarei tutto” di Iacopo Barison) che ti considerano importanti e non semplicemente pescati a caso dal mucchio. E poi di editoria a pagamento e di autopubblicazione. Molto azzeccata è stata secondo me la scelta di non focalizzarsi sulla mera presentazione dei libri, ma far parlare gli autori di tutto ciò che c’è attorno, dal momento della scrittura alla pubblicazione. Il libro di Barison già l’ho letto, e ora leggerò sicuramente anche quello di Mario Pistacchio e Laura Toffanello.

Mario Pistacchio, Laura Toffanello, Andrea Coccia, Iacopo Barison e Marco Cassini

Nel tardo pomeriggio c’è stato poi l’incontro “Leggere i classici per reggere i contemporanei”, con Martina Testa e Matteo Nucci a parlare del rapporto che c’è tra i classici e i contemporanei e di come i primi abbiano influenzato e ancora influenzino i secondi. Ed è stato bellissimo, soprattutto gli interventi appassionati di Matteo Nucci (tra tutti “Non bisogna andare nelle scuole di scrittura, bisogna leggere Omero”) e l’esaltazione finale di Francesco Totti.



Il 2 giugno è stato l’ultimo giorno di Festival e io ho seguito due eventi targati marcos y marcos. Il primo al mattino, con il dialogo tra Davide Ferraris della Libreria Therese di Torino e Marco Zapparoli, fondatore insieme a Claudia Tarolo della casa editrice. 
Allora, quanto io ami la marcos y marcos credo lo sappiate già. L’ho ribadito più volte e credo continuerò a farlo in eterno. E sentendo finalmente parlare l’editore ho avuto la conferma che il mio amore per loro non sia ben più che motivato.  La casa editrice è prima di tutto una casa, in cui bisogna sentirsi a proprio agio, in cui bisogna far famiglia, per poi portarla fuori. Ed effettivamente, se penso a quelle belle copertine colorate, che fanno capolino dalla mia libreria, se penso al fatto che io compro i libri marcos y marcos sulla fiducia e a prescindere, anche quando non li ho mai sentiti nominare, beh, mi pare che questa idea di famiglia, con me, stia funzionando.
E poi mi è venuta un po’ di tristezza, per la distanza fisica che c’è tra me e la libreria Therese (che è Torino, ok, non così lontana, ma non posso ogni volta fare 60 km per comprare un libro), un posto magico che Davide Ferraris con le sue parole e il suo entusiasmo rende ancor più magico.  Ce ne dovrebbero essere di più di librai che dicono frasi come “Il problema non è amazon, non è il grande editore. Il problema sono i non lettori. E per me questo è uno stimolo e non una fonte di sconforto, perché vuol dire che là fuori è pieno di gente da dover conquistare”.
Insomma, credo che adesso i libri marcos y marcos li comprerò solo più alla libreria Therese.

Davide Ferraris e Marco Zapparoli

Il secondo incontro, al pomeriggio, è stato invece con Stefano Amato, autore di Bastaddi (nonché del blog L’apprendista libraio), e con Hakan Günday, autore di A con Zeta. Entrambi ovviamente pubblicati da marcos y marcos e presentati in quell'incontro da Claudia Tarolo (con l’aiuto della stessa interprete che aveva lavoro con Butler). Un siciliano e un turco, entrambi appena pubblicati per la prima volta dall'editore, hanno parlato sì dei loro libri ma anche e soprattutto della loro terra, delle difficoltà passate  e di quelle che ancora ci sono. Il libro di Stefano Amato è un remake letterario ambientato in Sicilia dei Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino (con la stessa dose di violenza, sebbene lui sia un pacifista, nonché molto mingherlino quindi non tanto credibile come assatanato di sangue, perché non sarebbe stato rispettoso edulcorare l’opera originale), mentre quello di  Günday una storia di fuga e d'amore.



Ecco, ho finito. Perdonate la lunghezza del post e perdonate soprattutto se non sono riuscita a far trasparire tutto lo spirito che si respirava a Ivrea in quei giorni, nelle sale degli incontri, ma anche fuori, per le vie e le piazze, dove davvero era possibile incontrare autori e personaggi come se nulla fosse.
È stato bello riconoscere i visi tra un incontro e l’altro, ma anche scoprirne ogni volta di nuovi. È stato bello (anche se un po’ faticoso, lo ammetto) twittare in diretta, per condividere tutta quella passione, tutta quelle letteratura con chi non poteva essere fisicamente lì.

Quindi bravi a tutti gli organizzatori, l’editore Sur con un Marco Cassini sempre presente, e la libreria Galleria del Libro con Gianmario Pilo (è una libreria che io frequento poco, lo ammetto, ma dovrò rimediare). Bravi al Birrificio del Canavese per la loro Birra Rabel e a tutti quelli che in un modo o nell’altro hanno contribuito a rendere La grande invasione un grandissimo evento.

mercoledì 3 giugno 2015

IL LIBRO DI JULIAN. A WONDER story - R.J. Palacio



Voi lo avete letto Wonder di R.J. Palacio? Quel  bel romanzo per ragazzi che racconta la storia di August, Auggie per gli amici, un  ragazzino da una malattia congenita che comporta la deformazione di parte del viso. In quel romanzo, ci viene raccontato quando il ragazzino, di un’intelligenza e ironia fuori dal comune, entra per la prima volta a scuola, dopo aver sempre studiato a casa. Si vedono le reazioni dei compagni e dei loro genitori, le difficoltà che si ritrova ad affrontare ma anche le belle cose che piano piano, passata la diffidenza, gli succedono. E parla, ovviamente, di bullismo. Quello che Julian gli infligge.
Un libro intenso nella sua semplicità, per ragazzi ma anche per adulti, che aveva una particolarità. Ogni capitolo infatti era narrato da un personaggio diverso, così da offrire più punti di vista sulla vicenda. L’unico a non intervenire mai era proprio Julian, il bullo, il bambino “cattivo”, con i genitori sempre pronti a difenderlo, che tanto ha tormentato Auggie. R.J. Palacio ha detto di non averlo voluto inserire per non dare troppa voce e troppo spazio al bullismo, e per non offendere i sentimenti dei lettori con problemi simili a quelli di Auggie. Poi però ha cambiato idea, e ha scritto Il libro di Julian.

Julian è un bambino un po’ viziato, un leader nato, sempre accontentato in tutto dai suoi genitori. Ha però un piccolo segreto, che lo accompagna da quando era piccolino: di notte gli capita di essere tormentato da incubi terribili, con mostri deformi, che gli lasciano addosso un senso di ansia e angoscia.  Incubi che sembravano essere passati, finché non gli viene chiesto di fare da tutor a questo nuovo bambino che arriva nella scuola. August, appunto.  Per combattere questa sua paura,  riesce a fare solo una cosa: prenderlo in giro, isolarlo, chiamarlo “scherzo della natura”,  fino ad arrivare a scrivere dei bigliettini con minacce di morte, che costringono il preside a sospenderlo. I genitori di Julian, infuriati, lo difendono e accusano la scuola di non aver gestito al meglio l’ingresso del nuovo ragazzino, di aver fatto favoritismi e di non rispettare gli altri.
Ci vorrà l’intervento della nonna francese di Julian, che gli racconterà una storia che non ha mai raccontato a nessuno, sul suo passato durante l’occupazione nazista e su chi l’ha aiutata a salvarsi, per far prendere consapevolezza al bambino di avere sbagliato e ai genitori di avere un tantino esagerato.

Anche Il libro di Julian è, ovviamente, un romanzo per ragazzi. Forse anche un tantino di più di quanto non lo fosse Wonder, perché non va poi così a fondo nel raccontare le motivazioni di Julian e la follia (non mi viene altro termine, scusate) dei suoi genitori. Ed è una scelta comprensibile, perché l’argomento è difficile da affrontare con i termini giusti, senza offendere nessuno, visti quanti bambini bulli e quanto genitori che li giustificano senza se e senza ma ci sono al mondo.

Da lettrice adulta, però, ho avuto l’impressione che questa scelta, questo andarci così cauti, penalizzi un po’ il messaggio che il libro vuole trasmettere, arrivando a dare a volte l’impressione che si giustifichi i gesti di Julian e dei suoi genitori.
Certo, un bambino non è cattivo a prescindere ma succede qualcosa perché lo diventi. Così come i genitori che le danno tutte vinte ai figli e che li difendono sempre e comunque è perché cercano ad ogni costo di fare il loro bene, e sono disposti a calpestare chiunque per ottenerlo. Però questa è una visione davvero troppo semplice. Forse a R.J. Palacio è mancato un po' di coraggio, per andare davvero a fondo in un argomento così complesso. Ed è un peccato, perché di libri che affrontano il tema del bullismo ce ne sarebbe proprio bisogno, di questi tempi.

In ogni caso, il libro è scorrevole e piacevole da leggere. Soprattutto nella parte finale, quella che chi ha letto Wonder ancora non conosceva, quando Julian parla con sua nonna e finalmente prende consapevolezza di sé, di quello che ha fatto, ma anche della vita in generale. 

La cosa buona della vita Julian è che qualche volta possiamo rimediare ai nostri errori. Impariamo, dai nostri errori. Miglioriamo.

Insomma, è un libro carino, molto lontano da quanto mi era piaciuto Wonder, ma comunque godibile, soprattutto se da adulti riuscite a leggerlo come se foste bambini, senza pensare troppo.
Sarei davvero curiosa, ora, di vedere le reazioni di bambini bulli e genitori sempre pronti a difendere i propri figli di fronte a questa lettura. 

Titolo: Il libro di Julian
Autore: R.J. Palacio
Traduttore: Alessandra Orcese
Pagine: 125
Editore: Giunti editore
Acquista su Amazon:

lunedì 1 giugno 2015

ISOLA GRANDE ISOLA PICCOLA - Francesca Marciano

Ho una particolare predilezione per i libri che, oltre alla storia che contengono, ne hanno o ne raccontano un’altra. In realtà sono così un po’ tutti i libri, perché la stesura di un romanzo da parte di un autore è già di per sé un racconto, a volte semplice e noioso, altre ancor più profondo del suo contenuto.
Per cui, quando la Bompiani mi ha scritto per chiedermi se poteva interessarmi la lettura di Isola grande isola piccola di Francesca Marciano, la prima cosa che mi ha attirata, oltre alla copertina che trovo magnifica nella sua semplicità, è stata il fatto che il libro fosse una traduzione (molto ben fatta, vi anticipo già, da Tiziana Lo Porto). Ma come? Francesca Marciano è italiana, vive a Roma, ha già pubblicato diversi libri nel nostro paese e quest’ultimo è in traduzione?  Eh sì, il libro è uscito per la prima volta negli Stati Uniti, scritto in inglese, nel 2014, è stato finalista del The Story Prize, un prestigioso premio letterario americano, e poi finalmente, dopo un po' di difficoltà a trovare un editore, tradotto qui da noi.
Non che a me come lettrice cambi niente, è ovvio, ma queste curiosità mi attirano molto. E quindi sì, eccome se mi andava di leggerlo. 

Isola grande isola piccola è una raccolta di racconti con protagoniste  principalmente al femminile.  In spazi più o meno brevi, con personaggio più o meno caratterizzati, Francesca Marciano racconta di tutte quelle fragilità, insicurezze, ma anche semplici scelte di vita che ci possono colpire. La perdita di una madre quando si è troppo giovani per capire e le conseguenti reazioni che possono segnare per tutta la vita; le speranze e i desideri che ci portano a compiere azioni un po’ folli, come comprare un costosissimo vestito di Chanel che poi non metteremo mai o il ricercare a tutti costi un passato e scoprire che non è assolutamente come lo ricordiamo; il bisogno di fuggire, di cercare se stesse, che non sempre dagli altri viene capito e molto più spesso criticato, che poi si concretizza in qualcosa di semplice, come ricostruire un forno per farci il pane; un matrimonio che finisce senza che poi si capisca bene perché;  un innamoramento che dura per sempre, senza concretizzarsi mai;  una canzone che sembra parlare di noi e un trasloco lontano da tutto e da tutti per cercare di sentirsi meno soli; fino alla scrittura di un libro che trasforma la realtà, per renderla più simile a quella che davvero vorremmo.

Ci sono anche gli uomini, in questi racconti. Ma Francesca Marciano si sofferma di più sulle donne, sul modo in cui vivono (viviamo, ok), certe situazioni. Su dove ripongono le loro speranze e su cosa invece le fa stare male. Gli uomini sono un contorno essenziale, perché parte di quello che queste donne vivono è dovuto proprio a loro, a un padre in difficoltà, a un amico che spalleggia in una follia, a un fratello con cui non si riesce più ad andare d’accordo, a un uomo che si è amato e che ora non c’è più. E quindi alla fine quel che viene fuori è un ritratto completo di una vita, perché da un singolo momento si possono capire tante cose.

È stata una lettura intensa, difficile a tratti, sebbene ogni racconto sia ben scritto, scorrevole e piacevole da leggere.  Tenevo il libro accanto a me sul comodino, per poi portarmelo dietro di stanza in stanza ogni volta che mi spostavo, con la voglia di leggerlo e al tempo stesso di non farlo, per non finirlo troppo presto. 

Una bella scoperta, davvero. E sono contenta che alla fine, in un modo o nell'altro, Isola grande Isola piccola sia poi arrivato anche a noi. Perché di Italia in questo libro ce n’è tanta, tantissima. E forse dovremmo imparare, tutti, a valorizzarla un po’ di più.

Titolo: Isola grande Isola piccola
Autore: Francesca Marciano
Traduttore: Tiziana Lo Porto
Pagine: 325
Editore: Bompiani
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formato brossura: Isola grande, isola piccola