mercoledì 19 giugno 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #38

C'è un libro che da qualche settimana mi guarda dal comodino, implorandomi di leggerlo. Un libro che mi è stato prestato, che di mio non avrei mai assolutamente nemmeno considerato, e che chi me l'ha prestato mi ha detto che non le è piaciuto. E quindi la voglia di leggerlo è pari a zero (ne ho troppi belli in attesa per perdere tempo con quelli brutti!).
Però mi sento stupidamente un po' in colpa nei confronti di questo povero volume... e quindi ho deciso di parlare di lui qui, nella rubrica di confronto tra titoli (anche se, considerando quello che sto per scrivere, probabilmente non gli faccio poi tutto sto favore).

Il libro in questione è  GLACIERS ovvero LA COLLEZIONISTA DI COSE PERDUTE di Alexis M. Smith:


Il romanzo è uscito in lingua originale nel 2012 e tradotto in italiano da Marcella Maffi per la casa editrice Frassinelli nel 2013. Non so bene di che cosa parli, la quarta di copertina dice che si tratta di un romanzo d'amore, che ha come protagonista Isabel, una giovane donna che vive nel ricordo della sua terra di origine, costellata di ghiacciai, e che colleziona piccoli oggetti che gli altri hanno dimenticato o perso in giro (non ripeto invece le parole dell'amica che me l'ha prestato sulla trama, perché ci sono bambini all'ascolto).

Per quanto riguarda il cambiamento di titolo, direi che siamo alle solite. Cambio drastico (la traduzione dell'originale sarebbe semplicemente "ghiacciai"), che segue la solita moda di titoli composti, con sostantivo e complemento di specificazione. Secondo quanto detto dalla trama, la protagonista colleziona davvero gli oggetti perduti da altri... però perché farlo diventare il titolo, visto che l'originale si focalizzava su altro (ed era più breve e conciso)?

Ormai non riesco nemmeno più a decidere se questa domanda sia retorica o meno.

martedì 18 giugno 2013

WE ARE FAMILY - Fabio Bartolomei

We are family... I got all my sister with me... 
Ecco, lo sapevo, adesso andrò avanti per giorni a canticchiare la canzone delle Sister Sledge che dà il titolo a questo romanzo. Un motivetto che spopolava sul finire degli anni '70 e che, una volta conosciuto ed entrato in testa, difficilmente se ne andrà.

Un po' come questo romanzo di Fabio Bartolomei, quindi. Talmente bello e talmente intenso che, una volta letto, difficilmente si potrà dimenticare.

Ho conosciuto questo autore da poco, grazie a quel piccolo gioiello che è La banda degli invisibili e ammetto che, nonostante tutti mi dicessero che gli altri suoi libri sono ancora più belli, ero un po' riluttante a leggere un altro romanzo. Perché non c'è niente di peggio di veder deluse certe aspettative. E invece adesso, a lettura conclusa, mi ritrovo a cercare di controllarmi e di non buttarmi subito sull'altro suo romanzo che mi aspetta sul comodino.

We are family racconta di Al Santamaria, un bambino un po' speciale, che a tre anni e mezzo già parla come un dizionario e sa far di conto, una mente geniale, in grado di memorizzare ogni più piccola nozione, ma con serie difficoltà a relazionarsi con gli altri e destinato senza saperlo a rimanere bambino per sempre.Accanto a lui c'è la sua famiglia: la madre Agnese, che fa le ciambelle al cioccolato più buone del mondo, il padre Mario Elvis, autista di autobus con una passione per il re del rock 'n' roll, e la sorella maggiore Vittoria, che ha la strana tendenza a uccidere tutti gli animali domestici che i genitori le prendono. Una famiglia molto unita, che non naviga nell'oro, e che ha un sogno comune, quello di trovare la casa giusta in cui finalmente essere felici. 

E' molto difficile parlare della trama di questo romanzo, perché qualunque dettaglio vi riveli, anche il più insignificante, vi farà perdere un po' il gusto della scoperta e della lettura. Perché in ogni dettaglio si vede la bravura di Fabio Bartolomei nel creare personaggi e situazioni semplicemente incredibili e geniali.

Al è forse uno dei personaggi più belli e ben riusciti che mi sia capitato di incontrare negli ultimi anni: non si può non affezionarsi a lui, non sorridere di fronte a certi suoi atteggiamenti, non condividere certi suoi ragionamenti e, soprattutto, non commuoversi per la sua naturale innocenza e contorta semplicità.
Cosa significa per te "amore?"
[...]
"Significa che non ho dubbi, che tutte le domande hanno la stessa risposta. Chi voglio? Te. Cosa voglio fare? Te. Dove voglio andare? Te. Cosa voglio mangiare? Te."
L'autore ci presenta Al quando ha quasi quattro anni e lo fa crescere e relazionarsi nella storia e nel mondo, che cambia e si evolve intorno a lui. Al ci dirà la sua sul referendum sul divorzio, sulle missioni spaziali, sulla P2 ma anche i suoi primi approcci amorosi, fino ad arrivare agli anni Novanta. Il suo cuore e la sua mente, per quanto geniale, rimangono sempre quelli di un bambino, con i suoi strani meccanismi, la voglia di non smettere mai di giocare, e l'unico, grande scopo nella vita di far felice le persone. Tutte le persone del mondo. Finché non si rende conto che forse come obiettivo è un po' troppo ampio. Ma può iniziare da vicino, dal piccolo...

Non è possibile rendere felice il genere umano tutto insieme. Quella per la salvezza del mondo è una battaglia che si combatte casa per casa.
We are family è uno di quei libri difficili da recensire, perché è difficile trovare le parole che gli rendano il giusto merito. Per cui, vi dico solo di prendere questo libro e leggerlo. Vi farà ridere, vi farà commuovere, vi farà pensare e, perché no,  un po' sognare. E, come vi dicevo già all'inizio, non lo dimenticherete facilmente.

E ora canticchio ancora un po' va... "we are family.. I got all my sister with me"...

Titolo: We are family
Autore: Fabio Bartolomei
Pagine: 280
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: e/o
ISBN: 9788866322535
Prezzo di copertina: 17,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura:We are family

lunedì 17 giugno 2013

La grande invasione , Festival della lettura , Ivrea 20-23 giugno 2013

Mi accingo a scrivere questo post con una gioia immensa per annunciarvi che dal 20 al 23 giugno 2013, a Ivrea, si terrà il festival della lettura "La grande invasione", organizzato dalla libreria La Galleria del Libro e dalla casa editrice minimumfax.

Vivo alle porte di Ivrea da quando sono nata. E' una cittadina particolare, conosciuta ai più per il suo bizzarro carnevale (sì, quello dove si tirano le arance. E sì, fanno male ma dipende anche un po' da dove le prendi) e per l'Olivetti, la grande azienda informatica, la cui mancanza, anche a distanza di anni, si fa ancora sentire parecchio. (Poi mi auguro che qualcuno la conosca anche per la torta '900... e se così non fosse, avete un motivo in più per venirci il prossimo fine settimana).

Amo molto questa città: ci ho frequentato il liceo, passato i pomeriggi a fare "vasche" in via Palestro, soprattutto quando ero più piccola. Mi rendo conto però che forse ora per un giovane a livello lavorativo e di svago non offre purtroppo più tante possibilità.
D'estate si anima un po', certo, e vi assicuro che passeggiare per le vie del centro nei venerdì e sabato sera di giugno è davvero bello, così come sotto carnevale. Ma in generale, soprattutto se si vive qui da sempre, a volte si sente la mancanza di qualcosa che non si sa se mai davvero arriverà.
Per cui, quando ho saputo che a giugno avrebbe ospitato questo festival, un festival letterario vero e proprio, la prima reazione è stata di incredulità mista a sorpresa mista a entusiasmo smisurato.

Ad organizzarlo sono La Galleria del libro, una delle librerie storiche della città (non so più dove, ma ho letto che Ivrea è una delle città con il maggior numero di librerie per numero di abitanti), e la casa editrice minimumfax, che chi segue questo blog sa che amo molto.
Quattro giorni, quindi, in cui Ivrea ospiterà conferenze, aperitivi letterari, letture ed eventi vari, con un'attenzione speciale ai più piccoli ("la piccola invasione" è tutta per loro)

Per quanto mi riguarda, gli eventi che mi interessano si concentrano soprattutto nella giornata di venerdì: Tommaso Pincio, traduttore de "Il grande Gatsby" che racconta Francis Scott Fitzgerald; il seminario "Leggere la rete", su come i blog letterari raccontano i libri sul web; l'aperitivo musicale con Diego De Silva (che si ripete per tutti e tre i giorni, cambia solo la canzone d'amore di cui parlerà).

Il sabato andrò poi sicuramente all'incontro con Paolo Cognetti (che dopo essermi sfuggito al salone del libro, questa volta non ha scampo), Fabio Stassi e Alessio Torino che parlano del loro rapporto con i personaggi dei libri che hanno letto e scritto.

E poi ci sono gli appuntamenti serali: il giovedì sera Giuseppe Battiston legge David Foster Wallace, il venerdì Licia Maglietta legge Jennifer Egan e la domenica nel tardo pomeriggio Isabella Ragonese legge "Sofia si veste sempre di nero". Spero di riuscire ad andare sia il giovedì sia il venerdì, anche se al momento sono sprovvista di accompagnatore... ma non sarà certo questo a fermarmi!

Comunque, potete trovare il programma completo (perché ci sono incontri interessanti per tutti e quattro i giorni), con orari e luoghi, sul sito dell'evento: http://www.lagrandeinvasione.it/. 

Insomma, saranno quattro giorni intensissimi, con un sacco di incontri e conferenze interessanti, che porteranno un po' di colore e movimento in questa piccola città. 
E io, lo ribadisco ancora una volta, non vedo l'ora!

E ovviamente, se vi va, fatemi sapere se verrete, che ci possiam vedere per un caffè!
E altrettanto ovviamente poi vi racconterò tutto!

PICCOLI PASSI DI FELICITA' - Lucy Dillon


Non so perché ma ogni volta che leggo e recensisco un romanzo di Lucy Dillon mi vengono in mente degli aneddoti canini della mia vita. E pensare che non ho mai nemmeno avuto un cane mio e che fino a tredici anni circa avevo una paura folle di questi pelosi animali a quattro zampe. Invece ora, complici anche le due simpatiche e buffe bestiole del mio ragazzo, nutro nei confronti dei cani un affetto smisurato. 
Affetto che si dimostra anche nell'acquisto di questi romanzi, che normalmente non acquisterei visto la loro chiara tendenza rosa, attirata soprattutto dalla copertina (che ha proprio lo scopo di attirare gli allocchi come me). Però, se proprio mi venisse chiesto di consigliare un romanzo rosa, quelli di Lucy Dillon sarebbero sicuramente tra i primi. 
Ho conosciuto per caso questa autrice qualche anno fa, grazie a un mio amico che mi ha regalato il primo romanzo, Lezioni di ballo, in lingua inglese. E subito mi sono accorta che, a differenza della maggior parte dei romanzi rosa, questo non mi annoiava per niente. Forse perché non cadeva nelle banalità tipiche del genere o lo faceva in modo meno scontato. Poi, qualche anno dopo è poi uscito "Il rifugio dei cuori solitari", con un bel cagnolone in copertina, ed è stato amore. E quindi, devo ammetterlo, ho atteso con parecchia ansia l'uscita in economica anche di Piccoli passi di felicità.



Protagonista è Juliet, una donna sulla trentina, il cui marito Ben, con cui stava insieme dai tempi del liceo, è da poco morto d'infarto. Di lui al momento gli rimane una casa immensa ancora da ristrutturare, una suocera melodrammatica e Midton, il cagnolino che aveva adottato insieme a Ben, e che è l'unico in grado di colmare un po' quell'incredibile senso di vuoto che il marito le ha lasciato dentro andandosene. Finché un giorno la madre non le affida anche Coco, la sua anziana cagnolona, per tre giorni alla settimana, quelli in cui deve guardare il nipotino. Juliet è così costretta a uscire di casa per portare gli animali al parco e a poco a poco conoscerà il mondo dei cani e del loro proprietari, trasformandosi in dog-sitter. Ricomincerà così lentamente a vivere, grazie anche all'aiuto della strampalata famiglia metallara che abita vicino a lei e alle attenzioni di Lorcan, assunto dalla madre di Juliet perché dia una sistemata alla casa cantiere della figlia. Juliet inizierà a fare i conti con se stessa e con il mondo che la circonda: i problemi con la sorella, molto meno perfetta e sicura di sé di quanto tutti abbiano mai creduto; i suoi sensi di colpa per la morte di Ben e il suo affetto per i genitori, che si sono presi cura di lei in modo discreto, sacrificando un po' loro stessi. 

A differenza degli altri di questa autrice, questo libro a volte è un po' banale e stucchevole. Ma deve essersene accorta anche l'autrice stessa, che ha inserito qua e là qualche elemento originale e divertente per cercare di smorzare un po' la prevedibilità. Riuscendoci, secondo me. Perché il romanzo si legge bene, fa sorridere (grazie soprattutto alla famiglia metal) e commuovere, nonostante si capisca quasi subito come andrà a finire. Ma un po' di lieto fine ogni tanto fa anche bene, dai.

Non credo che sai necessario dire che non siamo di fronte a un capolavoro. Ma è un libro leggero leggero,  da leggere quando si ha bisogno di una lettura svuota-mente e che abbia un bel lieto fine. E se siete amanti degli animali,  non potrete non rimanere  conquistati da Midton, da Coco e tutti gli altri animali che compaiono in queste pagine. 
Io l'ho letto in spiaggia, in due pomeriggi, ed è stata sicuramente una lettura azzeccata (anche se il libro ora è un po' insabbiato e sporco di crema solare).

Nota alla traduzione: più che alla traduzione, dovrebbe essere una nota all'edizione. Il romanzo è pieno di refusi, alcuni davvero inspiegabili ("reality show" che diventa "reality shaw"), che disturbano non poco la lettura e che lasciano pensare a una scarsa cura a livello di editing e di correzione di bozze.

Titolo: Piccoli passi di felicità
Autore: Lucy Dillon
Traduttore: S. Caraffini
Pagine: 414
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Garzanti
ISBN: 978-8811670537
Prezzo di copertina: 9,90 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Piccoli passi di felicità

venerdì 14 giugno 2013

ODORE DI CHIUSO - Marco Malvaldi

Adesso ditemi come faccio. 
Ho finito l'ultimo romanzo di Malvaldi che ancora mi mancava da leggere e so già che a breve cadrò in una crisi d'astinenza. Ne ho rimandato la lettura a lungo, lasciandolo lì, sul comodino, a guardarmi, proprio perché sapevo che finché non scriverà qualcosa di nuovo non entrerò più nel suo mondo e nel suo fantastico stile.
Lo so, può sembrare esagerato... ma sono sicura che chi ha letto almeno un romanzo di Malvaldi, che sia della saga del BarLume o un'altra delle sue opere, capisce perfettamente quale sia il mio stato d'animo del momento.

"Odore di chiuso" era quello che mi incuriosiva di più (e forse proprio per questo l'ho lasciato per ultimo), perché non è ambientato nei giorni nostri ma alla fine dell '800. 
Siamo sempre in Toscana, certo (non riesco a immaginare un romanzo di Malvaldi ambientato da qualche altra parte), ma è una Toscana un po' diversa che si scontra con i problemi dell'epoca: l'Unità d'Italia, la caduta in disgrazia di certe casate, il ruolo della donna non ancora così ben definito, i pregiudizi... che poi forse tanto diversi da quelli di oggi non sono.
A far da sfondo c'è, come sempre, un giallo, con relativa indagine e relativi colpi di scena. Che non sono mai così tanto ben approfonditi come uno si aspetterebbe da un romanzo con questa etichetta, ma che fungono da palcoscenico perfetto per tutta una serie di incredibili personaggi.

Siamo a Roccapendente, nel castello che il barone Bonaiuti abita con la sua famiglia: ci sono i due figli maschi, Gaddo, poeta dilettante che sogna di incontrare il grande Carducci, e Lapo, la cui attività principale è sperperare i soldi di famiglia nel casino del paese; c'è la figlia Cecilia, ragazza di incredibile intelligenza ma destinata, in quanto donna, a nasconderla; la vecchia baronessa Speranza e le sue dame di compagnia; le due cugine zitelle e il loro piccolo, fastidiossimo cane. Accanto a loro si muove la servitù: la fantastica cuoca, la procace cameriera Agatina e il maggiordomo Teodoro. Al momento, nel castello ci sono anche due ospiti: il fotografo Ciceri e il famosissimo Pellegrino Artusi, il famoso autore del libro di cucina "La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene".
Tutti personaggi bislacchi, che diventano ancor più bislacchi se messi di fronte all'omicidio e alle indagini che ne conseguono.

Dirvi qualcosa in più della trama non avrebbe tanto senso, perché questo è uno di quei libri che vanno letti così, senza bisogno di informazioni aggiuntive. Anche perché, come vi dicevo già prima e come ho sempre detto in ogni recensione di un romanzo di Malvaldi, la trama non è fondamentale, serve solo a permettere all'autore di sbizzarrirsi, con i personaggi e, soprattutto, con lo stile e le parole. Uno stile che in Odore di chiuso tocca secondo me il suo apice. Ho riso tantissimo, fino alle lacrime, stupendomi ogni volta della genialità che sta dietro a ogni situazione e ogni singola parola.

Il libro ti prende fin dalla prima pagina e ti tiene incollato alle sue pagine finché non sei arrivato alla fine. E quando ci arrivi, non importa che sia notte fonda, che tu sia in ritardo a un appuntamento, che tu debba andare a lavoro o  fare qualunque altra cosa, perché per un momento ti renderai conto di volerne ancora, di volerne di più e proverai un senso di vuoto che sembrerà incolmabile (soprattutto se hai già letto tutti gli altri Malvaldi).

E poi, pur non volendolo, ti troverai per forza a pensare al tuo scrittore preferito, che fa la pipì contro un portone.


Titolo: Odore di chiuso
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 198
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838925443
Prezzo di copertina: 13,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Odore di chiuso

giovedì 13 giugno 2013

NEMESI - Philip Roth

Leggere un romanzo di Philip Roth è un po' come partecipare a un incontro di boxe contro un avversario che sai essere più forte di te. Sali sul ring e le prendi. Non puoi fare altro, se non cercare di limitare il più possibile i danni. Sai che ti farà male, sai che i lividi ti tormenteranno per parecchi giorni, eppure, una volta salito e iniziato a combattere, non ti passa per la testa nemmeno per un secondo di scendere da lì e di sottrarti a quella furia. 
Devi essere nello stato d'animo giusto per leggere un romanzo di questo autore. Non li puoi prendere alla leggera, devi essere pronto e consapevole di quello a cui andrai incontro, o rischi di farti ancora più male.
Lo avevo già scoperto con Pastorale Americana, ribadito con Indignazione e ora questo, Nemesi, mi ha dato la conferma.
Philip Roth scrive per farti male. Per farti riflettere, pensare, sconvolgere, stupire. Per farti mettere tutto in discussione. Il mondo, Dio, la gente. Ma anche e soprattutto te stesso.

Se ne accorge, o forse nemmeno così tanto, Mr Cantor, ventiduenne protagonista di questo romanzo breve. Siamo a Newark, negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, e un'epidemia di polio arriva e mette in ginocchio la città, colpendo e portandosi via soprattutto bambini. Mr Cantor è un insegnante di ginnastica, forte, bravo, virile, ma con dei seri problemi di vista che gli hanno impedito di partire per la guerra. Un'onta per lui, che non riesce a superare. Sta trascorrendo l'estate come educatore in una sorta di centro estivo, in cui a poco a poco la maggior parte dei bambini viene colpita dalla malattia. Lui cerca di essere di conforto, di aiutare, i bambini a non avere paura e i genitori a superare questi momenti di tragedia. Cerca di non puntare il dito verso quei presunti untori che la paura in queste situazioni tende sempre a immaginare. Ma la sua sicurezza vacilla. Si sente impotente, non riesce a credere che ci possa essere un Dio che permette questo. Sente di non fare abbastanza per prevenire il contagio tra i suoi ragazzi, sebbene in realtà nessuno sapesse davvero, a quel tempo come si propagasse la malattia.
"Tu hai una coscienza, e una coscienza è un lodevole attributo, ma non se ti spinge a considerarti colpevole di cose che non sono alla portata della sua responsabilità"
Finché un giorno la sua paura d'impulso decide per lui,  facendolo partire per raggiungere la fidanzata, in un campo scuola lontano dalla polio e dalla sofferenza. Si sente in colpa, terribilmente in colpa, per aver abbandonato la sua città e i suoi ragazzi. E quel senso di colpa poi aumenterà, rovinando e segnando la sua vita per sempre.
"Una persona così è condannata. Niente di ciò che fa è all'altezza dell'ideale che nutre dentro di sé. Non sa mai dove finisce la sua responsabilità. Non accetta i propri limiti perché, gravato da un'austera bontà naturale che gli impedisce di rassegnarsi alle sofferenze degli altri, non riconoscerà mai di avere dei limiti senza sentirsene in colpa."
E' un libro difficile, che tratta temi altrettanto difficili. La tragedia della malattia e della morte improvvisa, e che porta i bambini in quella "cassa in cui un dodicenne resta per sempre un dodicenne". La ricerca di colpe, perché in quei momenti trovare una colpa sembra necessario e fondamentale per poter sopravvivere. Il rapporto con Dio, quel Dio tanto buono e tanto caro che permette tutto questo e che nella concezione di Mr Carton è "un essere onnipotente che riunisce in un'unica entità diversa non tre persone, come il cristianesimo, ma due: uno stronzo depravato e un genio del male". E il rapporto con se stessi e l'immagine che di se stessi si ha e si vorrebbe avere, soprattutto in un'epoca in cui quando si partiva soldato la patria si difendeva e si serviva davvero, e la difficoltà di vivere nell'impossibilità di farlo. 
Tante cose ci sono in questo libro. E Roth te le spiattella così, senza mezzi termini, senza sconti. In uno stile semplice, lineare, che possa arrivare e colpire tutti. E' lì la sua forza, la sua bravura.

Quella forza che ti stende e ti manda al tappeto. Anche se poi, alla fine, una mano per rialzarti te la tende. Ma non è sufficiente a cancellare tutto il male.


Nota alla traduzione: decisamente ben fatta.

Titolo: Nemesi
Autore: Philip Roth
Traduttore: Norman Gobetti
Pagine: 183
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: Einaudi
ISBN:978-8866213185
Prezzo di copertina: 13,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Nemesi
formato ebook:Nemesi (Supercoralli)

mercoledì 12 giugno 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #37

Lo so, lo so, la settimana scorsa vi avevo detto che oggi avrei fatto il contrario, ovvero che sarei partita da un libro italiano per scoprire come era stato tradotto in altre lingue. Ma questi giorni sono un po' incasinati a lavoro e il tempo per fare ricerche è davvero limitato. Per cui, ancora una volta, mi rifugio in un terreno sicuro, parlando dei titoli di libri stranieri nella nostra lingua.

E scelgo un libro che ho letto da poco, angosciante e bellissimo, che consiglio a tutti di leggere.
Sto parlando di ASYLUM ovvero FOLLIA di Patrick McGrath:


Il romanzo è uscito in lingua originale nel 1996 ed è stato tradotto per Adelphi, nello stesso anno, da Matteo Codignola. E' una storia particolare, che racconta dell'amore nato tra Stella Raphael, moglie di uno psichiatra, e Edgar Stark, artista detenuto per uxoricidio nel manicomio in cui lavora il marito di Stella. Un confine labile corre tra i due, lo stesso che corre tra amore e follia. Potete leggere la mia recensione qui.

Il titolo originale, come si può vedere, era però un altro. "Asylum", ovvero "Manicomio", il luogo in cui si sviluppa buona parte della storia. Un titolo forte, accompagnato da una copertina altrettanto evocativa. Eppure, non riesco a trovarmi totalmente in disaccordo con il cambiamento effettuato da Adelphi. Serviva un titolo evocativo, formato da una parola sola, non troppo lunga, che lasciasse capire il contenuto del libro senza però svelarne troppo. E la parola "Follia", secondo me, rispecchia perfettamente tutto questo. Avreste mai comprato un libro dal titolo "Manicomio"? Ok, forse sì... E sicuramente se quello è il titolo che gli ha dato l'autore è perché quello voleva che fosse. Però trovo che "Manicomio" sia molto meno incisivo, molto meno freddo sia rispetto all'originale sia rispetto a "Follia".
Non so, questa scelta mi convince abbastanza. Che dite?