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martedì 11 aprile 2017

BELLISSIMO - Massimo Cuomo

Allora Santiago prende coraggio, si avvicina finalmente alla madre. Al fratello. Arriva sul bordo del letto incollando passi brevi, appoggia le mani sul lenzuolo, annusa l'odore della pelle di Miguel che, gli sembra, profuma di biscotti.
«Che ne pensi?» gli chiede la donna sottovoce.
Santiago ha pensieri raggomitolati che non sa sbrogliare.
«Che è bellissimo» ripete in automatico.
Maria Serrano lo fissa da vicino e arriva lontano dentro di lui.
«Lo sei anche tu» gli dice, piano, in un orecchio.


Quando un romanzo che ho letto mi è piaciuto molto, tendo a trasformarmi in una specie di fanatica. Ne parlo con tutti, lo consiglio, lo presto, lo regalo, mi arrabbio se qualcuno mi dice che invece no, non gli è piaciuto, e approfitto di ogni occasione, anche a distanza di tempo, per citarlo di nuovo. Questo fenomeno si amplifica ulteriormente se il libro in questione ha assunto un significato ancor più profondo nella mia vita, influenzando non solo la lettrice ma anche la persona.

Un esempio di tutto questo è Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo. L’ho comprato, attirata dalla bellissima copertina. L’ho letto e me ne sono innamorata. L’ho prestato, consigliato e, una volta, anche regalato. A una persona speciale, che stava entrando a far parte della mia vita per stravolgermela completamente. Non dico che sia merito del libro, però un pochino forse anche sì.
Solitamente, dopo tutto questo percorso da fanatica, succede che di quell'autore esce un nuovo romanzo. Che ti attira, perché se è come l’altro sarà un grande libro, e al tempo stesso un po’ ti spaventa, perché se non è come l’altro che succede?

È con questo stato d’animo contradditorio che mi sono approcciata a Bellissimo, il nuovo romanzo di Massimo Cuomo uscito il 6 aprile per edizioni e/o. Curiosità e paura. Voglia incredibile di leggerlo, ma anche ansia da “oddio, e se poi non mi piace?”.
Ansia che già con la copertina, un’illustrazione di Alessandro Gottardo, un po’ si è dissipata. Per poi sparire completamente durante la lettura.

Bellissimo è ambiento a Mérida, un paesino del Messico, e racconta la storia di due fratelli, Santiago e Miguel. Quest’ultimo, fin dal momento in cui è nato, è bellissimo. Di una bellezza quasi divina, che fa impallidire chiunque lo circondi e che, soprattutto, genera una sorta di culto in tutta la città, alimentata dal padre, Vicente Moya. Santiago, il fratello maggiore che bellissimo invece non è, subisce fin dal suo arrivo la bellezza del fratello e le attenzioni che tutti sempre gli rivolgono, generando una contrapposizione evidente e, soprattutto, un rapporto di odio e amore che sembra destinato a durare tutta la vita, o almeno finché entrambi, da adulti, non riusciranno a trovare la loro strada.
Si chiede Santiago in quei momenti se è lui che non ha avuto il coraggio sufficiente per pretendere concessioni che pensava impensabili. Se gli sia mancato, in particolare, il coraggio di immaginarsi a salire sul primo autobus per andare a vedere cosa accade là fuori. Si risponde allo stesso modo ogni volta: che magari è proprio l'amore che gli è mancato più di tutto e che dunque, forse, l'amore esiste ed è la forza con cui fare cose straordinarie in modo semplice.
Bellissimo è un libro bellissimo, se mi passate questo gioco di parole forse un po’ banale (e anche rischioso, se il romanzo bellissimo non fosse stato).  È bellissima la descrizione del rapporto tra Santiago e Miguel, due fratelli che sembrano una dicotomia, per aspetto fisico, carattere e voglia di vivere, ma che in realtà, con le loro differenze, si completano a vicenda, e non possono vivere l’uno senza l’altro.
E Massimo Cuomo è stato bravo a cambiare drasticamente ambientazione, a spostarsi dalla profonda provincia veneta al Messico, riuscendo a rimanere perfettamente credibile, al punto che se leggeste il libro senza sapere chi sia l’autore, non pensereste che in realtà sia italiano. C’è il realismo magico tipico del romanzo sudamericano di un tempo, ci sono i personaggi un po’ bislacchi (Hermenegildo Serrano con il suo mangianastri e la sua passione per Jarabe Tapatío è il mio preferito in assoluto) e quelle situazioni surreali che in un romanzo ambientato in Sud America diventano credibili e magiche e, appunto, bellissime.
«E adesso?» dice Soledad Sanchez aggiustandosi gli occhiali sul naso:Santiago ha il coraggio irrazionale degli innamorati.
«Si potrebbe ballare» dice piuttosto serio.Soledad Sanchez lo fissa stupita.
«Tu sai ballare?» chiede poi.
«No, ma che ci vuole?».
«E la musica?» insiste Soledad.
 Santiago sorride, porta le mani dietro la schiena nella tipica postura della danza di corteggiamento che ha visto ballare nelle sagre. E poi intona il ritmo della canzone che nonno Hermenegildo gli ha fatto ascoltare nelle notti d’infanzia per farlo addormentare, ogni minuto di ogni ora di ogni giorno, incidendogli quel ritmo nella testa. Però è dal cuore, dal sangue, che sale l’impulso che sposta le gambe, coordina i movimenti di Santiago con la grazia di chi la musica ce l’aveva dentro e non lo sapeva.
Ci sono passione e amore, in questo libro. Amore fraterno e amore materno. Amore per la lettura, amore per l’amore e amore per la vita, oltre a quello per la scrittura che traspare dallo stile di Massimo Cuomo.
Ammetto di essermi commossa più volte. Di essermi ritrovata in molti passaggi, in molte parole, in molti pensieri. Al punto (attenzione, ecco di nuovo il fanatismo per l’autore) da chiedermi come sia possibile che uno scrittore che non mi conosce e che io non conosco riesca a parlare così tanto di me e a farmi emozionare così tanto.
Succede solo con un libro bello, in effetti. Anzi, Bellissimo.


Titolo: Bellissimo
Autore: Massimo Cuomo
Pagine: 264
Editore: e/o
Anno: 2017
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Bellissimo
formato ebook: Bellissimo

venerdì 16 dicembre 2016

PICCOLI CRIMINI CONIUGALI - Eric-Emmanuel Schmitt

GILLES: È contro natura amare per sempre, amare a lungo
LISA: Non è vero.
GILLES: Per fare in modo che duri bisogna accettare l'incertezza, bisogna avanzare in acque pericolose, avventurarsi là dove si procede solo con la fiducia, risposarsi galleggiando su onde contraddittorie, certe volte di dubbio, certe volte di fatica, certe volte di serenità, ma mantenendo sempre la rotta.


Leggo raramente le pièce teatrali. Non perché non mi piacciano (e Casa di bambola di Ibsen, ma anche Ricorda con rabbia di John Osborne, mi hanno fatto letteralmente impazzire), ma perché credo che si debba essere davvero bravi a scriverle per fare in modo che funziono anche lette e non solo messe in scena.

Puntavo Piccoli crimini coniugali di Eric-Emmanuel Schmitt, pubblicato in Italia da edizioni e/o con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca, già da un bel po’, senza però mai riuscire a decidermi. Di questo autore francese ho letto, e amato immensamente, solo racconti, sebbene la sua produzione sia molto, ma molto più vasta e comprenda anche romanzi e, appunto, pièce teatrali. Forse avevo paura che cambiando genere, cambiasse anche il mio amore per lui (ché non tutti gli scrittori sono capaci di destreggiarsi tra un genere e l’altro sempre con lo stesso risultato). Poi, a Più Libri Più Liberi, questo libro mi è inaspettatamente giunto in regalo, permettendomi così di soddisfare la mia curiosità.

Piccoli crimini coniugali è il dialogo tra Gilles e Lisa, marito e moglie, che ritornano finalmente a casa, una sera, dopo che lui è stato ricoverato in ospedale dopo un incidente domestico, che gli ha fatto perdere la memoria. I due sono molto trattenuti, hanno perso quella famigliarità che tutte le coppie sposate hanno, o dovrebbero avere, e non sanno bene come comportarsi l’uno con l’altra. Forse perché quell'incidente ha scoperchiato qualcosa rimasto sopito da tanto tempo, dando il via, tra un colpo di scena e l’altro, a una resa dei conti sulla vita di coppia e sull’amore in generale.

Ogni volta che mi capita di leggere un libro di Eric-Emmanuel Schmitt in cui parla d’amore, mi stupisco ogni volta del modo in cui riesce ad arrivare così in profondità e portarne alla luce tutti i segreti, le cose non dette, belle o brutte che siano. Lo avevo già notato in L'amore invisibile, ma anche in buona parte dei racconti che compongono La sognatrice di Ostenda. Qui, in Piccoli crimini coniugali, porta l’amore e la vita di coppia al suo estremo, in una commedia nera che sembra anche uno scontro, una resa dei conti finale, in cui si scontrano un uomo e una donna, ma anche due idee diverse d’amore. Che forse possono convergere, o forse no.

LISA: Tu non ti scoraggi mai?
GILLES: Altroché.
LISA: E allora?
GILLES: Ti guardo e mi chiedo se malgrado i miei dubbi, i miei sospetti, le mie inquietudini e la mia stanchezza ho davvero voglia di perderti. E la risposta mi viene sempre. Sempre la stessa. E insieme a lei mi viene il coraggio. Amare è irrazionale, è una fantasia che non appartiene alla nostra epoca, non si giustifica, non è pratico, la sua unica giustificazione è che c'è.

E quindi sì, Eric-Emmanuel Schmitt sa scrivere pièce teatrali che funzionano anche solo lette (sebbene la voglia di vedere questa opera messa in scena adesso è davvero tanta), e mi conferma di essere uno di quegli autori di cui leggerei probabilmente anche la lista della spesa, trovandola bellissima e geniale. 
Ora non mi resta che provare un suo romanzo, ma ho come l’impressione che nemmeno in quel caso mi deluderà.


TITOLO: Piccoli crimini coniugali
AUTORE: Eric-Emmanuel Schmitt
TRADUTTORE: Alberto Bracci Testasecca
PAGINE:145
EDITORE: edizioni e/o
ANNO: 2004

mercoledì 9 novembre 2016

LA SOGNATRICE DI OSTENDA - Eric-Emmanuel Schmitt

«Mi sto consolando piuttosto in fretta dal mio cruccio parigino. Ciò vuol dire che non ho poi perduto granché troncando quella storia. Ricorda cosa mi ha detto? Che è possibile rimettersi solo dalle cose poco importanti. E che da un amore totale non ci si riprende mai».
«Una volta ho visto un fulmine colpire un albero, e mi sono sentita molto vicina a quell'albero. Arriva un momento in cui bruciamo, ed è intenso, meraviglioso. Dopo, non resta che cenere».
Si girò verso il mare.
«Non si è mai visto un ceppo, anche vivo, ridare corpo a un albero intero».

Ogni volta che sento qualcuno dire “no, io non leggo i racconti, perché non mi coinvolgono tanto quanto i romanzi”, mi viene da pensare sempre che non abbiano mai letto i racconti giusti. Certo, poi è anche una questione di gusti, di percezione della lettura legata alla lunghezza del testo. Però, ecco, in generale, secondo me è perché non hanno mai letto un racconto ben fatto.

Come lo sono, per esempio, quelli dello scrittore francese Eric-Emmanuel Schmitt, le cui opere, divise tra romanzi e raccolte di racconti, sono pubblicate in Italia da edizioni e/o. 
Ho scoperto questo autore quasi per caso, acquistando a scatola chiusa Concerto in memoria di un angelo. Me ne sono poi follemente innamorata leggendo Odette Toulemonde e ho mantenuto viva questa passione con L’amore invisibile. Tre raccolte di racconti, tra cui fatico a scegliere la mia preferita.

Anche perché adesso si è inserito anche La sognatrice di Ostenda. Di nuovo una raccolta di racconti, di nuovo cinque storie raccontate in non più di settanta pagine ciascuna (la più lunga, quella che dà il titolo alla raccolta, ma le altre molte meno) che sono riuscite, ancora una volta, a conquistarmi totalmente.

C’è questa donna, La sognatrice di Ostenda appunto, che, ormai anziana e su una sedia a rotelle, racconta a un visitatore il grande amore della sua vita, sebbene tutti, in famiglia, siano convinti che lei non abbia amato mai. 
Ce n’è un’altra, in Delitto perfetto, che decide di liberarsi del marito, perché convinta che l’enorme amore che lui riversa su di lei sia troppo grande, troppo bello per essere vero, ed è stanca di essere presa in giro.
Ce n’è una terza, in La guarigione, che di mestiere fa l’infermiera e che non è mai stata capace di amare se stessa e il suo aspetto. Finché non arriva un paziente, cieco e in fin di vita, che l’aiuta a capire quanto sia bella.
Poi si arriva al quarto racconto, Cattive letture, che in realtà io ho letto per primo, una sera prima di dormire mentre cercavo qualcosa di non troppo lungo da leggere. Qui il protagonista è uomo di lettere, che però legge solo saggi, perché i romanzi e le opere di fantasia non sono che una perdita di tempo. Finché si ritrova a leggerne uno e a lasciarsi coinvolgere talmente tanto da non distinguere più la realtà.
La raccolta si chiude con la storia di un’altra donna, La donna con il bouquet, che tutti i giorni, da quindici anni, va alla stazione con un mazzo di fiori per aspettare l’arrivo di qualcuno.

« Ti giuro che è vero. Ogni giorno, da tre lustri. Forse anche di più, visto che ognuno, prima di notare la sua presenza, impiega degli anni. Di conseguenza anche il primo... Tu, per esempio, sono tre anni che vieni a Zurigo e me ne parli solo oggi. Come niente, sta qui da venti o trent'anni... Qualcuno ha provato a chiederle cosa aspetti, ma lei non ha mai dato risposta».
«E ha fatto bene» osservai. «D'altronde, chi può rispondere a una domanda del genere?».

Di Eric-Emmanuel Schmitt adoro lo stile, la poesia che impiega nel narrare le storie che racconta, anche quelle più disparate o più macabre, ma, soprattutto, il modo in cui descrive e delinea i personaggi, con le loro fragilità, le loro debolezze, la loro incredibile umanità.
Per non parlare della facilità con cui questo autore riesce a passare dal parlare d'amore (soprattutto in La sognatrice di Ostenda, che è davvero un racconto molto dolce, ma anche in La donna del bouquet) agli omicidi... che è una cosa che pochissimi scrittori sono in grado di fare.

Insomma, se non avete mai letto racconti o ci avete provato e non vi sono piaciuti, vi suggerisco di ritentare con una delle raccolte di Eric-Emmanuel Schmitt. E La sognatrice di Ostenda è decisamente un buon punto di inizio, per imparare a conoscere questo scrittore francese, ma anche per iniziare ad amare i racconti.

Titolo: La sognatrice di Ostenda
Autore: Eric-Emmanuel Schmitt
Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
Pagine: 209
Editore: e/o
Anno: 2008
Acquista su Amazon:
formato brossura: La sognatrice di Ostenda

venerdì 16 settembre 2016

LA GRAZIA DEL DEMOLITORE - Fabio Bartolomei

«Sono un fallito» le dice.
«Sciocchezze. Chi sei e di cosa sei capace lo dicono i passi che hai avuto il coraggio di fare». Marie chiude gli occhi e inspira profondamente. «Ma non la senti Davide? Non la senti l'aria che si respira qui? C'è passione, eleganza... improvvisazione».
Davide scuote la testa, alza le spalle.
«E a cosa sono servite?» le chiede.
«Se non riesci a esserne orgoglioso a nulla, Davide. Proprio a nulla»



Fabio Bartolomei è tornato. Chi conosce l’autore e ha letto tutti i suoi precedenti romanzi, una volta arrivato alla fine di La grazia del demolitore, da poco pubblicato sempre da edizioni e/o, capirà perfettamente a cosa mi riferisco.

Ho conosciuto Fabio Bartolomei grazie a La banda degli invisibili. Poi ho letto Giulia 1300 e altri miracoli (e visto anche Noi e la Giulia, il bellissimo film che ne ha tratto Edoardo Leo) e We are family. Ed è stato amore. Di quegli amori letterari che ti portano a correre in libreria non appena esce un romanzo nuovo. E così avevo fatto, in effetti, con il quarto libro di quest’autore romano, Lezioni in paradiso. Una delusione pazzesca. L’idea c’era, ma il libro era troppo breve, troppo frettoloso, perché potesse essere sviluppata come si sarebbe meritata.

Ma se si ama così tanto un autore, come io in effetti amo Fabio Bartolomei, gli si danno tutte le possibilità del mondo. Uno scivolone ci sta, un romanzo non propriamente riuscito dopo tre piccoli gioielli può capitare. Basta sapersi rialzare. E con La grazia del demolitore ci è riuscito alla grande.

Protagonista è Davide, figlio di uno dei più importanti costruttori della città e con una carriera spianata proprio in quel campo. Mai un problema da affrontare, mai una responsabilità, tant’è che a trentaquattro anni, pur avendo un'enorme villa tutta sua, Davide vive ancora a casa dei genitori. Il padre, per dargli una sorta di contentino, gli affida i lavori di demolizione e ricostruzione di una vecchia palazzina, proprio dove viveva sua nonna. Un lavoro semplice, in cui nulla può andare storto. Se non fosse che l’ultima inquilina rimasta nel palazzo è una ragazza cieca, Ursula, verso cui Davide prova una forte attrazione e un forte senso di protezione. E quindi decide di cambiare i suoi piani, coinvolgendo i suoi migliori amici e una bizzarra banda di operai, e di sfidare apertamente suo padre e tutto quello che aveva pensato per lui.

Fabio Bartolomei è tornato, dicevo all'inizio. È tornato un po’ alle origini, perché in La grazia del demolitore si ritrova tutta l’atmosfera di Giulia 1300 e altri miracoli, anche se in un contesto differente. C’è un ragazzo che all’improvviso decide di cambiare la sua vita, c’è una sorta di armata Brancaleone piena di saggezza che lo aiuta nell’impresa, una serie di personaggi buffi a fare da contorno e la voglia di sfidare, di contrapporsi alle ingiustizie, con una denuncia abbastanza marcata delle pratiche in voga nel campo dell’edilizia. 
E poi c’è la poesia dell’amore di Davide per Ursula. Un amore dolcissimo e bellissimo, fatto di gesti, di frasi incise sul muro, di piante di rosmarino nei vasi e marciapiedi livellati, di voglia di non arrendersi mai e di costruire strade da percorrere insieme.

E mentre ascolta il brivido del fallimento, quello della distanza incolmabile e quello della sua paziente inesistenza, si chiede se in fondo non sia proprio questo l'amore: una richiesta di salvezza. Da se stesso. Da ciò che era e da ciò che sarebbe senza di lei


La grazia del demolitore mi è piaciuto tantissimo. Ho riso tanto (i personaggi di Massimiliano, che proprio non ce la fa a non essere dipendente da qualcosa, e di Geronimo con la sua cintura sono fenomenali) e mi sono anche commossa, proprio come mi era successo con i primi tre romanzi.
E quindi sì, Fabio Bartolomei è tornato e lo ha fatto davvero in grande stile. Un libro consigliatissimo.


Titolo: La grazia del demolitore
Autore: Fabio Bartolomei
Pagine: 277
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: e/o
ISBN: 978-8866327905
Prezzo di copertina: 18 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: La grazia del demolitore
formato ebook: La grazia del demolitore

martedì 22 settembre 2015

Ci vedo, e se non ci vedessi metterei gli occhiali... ovvero piccola invettiva contro i libri scritti a carattere 18 per farli sembrare più lunghi.

Ieri, mentre ero in coda dal medico, tra un pettegolezzo di una vecchina e un informatore saccente, ho letto Miracolo in libreria di Stefano Piedimonte.

Sul merito del libro entrerò in seguito, perché il fastidio provato per l’edizione, l’impaginazione e l’aspetto grafico in generale hanno preso un po’ il sopravvento sulla mia percezione del libro. Al punto che forse dovrò addirittura rileggerlo.
Miracolo in libreria è un racconto, che sono riusciti a spalmare su 77 pagine con espedienti differenti: l’aggiunta di qualche capito di un libro citato nel racconto sul fondo, un carattere enorme, un’impaginazione bislacca che fa sembrare il testo una lunga colonna. Prezzo di copertina: 7€. Che ci sta anche, perché se si pensa ai costi della copertina, della stampa, etc etc, tutto sommato non è una cifra così elevata.

È che a me, queste cose fanno un po’ arrabbiare. Visto che se lo impaginate normalmente e lo scrivete con un carattere normale, il racconto sarebbe venuto si e no di 20 pagine, non si poteva o aspettare che l’autore ne scrivesse un altro o aggiungerlo in calce a un romanzo, come contenuto extra?
La risposta, ovviamente, è no, perché loro ci guadagnano meno.


Il caso più clamoroso che io ricordi è sempre della Guanda, quando ha fatto uscire Tutti mi danno del bastardo di Hornby in un volumetto a 9€, quando in lingua originale era uscito solo in ebook a 0,99€. Mi ero arrabbiata anche se lo avevo comprato in originale e in ebook, perché capisco che Hornby è un nome che attrae e che quindi in molti lo avrebbero comprato, ma al tempo stesso viene mancare, secondo me, il rapporto di fiducia con i lettori che un po’ si sentono presi in giro. (Anche perché quel racconto funzionava solo come ebook  o dentro a una raccolta, da solo no).
Guanda comunque non è l’unica a fare questi giochetti. Mi viene in mente Rizzoli e il libro dei Carofiglio brothers, che per compensare avevano aggiunto in fondo delle ricette di cucina,  e/o con un Carlotto , per citare solo i casi in cui io ci sono cascata come una pera. Ma penso che tutti gli editori almeno una volta lo abbiano fatto.

Io, da lettrice, lo trovo irritante. È non è solo una questione economica. Cioè, anche sì, sarebbe inutile negarlo. Ma è il concetto in sé che trovo sbagliato. Devi fare cassa? Ok, ma dato che il lettore è chi ti permette di farla, magari dagli qualcosa in più di un libro scritto a carattere 18 e con margini enormi. Perché di fronte a una presa in giro tanto evidente, secondo me, ne rimette anche il contenuto del libro. Può essere un capolavoro, può essere riconosciuto come tale dal lettore meno irritabile come me, ma un pochino di amaro in bocca, pensando ai caratteri giganti o ai margini, rimarrà anche di fronte al libro più bello.

Lo so, in parte è anche colpa mia e, più in generale, di chi lo compra. Perché vuol dire che comunque, per quanto sia una presa in giro, funziona. Soprattutto con i  nomi che attirano, di cui magari si aspetta per anni un libro (ed è il caso di Hornby, ad esempio) o verso i quali si ha una certa curiosità o entrambe le cose (tipo il libro dei fratelli Carofiglio… ormai di Gianrico si venderebbe anche la lista della spesa).

(© Paweł Jońca)
Considerando anche le difficoltà del mondo dell’editoria e, soprattutto, di quello dei lettori, sempre più in calo (poi una volta o l’altra parleremo anche di nuovo di #ioleggoperché, eh…) secondo me espedienti del genere non andrebbero utilizzati, perché rischiano di allontanare ancora di più.

La cosa buffa è che io sono una grandissima amante dei racconti. Leggo tantissime raccolte, soprattutto monoautore, ma mi è capitato anche antologie. Quindi questa mia avversione non è assolutamente per il genere, ma per il modo in cui spesso viene presentato. E in parte secondo me l’avversione per questo genere è dovuta anche al fatto che spesso i singoli racconti vengono venduti e presentati da soli, come libri a se stanti, per cui si crea un effetto di aspettative-delusione, perché troppo corto, perché mi aspettavo più approfondimento da un libro singolo, etc etc…

Mi spiace davvero per Miracolo in libreria di Stefano Piedimonte, per essere stata l’origine (o forse la goccia…) di questo post. Anche perché tra un irritazione e l’altra, la storia in sé non mi è dispiaciuta per niente. Sicuramente lo rileggerò, anche perché ci vanno meno di venti minuti.


Mi rendo conto che questo post è in realtà una polemica molto personale, perché se io detesto questi libricini c’è magari chi invece li adora e quindi lo troverà completamente inutile. Però, ecco, volevo comunque condividere questo mio disagio.

venerdì 18 settembre 2015

HUGO E ROSE - Bridget Foley

«Mi racconti il sogno di Hugo che hai fatto stanotte?»
«Perché mi chiedi sempre di Hugo?»
A lui piaceva ascoltare quelle storie. Gli piaceva pensare a ciò che era successo sull'isola. Aveva un sacco di motivi per cui le chiedeva sempre di parlargliene… ma decide di dirle il motivo migliore. Conosceva anche la parola giusta. Un complimento. Voleva fare un complimento alla mamma.
«Perché quando parli di lui sei bella».


I sogni son desideri di felicità cantava Cenerentola in mezzo a un gruppo di topolini parlanti. I sogni ci aiutano a vivere, ci viene detto molto spesso, e sui sogni e il modo in cui raggiungerli improntiamo spesso la nostra vita. A chi non è mai capitato di sognare qualcosa la notte e poi sperare con tutto se stesso che il giorno dopo quanto sognato si avveri. Chi nei sogni non è completamente diverso da quello che è in realtà, non si sente più bello, più sicuro, più qualsiasi altra cosa vi venga in mente? Tutti, almeno una volta. E tutti, quando si svegliano al mattino, si ritrovano di fronte a qualcosa di diverso.  Mai un sogno notturno si è realizzato completamente. 
Ma non è detto che non sia un bene.

Hugo e Rose, romanzo d'esordio di Bridget Foley, appena pubblicato da edizioni e/o con la traduzione di Nello Giugliano, affronta il tema dei sogni e del loro diventare realtà, o confondersi con essa.

Rose è una casalinga americana, moglie di Josh, un medico che è poco a casa, e madre di tre figli. Era bella, da giovane, ma ora si sente sciatta, trasandata, incastrata tra i vari impegni dei figli e l’immagine di famiglia felice che si sente costretta a mantenere. Suo marito la ama tantissimo, la trova bellissima anche così. Ma lei è insicura. Lei sa che dovrebbe essere felice di quello che ha, e non accetta di dire ad alta voce di non esserlo. Per fortuna c’è la notte e ci sono i suoi sogni. Uno, in realtà, sempre lo stesso da quando ha sei anni: le sue avventure su un’isola misteriosa insieme a Hugo. Sono coetanei quando si incontrano per la prima volta e negli anni sono cresciuti insieme e insieme hanno vissuto mille avventure, tra conchiglie da mangiare, mostri da cui fuggire e castelli da raggiungere. Sono belli, sono felici, in quel mondo inventato in cui ci sono solo loro. Ed è lì che Rose si rifugia ogni volta per scappare dall'insoddisfazione della sua vita reale. Un giorno, però, Rose incontra Hugo nella realtà. È un Hugo diverso, imperfetto, con un lavoro mediocre e una vita un po’ solitaria. Ma è Hugo, lo riconosce. E Hugo riconosce lei. Cosa succede, allora, quando sogni e realtà si confondono, si sovrappongono? 

Hugo e Rose è un romanzo strano. In molti, editore compreso, lo hanno avvicinato ad Amabili resti di Alice Sebold, per quel mischiarsi, sovrapporsi di realtà e finzione, che né il protagonista né il lettore è sicuro di riuscire a distinguere. Ed effettivamente la finzione, il sogno appunto, svolge un ruolo essenziale. Non solo come rifugio di Rose (e un po’ di tutti no), ma anche come voce a tutti i suoi problemi, le sue insoddisfazioni, la sua incapacità di accettarsi e di lasciarsi amare. Il problema è che poi quando i sogni diventano reali, tutto si complica ancora di più, la perfezione si perde, i sogni diventano incubi, al punto da non voler più dormire. 

Questo libro trasmette una buona dose di angoscia, fin dall'inizio. Vediamo l’insoddisfazione di Rose, la frustrazione del marito che non riesce a farle capire che la ama anche così, il suo fuggire nei sogni di cui ha reso partecipe tutta la famiglia. Aumenta con l’arrivo di Hugo, perché non c’è niente che spaventi di più del vedere i proprio sogni trasformarsi in realtà, fino all'epilogo, forse un po’ macchinoso e che non risponde a tutte le domande che io mi ero posta durante la lettura.

Bridget Foley scrive davvero bene ed è brava nel portare su carta tutte queste vite, queste sensazioni, soprattutto se si considera che questo è un romanzo d’esordio. Certo, io non amo molto i racconti troppo onirici e nelle pagine in cui Rose e Hugo dormono e sognano mi sono persa un po’. Ma ho apprezzato tutto il resto. L’idea alla base del romanzo. I pensieri, i dubbi, le insicurezze e le paure di Rose e anche il modo in cui alla fine ha affrontato tutto.
Perché non è sempre vero che i sogni son desideri di felicità. A volte la felicità, anche se imperfetta, anche se faticosa, ce l’abbiamo già. Dobbiamo solo aprire gli occhi.


Titolo: Hugo e Rose
Autore: Bridget Foley
Traduttore: Nello Giugliano
Pagine: 332
Editore: edizioni e/o
Acquista su amazon:
formato brossura: Hugo e Rose
formato ebook: Hugo e Rose

mercoledì 5 agosto 2015

L'AMORE INVISIBILE - Eric-Emmanuel Schmitt



Eric-Emmanuel Schmitt sta diventando a poco a poco uno dei miei scrittori preferiti. Forse è un po’ presto per dirlo, ché la sua produzione è molto vasta e io al momento ho letto solo tre raccolte di racconti. Però, ecco, pur essendo arrivata così tardi a questo autore, per ora non c’è stata una volta in cui mi abbia deluso.
Quando ho acquistato L’amore invisibile, in realtà ero partita con l’intento di provare a leggere un romanzo. Però non ero sicura di quale scegliere, né se davvero volevo rischiare così tanto di leggere qualcosa di più lungo di un autore che per me a scrivere racconti è molto, molto bravo.  E quindi ho scelto un’altra raccolta di racconti, lasciandomi guidare dalla copertina e del tema.

L’amore invisibile si compone di cinque racconti di lunghezza diversa, accomunati dal tema dell’amore. L’amore in tutte le sue forme e manifestazioni possibili. Si inizia con la storia di una ricca coppia omosessuale che, non potendosi sposare ufficialmente, si nasconde in fondo alla chiesa durante il giorno delle nozze di una coppia di sconosciuti. Una coppia che seguiranno negli anni, attraverso i quali vivranno quello che loro ancora non possono vivere: presenzieranno ai battesimi dei figli, vedranno la coppia allontanarsi, vivranno a distanza malattie e lutti, fino all'incredibile gesto finale. Si passa poi all'amore profondo per un animale, per il cane Argo, che in realtà sono molti cani che il medico che li possiede decide ogni volta di chiamare così, in ricordo del primo, quello a cui più di tutti ha voluto bene. C’è poi l’amore che un uomo dice di provare per sua moglie, anche se in realtà più che di lei è innamorato del suo primo marito.  C’è l’amore incrociato tra zie e nipoti e madri e figli, un amore che sembra incondizionato e fatto di confronti, spesso impietosi, che però vacilla di fronte alla crudeltà della vita.  E si conclude con l’amore tra una coppia che sembrava poter resistere all'impossibilità di avere figli, finché un incidente non li costringe a tirar su un muro in mezzo alla casa.

Cinque racconti, tutti molto belli, in cui ancora una volta Eric-Emmanuel Schmitt parla in maniera delicata, ma al tempo stesso diretta e senza sconti, dei sentimenti umani, della loro fragilità, della loro imprevedibilità. Non giudica mai. Non si lascia andare a facili buonismi né a quei sentimentalismi che spesso si ritrovano nelle storie d’amore. 
Ho apprezzato molto la scelta di raccontare diversi tipi di amore, e anche se un paio di racconti possono sembrare un po' prevedibili, questa prevedibilità è in realtà molto funzionale alle storie narrate, perché effettivamente molto umana.
Con L’amore invisibile Eric-Emmanuel Schmitt arriva dritto al cuore del lettore,per quanto poco mi piaccia questa espressione, mettendone in luce sì la passione, ma anche le paure, le insicurezza, i legami con il passato e l’impotenza di fronte a certe situazioni che la vita mette davanti.

Se non conoscete l’autore, questo è sicuramente un grande punto di partenza (così come lo sono stati,per me, sia Concerto in memoria di un angelo sia Odette Toulemonde). 
E prima o poi leggerò anche un suo romanzo, promesso.

Titolo: L'amore invisibile
Autore: Eric-Emmanuel Schmitt
Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
Pagine: 192
Editore: e/o
Anno: 2013
Acquista su Amazon:
formato brossura: L'amore invisibile

martedì 26 maggio 2015

PICCOLA OSTERIA SENZA PAROLE - Massimo Cuomo

Ho sempre avuto più difficoltà a parlare dei libri belli che di quelli brutti. Sembrerà assurdo, perché elogiare dovrebbe essere più facile che criticare, eppure, ogni volta che mi ritrovo di fronte a questa pagina bianca per parlarvi di un libro che mi ha davvero colpita ed emozionata, vado un po’ nel panico. Ho paura di non riuscire a esprimere davvero perché quel determinato libro mi ha colpita, paura di cadere in frasi piene di superlativi ma, alla fin fine, povere di contenuto e banalizzare qualcosa che è tutto fuorché banale.


Sapevo fin da subito che Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo sarebbe stato uno di quei libri che mi sono piaciuti talmente tanto da aver difficoltà a parlarne. Lo sapevo fin dalla semplicissima eppur bellissima copertina, disegnata da Alessandro Gottardo, e da quando, sfogliate le prime pagine, mi sono trovata di fronte a una data, il 1994, anno dei mondiali in USA che io ho vissuto in un campeggio in Toscana, e, soprattutto, al quadrato del Paroliere. Lo conoscete, vero? Quel gioco composta da dadi, 16 nella versione originale, che hanno su ogni faccia una lettera. E tu li mescoli e poi devi combinare le lettere che vengono fuori per formare parole di senso compiuto. Ecco, io quel gioco ce l’avevo, anche se nella mia versione i dadi sono 25, e da bambina ci giocavo tantissimo. 

Ma al di là dei miei ricordi, che comunque il modo inaspettato in cui un libro riesce a riportarli a galla è uno dei motivi per cui adoro la lettura, in questo libro c’è un mondo. Quello di un paese, Scovazze, tra Veneto e Friuli, famoso in passato per il suo allevamento di tori, ora quasi fallito, e che ora ruota tutto attorno al suo bar, con i suoi tavoli di briscola e le sue slot machine. Tutti si conoscono, tutti sanno tutto o quasi degli altri e nessuno parla, nessuno fa domande. Finché un giorno d’estate, con i Mondiali ormai iniziati, non arriva Salvatore Maria Tempesta, un forestiero, un terrone, che subito si scontra con la poca voglia di chiacchierare che hanno gli abitanti di Scovazze. Nessun sa perché lui sia lì, nessuno chiede, sebbene la curiosità sia tanta. Si sa solo che sta cercando un campanile. A poco a poco Salvatore Maria Tempesta imparerà che i gesti possono valere tanto, tantissimo. E al tempo stesso tutto il paese ridarà ascolto alle parole.

Piccola osteria senza parole è un libro di una semplicità quasi disarmante, per la sua ambientazione, per i suoi personaggi e per la vita che questi vivono ogni giorno. Ed è forse questo che me lo ha fatto amare così tanto. Quelle piccole cose, quei piccoli gesti, come una torta lasciata su un muretto o una lotteria di boeri, una mietitrebbia che passa in una via o un bbq per dare addio qualcosa, o come l’altro giorno che ho aperto la finestra di sera e ho visto un gruppo di lucciole, ecco, queste sono quelle cose che più in assoluto per me rendono la nostra vita magari non bella, ma sopportabile, e che fanno di questo libro un piccolo gioiello.
Al punto che il colpo di scena finale del libro, che è comunque notevole, risulta quasi superfluo in mezzo a tutte quelle piccole eppur grandi cose che Salvatore Maria Tempesta e gli abitanti di Scovazze si scambiano più o meno consapevolmente.

Leggendo questo libro mi è venuta voglia di giocare a Paroliere, di mangiare il Piedone, di ballare l’hully gully e di offrire a qualcuno un pezzo di torta.  Oltre che, ovviamente, di consigliarlo a tutti.

Perché è un libro bellissimo, e al diavolo il non voler usare i superlativi.


Titolo: Piccola osteria senza parole
Autore: Massimo Cuomo
Pagine: 238
Editore: e/o
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formato brossura: Piccola osteria senza parole

martedì 28 aprile 2015

DIGLIELO DA PARTE MIA - Joan Didion

Sto leggendo molti libri scritti da donne che parlano di donne, in questo periodo. Non che lo faccia poi così consapevolmente, nel senso che non ho mai prestato particolare attenzione a quote rosa o azzurre per decidere un libro da leggere. Però, ecco, guardando le letture dei miei ultimi mesi le donne la fanno da padrone. Forse perché sto vivendo un periodo un po’ confuso della mia vita, in cui non so bene che cosa fare della mia vita o come fare a raggiungere quello che vorrei, e quindi ho bisogno di leggere di qualcuno non dico nella mia stessa situazione (che in confronto a quel che succede nei libri la mia vita è tutta rose e fiori) ma che almeno possa comprendere i dubbi della mia mente. E quindi ecco Elizabeth Strout, ecco Véronique Ovaldé, ecco Joyce Carol Oates ed ecco anche Joan Didion.

Della protagonista di Diglielo da parte mia, Charlotte Douglas, non ho assolutamente niente, e per fortuna direi anche. Non sono combattuta tra due mariti, uno serio e pragmatico, l’altro impulsivo e scapestrato, che forse non ho mai nemmeno amato davvero. Non ho una figlia che sembrava tanto docile e buona e invece ora è ricercata dalla polizia. Non sono in fuga perenne da un paese all'altro, né sono approdata a Boca Grande, capitale di un piccolo stato dell’America latina in cui si sta per verificare l’ennesimo colpo di stato.

Nessuno potrebbe mai essere davvero, e ripeto per fortuna, come una delle protagoniste dei romanzi di Joan Didion, in cui tutto è esasperato, quasi confuso, a volte forse addirittura incoerente. E al tempo stesso, almeno in parte, potremmo esserlo tutte. Perché Charlotte, così come ce la racconta Grace, la narratrice, la testimone che racconta al lettore quanto successo alla protagonista da parte sua, è una donna che ama e che soffre, è donna che non è riuscita ad ottenere quello che aveva sempre sognato e che ora non riesce a trovare pace, forse perché non sa dove trovarla, perché non sa che cos’è realmente.
Ecco quando accadde: lasciò un uomo, ne lasciò un secondo, tornò a viaggiare col primo; lo lasciò morire solo come un cane. Perse una figlia a beneficio della “storia” e un’altra in seguito a certe complicazioni (in entrambi i casi riferisco l’opinione di altri), si credette di sbarazzarsi di un simile fardello e venne a Boca Grande, in qualità di turista. Una turista. Così diceva lei. In realtà venne qui più come ospite di passaggio che come turista, ma lei non faceva tale distinzione.
Non faceva abbastanza distinzioni. Sognava la propria viva. Morì, piena di speranze. Questo, in sintesi.

Sono donne forti e fragili al tempo stesso, quelle che Joan Didion racconta. Donne che vivono in un mondo fatto di apparenze, di giochi di potere, politici, certo, ma anche quotidiani, nella vita di ognuno, a cui si può resistere o soccombere. Oppure fuggire come fa Charlotte, per non dover fare nessuna delle due cose.

Diglielo da parte mia è, ancora una volta, un romanzo difficile. Difficile da leggere, perché in alcuni punti è davvero tanto confuso che si fatica a capire cosa centrino certi episodi con la storia della protagonista. Difficile da capire. Difficile da giudicare anche, perché sebbene io sia convinta che la fuga non sia la soluzione ai problemi, credo anche che in certe situazioni non si possa fare altro.

È un libro da leggere al momento giusto, questo sicuramente. Quando si è di buon umore, per non pagare troppo le conseguenze della lettura, oppure quando si è un po’ depressi e si è in cerca di empatia e di donne che, in un modo o nell'altro, ce l'hanno fatta.

Titolo: Diglielo da parte mia
Autore: Joan Didion
Traduttore: Adriana Dell'Orto
Pagine: 226
Editore: edizioni e/o
Acquista su Amazon:
formato brossura: Diglielo da parte mia

domenica 8 marzo 2015

ODETTE TOULEMONDE - Eric-Emmanuel Schmitt

Per una coincidenza fortuita ma molto appropriata, mi ritrovo oggi, 8 Marzo e Festa della Donna, a parlarvi di un libro che fa delle donne le sue protagoniste. E sono davvero felice di potervi consigliare un libro così per la giornata di oggi, che troppo spesso, almeno dal punto di vista letterario, scade in letture banali e a volte addirittura avvilenti per il sesso femminile.

Odette Toulemonde di Eric-Emmanuel Schmitt fa un omaggio a tutte le donne e alle loro contraddizioni, ai loro turbamenti, alle loro passioni e dolori. Lo fa con otto racconti che presentano otto donne completamente diverse tra loro, eppure alla fine tutte così simili.
Si inizia con Wanda Winnipeg che ha passato la sua vita a cercare di farsi un nome attraverso gli uomini con cui ha vissuto, per cercare di riscattare il suo triste passato. Si passa poi a Hélène, completamente incapace di godere delle piccole gioie della vita a causa della sua continua ricerca di ogni imperfezione, finché qualcuno non le insegnerà che una giornata di pioggia può essere bella. Si entra in casa di Odile Versini e si condivide la sua paura, il suo senso di smarrimento e incomprensione, la sua angoscia e il suo dolore che potrebbero, purtroppo, colpire tutti, indipendentemente da quanto brillante sia stata in passato la propria mente. Comprendiamo la rabbia e il cinismo di Aimée Favart, dopo che scopre che l’uomo di cui è stata amante per tutta la vita l’ha sempre imbrogliata, nei sentimenti ma anche nelle cose pratiche, e ora vuole vendicarsi con chi queste pene non le ha mai vissute. Seguiamo passo passo la moglie di Samuel, da quando va per la prima volta a rifarsi i capelli al momento finale in cui scopre la verità sulla sua vita e su quello che può essere l’amore. Conosciamo Fabio e il suo passato da attore mancato, a causa della sua eccessiva bellezza priva di ogni talenti, che ritorna in un paesino in cerca di una delle poche donne che una volta lo aveva amato. E poi arriviamo a lei, alla grande, grandissima Odette Toulemonde che dà il titolo a tutta la raccolta, appassionata di uno scrittore che con le sue parole la colpisce al cuore e pronta quindi a difenderlo anche quando la critica si rivela nei suoi confronti impietosa. E finiamo con le prigioniere siberiane e la loro voglia di comunicare con i parenti e le figlie a casa, ma poi indecise su cosa scrivere per far capire alle persone a cui vogliono bene quanto stiano pensando a loro.

Nove racconti, quindi, con nove donne che riescono a incarnare tutte le sfaccettature dell’universo femminile: gioia, amore, passione, dolore, felicità, tristezza, paura… Donne sofisticate e donne semplici, donne ricche e donne povere, che si ritrovano ad affrontare la vita, senza che queste differenze facciano poi alcuna distinzione.

Ho adorato soprattutto Odette, che (mi) ha dato una bella lezione riguardo alla passione per certi libri e certe letture, ma anche un grande esempio di semplicità e amore vero. Ma anche Hélène e la sua difficoltà a cogliere la bellezza di un giorno di pioggia. Mi ha turbato e intristito Odile con la sua malattia, mentre avrei preso volentieri a schiaffoni Aimée per la sua ingenuità e conseguente cattiveria. E se in un ipotetico futuro, da qualche sperduta prigione del nord, dovessi scrivere a mia figlia, probabilmente le manderei la ricetta della torta alle pesche.

Dopo averlo già fatto con Concerto in memoria di un angelo, mio primo approccio a questo scrittore, Eric-Emmanuel Schmit è riuscito ancora una volta a colpirmi con il suo stile, le sue trame e la sua scrittura. Per quanto possa sembrare uno stereotipo, parlare di donne e farlo bene non è una cosa semplice, perché oltre alla conoscenza, ci va secondo me una forma di ammirazione e di rispetto che non tutti sempre hanno. Eric- Emmanuel Schmitt, secondo me, ce l’ha eccome e ha creato davvero un piccolo gioiello.

Tutti, uomini e donne, oggi che è l’8 marzo ma anche ogni altro giorno dell’anno, dovrebbero leggere questi racconti e di queste loro protagoniste. Non dico che arriverete a comprendere meglio l'universo femminile, perché alla fine, uomini e donne, siamo tutti esseri umani con la nostra buona dose di contraddizioni e incomprensioni che forse nemmeno noi capiamo, però sicuramente leggerete delle belle storie che vi faranno un po' ridere, un po' commuovere, un po' riflettere e un nel po' emozionare.

Titolo: Odette Toulemonde
Autore: Eric-Emmanuel Schmitt
Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
Pagine: 191
Editore: e/o
Anno: 2006
Acquista su Amazon:
formato brossura:Odette Toulemonde

sabato 3 gennaio 2015

STORIA DELLA BAMBINA PERDUTA - Elena Ferrante

Le mie letture di quest’anno iniziano con una fine. La fine della saga dell’Amica geniale di Elena Ferrante. Ho concluso l’ultimo volume, Storia della bambina perduta, proprio i primi giorni di questo 2015 e, devo ammettere, ho tirato un sospiro di sollievo. Non per come finisce la storia, che in realtà è un po’ come se non finisse. Non per come si sono risolte le vicende di Lenù e Lila, queste due amiche cresciute insieme in un rione di Napoli e mai separatesi nel corso degli anni, neanche quando erano distanti migliaia di km, fisicamente e mentalmente. 

Ho tirato un sospiro di sollievo perché, sebbene abbia adorato questa serie, abbia adorato il modo incredibile in cui Elena Ferrante sia riuscita a trasformare una storia quasi di paese, di intrecci amorosi, di invidie e colpi di scena, in una grande storia, alla fine non ne potevo quasi più. Lenù e Lila nel corso degli anni, nel corso dei libri diventano sempre più difficili da sopportare, più difficili da comprendere,  da accettare. Sono umane, certo, con i loro errori, le loro imperfezioni, le loro scelte spesso sbagliate. Ma forse lo sono fin troppo, in modo quasi esasperato, al punto da risultare poco credibili, come persone, ma soprattutto come amiche.

Girando l’ultima pagina di Storia della bambina perduta, di cui è abbastanza inutile che vi racconti la trama, perché se non avete letto i precedenti non ha senso che leggiate questo, e se li avete letti è bello e giusto che la scopriate da soli, girando l’ultima pagina, dicevo, ho avuto la sensazione che Lenù e Lila, almeno per il momento, non mi mancheranno. 
E forse la bravura di Elena Ferrante sta anche in questo. Nel riuscire a raccontare bene la storia di due persone che, altrimenti, nella vita reale forse nessuno considererebbe. Nel riuscire a far provare al lettore tutta questa irritazione nei confronti delle sue protagoniste, senza però che senta il bisogno di abbandonare la lettura. Forse è una cosa un po’ morbosa, la voglia di sapere quanto male ancora si faranno queste due donne nascondendosi dietro al “siamo amiche”. 

Ricorderò il 2014 come l’anno in cui, tra gli altri, ho scoperto Elena Ferrante e la sua saga dell’Amica Geniale. Quattro libri bellissimi, che meritano tutto il successo che stanno avendo, anche se forse meriterebbero più attenzione sui contenti che non sul mistero di chi si celi dietro a quel nome.  

Quindi, se siete di quelli che odiano leggere un libro quando tutti ne parlano, aspettate che passi la Ferrante mania (e sono sicura che presto passerà) e poi leggete la storia di Lenù e Lila.  Più e più volte vi verrà voglia di strozzarle, ma vi renderete conto di avere di fronte qualcosa di stupendo. Anzi no, di geniale.

Titolo: Storia della bambina perduta
Autore: Elena Ferrante
Pagine: 451
Editore: e/o
Anno: 2014
Acquista su Amazon:

sabato 15 novembre 2014

STORIA DI CHI FUGGE E DI CHI RESTA - Elena Ferrante

Lo so, lo so, bisognerebbe lasciar passare un po' di tempo dalla fine della lettura di un libro alla sua recensione. Per lasciare che la sensazione iniziale prenda meglio la sua forma, che i pensieri si consolidino lasciando indietro l'entusiasmo o la delusione che sempre si provano nel momento stesso in cui si gira l'ultima pagina. Ma non ci riesco. Avessi potuto, già stanotte quando ho finito il libro avrei aperto questo blog e vi avrei parlato di Storia di chi fugge e di chi resta.  Ho dovuto per forza aspettare, però, con la paura, sì la paura, che dormendoci  tutte le sensazioni provate sfumassero per fare spazio a una qualche forma di delusione. 
Cosa che, per fortuna, non è successa. E ora sono qui, a cercare di contenere l'entusiasmo e parlarvi in modo oggettivo di un libro bellissimo.

Storia di chi fugge e di chi resta di Elena Ferrante è il terzo volume dell serie dell'Amica Geniale, il cui quarto e ultimo è appena approdato in libreria. 
Qui ritroviamo Elena e Lila esattamente dove le avevamo lasciate alla fine di Storia del nuovo cognome. Elena ha appena pubblicato il suo primo libro e si ritrova a dover fare i conti con le opinioni e le critiche del mondo della letteratura e, soprattutto, di quelle del suo rione. Sta per sposarsi, poi, e trasferirsi a Firenze. Lila invece lavora ancora nella fabbrica di salumi, vive ancora con Enzo e si prende cura del figlio Gennaro. La politica sta diventando sempre più importante e presente nella vita di tutti, e le rivendicazioni operaie stanno entrando nelle fabbriche italiane, portando con sé lotte e violenza, che a Napoli sono amplificate dalla presenza della famiglia Solara, che ancora dettato il bello e il cattivo tempo di tutto il rione.
Si cercano ancora Elena e Lila e ancora provano nei confronti l'una dell'altra quello strano sentimento, di odio e amore, di orgoglio e invidia, che le porta ad avvicinarsi e poi ad allontanarsi. Fanno ancora a gara a chi è più brava, a chi ha avuto di meno dalla vita e a chi ha avuto di più, a chi si è ribellata di più, se andandosene dal rione e se restandoci e piegandolo al proprio volere. E poi c'è lui, Nino, che è nella vita di entrambe da sempre, che è l'amore della vita di entrambe da sempre e che sempre le sconvolgerà.

Molti mi avevano detto che questo terzo volume era un po' meno bello degli altri, che il fascino dell'Amica Geniale stava un po' scemando. E l'ho letto, quindi, con questa consapevolezza. Eppure, in questo Storia di chi fugge e di chi resta, ci ho trovato forse ancora qualcosa di più rispetto ai due libri precedenti. Qualcosa che è legato al fatto che Elena e Lila sono donne, adesso, sono mogli, madri. E questo loro essere adulte ha reso il loro strano rapporto ancor più destabilizzante. Se ai bambini e agli adolescenti è concesso un po' tutto, ora che sono grandi non sai bene come rapportarti con loro, non sai con chi schierarti. Una volta ti sta simpatica una e prenderesti a schiaffoni l'altra, dieci pagine dopo succede il contrario. È questa loro umanità, questa loro imperfezione, che qui risulta in qualche modo ancor più marcata e non sempre facile da accettare, ad aver reso questo libro, per me, ancor più forte degli altri.

Si sta facendo tanto un gran parlare ultimamente su Elena Ferrante e il suo successo, in Italia e all'estero. Su chi ci sia dietro, sul perché voglia restare anonima. Onestamente, mi sento di dire che non me ne frega assolutamente niente, se questi libri siano stati scritti da un uomo, da una donna, a quattro, a sei o a otto mani. A chiunque ci sia dietro sarò grata per sempre per i bellissimi libri che ci sta regalando.

(Invece, per quanto riguarda la serie tv annunciata su RaiUno, per favore, ripensateci. Non date un volto a Elena e Lila, lasciate al lettore la possibilità di immaginarsele nella sua mente come più preferisce. Fa parte della forza e della bellezza del libro e un telefilm, per quanto fatto bene, non potrà che rovinarlo).

Titolo: Storia di chi fugge e di chi resta
Autore: Elena Ferrante
Pagine: 382
Editore:edizioni e/o
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lunedì 22 settembre 2014

LEZIONI IN PARADISO - Fabio Bartolomei

La vita dei lettori è fatta anche di attese. L’attesa di un libro nuovo del proprio scrittore preferito. L’attesa di riuscire ad andare in libreria per acquistare un romanzo che si desidera tanto. L’attesa di leggere un libro approdato sul nostro scaffale e l’indecisione se farlo passare o meno avanti nella fila.
Sono belle, le attese. Forse a volte ancor di più della cosa che si sta attendendo con ansia e che, una volta tra le mani, finisce davvero troppo in fretta, lasciandoti addosso una strana sensazione, difficile da decifrare.

Ho finito ieri sera Lezioni in paradiso di Fabio Bartolomei. Sì, il Fabio Bartolomei autore di Giulia 1300 e altri miracoli, La banda degli invisibili e We are family.(oh, Al Santamaria...) Il Fabio Bartolomei che ho scoperto quasi per caso, e poi adorato e straconsigliato a chiunque mi capitasse a tiro. Il Fabio Bartolomei che è riuscito a farmi fare una cosa che non avevo mai fatto in vita mia: andare in libreria proprio il giorno dell’uscita dell’ultimo romanzo, tanto atteso, apposta per comprarlo. 
Poi sono tornata a casa e l’ho appoggiato sul divano. Indecisa se iniziarlo o meno, proprio per quella sensazione che descrivevo all’inizio, la fine dell’attesa, l’ora della verità. Avevo paura, insomma. Paura che sarei rimasta delusa, certo. Ma paura anche che non fosse colpa del libro ma delle mie aspettative.
Ancora adesso, dopo ventiquattrore dalla fine, non riesco a comprendere quello che sto provando. Lezioni in paradiso mi è piaciuto sì o no? Le mie aspettative hanno rovinato in qualche modo la lettura, sì o no?

Lo stile è quello che già avevo amato in passato: una critica sociale violenta ma in qualche modo edulcorata, che in questo caso si concretizza in sostanza, trentatreenne laureata, in perenna lotta per un posto fisso, che riesce a trovarne uno solo da morta. Come angelo custode, di un uomo viscido, lecchino, imbroglione, ma forse sotto sotto anche triste e disperato. Lei dedica tutta se stessa a questo suo nuovo lavoro, al cercare di fare stare meglio il suo “diletto”. E continua a farlo, anche quando scopre che il settore degli angeli custodi è corrotto e invaso dai raccomandati, proprio come la Terra.  E ancora una volta Costanza di ritrova indecisa tra il combattere e l’arrendersi, tra la voglia di fare bene e la stronzaggine di quelli che la circondano, che non apprezzano quello che fanno. Soprattutto se si mette a indire scioperi celesti…

Ammetto che la trama mi aveva lasciata un po’ spiazzata fin da subito. Non ero sicura di dove l’autore volesse andare a parare. Ma, ehi, stavamo parlando di Fabio Bartolomei, uno dei miei scrittori italiani preferiti! Eppure, più proseguivo nella lettura, più sentivo che c’era qualcosa che non mi convinceva del tutto. L’idea è sviluppata molto bene, a tratti quasi geniale. Eppure, ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa, che il romanzo fosse troppo sbrigativo, frettoloso. Si arriva alla fine quasi senza rendersene conto, un po’ sicuramente perché il libro è scorrevole, un po’ perché è tutto abbozzato: i personaggi, le loro interazioni, il parallelo tra mondo terrestre e mondo celeste, la critica sociale e la tragedia dei giovani che non trovano lavoro (o che se lo trovano devono sottostare a sfruttamenti, mobbing e insoddisfazione personale). Tutte questo cose ci sono, ma, per quanto mi riguarda, non abbastanza. 

Non sto dicendo che Lezioni in paradiso sia un brutto libro. Ma non è come i precedenti. Manca un po’ di quella verve, di quell’ironia, di quell’originalità che avevano reso i tre precedenti, almeno per quanto mi riguarda, dei libri bellissimi.  E un po’ mi dispiace, sapete? Mi dispiace dover fare questo confronto, perché ogni libro ha una sua storia, è stato scritto in un momento diverso e diverso è il suo significato. Eppure, forse per colpa del libro forse per colpa mia e delle mie aspettative, proprio non ne posso fare a meno.

Comunque, l’attesa è stata proprio bella. E lo sarà sicuramente anche per il prossimo…


Titolo: Lezioni in paradiso
Autore:Fabio Bartolomei
Pagine: 141
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: e/o
ISBN: 978-8866325208
Prezzo di copertina: 15 €
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formato brossura: Lezioni in paradiso
formato ebook:Lezioni in paradiso

lunedì 15 settembre 2014

RAGAZZE, CAPPELLI E HITLER - Trudi Kanter

Ho sempre qualche difficoltà nel recensire i libri che raccontano storie vere. Ho sempre paura che le mie parole possano sembrare un giudizio sulla vita dell'autore, su quello che ha passato e come l'ha affrontato. 

Ancor più difficile diventa giudicare un libro che è una storia vera ambientata ai tempi del nazismo e di Hitler. Il periodo forse più buio della nostra storia, che ha mietuto tante vittime, fisicamente e spiritualmente. 

Ragazze, cappelli e Hitler è proprio uno di questi romanzi. Racconta la storia di Trudi, disegnatrice di cappelli, nonché ebrea, nell'Austria della fine degli anni '30. Racconta della sua paura, delle difficoltà che ha affrontato per ottenere un visto che permettesse a lei e a suo marito Walter di lasciare il paese prima di venire perseguitati, deportati o, peggio, ammazzati. Racconta del loro arrivo in Inghilterra, dell'accoglienza ricevuta, della fatica di far arrivare anche la sua famiglia e poi dei bombardamenti, della Londra che si ritrova ad affrontare la guerra e se la prende con chi da quella stessa guerra ha trovato rifugio tra le sue case. E poi racconta, ovviamente, anche della loro lunga e un po' travagliata storia d'amore, che ha resistito a gelosie, ex mariti, visti che non arrivano, bombe e deportazioni.

La narrazione è affidata direttamente a Trudi, in una sorta di diario, in cui la prosa è effettivamente un po' scarsa. Scrivere non è il suo mestiere e si vede. Posso però capire la voglia di mettere per iscritto la propria storia lunga e difficile, che da questo punto di vista forse non è mai nemmeno stata affrontata. Però, ecco, c'è qualcos'altro che non mi ha convinto del tutto e, lungi da me esprimere un giudizio su questa donna o sulla sua vita, credo che il problema sia che una persona come Trudi non avrebbe mai potuto essere mia amica: mi ha infastidito il suo modo di raccontare, il suo ripetere continuamente che è stata lei a salvare Walter, a salvare i genitori, a salvare se stessa, pur continuando a dire che non vuole farlo pesare a nessuno. Leggendo ho provato una sensazione quasi di fastidio verso questo suo atteggiamento, così come verso il suo essere eccessivamente possessiva, nei confronti di Walter, nei confronti dell'ex marito, e di tutto quello che fa. Probabilmente senza questo suo atteggiamento non sarebbe riuscita a fare quello che ha fatto, però ecco, poteva scriverlo cercando di risultare un po' meno antipatica.

In ogni caso, è un libro che si legge bene, veloce e scorrevole, e racconta una storia di paura e speranza, che non andrebbe mai dimenticata. Credo però ci siano libri che lo fanno molto, molto meglio.



Titolo: Ragazze, cappelli e Hitler
Autore: Trudi Kanter
Traduttore: Claudia Valeria Letizia
Pagine: 224
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: e/o
ISBN: 9788866321569
Prezzo di copertina: 18 €
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formato brossura Ragazze, cappelli e Hitler. Una storia d'amore

mercoledì 23 luglio 2014

STORIA DEL NUOVO COGNOME - Elena Ferrante

Ed ecco che anche io sono ufficialmente entrata nel tunnel di Elena Ferrante e della sua saga dell'Amica Geniale. Sapevo che sarebbe successo fin da quando ho aperto il primo volume e letto le prime cinquanta pagine. E' impossibile non appassionarsi a questa storia.

In Storia del nuovo cognome ritroviamo le due protagoniste, Lenù e Lila, esattamente dove le avevamo lasciate. Lila si è appena sposata con Stefano, Lenù frequenta il liceo e ancora sta con Antonio, pur essendo innamorata di un altro. La loro storia continua, quindi, tra i vicoli di Napoli, tra le due macellerie e il negozio di scarpe, tra la guerra che arriva e gli amici che partono, tra rivalità e invidie, tragedie, gioie, pianti e botte. 
Sono ancora uguali, Lenù e Lila, anche se stanno crescendo. E ancora uguale è la loro amicizia, quello strano rapporto di odio e amore, che le avvicina e le allontana, che le fa stare bene e le fa soffrire, e di cui pare che nessuna delle due riesca a fare a meno. Lila è sempre combattiva, altezzosa, prepotente. Sembra sempre così sicura di sé, dei suoi mezzi e dei sui sentimenti, anche quelli più forti e travolgenti. Si sente fragile solo quando si paragona a Lenù, la ragazza studiosa, la ragazza che andrà all'università e che non è bloccata in un matrimonio che è tutto fuorchè felice. E per combattere questa sua fragilità fa di tutto per umiliare l'amica, per sminuirla, per dimostrarle che se avesse voluto, lei avrebbe potuto ottenere molto di più. E Lenù ci sta male, cade in insicurezze e paure che non sempre riesce a fronteggiare. Eppure non fugge, non lascia Lila, nemmeno quando vorrebbe davvero farlo. Magari si allontanano per giorni, per mesi, ma poi si ritrovano sempre. Vivono una per l'altra, forse senza nemmeno rendersi conto quanto.

La forte antipatia che provo nei confronti di Lila e l'affetto che sento di provare per Lenù, pur essendo un personaggi di un libro, mi fanno capire ancora di più quanto incredibilmente brava sia Elena Ferrante nel tratteggiare i suoi personaggi e farli interagire, quanto brava sia nel descrivere tutti i sentimenti più strani e nascosti che un'amicizia si può portare dietro. 

Bisognerebbe leggerli tutti in fila, questi libri. Un po' perché staccandosi e riprendendo tempo dopo il volume successivo si rischia di perdersi qualche pezzo per strada. Tante cose ci sono da ricordare e, sebbene ci sia un piccolo riassunto all'inizio, ci va qualche pagina per immergersi nuovamente nella storia senza provare confusione. E poi soprattutto perché, una volta dentro, tra la quotidianità di queste due ragazze e la loro vita, la storia ti cattura così tanto che, non appena giri l'ultima pagina, già ne senti la mancanza. Hai bisogno di saperne di più, di sapere cosa succederà a queste due ragazze, se ce la faranno, se realizzeranno i loro sogni e se, nonostante tutto, riusciranno davvero a rimanere amiche.

Insomma, leggete Elena Ferrante, leggete i volumi di L'amica geniale (che al momento sono tre, ma che a settembre dovrebbero diventare quattro e lì concludersi) e lasciatevi portare in queste strade, in queste vite. Non potrete assolutamente rimanerne delusi.

Titolo: Storia del nuovo cognome
Autore: Elena Ferrante
Pagine: 480
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: e/o
ISBN: 978-8866321811
Prezzo di copertina: 19,50 €
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lunedì 16 giugno 2014

IL MONDO NON MI DEVE NULLA - Massimo Carlotto

A me, i libri questo mandano fuori di testa. Davvero. Mi arrabbio fin dal primo momento in cui li apro e vedo che sono scritti con carattere quattordici e più margine che testo. Sono libri che si leggono in un'ora al massimo e che starebbero tanto bene in una raccolta di racconti. Come testi singoli, no, mi spiace.
Mi chiedo sempre cosa ci sia dietro a queste operazioni commerciali. "Pubblichiamo qualcosa di questo autore, che sicuramente vende ,in attesa che esca il prossimo romanzo". E' questo il ragionamento che viene fatto in casa editrice? Comprensibilissimo eh, tant'è che, sebbene non l'abbia comprato direttamente, anche io mi sono ritrovata a leggerlo, questo libro. Però ecco, poi arrivo alla fine e mi viene il nervoso.

A farmi innervosire ancora di più in questo Il mondo non mi deve nulla, è il fatto che avrebbe tanto, tantissimo potenziale per essere una storia indimenticabile, se non fosse stata così frettolosa.
Un ladro, Adelmo, ex operaio da poco rimasto senza lavoro, scorge una finestra aperta in una lussuosa villa della Rimini bene. Ci entra, convinto che non ci sia nessuno, e trova, quasi ad attenderlo, una bellissima donna, Lise. Ex croupier che ha perso quasi tutti i suoi soldi dopo un investimento sbagliato in banca e che non aspetta altro che qualcuno metta fine alle sue sofferenze.
Tra Adelmo e Lise si crea uno strano legame, fatto di attrazione e repulsione, di schiettezza e sincerità, come né l'uno né l'altra provavano da anni.

Non posso dire che la storia non mi sia piaciuta, anzi! Mi ha divertita e catturata, con la sua comicità (soprattutto grazie ad Adelmo e sua moglie, che ha il vizio di chiamarlo proprio quando svaligia le case) e la sua profondità (la crisi, la disperazione, l'amore che non c'è più). Solo che è tutto troppo rapido, frettoloso, al punto che si arriva alla fine quasi delusi, per il modo in cui la trama è stata sviluppata. Mi sarebbe piaciuto saperne di più del passato di Lise e di quello di Adelmo, e dello strano legame che si è creato tra i due.
Come dicevo prima, forse il mio giudizio sarebbe stato diverso, se questo racconto fosse comparso all'interno di una raccolta e non come opera a sé.  Avrei compreso di più la sua velocità, il suo non detto, le cose lasciate in sospeso.

Forse è ora che di Carlotto legga anche un romanzo vero, di quelli lunghi. Ho conosciuto questo autore per il suo racconto pubblicato nella raccolta Cocaina, scritta insieme a De Cataldo e Carofiglio, ed ero rimasta delusa. Il mondo non mi deve nulla mi ha delusa molto meno, per fortuna. Ma qualcosa ancora non ha funzionato.

Titolo: Il mondo non mi deve nulla
Autore: Massimo Carlotto
Pagine: 108
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: e/o
ISBN: 9788866324553
Prezzo di copertina: 9.50 €
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formato brossura: Il mondo non mi deve nulla