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lunedì 9 gennaio 2017

ORFANI BIANCHI - Antonio Manzini

Chi è il colpevole? La storia, il nostro paese, il capitalismo, la fame, la sventura, il destino? Se lo scelga lei. Però su una cosa vorrei farla ragionare. Che paese è quello che ti costringe a partire e andare a vivere in una famiglia straniera incapace di badare ai propri anziani costringendoti a sputare sulla tua?

Non è stato semplice decidere con quale aneddoto personale legato al mondo delle badanti iniziare la recensione di Orfani Bianchi, l'ultimo romanzo di Antonio Manzini pubblicato da Chiarelettere.

Quello della zia di mia madre, che, stando a certe leggende tramandate dai parenti, ha cacciato quattro o cinque badanti, tra cui una inseguendola con il bastone, prima di trovarne una con cui andasse talmente d’accordo da insegnarle addirittura la sua ricetta segreta per fare la pasta? Quello di quella ragazza che sarebbe dovuta arrivare a casa dei miei genitori verso le 10.30 di una mattina di agosto del 2002 e che ancora oggi non si è vista? O quando quella volta mi sono ritrovata coinvolta in un’assurda conversazione con una persona che sosteneva che tutte le badanti sono brutte persone, perché chi parte e lascia i propri figli è sicuramente una cattiva madre (rimanere senza aver nulla da dare da mangiare, a questi figli, è molto meglio invece)?

Ne avrei anche altri a disposizione, in realtà, alcuni bruttissimi, altri molto belli, accumulatisi nel corso degli anni. Ma pensandoci quello che più mi sembra adatto per parlarvi di questo libro è successo pochi giorni fa, proprio il giorno dopo averlo finito. Ero in una sala d’aspetto all’ASL e, nell’attesa, ho scambiato due chiacchiere veloci con uno sconosciuto, che mi raccontava trafelato che era tutta la mattina che rimbalzava da un ufficio all’altro per recuperare tutto il necessario per il ritorno a casa dall’ospedale di qualcuno. Era preoccupato di non farcela, che il letto e il materasso non arrivassero in tempo, che mancasse sempre qualcosa. Era preoccupato di ritrovarsi completamente impreparato. 
Questo aneddoto, abbastanza banale (e comune, se bazzicate un po’ in quegli ambienti dell’ASL), mi ha fatto capire quanto davvero mi avesse fatto arrabbiare la lettura di Orfani Bianchi di Antonio Manzini.

Il romanzo racconta la storia di Mirta, una giovane donna moldava trasferitasi a Roma in cerca di lavoro, per poter mantenere il figlio Ilie, rimasto a casa con la nonna. All’inizio, Mirta lavora come badante, poi, quando il figlio della signora che accudisce decide di mettere la madre in casa di riposo per venderne la casa, si ritrova a vivere in un minuscolo appartamento con altre donne e a far le pulizie, con uno stipendio ridicolo. Proprio in quei giorni, Mirta viene raggiunta dalla notizia della morte della madre. La donna torna in patria per il funerale e, soprattutto, per cercare di capire che cosa fare adesso con il figlio: a Roma con sé non lo può portare e nessuno dei pochi, e poverissimi, abitanti del suo paese può ospitarlo. Resta solo una soluzione, quella più terribile: metterlo in un internat, una sorta di orfanotrofio che raccoglie sia i bambini rimasti senza genitori sia quelli, come Ilie, che li hanno all’estero, in cerca di lavoro e di fortuna. Gli orfani bianchi, appunto. Tutti sanno quanto tristi e squallidi siano quei luoghi. Quanta sofferenza ci sia. Ma Mirta non vede altra soluzione e si convince che sarà solo una cosa temporanea. Quindi lascia il figlio lì e riparte per Roma. La fortuna, fin a quel momento avversa, sembra a un certo punto girare: grazie all’intervento dell’amico Pavel, Mirta riesce a trovare un nuovo lavoro come badante, in una lussuosa villa su un colle romano, che le garantisce uno stipendio altissimo. Mirta deve solo resistere qualche mese, tra le angherie della anziana signora che accudisce e il clima da caserma impostole dall’intera famiglia che l’ha assunta, e poi potrà andare a riprendere Ilie e iniziare una nuova vita. Ma qualcosa, ancora una volta, va storto.

Dicevo che Orfani bianchi mi ha fatto arrabbiare molto, anche se me ne sono resa conto solo da un certo punto in poi. Fino a circa metà, lo stavo trovando un libro molto bello e, soprattutto, stavo provando una pena infinita per Mirta e per la sua vita sfortunata, che è molto comune a quella di tanti, tantissimi stranieri dell’est che sono qui in Italia per sfuggire alla povertà del loro paese e per garantire a chi invece ci è restato una vita migliore.

Antonio Manzini, però, secondo me fa due errori. Il primo è nel finale, che ho trovato molto frettoloso, con tanti, troppi elementi presentati e poi lasciati lì (che ne è della signora Eleonora, per esempio?), e soprattutto tanto, troppo, davvero troppo tragico. Cercava forse la lacrima, la commozione, l’eccessivo stupore nel lettore. Certo, non mi aspettavo un lieto fine, questo no. Ma nemmeno che tutto finisse così, velocemente.

Il secondo errore per me è ancora più grave, ed è quello che più in assoluto mi ha fatto arrabbiare. In Orfani bianchi si generalizza troppo: italiani cattivi, italiani menefreghisti, italiani incapaci di accudire i propri cari. E ce ne sono, in effetti. Ce ne sono anche tante, di persone che ricorrono alle badanti o alle case di riposo per menefreghismo. Ma ce ne sono anche tante, tantissime che invece cercano questo genere di aiuto perché semplicemente non hanno altra soluzione, perché semplicemente da soli non ce la possono fare. Tantissime persone che farebbero di tutto pur di garantire il massimo benessere possibile alle persone a cui vogliono bene, anche fare su e giù tra mille uffici in una fredda mattinata d’inverno, come il signore che ho trovato l’altro giorno nella sala d’aspetto.
Non c’è assolutamente nulla di male o di deprecabile, nel farsi aiutare da qualcuno.
E poi, anche tra le badanti, di qualunque nazionalità siano, ci sono persone oneste e persone disoneste, persone eccezionali e altre davvero spregevoli. 
In questo libro, la dicotomia, la contrapposizione è davvero troppo forte, troppo generalizzata, con continue citazioni che fanno riferimento a quanto ingrati, anzi stronzi, siano gli italiani.
Adesso siamo lontani, tanti chilometri ci dividono, ma presto le cose andranno meglio e noi non saremo mai una famiglia così. Io se potessi starei lì, accanto a te e a nonna a vivere insieme e fare le cose insieme. Qui in Italia ognuno vive per i fatti suoi. Hanno tutto ma sorridono poco e non gli viene da essere felici. Per questo la signora Olivia mi fa una tenerezza enorme. La lasciano qui, con me, un'estranea che viene da lontano. E quando se ne andrà, forse avrà solo i miei occhi accanto. Quelli di una sconosciuta che le sta vicino solo per il mensile.
Questa scelta, probabilmente voluta, per estremizzare al massimo il concetto, butta al vento la possibilità di aprire una riflessione più seria e più profonda su un tema di cui, in effetti, non si parla poi così tanto.

Orfani bianchi è sicuramente scritto bene (non credo ci sia bisogno che sia io a dire che Antonio Manzini sa scrivere bene) e altrettanto sicuramente mette bene in luce la povertà e la disperazione che spingono persone a lasciare il proprio paese e la propria famiglia in cerca di un posto migliore. Però forse ha calcato un po’ troppo la mano, forse conosce troppo poche storie di famiglie che hanno fatto ricorso a una badante per accudire qualcuno e si è fermato alla soluzione più facile, quella che fa più scalpore e fa più indignare.
Sbagliando, secondo me.


Titolo: Orfani bianchi
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 256
Editore: Chiarelettere
Anno: 2016
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Orfani bianchi
formato ebook: Orfani bianchi

giovedì 10 novembre 2016

ROCCO SCHIAVONE - LA SERIE - il mio parere spassionato sulla prima puntata

Ieri sera su Rai2 è andata in onda la prima puntata di Rocco Schiavone, la serie tv tratta dai romanzi di Antonio Manzini pubblicati da Sellerio, che hanno come protagonista l’omonimo vice questore.
Se mi seguite già da qualche tempo, saprete quanto io sia innamorata di Rocco Schiavone: questo vice questore romano, spedito in punizione in Valle d’Aosta, che proprio non riesce ad adattarsi a quel clima così diverso e si ostina, nonostante il freddo e le condizioni climatiche avverse, ad andare in giro solo con un loden e con le Clarks. È davvero un gran personaggio, quello inventato da Antonio Manzini: un poliziotto un po’ burbero, che adora farsi una canna non appena arriva in ufficio al mattino, che non sempre è così rispettoso della legge che dovrebbe difendere e che, soprattutto, ha un doloroso passato alle spalle, che nei romanzi si scopre pian piano.

Sono innamorata di Rocco Schiavone, vi dicevo, e quindi quando ho saputo che sarebbe andata in onda una serie tv, sono stata molto combattuta tra un incontenibile entusiasmo e la paura che rovinassero tutto (e il fatto che la serie sarebbe stata per la Rai alimentava parecchio questa paura). Poi s’è scoperto che l’avrebbe scritta Antonio Manzini stesso, insieme con Maurizio Careddu, che sarebbe stata girata da Michele Soavi e, soprattutto, che a interpretare Rocco sarebbe stato Marco Giallini. Che è esattamente come io mi ero immaginata Rocco Schiavone leggendo i libri.
E quindi ieri (ma anche i giorni precedenti, in realtà) ho passato la giornata aspettando che arrivassero le 21.10 e che la prima puntata, tratta dal primo romanzo (Pista Nera), incominciasse.
Io, sul divano, mentre aspetto che inizi la puntata (foto di Luca, tutto intento a trollarmi)

Poi, una volta finita, ho scritto qualche commentino veloce su Facebook, per poi aspettare che passasse una notte per schiarirmi bene le idee e parlarvene come si deve. Alcune impressioni, dormendoci su, sono rimaste esattamente le stesse. Qualcuno è peggiorata.

I PERSONAGGI
Come dicevo prima, Marco Giallini È Rocco Schiavone. Ed è di una bravura incredibile. È riuscito a interpretare bene tutte le caratteristiche tipiche di questo personaggio: la sua apparente antipatia e stronzaggine, il suo menefreghismo per le regole, la sua dolcezza in determinati momenti e situazioni.
Ma è Rocco Schiavone anche nel senso che, se non ci fosse lui, la serie sarebbe un disastro. Se li mangia tutti, gli altri personaggi, ridotti, forse per esigenze di copione, forse per inesperienza degli attori che li interpretano, a delle mere macchiette.
Italo Pierron nel libro è ben caratterizzato: un poliziotto un po’ timido ma che con Rocco instaura subito un grande rapporto, nonostante la soggezione iniziale. Nella serie tv, almeno nella puntata di ieri, sembra un po’ uno scemo. Come se non sapesse molto bene che cosa deve fare ( o provasse soggezione per la bravura di Marco Giallini).
E lo stesso si può dire più o meno di tutti gli altri personaggi. I due poliziotti scemi; la Rispoli (di cui lacaratteristica principale emersa ieri è solo ed esclusivamente il bel sedere); Nora, che compare per meno di cinque minuti, mentre nel libro aveva un ruolo notevole; e anche i protagonisti dell’omicidio.
Si salva Isabella Ragonese, bravissima anche lei a rendere davvero commoventi le scene tra Rocco e Marina (soprattutto se avete letto i libri).

Si può basare un’intera serie tv sulla bravura di uno solo dei suoi protagonisti? Secondo me, no. E infatti Marco Giallini mangia tutti gli altri.



LA FEDELTÀ AL LIBRO
Fedele è fedele. Quasi troppo, verrebbe da dire. Perché, per inserire dentro alla puntata tutte le cose che succedono nel libro, molte sono state solo accennate, abbozzate, rendendole a volte incomprensibili, a volte semplicemente inutili.
È ovvio che è impossibile far stare in una trasposizione televisiva di due ore tutto quello che c’è in un libro di 275 pagine. E quindi forse qualcosa avrebbe potuto essere sacrificato… o si fa bene o non si fa, insomma. (Per esempio, ha reso pochissimo la scena del tir che Rocco, Sebastiano e Italo fermano una sera per smerciare quello che ci dovrebbe essere dentro… e quella nel libro era una scena importante, anche per capire meglio il carattere di Rocco).
Anche lo svolgimento della trama principale (di cui non vi dico nulla, tranquilli, così se non avete visto la serie o letto il libro non avete problemi) è stato un po’ troppo frettoloso e, secondo me, non del tutto comprensibile. Ho capito cosa è successo, ho capito chi è stato, ma in tv viene reso talmente tanto in fretta che arrivi alla fine e pensi “aspetta, siamo già qui?”.
E poi, come dicevo prima, c’è il discorso personaggi. Anche loro solo abbozzati (con alcuni riferimenti incomprensibili o precisati solo con una frasetta in mezzo alle altre) e, in qualche modo, rovinati.

LA REGIA, I DETTAGLI E ALTRE COSE BUFFE
L’atmosfera valdostana del libro viene ricreata perfettamente anche nella serie. Il problema, però, è che ci sono molti dettagli e molte scene un pochino strane, e a volte anche ridicole.
Tipo il momento in cui Rocco, Italo e il maestro di sci sono sulla motoslitta, che si vede lontano un miglio essere finta (ma ci può stare, per carità) e, soprattutto, fatta male.
Oppure il fatto che Rocco in una scena abbia la barba e in quella immediatamente dopo non ce l’abbia più. E una cosa simile succede anche con le scarpe (scende dall’auto con gli scarponcini e sale sul tetto con le Clarks) e con la neve nei dintorni (vi assicuro che quando nevica in Valle d'Aosta come nelle prime scene della puntata, difficilmente dopo due giorni la neve è andata via tutta).
E poi, ma qui forse è colpa mia, a volte non riuscivo a capire che cosa dicessero i vari personaggi. (Per non parlare della questione accento valdostano, completamente ignorato).


IL MIO GIUDIZIO FINALE
Marco Giallini vale tutta la serie. Lui e le scene con Marina.
Senza di lui, temo che farebbe un pochino pena. Lui, con la sua eccezionale bravura, con il suo essere davvero Rocco Schiavone, riesce a salvare quasi sempre il tutto, anche se a volte la noia e il piattume prendono il sopravvento.
Non so se la percezione cambia se si ha letto il libro oppure no. Il mio compagno, seduto accanto a me per tutta la serata (quanta pazienza che hai, amore!), il libro non l’ha letto e la serie lo ha convinto ancora meno di quanto non abbia convinto me.
E quindi non lo so. Sicuramente guarderò anche le altre puntate (venerdì 11 c'è quella tratta da La costola di Adamo, uno dei miei preferiti della serie di Manzini), un po' perché magari migliorano, un po' perché rimane sempre Rocco Schiavone. E sicuramente da una fiction Rai non ci si poteva forse aspettare molto di più.

Però, ecco, i libri ancora una volta sono davvero un’altra cosa.

martedì 19 luglio 2016

7-7-2007 - Antonio Manzini

Aspettavo il nuovo romanzo di Antonio Manzini con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone fin da quando ho girato l’ultima pagina di quello precedente, Era di maggio, più o meno un anno fa.

L’incredibile differenza che esiste tra il tempo che ci va a scrivere un libro e quello che ci mette un lettore per leggerlo è una di quelle cose che più di tutte turba la mia vita di lettrice. Tu aspetti un anno, ma anche di più in altri casi, per avere tra le mani qualcosa che poi finisci in pochi giorni, ma anche di meno, e via, riparte l'attesa.

7-7-2007, da poco pubblicato da Sellerio, è un esempio lampante. Rocco Schiavone mi mancava terribilmente, al punto da correre in libreria a prendere questa sua nuova avventura praticamente lo stesso giorno in cui è uscita.
E, all'attesa dovuta al mio personalissimo innamoramento per questo burbero poliziotto e per lo stile di Manzini, si aggiungeva quella per le spiegazioni che sapevo già che in questo libro sarebbero arrivate.

7-7-2007 inizia in Valle d’Aosta, pochi giorni dopo la fine del romanzo precedente. C’è un Rocco Schiavone incazzato e tormentato, da quanto successo nel romanzo precedente e, soprattutto, dal suo passato e dal suo amore per la moglie Marina. Inizia in Valle d’Aosta, dicevamo, e poi si sposta a Roma, all’estate del 2007 appunto, quella in cui tutto è incominciato. È più giovane, Rocco, ma è sempre un po’ burbero, sempre un po’ al limite tra il rispetto della legge che la divisa gli impone e quello che invece gli fa fare la sua ragione. Ed è innamorato, follemente, di sua moglie, che però questa suo scarso rispetto per le regole non sa se riesce ad accettarlo.
Di sfondo c’è un’indagine di droga e spaccio, una cosa all'apparenza banale, ma che segnerà per sempre la sua vita.

Della trama non vi dico nient’altro, anche perché chi conosce Rocco Schiavone sa benissimo che cosa scoprirà in questo nuovo libro e chi invece ancora non lo conosce sarebbe meglio non partisse da qui.
Quello che posso dire però è che una cotta letteraria così forte non me la prendevo da un bel po’. Forse dai tempi dell’avvocato Guerrieri di Gianrico Carofiglio, verso cui però la passione è scemata in fretta. Rocco Schiavone è un figo, non saprei in che altro modo dirlo. Nel suo modo di essere, così burbero, a volte persino stronzo, eppure con una certa sua etica e una sua dolcezza nascosta, che riserva davvero solo a chi se la merita.

Antonio Manzini è riuscito a creare un grandissimo personaggio e a non rovinarlo nemmeno dopo cinque romanzi. Certo, dopo Era di maggio qualche dubbio ho iniziato ad averlo, ma in 7-7-2007 si riprende alla stragrande, creando un giallo davvero ben riuscito (e facendomi pure versare qualche lacrimuccia).

L'unico vero problema è che ora bisogna aspettare, di nuovo, il prossimo.


Titolo: 7-7-2007
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 370
Editore: Sellerio
Anno: 2016
Acquista su Amazon:
formato brossura: 7-7-2007

giovedì 7 gennaio 2016

SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO - Antonio Manzini

Giorgio sudava. Sentiva un prurito alle mani. «I libri non sono azioni, non sono saponette».
La Celletti scoppiò di nuovo a ridere. Poi ingoiò la caramella. «Da uno scrittore mi sarei aspettata qualcosa di più. Sempre con queste saponette, ma che v'hanno fatto le saponette? Cosa avete contro le saponette? Io amo le saponette, se il pubblico vuole le saponette. E amo i pop corn, se sono quelli che la gente chiede! Noi guardiamo solo ai gusti del pubblico. E le farà lo stesso».


Se bazzicate un po’ nel mondo dei libri e delle case editrici, come addetti ai lavori ma anche da semplici appassionati, saprete tutti benissimo della recente fusione tra i due grandi colossi editoriali italiani, Mondadori e Rizzoli (che da questo momento chiameremo simpaticamente Mondazzoli).
Insieme, questi due grandi gruppi editoriali possiedono ora circa il 40% del mercato editoriale italiano. Una cifra impressionante, a mio avviso, se si pensa a quanti siano gli altri editori a spartirsi il rimanente 60%. Per il lettore, almeno per il momento, non è cambiato nulla. Una certa standardizzazione forse c’era già e ci siamo sentiti abbastanza consolati dal fatto che Adelphi, forse la più pregiata casa editrice presente nei due gruppi, se ne sia andata prima che la fusione succedesse. Qualche conseguenza però, inevitabilmente, ci sarà. Riguarderà forse più gli autori, rappresentati dall’uno o dell’altro gruppo, la distribuzione, la potenza nei premi letterari.
Non so dire se il silenzio degli scrittori sia stato assordante o normale amministrazione. Qualcuno la sua opinione l’ha espressa (e qualcun altro, per non fare nomi Andrea De Carlo, prima ha detto «no , è uno schifo!», poi però non ha avuto il coraggio di prendere e andarsene come altri in Bompiani hanno fatto… scelte personali, del tutto rispettabili, ma almeno stai zitto prima no?), qualcun altro ha fatto scelte più eclatanti, s’è alzato e se ne è andato. Mi aspettavo qualche considerazione in più, devo dire la verità, ma mi rendo anche conto della difficoltà degli scrittori a esprimersi su qualcosa che potrebbe poi toccarli da vicino.

E forse è per questo silenzio e per questa curiosità verso le opinioni di chi i libri li scrive, che sono stata attratta così tanto da Sull’orlo del precipizio di Antonio Manzini, un racconto da poco pubblicato nella bella collana Il divano di Sellerio.

Ovviamente non c’è Rocco Schiavone qui e non siamo in Val d'Aosta, come nei precedenti romanzi dello scrittore romano.
Al suo posto c’è Giorgio Volpe, il più grande scrittore italiano contemporaneo, che ha appena terminato la stesura del suo ultimo romanzo, Sull’orlo del precipizio appunto, ed è pronto a mandarlo alla sua storica casa editrice, la Gozzi, per l’editing e la pubblicazione. Una formalità, pensa lui. Se non fosse che proprio in quei giorni la Gozzi si è unita ad altri due grandi editori italiani, Bardi e Malossi, per formare un mega colosso editoriale. Giorgio Volpe continua a essere tranquillo, è uno scrittore famoso lui, e nessuno si permetterebbe di mettere in dubbio il suo lavoro. Quando però gli piombano in casa due editor mai visti prima, uno dei quali con evidenti difficoltà a parlare italiano, e, soprattutto, quando nessuno della casa editrice sembra voler rispondere alle sue telefonate, un po’ di paura inizia a provarla. Che diventa vero terrore, quando capisce che uscirne sarà davvero difficile e che forse l'unica cosa che può fare è davvero piegarsi.

In questo racconto Antonio Manzini crea uno scenario apocalittico per il mercato editoriale italiano, fortunatamente per ora ben lontano dalla nuova realtà che Mondazzoli ha creato. Gli editori piccoli e di qualità esistono (e resistono) ancora, i libri hanno tutti ancora un certo spessore, senza strani tagli e semplificazioni, e la standardizzazione dei testi non è cambiata in alcun modo rispetto a prima. Certo, potrebbe succedere, come può sempre succedere quando qualcosa di così grosso e importante, come la cultura e la letteratura di un paese, si concentrano nelle mani di pochi. 
Però, ecco, Giorgio Volpe e la sua storia sono un’esagerazione. Voluta, sicuramente, ma forse davvero troppo apocalittica. Un po’ perché tiene conto solo degli scrittori famosi, a volte forse un po’ adagiati sugli allori del loro successo passato e quindi non sempre capaci di accettare un cambiamento (non che il cambiamento proposto nel racconto sia auspicabile, sia chiaro!), e non dice che cosa succede a quelli meno conosciuti e meno importanti. Ma soprattutto perché non tiene conto di chi dà il lavoro a scrittori e editori, ovvero i lettori.
Sì, siamo pochi, A fronte di una popolazione di 65 milioni di abitanti cosa vuoi che siano 500 mila lettori? Niente, meno dei consumatori del latte di soia, ma abbiamo ancora, e per fortuna direi, la capacità di distinguere un libro buono da un libro meno buono. Non tutti, certo, ché i gusti di questi 500 mila lettori sono molto vari e non sempre condivisibili, ma alla fine nessun lettore permetterebbe mai che succedesse quello che succede in Sull’orlo del precipizio. (No, nemmeno la traduzione in italiano dei Promessi Sposi, per quanto qualche studente del liceo non vedrebbe l’ora).

Sull’orlo del precipizio è scritto indubbiamente bene e mostra un Antonio Manzini che io non conoscevo (ma io ho letto solo i romanzi con Rocco Schiavone, quindi forse non faccio tanto testo), in grado di destreggiarsi bene anche con la satira. Forse, però, è un po’ troppo prematuro per i tempi in cui siamo, e più che un monitoo, un avvertimento a prendere consapevolezza di quel che sta succedendo o potrebbe succedere, rimane davvero una semplice esasperazione. Divertente, ma non molto efficace.


Titolo: Sull'orlo del precipizio
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 120
Editore: Sellerio
Prezzo di copertina: 8€
Acquista su Amazon:
formato brossura:Sull'orlo del precipizio
formato ebook: Sull'orlo del precipizio

mercoledì 26 agosto 2015

ERA DI MAGGIO - Antonio Manzini



Che sono innamorata di Rocco Schiavone ve l’ho già detto, vero? Mi sembra proprio di sì, quando ho recensito Pista nera, La costola di Adamo e Non è stagione. Ma è sempre meglio ripeterlo, così da mettere le mani avanti nel caso la recensione di Era di maggio, ultima avventura del vicequestore nato dalla penna di Antonio Manzini, risulti un po’ troppo entusiasta.
Sono innamorata di Rocco Schiavone forse addirittura di più di quanto non lo sia stata in passato del Guido Guerrieri di Gianrico Carofiglio. 
Forse perché Rocco è più rude ma in realtà ha un cuore tenero, forse perché non è così onesto come ci si aspetterebbe, forse perché il suo passato è tanto triste e doloroso. Non lo so, però da quando l’ho scoperto aspetto una sua nuova avventura sempre con molta trepidazione.

Era di maggio (che è uscito a fine luglio quindi mi sa che adesso avrò un bel po’ da aspettare, visto che i tempi di scrittura e quelli di lettura sono ben distanti tra loro) riparte esattamente da dove era finito Non è stagione. La fidanzata di un amico di Rocco è stata uccisa quando si trovava ospite a casa del vicequestore e appare chiaro a tutti che il vero obiettivo era proprio lui. Il passato di Rocco torna quindi a rifarsi vivo e, ancora una volta, l’uomo si ritrova a fronteggiare dei sensi di colpa che forse non lo abbandoneranno mai. Mentre cerca di indagare su quanto successo, con frequenti viaggi a Roma, anche il caso di mafia e appalti truccati che sembrava risolto con il ritrovamento della figlia Pietro Berguet, rapita nel volume precedente, ritorna in auge, a seguito di una misteriosa morte...

Era di maggio è un libro di transizione, di difficile lettura senza aver letto il precedente e che lascia in sospeso tante cose per un seguito (quindi se non avete mai letto nulla di Antonio Manzini e di Rocco Schiavone, non partite da qui, perché ci capireste davvero poco).
La storia di Rocco e del suo passato sta diventando sempre più predominante rispetto a una vera e propria trama gialla, fatta di omicidi e indagini, segno evidente che Antonio Manzini sta ponendo le basi per qualcosa di grosso, fornendo al lettore indizi via via sempre più grandi.

Questa volta, però, ho trovato un po’ più confusi e difficili da seguire i vari spostamenti del protagonista su e giù per l’Italia e sviluppate in modo forse un po' troppo frettoloso le indagini del crimine in Valle d'Aosta.
E poi c'è quel finale aperto, troppo aperto, che lascia in sospeso tante, tantissime cose, che un pochino mi ha disturbato (anche perché non è una serie tv, che la puntata successiva arriva al massimo una settimana dopo... l'attesa per il prossimo potrebbe essere lunga)
Lo stile di Manzini, però, è talmente appassionante e coinvolgente, così come il personaggio di Rocco e tutti quelli di contorno sono talmente ben caratterizzati, che l’autore può permettersi di giocare con la pazienza dei lettori ancora un po’, senza correre grossi rischi di stancare nessuno.

Sperando non ci faccia attendere troppo per un nuovo seguito. Che quel gran figo di Rocco Schiavone già mi manca un sacco.

Titolo: Era di maggio
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 381
Editore: Sellerio
Anno: 2015
Acquista su Amazon:
formato brossura: Era di maggio
formato ebook: Era di maggio

venerdì 29 maggio 2015

Interviste rampanti: ANTONIO MANZINI

Tornano le interviste rampanti! E il primo protagonista di questa nuova tornata è uno scrittore che ho scoperto da poco e per puro caso, per poi appassionarmici tantissimo. Sto parlando di Antonio Manzini, sceneggiatore, regista e scrittore, creatore del vicequestore Rocco Schiavone, protagonista di Pista nera, La costola di Adamo e Non è stagione, oltre che di altri racconti gialli tutti pubblicati da Sellerio.

No ma Manzini non ci piace, eh...

L'ho scoperto per caso, vi dicevo, e me ne sono innamorata. Sarà che abito molto vicina ai luoghi in cui sono ambientati questi tre romanzi, sarà che ho una passione per i romanzi dei giallisti italiani... non lo so. Però ho divorato questi suoi tre romanzi in poco e a poca distanza l'uno dall'altro (anche se l'ultimo non l'ho ancora recensito) e, quando ho pensato di riportare in vita queste interviste, lui è stato il primo autore che mi è venuto in mente. E sono contenta e lo ringrazio per aver accettato., perché così ho scoperto che ha scritto anche altri romanzi in passato (certo che anche io potevo informarmi prima di chiederglielo eh...) e, soprattutto, che il mio vicequestore preferito sta per tornare.

Ringrazio quindi Antonio per aver accettato e vi lascio alle sue risposte!

Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?
No. Volevo fare l’archeologo.

Come è nato il personaggio di Rocco Schiavone? E perché hai scelto di mandarlo in esilio proprio in Val d’Aosta? 
Io non lo so com’è nato Rocco. Piano piano, forse, n pezzo alla volta. Ci pensavo, poi lo lasciavo lì, ha avuto un paio di scritture prima della definitiva (anche il nome è cambiato) e poi è arrivato. La val d’aosta ha due ragioni. La prima, più superficiale, mi piaceva calare un trasteverino doc in una realtà lontana da lui mille miglia. Insomma, creare un fish out the water è sempre una bella molla narrativa. Forte della mia conoscenza pluriennale della Valle. La seconda poi è legata alla morfologia della Valle. Montagne altissime, le più alte d’europa, ghiacciai eterni, valli chiuse, battezzate poco dal sole, difficili da raggiungere, insomma quel panorama ricorda troppo l’interiorità di Rocco. Lui non lo sa, ma si somigliano

Hai mai pensato di scrivere un romanzo con un altro protagonista?
Sì, ne ho già scritti. Uno per Fazi editore, anni fa, si chiamava Sangue marcio. L’altro La giostra dei criceti per Einaudi,

Per Sellerio hai pubblicato sia romanzo sia racconti, all'interno di quelle raccolte “a tema” che escono per le festività. Con quale dei due generi ti trovi più affine? E’ più “difficile” scrivere un romanzo o un racconto, per te?
Ognuno ha la sua difficoltà. La struttura del racconto è più ferrea, soprattutto se si tratta di un racconto giallo. Spesso devi rinunciare a step narrativi cercando di concretizzare presto e subito, con poche pennellate, il mondo che stai provando a raccontare. Il romanzo è tutt'altro. Puoi prenderti anche delle pause. Poche, perché il lettore se ne accorge subito e castiga immediatamente. Per fare un parallelo con la pittura, il racconto è un disegno a carboncino, il romanzo un affresco.

Come sei stato scoperto ( o sei riuscito a farti scoprire)dalla casa editrice che ti ha pubblicato?
Con la Sellerio mandando il manoscritto. Ma ero forte di due pubblicazioni precedenti che qualcosa credo abbiano contato.

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
Di cose belle me ne hanno dette tante. Che il libro fa ridere e commuove e si fa leggere in maniera spedita ma non è un racconto superficiale. Anche di brutte me ne hanno dette. Ma le tengo per me.

Hai qualche mania come scrittore?  Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
No. Nessun vizio. Vorrei perdere quello di fumare, che quando scrivo tendo a esagerare.

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri?
Sai, Sellerio è blu. E scelgono un dipinto o un disegno. Spesso me lo fanno vedere prima. Ma sono talmente bravi che raramente non sono stato d’accordo. Anzi, il più delle volte mi stupiscono.

Quali sono i libri che più hanno influenzato la tua vita, come narratore ma anche come uomo?
La montagna incantata, Delitto e castigo, I racconti di Cecov, Morte a credito, Un uomo vero ma potrei andare avanti fino a tarda notte.

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Niccolò Ammaniti. Uno qualsiasi.

I dati sul numero di lettori in Italia peggiorano di anno in anno. Secondo te, perché? Pensi che sia giusto cercare di convincere un non lettore a leggere? E se sì, da dove bisognerebbe partire?
Credo che i dati dipendano dalla crisi. I beni voluttuari, libri, cinema, teatro e mostre, sono i primi a pagarne lo scotto. Un non lettore deve avvicinarsi da solo se vuole alla lettura. Non è qualcosa di misterioso. Ha fatto la scuola (forse il modo di insegnare la letteratura ha qualche responsabilità) e sa dove sono le librerie. Ma il distacco fra gli italiani e la lettura credo dipenda molto dalla nostra storia. Insomma, inglesi, francesi, russi hanno una tradizione centenaria, il romanzo fa parte del tessuto connettivo di quelle società da anni. Noi siamo un po’ in ritardo. Forse le generazioni a venire colmeranno quella lacuna. E poi credo che in un paese dove per anni si è detto che con la cultura non si mangia e si è insistito nel portare la gente a guardare pessima televisione, difficilmente si sarebbe potuto allargare il numero dei lettori.

Quando uscirà il prossimo romanzo con Rocco Schiavone? (e già che ci sono, posso suggerirti di ambientarlo al Forte di Bard?)
Al forte prima o poi andrà… a Luglio, credo. Fine Luglio

Qual è il tuo colore preferito?
Rosso

venerdì 13 marzo 2015

LA COSTOLA DI ADAMO - Antonio Manzini

Bene, mi sono innamorata di Rocco Schiavone. Sì, lo so che ero già innamorata di Guido Guerrieri e un po’ di anche di Massimo del BarLume, però il bello dei libri è che ti puoi innamorare di tutti i personaggi che vuoi senza che nessuno di loro si ingelosisca.
La scintilla con Rocco Schiavone si era già accesa con Pista Nera, il primo romanzo della serie scritta da Antonio Manzini. Già lì si era dimostrato un duro con un cuore, uno stronzo ma con un’etica (ok, sempre un po’ sul confine tra legale e illegale), oltre che un bravo investigatore. E ora, con La costola di Adamo, la scintilla si è trasformata in fuoco vivo.

Rocco, che continua a indossare le Clarks e il loden sebbene ormai abbia capito che ad Aosta fa freddo, si ritrova a indagare su uno strano suicidio. C’è una casa in disordine e una donna appesa a un lampadario in una stanza buia. Che qualcosa non torni se ne accorgerà quasi subito. Come si fa ad impiccarsi al buio? A disturbare le indagini, che lo porteranno a conoscere piccoli delinquenti locali, mariti apparentemente devoti, una libraia d’eccezione e un prete insospettabilmente manesco, inaspettatamente ricompare il passato di Rocco, quello che lo ha portato da Roma in esilio in Val d’Aosta e che ora richiede di nuovo un suo intervento. Perché qualcuno che fermi la violenza sulle donne, che sia al nord, al centro o al sud, che sia compiuta da persone insospettabili, ci va. E poi c’è Marina, la sua amata Marina, che richiede la sua attenzione.

Al di là della mia passione per Rocco Schiavone, che qui sembra un po’ meno burbero e un po’ più simpatico (la scena del video mi ha fatta ridere davvero di gusto), più umano rispetto al primo romanzo,  in questo libro c’è un messaggio forte e chiaro verso i femminicidi e la violenza sulle donne, una piaga sociale, come ricorda anche lo stesso Manzini nei ringraziamenti, che finché esisterà non permetterà a nessun paese di definirsi civile. Un messaggio che colpisce e fa anche un po' male.

Oltre a questo, Manzini fa poi molto leva sul passato di Rocco, sulla sua storia con la moglie e sul forte amore che lui prova e proverà sempre per lei, nonostante quello che è successo. Una strizzatina d’occhio più al mondo femminile, forse, ma che non va comunque ad intaccare né il personaggio né lo svolgimento della trama.

La costola di Adamo è sicuramente un romanzo di  puro intrattenimento, che si legge in poche ore e non richiede troppo impegno mentale  al lettore. Però è anche qualcosa di più, perché non è vero che questi romanzi, che io stessa definirei da spiaggia (o forse più da giornata di relax montagna, se si tiene conto dell’ambientazione Valdostana), non debbano lasciare nel lettore qualcosa su cui riflettere riguardo al nostro mondo, che a volte sa essere proprio brutto.

E quindi bravo a quel gran fico di Rocco Schiavone, ma soprattutto bravo a Manzini per aver creato questo personaggio e questa grande storia.

Titolo: La costola di Adamo
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 285
Editore: Sellerio
Anno: 2014
Acquista su Amazon:
formato brossura: La costola di Adamo

lunedì 23 febbraio 2015

PISTA NERA - Antonio Manzini

Io non sono una grande amante della montagna, né d’estate né d’inverno. E mi rendo conto che sia un po’ assurdo, considerando che la Val d’Aosta è a due passi da dove abito, che vedo le montagne da tutte le finestre di casa e che, se volessi, potrei andarci quasi ogni giorno. Eppure la montagna mi annoia. Bella la natura, bello il silenzio, buona l’aria che si respira e belle le piste da sci innevate d’inverno (quando non c’è nessuno però, che se c’è tanta gente mi innervosisco). Però lasciatemi in montagna più di due giorni e io inizio a dare di matto.

Per cui non fatico per nulla a capire lo stato d’animo del vicequestore Rocco Schiavone, protagonista di Pista Nera di Antonio Manzini, primo volume di una serie di romanzi polizieschi ambientati proprio in Val d’Aosta. Rocco Schiavone infatti arriva da Roma, a seguito di un trasferimento punitivo di cui non si sa bene il motivo (corruzione? Eccessiva violenza? Ribellione verso i superiori? Qualche azione non del tutto legale?). Non ce la fa proprio ad abituarsi a quel freddo, considerando anche che proprio non ne vuole sapere di togliersi le sue belle Clarks e il suo loden per un abbigliamento più consono. E poi c’è davvero troppa pace, lì tra le montagne. Una pace che viene rotta però dal ritrovamento di un corpo su una scorciatoia tra due piste da sci. Di pezzi di un corpo in realtà, ché il gatto delle nevi ha visto l’ostacolo troppo tardi e non ha proprio potuto evitarlo. Rocco Schiavone si ritroverà ad indagare, insieme ai suoi sottoposti, su questa strana morte, avvenuta in un paesino in cui tutti si conoscono e tutti sanno tutto. Mentre svolge le indagini, però, per allontanare un po’ la noia, oltre a frequentare una donna del luogo, si ritrova invischiato in uno strano affare con un suo vecchio amico romano, che renderà molto labile il confine tra poliziotto e criminale.

Ho letto questo romanzo in meno di un giorno, perché davvero non riuscivo a metterlo giù. E credo che non ci sia pregio più grande per questo genere di libri. Una storia ben costruita, dei personaggi che funzionano (adoro soprattutto l’anatomopatologo!) e uno stile perfettamente adatto alla trama raccontata. Certo, Rocco Schiavone non è esattamente quel bell'investigatore affascinante e intelligente, a cui altri romanzi di questo tipo ci hanno abituato. E’ un po’ uno stronzo, insomma. Eppure, mano a mano che si procede nella lettura, a questo suo carattere irruento, violento, ambiguo e un po’ bastardo ci si affeziona, soprattutto perché Manzini è molto bravo nel lasciare intendere che dietro questo suo atteggiamento c’è davvero qualcosa di brutto, a cui l’uomo cerca di non lasciarsi andare. 

Non so se la mia avversione per la montagna, seppur meno esasperata di quella di Rocco Schiavone, mi abbia fatto provare nei suoi confronti una maggiore empatia e quindi fatto apprezzare maggiormente il libro. Non credo, onestamente. Fatto sta che questo Pista Nera è stata una vera rivelazione e che mi sa che ho appena scoperto un'altra di quelle serie (vedi il Barlume di Malvaldi o i primi romanzi Guido Guerrieri di Carofiglio... guarda caso tutti Sellerio!) che ora ho una voglia matta di leggere.

Titolo: Pista nera
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 278
Editore: Sellerio
Anno: 2013
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formato brossura:Pista nera