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venerdì 10 novembre 2017

NEGLI OCCHI DI CHI GUARDA - Marco Malvaldi

Margherita si chinò un momento, raccolse un dente di leone da una piccola macchia erbosa vicino al sentiero e soffiò via i petali con un'espressione da bimba concentrata - l'unica espressione adeguata quando si soffia un dente di leone, a noi sembra una cosa da nulla ma se uno pensa ai denti di leone che ha inconsapevolmente contribuito a piantare quando era piccolo si ha quasi la sensazione di servire a qualcosa in questo mondo.

Marco Malvaldi ultimamente dà il meglio di sé quando chiude per ferie il Barlume e si avventura in altri romanzi. Lo dico da appassionata delle vicende dei vecchietti e del barrista Massimo, che mi hanno fatto scoprire questo autore toscano qualche anno fa e portato poi a leggere, di conseguenza, tutti i suoi romanzi. Il mio preferito in assoluto rimane Odore di chiuso, in cui secondo me l’autore ha elevato la sua bravura alla massima potenza, ma in generale quando Malvaldi ha più libertà di azione, con i personaggi, con i luoghi e con le trame, gli riesce qualcosa in più.

È il caso di Negli occhi di chi guarda, il suo ultimo romanzo uscito a ottobre per Sellerio editore.
Siamo sempre in Toscana: questa volta a Poggio alle Ghiande, una tenuta agricola molto antica e molto bella nel comune di Castagneto Carducci. È di proprietà di due fratelli gemelli, Zeno e Alfredo Cavalcati, di indole completamente diversa tra loro nonostante la genetica li abbia voluti identici: Zeno è un collezionista d’arte, che vive da decenni a Poggio alle Ghiande senza mai allontanarsene, al punto da aver creato in casa un museo; Alfredo è un broker, sempre in giro per il mondo e sempre in equilibrio precario tra la ricchezza e la bancarotta. Queste loro diversità li hanno portati, adesso, a non riuscire a prendere una decisione importante: vendere Poggio alle Ghiande a quegli investitori cinesi che vorrebbero farci un resort di lusso o tenerla? Alfredo e i suoi problemi economici propendono per la prima opzione, Zeno e tutti gli altri abitanti di Poggio alle Ghiande per la seconda, ovviamente.
Perché sì, oltre ai due fratelli, c’è tutta una serie di personaggi che da anni o per la prima volta in vita, per motivi diversi, ruota attorno a questa tenuta: c’è Piotr, uomo delle pulizie polacco che crede fermamente nella Santa Vergine di Czestochowa e nel potere della varechina; c’è Raimondo, uscito dal manicomio quando sono stati chiusi per leggere e ora custode della tenuta; c’è Giancarla Bernardeschi, professoressa di chimica in pensione che a Poggio alle Ghiande trascorre sempre le vacanze, distillando qualunque pianta incontri sul suo cammino; c’è Riccardo Maria Torregrossa, che durante l’anno lavora in formula Uno e d’estate cerca il silenzio nelle colline toscane; Anna Maria Marangoni, lasciata dal marito dopo ventisette anni di matrimonio per stare con una ventisettenne; ci sono Enrico Della Rosa e sua moglie Cristina. E poi Margherita e Piergiorgio, i due giovani a Poggio alle Ghiande solo di passaggio: filologa e archivista alla ricerca di un quadro perduto lei, ricercatore desideroso di studiare i gemelli lui.

Poi ovviamente avviene un omicidio, anzi due, e i piani dei due fratelli e di tutti gli altri abitanti di Poggio alle Ghiande vengono completamente stravolti.

Marco Malvaldi dà il meglio di sé quando si allontana dal BarLume, dicevamo all’inizio. E Negli occhi di chi guarda, secondo me, ne è una prova. Leggendo, si percepisce quanto lui si sia divertito a creare la storia e a caratterizzare i vari personaggi, a giocare con la chimica ma anche con l’arte, la storia e, perché no, anche qualche curiosità bizzarra (a un certo punto, durante la lettura, mi sono ritrovata a scrivere nella barra di ricerca di google “Venere di Milo cacca panda”, così, giusto per darvi un’idea).

La cosa bella è che riesce a fare tutto questo scrivendo comunque un romanzo scorrevole e divertente, mai pedante o saccente, anche per chi di chimica, storia, arte (e cacca di panda) non sa assolutamente nulla, perché alla base c’è un giallo appassionante e ben costruito, ci sono personaggi esilaranti (Piotr è il mio preferito in assoluto) accanto ad altri più profondi e c’è quell’ironia tipica malvaldiana, che a volte si coglie al volo altre dopo un attimo, e poi ti fa esclamare “che genio!” (o “che pirla!”, a volte, ma in senso buono).

Negli occhi di chi guarda mi è piaciuto molto anche per altri motivi, abbastanza casuali in realtà. Nella mia prima vacanza da sola con gli amici ho fatto proprio la tratta di treno che fa Piergiorgio per arrivare a Poggio alle Ghiande, per esempio.
Uno degli stati d'animo più belli dell'essere umano è quello del viaggio di andata. Specialmente se uno è in treno.

Eccessi di velocità, colpi di sonno, mancanza di benzina non ti riguardano; del viaggio da un punto di vista tecnico non hai niente di cui preoccuparti, e mentre il treno ti culla tu puoi cullare le tue aspettative.
Se poi sei talmente fortunato che il tuo treno è sulla tratta da Genova a Roma, puoi anche spegnere il cellulare - scusa se ho visto solo ora la chiamata ma sai, con tutte quelle gallerie il segnale non prende mai - e goderti il viaggio senza dover essere costretto ad affrontare la vita che si svolge altrove.
Alle medie, poi, avevo sviluppato una passione per il pittore Ligabue e per i suoi quadri (anche se non riesco a ricordarmi bene perché), e, tra l’altro, mi piacciono da matti le tombe etrusche.

Insomma, Negli occhi di ci guarda è un bel romanzo giallo, ma anche qualcosa di più, che intrattiene e diverte (che è poi l’obiettivo principale di questi romanzi), ma incuriosisce anche, trasmettendoti la voglia di imparare, di scoprire qualcosa in più.


(Anche se sulla Venere di Milo fatta con gli escrementi di panda continuo ad avere qualche perplessità).


Titolo: Negli occhi di chi guarda
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 274
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Sellerio
Acquista su Amazon:
formato brossura: Negli occhi di chi guarda
formato ebook: Negli occhi di chi guarda

venerdì 29 aprile 2016

LA BATTAGLIA NAVALE - Marco Malvaldi

- Dammi retta, parti, vai in vacanza e levati dai coglioni per una settimanetta. Qui non succede niente - disse Aldo, in tono sincero, calmo e rassicurante.
Dimenticandosi una cosa.
Che, come detto all'inizio del capitolo, siamo a Pineta.
Un posto dove ammazzano una persona l'anno.



Voi non immaginate neanche quanto sia difficile per me scrivere questa recensione. Ho letto tutti i romanzi pubblicati da Malvaldi. Mi fiondo in libreria appena escono e li inizio il prima possibile (a discapito di tutti gli altri che sono in attesa da più tempo). Malvaldi mi piace tanto anche come persona, e lo dimostra il fatto che io vada a ogni sua presentazione che fa da queste parti. Amo la sua intelligente ironia, il suo modo di raccontare e il suo rapportarsi con gli altri. 

Quando ho saputo dell'uscita di La battaglia navale, nuova avventura di Massimo e i vecchietti del Barlume, non vedevo davvero l'ora di iniziarlo e di ritornare a Pineta, quel paese di mare che ha un tasso di mortalità per omicidi decisamente superiore alla media. Per cui sono corsa a comprarlo, ma avevo un libro da finire, quindi l'ho fatto leggere prima a qualcun altro. Dalla cui faccia e dalle cui reazioni già mi ero resa conto che c'era qualcosa che non andava.
E, quando finalmente l'ho iniziato anche io, ho capito il perché di quelle facce e di quelle reazioni.

La trama è più o meno sempre la stessa, cambia solo il morto (che è una donna, in questo caso) e il movente. C'è sempre Massimo il barrista, che ora ha anche un ristorante insieme ad Aldo, che indaga con l'aiuto dei quattro vecchietti (che sono invecchiati proprio tanto). Un aiuto che la nuova vicequestore Alice Martelli sembra apprezzare molto di più rispetto al precedente. Tra indagini un po' sgangherate e soprattutto tante riflessioni, Massimo come sempre arriverà alla soluzione del caso.

Il grosso, grossissimo problema di La battaglia navale è che non fa ridere. O almeno, a me non ha fatto ridere praticamente mai. E la forza dei gialli del Barlume sta tutto in quello, nelle risate e nelle buffe situazioni che il quartetto di vecchini e Massimo creano in ogni indagine che affrontano. Se quelle risate vengono meno, il romanzo non decolla, rimane piatto e quasi noioso da leggere.
Malvaldi scrive sicuramente bene, e sa benissimo di farlo, ma forse qui si è fatto prendere un po' la mano, creando una storia troppo labile, troppo sottile, che non è riuscito a tenere in piedi con i personaggi. I vecchietti sì, sono sempre fenomenali, ma forse un po' meno del solito. Tiziana e Marchino ci sono, ma è come se non ci fossero. E Massimo è troppo preso dalla sua bella vicequestora, per riuscire a dare il meglio di sé.

Uno dei grossi problemi dei libri in serie è questo: l'impossibilità di mantenere sempre nel tempo lo stesso livello. E quindi sì, si va avanti a scrivere, perché lo chiedono i lettori, lo chiedono gli editori o per andare sul sicuro, ma il rischio che il meccanismo si rompa è molto, molto alto. E forse a un certo punto, se non si ha più niente da dire, sarebbe giusto anche lasciare andare i personaggi, le storie, il bar e Pineta.

Non lo so se la mia delusione di fronte a La battaglia navale sia un problema di aspettative altissime. In parte forse sì. Ma avendo letto e amato, in misura diversa certo, tutti i romanzi di Malvaldi, queste aspettative è stato normale che si creassero. E poi so che altri, che per Malvaldi hanno una passione meno marcata della mia, hanno provato la stessa cosa (vi rimando, per esempio, alla bella recensione di La libridinosa). Quindi sì, è colpa delle aspettative, ma forse è colpa anche del libro.

Che si legge bene, è scorrevole e tutto quanto, ma non si avvicina nemmeno lontanamente a ciò a cui Malvaldi ci (mi) aveva abituato.

Titolo: La battaglia navale
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 179
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Sellerio
Acquista su Amazon:
formato brossura: La battaglia navale
formato ebook: La battaglia navale

lunedì 30 novembre 2015

November (books) rain

È passato davvero in fretta questo novembre. Sarà che ho fatto tante cose, anche se, guardando il blog, sembra quasi che io abbia solo e sempre letto.
I libri sono stati i veri protagonisti di questo spazio questo mese. Un po’ perché non ho avuto tempo di scrivere altro che non fossero le recensioni (per quelle il tempo lo trovo sempre, anche perché fatico a iniziare un nuovo libro se non ho prima parlato dell’ultimo letto), un po’ perché forse tutte le altre cose che ho fatto su questo blog c’entravano poco.

Ma partiamo dalle cose letterarie.
Il mese è iniziato con il tradizionale incontro annuale a Chivasso con Marco Malvaldi, che ha presentato Buchi nella sabbia, suo nuovo romanzo che ho prontamente letto e recensito. Gli incontri con Malvaldi sono sempre molto divertenti e, in questo caso, a dialogare con lui c’era Margherita Oggero, altra mia adorata scrittrice (a cui ho chiesto se, per favore, nella serie tv Provaci ancora, prof fa mettere definitivamente insieme Camilla e Gaetano… ha risposto di sì, ma non so se per davvero o solo per farmi contenta).
Il 5 novembre (Remember remember...) è poi uscita la mia seconda traduzione. Adesso, punta il tuo obiettivo di David Hieatt, pubblicato da Anteprima.
A sei anni esatti dalla laurea (ricorrenza che cadeva proprio il 9 di questo mese), posso finalmente dire che sì, faccio la traduttrice. Anche perché una settimana dopo mi è arrivata la terza, bella sostanziosa tra l’altro, ed è ciò che mi sta occupando un sacco di tempo ultimamente.


Poi, sempre in questo mese, si è finalmente delineato un progetto a cui io e Claudia di Il giro del mondo attraverso i libri pensavamo da un po’. Solo un’idea all’inizio, nata da un semplice “che dici, proviamo a inventarci qualcosa?”, e che è sfociata in Una valigia di libri. Letture in giro per il mondo, un ciclo di incontri ospitati dalla libreria Sulla parola di Caluso, che durerà fino a giugno e che consisterà nel presentare libri di ogni continente. Si parte il 12 e devo dire che un po’ di emozione ce l’ho già adesso. Per tutti i dettagli vi rimando comunque al post apposito.




Tra le cose non letterarie, invece, da segnalare che sono andata a vedere Snoopy & Friends, il film dei Peanuts, che mi ha fatta commuovere tantissimo e la mostra di Monet a Torino, alla GAM, dove ho scoperto un mio nuovo quadro preferito, I tacchini.



Ma veniamo ora ai libri e alle recensioni. Tante letture, vi dicevo, e tutte abbastanza soddisfacenti.

Il mese è iniziato con La morte dei caprioli belli di Ota Pavel, pubblicato da Keller editore e tradotto da Barbara Zane, una bella raccolta di racconti ambientati al tempo della Seconda guerra mondiale in cui la guerra fa solo da inevitabile sfondo alle belle avventure della famiglia dell’autore.

Subito dopo è arrivato Paolo Cognetti con il suo Tutte le mie preghiere guardano verso ovest, un elogio a New York e al cibo, scritto come solo Cognetti sa scrivere (e chi ha letto altri libri di Cognetti capisce perfettamente che cosa intendo), pubblicato nella bella collana Allacarta di EDT.

Poi, La leggenda del trombettista bianco di Dorothy Baker, pubblicato da Fazi con la traduzione di Stefano Tummoli. Dorothy Baker, conosciuta soprattutto per il suo Cassandra al matrimonio, che qui romanza la vita di Leon Bix Beiderbecke, il più celebre trombettista solista americano degli anni '20, tramite Rick Martin, suo alterego letterario. Bello, anche se di musica non capite niente come me.

Ed ecco Buchi nella sabbia di Marco Malvaldi, l’ultimo suo romanzo, sempre pubblicato con Sellerio, in cui torna a dare il meglio di sé, come già aveva fatto con Odore di chiuso. Un giallo storico, in cui l’omicidio è solo un pretesto per presentare buffi personaggi e buffe situazioni. Da leggere, assolutamente.

Una bella scoperta è stata Il peso di Liz Moore, pubblicato da Neri Pozza con la traduzione di Ada Arduini. Una storia di solitudini e di paura di chiedere aiuto. Intenso, bello davvero.

E poi due salti in Sudamerica. Prima con È finito il nostro carnevale di Fabio Stassi, pubblicato da minimum fax, e poi con Il liberatore dei popoli oppressi di Arto Paasilinna, tradotto da Francesco Felici per Iperborea. Il primo mi è piaciuto di più del secondo, sicuramente, forse perché amo il modo di scrivere di Fabio Stassi. Entrambi comunque valevoli di lettura.

Il mese è proseguito con Panorama di Tommaso Pincio, pubblicato da NN editore, che fa una critica violenta del mondo letterario e non di oggi, attraverso il grandissimo personaggio di Ottavio Tondi, per poi concludersi di nuovo in Sudamerica e di nuovo con una raccolta di racconti, Il vento distante di José Emilio Pacheco, tradotto da Raul Schenardi e pubblicato da Sur, un’altra raccolta di racconti che però, devo dire, mi è piaciuta ma ho troppo breve perché diventasse indimenticabile.

E ora inizia dicembre e arriva finalmente il Natale! (Ma anche i bilanci annuali di lettura e tante altre belle cose). Spero che il vostro novembre sia stato altrettanto intenso e pieno di belle letture!

martedì 10 novembre 2015

BUCHI NELLA SABBIA - Marco Malvaldi

Il fatto è che l'opera, già di per sé, è una situazione artificiosa, che si regge in piedi per miracolo, e che richiede a noi fanatici del bel canto una dose smisurata di capacità di astrazione. Non è facile commuoversi per un baritono che, una volta ricevuta una coltellata nel petto, intona una romanza a tutta gargana invece di stramazzare sul palco, come farebbe qualsiasi persona beneducata qualora venisse pugnalata nelle reni. E ci vuole una robusta dose di concentrazione sulla musica per non mettersi a ridere di fronte a un tenore settantenne che sta facendo il giovanottino innamorato, decantando la bellezza di un mezzosoprano largo quanto due contrabbassi.


Comincio già con la foto a mettere le mani avanti per farvi capire che questa sarà tutto fuorché una recensione imparziale. È che io adoro Marco Malvaldi, se ancora non si fosse capito dal fatto che ho tutti i suoi libri, dai post di attesa per Buchi nella sabbia che ho condiviso nei giorni precedenti all’uscita o dal fatto che ogni volta che c’è una sua presentazione nei paraggi io mi ci fiondi senza pensarci troppo, sebbene ormai l’abbia visto più e più volte.
Lo adoro, dicevo. Adoro la sua ironia, adoro il suo saper giocare così tanto con le parole, il suo sapere tante, tantissime cose e raccontartele come se foste seduti al bar a parlare del nulla. E poi sì, beh, certo, adoro i suoi romanzi. Soprattutto quelli come Odore di chiuso e, appunto, Buchi nella sabbia. Dei gialli storici, in cui la trama gialla è quasi in più, talmente tante e talmente belle sono le cose che racconta dei vari contesti in cui decide di ambientarli.

Buchi nella sabbia è ambientato a inizio del ‘900 e a Pisa, terra di anarchici, sta per andare in scena la Tosca di Giacomo Puccini, alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Il rischio di attentato è alto, così come lo sono le misure di sicurezza. Ma mai nessuno avrebbe potuto pensare che a morire sarebbe stato qualcuno sul palco, fucilato per davvero anziché a salve. Ad indagare sull'omicidio e, per forza di cose, sui personaggi in scena ci sono il carabiniere Gianfilippo Pellerey e il suo diretto superiore Ulrico Dalmasso. Si tratta di una resa dei conti tra attori o di un piano di rivolta anarchica di fronte al re? Ma soprattutto, chi è che ha  permesso a Ernesto Ragazzoni, giornalista e poeta, nonché grande etilista, di prendere parte alle indagini? 

Marco Malvaldi quindi questa volta ci porta all'opera a vedere la Tosca e ci presenta il poeta Ernesto Ragazzoni, forse dai più un po’ dimenticato (io stessa, ammetto, non avevo idea di chi fosse), un poeta popolare, in grado di scrivere componimenti in rima sulle cose più semplici e banali.
Come si diceva in precedenza, in Buchi nella sabbia la trama gialla è quasi superflua, forse a tratti anche un tantino superficiale, ma sono talmente tante, e buffissime, le curiosità sul mondo dell’opera che Malvaldi offre ai lettori e, soprattutto, è talmente bello l’uso che fa dello stile e delle parole, che quasi non importa chi ha ucciso chi e perché. 

Credo però che questo, pur essendo un giallo dalla trama tutto sommato semplice, non sia un libro proprio per tutti, proprio come non lo era Odore di chiuso. Malvaldi approfitta del contesto storico per far vedere quanto è bravo con le parole e i costrutti delle frasi, mettendo un’ironia a volte sottile e non sempre facile da cogliere. Alcune frasi le ho dovute leggere un paio di volte, per essere sicura. Poi, però, una volta capite è stato di nuovo e ancor di più amore. Se cercate un libro scorrevole da leggere senza pensare troppo, meglio che vi buttiate sui romanzi del BarLume, più immediati, meno ricercati. 

Invece, non è fondamentale che conosciate l’opera (io ne ho viste cinque in tutta la mia vita, tra cui la Tosca, e, a parte il Nabucco di Verdi in cui credo di aver dormito per tutta la sua durata, mi hanno divertito un sacco… sarò strana, ma a me vedere uno che mentre muore canta “sto morendo” mi fa tanto ridere), per poter leggere questo libro. Anzi, Malvaldi inserisce talmente tanti aneddoti divertenti (sì, Puccini diceva le parolacce) e talmente tanti intrighi che alla fine avrete quasi voglia di andarci anche se non vi è mai passato per la mente.

Quindi sì, Buchi nella sabbia mi è piaciuto sacco. Per l’ambientazione, sicuramente, e per la possibilità che mi ha dato di scoprire Ernesto Ragazzoni.
Forse non sono imparziale, ma questo libro è assolutamente da leggere.

Titolo: Buchi nella sabbia
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 245
Anno di pubblicazione: 2015
Editore: Sellerio
Acquista su Amazon:
formato brossura: Buchi nella sabbia
formato ebook: Buchi nella sabbia

venerdì 3 ottobre 2014

IL TELEFONO SENZA FILI - Marco Malvaldi

Giuro che dopo questa recensione per un po' non mi sentirete parlare di Marco Malvaldi. Almeno fino a che non esce un nuovo libro o non assisto a una nuova presentazione. D'altronde, se frequentate questo blog da un po', sapete quanto io adori questo autore, di cui leggerei anche la lista della spesa.

E poi Il telefono senza fili è un nuovo romanzo della serie del BarLume, con Massimo il barrista e i quattro fantastici vecchietti. Era da due libri che non parlava più di loro (forse gli ha dedicato dei racconti nelle raccolte di gialli di Sellerio, che però ancora non ho letto) e l'attesa era davvero tanta. Dopo la serie tv andata in onda su sky, che non definisco pietosa perché comunque un po' sorridere mi ha fatto, avevo proprio bisogno di immergermi di nuovo nell'atmosfera originale del Barlume, quella cartacea, e lasciarmi coinvolgere dalle avventure di Nonno Ampelio e dei suoi amici.

La struttura di questo romanzo è molto simile a quella dei precedenti. Una donna scompare dopo aver comprato due quintali di carne, il marito viene visto di notte accanto a un fosso con il bagagliaio aperto e il principale accusatore, dopo aver seminato un po' di zizzania in tv, viene ritrovato morto. Vorrete mica che i vecchini rimangano impassibili di fronte a tutti questi avvenimenti? Ma assolutamente no. Iniziano a parlarne, e parlarne, e parlarne, e già che ci sono a fare qualche piccola indagine e a parlare con i giornalisti. E Massimo, come sempre, cerca di tenerli a bada come può, pur essendo anche lui incuriosito dal caso. A indagare ufficialmente questa volta c'è quella che rappresenta l'unica grande novità del libro: una giovane commissaria donna, Alice Martelli, che alle chiacchiere e ai pettegolezzi dei quattro attempati investigatori della domenica sembra dare più credito del necessario.

Ed è proprio questa novità che riporta un po' di brio a questi romanzi. Intendiamoci, adoro i vecchini, adoro Massimo  e adoro soprattutto lo stile di Marco Malvaldi e la sua schietta ironia. Però il rischio di fare romanzi gialli tutti uguali è ormai davvero dietro l'angolo. Succede qualcosa di strano, i vecchini indagano a modo loro, Massimo un po' li tiene a bada un po' riflette e alla fine arriva alla giusta soluzione. Ci andava un diversivo, sicuramente. E Alice Martelli e quell'intesa che si crea tra lei e Massimo, che Ampelio & Co non perdono occasione di mettere in risalto con battutine e risatine, è stato per me il diversivo perfetto, per quanto assolutamente prevedibile fin dalle prime pagine. Anche nei gialli ci va un po' d'amore, su. E l'autore è davvero bravo a non rendere il tutto troppo melenso e a non rinunciare alla sua verve anche in momenti come questi.

Il telefono senza fili mi è piaciuto molto. E' un romanzo di puro intrattenimento, scorrevolissimo e di davvero facile lettura (anche se qualche parte in toscano ho dovuta leggerla un paio di volte, prima di capirla). Ideale per distrarsi un po' e ridere di gusto. Come tutti gli altri romanzi del BarLume, che vi consiglio assolutamente di leggere.

Titolo: Il telefono senza fili
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 208
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838932281
Prezzo di copertina: 13 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il telefono senza fili
formato ebook: Il telefono senza fili

lunedì 8 settembre 2014

LA FAMIGLIA TORTILLA - Marco Malvaldi

Non riesco ancora a capacitarmi di come io, grande amante di Malvaldi e dei suoi romanzi, abbia scoperto solo due giorni fa e quasi per caso La famiglia Tortilla
Certo, questo non è un romanzo e non è pubblicato dalla Sellerio, ma diamine! L'ha scritto il Malvaldi e io avrei dovuto comunque conoscerlo e, soprattutto, leggerlo.

La famiglia Tortilla fa parte della collana Allacarta della casa editrice EDT: una collana di guide gastronomiche di alcune città, scritte non da critici o esperti del settore, ma da scrittori (per dirvi, ce n'è anche una scritta da Paolo Cognetti, Tutte le mie preghiere guardano verso ovest, che devo assolutamente procurarmi).

Ma veniamo a noi e Marco Malvaldi, che con la moglie Samantha e il piccolo Leo, si è recato a Barcellona. A mangiare. Andrà quindi in giro per la città con la famiglia, per ristoranti, taperías e mercati, ad assaggiare e consigliare al lettore.
Se si considera il libro una semplice guida gastronomica, mi perdoni il Malvaldi se lo dico, risulterà abbastanza inutile.  Qualche spunto c'è, certo, ma i posti visitati sono stati pochi ed è stato un po' troppo frettoloso nei giudizi e nei s/consigli. Ma credo anche che se l'EDT avesse voluto una guida gastronomica normale, l'avrebbe affidata a qualcuno del mestiere. Questa guida sembra infatti un breve racconto, uno scorcio divertente della vita famigliare di Malvaldi e del rapporto suo e della sua famiglia con il cibo all'estero. Sarà che io adoro lui, il suo modo di raccontare, sia nei suoi romanzi sia le volte che ho avuto il piacere di vederlo dal vivo. E quindi leggendo La famiglia Tortilla ho riso un sacco di fronte a certi suoi commenti e certe sue trovate, al suo modo di affrontare la sua vita famigliare e alla grande ironia che ci mette.

Quindi, se andate a Barcellona, seguite questi consigli ma cercatene anche altri (oppure no, andate, perdetevi tra le sue vie e scoprite da soli i posti più buoni in cui mangiare). Se invece avete voglia di leggere una storiellina carina e senza alcun impegno, a prescindere da se andrete a Barcellona o meno, La famiglia Tortilla può fare voi. Soprattutto se siete in astinenza da libri di Malvaldi, come me, e non vedete l'ora che a fine settembre esca il nuovo romanzo, Il telefono senza fili. Questa lettura è un ottimo modo per ingannare l'attesa.


Titolo: La famiglia Tortilla
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 120
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: EDT
ISBN: 978-88-5920-448-0
Prezzo di copertina: 7,90 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: La famiglia Tortilla (Allacarta)

martedì 1 ottobre 2013

ARGENTO VIVO - Marco Malvaldi

A volte mi rendo conto di essere un tantino troppo entusiasta nei confronti di certi libri e di certi autori. Un entusiasmo al limite dello stalking forse, ma che, per quanto mi sforzi, non riesco a controllare.
Uno degli autori verso cui il mio entusiasmo è sicuramente più evidente è Marco Malvaldi. Non so bene spiegarvi il motivo. E' come se leggendo un suo romanzo mi sentissi in qualche modo a casa, a mio agio tra le sue pagine, tra le sue parole, in mezzo ai suoi personaggi. E ieri sera ho finito anche il suo ultimo libro, Argento vivo, ma per recensirlo ho dovuto dormirci un po' su, perché altrimenti, ancora una volta, le mie parole sarebbero state dettate dall'entusiasmo. Dal grande entusiasmo che mi ha colto una volta chiusa l'ultima pagina e che mi ha portato ad avere una voglia incredibile di abbracciare Malvaldi e ringraziarlo.

E' quindi passata una notte. Ho avuto tempo di riflettere su quello che ho letto e sulle parole che verranno fuori. 
Questo Argento vivo è in qualche modo diverso dai romanzi precedenti, e non solo perché non c'è un omicidio. L'ho trovato un po' più lento, con tanti, tantissimi personaggi le cui vite si incontrano e si mischiano per puro caso, ma a cui ci va qualche pagina per abituarsi.
C'è Giacomo, scrittore famoso nel passato che non prova più tanta passione per quello che fa, con la moglie Paola e il domestico scansafatiche. C'è Leonardo, che per vivere programma, per sopravvivere legge e tiene un blog letterario, e la moglie Letizia. Ci sono Corinna, agente di polizia romeno, vittima della nonnismo/maschilismo del questore Corradini, ci sono il Gobbo e il Gutta, due criminali che, insieme a Costantino, tecnico di antifurti al momento disoccupato, mettono in moto tutta l'azione. Un furto nella casa di uno scrittore famoso, fatto con un auto rubata per strada a un povero tecnico informatico, un computer con dentro un manoscritto che sparisce e ricompare. Un insieme di casualità, di destini che si incrociano e che si incastrano perfettamente.

Come dicevo all'inizio, è un romanzo un po' diverso dai precedenti, con i capitoli più lunghi e una trama decisamente ben costruita ma, forse, più complessa da seguire (almeno rispetto al solito). Eppure, ancora una volta, mi è piaciuto sacco. Mi è piaciuta l'idea di questo scrittore in crisi, che interagisce con il suo editore e che per la prima volta si interfaccia con il mondo dei blog letterari, della critica da parte dei lettori che a volte possono essere più utili ed efficaci di qualunque editor (lo ammetto, questo, da blogger con un sogno, mi ha emozionata molto). Mi è piaciuto l'incastro che ha creato tra i vari personaggi, le situazioni disparate e incredibili in cui si ritrovano e il modo disparato in cui riescono a uscirne. Insomma, mi è piaciuto tutto.

Mi rendo conto che, nonostante il mio tentativo di essere il più oggettiva possibile, questa recensione sprizzi entusiasmo da tutti i pori e che forse non sia troppo obiettiva. Ho già detto più e più volte che di Malvaldi leggerei con entusiasmo anche la lista della spesa. Però credo che, aldilà del mio giudizio da lettrice entusiasta, Argento Vivo sia davvero un bel libro, ben pensato, ben costruito e con un sacco di spunti di riflessione sulla nostra società.
E quindi sì, ancora una volta, lo consiglio a tutti (ma ancora di più a chi ha un blog letterario, di cui, per una volta, viene riconosciuto il valore)!

"E' vero, in Italia c'è pieno di criminali rumeni. Emigrano a frotte. Pare che sia perché in Italia possono veramente fare carriera. Se uno ruba tanto, pensi un po', potrebbe diventare anche presidente del consiglio. In Romania, invece, se rubi ti mettono in galera. Lei cosa farebbe?"

Titolo: Argento vivo
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 272
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838930799
Prezzo di copertina: 14 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Argento vivo
formato ebook:Argento vivo (La memoria) 

lunedì 23 settembre 2013

Interviste rampanti: MARCO MALVALDI

Protagonista dell'intervista rampante di questa settimana è uno tra i miei scrittori preferiti del momento. Ho scoperto Marco Malvaldi per caso, poco più di un anno fa, e mi sono innamorata del suo stile, dei suoi personaggi e della sua scrittura.
Malvaldi deve la sua maggiore fama alla saga del BarLume, quattro romanzi ambientati in un paesino della Toscana con protagonista un barrista-investigatore, affiancato da un gruppo di vecchini impiccioni, personaggi davvero indimenticabili. Ho poi apprezzato molto anche Milioni di milioni e, soprattutto, Odore di chiuso. Il 26 settembre uscirà, sempre per la casa editrice Sellerio come i precedenti, il nuovo romanzo, Argento vivo.
Ringrazio tantissimo Marco per aver accettato di rispondere alle mie domande e il suo fantastico fan club per avermi aiutato ad entrare in contatto con lui.

© Nicola Ughi
Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?
Nemmeno per idea. Da bambino, vedevo mio padre che passava le proprie giornate a preparare i lucidi per le lezioni; mio padre insegnava immunologia, e secondo me il suo lavoro consisteva nel fare disegni bellissimi e coloratissimi e poi andarne a parlare agli studenti. In poche parole, il lavoro più bello del mondo. Per cui, da bambino quando mi chiedevano “cosa farai da grande” rispondevo “il professore universitario”. Questo ha avuto un impatto piuttosto negativo sulla mia socialità, da bambino, e anche oltre, per cui leggevo moltissimo: il che è necessario per scrivere.

Sebbene i romanzi con protagonisti Massimo, nonno Ampelio e gli altri fantastici vecchini, mi facciano sempre ridere tanto e di gusto, per me il momento in assoluto più divertente in un tuo libro è in Odore di Chiuso, quando Gaddo incontra Carducci per strada e quest’ultimo gli risponde con una sorta di poesia. Da quando l’ho letta, non riesco a fare a meno di chiedermi: ma come ti è venuta?
Le strofe finali della poesia apocrifa del Carducci mi sono state recitate da mia moglie Samantha, la quale mi ha raccontato anche una storia molto simile alla scena del libro, parlandone come di leggenda metropolitana (o meglio, paesana) di Bolgheri; pare che il Carducci, sorpreso a cambiare l’acqua al merlo sulla porta di casa di una guardia comunale, sia stato redarguito dalla stessa e abbia risposto letteralmente per le rime...
Il resto è opera mia, ho tentato di scimmiottare lo stile carducciano con un po’ di spirito goliardico.

Come sei stato scoperto (o come sei riuscito a farti scoprire) dalle case editrici che ti hanno pubblicato?
Grazie ad un uso accorto della statistica, unito ad un fenomeno chiamato “colpo di culo”: ho inviato il mio primo romanzo, La briscola in cinque, ben rilegato e con tutti i dati sul frontespizio, a circa quindici case editrici. Mi ha risposto solo una. Grazie alla parte anatomica di cui si diceva sopra, è stata Sellerio: quella a cui tenevo di più, tanto che in un primo momento non glielo avevo nemmeno inviato. Mi sembrava di mirare troppo in alto.

Qual è il tuo rapporto con i critici professionisti e con i book blog?
Ai book blog voglio un bene dell’anima: il primo romanzo ha avuto successo grazie al passaparola creatosi su internet e nelle librerie indipendenti. Coi critici professionisti, il rapporto è ambivalente: dipende dalle persone, e dalla loro onestà. Però in genere sono stato trattato anche meglio di quanto meriti...

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
Una volta, sono stato fermato da una signora che mi ha detto “sono in chemioterapia, e i suoi libri sono stati gli unici momenti lieti dell’ultimo anno”; per uno scrittore di intrattenimento, credo sia il massimo complimento possibile. La più brutta, una tipa su IBS che si diceva sdegnata del trattamento riservato al Carducci in Odore di Chiuso e si chiedeva: “Ma non lo sa il Malvaldi che il Carducci è stato anche insignito del premio Nobel’”. In pratica, ha scambiato un sincero omaggio alle capacità di stornellatore del poeta bolgherese (che sono storicamente documentate) per un dileggio. Ognuno è libero di criticare, ma se uno non capisce...

Hai qualche mania come scrittore?  Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
Le manie le ho, ma cambiano spesso: prima scrivevo in mansarda, adesso ho un piccolo studio. Scrivo solo al computer, ed esclusivamente su portatili (e me ne compro uno nuovo per ogni libro che scrivo, regalando il vecchio). Ah, l’unica cosa che non cambia è che scrivo esclusivamente di mattina: la roba che scrivo di pomeriggio di solito fa senso.

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai avuto voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri?
Magari. Una volta ho provato, per Il gioco delle tre carte, a proporre un paesaggio giapponese di Hokusai; mi hanno risposto “lei pensi a scrivere che le copertine le facciamo noi”, e visto che stavo parlando con Sellerio mi sa che tutti i torti non li avevano. Le loro copertine sono spettacolari; colori tenui, e il titolo nello stesso colore dominante dell’illustrazione. Quando entri in libreria, le vedi da lontano.

Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore ?
Di scrivere il libro che gli piacerebbe leggere nel momento stesso in cui si mette a scrivere. E di leggere qualsiasi cosa. Capolavori, per imitare: si parte tutti così. Se ti chiedi chi volevo imitare io, è facile: Stefano Benni. Roba brutta, per imparare gli errori da non fare. Libri antichi, classici greci, teatro inglese, per ampliare il proprio linguaggio e le proprie metafore. E, inoltre, saggistica: di ogni tipo. Ma, in generale, leggere. Anche dai bugiardini dei medicinali c’è qualcosa da imparare.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento? E dell’autopubblicazione?
Sugli editori a pagamento, sarò brutale: tutto il male possibile. L’editore è uno che sceglie, e in un mondo in cui il cinquanta per cento degli abitanti ha un romanzo nel cassetto questa è una mera pratica di circonvenzione di incapace. Per l’autopubblicazione, se una persona  è consapevole che lo fa solo per motivi pratici (spedire ad un editore, o regalarlo agli amici) perché no?

Ebook o cartacei?
Ho letto il mio primo ebook giusto da tre giorni. L’isola dei cacciatori di uccelli, di Peter May. Troppo presto per dare un giudizio, ma ho la sensazione che me lo sarei goduto di più su carta. Bel libro, comunque.

Qual è il libro, non tuo, a cui sei più legato?
Il barone rampante, di Italo Calvino. Il primo libro non espressamente per bambini che ho letto. Avevo dodici anni, e sono entrato nel tunnel.

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Troppo facile: Primo Levi. Il sistema periodico è un libro unico, non si può non leggerlo.

Hai letto le Cinquanta Sfumature? Qual è Il tuo colore preferito?(ndr temo di aver inviato le ultime due domande senza spazio tra l'una e l'altra... e questo è il risultato)
No, non l’ho letto: siccome faccio lo scrittore di lavoro, e trombo solo per divertimento, non mi piace mischiare le due cose. Scherzi a parte, no. Delle varie colorazioni proposte, le più plausibili mi sembrano quelle del rosso: certe parti, a usarle smodatamente, si infiammano...

mercoledì 10 luglio 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #41

Finalmente ho avuto il tempo necessario per fare una ricerca  un po' più approfondita e proporvi, per la puntata di oggi del confronto tra titoli, un caso contrario, ovvero un libro italiano il cui titolo è stato cambiato nelle diverse lingue in cui è stato tradotto. 

La scelta del libro da trattare mi è stata suggerita inconsapevolmente su una pagina Facebook spagnola dedicata al mondo dei libri, che ha parlato proprio ieri di un romanzo di uno dei miei scrittori italiani preferiti (con cui sono ai limiti dello stalking, direi)... un libro che solo dal titolo non avrei riconosciuto!
E quindi, eccomi qui a parlarvi di ODORE DI CHIUSO di Marco Malvaldi:


Un giallo alla Malvaldi, ambientato a fine '800, in cui l'omicidio funge solo da sfondo per permettere a tutta una serie di buffi e geniali personaggi di muoversi e interagire tra loro. Tra questi c'è anche Pellegrino Artrusi, il famoso autore del libro di cucina "La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene". Se volete potete trovare la recensione completa qui.

Dal momento della sua uscita (nel 2011) ad oggi, il romanzo è stato tradotto in diverse lingue, tra cui il francese, lo spagnolo e il tedesco. La cosa buffa è che se non si leggesse la trama sulle quarte di copertina, difficilmente si capirebbe che si tratta sempre dello stesso libro. Vediamo subito perché.

In tedesco, il romanzo è uscito nel marzo del 2012 per la casa editrice  Pendo Verlag GMBH con la traduzione di Luis Ruby e il titolo DAS NAST DE NACHTIGALL 


La traduzione letterale sarebbe "Il nido dell'usignolo", un titolo che non ha nulla a che vedere con l'originale, ma di cui però richiama in qualche modo la copertina (su cui spiccano appunto due usignoli morti).

In francese è uscito a maggio nel 2012 con la casa editrice Christian Burgois, la traduzione di Lise Chapuis e il titolo LE MYSTERE DE ROCCAPENDENTE


Il titolo francese, Il mistero di Roccapendente, punta invece più sul luogo in cui è ambientato il romanzo e cambia anche la copertina, inserendo l'immagine di un maggiordomo (che in questo caso è vittima e non assassino). 

L'uscita spagnola è invece piuttosto recente, a giugno di quest'anno, per la casa editrice Ediciones Destino e la traduzione di Juan Carlos Gentile Vitale, con il titolo EL CASO DEL MAYORDOMO ASESINADO 


Il titolo anche in questo caso cambia (la traduzione letterale sarebbe "Il caso del maggiordomo assassinato") però l'edizione spagnola mantiene la similitudine con la copertina italiana.

Quattro titoli diversi quindi per un solo libro...e  nessuna delle tre traduzioni che si avvicini anche solo lontanamente all'originale. Tra tutte, quella che mi piace meno, sia per titolo sia per copertina, è la versione tedesca, anche se forse è l'unica a non svelare proprio nulla della trama del romanzo (cosa che non fa nemmeno il titolo originale). Il titolo spagnolo e quello francese sono invece un po' più esplicativi...

Che ne pensate?

venerdì 14 giugno 2013

ODORE DI CHIUSO - Marco Malvaldi

Adesso ditemi come faccio. 
Ho finito l'ultimo romanzo di Malvaldi che ancora mi mancava da leggere e so già che a breve cadrò in una crisi d'astinenza. Ne ho rimandato la lettura a lungo, lasciandolo lì, sul comodino, a guardarmi, proprio perché sapevo che finché non scriverà qualcosa di nuovo non entrerò più nel suo mondo e nel suo fantastico stile.
Lo so, può sembrare esagerato... ma sono sicura che chi ha letto almeno un romanzo di Malvaldi, che sia della saga del BarLume o un'altra delle sue opere, capisce perfettamente quale sia il mio stato d'animo del momento.

"Odore di chiuso" era quello che mi incuriosiva di più (e forse proprio per questo l'ho lasciato per ultimo), perché non è ambientato nei giorni nostri ma alla fine dell '800. 
Siamo sempre in Toscana, certo (non riesco a immaginare un romanzo di Malvaldi ambientato da qualche altra parte), ma è una Toscana un po' diversa che si scontra con i problemi dell'epoca: l'Unità d'Italia, la caduta in disgrazia di certe casate, il ruolo della donna non ancora così ben definito, i pregiudizi... che poi forse tanto diversi da quelli di oggi non sono.
A far da sfondo c'è, come sempre, un giallo, con relativa indagine e relativi colpi di scena. Che non sono mai così tanto ben approfonditi come uno si aspetterebbe da un romanzo con questa etichetta, ma che fungono da palcoscenico perfetto per tutta una serie di incredibili personaggi.

Siamo a Roccapendente, nel castello che il barone Bonaiuti abita con la sua famiglia: ci sono i due figli maschi, Gaddo, poeta dilettante che sogna di incontrare il grande Carducci, e Lapo, la cui attività principale è sperperare i soldi di famiglia nel casino del paese; c'è la figlia Cecilia, ragazza di incredibile intelligenza ma destinata, in quanto donna, a nasconderla; la vecchia baronessa Speranza e le sue dame di compagnia; le due cugine zitelle e il loro piccolo, fastidiossimo cane. Accanto a loro si muove la servitù: la fantastica cuoca, la procace cameriera Agatina e il maggiordomo Teodoro. Al momento, nel castello ci sono anche due ospiti: il fotografo Ciceri e il famosissimo Pellegrino Artusi, il famoso autore del libro di cucina "La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene".
Tutti personaggi bislacchi, che diventano ancor più bislacchi se messi di fronte all'omicidio e alle indagini che ne conseguono.

Dirvi qualcosa in più della trama non avrebbe tanto senso, perché questo è uno di quei libri che vanno letti così, senza bisogno di informazioni aggiuntive. Anche perché, come vi dicevo già prima e come ho sempre detto in ogni recensione di un romanzo di Malvaldi, la trama non è fondamentale, serve solo a permettere all'autore di sbizzarrirsi, con i personaggi e, soprattutto, con lo stile e le parole. Uno stile che in Odore di chiuso tocca secondo me il suo apice. Ho riso tantissimo, fino alle lacrime, stupendomi ogni volta della genialità che sta dietro a ogni situazione e ogni singola parola.

Il libro ti prende fin dalla prima pagina e ti tiene incollato alle sue pagine finché non sei arrivato alla fine. E quando ci arrivi, non importa che sia notte fonda, che tu sia in ritardo a un appuntamento, che tu debba andare a lavoro o  fare qualunque altra cosa, perché per un momento ti renderai conto di volerne ancora, di volerne di più e proverai un senso di vuoto che sembrerà incolmabile (soprattutto se hai già letto tutti gli altri Malvaldi).

E poi, pur non volendolo, ti troverai per forza a pensare al tuo scrittore preferito, che fa la pipì contro un portone.


Titolo: Odore di chiuso
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 198
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838925443
Prezzo di copertina: 13,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Odore di chiuso

lunedì 8 aprile 2013

MILIONI DI MILIONI - Marco Malvaldi

Montesodi Marittimo è un paesino toscano di una certa altitudine, nonostante il nome, per di più molto scosceso. Una persona su due porta un doppio patronimico, il secondo dei quali è sempre Palla. Eredità di un marchese Filopanti Palla, gran gaudente, pentitosi in punto di morte di lasciare tanti bambini senza un nome legittimo. Inoltre su Montesodi aleggia un mistero: è considerato "il paese più forte d'Europa". Per scoprirne la causa, vengono mandati dall'Università un genetista, Piergiorgio Pazzi, e una esperta di archivi, Margherita Castelli. Trascorsi i primi giorni, nel panorama umano che gli si offre, i due non trovano nulla di cui meravigliarsi, tranne la forza. È un mondo abitudinario, dominato da due gruppi familiari: il sindaco, l'onesto e schietto Armando Benvenuti, con la moglie Viola, e la maestra Annamaria Zerbi Palla, anziana vedova, con un figlio poco amato. La sorpresa arriva con una tremenda tempesta di neve che isola il paese per giorni. Piergiorgio, che alloggia nella casa della Zerbi, una mattina trova l'energica signora abbandonata in poltrona senza vita. Sembra, a prima vista, un attacco di cuore, ma Piergiorgio capisce che non si tratta di morte naturale e poiché il paese è isolato l'assassino non può essere andato via.

E poi ci sono dei periodi in cui le tue letture sono completamente monopolizzate da un autore. Per quanto tu possa cercare di evitarlo, questi autori quasi ti perseguitano: vedi i loro romanzi ovunque, sono ospiti a fiere del libro troppo vicine a casa tua per lasciartele scappare, le persone che hai attorno anziché distrarti alimentano questa tua quasi ossessione, al punto che ormai sai che non troverai pace finché non avrai letto tutto il leggibile. Una volta finito tutto, a poco a poco, questa mania passerà, per poi rifarsi viva magari tra qualche anno.
Ecco, questo è il riassunto perfetto del mio rapporto con Marco Malvaldi in questo momento. Scoperto quasi per caso nemmeno un anno fa, letto (in ordine sparso, come molto poco furbamente faccio sempre) tutta la saga del BarLume, consigliato al mio ragazzo che ha deciso di diventare ancora più invasato di me, incontrato per la prima volta due settimane fa,  ricevuto in regalo per Pasqua i due romanzi che ancora mi mancavano e cercato di resistere il più possibile prima di leggerli per evitare una qualche accusa di recensore-stalker.
Però poi questi libricini sono lì, sul comodino, che ti guardano e ti dicono "leggimi, leggimi, che lo sai che non ti deluderò" e ogni buon proposito svanisce. Quindi, se siete stufi di sentirmi parlare di Marco Malvaldi, fermatevi qua, non leggete la recensione e aspettate la prossima, che vi giuro incrociando le dita dietro la schiena che non sarà di un libro suo.

Inizio con il dire la cosa più scontata in assoluto, che chiunque conosca i gialli del BarLume penso capirà immediatamente. La mancanza dei quattro vecchini si sente, si sente eccome. E ci va un po' per abituarsi all'idea che non spunteranno al bar o che non interromperanno qualche dialogo con le loro battute irriverenti e i loro pareri non richiesti. Ci va un po', però poi ci si riesce. E ci si ritrova catapultati a Montesodi Marittimo e in mezzo alla sua gente e alla sua vita. Una vita che non è poi così diversa da quella di ogni altro paesino sperduto sulle colline o sulle montagne: tutti si conoscono, tutti sanno i segreti degli altri ma fingono di non saperli, tutti parlano e tutti vedono, è straniero anche chi ci vive ormai da più di cinquant'anni, c'è chi non riesce a immaginare di andare via e chi non aspetta altro... 

Il giallo, come al solito, è "alla Malvaldi", ovvero non importa tanto la vittima o il movente, quanto i personaggi e la caratterizzazione della vita di paese, che di solito viene fatta tramite un espediente (in questo caso, l'arrivo di due studiosi che hanno il compito di scoprire se ci sono cause genetiche a giustificare l'incredibile forza posseduta da buona parte degli autoctoni) e alimentata appunto dall'omicidio.
Sono libricini leggeri, perfetti da leggere per distrarsi, ma in cui ogni tanto spunta qualche frase e qualche citazione semplicemente geniale, ogni tanto si ride e, soprattutto, si arriva alla fine soddisfatti, rilassati, quasi felici. 

Non so se a voi capita mai di leggere uno o più libri di un autore e tramite le sue parole trovarlo simpatico o antipatico. Così, senza magari mai neanche averlo visto o averlo sentito parlare. Ecco, con Malvaldi mi succede tutte le volte. Chiudo il libro e il primo pensiero è: vorrei andarci a cena almeno una volta al mese, per sentirlo parlare, raccontare, per chiedergli da dove gli vengono certe idee, per chiedergli semplicemente come fa.
E poi, non so, trovo davvero bellissimo e dolcissimo il fatto che alla fine di ogni suo libro ringrazi la moglie senza la quale, lascia intendere, lui non sarebbe quello che è.

-Lei ha un vizio cittadino. Dice sempre «la gente».
Piergiorgio tacque, non sapendo cosa dire.
-Sa cosa diceva un mio amico di Livorno? «La gente, son persone». Ecco, accetti un consiglio da politico: smetta di dire «la gente». Dica «le persone». Può sembrare una questione di dialettica, ma non lo è, mi creda.
-No, credo che non lo sia...
-La gente è stupida, le persone ragionano. La gente è indifferente, le persone ti aiutano. Oppure ti affogano, ma comunque interagiscono. Finché uno riesce a pensare agli altri come persone, a vederle come persone, riesce a non rimanere indifferente.


Titolo: Milioni di milioni
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 196
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838927638
Prezzo di copertina: 13,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura:Milioni di milioni


domenica 24 marzo 2013

Incontrando... Marco Malvaldi

Credo di avervi già detto diverse volte quanto mi piaccia incontrare gli autori dei libri che ho amato di più. Mi piace sentirli parlare, scoprire le differenze che ci sono tra la parola scritta e quelle che vengono invece dette dal vivo e poi fare coda per avere un autografo e scambiare quelle due o tre parole insignificanti per loro  ma che io ricorderò per un bel pezzo.
E oggi pomeriggio ho avuto la fortuna di incontrare Marco Malvaldi, durante la Festa del Libro di Orbassano, un paese in provincia di Torino a una sessantina di km da casa mia. Non conoscevo questa rassegna, sebbene sia già alla sua quindicesima edizione. E' una fiera piccolissima, un solo tendone con poche case editrici e, almeno per questa edizione, incentrata più sul fumetto. E ammetto di esserci rimasta un po' male vedendo quanta poca gente ci fosse lì ad ascoltare Marco Malvaldi. Saremo stati una trentina in tutto (età media questa volta: 55 anni... facciamo progressi rispetto all'incontro con De Silva). 

L'incontro ufficialmente era per la presentazione dell'ultimo libro dell'autore, Milioni di Milioni, che io in realtà ancora non ho letto. Ma ovviamente è difficile non finire a parlare del BarLume e dei suoi vecchini, che tanto lo hanno reso famoso.

Marco Malvaldi sembra essere nato per raccontare. Tutta la presentazione è stata ricca di aneddoti: d'altronde è nato e vive in un piccolo paese della Toscana, dove ogni cosa, anche la più insignificante, diventa degna di nota (ammetto però che mi aspettassi un accento toscano molto più marcato).
Ha parlato di come nascono i suoi libri, solitamente in pizzeria la sera con gli amici. Di come sceglie le vittime dei suoi gialli, prendendo spunto da persone reali che gli stanno antipatiche. Dell'importanza di sua moglie nello scrivere o anche solo pensare le storie che racconta. Del suo bellissimo rapporto con la casa editrice Sellerio. E poi di loro, dei fantastici vecchini del BarLume (che a settembre approderanno in tv e di cui ha già in mente la trama del nuovo romanzo), di suo nonno che ora non c'è più ma che tanto lo ha ispirato e di come lui, tra questi personaggi, si identifichi con Aldo, come immagine di quello che spera di diventare da anziano (anche se alla moglie il fatto che Aldo sia vedovo non va mica tanto giù).

Tra le cose che più mi hanno colpito c'è stata sicuramente la sua visione del romanzo giallo, che riesce a dare alla morte un aspetto diverso, quasi meno triste. Perché nei gialli la morte non è una fine ma un inizio, con la certezza poi che non rimanga mai impunita (certo, il fatto che a morire sono persone che non si conoscono aiuta comunque). 
Una definizione molto bella e molto realistica, che probabilmente solo uno scrittore del genere avrebbe potuto pensare. 


E' stato davvero un bell'incontro, molto divertente, con un autore intelligente, colto, ma anche molto umano, con i piedi per terra, capace di tenere il pubblico attaccato alle sue labbra racconta anche della sua vita (dall'amore per sua moglie che traspare da ogni parola, ai vicini di casa un po' impiccioni), perché parte fondamentale dei suoi romanzi.
E poi, quando gli ho chiesto di Ampelio, mentre mi stava firmando il libro, mi ha dato del tu e mi ha raccontato, come se lo stesse raccontando a un amico quest'aneddoto di suo nonno:

-"Scusi, le posso chiedere una cosa? Ma suo nonno era davvero come Nonno Ampelio?"
-"No, era peggio. Pensa, lui era un omino alto un metro e sessanta, socialista, ateo e gran bestemmiatore, che viveva con mio zio, che era un prelato. Un giorno è arrivato il vescovo, un uomo alto, vestito di tutto punto, con una croce dorata al petto. Si è avvicinato a mio nonno, ha fatto per stringergli la mano ma lui non gliel'ha presa. Lo ha guardato, ha indicato la croce e gli ha detto solo: «ma voi non avevate fatto voto di povertà?»"


Se già prima, grazie ai suoi libri, provavo per lui una stima immensa, ora che ho visto che persona è veramente, non posso che aumentare la mia adorazione per lui.

mercoledì 20 marzo 2013

IL RE DEI GIOCHI - Marco Malvaldi

Ritornano i quattro vecchietti detective del BarLume di Pineta, con il nipote Massimo il "barrista" e la brava banconista Tiziana. "Re dei giochi" è il biliardo nuovo all'italiana giunto al BarLume. Ampelio il nonno, Aldo l'intellettuale, il Rimediotti pensionato di destra, e il Del Tacca del Comune (per distinguerlo da altri tre Del Tacca) vi si sono accampati e da lì sezionano con geometrica esattezza gli ultimi fatti di Pineta. Tra cui il terribile incidente della statale. È morto un ragazzino e sua madre è in coma profondo. Sono gli eredi di un ricchissimo costruttore. La madre è anche la segretaria di un uomo politico impegnato nella campagna elettorale. Non sembra un delitto. Manca il movente e pure l'occasione. "Anche quest'anno sembrava d'aver trovato un bell'omicidio per passare il tempo e loro vengono a rovinarti tutto". Ma la donna muore in ospedale, uccisa in modo maldestro. E sulle iperboliche ma sapienti maldicenze dei quattro ottuagenari cala, come una mente ordinatrice, l'intuizione logica del "barrista", investigatore per amor di pace.

Ecco, lo sapevo. Ho appena finito l'ultimo libro della saga del BarLume (ultimo in ordine di lettura, non cronologico... che le saghe per qualche bizzarro motivo non riesco mai a leggerle in ordine giusto) e già sento terribilmente la mancanza di nonno Ampelio. Un po' anche di Aldo, e del Rimediotti e del Del Tacca. E tutto sommato anche di Massimo. Ma nonno Ampelio sarà sicuramente quello che mi mancherà di più. E pazienza se questi libri di giallo in realtà hanno ben poco e se le trame e le indagini sono sempre un po' labili. E' il contesto ad essere fantastico: il bar di Pineta, in cui è il barrista a decidere cosa puoi o meno ordinare, e che sembra una costola dell'ospizio visto che i frequentatori più assidui sono proprio questi quattro vecchini scassapalle di cui Massimo vorrebbe a volte liberarsi ma di cui alla fin fine non può fare a meno. D'altronde senza di loro, nemmeno lui saprebbe tutti i pettegolezzi del paese... certo, in cambio avrebbe un tavolo in più libero (guarda caso l'unico in cui funziona il wi-fi) e un biliardo accessibile a tutti.

E questa volta forse la trama gialla è ancor meno gialla del solito, eppure è riuscita a commuovermi, per la sua logica, perché il movente altro non è che l'amore, un amore semplice e sincero che non riesce ad accettare le brutture della vita.
Certo, forse le invettive di Massimo verso la chiesa e, più in particolare, verso i credenti troppo bigotti, sono un tantino eccessive (seppur, almeno per me, completamente condivisibili)... ma servono a spiegare la trama e il suo corso e ad attribuirle ancora un senso maggiore. Tanto alla fine, se proprio non ci va di sentirle queste invettive, basta fare come i vecchini e mettersi a parlare d'altro, ignorandolo completamente.

Li adoro, davvero. Forse perché amo tantissimo la Toscana e il toscano (sì, lo so, ve l'ho già detto in tutte le recensioni), forse perché la caratterizzazione di questi personaggi è semplicemente perfetta o forse semplicemente perché sono libri che fanno ridere, ridere di gusto, senza doverci pensare troppo. Fatto sta che spero che Malvaldi ritorni presto a parlare di loro e a creare nuove fantastiche avventure.

Dite che domenica pomeriggio, quando finalmente vedrò dal vivo l'autore, posso farglieli autografare tutti?

Titolo: Il re dei giochi
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 192
Anno di pubblicazione: 2010
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838924798
Prezzo di copertina: 13,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il re dei giochi

lunedì 4 marzo 2013

IL GIOCO DELLE TRE CARTE - Marco Malvaldi

Ritorna la squadra di investigatori del BarLume di Pineta, detto anche "l'asilo senile". A parte il barista Massimo e la sua banconista, la bella e comprensiva Tiziana, il più giovane del gruppo è Aldo, ultrasettantenne gestore dell'osteria Boccaccio. Seguono Nonno Ampelio, Pilade, il Del Tacca del Comune, il Rimediotti. La loro attività, unica, più che principale, si svolge nel presidiare il BarLume e, dietro il paravento della partita a carte, passare al setaccio tutti gli avvenimenti di Pineta, in un pettegolezzo toscano senza eufemismi e senza ritrosie. Qualche volta resta nelle maglie fitte della rete, un fatto criminale. In realtà è Massimo, pronto all'intuizione ma svogliato all'azione, che è spinto a investigare, richiesto casualmente dal commissario Fusco. I vecchietti fanno da polo dialettico in un contraddire minuzioso che però facilita la sintesi: corale ambientazione umana, provinciale e antiglobalizzata.  Nel gioco delle tre carte un esercizio di abilità e di elusione fornisce lo schema per risolvere un enigma criminoso consistente nel nascondere ostentando. Nel corso di un congresso, viene ucciso un professore giapponese. La chiave del mistero è in un computer che in apparenza non contiene niente di significativo.

Era da un po' di tempo che un libro non mi faceva così tanto ridere. Ridere di gusto, al punto da dover chiudere la porta per non farmi sentire ed evitare di passare per matta. E, se devo essere onesta, nemmeno i precedenti libri di Malvaldi ambientati al BarLume, che avevo letto rigorosamente in ordine sparso e apprezzato comunque, mi avevano fatto divertire così tanto.

E chissene frega se la trama gialla in questo non è poi un granché, al punto da essere quasi superflua. Bastano questi fantastici vecchietti per tener su tutto il romanzo. Certo, devono pur avere qualcosa di cui spettegolare, su cui dire la loro e creare un po' di confusione. E quindi questi omicidi e le indagini più o meno volontarie del barrista Massimo sono necessarie per dare ai vecchietti la possibilità di esprimersi al meglio. In questo caso l'espediente è la misteriosa morte di uno scienziato giapponese, durante un convegno che si sta tenendo proprio a Pineta e per il quale Massimo e Aldo, il più giovane dei vecchietti, stanno svolgendo il servizio di catering. Sembra una morte accidentale, dovuta a una caduta... se non fosse che non si muore soffocati quando si sbatte la testa. Massimo si ritrova quindi convocato in caserma, come persona informata sui fatti prima, come interprete poi, e, suo malgrado, ancora una volta, sarà proprio lui a risolvere il mistero, fatto di computer e calcoli complessi.
I vecchietti intanto assistono e commentano, dalla loro posizione privilegiata nel bar, seduti all'unico tavolo in cui il wi-fi prende e senza nessuna intenzione di spostarsi, nonostante le suppliche e le vendette di Massimo, che non ne può più di vederli lì.

Come dicevo all'inizio, ho riso davvero tanto e di gusto. E soprattutto grazie a nonno Ampelio e al suo rapporto con Massimo (memorabile la telefonata al nipote che si è dimenticato di accompagnarlo a prendere la pensione), ma anche a tutti i vecchietti quando interagiscono tra loro e con chi li circonda, in un toscano, dialetto che amo moltissimo, schietto e senza mezzi termini.

Insomma, se state cercando un giallo da brivido, di quelli che vi tengono incollati alle sue pagine per la voglia di scoprire chi sia l'assassino, non dovete leggere questo libro. Ma se invece avete voglia di fare un giretto in Toscana senza muovervi da casa, e vivere un po' la vita tipica di un paese di mare, sedervi a un bar e fare quattro chiacchiere con chi ne sa sempre e sicuramente più di voi (e che quando non sa inventa) questo è sicuramente il libro per voi. Sono sicura che ne rimarrete semplicemente entusiasti, proprio come lo sono stata io (e se questo non dovesse succedere, come direbbe Ampelio, "te invece sei una testa di zuba")


Titolo: Il gioco delle tre carte
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 208
Anno di pubblicazione: 2008
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838923340
Prezzo di copertina: 12 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il gioco delle tre carte

lunedì 25 giugno 2012

LA BRISCOLA IN CINQUE- Marco Malvaldi

La rivalsa dei pensionati. Da un cassonetto dell'immondizia in un parcheggio periferico, sporge il cadavere di una ragazza giovanissima. Siamo in un paese della costa intorno a Livorno, l'immaginaria Pineta, "diventata località balneare di moda a tutti gli effetti, e quindi la Pro Loco sta inesorabilmente estinguendo le categorie dei vecchietti rivoltandogli contro l'architettura del paese: dove c'era il bar con le bocce hanno messo un discopub all'aperto, in pineta al posto del parco giochi per i nipoti si è materializzata una palestra da body-building all'aperto, e non si trova più una panchina, solo rastrelliere per le moto". L'omicidio ha l'ovvio aspetto di un brutto affare tra droga e sesso, anche a causa della licenziosa condotta che teneva la vittima, viziata figlia di buona famiglia. E i sospetti cadono su due amici della ragazzina nel giro delle discoteche. Ma caso vuole che, per amor di maldicenza e per ammazzare il tempo, sul delitto cominci a chiacchierare, discutere, contendere, litigare e infine indagare il gruppo dei vecchietti del BarLume e il suo barista. In realtà è quest'ultimo il vero svogliato investigatore. I pensionati fanno da apparato all'indagine, la discutono, la spogliano, la raffinano, passandola a un comico setaccio di irriverenze. Sicché, sotto all'intrigo giallo, spunta la vita di una provincia ricca, civile, dai modi spicci e dallo spirito iperbolico, che sopravvive testarda alla devastazione del consumismo turistico modellato dalla televisione. 

Ho acquistato questo romanzo memore di quanto mi fosse piaciuto "La carta più alta", il mio primo Malvaldi.
Vi avevo detto che amo molto la Toscana, soprattutto per il cibo, il mare, i paesini medievali e il dialetto. Così come amo molto i gialli vecchio stile, in cui investigatori più o meno professionisti si ritrovano ad indagare su omicidi apparentemente irrisolvibili e che, grazie a una serie di indizi e a un forte intuito, riescono alla fine ad arrivare alla verità.
E Massimo, "barrista" nonché proprietario del BarLume (che nome fantastico!) di Pineta, paesino toscano in riva al mare, rientra proprio in questa categoria. Si ritrova infatti coinvolto suo malgrado nelle indagini di un omicidio, quello di una ragazza trovata morta in un cassonnetto, e altrettanto suo malgrado incomincerà ad indagare e a scoprire la verità. A fargli da spalla ci sono quattro fantastici vecchini, che praticamente vivono al bar, giocando a carte e seguendo tutto quello che succede in paese, alimentando voci e pettegolezzi.

Qualcosa però, almeno per quanto mi riguarda, questa volta non ha funzionato. Per carità, il romanzo è scorrevolissimo e godibilissimo, si legge in una manciata di ore, Massimo è un buon investigatore e i vecchini sono veramente esilaranti. Eppure, non ho addosso lo stesso entusiasmo che avevo quando ho chiuso "La carta più alta", né leggendolo ho provato la stessa curiosità e la stessa voglia di sapere come andasse a finire. E credo che il motivo principale sia la trama, davvero troppo banale: a metà libro già avevo un mezzo sospetto sull'assassino, sospetto che si è rivelato fondato e che, per quanto mi lusinghi sapere che potrei essere una buona investigatrice (sì, certo...), non mi ha permesso di godermi a pieno l'evolversi della vicenda e delle indagini, a tratti troppo sbrigative e semplicistiche. 
Si sarebbe potuti arrivare alla stessa conclusione con un po' più di indagini, un po' più di investigazione e un po' più di ragionamento, senza fare solo affidamento alle illuminazioni del protagonista, e con un po' di colpi di scena. Provate ad esempio a leggere "L'assassinio di Roger Ackroid" di Agatha Christie (ovviamente indiscussa maestra del genere) e capirete immediatamente che cosa intendo.

Certo, la forza di Malvaldi sta sicuramente più nei personaggi e nell'ambientazione che non nella trama. Però mi aspettavo comunque qualcosina in più.
Ma ritenterò!

Titolo: La briscola in cinque
Autore: Marco Malvaldi
Pagine:163
Prezzo di copertina: 12 €
Editore: Sellerio
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