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martedì 22 settembre 2015

Ci vedo, e se non ci vedessi metterei gli occhiali... ovvero piccola invettiva contro i libri scritti a carattere 18 per farli sembrare più lunghi.

Ieri, mentre ero in coda dal medico, tra un pettegolezzo di una vecchina e un informatore saccente, ho letto Miracolo in libreria di Stefano Piedimonte.

Sul merito del libro entrerò in seguito, perché il fastidio provato per l’edizione, l’impaginazione e l’aspetto grafico in generale hanno preso un po’ il sopravvento sulla mia percezione del libro. Al punto che forse dovrò addirittura rileggerlo.
Miracolo in libreria è un racconto, che sono riusciti a spalmare su 77 pagine con espedienti differenti: l’aggiunta di qualche capito di un libro citato nel racconto sul fondo, un carattere enorme, un’impaginazione bislacca che fa sembrare il testo una lunga colonna. Prezzo di copertina: 7€. Che ci sta anche, perché se si pensa ai costi della copertina, della stampa, etc etc, tutto sommato non è una cifra così elevata.

È che a me, queste cose fanno un po’ arrabbiare. Visto che se lo impaginate normalmente e lo scrivete con un carattere normale, il racconto sarebbe venuto si e no di 20 pagine, non si poteva o aspettare che l’autore ne scrivesse un altro o aggiungerlo in calce a un romanzo, come contenuto extra?
La risposta, ovviamente, è no, perché loro ci guadagnano meno.


Il caso più clamoroso che io ricordi è sempre della Guanda, quando ha fatto uscire Tutti mi danno del bastardo di Hornby in un volumetto a 9€, quando in lingua originale era uscito solo in ebook a 0,99€. Mi ero arrabbiata anche se lo avevo comprato in originale e in ebook, perché capisco che Hornby è un nome che attrae e che quindi in molti lo avrebbero comprato, ma al tempo stesso viene mancare, secondo me, il rapporto di fiducia con i lettori che un po’ si sentono presi in giro. (Anche perché quel racconto funzionava solo come ebook  o dentro a una raccolta, da solo no).
Guanda comunque non è l’unica a fare questi giochetti. Mi viene in mente Rizzoli e il libro dei Carofiglio brothers, che per compensare avevano aggiunto in fondo delle ricette di cucina,  e/o con un Carlotto , per citare solo i casi in cui io ci sono cascata come una pera. Ma penso che tutti gli editori almeno una volta lo abbiano fatto.

Io, da lettrice, lo trovo irritante. È non è solo una questione economica. Cioè, anche sì, sarebbe inutile negarlo. Ma è il concetto in sé che trovo sbagliato. Devi fare cassa? Ok, ma dato che il lettore è chi ti permette di farla, magari dagli qualcosa in più di un libro scritto a carattere 18 e con margini enormi. Perché di fronte a una presa in giro tanto evidente, secondo me, ne rimette anche il contenuto del libro. Può essere un capolavoro, può essere riconosciuto come tale dal lettore meno irritabile come me, ma un pochino di amaro in bocca, pensando ai caratteri giganti o ai margini, rimarrà anche di fronte al libro più bello.

Lo so, in parte è anche colpa mia e, più in generale, di chi lo compra. Perché vuol dire che comunque, per quanto sia una presa in giro, funziona. Soprattutto con i  nomi che attirano, di cui magari si aspetta per anni un libro (ed è il caso di Hornby, ad esempio) o verso i quali si ha una certa curiosità o entrambe le cose (tipo il libro dei fratelli Carofiglio… ormai di Gianrico si venderebbe anche la lista della spesa).

(© Paweł Jońca)
Considerando anche le difficoltà del mondo dell’editoria e, soprattutto, di quello dei lettori, sempre più in calo (poi una volta o l’altra parleremo anche di nuovo di #ioleggoperché, eh…) secondo me espedienti del genere non andrebbero utilizzati, perché rischiano di allontanare ancora di più.

La cosa buffa è che io sono una grandissima amante dei racconti. Leggo tantissime raccolte, soprattutto monoautore, ma mi è capitato anche antologie. Quindi questa mia avversione non è assolutamente per il genere, ma per il modo in cui spesso viene presentato. E in parte secondo me l’avversione per questo genere è dovuta anche al fatto che spesso i singoli racconti vengono venduti e presentati da soli, come libri a se stanti, per cui si crea un effetto di aspettative-delusione, perché troppo corto, perché mi aspettavo più approfondimento da un libro singolo, etc etc…

Mi spiace davvero per Miracolo in libreria di Stefano Piedimonte, per essere stata l’origine (o forse la goccia…) di questo post. Anche perché tra un irritazione e l’altra, la storia in sé non mi è dispiaciuta per niente. Sicuramente lo rileggerò, anche perché ci vanno meno di venti minuti.


Mi rendo conto che questo post è in realtà una polemica molto personale, perché se io detesto questi libricini c’è magari chi invece li adora e quindi lo troverà completamente inutile. Però, ecco, volevo comunque condividere questo mio disagio.

venerdì 22 maggio 2015

L'ASSASSINO NON SA SCRIVERE - Stefano Piedimonte

Vi capita mai di prendere in mano il nuovo libro di un autore di cui avete già letto altri romanzi, convinti di trovarci dentro qualcosa e ritrovarvi invece di fronte a qualcosa d'altro? Ma così tanto diverso da chiedervi se non vi siete confusi o se non si tratta, magari, di un caso di omonimia?
Ecco, la primissima reazione dopo poche pagine di L’assassino non sa scrivere di Stefano Piedimonte è stata questa. Avevo letto e adorato il suo romanzo d’esordio, Nel nome dello zio. Letto e apprezzato un po’ meno il seguito, Voglio solo ammazzarti, pur avendoci trovato  tutta l’ironia e la verve del precedente; quindi quando è uscito quest’ultimo romanzo e ne ho letto la quarta, ero sicura che al suo interno avrei ritrovato lo stesso stile ironico e geniale, la stessa critica violenta attraverso l’esasperazione e la presa in giro dei protagonisti (se avete letto i due romanzi precedenti capite di cosa sto parlando), lo stesso ritmo narrativo e  lo stesso numero di risate.  

Ma non è stato così. Ci ho trovato qualcosa di diverso, qualcosa di meno, ma anche qualcosa di più. 

L’assassino non sa scrivere è ambientato a Fancuno, un paesino sperduto popolato da pochi abitanti che si conoscono tutti tra loro. In passato arrivava anche qualche villeggiante, per il gusto di poter dire “quest’estate me ne vado a Fancuno”, ma con gli anni si sono affievoliti. Finché in paese non compare all’improvviso un serial killer che ha due particolarità ben precise: sembra ammazzare quasi a caso, senza metodi e senza logica, e, soprattutto, non sa scrivere, come si evince dai bigliettini che lascia sulle sue vittime firmati Sirial Ciller.  Il paese, un po’ innervosito dagli omicidi e soprattutto dall’ignoranza di chi li compie, si trova così sommerso di giornalisti e curiosi. Intanto, oltre alla polizia, ad indagare ci sono un gruppo di amici del bar di Siusy, tra cui il narratore stesso che è un giornalista vicino alla pensione,  che piano piano, tra ricordi del passato e piccoli indizi nel presente, arrivano a collegare quello che sta succedendo con la leggenda del paese, quella del bosco che uccide o fa del male a chiunque ci entri, a meno che non sia protetto. Che l’assassino voglia vendicarsi per qualcosa che il bosco gli ha tolto? 

La lettura di L’assassino non sa scrivere non è stata come quella dei romanzi precedenti, vi dicevo. Diversa nel bene e diversa nel male.
Il libro mi è piaciuto, anche se forse in alcuni punti si perde un po’ e soprattutto nel finale manca qualche dovuta spiegazione. Così come mi è piaciuto molto lo stile di Stefano Piedimonte, che sa scrivere indubbiamente bene, anche quando decide di cambiare ambientazione e allontanarsi dai suoi romanzi precedenti . C’è della poesia in questo romanzo che nei precedenti non c’era, della nostalgia, dei legami con il passato e le proprie tradizioni che nei precedenti non c’erano. E so già che alcune delle frasi che ha piazzato qua e là rimarranno con me a lungo.

Odiare una persona che non c'è vuol dire disperdere il proprio odio in giro per il mondo, distribuirlo senza un criterio, fare del male a chi non lo merita. Lo so, è impossibile pensare che non ci sia nessuno con cui prendersela. Lo so benissimo. Ma non è giusto che questo «nessuno» diventi «tutti».
Al tempo stesso, però, c’è qualcosa che non mi ha convinta del tutto. Mi è sembrata una scrittura più matura  e più profonda sicuramente, ma al tempo stesso l’impressione è che Piedimonte non abbia avuto il coraggio di abbandonare completamente quello che è stato in passato (forse per paura di deludere le aspettative dei lettori?), dosando in modo non sempre perfetto il racconto ironico e la parte drammatica della sua storia. Così come anche le critiche, questa volta dirette ai giornalisti e a chi lucra sui fatti di cronaca nera, ci sono e non ci sono, come se avesse voluto farle ma non avesse osato andare fino in fondo.

Probabilmente chi non ha letto i romanzi precedenti non si accorgerebbe di queste cose. Noterebbe solo la bellezza e la tristezza della storia di Siusy, ammirerebbe il cane fosforescente, riderebbe per alcune delle vicissitudini di alcuni degli abitanti di Fancuno  e proverebbe un po’ di nostalgia per quel legame che si crea tra chi vive sempre e da sempre nello stesso posto, oltre ovviamente ad appassionarsi a questo serial killer e alle indagini per scovarlo.
Ed è su queste cose che mi voglio concentrare, perché alla fine è giusto, e ovvio, che uno scrittore cambi, maturi e tenti ogni tanto strade diverse da quelle che ha sempre percorso. E, per quanto spesso inevitabile, non è giusto valutare un nuovo libro, soprattutto se così diverso, in base ai precedenti.

Per cui sì, L’assassino non sa scrivere mi è piaciuto, con solo qualche piccola riserva, e mi sento di consigliarlo a tutti, che conosciate già Stefano Piedimonte o no.

Titolo: L'assassino non sa scrivere
Autore: Stefano Piedimonte
Pagine: 248
Editore: Guanda
Anno: 2014
Acquista su Amazon:
formato brossura: L'assassino non sa scrivere

sabato 4 gennaio 2014

VOGLIO SOLO AMMAZZARTI - Stefano Piedimonte

Non sono mai stata una grande amante dei seguiti. Mi piace che un libro finisca con l'ultima pagina. Mi piace immaginare nella mia mente quello che succederà dopo, dare libero sfogo alla mia fantasia sulla sorte dei personaggi. Sarà forse per questo che non amo molto le serie e che non ne leggo quindi mai (se si esclude Harry Potter, ovviamente, e qualche altro caso isolato). Perché la maggior parte delle volte in cui mi è capitato di leggere un seguito ho provato una grande, grandissima delusione.

E quindi, quando ho saputo che stava per uscire il nuovo romanzo di Stefano Piedimonte, a più o meno un anno di distanza da Nel nome dello zio, e che si sarebbe trattato appunto di un seguito, il primo pensiero è stato: perché? Perché non inventarsi qualcos'altro? Perché non lasciare in pace lo Zio, Gennaro Spic e Span, il poliziotto Woody Alien e tutti gli altri personaggi e ricominciare da capo, a parlare sempre di camorra in modo comico, ma con un'altra storia?

Poi però, nonostante tutti questi miei interrogativi e nonostante la mia avversione per i seguiti, ho iniziato a leggerlo. E, fin dalle prime pagine, mi sono accorta che lo Zio un po' mi mancava. Mi mancava lui e mi mancavano tutti i personaggi strampalati da cui è circondato, in carcere con il compagno di cella Marelier (di professione venditore di acqua di mare ai pescivendoli) e fuori da esso, una volta evaso, con la sua strana banda di camorristi.
Ha un conto in sospeso lo Zio, il boss camorrista appassionato di Grande Fratello. Ha un conto in sospeso con Gessica, la sua donna, sua moglie, la madre di suo figlio, che nel libro precedente l'ha tradito, l'ha venduto alla polizia, facendolo finire nel carcere di Poggi Poggi (Poggioreale). E lui ora vuole vendicarsi. Per farlo deve evadere, scoprire dove la donna viene tenuta nascosta dal programma di protezione testimoni, raggiungerla, spararle un colpo in testa e portarsi via il bambino. Difficile per tutti, tranne che per lo Zio. Poi le cose in qualche modo si complicano, le carte si mescolano e lo Zio non riesce più a capire chi ha venduto chi, chi sa cosa e chi è dalla parte di chi. 

Rispetto a Nel nome dello Zio, forse Piedimonte ha perso un po' di verve. O forse a mancare è, necessariamente, l'effetto novità che il primo aveva provocato. Parlare della camorra in questo modo, metterla alla berlina così, con tutti i suoi difetti, le sue debolezze e le sue grandi paure, è sicuramente un modo per combatterla, o almeno per provare a esorcizzarla. Però secondo me, soprattutto nella seconda parte, il libro va troppo sul personale e si trasforma in un romanzo qualsiasi in cui c'è un uomo che vuole vendicarsi di qualcuno. Non c'è più la stessa denuncia che si ritrovava nelle pagine del precedente. O se c'è (vedi ad esempio il discorso di questi personaggi che si vendono continuamente l'uno all'altro, così come le vendette anche a distanza di tempo, la corruzione della polizia e la presenza anche al nord della camorra) è molto più blanda, meno diretta, meno spietata.
Fa sempre ridere, un sacco. E Piedimonte è sempre bravo nello scrivere, nell'inventare nomi strampalati e situazioni altrettanto bislacche. Ma, non so, ho sentito la mancanza di qualcosa.

E' un libro che chi ha adorato Nel nome dello zio deve comunque leggere, per vedere l'evoluzione, il cambiamento del personaggio e farsi ancora due risate insieme e su di lui. Chi non l'ha letto, invece, capirà sicuramente la storia, ma sarà difficile che lo apprezzi o che comprenda a pieno il coraggio e la bravura che questo autore aveva dimostrato con il suo primo romanzo.

Sono molto curiosa di leggere il prossimo romanzo, con altri personaggi però.
Titolo: Voglio solo ammazzarti
Autore: Stefano Piedimonte
Pagine: 251
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Guanda
ISBN: 9788823501270
Prezzo di copertina: 16,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Voglio solo ammazzarti

lunedì 16 settembre 2013

Interviste rampanti: STEFANO PIEDIMONTE

Protagonista dell'intervista rampante di questa settimana è: Stefano Piedimonte... a cui va innanzitutto un grande ringraziamento!

Stefano Piedimonte è nato a Napoli nel 1980 e si è occupato di cronaca nera per diversi giornali e settimanali. Nel 2012 ha pubblicato, con la casa editrice Guanda, il suo primo romanzo, Nel nome dello zio, in cui offre un ritratto molto diverso della Camorra e dei suoi affiliati, mostrandone i momenti più comici e, soprattutto, le debolezze. Un libro che io ho amato tantissimo, per il suo modo di combattere in qualche modo il male semplicemente ridicolizzandolo.
Il 19 settembre arriverà in libreria il suo secondo romanzo, Voglio solo ammazzarti, in cui protagonista è ancora una volta lo zio.


©Giliola Chistè

Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?
In effetti sì. Ho cominciato a scrivere racconti quando avevo undici o dodici anni. Roba illeggibile. L’unica a leggerli era una ragazzina che per qualche strano e inspiegabile motivo si era innamorata di me. Mi chiedeva sempre di continuare, di scrivere il seguito, ma lo faceva solo per amore. Cominciai a fare il giornalista con la speranza di riuscire ad allacciare contatti con gli editori di libri. Dopo circa dieci anni passati a fare quel lavoro, non ne conoscevo neanche uno. Ma il giornalismo è stato un’ottima palestra, mi ha fatto capire come non si scrive un romanzo
.
Come ti è venuta l’idea per “Nel nome dello zio”?
Osservando i tratti più grotteschi e paradossali di alcuni personaggi della malavita. Sono temuti, violenti, efferati, ma sono anche assolutamente miserabili. Hanno tic e passioni ridicole. Se la gente guardasse i malavitosi per quello che sono realmente, ne avrebbe meno paura.

Come sei arrivato alla casa editrice che ti ha pubblicato?
Avevo scritto un libricino per un piccolo editore locale al quale chiesi di pubblicarlo anche in ebook. Fu quello il mio colpo di fortuna. Il libro cartaceo, nelle librerie non esisteva. L’ebook, però, arrivato secondo nella classifica di vendite di una importante libreria online venne intercettato da un agente letterario (il mio attuale agente) che stava giusto facendo scouting. Si offrì di rappresentarmi, firmammo un contratto, dopo un paio di mesi inviai all’agenzia il testo di Nel nome dello Zio. Dodici giorni dopo, il 23 dicembre, mi telefonarono dicendomi che cinque diversi editori, i più importanti d’Italia, avevano fatto delle ottime offerte per acquisire i diritti del libro e pubblicarlo. Luigi Brioschi, il direttore di Guanda, oltre ad offrire un anticipo lunsighiero inviò al mio agente una lettera che ancora oggi conservo nel mio taccuino, e di cui vado molto fiero. Ci fece capire che credeva molto in me e nel mio libro. Scegliemmo Guanda.

Qual è il tuo rapporto con i critici professionisti e con i book blog?
E’ praticamente lo stesso. Le possibilità di trovare delle ottime penne sono le stesse da un lato e dall’altro. Anche quelle di trovare gente improvvisata sono le stesse da un lato e dall’altro, non si creda il contrario. I lettori capiscono bene quando il recensore scrive con cognizione di causa, che si tratti di un blog o di un grosso quotidiano.

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
Corrado Augias, bontà sua, ha detto che sono riuscito a fare in letteratura ciò che Quentin Tarantino è riuscito a fare nel cinema. Non meritavo un complimento del genere, ma uno come Augias non lo contraddirei neanche se dicesse che il mondo è piatto. Roberto Saviano, che da allora è diventato per me come un fratello, ha scritto un lungo articolo dicendo “le pagine mi hanno annodato a loro, l’ho letto voracemente”, insieme a tante altre cose belle. Gian Paolo Serino, col tono ‘rock’ che gli è proprio, scrisse che avrebbero dovuto darmi lo Strega. Il commento che mi ha lasciato più perplesso, invece, l’ha fatto un importante settimanale di cui, fra l’altro, sono un assiduo lettore. Diceva in buona sostanza che il mio libro fa sorridere, ma non è un’arma sufficiente a combattere la criminalità. Forse bisognerebbe ricordare a qualcuno che faccio lo scrittore, non il magistrato o il poliziotto. Sono due ruoli molto diversi fra loro. Quando si incrociano, o si sovrappongono, abbiamo pessimi libri e pessimi magistrati.

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, condizionano tanto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Come avete scelto quelle dei tuoi libri?
La copertina dell’edizione trade di Nel nome dello Zio l’ha disegnata Guido Scarabottolo. Guido è un genio, un grande artista, ed è pienamente autonomo. Certo, sono stato consultato. Il disegno mi è piaciuto fin da subito. La copertina dell’edizione tascabile è stata disegnata da uno studio grafico per l’editore Tea. Anche quella mi piace molto. Quando disegni una copertina devi capire bene a quale lettore ti stai rivolgendo.

Hai qualche mania come scrittore?  Che so,  riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
So che questo farà di me un personaggio meno attraente, ma no, non ho alcuna mania particolare. Accendo il computer un’oretta prima, cerco di disperdere la tensione facendo un po’ di surfing sui social network, poi incomincio a scrivere. Non devo bere, né nient’altro. Devo essere lucido. Al massimo una birretta, ma capita raramente. I momenti in cui mi concentro sono senza schermi, senza tastiere né niente. Penso molto, steso sul letto o sul divano. Prendo piccoli appunti striminziti, che costituiscono grossi nuclei. Quando mi siedo al computer è come se li dissolvessi, stemperandoli nella scrittura. L’unico imperativo categorico, quando scrivo, è: nessuno deve ronzarmi intorno. Nessuno nelle immediate vicinanze. Nessuna interferenza esterna.

Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore?
Di non stare a sentire quelli che dicono ‘per pubblicare devi conoscere qualcuno’. Io non conoscevo nessuno. Tanti esordienti che pubblicano ogni anno con i grossi editori non conoscono nessuno. Meglio inviare il proprio manoscritto a un’agenzia letteraria, in modo da avere un primo filtro. Un bravo agente sa darti buoni consigli. E poi, quando un editore riceve un manoscritto da un agente che ritiene credibile, lo legge con un’attenzione diversa e più rapidamente.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento? E dell’autopubblicazione?
L’editoria a pagamento, per quel che mi riguarda è una truffa. So bene che per la legge italiana non è così, ed esprimo quindi il mio parere personale. Qualcuno può non condividerlo. Se un editore crede in un testo, investe energie e denaro per pubblicarlo e promuoverlo. Se un editore ti chiede soldi per pubblicare un libro vuol dire che non crede nel tuo romanzo o che non ha gli strumenti per promuoverlo. In entrambi i casi non ti condurrà molto lontano. L’autopubblicazione? Dipende da come ci arrivi. Anche in quel caso le possibilità di arrivare lontano sono quasi pari a zero (i casi di grossi bestseller partiti da un’autopubblicazione sono così pochi da risultare praticamente irrilevanti ai fini statistici: sono le classiche eccezioni che confermano la regola), ma può rappresentare una scelta, e va rispettata. Certo, se arrivi all’autopubblicazione dopo essere stato rifiutato da cento editori, sarebbe il caso che prima tu dessi un ulteriore sguardo al tuo manoscritto. Una volta gli editori erano dieci. Essere rifiutato da dieci editori può voler dire che stanno sbagliando. Se sono in cento, a dirti di no, è probabile che tu debba riconsiderare ciò che hai scritto.

Ebook o cartacei? (o entrambi)
Li compro entrambi. Diciamo che quando c’è un bel romanzo che voglio leggere, lo compro su carta. Quando vedo super offerte su buoni titoli, compro in ebook. Sarebbe bello se gli editori dessero a chi compra un libro cartaceo un codice per scaricarne la versione ebook. Questo incentiverebbe la gente a comprare gli ereader e a leggere gli ebook. Alla fin dei conti, è della stessa opera che stiamo parlando.

Qual è il tuo romanzo preferito? 
Non credo possa esistere un unico romanzo preferito. Sicuramente, uno di quelli che mi hanno scosso di più, e che ritengo un capolavoro assoluto, è Le particelle elementari di Michel Houellebecq.

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Niccolò Ammaniti, Io non ho paura. Maurizio de Giovanni, I bastardi di Pizzofalcone. Teresa Ciabatti, Il mio paradiso è deserto. Marco Missiroli, Il senso dell’elefante. E poi, per la serie ‘libri che dovrebbero leggere tutti’, l’ultimo di Roberto Saviano, ZeroZeroZero. E’ uno di quei libri che ti aiutano a conoscere meglio il mondo in cui vivi. Se non lo leggi, ti sei perso una puntata
.
Hai letto le Cinquanta Sfumature?
No.

Qual è il tuo colore preferito?
Il nero. Ma che domanda è?

venerdì 12 ottobre 2012

NEL NOME DELLO ZIO - Stefano Piedimonte

Lo Zio è uno spietato boss della camorra. Ha però una fatale debolezza: "il Grande Fratello", di cui non si perde una puntata. Nemmeno se costretto a vivere in latitanza, braccato dall'agente di polizia Woody Alien, soprannominato così per la "bruttezza intellettualoide", che potrebbe incastrarlo grazie a un misterioso informatore. Allora i "guaglioni" dello Zio, scoperta l'identità del traditore, arruolano il pusher Anthony ­ ventenne incensurato, ma in compenso lampadato e depilato ­ per mandargli un messaggio dalla Casa. Dopo un estenuante addestramento, Anthony riesce a superare il provino ed entra nel cast...

Credo che parlare e scrivere di Camorra sia una delle cose più difficili che si possano fare. C'è un velo di segretezza, di omertà, di paura che avvolge questo mondo, un mondo che troppo spesso qui al nord (e sto facendo un mea culpa) tendiamo ad ignorare. C'è stata una svolta qualche anno fa, con l'uscita di "Gomorra" di Roberto Saviano. Un libro difficile da leggere, difficile da capire e ancor più difficile da digerire, soprattutto per chi, come me appunto, sapeva della Camorra solo quelle notizie che vengono detto ogni tanto al tg o che compaiono sui giornali e che si ascoltano e si leggono di sfuggita.

Però non c'è solo Roberto Saviano. Ci sono altri giornalisti, ci sono magistrati, ci sono persone comuni che nel loro grande e nel loro piccolo cercano di contrastare come possono questo sistema, cercano in qualche modo di ribellarsi o, almeno, di raccontare.
E tra questi c'è anche Stefano Piedimonte, che, con il suo "Nel nome dello zio",  ci racconta la camorra da un punto di vista diverso, forse mai utilizzato prima e forse ancor più difficile. Un romanzo, un romanzo comico, a tratti grottesco e surreale, in cui il male viene in qualche modo combattuto ridicolizzandolo.

Lo Zio è uno spietato e potente boss della Camorra, appassionato di Grande Fratello. Niente e nessuno può disturbarlo durante le ore della trasmissione. Un giorno però, qualcuno lo tradisce ed è costretto a fuggire. Nessuno dei suoi sa dove sia andato e, dato che non ha portato con sé il cellulare, non sanno nemmeno come fare a contattarlo. Sanno solo che è in pericolo.
Poi però hanno un'idea: perché non utilizzare questa sua grande passione per la famosa casa per inviargli in diretta un messaggio? Bisogna solo trovare la persona adatta: fedele al loro clan ma incensurato, così che nessuno possa direttamente collegarlo a lui. E chi meglio di Antony? Un pusher ventenne, lampadato e "frizzantino", con la passione per le canzoni neomelodiche e il sogno di diventare una star.
Antony verrà istruito a dovere da Peppino il Fetente su  cosa dovrà fare per essere selezionato ed entrare nella casa e su cosa dovrà dire e non dire una volta dentro. La salvezza dello Zio è nelle sue mani.
Tutto andrà come previsto, Antony riuscirà ad entrare e si scontrerà con delle persone ancor più strambe di lui. Ma anche con qualcuno che forse lo capisce più di quanto pensasse e che lo porterà a ribellarsi.

L'idea alla base del romanzo è semplicemente geniale e non riesco davvero a immaginare come abbia fatto l'autore ad inventarsela. Dietro alla comicità del personaggio di Antony, veramente ben riuscito (anche io voglio essere "frizzantina"!), e al ridicolo in cui lo Zio e il suo clan vengono in qualche modo gettati mettendo in luce le loro debolezze e le loro manie(e si vede già dai soprannomi che vengono loro attribuiti), rimane la denuncia, pesante e potente verso un mondo che trova nel terrore, nelle minacce e nella vendetta le sue uniche armi per dominare tutto. E sono armi potenti, contro le quali sembra quasi impossibile ribellarsi.
Stefano Piedimonte analizza tutti i principali aspetti della fortuna e dei fallimenti dei clan camorristi: la struttura gerarchica di ogni gruppo, la divisione del potere, le talpe nella polizia e i rapporti con la politica, i pentimenti e i tradimenti interni che avvengono di solito per motivi banali, la violenze come unica forma di vendetta, la gente che pur sapendo tace. 

Alla fine il romanzo riesce a lasciarti due cose: un briciolo di speranza, incarnata proprio da Antony, che nella sua semplicità e nella sua "stramberia" riesce a ribellarsi in qualche modo al potere del clan.  Una speranza che però si trasforma quasi subito in amarezza, perché ovunque tu vada a un certo punto ti ritroverai di nuovo dentro a un sistema, magari diverso, magari con un altro nome, magari meno violento e meno radicato, ma con gli stessi principi.

Merita!


Titolo: Nel nome dello zio
Autore: Stefano Piedimonte
Pagine: 249
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Guanda
ISBN:978-8860889416
Prezzo di copertina:16,00 €
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formato brossuraNel nome dello zio