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sabato 1 dicembre 2018

Il mio novembre, con Jeffrey Eugenides e Fabio Bartolomei (e tante altre cose)

Novembre è stato un mese molto pieno per me, e solo ora che si è concluso riesco finalmente a fermarmi un attimo e fare mente locale su tutto quello che è successo.
Un’occasione di lavoro inaspettata che ho colto al volo, perché le occasioni di provare a fare qualcosa che non sappiamo se ci possa piacere o no vanno colte sempre, ma che ha rivoluzionato drasticamente il mio tempo. Ritmi e incastri nuovi (perché sì, ho accettato questo lavoro nuovo ma senza lasciare nessuno di quelli vecchi, che sono e continueranno a essere sempre quello che davvero voglio fare nella vita), momenti di panico da “non ce la faccio”, serate in cui mi addormento sul divano senza neanche accorgermene... insomma, indovinate un po’ chi ha pagato lo scotto maggiore di questi nuovi ritmi non ancora ben ingranati? Il mio povero blog a pois, ovviamente, che se ne sta va qui tutto solo dal 5 novembre (remember remember), senza che io lo aggiornassi sulle mie nuove letture.

Non che ce ne siano state molte, in questo mese. I ritagli di tempo che usavo prima per leggere ora vengono impiegati per altro e quindi non sono riuscita a finire più di tre libri per piacere (se ci aggiungiamo quelli per lavoro però la cifra sale, ci tengo davvero a dirlo). Ma anche se sono state un po’ pochine, ci tengo comunque a parlare dei due romanzi, oltre a Destino di Raffaella Romagnolo di cui invece avevo già parlato, che ho letto in questo mese, perché sono state due belle letture.

La prima è Una cosa sull’amore di Jeffrey Eugenides, scrittore americano che avevo conosciuto con Middlesex prima e con La trama del matrimonio poi. In questo caso, però, siamo di fronte a una raccolta di dieci racconti, scritti tra il 1995 e oggi.



Dieci storie diverse tra loro, unite dal sottile filo conduttore dell’amore che si sviluppa in forme diverse: l’amore che unisce due amiche, nonostante le differenze d’età e di indole, e che sopravvive anche alla malattia, in quello che secondo me rimane il racconto più bello dell’intera raccolta, Le brontolone (piazzato proprio in apertura, per far subito capire l’eccezionale bravura dell’autore); l’amore un po’ egoistico che porta a scegliersi il padre del proprio figlio tra una selezione di tre e quello mai sopito che riflette su questa scelta; la passione e l’amore per la musica, che potrebbe sfasciare una famiglia ma che al tempo stesso la tiene insieme; i legami famigliari, che non si spezzano neanche di fronte alle decisioni più assurde; l’amore che finisce e il bisogno di accettarlo, nonostante il dolore (in Trova il cattivo, la seconda piccola perla di questa raccolta).

Quella prima notte, e ancor più nelle notti successive, era come se a letto lei si restringesse, oppure come se mi allargassi io, fino a diventare grandi uguali. E piano piano quel pareggiarsi continuò anche alla luce del sole. Facevamo ancora girare la gente per strada, ma ora sembrava che ci guardassero come se fossimo una sola creatura, e non due esseri di misura sbagliata agganciati al girovita. Noi. Insieme. All'epoca nessuno dei due scappava o inseguiva l'altro. Stavamo soltanto cercando, e ogni volta che uno di noi andava a controllare, l'altro era lì, in attesa di essere trovato. Ci siamo trovati a lungo, prima di perderci. Eccomi qua! dicevamo, dal profondo del cuore. Vieni a cercarmi. Facile come colorare l'arcobaleno.

E poi si parla di sessuologia e di vulve oracolari; di amicizie soffocanti e di notti d’amore mancate; di promesse mai mantenute e di vendette; per finire con Denuncia tempestiva, in cui si racconta forse un tentativo di violenza o forse uno di estorsione, in una storia geniale per il cambio di punto di vista, di prospettiva e per i mille dubbi che instilla nel lettore.

Ovviamente non tutti i racconti sono allo stesso livello, anche se i tre di cui ho citato il titolo sono sicuramente tra i racconti più belli che abbia mai letto. In ogni caso, Jeffrey Eugenides si dimostra bravo ed efficace anche nelle storie più brevi, che sono sempre incisive, in grado di coinvolgere a più livelli il lettore e che, soprattutto, non sembrano mai romanzi mancati (come spesso succede ai romanzieri che si prestano ai racconti, che pensano che si possano scrivere allo stesso modo).

Il secondo libro è L’ultima volta che siamo stati bambini di Fabio Bartolomei, uscito per e/o come tutte le sue opere precedenti.



Pur non conoscendolo personalmente, io a questo autore sento di voler un bene dell’anima e quindi, da quando l’ho scoperto tanti anni fa con La banda degli invisibili prima e con Giulia 1300 e altri miracoli poi, festeggio con entusiasmo l’uscita di ogni suo nuovo libro.

Protagonisti di L’ultima volta che siamo stati bambini sono Cosimo, Italo e Vanda.  Siamo nel 1943, la guerra e il fascismo hanno sfiancato il paese e mietuto già molte vittime. Loro hanno dieci anni, sono completamente diversi l’uno dall’altro eppure uniti da quei forti legami che si possono creare solo da bambini, quando si gioca insieme ogni giorno e si guarda al mondo e alle sue brutture senza capirle davvero. Quando il quattro membro del loro gruppo, Riccardo, viene portato via dai tedeschi insieme ai suoi genitori e ad altri ebrei, decidono di partire per andare a cercarlo: Vanda scappa così dall’orfanotrofio in cui vive, Cosimo lascia il nonno sapendo già che quando tornerà dovrà trascorrere molto tempo in punizione chiuso in cantina, Italo indossa la sua bella divisa da Balilla, sicuro che gli aprirà molte porte. Seguono i binari, perché è con il treno che Riccardo è stato portato via, quindi basta seguire le rotaie per arrivare dov’è andato lui, e si incamminano per un lungo viaggio che aprirà loro gli occhi su quanto sta succedendo davvero nel paese, segnando per sempre la fine della loro infanzia. A inseguirli, ci sono Suor Agnese, che ha sempre riversato su Vanda un enorme affetto, e Vittorio, il fratello di Italo che è ritornato dalla guerra con una ferita alla gamba e molti onori.

L’ultima volta che siamo stati bambini è un romanzo molto forte e commovente. E Fabio Bartolomei si dimostra ancora una volta molto bravo nel raccontare storie dal punto di vista dei bambini (se non l’avete ancora letto, leggete assolutamente il suo We are family, ne avrete conferma): è bravo a trasmetterne l’innocenza, il modo quasi disarmante di guardare il mondo,  il senso profondo di ingiustizia e il bisogno di ripararla, l’ingenuità che a poco a poco si trasforma in consapevolezza.

«Davvero pensavi di giocare con noi per tutta la vita?» Lo interrompe Vanda.
«Certo. Tu no?»
Lei ci riflette su, arrotola intorno al dito una ciocca di capelli.
«Sì, anche io a volte, però lo so che da grandi cambia tutto. Quando si cresce non si pensano le stesse cose di adesso».
«Allora dobbiamo promettere di diventare dei grandi diversi».

In alcuni punti, però, devo ammettere che ho avuto l'impressione che mancasse qualcosa, che l'autore non abbia spinto fin dove avrebbe potuto (forse per paura di diventare banale o ripetitivo?) nel racconto dell'avventura dei tre bambini, e ancor più dei loro inseguitori, perdendo così l'occasione di trasformare un bel libro in un vero e proprio capolavoro. In ogni caso, è davvero una lettura che merita.

Ho iniziato il mese di dicembre insieme a Jonathan Coe e al suo nuovo romanzo, Middle England, da poco uscito con Feltrinelli. Per me leggere Coe è sempre un po' come ritornare a casa e, anche se per il momento ho letto solo una sessantina di pagine, direi che la sensazione si sta riconfermando anche in questo caso. Spero solo di riuscire a parlarvene prima di gennaio. 


Titolo: Una cosa sull'amore
Autore: Jeffrey Eugenides
Traduttore: Katia Bagnoli
Pagine: 300
Editore: Mondadori
Anno: 2018
Prezzo: 20€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Una cosa sull'amore
formato ebook: Una cosa sull'amore


Titolo: L'ultima volta che siamo stati bambini
Autore: Fabio Bartolomei
Pagine: 208
Editore: edizioni e/o
Anno: 2018
Prezzo: 16€
Acquista su Amazon:

martedì 8 agosto 2017

LEGGERE AL MARE: sei giorni, quattro libri e tanti spritz.

È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho aggiornato il blog e la ragione è molto semplice: sono stata in vacanza. Non per due settimane, ahimè, ma solo per sei giorni, in Liguria a Sestri Levante. Ho preferito comunque staccare del tutto anche da qui. Certo, forse avrei dovuto avvisare, pubblicando come ogni anno il post con l’elenco dei libri che avevo intenzione di portare con me. Ma li ho decisi un po’ all’ultimo minuto, complice anche la solita stanchezza da lettura che mi prende in questo periodo, e non mi andava di presentare libri che poi magari nemmeno avrei letto.
Ma ora le vacanze sono finite da qualche giorno (anche se la mancanza del mare e degli spritz al tramonto durerà ancora un po’), posso finalmente raccontare che cosa ho letto. Ovvero, questi:



Ah no, scusate, ho sbagliato la foto. Portate pazienza, come vi dicevo la mancanza di mare e di spritz si sta facendo sentire. Comunque, i quattro romanzi che ho letto al mare sono questi:



Sono partita con ELISIR D’AMORE – VELENO D’AMORE di Eric-Emmanuel Schmitt, un libricino pubblicato da edizioni e/o che racchiude due racconti lunghi dello scrittore francese. Tradotti entrambi da Alberto Bracci Testasecca, in Elisir d’amore assistiamo allo scambio epistolare di una coppia di ex fidanzati: Adam e Louise. Dopo la fine della loro storia, Adam è rimasto a Parigi, mentre Louise si è trasferita per lavoro in Canada. È evidente che tra i due c’è ancora qualcosa in sospeso: si cercano, si stuzzicano, cercando di fingere un rapporto d’amicizia che, però, non può esserci. Una lettura intelligente, sicuramente, ma forse un po’ troppo rapida: qualche scambio di lettera in più avrebbe aiutato a delineare ancor meglio i personaggi e il loro rapporto. In Veleno d’amore protagoniste sono invece quattro ragazze adolescenti alle prese con i primi problemi d’amore. Problemi in realtà molto semplici che però degenerano in una vera e propria tragedia shakesperiana, quando si scopre che queste amiche forse proprio amiche non sono. La storia è raccontata tramite le pagine dei diari delle quattro ragazze e qualche scambio di SMS. E alla fine si rimane senza parole, per il culmine della storia, ma anche per il modo incredibile con cui Eric-Emmanuel Schmitt l’ha sviluppata.



Subito dopo è toccato a LA PRIMAVERA DEI BARBARI di Jonas Lüscher, pubblicato in Italia da Keller edizioni e tradotto da Roberta Gado. Un libricino che avevo acquistato tempo fa al Libraccio, attratta più dalla bella copertina (ho un debole per le copertine colorate di questo editore) che non dalla trama in sé, si è rivelato invece una bella lettura, divertente e agghiacciante al tempo stesso. Protagonista è Preising, un ricco industriale che si ritrova a partecipare a un lussuoso banchetto di nozze di una giovane coppia di broker inglesi in una lussuosa oasi tunisina. Proprio la notte del banchetto, però, la Gran Bretagna fallisce e questi ragazzi che fino a un secondo prima erano ricchissimi si ritrovano ora sul lastrico. Con il degenero barbaro (da cui il titolo) che ne consegue. Il romanzo fa ridere per il modo in cui Preising racconta, per i personaggi ancor più bislacchi di lui che incontra e per la descrizione che viene fatta dei ricchi inglesi, ma terrorizza nella seconda parte, quando questi ricchi inglesi si ritrovano senza niente.



La terza lettura è stata TUTTO IL TEMPO CHE VUOI di Francesco Gungui, edito da Giunti editore. Un romanzo leggero, leggero, leggero (mettete tutti i “leggero” che volete), ma che riesce perfettamente nel suo scopo di “lettura da spiaggia non troppo scema”. Protagonista è Franz, un trentaseienne milanese che lavora come editor per una grande casa editrice e che sta cercando di avere un figlio con la sua compagna Lucia. Un figlio che, però, non ne vuole sapere di arrivare: un’attesa snervante, che logora la coppia fino a un’inevitabile decisione. Come se questo non bastasse, un romanzo erotico che Franz ha rifiutato di pubblicare viene comprato da un altro editore e si trasforma in un best seller. Franz deve ora cercare di reinventarsi, di scoprire qual è il suo piano B, se mai ne ha avuto uno, e metterlo in pratica. E lo fa, trasformando la sua passione per la cucina in una professione, con l’aiuto della bella Camilla. Tutto il tempo che vuoi non è un romanzo molto originale, in realtà (e Gungui ha sicuramente letto sia i romanzi di Nick Hornby, sia qualcosa di Fabio Bartolomei, secondo me), ma pone alcuni spunti di riflessione importanti sul mondo del lavoro, sulla famiglia e la paternità, e sulla capacità di affrontare gli imprevisti. E poi è leggero, leggero, leggero…



L’ultimo libro che ho letto al mare (e finito una volta arrivata a casa) è UNA CITTÀ O L’ALTRA di Bill Bryson (edito da Guanda e tradotto da Silvia Cosimini, Sonia Pendola e Giorgio Rinaldi). Una lettura che non avevo preventivato di fare, anche perché il libro lo abbiamo acquistato proprio in vacanza, ma che mi ha in qualche modo salvata. Avevo portato con me un altro romanzo, che dopo poche pagine però si è rivelato poco adatto al momento. Quindi, ho deciso di metterlo da parte e di seguire Bill nel suo viaggio in solitaria per alcuni paesi europei: insieme a lui sono andata in nord Europa e a Parigi, ho visitato la Germania, l’Olanda, la Svizzera fino all’Europa dell’est. Ci siamo spostati in treno, in aereo, in autobus e qualche volta persino a piedi o su auto un po’ scassate. Insieme a lui ho conosciuto personaggi bislacchi e usi e costumi locali alquanto singolari, e ho avuto la possibilità di vedere un’istantanea della società e della cultura europea al momento dei suoi viaggi (a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90). Ma soprattutto mi sono lasciata conquistare dal suo stile e dalla sua incredibile ironia nel raccontare aneddoti ed esperienze. Ora piano piano cercherò di recuperare tutto quello che ha scritto.



Direi che come bottino di letture di questa vacanza non mi posso proprio lamentare. Ho avuto la conferma di Eric-Emmanuel Schmitt e la scoperta di Jonas Lüscher, ho staccato dalle letture impegnative con Francesco Gungui e mi sono perdutamente innamorata di Bill Bryson e del suo stile.

E poi ho bevuto tanti spritz e fatto tanti bagni in un posto bellissimo.


mercoledì 7 giugno 2017

ISOLE MINORI - Lorenza Pieri

C’erano paesi sempre freddi e città sempre piene di cemento e macchine, io avevo un’isola, e la fortuna di passare la maggior parte del mio tempo con il mare come orizzonte, circondata da una cintura di sicurezza liquida che metteva sempre al riparo da tutto quello che succedeva là fuori. Quasi sempre.



Sono stata all’Isola del Giglio solo una volta, quando era bambina, ma non mi ricordo molto. Nella mia testa ho solo qualche ricordo confuso del viaggio in traghetto e dei delfini che giocavano sulla scia lasciata dai motori.
Avevamo visto i delfini la mattina. Siamo stati dietro i loro dorsi lucidi con il gozzo per una buona mezz’ora, poi andavano troppo lontano e babbo doveva rientrare. Per me era la prima volta.
Le immagini più recenti che ho in testa dell’Isola del Giglio sono quelle che abbiamo tutti: un’enorme nave da crociera rovesciata su un fianco, proprio a ridosso della costa. Un’isola piccola, che in una notte di inverno si è trovata ad affrontare una grande tragedia che rimarrà per sempre nella storia del nostro paese.

Isole minori di Lorenza Pieri, pubblicato da edizioni e/o, parte proprio con dei delfini, quelli che Teresa vede per la prima volta una mattina dell’agosto del 1976, quando è in barca con suo padre proprio attorno all’Isola del Giglio.
Teresa e sua sorella maggiore Caterina vivono sull'isola anche d’inverno, insieme ai genitori, Elena detta La Rossa e Vittorio, che gestiscono un albergo. All'inizio del libro Teresa è una bambina di quasi sei anni, ancora non sa leggere e ancora non ha perso l’incanto verso il mondo: crede a tutto quello che sua sorella maggiore, più arrogante e più schietta di lei, le racconta; e ama quell’isola e quel mare, e non riesce a concepire l’idea di non viverci più.
Ma poi gli anni passano, Teresa e Caterina crescono, sempre più distanti eppure comunque legate, e la storia personale si mischia alla storia italiana, da cui l’isola del Giglio in qualche modo non sembra nemmeno venire sfiorata. Entrambe se ne sono andate e, mentre Caterina anche da grande dell’isola non vuole più saperne niente, Teresa ne sente il richiamo. Ci torna d’estate, ci torna a trovare ogni tanto il padre, rimasto lì da solo insieme a pochi altri abitanti. E poi ci torna quando sulla terraferma sembra non avere più altre possibilità.

«Sono tutti problemi minori rispetto al fatto che a Roma senza lavoro non puoi stare e quindi una decisione la devi prendere. O trovi in tempi rapidi un altro lavoro o fai qualcos’altro. Ed è arrivato il momento di fare qualcos’altro, la cosa migliore, quella che rimandi da anni aggrappandoti a scuse un po’ codarde».
«Non sono scuse codarde, sono io, la codarda».
«Ti dico solo un’ultima cosa, con tutto l’amore di sorella che ho: l’errore più grosso sarebbe tornare al Giglio».

Il Giglio per lei è un rifugio, un porto sicuro, dove sa di non avere prospettive ma anche di non dover temere niente, perché ne conosce fin troppo bene le caratteristiche. Fino a una notte d’inverno, in cui una grande nave da crociera porta la storia sull'isola e ai suoi pochi abitanti, facendo crollare tutte le certezze e cancellando, in un colpo solo, tutti quello che il Giglio ha significato per Teresa.

Isole minori di Lorenza Pieri è un romanzo molto bello. Attraverso la storia di Teresa e della sua famiglia, racconta anche la storia dell’Italia degli ultimi quarant'anni e di come questa possa, a volte in modo più netto altre solo di sfuggita, segnare la vita di chiunque. Sì, anche di chi vive in un’isola piccola, un’isola minore, che sembra vivere solo d’estate e che nei mesi invernali cerca solo di tirare avanti.

Oltre alle descrizioni del paesaggio, protagonista indiscusso del romanzo insieme a Teresa, di questo libro ho amato soprattutto le dinamiche di questa famiglia e il rapporto tra le due sorelle: l’isola maggiore, Caterina, che mette in discussione tutto, che critica, che si ribella, che odia il Giglio con tutta se stessa e che non capisce come qualcuno ci possa voler tornare; e l’isola minore, Teresa, che sembra sempre lasciarsi un po’ trasportare dagli eventi, che da bambina si lascia facilmente abbindolare dalla sorella (o almeno le fa credere di farlo), che anche da adulta fatica a trovare il suo equilibrio e che al Giglio, invece, non può fare a meno di tornare.

Isole minori è un romanzo molto intenso, caratterizzato da uno stile narrativo in grado di adattarsi alle diverse età della protagonista e, in qualche modo, di crescere con lei. È un romanzo che è sì una saga famigliare molto bella, ma anche uno spaccato della storia del nostro paese, vista da una prospettiva diversa, che sembra minore ma che minore non è.


TITOLO: Isole minori
AUTORE: Lorenza Pieri
PAGINE: 207
EDITORE: edizioni e/o
ANNO: 2016
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Isole minori
formato ebook: Isole minori

martedì 11 aprile 2017

BELLISSIMO - Massimo Cuomo

Allora Santiago prende coraggio, si avvicina finalmente alla madre. Al fratello. Arriva sul bordo del letto incollando passi brevi, appoggia le mani sul lenzuolo, annusa l'odore della pelle di Miguel che, gli sembra, profuma di biscotti.
«Che ne pensi?» gli chiede la donna sottovoce.
Santiago ha pensieri raggomitolati che non sa sbrogliare.
«Che è bellissimo» ripete in automatico.
Maria Serrano lo fissa da vicino e arriva lontano dentro di lui.
«Lo sei anche tu» gli dice, piano, in un orecchio.


Quando un romanzo che ho letto mi è piaciuto molto, tendo a trasformarmi in una specie di fanatica. Ne parlo con tutti, lo consiglio, lo presto, lo regalo, mi arrabbio se qualcuno mi dice che invece no, non gli è piaciuto, e approfitto di ogni occasione, anche a distanza di tempo, per citarlo di nuovo. Questo fenomeno si amplifica ulteriormente se il libro in questione ha assunto un significato ancor più profondo nella mia vita, influenzando non solo la lettrice ma anche la persona.

Un esempio di tutto questo è Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo. L’ho comprato, attirata dalla bellissima copertina. L’ho letto e me ne sono innamorata. L’ho prestato, consigliato e, una volta, anche regalato. A una persona speciale, che stava entrando a far parte della mia vita per stravolgermela completamente. Non dico che sia merito del libro, però un pochino forse anche sì.
Solitamente, dopo tutto questo percorso da fanatica, succede che di quell'autore esce un nuovo romanzo. Che ti attira, perché se è come l’altro sarà un grande libro, e al tempo stesso un po’ ti spaventa, perché se non è come l’altro che succede?

È con questo stato d’animo contradditorio che mi sono approcciata a Bellissimo, il nuovo romanzo di Massimo Cuomo uscito il 6 aprile per edizioni e/o. Curiosità e paura. Voglia incredibile di leggerlo, ma anche ansia da “oddio, e se poi non mi piace?”.
Ansia che già con la copertina, un’illustrazione di Alessandro Gottardo, un po’ si è dissipata. Per poi sparire completamente durante la lettura.

Bellissimo è ambiento a Mérida, un paesino del Messico, e racconta la storia di due fratelli, Santiago e Miguel. Quest’ultimo, fin dal momento in cui è nato, è bellissimo. Di una bellezza quasi divina, che fa impallidire chiunque lo circondi e che, soprattutto, genera una sorta di culto in tutta la città, alimentata dal padre, Vicente Moya. Santiago, il fratello maggiore che bellissimo invece non è, subisce fin dal suo arrivo la bellezza del fratello e le attenzioni che tutti sempre gli rivolgono, generando una contrapposizione evidente e, soprattutto, un rapporto di odio e amore che sembra destinato a durare tutta la vita, o almeno finché entrambi, da adulti, non riusciranno a trovare la loro strada.
Si chiede Santiago in quei momenti se è lui che non ha avuto il coraggio sufficiente per pretendere concessioni che pensava impensabili. Se gli sia mancato, in particolare, il coraggio di immaginarsi a salire sul primo autobus per andare a vedere cosa accade là fuori. Si risponde allo stesso modo ogni volta: che magari è proprio l'amore che gli è mancato più di tutto e che dunque, forse, l'amore esiste ed è la forza con cui fare cose straordinarie in modo semplice.
Bellissimo è un libro bellissimo, se mi passate questo gioco di parole forse un po’ banale (e anche rischioso, se il romanzo bellissimo non fosse stato).  È bellissima la descrizione del rapporto tra Santiago e Miguel, due fratelli che sembrano una dicotomia, per aspetto fisico, carattere e voglia di vivere, ma che in realtà, con le loro differenze, si completano a vicenda, e non possono vivere l’uno senza l’altro.
E Massimo Cuomo è stato bravo a cambiare drasticamente ambientazione, a spostarsi dalla profonda provincia veneta al Messico, riuscendo a rimanere perfettamente credibile, al punto che se leggeste il libro senza sapere chi sia l’autore, non pensereste che in realtà sia italiano. C’è il realismo magico tipico del romanzo sudamericano di un tempo, ci sono i personaggi un po’ bislacchi (Hermenegildo Serrano con il suo mangianastri e la sua passione per Jarabe Tapatío è il mio preferito in assoluto) e quelle situazioni surreali che in un romanzo ambientato in Sud America diventano credibili e magiche e, appunto, bellissime.
«E adesso?» dice Soledad Sanchez aggiustandosi gli occhiali sul naso:Santiago ha il coraggio irrazionale degli innamorati.
«Si potrebbe ballare» dice piuttosto serio.Soledad Sanchez lo fissa stupita.
«Tu sai ballare?» chiede poi.
«No, ma che ci vuole?».
«E la musica?» insiste Soledad.
 Santiago sorride, porta le mani dietro la schiena nella tipica postura della danza di corteggiamento che ha visto ballare nelle sagre. E poi intona il ritmo della canzone che nonno Hermenegildo gli ha fatto ascoltare nelle notti d’infanzia per farlo addormentare, ogni minuto di ogni ora di ogni giorno, incidendogli quel ritmo nella testa. Però è dal cuore, dal sangue, che sale l’impulso che sposta le gambe, coordina i movimenti di Santiago con la grazia di chi la musica ce l’aveva dentro e non lo sapeva.
Ci sono passione e amore, in questo libro. Amore fraterno e amore materno. Amore per la lettura, amore per l’amore e amore per la vita, oltre a quello per la scrittura che traspare dallo stile di Massimo Cuomo.
Ammetto di essermi commossa più volte. Di essermi ritrovata in molti passaggi, in molte parole, in molti pensieri. Al punto (attenzione, ecco di nuovo il fanatismo per l’autore) da chiedermi come sia possibile che uno scrittore che non mi conosce e che io non conosco riesca a parlare così tanto di me e a farmi emozionare così tanto.
Succede solo con un libro bello, in effetti. Anzi, Bellissimo.


Titolo: Bellissimo
Autore: Massimo Cuomo
Pagine: 264
Editore: e/o
Anno: 2017
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formato cartaceo: Bellissimo
formato ebook: Bellissimo