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venerdì 29 maggio 2015

Interviste rampanti: ANTONIO MANZINI

Tornano le interviste rampanti! E il primo protagonista di questa nuova tornata è uno scrittore che ho scoperto da poco e per puro caso, per poi appassionarmici tantissimo. Sto parlando di Antonio Manzini, sceneggiatore, regista e scrittore, creatore del vicequestore Rocco Schiavone, protagonista di Pista nera, La costola di Adamo e Non è stagione, oltre che di altri racconti gialli tutti pubblicati da Sellerio.

No ma Manzini non ci piace, eh...

L'ho scoperto per caso, vi dicevo, e me ne sono innamorata. Sarà che abito molto vicina ai luoghi in cui sono ambientati questi tre romanzi, sarà che ho una passione per i romanzi dei giallisti italiani... non lo so. Però ho divorato questi suoi tre romanzi in poco e a poca distanza l'uno dall'altro (anche se l'ultimo non l'ho ancora recensito) e, quando ho pensato di riportare in vita queste interviste, lui è stato il primo autore che mi è venuto in mente. E sono contenta e lo ringrazio per aver accettato., perché così ho scoperto che ha scritto anche altri romanzi in passato (certo che anche io potevo informarmi prima di chiederglielo eh...) e, soprattutto, che il mio vicequestore preferito sta per tornare.

Ringrazio quindi Antonio per aver accettato e vi lascio alle sue risposte!

Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?
No. Volevo fare l’archeologo.

Come è nato il personaggio di Rocco Schiavone? E perché hai scelto di mandarlo in esilio proprio in Val d’Aosta? 
Io non lo so com’è nato Rocco. Piano piano, forse, n pezzo alla volta. Ci pensavo, poi lo lasciavo lì, ha avuto un paio di scritture prima della definitiva (anche il nome è cambiato) e poi è arrivato. La val d’aosta ha due ragioni. La prima, più superficiale, mi piaceva calare un trasteverino doc in una realtà lontana da lui mille miglia. Insomma, creare un fish out the water è sempre una bella molla narrativa. Forte della mia conoscenza pluriennale della Valle. La seconda poi è legata alla morfologia della Valle. Montagne altissime, le più alte d’europa, ghiacciai eterni, valli chiuse, battezzate poco dal sole, difficili da raggiungere, insomma quel panorama ricorda troppo l’interiorità di Rocco. Lui non lo sa, ma si somigliano

Hai mai pensato di scrivere un romanzo con un altro protagonista?
Sì, ne ho già scritti. Uno per Fazi editore, anni fa, si chiamava Sangue marcio. L’altro La giostra dei criceti per Einaudi,

Per Sellerio hai pubblicato sia romanzo sia racconti, all'interno di quelle raccolte “a tema” che escono per le festività. Con quale dei due generi ti trovi più affine? E’ più “difficile” scrivere un romanzo o un racconto, per te?
Ognuno ha la sua difficoltà. La struttura del racconto è più ferrea, soprattutto se si tratta di un racconto giallo. Spesso devi rinunciare a step narrativi cercando di concretizzare presto e subito, con poche pennellate, il mondo che stai provando a raccontare. Il romanzo è tutt'altro. Puoi prenderti anche delle pause. Poche, perché il lettore se ne accorge subito e castiga immediatamente. Per fare un parallelo con la pittura, il racconto è un disegno a carboncino, il romanzo un affresco.

Come sei stato scoperto ( o sei riuscito a farti scoprire)dalla casa editrice che ti ha pubblicato?
Con la Sellerio mandando il manoscritto. Ma ero forte di due pubblicazioni precedenti che qualcosa credo abbiano contato.

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
Di cose belle me ne hanno dette tante. Che il libro fa ridere e commuove e si fa leggere in maniera spedita ma non è un racconto superficiale. Anche di brutte me ne hanno dette. Ma le tengo per me.

Hai qualche mania come scrittore?  Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
No. Nessun vizio. Vorrei perdere quello di fumare, che quando scrivo tendo a esagerare.

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri?
Sai, Sellerio è blu. E scelgono un dipinto o un disegno. Spesso me lo fanno vedere prima. Ma sono talmente bravi che raramente non sono stato d’accordo. Anzi, il più delle volte mi stupiscono.

Quali sono i libri che più hanno influenzato la tua vita, come narratore ma anche come uomo?
La montagna incantata, Delitto e castigo, I racconti di Cecov, Morte a credito, Un uomo vero ma potrei andare avanti fino a tarda notte.

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Niccolò Ammaniti. Uno qualsiasi.

I dati sul numero di lettori in Italia peggiorano di anno in anno. Secondo te, perché? Pensi che sia giusto cercare di convincere un non lettore a leggere? E se sì, da dove bisognerebbe partire?
Credo che i dati dipendano dalla crisi. I beni voluttuari, libri, cinema, teatro e mostre, sono i primi a pagarne lo scotto. Un non lettore deve avvicinarsi da solo se vuole alla lettura. Non è qualcosa di misterioso. Ha fatto la scuola (forse il modo di insegnare la letteratura ha qualche responsabilità) e sa dove sono le librerie. Ma il distacco fra gli italiani e la lettura credo dipenda molto dalla nostra storia. Insomma, inglesi, francesi, russi hanno una tradizione centenaria, il romanzo fa parte del tessuto connettivo di quelle società da anni. Noi siamo un po’ in ritardo. Forse le generazioni a venire colmeranno quella lacuna. E poi credo che in un paese dove per anni si è detto che con la cultura non si mangia e si è insistito nel portare la gente a guardare pessima televisione, difficilmente si sarebbe potuto allargare il numero dei lettori.

Quando uscirà il prossimo romanzo con Rocco Schiavone? (e già che ci sono, posso suggerirti di ambientarlo al Forte di Bard?)
Al forte prima o poi andrà… a Luglio, credo. Fine Luglio

Qual è il tuo colore preferito?
Rosso

lunedì 16 dicembre 2013

Interviste rampanti: conclusioni a colori

Le risposte che stavo aspettando ancora non sono arrivate. E dato che non posso andare avanti tutte le settimane a riportare riassunti delle risposte passate, perché se no si rischia di diventare ripetitivi, ho deciso che oggi è, almeno per il momento, l'ultimo lunedì dedicato alle interviste rampanti. In futuro spero di ripetere l'esperienza, perché per me è stata molto bella e divertente. E' stato bello cercare di formulare le domande. sperando non fossero troppo banali e/o sceme (lo erano?). E' stato bello cercare gli indirizzi degli autori, trovare il coraggio di approcciarsi a loro, scrivere le email e ricevere a poco a poco le risposte (molte di più di quanto immaginassi... devo essere sincera!). Ancor più bello è stato leggere le loro risposte in anteprima e poi pubblicarle qui per tutti. Insomma, se non si fosse capito, sono molto, molto soddisfatta per come sono andate le cose... e spero vivamente di scoprire in futuro tanti altri scrittori e scrittrici italiane per ripetere l'esperienza.

Trovate tutte le interviste rampanti, in ordine cronologico, nell'apposito menù qui in alto, così, se vi va, potete rileggerle quando volete.

La domanda di cui farò un riepilogo delle risposte oggi è l'unica che non c'entrava niente né con i libri né con le esperienze degli autori intervistati con editori/altri scrittori. E' forse quella più scema, ancor di più che quella sulle Sfumature, ma è stata anche, lo ammetto, la prima che mi è venuta in mente. Ovvero: qual è il tuo colore preferito?
Sì, lo so, è una domanda da bambini delle scuole elementari... ed è nata perché, parlando con un mio amico riguardo all'idea di fare queste interviste, lui mi ha detto qualcosa tipo "secondo me puoi chiedere quello che vuoi, magari non il colore preferito". Et voilà, ecco fatto.
Anche perché poi secondo me tutti abbiamo un colore preferito, un colore verso cui siamo più inclini, magari anche inconsciamente, è che dice parecchio sulla nostra personalità e i nostri gusti. Il mio credo sia il viola, anche se non disdegno nemmeno l'arancione o un bel verde.

Vediamo cosa hanno risposto gli scrittori e le scrittrici a questa domanda:


Marco Missiroli
Da piccolo era il verde. Ora è il blu.

Stefano Piedimonte
Il nero. Ma che domanda è?

Marco Malvaldi (in questo caso ho fatto pasticcio io con la domanda... inviandogli attaccate la domanda "Hai letto le Sfumature" con quella "Qual è il tuo colore preferito?")
No, non l’ho letto: siccome faccio lo scrittore di lavoro, e trombo solo per divertimento, non mi piace mischiare le due cose. Scherzi a parte, no. Delle varie colorazioni proposte, le più plausibili mi sembrano quelle del rosso: certe parti, a usarle smodatamente, si infiammano...

Paolo Pasi
Ahi, domanda difficilissima, da non porre a un indeciso che vorrebbe tanti colori… Tra i preferiti ci sono sicuramente il verde e il rosso, guarda caso i colori delle copertine dei miei ultimi due romanzi con Spartaco. 

Fabio Bartolomei
Il verde. Non troppo scuro, non troppo acceso. Un verdino.

Simona Baldelli
Il rosso. Ma proprio rosso, senza sfumature… 

Paolo Cognetti
Il verde.

Stefania Bertola
Cinquanta sfumature di blu

Sandro Bonvissuto
Quello bene illuminato dal sole. 

Fabio Stassi
Il verde.

Alessio Torino
Potrei dirtene uno diverso ogni giorno. Però ti dico che mi ha sempre colpito un colore che non sono mai riuscito a definire. È quello di un cardo che cresce sui monti dell’Appennino. Il nome scientifico è Eryngium campestre, ma i mulari lo chiamano ‘gli spini dei somari’ perché ha dei petali così rigidi che infilzano. Non si capisce se sia blu o viola. Mi fa pensare alla musica dei Cure, spero non sia troppo grave. Scelgo questo, oggi almeno.


C'è una certa predilezione per il verde direi! E il vostro, qual è? (Dai su, coloriamo un po' questa giornata!)

lunedì 9 dicembre 2013

Interviste rampanti: cartacei o ebook?

Lo so, lo so, dovrei rassegnarmi all'idea che l'esperienza delle interviste rampanti, almeno per il momento, è finita. Ma sto ancora aspettando un paio di risposte, che spero davvero arriveranno presto, e proprio non me la sento di occupare il lunedì con un post diverso.
Quindi, continuo con questi "riassunti" per domanda. Se ci avete fatto caso (o meglio, spero che si sia notato perché il mio intento era quello), molte delle domande che ho posto ai vari scrittori sono domande che spopolano spesso tra i lettori, quelle che danno più adito a dibattiti, discussioni e, perché no, qualche litigata. Ho chiesto delle copertine, di come si è arrivati a farsi scoprire dalle case editrici (ok, questa interessa più gli aspiranti scrittori), se hanno letto le Sfumature e cosa ne pensano dell'editoria a pagamento. E ovviamente ho chiesto anche le preferenze sui modi di lettura, ovvero: ebook o cartacei?

Come vi ho già raccontato più volte, fino a che a non mi hanno regalato l'e-reader, ero una "purista della carta": solo ed esclusivamente cartacei, che son più belli da vedere, da sfogliare, profumano, etc etc... Ora, sebbene a livello estetico preferisca sicuramente i buoni e vecchi libroni rilegati, non posso negare di adorare anche la comodità degli e-reader e degli ebook. E sono anche convinta che il libro non sparirà mai, non verrà mai completamente sostituito dal formato elettronico, perché sono diversi gli usi che se ne fanno.


Fermo restando che, secondo me, la cosa principale è in assoluto il contenuto, vediamo cosa ne pensano a riguardo tutti gli autori intervistati finora:

Marco Missiroli
Carta, sempre.

Stefano Piedimonte
Li compro entrambi. Diciamo che quando c’è un bel romanzo che voglio leggere, lo compro su carta. Quando vedo super offerte su buoni titoli, compro in ebook. Sarebbe bello se gli editori dessero a chi compra un libro cartaceo un codice per scaricarne la versione ebook. Questo incentiverebbe la gente a comprare gli ereader e a leggere gli ebook. Alla fin dei conti, è della stessa opera che stiamo parlando.

Marco Malvaldi
Ho letto il mio primo ebook giusto da tre giorni. L’isola dei cacciatori di uccelli, di Peter May. Troppo presto per dare un giudizio, ma ho la sensazione che me lo sarei goduto di più su carta. Bel libro, comunque.

Paolo Pasi
Entrambi, anche se io propendo per i cartacei. Per me il libro è ancora un oggetto dotato di  fascino e magia, di suggestioni perfino olfattive e tattili. Le pagine segnate, fitte di note, i brani sottolineati rappresentano la mappa di un viaggio. Va detto però che quando affrontiamo un viaggio reale,  l’e-book ci apre meravigliose possibilità. Possiamo portarci dietro un mucchio di libri senza appesantire il bagaglio. Credo perciò che le due facce del libro, quella cartacea e quella elettronica, siano destinate a convivere anche in futuro. 

Fabio Bartolomei
Io cartacei. Passo già troppe ore davanti a schermi vari (computer, tv, tablet, smartphone), mi pare sano cogliere ogni occasione per staccare un po'. 

Simona Baldelli
Personalmente preferisco i cartacei. Ma la lettura è una cosa talmente personale ed intima, che credo ognuno debba poter scegliere il suo “mezzo di comunicazione” ideale.

Paolo Cognetti
Ultimamente non ho più abitato in una casa sola, e il vecchio amore per i libri di carta ne ha risentito. Per avere una libreria bisogna essere sedentari, l'ebook è la fortuna del nomade. Sono sicuro che a Chatwin e Kerouac il digitale sarebbe piaciuto molto.

Stefania Bertola
Uso diverso. Carta per i libri a cui teniamo, per un qualunque motivo. Ebook per le cavolate da leggere e dimenticare, per i libri da portare in viaggio, per le opere di consultazione. Io frequento sia gli uni che gli altri, ma non terrei mai un libro a cui voglio bene nel limbo elettronico del mio Kindle. Lo voglio hic et nunc, solido, con un perimetro, uno spessore, un peso in etti o chili.

Sandro Bonvissuto
Direi ebook e cartacei, piuttosto che o l’uno o l’altro; sono manifestazioni diverse della stessa cosa, quindi non le ritengo un’alternativa

Fabio Stassi
Io non li vedo in alternativa, e non ho paure che il libro scompaia. Ho paura che si smetta di leggere, semmai.  Sono i lettori che devono esistere sempre. Senza lettore non c’è libro, di nessuna forma. Aggiungerei anche gli audiolibri, per i quali ho un debole. Ne sento uno ogni volta che devo fare un viaggio in macchina e non posso aprire un libro di carta.

Alessio Torino
C’è una marea di libri che invecchia così velocemente – manuali, certa pseudosaggistica – che mi fa pensare che se riusciamo a risparmiare qualche albero, è una cosa buona e giusta. 


La risposta in cui mi riconosco di più in assoluto è quella di Fabio Stassi: visti i desolanti dati sulla lettura e sui lettori in Italia, non importa con che mezzo, purché si legga!

E voi? C'è ancora qualche purista della carta o a poco a poco vi state convertendo all'utilizzo di entrambi?

lunedì 2 dicembre 2013

Interviste rampanti: editoria a pagamento e autopubblicazione

Nessuna intervista rampante in programma per questa settimana. Sto aspettando che mi arrivino le risposte di un ultimo autore e poi, almeno per il momento, direi che l'esperienza delle interviste può dichiararsi conclusa.
Come già avevo fatto una volta, ho deciso di ingannare questa attesa pubblicando un breve riepilogo di alcune risposte. Oggi vorrei soffermarmi su quelle riferite alla domanda "Cosa pensi dell'editoria a pagamento? E dell'autopubblicazione?". Si tratta di un tema sempre molto attuale e che, immancabilmente, scatena molti dibattiti. 

© Luo Qianxi
Di editoria a pagamento su questo blog avevo già in qualche modo parlato, nel post Quella volta in cui ho pubblicato a pagamento: uno scambio di mail con un ragazzo che aveva scelto, più o meno consapevolmente, questa forma di pubblicazione e che mi aveva dato di che riflettere. Sull'autopubblicazione non mi sono mai invece espressa molto chiaramente, forse perché un'idea troppo chiara non ce l'ho nemmeno io. Credo che dipenda molto dall'uso che se fa, da quali obiettivi ci si pone autopubblicandosi: se si tratta di raccogliere qualche proprio lavoro e regalarlo ad amici e parenti, ci può stare. Se si tratta di autopubblicarsi per vendere, sono invece un po' più titubante. Forse perché sono affezionata all'idea dell'editore che, oltre che investire, lavora su un romanzo, offrendo suggerimenti, editandolo, aiutando nella promozione (questo non sempre, bisogna ammetterlo) ma, ancora prima e soprattutto, valutandone il potenziale e il valore. Tutto questo viene a mancare quando qualcuno si autopubblica. Dall'altro lato però ci sono molti autori che hanno iniziato proprio con il selfpublishing e sono riusciti così a farsi notare dalle case editrici che, altrimenti, forse se li sarebbero persi per strada. Quindi, non lo so, sono ancora un po' indecisa su quale sia la mia opinione a proposito.

Vediamo però cosa pensano di queste due forme di pubblicazione gli scrittori italiani protagonisti della interviste rampanti (se la vostra reazione prima, durante o dopo la lettura è quella di esclamare un "grazie al cavolo, loro hanno già pubblicato, vi consiglio di dare un'occhiata sia a tutte le interviste sia al post "Come farsi scoprire dalle case editrici").

Marco Missiroli
L’editoria a pagamento non è editoria. Non pubblicate se vi chiedono soldi o “sponsorizzazioni”. Meglio autopubblicare, allora.

Stefano Piedimonte
L’editoria a pagamento, per quel che mi riguarda è una truffa. So bene che per la legge italiana non è così, ed esprimo quindi il mio parere personale. Qualcuno può non condividerlo. Se un editore crede in un testo, investe energie e denaro per pubblicarlo e promuoverlo. Se un editore ti chiede soldi per pubblicare un libro vuol dire che non crede nel tuo romanzo o che non ha gli strumenti per promuoverlo. In entrambi i casi non ti condurrà molto lontano. L’autopubblicazione? Dipende da come ci arrivi. Anche in quel caso le possibilità di arrivare lontano sono quasi pari a zero (i casi di grossi bestseller partiti da un’autopubblicazione sono così pochi da risultare praticamente irrilevanti ai fini statistici: sono le classiche eccezioni che confermano la regola), ma può rappresentare una scelta, e va rispettata. Certo, se arrivi all’autopubblicazione dopo essere stato rifiutato da cento editori, sarebbe il caso che prima tu dessi un ulteriore sguardo al tuo manoscritto. Una volta gli editori erano dieci. Essere rifiutato da dieci editori può voler dire che stanno sbagliando. Se sono in cento, a dirti di no, è probabile che tu debba riconsiderare ciò che hai scritto.

Marco Malvaldi
Sugli editori a pagamento, sarò brutale: tutto il male possibile. L’editore è uno che sceglie, e in un mondo in cui il cinquanta per cento degli abitanti ha un romanzo nel cassetto questa è una mera pratica di circonvenzione di incapace. Per l’autopubblicazione, se una persona  è consapevole che lo fa solo per motivi pratici (spedire ad un editore, o regalarlo agli amici) perché no? 

Paolo Pasi
Sono molto scettico sulla prima. Un editore che si fa pagare non è disposto a rischiare, e dunque non credo possa sostenere con convinzione un libro che pubblica. Meglio allora pubblicarsi a proprie spese, a patto che un autore creda fermamente in se stesso e abbia energie sufficienti per farsi conoscere. 

Fabio Bartolomei
C'è un equivoco che va avanti da anni. Chiunque chieda denaro per stampare un libro non fa Editoria a pagamento, fa tipografia. Se proprio ci si vuole togliere la soddisfazione di vedere il proprio romanzo stampato e rilegato, è molto meglio rivolgersi a un tipografo vero, orgoglioso del suo mestiere, e autopubblicarsi. 

Simona Baldelli
Non mi sento di demonizzare chi sceglie l’autopubblicazione per cercare di emergere. Vorrei solo un po’ più di onestà da parte delle case editrici. Credo che sarebbe molto più rispettoso, non solo per gli scrittori ma specialmente per i lettori, se sulla copertina ci fosse una segnalazione che indica se il libro è stato acquistato dalla casa editrice oppure se lo scrittore ha pagato per essere pubblicato. 
Ad, esempio, una piccola casa editrice la Zero91, sta facendo una campagna di sensibilizzazione molto importante su questo argomento ed ha creato un logo, che qui ti allego, che potrebbe essere inserito sulle copertine dei libri che non sono stati pubblicati con il finanziamento diretto dello scrittore. Spesso i libri editi con il sistema dell’autopubblicazione, non hanno subito nessuna selezione, sono fatti a volte senza cura, non hanno avuto editing, correzione di bozze, sono pieni di errori, strafalcioni, non tutti, chiaro, ma la maggior parte sono così, poiché è chiaro che vengono pubblicati non perché un editore crede ed investe su un autore, ma perché rappresenta semplicemente un “business”. I lettori dovrebbero sapere tutto ciò. E poi scegliere.

Paolo Cognetti
Spero che l'autopubblicazione uccida definitivamente l'editoria a pagamento, che è una truffa: ora almeno, se uno proprio ci tiene, il libro se lo pubblica da solo senza dare soldi a nessuno. Dopodiché, penso che il ruolo dell'editore sia fondamentale. Come quello del libraio, di nuovo. E del critico letterario. Sono come setacci che filtrano tutta la sabbia che c'è, e ogni tanto, se va bene, trovano una pepita d'oro.  

Stefania Bertola
Un mio grande desiderio è non consigliare niente agli aspiranti scrittori. Ma proprio dovendo, ora come ora mi pare che il sistema migliore per verificare se quello che scrivi interessi a qualcuno siano tutte le varie forme di auto pubblicazione on line. Gli o le direi: “Scrivi, scrivi, non mandare da leggere a me per favore, scrivi, scrivi, pubblica online e vedi che succede. E fai concorsi, tutti i concorsini e concorsetti che trovi, è matematico che se vali qualcosa prima o poi qualcuno se ne accorge.”
Editoria a pagamento, niet. Autopubblicazione, ho già risposto.

Sandro Bonvissuto
L’editoria a pagamento è come il sesso a pagamento, puoi conquistarti una donna o pagarla (o anche un uomo), e per rimanere nell'ambito delle abitudini sessuali credo che l’autopubblicazione sia come l’autoerotismo. Comunque niente che non rientri nelle umane cose.

Fabio Stassi
Ne penso male. Questo sì, posso consigliarlo, di non pagare mai per pubblicare. Ci sono banditi che hanno costruito fortune sulle ambizioni sbagliate della gente. L’autopubblicazione è invece una cosa privata. Ognuno può stampare, anche con la propria stampante, un dattiloscritto, magari solo per farlo leggere agli amici. Ma è un’altra cosa. Nell’epoca delle foto digitali, come dice Busi, si fanno migliaia di scatti e non ce n’è uno che si salvi. Allo stesso modo, non si dovrebbero scrivere romanzi con la stessa facilità. Ma avere più attenzione, più pudore, più cura. La letteratura è un antidoto all'egocentrismo, una dichiarazione di guerra all’autocompiacenza. Una volta, una scrittrice cilena mi ha detto che si scrive per il proprio disonore, non per il proprio onore.

Alessio Torino
Dell’editoria a pagamento – parlo della narrativa – penso tutto il male possibile. Nel lungo periodo di tempo in cui sono rimasto sommerso, mi sono sempre detto che avrei fatto più bella figura con me stesso ad accettare di aver fallito in qualcosa, più che riuscirci pagando. 

Il parere sull'editoria a pagamento mi sembra essere abbastanza univoco e coincide con il mio. L'editoria  a pagamento non è editoria, pagare un editore per pubblicare non può essere di alcuna soddisfazione perché è evidente che si tratta solo di una questione economica. Una truffa legalizzata, una circonvenzione di incapace... trovo che la metafora usata da Sandro Bonvissuto sia estremamente efficace.
Per quanto riguarda l'autopubblicazione, c'è chi lo vede come un buon strumento per emergere, un sistema che potrebbe portare dei frutti in un'epoca in cui si pubblica davvero troppo, ma anche chi lo considera invece una forma di autocompiacimento (o di "autoerotismo" come dice, ancora una volta, Bonvissuto). Dai più viene vista come un'alternativa sicuramente migliore dell'editoria a pagamento, ma comunque non sempre efficace.

Voi che ne pensate?

lunedì 25 novembre 2013

Interviste rampanti: ALESSIO TORINO

E' di nuovo lunedì, giornata di interviste rampanti! Protagonista di questa settimana è Alessio Torino.
Nato a Urbino nel 1975, Alessio Torino ha esordito come scrittore nel 2010 con il romanzo Undici decimi, pubblicato con la casa editrice Italic/Pequod. L'anno successivo è uscito per la casa editrice minimumfax il suo secondo romanzo, Tetano, e, da poche settimane, è in libreria anche il suo ultimo lavoro, Urbino, Nebraska.
Io ho conosciuto Alessio Torino quasi per caso, partecipando a una conferenza in cui era presente insieme a Fabio Stassi e Paolo Cognetti. Incuriosita, ho acquistato e poi divorato Tetano, un romanzo davvero molto bello che racconta di un gruppo di bambini in un paesino di provincia. Ve lo consiglio caldamente. E da qualche giorno è approdato sul mio comodino anche Urbino,Nebraska.

Ringrazio ovviamente Alessio per la disponibilità e per aver risposto alle mie domande.


Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?
No. Per fortuna mi attiravano altri lavori. Tempo fa ho ritrovato in un cassetto un paio di vecchi disegni. In uno c’è un palombaro con lo scafandro, nell'altro un alpinista, tutto bardato e con tanto di casco, che scala una montagna. Non sono autoritratti, ma un po’ è come se lo fossero, perché sono proiezioni. In quei disegni mi hanno colpito due cose: che i soggetti sono impegnati in gesta coraggiose e che in entrambi i casi la faccia è nascosta. Basta un Freud di quarta mano per sospettare che lo scrittore covava…

Tu sei nato a Urbino e nelle Marche hai ambientato tutti i tuoi romanzi: Undici decimi, Tetano e anche il fresco di pubblicazione Urbino, Nebraska. Quanto è importante per te e per la tua scrittura il legame con il territorio? Riusciresti a scrivere un libro non ambientato nelle Marche?
Undici decimi e Tetano sono ambientati in un paesino immaginario dell’Appennino Umbro-Marchigiano, Urbino, Nebraska in una cittadina universitaria, dove si respira un’atmosfera del tutto diversa rispetto al paese con il corso di sampietrini, dove c’è un solo forno e dove tutti conoscono tutti. Al di là dei pochi chilometri in linea d’aria che li potrebbero in teoria separare, sono due mondi molto lontani. Che siano entrambi geograficamente riconducibili alle Marche è un caso, almeno per come la vedo io. Uno deve scrivere di quello che sente di dover scrivere, senza farsi tante domande, senza porsi il dilemma se ambientare il prossimo romanzo a Urbino o a New York.

Come sei stato scoperto (o come sei riuscito a farti scoprire) dalle case editrici che ti hanno pubblicato?
Il mio romanzo d’esordio è stato pubblicato da Italic/Pequod, dopo molti anni di illusioni e disillusioni. L’attesa era stata così lunga che successivamente ci ho messo quasi un anno a provare soddisfazione per aver vinto il premio Bagutta Opera Prima. Dopo l’uscita di Undici decimi, ho deciso di rivolgermi a chi si rapporta di mestiere con gli editori: dal 2010 mi segue Stefano Tettamanti della Grandi & Associati ed è lui che mi ha portato in Minimum fax, casa editrice che mi ha accolto come meglio non si potrebbe chiedere.  

Qual è il tuo rapporto con i critici professionisti e con i book blog?
Da lettore, se un critico letterario di lungo corso o un blogger consigliano un libro che poi conferma anche a me le loro opinioni, continuo a seguirli. Provo un piacere in più a leggere un libro consigliato da altri, non so perché. 

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
La cosa più bella è stata sapere che uno psicoterapeuta di XXX consigliava Tetano ai suoi pazienti, immagino per il discorso di fondo che c’è nel romanzo sull'accettazione dei propri limiti. L’idea che un tuo libro possa contribuire, per quanto in minima parte, ad aiutare qualcuno, va ben al di là delle solite aspettative dello scrittore. La più brutta, sempre su Tetano, me l’ha detta un conoscente in un bar, in mezzo al chiasso. Essendomi stata detta in privato non la ripeto, ma posso dire che mi ha fatto capire fino a che punto i romanzi che scrivi, una volta pubblicati, non sono più tuoi, e chiunque può leggerci qualsiasi cosa, anche stravolgerli.

Hai qualche mania come scrittore?  Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
Cambio font a secondo del romanzo che scrivo. 

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai avuto voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri?
Le copertine mi sono sempre state sottoposte per un parere e ne sono sempre stato entusiasta. In particolare, la copertina di Urbino, Nebraska disegnata da Alessandro Gottardo è un capolavoro nel suo genere. Lo posso dire perché io non ho alcun merito.

Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore?
La cosa più banale: di leggere la narrativa contemporanea, perché è assurdo snobbare o ignorare quel mondo di cui si vorrebbe fare parte, cosa che invece capita spesso.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento? E dell’autopubblicazione?
Dell’editoria a pagamento – parlo della narrativa – penso tutto il male possibile. Nel lungo periodo di tempo in cui sono rimasto sommerso, mi sono sempre detto che avrei fatto più bella figura con me stesso ad accettare di aver fallito in qualcosa, più che riuscirci pagando. 

Ebook o cartacei?
C’è una marea di libri che invecchia così velocemente – manuali, certa pseudosaggistica – che mi fa pensare che se riusciamo a risparmiare qualche albero, è una cosa buona e giusta. 

Qual è il libro, non tuo, a cui sei più legato?
Ce ne sono davvero tanti… Con i libri è consentita la poligamia!

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Sarebbe bello se Einaudi ristampasse La Strada per Roma di Paolo Volponi, così da poterlo consigliare a chi non lo abbia ancora letto. 

Hai letto le Cinquanta Sfumature?
Per ora no.

Qual è il tuo colore preferito?
Potrei dirtene uno diverso ogni giorno. Però ti dico che mi ha sempre colpito un colore che non sono mai riuscito a definire. È quello di un cardo che cresce sui monti dell’Appennino. Il nome scientifico è Eryngium campestre, ma i mulari lo chiamano ‘gli spini dei somari’ perché ha dei petali così rigidi che infilzano. Non si capisce se sia blu o viola. Mi fa pensare alla musica dei Cure, spero non sia troppo grave. Scelgo questo, oggi almeno.

lunedì 18 novembre 2013

Interviste rampanti: FABIO STASSI

Protagonista dell'intervista rampante di questa settimana è Fabio Stassi. 
Scrittore di origini siciliane, classe 1962, Fabio Stassi vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Ha esordito nel 2006 con il romanzo Fumisteria, pubblicato da GBM, con il quale ha vinto il premio Vittorini Opera Prima 2007. Ha poi pubblicato con minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008) e Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010). Nel 2012 ha pubblicato con la casa editrice Sellerio L’ultimo ballo di Charlot, con il quale è stato finalista al premio Campiello. 
Io ho conosciuto questo autore proprio grazie all'ultimo romanzo, che rientra tra i libri più belli che abbia letto quest'anno. 
Ringrazio Fabio per aver accettato l'intervista e la casa editrice minimumfax per avermi aiutata a mettermi in contatto con lui.


Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?
Una volta, la maestra elementare ci chiese cosa volevamo fare da grandi. Il mio compagno di banco rispose “Il papa, io voglio fare il Papa”. Tutta la classe rise. Io pensai invece cosa c’era di più grande e di più difficile che fare il Papa. Risposi “lo scrittore”. Avevo sette anni, e sono ancora convinto che diventare uno scrittore sia un’impresa impossibile. Sono anche d’accordo con Steinbeck che diceva che  “La professione di scrivere libri fa apparire le corse dei cavalli un'attività solida, stabile.”

Fare una sola domanda sul tuo L’ultimo ballo di Charlot è un’impresa, francamente, impossibile. Per cui ho deciso di porti quella forse più banale in assoluto, ma che credo stia alla base di tutto il libro. Perché hai scelto proprio Charlie Chaplin come personaggio del tuo ultimo, bellissimo, romanzo? 
Grazie. Non voglio risponderti con le solite capriole, ma in realtà è stato lui a imporsi. All’inizio era assente da questa storia. Io avevo montato su il tendone e fatto entrare i personaggi. Quasi come nel cinema. Gli avevo fatto un provino, volevo vederli muovere sulla pista di un circo. Chaplin è arrivato per ultimo, con il suo passo da pinguino, saltellante e irresistibile. Come nei suoi film. Ma appena è entrato, ogni cosa è andata al suo posto. E’ stata una bella sensazione.  Veniva da un pozzo profondo della mia memoria e della mia idea di mondo e di umanità. Lo avevo amato da bambino e da adulto. Ritengo Luci della città un film perfetto. A casa mia, Chaplin era considerato la bandiera di tutti gli emarginati, gli emigranti e gli umili della terra.

Come sei stato scoperto (o come sei riuscito a farti scoprire) dalle case editrici che ti hanno pubblicato?
C’è voluto molto tempo. Ma è stato un tempo necessario. Scrivo da sempre, e ogni tanto spedivo le mie cose. Conservo una cartellina piena di rifiuti. Avrei potuto esordire prima, molto prima, ci sono andato vicino più volte, ma non me ne sono mai fatto una malattia. Scrivere è un lavoro lento, per migliorare, anche di poco, solitamente ci vogliono anni. Poi, improvvisamente, quando quasi non ci credevo più, ho ricevuto tre risposte positive da parte di tre case editrici. È stato come un sortilegio che svaniva. O forse, più semplicemente, ogni cosa ha davvero il suo tempo.

Qual è il tuo rapporto con i critici professionisti e con i book blog?
Ne ho conosciuto qualcuno, in questi anni, di critici. Cerco di leggerli. Ci sono alcuni critici dello scorso secolo che mi sono stati utili quanto alcuni scrittori. Giacomo Debenedetti, per esempio, è stato per me fondamentale e lo considero un grande autore del Novecento. La critica letteraria mi appassiona come una partita di calcio. Sarebbe bello se il dibattito culturale muovesse lo stesso entusiasmo. Anche i book blog ogni tanto  li leggo. Credo sia importante parlare di libri.

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
Spesso mi hanno detto che non sembro uno scrittore italiano, e questo l’ho ritenuto un complimento, almeno nelle intenzioni. Ho letto molto di altre letterature, ma soprattutto considero il romanzo un fatto sovranazionale e credo nell’identità multipla di cui parla Aamin Maalouf, nell’utopia di una letteratura libera e cosmopolita.
Di cose brutte, a lungo mi sono portato dietro l’osservazione di un direttore editoriale che mi disse che avevo uno stile “inamidato”. Ma mi è servita. Una che invece mi ferì: non riguardava un romanzo ma un pezzo che avevo scritto per un altro scrittore. Su un blog fu definito “perbenista e compiacente”. Ci rimasi male.

Hai qualche mania come scrittore?  Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
La mia ossessione è il pendolarismo, ma non è una mania. Sono un pendolare – questa parola, sì, la posso accettare – da quasi vent'anni. Secondo i miei calcoli ho fatto almeno venticinque volte il giro del mondo sommando i chilometri di strada ferrata che ho percorso e ho passato sui treni dai tre ai quattro anni completi.  Il treno è il mio laboratorio, il mio studio, la scomodità che mi aiuta anche a scrivere e a non allontanarmi dalle cose che sono vere.

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai avuto voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri?
Solitamente, sono le case editrici a decidere. È il loro mestiere. Ma spesso ne discutiamo insieme. E’ molto entusiasmante, il momento della copertina.

Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore ?
Difficile dare consigli. Non mi piace. E’ appena uscito un bel libro di Giuseppe Culicchia, E così vorresti fare lo scrittore. Ecco, consiglierei di leggerlo. Illustra molto realisticamente tutti i lati di quest’attività e può essere un antidoto salutare e salvifico.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento? E dell’autopubblicazione?
Ne penso male. Questo sì, posso consigliarlo, di non pagare mai per pubblicare. Ci sono banditi che hanno costruito fortune sulle ambizioni sbagliate della gente. L’autopubblicazione è invece una cosa privata. Ognuno può stampare, anche con la propria stampante, un dattiloscritto, magari solo per farlo leggere agli amici. Ma è un’altra cosa. Nell’epoca delle foto digitali, come dice Busi, si fanno migliaia di scatti e non ce n’è uno che si salvi. Allo stesso modo, non si dovrebbero scrivere romanzi con la stessa facilità. Ma avere più attenzione, più pudore, più cura. La letteratura è un antidoto all'egocentrismo, una dichiarazione di guerra all’autocompiacenza. Una volta, una scrittrice cilena mi ha detto che si scrive per il proprio disonore, non per il proprio onore.

Ebook o cartacei?
Io non li vedo in alternativa, e non ho paure che il libro scompaia. Ho paura che si smetta di leggere, semmai.  Sono i lettori che devono esistere sempre. Senza lettore non c’è libro, di nessuna forma. Aggiungerei anche gli audiolibri, per i quali ho un debole. Ne sento uno ogni volta che devo fare un viaggio in macchina e non posso aprire un libro di carta.

Qual è il libro, non tuo, a cui sei più legato?
Sono molto legato alla Lingua salvata di Elias Canetti. Il primo suo libro autobiografico. Per tutto il discorso sulle lingue che fa, e anche per l’amore per la letteratura. E poi anche a Conversazione in Sicilia di Vittorini, il mio primo libro adulto.

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Stimo molto Andrea Bajani. Se consideri le colpe ve l’avranno già consigliato.

Hai letto le Cinquanta Sfumature?
No.

Qual è Il tuo colore preferito?
Il verde.

lunedì 11 novembre 2013

Interviste rampanti: SANDRO BONVISSUTO

Ed eccoci con una nuova intervista rampante, dopo la pausa della settimana scorsa. Protagonista  di oggi è Sandro Bonvissuto.
Scrittore romano, classe 1970, Sandro Bonvissuto ha esordito con la raccolta di racconti Dentro, pubblicata dalla casa editrice Einaudi nel 2012 e con cui ha da poco vinto il Premio Chiara.
Io ci ho messo un po' di tempo ad arrivare a questo libro. Inizialmente non l'avevo nemmeno considerato ma poi un mio amico ha insistito parecchio perché lo leggessi. Per lui era diventata un'opera imprescindibile. E, devo ammettere, che aveva decisamente ragione. I tre racconti che formano Dentro sono tutti e tre molto belli, molto intimi, e ne consiglio davvero a tutti la lettura.
A breve tornerà in libreria nell'antologia Scena padre, insieme a Canobbio, Celestini, De Silva, Fois, Franco, Magrelli e Pascale.
Come al solito, ringrazio tantissimo Sandro per aver accettato di rispondere alle mie domande.

© Franco Origlia
Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?  
No; ma da scrittore ti dico: da grande farò il bambino. 

Solitamente le raccolte di racconti prendono il titolo da uno dei racconti presenti. Questo, nel tuo caso, non succede, ma il titolo funge un po’ da filo conduttore, da argomento comune che in ognuno dei tre racconti viene sviluppato in un modo diverso. Quando hai iniziato a scriverli avevi già in mente questo senso di “dentro” o te ne sei accorto solo a scrittura ultimata? 
Al di là dei legami fra un racconto e la raccolta cui appartiene, credo che il titolo indichi bene una cosa: la provenienza della scrittura; funge quindi un po’ come un’etichetta di quelle che stanno sul cibo, e che ti dice da dove viene quello che mangerai. Che fosse così se ne sono accorte le editor. 

Come sei stato scoperto (o come sei riuscito a farti scoprire) dalle case editrici che ti hanno pubblicato? 
Ho partecipato a uno di quei concorsi di scrittura per esordienti che si organizzano in ogni città (portai addirittura un altro manoscritto con me il giorno dell’evento, per timore che quello spedito via posta fosse andato perduto), poi ho mandato i miei lavori a molti editori, e infine ho pubblicato per un piccola casa editrice romana un libro di racconti che non ha avuto distribuzione (come indicato nel risvolto di copertina di Dentro) ma che però è stato fondamentale perché mi notasse Dalia Oggero la editor di Einaudi, che poi ha finito per propormi un contratto. 

Qual è il tuo rapporto con i critici professionisti e con i book blog? 
Detto che per me la migliore, più doviziosa e articolata delle critiche è sempre e comunque inferiore al peggiore dei lavori (e questo per una questione prima di consecutività e poi di appartenenza a diverse categorie aristoteliche), dico che il critico, se onesto, si espone, crea egli stesso, cioè scrive, e si mette nella stessa condizione dello scrittore, aprendo così a un rapporto virile e virtuoso di uno contro uno, quasi fosse un moderno tenzone cavalleresco nel quale, chi assiste, si diverte pure. I book blog sono più torbidi, le identità sono evanescenti e spesso tutto si consuma in un clima di ostilità più vicino al pestaggio che al duello; direi, in conclusione, che è senz'altro un valore che le persone possano parlare con o di scrittori e scrittura, anche se la democraticità del mezzo forse agisce più sulla quantità che sulla qualità dei commenti. 

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta? 
Faccio una sintesi, perché mi hanno detto la più bella e la più brutta nella stessa circostanza: “Sandro il tuo libro è semplicemente fantastico, mi pare assurdo che l’abbia scritto tu”. 

Hai qualche mania come scrittore? Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte? 
Posso scrivere solo di notte dopo il lavoro, quindi faccio finta che questa sia una mania. 

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai avuto voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri? 
Io ho un ossessione per il contenuto dei libri, il resto mi interessa molto meno, o non mi interessa proprio. Nel caso di Dentro ho delegato tutto a quelli più bravi di me e credo abbiano fatto un grande lavoro. 

Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore ? 
Di andare a lavorare. 

Cosa pensi dell’editoria a pagamento? E dell’autopubblicazione? 
L’editoria a pagamento è come il sesso a pagamento, puoi conquistarti una donna o pagarla (o anche un uomo), e per rimanere nell'ambito delle abitudini sessuali credo che l’autopubblicazione sia come l’autoerotismo. Comunque niente che non rientri nelle umane cose. 

Ebook o cartacei? 
Direi ebook e cartacei, piuttosto che o l’uno o l’altro; sono manifestazioni diverse della stessa cosa, quindi non le ritengo un’alternativa

Qual è il libro, non tuo, a cui sei più legato? 
L’Estate e altri saggi solari di A. Camus 

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro. 
Vi consiglio Elisabeth di Paolo Sortino

Hai letto le Cinquanta Sfumature? 
Veramente non ancora, volevo prima finire i russi.

Qual è Il tuo colore preferito? 
Quello bene illuminato dal sole. 

lunedì 4 novembre 2013

Interviste rampanti: come farsi scoprire dalle case editrici

Nessuna nuova intervista rampante questa settimana, una sorta di pausa, forzata ma assolutamente prevista, dovuta al fatto che ho esaurito le interviste già pronte e sono in attesa di tre o quattro risposte che spero arriveranno per la prossima. 
Ho quindi deciso di fare oggi una specie di riepilogo delle interviste delle settimane passate, focalizzandomi però su un unico aspetto, ovvero di come questi autori sono arrivati alla pubblicazione. Questo perché ultimamente, a torto o a ragione non lo so, va un po' troppo di moda dire che se non conosci nessuno, se non hai i soldi, le case editrici non ti pubblicano.

Illustrazione di Dave Cutler
La domanda "come sei riuscito a conoscere o a farti conoscere dalla casa editrice che ti ha pubblicato" era volta proprio a scoprire questo, a capire se davvero senza raccomandazioni nell'editoria non si arriva da nessuna parte. Le risposte ottenute hanno dimostrato nella maggioranza dei casi esattamente il contrario. Ora, non so se che un campione di otto autori possa essere valido a fini statistici, ma è comunque un buon punto di partenza, che secondo me mette in luce il fatto che, oltre a una buona dose di fortuna, ci vada soprattutto la bravura.

Vediamo quindi come hanno risposto gli otto autori intervistati finora:

Marco Missiroli
Avevo scritto Senza Coda, l’avevo inviato a 10 case editrici. Sergio Fanucci mi ha chiamato per primo, gli era piaciuto il romanzo a lui e al suo direttore editoriale, Luca Briasco. E a una editor speciale: Chiara Belliti. A loro devo i grazie più potenti.

Stefano Piedimonte
Avevo scritto un libricino per un piccolo editore locale al quale chiesi di pubblicarlo anche in ebook. Fu quello il mio colpo di fortuna. Il libro cartaceo, nelle librerie non esisteva. L’ebook, però, arrivato secondo nella classifica di vendite di una importante libreria online venne intercettato da un agente letterario (il mio attuale agente) che stava giusto facendo scouting. Si offrì di rappresentarmi, firmammo un contratto, dopo un paio di mesi inviai all'agenzia il testo di Nel nome dello Zio. Dodici giorni dopo, il 23 dicembre, mi telefonarono dicendomi che cinque diversi editori, i più importanti d’Italia, avevano fatto delle ottime offerte per acquisire i diritti del libro e pubblicarlo. Luigi Brioschi, il direttore di Guanda, oltre ad offrire un anticipo lusinghiero inviò al mio agente una lettera che ancora oggi conservo nel mio taccuino, e di cui vado molto fiero. Ci fece capire che credeva molto in me e nel mio libro. Scegliemmo Guanda.

Marco Malvaldi
Grazie ad un uso accorto della statistica, unito ad un fenomeno chiamato “colpo di culo”: ho inviato il mio primo romanzo, La briscola in cinque, ben rilegato e con tutti i dati sul frontespizio, a circa quindici case editrici. Mi ha risposto solo una. Grazie alla parte anatomica di cui si diceva sopra, è stata Sellerio: quella a cui tenevo di più, tanto che in un primo momento non glielo avevo nemmeno inviato. Mi sembrava di mirare troppo in alto.

Paolo Pasi
Ho scoperto la casa editrice Spartaco qualche anno fa, alla rassegna Galassia Gutenberg di Napoli. Fui attratto subito dai loro titoli, e d’istinto parlai loro del romanzo che avevo cominciato ad abbozzare. Era appunto la storia dell’anarchico sabotatore… Tra l’altro alcuni testi pubblicati da Spartaco si sono rivelati importanti per la stesura del libro: ad esempio l’Autobiografia mai scritta di Errico Malatesta e il bellissimo romanzo La suora anarchica di Antonio Rabinad. 

Fabio Bartolomei
Sono riuscito a farmi scoprire nel modo più semplice: ho seguito le indicazioni del sito E\o sull'invio dei manoscritti. 

Simona Baldelli
Sono stata finalista al Premio Italo Calvino 2012. Ormai le case editrici, specialmente le maggiori, corteggiano moltissimo gli esordienti del PIC. Io, personalmente, a 72 ore dalla cerimonia di premiazione, avevo già ricevuto proposte editoriali da cinque case editrici.

Paolo Cognetti
Io sono fortunato: pubblico con quella che, da lettore, era la mia casa editrice preferita. Mi sono formato sugli americani di minimum fax, Carver prima di tutto ma anche Moody, A.M. Homes, Charles D'Ambrosio, Peter Orner e tanti altri. A venticinque anni, quando ho avuto in mano un po' di racconti che mi sembravano buoni, sono partito per Roma e sono andato a portarglieli, approfittando di un evento pubblico. E' andata bene, un anno dopo quei racconti sono diventati il mio primo libro.

Stefania Bertola
Ho avuto un andamento insolito. Per il mio primo romanzo Luna di Luxor ho usufruito di una corsia super preferenziale, perché avendo lavorato per sei anni all’Einaudi, conoscevo molte persone nell'ambito editoriale. In particolare, conoscevo il mio ex principale, Ernesto Ferrero. Ho fatto leggere il libro a lui, gli è piaciuto, lo ha dato lui a Mario Spagnol della Longanesi et voilà, fatto. Poi però ho scritto un altro libro che mi è stato rifiutato da tipo 30 case editrici. Si chiamava Ragazze Mancine, proprio come quello che sta per uscire adesso, ma in comune hanno solo un personaggio. Anzi, due personaggi.


Quindi c'è chi si è presentato dal vivo, chi ha seguito le normali regole per l'invio dei manoscritti (aspettando ovviamente i lunghi tempi delle risposte), chi è stato intercettato da agenti letterari grazie a un ebook in classifica e chi ha partecipato ai concorsi (e il premio Calvino è davvero una buona rampa di lancio, quasi tutti i finalisti arrivano a pubblicare). Poi certo c'è anche chi ha goduto di corsie preferenziali, come la Bertola, ma sono abbastanza convinta che se non ci avessero visto nulla, all'Einaudi non l'avrebbero pubblicata (anche perché il romanzo a cui fa riferimento è del 1989).
La fortuna ci va, questo è indubbio. Ma dalle parole degli autori quello che emerge è soprattutto un discorso di bravura. Gli editori hanno letto il libro e hanno creduto in quel libro e in quell'autore. 
Credo che uno dei problemi maggiori di adesso è che ci sono davvero troppe persone che scrivono, troppe persone con un romanzo nel cassetto. E riuscire a farsi notare in mezzo a questa quantità esagerata non è sicuramente semplice. Però sono anche convinta che, se una persona è davvero brava, se davvero ha qualcosa da raccontare, prima o poi arriverà il suo momento, senza dover ricorrere a nessun triste espediente.

lunedì 28 ottobre 2013

Interviste rampanti: STEFANIA BERTOLA

Protagonista dell'intervista rampante di questa settimana è Stefania Bertola. 
Scrittrice, traduttrice, sceneggiatrice e autrice radiofonica torinese, Stefania Bertola è l'unica autrice di romanzi rosa che riesco a leggere, perché sono originali, perché sono buffi, divertenti e un po' surreali, perché sono ambientati a Torino e, soprattutto, perché racconta di donne vere, con cui sono sempre riuscita a identificarmi.
L'ho scoperta per caso, qualche anno fa, con Biscotti e sospetti (che rimane il mio preferito in assoluto), e da allora ho letto tutto quello che ha pubblicato, a parte Luna di luxor, il primo romanzo. Oltre a questi, ha pubblicato Se mi lasci fa male, una specie di manuale di auto-aiuto per donne appena uscite da una storia, Ne parliamo a cena, Aspirapolvere di stelle, A neve ferma, La soavissima discordia dell'amore, la raccolta di racconti Il primo miracolo di George Harrison e Romanzo rosa, una sorta di manuale di scrittura i cui protagonisti frequentano un corso per imparare a scrivere Harmony.
Il 5 novembre arriva in libreria Ragazze mancine, pubblicato dall'Einaudi.
Ovviamente, la ringrazio tantissimo per aver accettato l'intervista.


Da bambina dicevi “da grande farò la scrittrice”?
No, dicevo “Da grande farò il pediatra”. Poi: “Da grande farò l’addetto culturale di un’ambasciata”. Poi: “Farò la moglie di George Harrison”. La scrittrice è venuto un po’ da sé, non l’ho mai progettato.

Tutti i tuoi romanzi sono ambientati a Torino, tanto che sembra essere anch'essa un protagonista. Ed è poi uno dei motivi, oltre ai personaggi femminili, che me li ha fatti apprezzare così tanto, in quanto frequentatrice assidua della città. Riusciresti ad ambientare un tuo romanzo in un’altra città?
Ne dubito. Sono l’esatto contrario dei romanzieri che fanno ricerche anche di anni prima di scrivere un libro. Io scrivo solo di quello che so già, e Torino la so benissimo. Posso spostarmi al massimo a Finale Ligure, e può darsi che lo farò, perché ho voglia di scrivere una storia ambientata al mare.

Come sei stata scoperta (o come sei riuscita a farti scoprire) dalle case editrici che ti hanno pubblicato?
Ho avuto un andamento insolito. Per il mio primo romanzo Luna di Luxor  ho usufruito di una corsia super preferenziale, perché avendo lavorato per sei anni all’Einaudi, conoscevo molte persone nell'ambito editoriale. In particolare, conoscevo il mio ex principale, Ernesto Ferrero. Ho fatto leggere il libro a lui, gli è piaciuto, lo ha dato lui a Mario Spagnol della Longanesi et voilà, fatto. Poi però ho scritto un altro libro che mi è stato rifiutato da tipo 30 case editrici. Si chiamava Ragazze Mancine, proprio come quello che sta per uscire adesso, ma in comune hanno solo un personaggio. Anzi, due personaggi.

Qual è il tuo rapporto con i critici professionisti e con i book blog?
Scarso. Conosco pochissimi critici e non li frequento. I blog mi piacciono in teoria ma non ho tempo di leggerli. 

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
Quella che mi piace di più, e che per fortuna mi è stata detta più di una volta è questo genere di frase: “Stavo molto male, per questo o quel motivo, e non dormivo la notte, o mi sbattevo come una biscia, ero nera  ecc. ecc. E IL TUO LIBRO mi ha consolata, rallegrata, messa in pace, aiutata a passare le ore..” Queste cose qui. La più brutta non so, non mi hanno mai detto qualcosa di orribile, forse l’avranno fatto alle spalle, meno male, così non ho sentito.

Hai qualche mania come scrittrice?  Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
Ma figurati, scrivo come e quando riesco, a qualsiasi ora, infilandomi fra i vari lavori e incombenze assortite. Quando scrivevo prima a mano e poi passavo sul Mac, usavo solo le stilo,mi fa tristezza scrivere con la biro. Avevo la passione delle Pilot nere. Adesso scrivo direttamente sul Mac. Ecco, non riesco a scrivere sui Pc.

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai avuto voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri?
La copertina che avrebbe voluto Stefania Bertola,
dalla sua pagina Facebook
Voce si, ma non l’ultima parola. Diciamo che ho potere di veto, ma non di scelta. Ad esempio, per questo ultimo libro, Ragazze mancine, avrei voluto la copertina con Bette Davis che ho messo su Facebook, ma all’Einaudi non erano d’accordo, e me ne hanno proposte altre che ho rifiutato. Poi ne ho accettata una che, senza convincermi fino in fondo, mi sembrava comunque abbastanza visibile. Però tra tutti i miei libri, le uniche copertine che veramente rispecchiano il mio essere copertina sono quella di Pierre e Gilles per Biscotti e Sospetti e quella di Botto e Bruno per Il primo miracolo di George Harrison. Forse sono portata alle coppie di artisti. 

Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore ?
Un mio grande desiderio è non consigliare niente agli aspiranti scrittori. Ma proprio dovendo, ora come ora mi pare che il sistema migliore per verificare se quello che scrivi interessi a qualcuno siano tutte le varie forme di auto pubblicazione on line. Gli o le direi: “Scrivi, scrivi, non mandare da leggere a me per favore, scrivi, scrivi, pubblica online e vedi che succede. E fai concorsi, tutti i concorsini e concorsetti che trovi, è matematico che se vali qualcosa prima o poi qualcuno se ne accorge.”

Cosa pensi dell’editoria a pagamento? E dell’autopubblicazione?
Editoria a pagamento, niet. Autopubblicazione, ho già risposto.

Ebook o cartacei?
Uso diverso. Carta per i libri a cui teniamo, per un qualunque motivo. Ebook per le cavolate da leggere e dimenticare, per i libri da portare in viaggio, per le opere di consultazione. Io frequento sia gli uni che gli altri, ma non terrei mai un libro a cui voglio bene nel limbo elettronico del mio Kindle. Lo voglio hic et nunc, solido, con un perimetro, uno spessore, un peso in etti o chili.

Qual è il libro, non tuo, a cui sei più legata?
Uno? E come faccio? Tutto Dickens? I racconti di Hoffman? Emma di Jane Austen? Però, se mi chiedo qual è il libro che mi ha spalancato a viva forza il mondo delle vite parallele, ovvero il piacere della lettura, credo sia stato I Tre Moschettieri.

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Valeria Parrella, Mosca + Balena, dei racconti veramente sensazionali. E poi vi consiglio di tenere d’occhio un giovane autore in uscita tra poco per Sperling & Kupfer: Simone Laudiero. Il suo primo libro mi aveva fatto moltissimo ridere. 

Hai letto le Cinquanta Sfumature?
Ma no!

Qual è Il tuo colore preferito?
Cinquanta sfumature di blu

lunedì 21 ottobre 2013

Interviste rampanti: PAOLO COGNETTI

Protagonista dell'intervista rampante di questa settimana è Paolo Cognetti. Nato a Milano nel 1978, Paolo Cognetti esordisce come scrittore nel 2004, nell'antologia La qualità dell'aria curata da Nicola La gioia e Christian Raimo. Nel 2004 esce la sua prima raccolta di racconti per minimum fax, Manuale per ragazze di successo, seguita nel 2007 da Una cosa piccola che sta per esplodere. Nel 2012, per la stessa casa editrice, pubblica Sofia si veste sempre di nero, finalista al Premio Strega. Cognetti è anche autore di due opere di saggistica: New York è una finestra senza tende,  pubblicata con Laterza, e Il ragazzo selvatico, pubblicato con Terre di Mezzo.
Io ho scoperto Cognetti grazie a Sofia si veste sempre di nero, un romanzo fatto di racconti in cui protagonista è la giovane Sofia. Il libro mi è piaciuto molto e dopo averlo letto ho iniziato a seguire il blog dell'autore (Capitano mio Capitano). Dopo averlo incontrato al festival La grande invasione a Ivrea, ho poi letto anche la raccolta Una cosa piccola che sta per esplodere, che mi ha confermato la sua incredibile bravura nello scrivere i racconti, un genere un po' bistrattato dai lettori ma che meriterebbe invece molta più attenzione.
Ringrazio ovviamente Paolo per aver accettato di rispondere alle mie domande.


Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?
No, dicevo che avrei fatto il falegname. In montagna conoscevo due fratelli che d'estate facevano le guide alpine e d'inverno i falegnami, e mi sembrava una vita ideale. La penso così ancora adesso a dir la verità.

Io ti ho conosciuto grazie alla mitica Sofia e a questo suo romanzo, i cui capitoli sono dei piccoli racconti che potrebbero vivere di vita propria. Poi ho letto anche Una cosa piccola che sta per esplodere, altra raccolta di racconti, questa volta tra loro indipendenti. Come mai prediligi questa forma letteraria, considerando anche che i racconti solitamente non attirano molto il grande pubblico?
Bè, ma se uno parte pensando a cosa attira il grande pubblico non va molto lontano, non credi? Anche perché il pubblico dei lettori è minuscolo, non è proprio la strada giusta per chi sogna di diventare ricco. Quanto al racconto, a me sembra una forma che per certi versi si avvicina alla poesia. Puoi scriverli e riscriverli fino a impararli a memoria. Puoi sperimentare stili, punti di vista, strutture narrative. E ogni parola è importante, da un racconto andrebbero tolte tutte quelle di cui si può fare a meno. In più mi piace l'idea di non dire tutto, in un racconto più che in un romanzo è importante quello che non c'è.

Come sei stato scoperto (o come sei riuscito a farti scoprire) dalle case editrici che ti hanno pubblicato?
Io sono fortunato: pubblico con quella che, da lettore, era la mia casa editrice preferita. Mi sono formato sugli americani di minimum fax, Carver prima di tutto ma anche Moody, A.M. Homes, Charles D'Ambrosio, Peter Orner e tanti altri. A venticinque anni, quando ho avuto in mano un po' di racconti che mi sembravano buoni, sono partito per Roma e sono andato a portarglieli, approfittando di un evento pubblico. E' andata bene, un anno dopo quei racconti sono diventati il mio primo libro.

Qual è il tuo rapporto con i critici professionisti e con i book blog?
Distinguerei tra critico e recensore. Il critico letterario è uno che sa fare un discorso intorno a un libro, è capace di inquadrarlo e capire da dove viene, di collocarlo nel suo tempo è alla fine dire se è un'opera importante o trascurabile, significativa oppure no. Un critico così aiuta anche lo scrittore a capire il proprio lavoro, e a volte succede che tra scrittore e critico ci sia un dialogo costruttivo (a me è successo con Goffredo Fofi e Giovanni Pacchiano, due che stimo molto). I recensori invece commentano secondo il proprio gusto, danno un giudizio o un voto che spesso, tra l'altro, è condizionato da giudizi precedenti, dalle vendite, dai premi, da quello che si dice in giro. Detesto quando un commento comincia con: avevo tanto sentito parlare di questo libro, ma poi, leggendolo... E' come ammettere subito di non essere obiettivi, di averlo letto con dei pregiudizi. Poi per carità, il parere di ogni lettore è legittimo ma uno scrittore sano dovrebbe esaltarsi poco quando ne trova di entusiastici, e non deprimersi per le stroncature. Quelli che valgono davvero sono i commenti che ti fanno scoprire qualcosa del tuo libro che non sapevi, illuminano zone che erano oscure anche per te.

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
Il fatto è che a un libro ci lavoro per anni. Per l'ultimo ce ne ho messi quasi cinque. Anche se uno lo critica o lo contesta, sono contento quando riconosce la serietà del mio lavoro; mi arrabbio o mi offendo quando invece lo definisce inconsistente, superficiale, carino, scontato e così via. Io l'ho scritto in cinque anni, tu l'hai letto in due giorni: può essere che ci siano cose che non hai visto, me la concedi un po' più di riflessione?

Hai qualche mania come scrittore?  Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
Scrivo su dei grandi quaderni a righe, solo alla fine copio tutto al computer. Non ho manie che riguardano luoghi o orari ma il mio quaderno viene con me ovunque, così lo posso tirare fuori al bar, in cima a una montagna o in macchina se ne ho bisogno.

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai avuto voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri?
Sì, e anche questa è stata una fortuna. Sia per "Una cosa piccola" che per Sofia ho lavorato insieme all'illustratore, Alessandro Gottardo, che ha la mia età e vive a Milano. Noi due abbiamo tante cose in comune, siamo subito diventati amici. Io gli passo qualche racconto e un'immagine che ho in testa - la prima volta era una roulotte, la seconda una vasca da bagno - poi Alessandro ne fa qualcosa di tutto suo. 

Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore?
Di conoscere i piccoli editori. Magari di farsi guidare da quello, nella scelta di un libro, più che dalla copertina... (scusa, è un colpo basso!) Sembra impossibile, ma molti ragazzi che vogliono scrivere non sanno elencare nessun editore oltre ai grandi marchi, nessuno scrittore italiano oltre a quelli di best-seller, nessuna libreria indipendente della propria città (e ce ne sono, ce ne sono). Bisogna leggere tanto ma soprattutto leggere bene, leggere libri che valgano qualcosa. E un libraio, un editore, quei libri ti aiutano a trovarli.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento? E dell’autopubblicazione?
Spero che l'autopubblicazione uccida definitivamente l'editoria a pagamento, che è una truffa: ora almeno, se uno proprio ci tiene, il libro se lo pubblica da solo senza dare soldi a nessuno. Dopodiché, penso che il ruolo dell'editore sia fondamentale. Come quello del libraio, di nuovo. E del critico letterario. Sono come setacci che filtrano tutta la sabbia che c'è, e ogni tanto, se va bene, trovano una pepita d'oro.  

Ebook o cartacei?
Ultimamente non ho più abitato in una casa sola, e il vecchio amore per i libri di carta ne ha risentito. Per avere una libreria bisogna essere sedentari, l'ebook è la fortuna del nomade. Sono sicuro che a Chatwin e Kerouac il digitale sarebbe piaciuto molto.

Qual è il libro, non tuo, a cui sei più legato?
I quarantanove racconti di Hemingway. Nove racconti di Salinger. Da dove sto chiamando di Carver. Sono quelli che considero i miei maestri.

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Per restare ai racconti: I ventitré giorni della città di Alba di Fenoglio e Il sistema periodico di Primo Levi. Secondo me sono i loro libri migliori. Tra i viventi ho un debole per Susanna Bissoli (Caterina sulla soglia) ed Elena Varvello (L'economia delle cose), che sono bravissime.

Hai letto le Cinquanta Sfumature?
No, perché? Figurati che mi manca ancora Guerra e pace, ho tanti di quei libri che aspettano di essere letti...

Qual è Il tuo colore preferito?
Il verde.

lunedì 14 ottobre 2013

Interviste rampanti: Simona Baldelli

Protagonista dell'intervista rampante di questa settimana è Simona Baldelli,  scrittrice pesarese  il cui romanzo d'esordio, Evelina e le fate, pubblicato nel 2013 con la casa editrice Giunti, è stata finalista al Premio Calvino.

Il libro è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale in una paesino della provincia di Pesaro e racconta il dramma degli sfollati dal punto di vista di una bambina di cinque anni, che nonostante si renda conto di tutto il male e il dolore che la circonda non perde la sua innocenza e la sua semplicità. Un esordio notevole!
Ringrazio ovviamente Simona per aver accettato di rispondere alle mie domande.


immagine tratta dal sito della Giunti

Da bambina dicevi “da grande farò la scrittrice”?
No, no. Dicevo “voglio fare l’attrice”, e poi l’ho fatto davvero per più di dieci anni, occupandomi in seguito anche di regia e drammaturgia.

Il tuo romanzo d’esordio, Evelina e le fate, parla di guerra e di resistenza, argomenti ancora presenti nella letteratura italiana contemporanea, ma che tu hai presentato da un punto di vista differente, quello dello sguardo di una bambina. E’ stato difficile adattare la tua scrittura all’età della protagonista, per far si che risultasse credibile?
Sì, direi che la parte relativa al linguaggio è stata la più difficile. Avendo scelto di raccontare la storia attraverso lo sguardo di una bambina analfabeta di cinque anni, volevo usare solo parole e metafore che fossero credibili nella sua bocca e nei suoi pensieri e, contemporaneamente, creare una scrittura che non fosse “povera” per un lettore adulto.

Come sei stato scoperta (o come sei riuscita a farti scoprire) dalla casa editrice che ti ha pubblicato?
Sono stata finalista al Premio Italo Calvino 2012. Ormai le case editrici, specialmente le maggiori, corteggiano moltissimo gli esordienti del PIC. Io, personalmente, a 72 ore dalla cerimonia di premiazione, avevo già ricevuto proposte editoriali da cinque case editrici.

Qual è il tuo rapporto con i critici e con i book blog?
Buonissimo, leggo con curiosità recensioni e segnalazioni, specialmente sui blog, poiché sono più liberi di esprimere il loro pensiero in quanto non devono sottostare a “linee editoriali”. Sai meglio di me che le maggiori testate sono spesso collegate a case editrici… In più, per quel che riguarda il mio Evelina e le fate ho avuto solo ottime recensioni. Come posso, dunque, non volergli bene?

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
La più bella, che mi è spesso stata detta è che “il libro è un incanto”. Onestamente, di brutte non ne ho sentite…

Hai qualche mania come scrittrice? Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
Scrivo preferibilmente la mattina, molto presto, quando il cervello è ancora imbrigliato nei sogni. Credo che le prime ore del mattino mi aiutino ad avere una scrittura più immaginifica. 

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai avuto voce in capitolo nella scelta di quella del tuo libro?
Sì, la copertina l’ho costruita insieme alla direttrice della collana, Benedetta Centovalli, ed i grafici della casa editrice. So che di norma gli scrittori non hanno voce in capitolo sulle copertine, ma a Giunti sono attenti anche alle opinioni degli scrittori.

Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore ?
Allora, ammetto che sto per fare una sorta di “copia e incolla” con quanto rilasciato in un’altra intervista, ma sono cose nelle quali credo fermamente e poi, in fin dei conti, copio solo da me stessa… dunque: Leggere, leggere, leggere. Poi, salire sui mezzi pubblici per ascoltare la gente quando è stanca, arrabbiata, sconfortata e quindi parla senza filtri e difese (vengono fuori le verità più assolute), non avere mai idee preconcette e navigare a vista, mangiare cibi sempre diversi (le spezie, oh, le spezie!) e capire perché un vino è sempre diverso dall’altro, ascoltare molto e parlare il giusto; andare al cinema, camminare, possibilmente avere un animale in casa, aiutare gli amici. Provare ad occuparsi delle piccole cose in casa come cambiare un interruttore della luce che non funziona o sturare un lavandino. Ballare e cantare, meglio se contemporaneamente. Essere curiosi, curiosi, curiosi. Fare lavorare meno il cervello e più le mani, gli occhi, la bocca e le orecchie. I pensieri sono brutti da leggere, sanno di pistolotto fatto la domenica mattina da un prete svogliato. I pensieri non si vedono, le cose sì. Meno aggettivi e più sostantivi. Scrivere preferibilmente quando si è un po’ arrabbiati (non tristi, ché si è noiosi, ma arrabbiati!), scrivere quando si è felici, ma poi rileggere quando si è arrabbiati! fare leggere le proprie cose a poche e fidate persone, ascoltare tutti ma non dare retta a nessuno, tener conto delle opinioni ma fare di testa propria. La gente ama sentirsi parlare e non appena può dare un’opinione… infine, sperare nella fortuna. Certo, promuoversi da soli, bussare alle case editrici, alle agenzie, farsi conoscere attraverso blog et similia… ma è dura, dura, dura (a meno di avere tanti Santi in Paradiso…) mandare i propri scritti a festival e concorsi. E sperare di essere finalisti al Premio Calvino, perché allora, qualcosa succede davvero.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento? E dell’autopubblicazione?
Non mi sento di demonizzare chi sceglie l’autopubblicazione per cercare di emergere. Vorrei solo un po’ più di onestà da parte delle case editrici. Credo che sarebbe molto più rispettoso, non solo per gli scrittori ma specialmente per i lettori, se sulla copertina ci fosse una segnalazione che indica se il libro è stato acquistato dalla casa editrice oppure se lo scrittore ha pagato per essere pubblicato. 

Ad, esempio, una piccola casa editrice la Zero91, sta facendo una campagna di sensibilizzazione molto importante su questo argomento ed ha creato un logo, che qui ti allego, che potrebbe essere inserito sulle copertine dei libri che non sono stati pubblicati con il finanziamento diretto dello scrittore. Spesso i libri editi con il sistema dell’autopubblicazione, non hanno subito nessuna selezione, sono fatti a volte senza cura, non hanno avuto editing, correzione di bozze, sono pieni di errori, strafalcioni, non tutti, chiaro, ma la maggior parte sono così, poiché è chiaro che vengono pubblicati non perché un editore crede ed investe su un autore, ma perché rappresenta semplicemente un “business”. I lettori dovrebbero sapere tutto ciò. E poi scegliere.


Ebook o cartacei?
Personalmente preferisco i cartacei. Ma la lettura è una cosa talmente personale ed intima, che credo ognuno debba poter scegliere il suo “mezzo di comunicazione” ideale.

Qual è il tuo romanzo preferito, quello a cui sei più legata?
Aspetta primavera. Bandini di John Fante. Quando ho letto quel libro ho provato una specie di folgorazione, davvero e mi sono detta: voglio provarci anch’io! Riesci dunque ad immaginare l’emozione quando, lo scorso 23 agosto, ho ricevuto il Premio Letterario John Fante, e proprio dalle mani dei figli, Dan e Victoria? 

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Sarebbero tantissimi. Ne indico due: uno è Il birraio di Preston di Andrea Camilleri (non ha nulla a che fare con la serie di Montalbano) e l’altro è Il tempo è un dio breve di Mariapia Veladiano.

Hai letto le Cinquanta Sfumature?
No. Ma non per snobismo, è che proprio non me n’è venuta voglia. Io leggo un libro principalmente “per come” è scritto e non per “per quello” che racconta. E quel che avevo potuto leggere nei vari stralci pubblicati sulla stampa, non mi aveva granché incuriosita. E non mi è sembrato neppure particolarmente intrigante dal punto di vista dell’eros. Una roba da bistecche e salsicce, piuttosto. Nulla  a che fare, ad esempio, con la raffinatezza de L’amante di Lady Chatterley.

Qual è Il tuo colore preferito?
Il rosso. Ma proprio rosso, senza sfumature…