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lunedì 30 novembre 2015

November (books) rain

È passato davvero in fretta questo novembre. Sarà che ho fatto tante cose, anche se, guardando il blog, sembra quasi che io abbia solo e sempre letto.
I libri sono stati i veri protagonisti di questo spazio questo mese. Un po’ perché non ho avuto tempo di scrivere altro che non fossero le recensioni (per quelle il tempo lo trovo sempre, anche perché fatico a iniziare un nuovo libro se non ho prima parlato dell’ultimo letto), un po’ perché forse tutte le altre cose che ho fatto su questo blog c’entravano poco.

Ma partiamo dalle cose letterarie.
Il mese è iniziato con il tradizionale incontro annuale a Chivasso con Marco Malvaldi, che ha presentato Buchi nella sabbia, suo nuovo romanzo che ho prontamente letto e recensito. Gli incontri con Malvaldi sono sempre molto divertenti e, in questo caso, a dialogare con lui c’era Margherita Oggero, altra mia adorata scrittrice (a cui ho chiesto se, per favore, nella serie tv Provaci ancora, prof fa mettere definitivamente insieme Camilla e Gaetano… ha risposto di sì, ma non so se per davvero o solo per farmi contenta).
Il 5 novembre (Remember remember...) è poi uscita la mia seconda traduzione. Adesso, punta il tuo obiettivo di David Hieatt, pubblicato da Anteprima.
A sei anni esatti dalla laurea (ricorrenza che cadeva proprio il 9 di questo mese), posso finalmente dire che sì, faccio la traduttrice. Anche perché una settimana dopo mi è arrivata la terza, bella sostanziosa tra l’altro, ed è ciò che mi sta occupando un sacco di tempo ultimamente.


Poi, sempre in questo mese, si è finalmente delineato un progetto a cui io e Claudia di Il giro del mondo attraverso i libri pensavamo da un po’. Solo un’idea all’inizio, nata da un semplice “che dici, proviamo a inventarci qualcosa?”, e che è sfociata in Una valigia di libri. Letture in giro per il mondo, un ciclo di incontri ospitati dalla libreria Sulla parola di Caluso, che durerà fino a giugno e che consisterà nel presentare libri di ogni continente. Si parte il 12 e devo dire che un po’ di emozione ce l’ho già adesso. Per tutti i dettagli vi rimando comunque al post apposito.




Tra le cose non letterarie, invece, da segnalare che sono andata a vedere Snoopy & Friends, il film dei Peanuts, che mi ha fatta commuovere tantissimo e la mostra di Monet a Torino, alla GAM, dove ho scoperto un mio nuovo quadro preferito, I tacchini.



Ma veniamo ora ai libri e alle recensioni. Tante letture, vi dicevo, e tutte abbastanza soddisfacenti.

Il mese è iniziato con La morte dei caprioli belli di Ota Pavel, pubblicato da Keller editore e tradotto da Barbara Zane, una bella raccolta di racconti ambientati al tempo della Seconda guerra mondiale in cui la guerra fa solo da inevitabile sfondo alle belle avventure della famiglia dell’autore.

Subito dopo è arrivato Paolo Cognetti con il suo Tutte le mie preghiere guardano verso ovest, un elogio a New York e al cibo, scritto come solo Cognetti sa scrivere (e chi ha letto altri libri di Cognetti capisce perfettamente che cosa intendo), pubblicato nella bella collana Allacarta di EDT.

Poi, La leggenda del trombettista bianco di Dorothy Baker, pubblicato da Fazi con la traduzione di Stefano Tummoli. Dorothy Baker, conosciuta soprattutto per il suo Cassandra al matrimonio, che qui romanza la vita di Leon Bix Beiderbecke, il più celebre trombettista solista americano degli anni '20, tramite Rick Martin, suo alterego letterario. Bello, anche se di musica non capite niente come me.

Ed ecco Buchi nella sabbia di Marco Malvaldi, l’ultimo suo romanzo, sempre pubblicato con Sellerio, in cui torna a dare il meglio di sé, come già aveva fatto con Odore di chiuso. Un giallo storico, in cui l’omicidio è solo un pretesto per presentare buffi personaggi e buffe situazioni. Da leggere, assolutamente.

Una bella scoperta è stata Il peso di Liz Moore, pubblicato da Neri Pozza con la traduzione di Ada Arduini. Una storia di solitudini e di paura di chiedere aiuto. Intenso, bello davvero.

E poi due salti in Sudamerica. Prima con È finito il nostro carnevale di Fabio Stassi, pubblicato da minimum fax, e poi con Il liberatore dei popoli oppressi di Arto Paasilinna, tradotto da Francesco Felici per Iperborea. Il primo mi è piaciuto di più del secondo, sicuramente, forse perché amo il modo di scrivere di Fabio Stassi. Entrambi comunque valevoli di lettura.

Il mese è proseguito con Panorama di Tommaso Pincio, pubblicato da NN editore, che fa una critica violenta del mondo letterario e non di oggi, attraverso il grandissimo personaggio di Ottavio Tondi, per poi concludersi di nuovo in Sudamerica e di nuovo con una raccolta di racconti, Il vento distante di José Emilio Pacheco, tradotto da Raul Schenardi e pubblicato da Sur, un’altra raccolta di racconti che però, devo dire, mi è piaciuta ma ho troppo breve perché diventasse indimenticabile.

E ora inizia dicembre e arriva finalmente il Natale! (Ma anche i bilanci annuali di lettura e tante altre belle cose). Spero che il vostro novembre sia stato altrettanto intenso e pieno di belle letture!

martedì 17 novembre 2015

È FINITO IL NOSTRO CARNEVALE - Fabio Stassi

Lo dico senza vergogna: fu per amore che la rubai. Per quanto possa suonare logora questa parola. E bugiarda. Per amore, sicuro. Del testo non c’è niente che metta più paura, soprattutto ai regimi.


In basso in basso, nella quarta di copertina di È finito il nostro carnevale di Fabio Stassi, edito da minimum fax, c’è una citazione di Gianni Mura che dice che «Fabio Stassi è il più sudamericano degli scrittori italiani». Ad attrarmi verso questo libro, oltre alle molte recensioni positive lette in giro, è stata soprattutto quella frase. Di Stassi ho letto L’ultimo ballo di Charlot e Come un respiro interrotto e di questa influenza sudamericana non mi sono mai resa conto. Da grande estimatrice della letteratura sudamericana e del suo particolare stile, sono sempre stata convinta che solo un sudamericano, che vive o almeno ha vissuto parte della sua vita là, può scrivere in quel modo. Mi sono avvicinata a questo libro quindi più con una nota di scetticismo, convinta che sì, mi sarebbe piaciuto (che i libri di Stassi mi piacciono sempre), ma non avrei poi condiviso quella definizione di Mura.
E, ovviamente, mi sbagliavo.

È finito il nostro carnevale è il racconto picaresco della vita di Rigoberto, un anarchico appassionato di fútbol e di donne, che si ritrova a inseguire la coppa Rimet, la Diosa de la Victoria, da campionato del mondo a campionato del mondo. Lo scopo è quello di rubarla, come lei ha rubato  il cuore di Consuelo, a cui è ispirata e scomparsa nel nulla proprio una volta terminata la coppa. Rigoberto, innamorato della donna e incapace di accettare questa scomparsa, non può che partire all'inseguimento dell’ultimo oggetto che la ricorda. Si spaccerà quindi per giornalista sportivo e seguirà i Mondiali di calcio per quasi tutto il Novecento. Un viaggio picaresco, dicevamo, in cui oltre alle partite, Rigoberto assisterà agli intrighi politici, alle violenze del fascismo e del nazismo, alle scelte politiche delle varie nazioni sul partecipare o meno, e addirittura, si ritroverò a dare consigli a una nazionale. Finché non giungerà il momento che tanto ha aspettato per tutta la vita.

Se voi compraste il libro senza copertina e senza nome dell’autore, davvero pensereste che il libro è stato scritto da un sudamericano. Per il modo di raccontare, con questa bell’idea di affidare la narrazione attraverso gli anni allo stesso Rigoberto, in una sorta di intervista-confessione in cui racconta del suo inseguimento della Diosa, ma anche della sua vita e del passato della sua famiglia. Per il ritmo del libro, che scorre veloce senza che possiate fermarlo né staccarvene. Per l’ambientazione, che gira il mondo sì, ma sta anche molto in Sudamerica.  Per la capacità di rendere appassionante un libro che parla di fútbol, anche a chi di fútbol non frega quasi nulla. Insomma, per tutte queste cose e per quella bella sensazione di aver letto qualcosa di grande e intenso che solo certi bei libri di narrativa sudamericana ti lasciano.

Adoro come scrive Fabio Stassi. Adoro il fatto che leggendo traspare tutto il suo sapere (e di cose ne sa davvero tantissime), senza però far sentire ignorante il lettore, mischiando semplicemente i riferimenti alla storia e alla letteratura (Ernest, c’è Ernest!) alla normale narrazione della vita di Rigoberto.
La sua libreria era un porto trafficato. Ti scontravi con i libri come contro rumorose bande di marinai. Ce ne incontravi di tutti i tipi: russi, francesi, argentini… un paio di tedeschi. Con qualcuno ci facevi conoscenza. I migliori erano quelli che ti segnavano il viso con un coltello. La cicatrice te la portavi dietro per sempre.

Quindi, il mio scetticismo iniziale si è trasformato in grande stima e stupore per la bravura di Fabio Stassi. È finito il nostro carnevale è un libro assolutamente da leggere.


Titolo: È finito il nostro carnevale
Autore: Fabio Stassi
Pagine: 246
Anno di pubblicazione: 2007
Editore: minimum fax
Prezzo di copertina: 9 €
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formato brossura: È finito il nostro carnevale

lunedì 26 maggio 2014

HOLDEN, LOLITA, ŽIVAGO E GLI ALTRI - Fabio Stassi

Quando ho comprato Come un respiro interrotto, ultimo romanzo di Fabio Stassi da poco pubblicato dalla casa editrice Sellerio, arrivata alla cassa per pagare, il libraio mi ha guardata e ha esclamato: "Lo sai che stai per comprare un libro davvero stupendo?". Ovviamente non lo sapevo, ma l'ho scoperto poco dopo, leggendolo e innamorandomene. 
Quando al Salone del libro, ho comprato allo stand minimum fax questo Holden, Lolita, Zivago e gli altri, il libraio mi ha guardata e ha esclamato: "Ottima scelta! E' un libro bellissimo e Fabio Stassi dovrebbe essere considerato patrimonio della nostra cultura".
E sapevo che non stava assolutamente esagerando.

Questo è un libro un po' atipico, non saprei nemmeno come considerarlo. Fabio Stassi fa un viaggio nel secondo novecento della letteratura italiana e mondiale e ci presenta alcuni dei personaggi dei romanzi e delle opere che l'hanno formata. Sono personaggi che lui ha incontrato, durante i suoi viaggi in treno da pendolare, fatti di tante letture e di scrittura. Una sorta di enciclopedia, in cui ogni personaggio, non necessariamente il protagonista principale dell'opera, si racconta in prima persona al lettore. Per cui il lettore si ritrova a leggere i pensieri di questi protagonisti, le loro reazioni rispetto a quello che i rispettivi autori fanno loro vivere e a immaginarsi la loro vita oltre al libro. 

Creare un libro così non è assolutamente una cosa semplice. Bisogna aver letto tanto, tantissimo e avere una cultura immensa. Leggendolo si prova un po' di soggezione di fronte a tutto il sapere che Fabio Stassi dimostra e alla grande passione che ci mette a raccontarlo, una passione che emerge in ogni parola e in ogni frase.
Alla lunga questa enciclopedia può forse risultare un pochino noiosa, e forse non andrebbe letta tutta di fila ma una pagina ogni tanto. Pensandoci bene però, credo che si tratti di una noia soggettiva, che dipende principalmente da quanti dei personaggi che Stassi presenta si conoscono. Ho divorato le pagine che parlavano di libri che avevo letto (che si concentrano principalmente a partire da metà degli anni '70 circa, segno che il mio rapporto con i classici è davvero molto ostico), sono rimasta incuriosita da altre di romanzi che non conoscevo ma che sicuramente recupererò (devo assolutamente leggere qualcosa di Bolaño!) e letto con un po' di fatica quelle di opere che invece credo che sulla mia strada per qualche tempo ancora non incontrerò.

Credo che questo libro possa essere apprezzato meglio quando si è un po' più avanti con gli anni, quando il percorso che ogni lettore fa ha raggiunto una maggiore completezza e certe lacune, che tutti necessariamente abbiamo, sono state colmate.
Riprenderò sicuramente in mano questo libro tra qualche anno e, sono sicura, lo apprezzerò ancora di più di quanto già non l'abbia apprezzato oggi.

Titolo:  Holden, Lolita, Zivago e gli altri
Autore: Fabio Stassi
Pagine: 332
Anno di pubblicazione: 2010
Editore: minimumfax
ISBN: 978-8875212544
Prezzo di copertina: 12,50 €
Acquista su amazon:

giovedì 17 aprile 2014

COME UN RESPIRO INTERROTTO -Fabio Stassi

E poi ci sono dei libri semplicemente irrecensibili. Dei libri che si possono consigliare e basta, senza che nemmeno sia ben chiaro il motivo.
Non capita spesso di trovarne, di libri così. E anche le poche volte che succede, si ha sempre un po' paura di ammetterlo. Perché non sapere perché si è amato tanto un libro è una strana sensazione.

Come un respiro interrotto di Fabio Stassi è uno di questi romanzi irrecensibili. Uno di quei romanzi di cui vi posso dire solo "fidatevi, leggetelo, è meraviglioso". Non provate a chiedermi di cosa parla, perché, a conti fatti, forse non lo so nemmeno io.
Forse parla di passato e di presente. Forse parla di solitudine e compagnia. Parla di amicizia, di famiglia, di radici sradicate e impossibili da ripiantare. Parla di malattia, di morte, di dolore. Parla di talento, di sogni e di lotta, ma forse anche un po' di disillusione. E parla anche, e soprattutto, d'amore.

Parla di tutto queste cose ruotando intorno a Sole, Soledad, una ragazza dalla voce magnifica, di cui tutti si innamorano. Una ragazza che vive con la sua numerosa famiglia, una famiglia di migranti, che approda a Roma da mille posti e mille origini diverse. Una ragazza che vive gli anni '70, anni di ribellione e di lotta, di compagni e di amici. Una ragazza che con la sua voce parrebbe poter conquistare il mondo. Una ragazza che poi diventa donna, con problemi da affrontare e con un bagaglio di sogni infranti sulle spalle.

Fabio Stassi scrive in un modo incantevole, con uno stile poetico e coinvolgente, come da un po' non mi capitava di leggere. All'inizio si è un po' spaesati, dalle diverse voci che raccontano, da quella di Matteo che si alterna a quella di Sole, dal passato e dal presente che si mescolano. Poi a un certo punto però, senza quasi accorgersene, ci si ritrova persi dentro al libro, tra le sue parole, tra la vita di Sole, tra i suoi amici e la sua famiglia. Sembra quasi di sentirla cantare, mentre si legge. E di sentire la sua voce che si incrina, che cede, man mano che le pagine passano e la vita a poco a poco la schiaccia. 

Un libro meraviglioso, vi dicevo. Un libro dolce e poetico, commovente e doloroso, che si apprezza anche se non si è di quella generazione, anche se non si è vissuto in quegli anni e anche se le proprie radici sembrano ben radicate. Mi spiace, ma più di così non riesco a dirvi, mi mancano proprio le parole per poter esprimere tutto quello che c'è in questo libro.
Vi dovete fidare, leggetelo e capirete.

Titolo:  Come un respiro interrotto
Autore: Fabio Stassi
Pagine: 308
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838931413
Prezzo di copertina: 16 €
Acquista su amazon:
formato brossura:Come un respiro interrotto

lunedì 18 novembre 2013

Interviste rampanti: FABIO STASSI

Protagonista dell'intervista rampante di questa settimana è Fabio Stassi. 
Scrittore di origini siciliane, classe 1962, Fabio Stassi vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Ha esordito nel 2006 con il romanzo Fumisteria, pubblicato da GBM, con il quale ha vinto il premio Vittorini Opera Prima 2007. Ha poi pubblicato con minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008) e Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010). Nel 2012 ha pubblicato con la casa editrice Sellerio L’ultimo ballo di Charlot, con il quale è stato finalista al premio Campiello. 
Io ho conosciuto questo autore proprio grazie all'ultimo romanzo, che rientra tra i libri più belli che abbia letto quest'anno. 
Ringrazio Fabio per aver accettato l'intervista e la casa editrice minimumfax per avermi aiutata a mettermi in contatto con lui.


Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?
Una volta, la maestra elementare ci chiese cosa volevamo fare da grandi. Il mio compagno di banco rispose “Il papa, io voglio fare il Papa”. Tutta la classe rise. Io pensai invece cosa c’era di più grande e di più difficile che fare il Papa. Risposi “lo scrittore”. Avevo sette anni, e sono ancora convinto che diventare uno scrittore sia un’impresa impossibile. Sono anche d’accordo con Steinbeck che diceva che  “La professione di scrivere libri fa apparire le corse dei cavalli un'attività solida, stabile.”

Fare una sola domanda sul tuo L’ultimo ballo di Charlot è un’impresa, francamente, impossibile. Per cui ho deciso di porti quella forse più banale in assoluto, ma che credo stia alla base di tutto il libro. Perché hai scelto proprio Charlie Chaplin come personaggio del tuo ultimo, bellissimo, romanzo? 
Grazie. Non voglio risponderti con le solite capriole, ma in realtà è stato lui a imporsi. All’inizio era assente da questa storia. Io avevo montato su il tendone e fatto entrare i personaggi. Quasi come nel cinema. Gli avevo fatto un provino, volevo vederli muovere sulla pista di un circo. Chaplin è arrivato per ultimo, con il suo passo da pinguino, saltellante e irresistibile. Come nei suoi film. Ma appena è entrato, ogni cosa è andata al suo posto. E’ stata una bella sensazione.  Veniva da un pozzo profondo della mia memoria e della mia idea di mondo e di umanità. Lo avevo amato da bambino e da adulto. Ritengo Luci della città un film perfetto. A casa mia, Chaplin era considerato la bandiera di tutti gli emarginati, gli emigranti e gli umili della terra.

Come sei stato scoperto (o come sei riuscito a farti scoprire) dalle case editrici che ti hanno pubblicato?
C’è voluto molto tempo. Ma è stato un tempo necessario. Scrivo da sempre, e ogni tanto spedivo le mie cose. Conservo una cartellina piena di rifiuti. Avrei potuto esordire prima, molto prima, ci sono andato vicino più volte, ma non me ne sono mai fatto una malattia. Scrivere è un lavoro lento, per migliorare, anche di poco, solitamente ci vogliono anni. Poi, improvvisamente, quando quasi non ci credevo più, ho ricevuto tre risposte positive da parte di tre case editrici. È stato come un sortilegio che svaniva. O forse, più semplicemente, ogni cosa ha davvero il suo tempo.

Qual è il tuo rapporto con i critici professionisti e con i book blog?
Ne ho conosciuto qualcuno, in questi anni, di critici. Cerco di leggerli. Ci sono alcuni critici dello scorso secolo che mi sono stati utili quanto alcuni scrittori. Giacomo Debenedetti, per esempio, è stato per me fondamentale e lo considero un grande autore del Novecento. La critica letteraria mi appassiona come una partita di calcio. Sarebbe bello se il dibattito culturale muovesse lo stesso entusiasmo. Anche i book blog ogni tanto  li leggo. Credo sia importante parlare di libri.

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
Spesso mi hanno detto che non sembro uno scrittore italiano, e questo l’ho ritenuto un complimento, almeno nelle intenzioni. Ho letto molto di altre letterature, ma soprattutto considero il romanzo un fatto sovranazionale e credo nell’identità multipla di cui parla Aamin Maalouf, nell’utopia di una letteratura libera e cosmopolita.
Di cose brutte, a lungo mi sono portato dietro l’osservazione di un direttore editoriale che mi disse che avevo uno stile “inamidato”. Ma mi è servita. Una che invece mi ferì: non riguardava un romanzo ma un pezzo che avevo scritto per un altro scrittore. Su un blog fu definito “perbenista e compiacente”. Ci rimasi male.

Hai qualche mania come scrittore?  Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
La mia ossessione è il pendolarismo, ma non è una mania. Sono un pendolare – questa parola, sì, la posso accettare – da quasi vent'anni. Secondo i miei calcoli ho fatto almeno venticinque volte il giro del mondo sommando i chilometri di strada ferrata che ho percorso e ho passato sui treni dai tre ai quattro anni completi.  Il treno è il mio laboratorio, il mio studio, la scomodità che mi aiuta anche a scrivere e a non allontanarmi dalle cose che sono vere.

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai avuto voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri?
Solitamente, sono le case editrici a decidere. È il loro mestiere. Ma spesso ne discutiamo insieme. E’ molto entusiasmante, il momento della copertina.

Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore ?
Difficile dare consigli. Non mi piace. E’ appena uscito un bel libro di Giuseppe Culicchia, E così vorresti fare lo scrittore. Ecco, consiglierei di leggerlo. Illustra molto realisticamente tutti i lati di quest’attività e può essere un antidoto salutare e salvifico.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento? E dell’autopubblicazione?
Ne penso male. Questo sì, posso consigliarlo, di non pagare mai per pubblicare. Ci sono banditi che hanno costruito fortune sulle ambizioni sbagliate della gente. L’autopubblicazione è invece una cosa privata. Ognuno può stampare, anche con la propria stampante, un dattiloscritto, magari solo per farlo leggere agli amici. Ma è un’altra cosa. Nell’epoca delle foto digitali, come dice Busi, si fanno migliaia di scatti e non ce n’è uno che si salvi. Allo stesso modo, non si dovrebbero scrivere romanzi con la stessa facilità. Ma avere più attenzione, più pudore, più cura. La letteratura è un antidoto all'egocentrismo, una dichiarazione di guerra all’autocompiacenza. Una volta, una scrittrice cilena mi ha detto che si scrive per il proprio disonore, non per il proprio onore.

Ebook o cartacei?
Io non li vedo in alternativa, e non ho paure che il libro scompaia. Ho paura che si smetta di leggere, semmai.  Sono i lettori che devono esistere sempre. Senza lettore non c’è libro, di nessuna forma. Aggiungerei anche gli audiolibri, per i quali ho un debole. Ne sento uno ogni volta che devo fare un viaggio in macchina e non posso aprire un libro di carta.

Qual è il libro, non tuo, a cui sei più legato?
Sono molto legato alla Lingua salvata di Elias Canetti. Il primo suo libro autobiografico. Per tutto il discorso sulle lingue che fa, e anche per l’amore per la letteratura. E poi anche a Conversazione in Sicilia di Vittorini, il mio primo libro adulto.

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Stimo molto Andrea Bajani. Se consideri le colpe ve l’avranno già consigliato.

Hai letto le Cinquanta Sfumature?
No.

Qual è Il tuo colore preferito?
Il verde.

venerdì 19 luglio 2013

L'ULTIMO BALLO DI CHARLOT - Fabio Stassi

E' passato molto tempo dall'ultima volta in cui ho visto un film di Charlie Chaplin. Ero una bambina, allora, e mio padre si ostinava a farci vedere questi film, di cui ero troppo piccola per accorgermi del grande valore. Resistevo per mezz'ora, quando andava bene. Film in bianco nero, film muti, con questo buffo omino con i baffetti e la bombetta che, nonostante la sua comicità, non riusciva a mantenere desta la mia attenzione.
Mi ricordo qualche scena, certo, soprattutto da Il Grande Dittatore, e l'interpretazione di "La titina" in Tempi moderni
Per cui non posso direi di essermi avvicinata a questo libro in quanto fan di Charlie Chaplin: l'ho scoperto in realtà per caso, quando è stato scelto tra i finalisti del Premio Campiello, e poi ho assistito a una presentazione dell'autore, che con le sue parole mi ha molto incuriosita.

L'ultimo ballo di Charlot racconta la vita del grande Charlie Chaplin, dall'infanzia fino alla morte, tramite le parole stesse dell'uomo, nella lettera che sta scrivendo al figlio Christopher dopo che ha scoperto che quest'anno la morte non gli darà scampo. Già, la morte, quella che per sei anni è andato a trovarlo a ogni vigilia di Natale e con la quale ha stretto un incredibile patto: finché riuscirà a farla ridere, lei non se lo porterà via.
Nella lettera che scrive al figlio, Charlie Chaplin racconta tutta la sua vita, anche i dettagli più insignificanti: la sua infanzia di miserie,il lavoro nel circo, la sua partenza per gli Stati Uniti, il suo passare da un lavoro all'altro fino a che non ha trovato la sua strada, la sua inquietudine e la sua voglia di imparare sempre e non fermarsi mai, il suo grande amore per il cinema e l'incredibile sfacciataggine mista a fortuna che ha avuto sempre accanto a lui. Il tutto per permettere al figlio di conoscerlo realmente, senza passare tramite biografie e parole di altri.
A questa lettera, si alternano i siparietti con la morte, che lo va a trovare a casa sua e che lui si sforza in ogni modo di far ridere, senza successo però. Perché ormai è invecchiato e i trucchetti e le battute di quando erano giovane non funzionano più, sebbene lui riprovi a mettere in scena tutti i momenti più belli dei suoi film (il barbiere, il gioco con il mappamondo gonfiabile...) Eppure, Charlie in modo più o meno volontario riesce sempre a farla ridere, per sei anni di fila, utilizzando come elemento comico la vecchiaia stessa.  Un espediente davvero ben sfruttato, che fa sorridere con un po' di amarezza e spezza comunque la lunga narrazione in prima persona che potrebbe diventare un po' prolissa senza queste interruzioni.

E' un libro davvero strano, L'ultimo ballo di Charlot. Un libro che inizi e che non riesci più a mettere giù: un po' per sapere cosa succederà nella vita di questo vagabondo, un po' per scoprire come farà a salvarsi dalla morte questa volta e per quanto ancora ci riuscirà. E la cosa che mi ha colpito di più è il modo in cui è scritto: Fabio Stassi è sicuramente un grande narratore, in grado di creare una caratterizzazione perfetta dei suoi personaggi. 
Ne parlavo con un amico, l'altra sera, e gli ho detto una cosa strana: "è un libro italiano che sembra un libro americano, quasi come se fosse una traduzione". Non so se abbia senso come frase, né se si riesca a capire cosa intendo: è come se mi dimenticassi chi stesse scrivendo, quale penna ci fosse dietro, e leggessi le parole di Charlie Chaplin, come se le avesse davvero scritte lui e qualcuno si fosse poi preso la briga di tradurle, come se la lettera fosse indirizzata a noi. E non credo che siano molti gli autori in grado di fare una cosa del genere.

Un libro che consiglierei a tutti, anche a chi, come me, non è un grande conoscitore di Charlie Chaplin. Ci si ritroverà immersi nella sua storia e nella sua vita, arrivando a conoscere non l'attore o il regista ma l'uomo. E poi, i siparietti natalizi e i dialoghi con la morte sono semplicemente geniali.

Titolo: L'ultimo ballo di Charlot
Autore: Fabio Stassi
Pagine: 279
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Sellerio
ISBN:  978-8838927645
Prezzo di copertina: 16,00 €
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formato brossura: L'ultimo ballo di Charlot