martedì 14 ottobre 2014

L'AVARO DI MAYFAIR - M.C Beaton

Molti di voi conosceranno M.C Beaton grazie alla serie di romanzi gialli che hanno come protagonista Agatha Raisin. O almeno, io l'ho conosciuta così, per puro caso, quando ho trovato il primo romanzo della serie, Agatha Raisin e la quiche letale, in offerta in ebook. Un libro molto carino, nonché un omaggio alla grande Agatha Christie. 

Prima di questa serie di gialli, però, M.C. Beaton ha scritto anche diversi romanzi storici, tra cui quelli della serie "67 Clarges Street", di cui L'avaro di Mayfair è il primo volume.

Un libro leggero leggero, che ha come protagonista Roderick Sinclair, un ex giudice rimasto senza un soldo e dedito al bere a più non posso,  a cui il defunto fratello, anziché tutti i soldi che aveva immaginato, lascia in eredità Fiona, una bellissima ragazza che aveva adottato da un orfanotrofio di Edimburgo. Mr Sinclair inizialmente è disperato e non sa bene cosa farsene di questa donna, che non sembra nemmeno brillare per intelligenza. Decide quindi di sfruttare la sua bellezza e portarla a Londra per farle trovare un ricco marito che mantenga tutti quanti. Vende quindi i suoi miseri possedimenti e affitta una casa, al n°67 di Clarges Street. Una casa da tutti considerata un po' iellata, dopo una serie di tragedie che si sono verificate al suo interno nel corso degli anni, e al momento abitata da una numerosa servitù sottopagata ma impossibilitata ad andarsene. L'arrivo di Mr Sinclair e di Fiona stravolgerà completamente l'ambiente, sia per i domestici, che faranno di tutto per aiutarla a realizzare il suo sogno, sia soprattutto per la ricca e ipocrita alta società londinese, che invece cercherà di rovinarla.

Anche in questo romanzo, si ritrova lo stile ironico dell'autrice. Uno stile che rende la lettura scorrevole e molto divertente, e che riesce a esaltare in qualche modo le caratteristiche di tutti i personaggi. M.C. Beaton è bravissima a fare una critica di quella società, senza mai esagerare, in modo garbato, sfruttando il personaggio dell'ingenua e dolce Fiona, che in realtà è tutto fuorché una sprovveduta. E poi c'è la storia d'amore, assolutamente prevedibile, ma non per questo meno riuscita, grazie soprattutto al buffo intervento dei domestici, che vedono nella passione di Fiona una possibilità di riscatto anche per loro stessi.

Non è sicuramente alta letteratura, né M.C. Beaton ha alcuna pretesa che lo sia. Si tratta di un romanzo leggero, piacevole, di puro intrattenimento, ma  nella sua semplicità caratterizzato anche da una certa intelligenza. Insomma,  L'avaro di Mayfair è il romanzo ideale da leggere in un pomeriggio d'inverno, magari coperti da un plaid e con una tazza di te in mano. Sono sicura che non ne rimarrete delusi.


Titolo: L'avaro di Mayfair
Autore: M.C. Beaton
Traduttore: Simona Garavelli
Pagine: 194
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: Astoria
ISBN: 978-8896919842
Prezzo di copertina: 15 €
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formato brossura: L'avaro di Mayfair
formato ebook: L'avaro di Mayfair


lunedì 13 ottobre 2014

IL PIU' GRANDE UOMO SCIMMIA DEL PLEISTOCENE - Roy Lewis

Essere un uomo delle caverne non doveva certo essere una cosa semplice, senza tutti gli agi e le comodità a cui siamo abituati oggi. Senza potersi lavare (e nemmeno pensare di doverlo fare, in realtà), senza poter cucinare o vestirsi come si voleva e con il pericolo quotidiano di imbattersi in strani animali che non desideravano altro che trasformarti nel loro pasto.

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene racconta, in modo ironico e un tantino canzonatorio, la vita di una famiglia di quei tempi: un padre geniale, Edward, che prima è andato su un vulcano a prendere il fuoco, poi ha trovato un modo per accenderlo direttamente senza dover percorrere ogni volta che si spegneva venti km a piedi. Un padre che crede nel progresso, che vuole che i suoi figli e nipoti smettano di arrampicarsi sugli alberi e spulciarsi a vicenda, ma che si alzino subito in piedi e pensino anche un po’ al futuro. Peccato che quasi tutti i parenti attorno a lui lo considerino un po’ pazzo, un po’ invasato e non vedano sempre di buon occhio tutti i suoi esperimenti: certo, la moglie scopre ben presto che vivere in una grotta piena di lussi sia molto, ma molto più comodo che accamparsi in mezzo alla foresta ogni sera o che la carne cucinata è molto più tenera e facile da digerire di quella cruda. Ma i figli, beh, i figli sono il vero problema. Soprattutto Ernest, narratore della storia, che pare non abbia alcuna predisposizione mentale, alcun talento, nello scoprire nuove cose. Anzi, sembra quasi che in qualche modo voglia ostacolare il progresso, che voglia tenersi per sé tutte le scoperte che invece potrebbero davvero migliorare la vita di tutti.  Ma l’uomo è un sognatore e non si lascerà certo fermare dalla mentalità chiusa e “bigotta” (la religione non c’era ancora,  lo so, ma è per dire) del figlio. O almeno, ci prova.

Il libro è sicuramente molto piacevole e divertente da leggere. Ok, forse non l’avrei definito, come ha fatto Terry Pratcher in copertina, “Il libro che avete tra le mani è uno dei più divertenti degli ultimi cinquecentomila anni", però ha davvero dei momenti esilaranti e una genialità di fondo notevole, considerando anche che è stato scritto negli anni ’60.
Leggendolo mi sono venuti in mente il fumetto di B.C. di Johnny Hart, che se non conoscete vi consiglio davvero di rimediare, di questi uomini primitivi (un po’ meno primitivi rispetto al libro di Roy Lewis in realtà), che parlando di oggetto, invenzioni e concetti del futuro che ancora non hanno e che non vedono l’ora di avere, proprio come in Il più grande uomo scimmia del Pleistocene. E questo espediente a me fa davvero ridere (non per niente i Flinstones, quando ero bambina, erano uno dei miei cartoni animati preferiti).

Insomma, non un capolavoro sicuramente, ma una lettura che comunque secondo me vale davvero la pena di fare: scorrevole (per una volta leggendo un romanzo tradotto per la prima volta negli anni ’50 e ’60 non ho sentito il bisogno di una nuova traduzione, forse perché in un libro che parla di uomini primitivi nemmeno le traduzioni possono invecchiare) e divertente. Leggetelo!



Titolo: Il più grande uomo scimmia del Pleistocene
Autore: Roy Lewis
Traduttore: C. Brera
Pagine: 178
Anno di pubblicazione: 1960
Editore: Adelphi
ISBN: 978-8845915918
Prezzo di copertina: 9 €
Acquista su Amazon:
formato brossura:Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

venerdì 10 ottobre 2014

Di cali di vendite, di piccole case editrici, di librerie indipendenti e delle colpe dei lettori.

Oggi vi voglio raccontare tre piccole storie. Due episodi diciamo personali e un fatto invece di portata nazionale che credo quasi tutti gli appassionati lettori hanno già sentito.
Illustrazione di  A Richard Allen
Inizio proprio da quest’ultimo. Come ogni anno, in occasione della Fiera del Libro di Fraconforte (che, non so perché, io mi immagino come un posto fichissimo in cui volano libri durante le aste per i diritti), sono stati divulgati i dati sulla situazione delle vendite dei libri in Italia. Dati, ovviamente, terribili, secondo cui, nel 2014,  più di un italiano su due non ha acquistato nemmeno un libro (trovate tutti i dati qui). Da lì ovviamente è partita la solita tiritera che “gli italiani sono un popolo di ignoranti”, “gli italiani non leggono”, “gli italiani preferiscono andare allo stadio/rincoglionirsi con la tv/ andare a catturar farfalle invece di leggere”.  Se da un lato almeno in parte mi trovo d’accordo, dall'altro però non credo che questi dati siano così tanto significativi per quanto riguarda la quantità di lettori: c’è chi i libri li prende in biblioteca (a cui stanno tagliando sempre di più i fondi), chi se li fa prestare, chi se li ritrova in casa ereditati da biblioteche passate, chi li pirata (ai tempi degli ebook si può fare anche questo), chi li trova abbandonati su una panchina, etc etc… Dire a prescindere da tutte queste considerazioni, che gli italiani sono tutti un branco di caproni perché si vendono meno libri mi sembra un po’ un’esagerazione.

La seconda storia mi è successa qualche giorno fa, sulla pagina Facebook di questo blog, quando un lettore/scrittore ha commentato dicendo che noi “lettori non professionisti leggete solo i libri di moda, non considerate i piccoli editori e gli scrittori emergenti”. Ammetto che non mi sia ben chiaro cosa sia un lettore non professionista, comunque, dopo la prima mezz’ora d’imprecazioni da “io leggo un po’ quel cavolo che mi pare”, ho riflettuto un po’ meglio e mi sono resa conto che, effettivamente, la scelta o meno di leggere un libro, per molti, dipende principalmente da quanto di quel libro si è parlato, da che casa editrice è stato pubblicato, da quanto è passato in tv o si è visto in lettura sui mezzi pubblici. Le mode, così come esistono nella tecnologia o nei vestiti, esistono sicuramente anche nel mondo dei libri. Non serve che dica che spesso non coincidono con la qualità letteraria del libro. Però, d’altro canto, non mi sento nemmeno di criticare chi legge solo questi libri.  Almeno legge qualcosa. 
Certo, questo per le case editrici più piccoline e, spesso, più meritevoli è sicuramente un grosso problema, perché non sempre la qualità riesce a imporsi sul mercato a discapito della quantità.

La terza e ultima storia mi è capitata invece quest’estate, nella tappa fiorentina delle ferie. Dopo essere stati alla Feltrinelli RED e aver lì acquistato un libro, passeggiando ci siamo ritrovati di fronte a una piccola libreria indipendente. Mentre stavamo per entrare, abbiamo notato che sia sulla porta sia sulle vetrine c’era una sorta di lettera del libraio di cui non mi ricordo le parole esatte, ma il cui succo era: “noi non siamo la Feltrinelli e facciamo fatica a sopravvivere perché la Feltrinelli ha troppo potere, non entrate chiedendoci lo sconto perché non possiamo permetterci di farlo e se ci provate comunque non arrabbiatevi di fronte al mio no dicendo “Alla Feltrinelli me lo fanno”. Voi continuate a comprare anche là, poi non lamentatevi se le piccole librerie chiudono e vi ritroverete con un monopolio”. Ora, so che a Firenze la Feltrinelli ha fatto chiudere, più o meno indirettamente, diverse librerie indipendenti con la sua politica espansionistica, e quindi posso in parte capire la rabbia e la foga di questo libraio in un periodo così difficile. Però, ecco, alla fine non sono entrata. Perché avevo in mano un sacchettino Feltrinelli e mi sono sentita prima un po’ in colpa e poi un pochino offesa, come lettrice che compra indistintamente online e nelle libreria di catena, sulle bancarelle dell’usato e nelle librerie indipendenti.

La cosa che accomuna queste tre storie è la responsabilità che viene attribuita ai lettori. Nel prima caso, del calo delle vendite, è il lettore che non compra più e manda l’editoria in crisi. Nel secondo caso, è il  potenziale lettore che non legge sempre e solo gli stessi libri e non fa uno sforzo per conoscere le piccole case editrici, che legge solo quello che gli viene messo davanti e non si impegna minimamente a cercare altro. Nel terzo, è il lettore che compra alla Feltrinelli (o su Amazon, ovviamente) invece che in una libreria indipendente e fa fallire tutte le librerie indipendenti.
Ma siamo davvero sicuri che ai lettori spettino davvero tutte le colpe? Certo, se consideriamo il libro come un semplice prodotto, se questo prodotto non vende è perché nessuno lo compra. E idem se le piccole librerie falliscono o faticano a stare a galla, è perché chi compra i libri li compra da qualche altra parte, perché pensa solo ed esclusivamente allo sconto.
Ma qualcuno si è mai domandato perché (è una domanda retorica, ovviamente, spero ben che qualcuno prima di me se lo sia già domandato)? Perché prima si compravano più libri e ora se ne comprano meno? Di colpo tutti i lettori sono diventati non lettori, o c’è qualcosa dietro (tipo: la crisi economica che colpisce le famiglie, l’eccessiva produzione di roba di pessima qualità, la mancanza di politiche atte a diffondere e salvaguardare l’importanza e la necessità del leggere…)? E davvero i lettori frequentano meno le librerie indipendenti solo ed esclusivamente per il discorso dello sconto? 

Non lo so, onestamente trovo che colpevolizzare così i lettori, o potenziali tali, non sia una cosa molto furba. Sarà, come dicevo prima, che io leggo tanto, che compro tanto ma che sfrutto anche prestiti e biblioteche, e sono davvero un po’ stufa di sentirmi colpevolizzata, più o meno direttamente (che so che il librario di Firenze non ce l’aveva con me, lettrice rampante), per una crisi che ha sicuramente in parte origine nel fruitore finale, ma anche in chi i libri li produce e li vende. E’ troppo semplice dire “gli italiani sono tutti un branco di caproni ignoranti ed è per questo che noi stiamo fallendo”, senza fermarsi a riflettere su cosa si potrebbe fare per invertire questa tendenza. 
Io conosco poi tanti, tantissimi lettori forti come me, se non anche di più. Possibile che davvero noi non contiamo assolutamente nulla? Che le statistiche siano sempre così negative, così pessimiste? Certo, è giusto dire e sottolineare e scandalizzarsi di fronte a “il 50% degli italiani l’anno scorso non ha letto nemmeno un libro”, ma perché non sottolineare anche che c’è un 5% o un 10% (sono cifre a caso, magari sono anche più alte), che l’anno scorso ne ha letti 30 o 50? 
Premesso che anche io sono convinta che chi non legge dovrebbe farlo, perché si sta perdendo qualcosa oltre che di bello anche di utile per affrontare il mondo che lo circonda, perché bisogna sempre guardare al negativo? Perché si ha questa tendenza a colpevolizzare quel 50% anziché elogiare l'altra metà? Perché si pensa che l’unico modo per stimolare sia far nascere sensi di colpa?

Ora, non sono sicura che questo post abbia un suo senso, né di quello che effettivamente avevo intenzione di dire. Dico solo che, secondo me, si passa molto più tempo a lamentarsi che non a fare effettivamente qualcosa. 
Quel libraio di Firenze ha visto benissimo che stavo per entrare e mi sono fermata.  Magari avrà pensato che era perché lui non faceva sconti e mi ha lasciata andare. Avrebbe potuto uscire e parlarmi. 
Quell’editore le cui vendite si sono ridotte potrebbe ad esempio riflettere un attimo su cosa sta pubblicando, sul prezzo a cui lo sta pubblicando (eddai su, 20€ per un libro nuovo di meno di 300 pagine è un furto).
Quegli scrittori che pubblicano con case editrici piccole, riflettere meglio su come fare a promuoversi, senza limitarsi semplicemente a inviare comunicati stampa copia-incolla o mail cumulative in cui, guarda caso, dicono che hanno appena scoperto il tuo bellissimo blog. (Non è il caso dello scrittore di cui vi ho raccontato qui eh, è un discorso generico).

E’ davvero troppo semplice dare la colpa sempre e solo agli altri.

mercoledì 8 ottobre 2014

Due titoli, un solo libro: ma perché? #94

Cliente:«Buongiorno»
Libraio: «Buongiorno a lei, mi dica»
Cliente: «Stavo cercando un libro, mi può aiutare?»
Libraio: «Ci proviamo, certo»
Cliente: «Dunque, non mi ricordo l'autore purtroppo e del titolo conosco solo una parte, ma è talmente particolare che sono sicuro non avrà problemi. Si tratta di "Istruzioni per rendersi... " qualcosa...».
Librario: «Guardi, può scegliere tra "felici" e "infelici"»
Cliente: «Come prego?»
Libraio: « Eh... "Istruzioni per rendersi infelici" di Paul Watzlawick, uscito nel 1997, e "Istruzioni per rendersi felici" di Armando Massarenti, uscito qualche giorno fa».
Cliente: « E io come faccio a scegliere?»
Libraio: «Non saprei... si sente più felice e vuole buttarsi un po' giù, o più triste e vuole tirarsi un po' su?»
Cliente: «Oddio, in realtà mi sento un po' confuso».
Libraio:« Guardi, se li compra entrambi, le regalano sei mesi d'analisi»
Cliente: «A chi ha scelto il titolo del libro uscito per secondo dovrebbero regalarli».


Ovviamente si tratta di una conversazione inventata (ammetto di aver avuto la tentazione di andare in libreria a chiedere, ma non volevo mettere in difficoltà il libraio o la libraia di turno con la mia follia). Credo però sia anche una conversazione abbastanza credibile, vista l'esistenza di questi due libri.

Lo so, questa volta in realtà si tratta di due libri diversi con un titolo ciascuno, però sono talmente tanto simili tra loro che non ho potuto fare a meno di dedicar loro una puntata della rubrica di confronto.
Ho provato a cercare qualche informazione per capire se il libro di Armando Massarenti, edito da Guanda, sia in qualche modo un omaggio al ben più conosciuto e vecchio di Paul Watzlawick (edito da Feltrinelli, con traduzione di Franco Fusaro). Nella quarta di copertina e nella descrizione sul sito nil nome di Watzlawick però non compare. Visto il titolo, forse almeno in quarta lo avrei scritto. Mi auguro per Massarenti comunque che all'interno del libro, questa similitudine venga più volte spiegata e ribadita. D'altronde anche nell'opera di Watzlawick si cerca in qualche modo di insegnare ad essere felici, usando la strategia contraria, ovvero dando motivi futili per essere tristi.
Personalmente, a meno che all'interno non venga citato il primo libro in ogni capitolo, trovo questa somiglianza abbastanza fastidiosa.

Ci sono milioni di parole che possono essere combinate tra loro per creare il titolo di un libro, possibile che non ci sia abbastanza fantasia da trovare un titolo diverso? 

martedì 7 ottobre 2014

MOBY DICK E ALTRI RACCONTI BREVI - Alessandro Sesto

Di questo Moby Dick e altri racconti brevi di Alessandro Sesto non ho intenzione di scrivere alcuna recensione. Non perché sia diventata pigra tutto di un colpo o, peggio, non abbia niente da dire su questo libro. Anzi! E' che credo sia un libro che debba proprio parlare da solo.

Certo, potrei darvi qualche indicazione e dirvi che si tratta di una raccolta di racconti a tema letterario, che hanno come protagonista un amante dei classici che racconta alcuni episodi della sua vita che ha vissuto basandosi sugli insegnamenti che ha ricevuto dai grandi romanzi della storia mondiale: c'è Guerra e Pace e ci sono I promessi sposi, c'è il buon Leopardi e Saramago, Moby Dick e Murakami. Qua e là ci piazza anche qualche riflessione personale su generi, ruoli e strutture dei grandi romanzi classici.
Potrei poi dirvi che questi racconti mi hanno tenuto compagnia in un'uggiosa e noiosa domenica pomeriggio, facendomi ghignare come da un bel po' di tempo un libro non era riuscito a fare.
Ancora, che dopo le prime pagine, io che odio sottolineare sono dovuta correre a cercare una matita perché in ognuno di questi racconti ho ritrovato qualcosa che meritasse di essere ricordato anche in futuro.
Vabbè, già che ci sono vi dico anche che la cosa che più mi ha colpito in assoluto, oltre alla visione di Giulietta che fonda una "fondazione contro le pozioni" in onore di Romeo e a quella del protagonista che entra in posta e chiede se quello fosse "il luogo dove io dovevo andare a perdermi" dietro suggerimento di Murakami... dicevo, la cosa che più mi ha colpito in assoluto è l'enorme, smisurata cultura letteraria di Alessandro Sesto. Perché anche nel racconto più buffo e dissacrante, è evidente che l'autore sappia bene, benissimo di che cosa sta parlando. E quello che fa non è una presa in giro, ma un vero e proprio omaggio a quei libri che hanno influenzato la sua vita.

Non farò nessuna recensione, vi dicevo, perché questo libro lo dovete scoprire da soli. Come? Andate in libreria e cercatelo (spero vivamente che si trovi, perché la Gorilla Sapiens edizioni è una piccola casa editrice indipendente e abbastanza giovane). Prendetelo in mano, apritelo a pagina 121, al racconto Poeti Maledetti e leggete quelle due pagine. Vi renderete conto da soli dell'incredibile genialità di questi racconti e non potrete davvero più farne a meno. 

Ah già, dimenticavo...ancora una volta, viva le piccole case editrici indipendenti che pubblicano libri di qualità!

Titolo: Moby Dick e altri racconti brevi
Autore: Alessandro Sesto
Pagine: 165
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Gorilla Sapiens Edizoni
ISBN: 978-8890719769
Prezzo di copertina: 12,90 €
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domenica 5 ottobre 2014

NON DIRMI CHE HAI PAURA - Giuseppe Catozzella

Credo molto poco nella qualità letteraria del premio Strega. Perché è più una questione di case editrici, e di influenza e potenza delle stesse, che non di bravura degli autori. Non sto dicendo che tutti i vincitori o i finalisti dello Strega non siano bravi scrittori, ci mancherebbe. Dico che, per quanto mi riguarda, non è un parametro che può influenzare la mia scelta di leggere o meno un libro (a differenza del Pulitzer, ad esempio, di cui mi fido ciecamente). 
Quest'anno però ho letto sia il vincitore del Premio Strega chiamiamolo ufficiale, Francesco Piccolo, e, adesso, anche il vincitore del Premio Strega Giovani 2014 (che viene assegnato dagli studenti delle scuole superiori), questo giovane Giuseppe Catozzella.

La storia che racconta Catozzella nel suo libro è una storia forte e, soprattutto, una storia vera: quella di Samia, una ragazza somala che nel 2008 è riuscita a qualificarsi per correre i 200 m alle Olimpiadi di Pechino. Ha perso, ovviamente, perché la sua preparazione fisica era nettamente inferiore a quella di tutte le altre: lei si allenava in mezzo alle rovine, coperta da un burqua e senza alcun preparatore atletico, se non il suo migliore Alì. Tutto il mondo però, quando l'ha vista correre e arrivare dieci secondi dopo le altre, ha tifato per lei. Ma è la storia anche di quella Samia che sognava le Olimpiadi del 2012 a Londra ed è morta in mare mentre cercava di raggiungere l'Italia e poi la sorella nel Nord Europa, per potersi preparare al meglio. Inseguiva un sogno, Samia. Un sogno che si infranto in mare, come quello delle migliaia di profughi che ogni giorni tentano disperatamente di fuggire dal loro paese e dalle condizioni terribili in cui vivono, in cerca di una vita migliore.

Quella di Samia è una storia che colpisce molto e che meritava sicuramente di essere raccontata (come sono sicura lo meriti quella di chiunque perda la vita così). Il problema è che non basta una storia forte e potente per fare di un libro un bel libro. Non basta nemmeno avere il coraggio di raccontarla, nonostante sia già di per sé ammirabile. Ci va anche un certo stile, una certa bravura, che, mi spiace dirlo, io in Giuseppe Catozzella non ho trovato. Il suo modo di scrivere è probabilmente indirizzato a un pubblico più giovane (e non per niente ha vinto il Premio Strega Giovani), che fa più attenzione alla storia che non al modo in cui è narrata. Per me, è stata una lettura incredibilmente difficile: troppe similitudini, troppe ripetizioni, un linguaggio troppo semplice che, non si sa bene come, non riesce nemmeno a risultare scorrevole. Più e più volte ho avuto la tentazione di prendere una matita e sistemare le frasi, la sintassi, di eliminare qualcosa. Oltre a questo, c'è stata poi la voglia di saperne di più: è una sorta di diario, certo, ed è scritto in prima persona da una ragazza poco più che adolescente, quindi è normale che non ci siano analisi più approfondite di certi argomenti. Però, ecco, si ha la sensazione di frettolosità, di mancanza di qualcosa, di scarso approfondimento.
E trovo che questo sia davvero un peccato, perché una storia così forte, così toccante e disperata, si sarebbe meritata sicuramente una scrittura migliore.

Titolo: Non dirmi che hai paura
Autore: Giuseppe Catozzella
Pagine: 236
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: Feltrinelli
ISBN: 978-8807030772
Prezzo di copertina: 15 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Non dirmi che hai paura

venerdì 3 ottobre 2014

IL TELEFONO SENZA FILI - Marco Malvaldi

Giuro che dopo questa recensione per un po' non mi sentirete parlare di Marco Malvaldi. Almeno fino a che non esce un nuovo libro o non assisto a una nuova presentazione. D'altronde, se frequentate questo blog da un po', sapete quanto io adori questo autore, di cui leggerei anche la lista della spesa.

E poi Il telefono senza fili è un nuovo romanzo della serie del BarLume, con Massimo il barrista e i quattro fantastici vecchietti. Era da due libri che non parlava più di loro (forse gli ha dedicato dei racconti nelle raccolte di gialli di Sellerio, che però ancora non ho letto) e l'attesa era davvero tanta. Dopo la serie tv andata in onda su sky, che non definisco pietosa perché comunque un po' sorridere mi ha fatto, avevo proprio bisogno di immergermi di nuovo nell'atmosfera originale del Barlume, quella cartacea, e lasciarmi coinvolgere dalle avventure di Nonno Ampelio e dei suoi amici.

La struttura di questo romanzo è molto simile a quella dei precedenti. Una donna scompare dopo aver comprato due quintali di carne, il marito viene visto di notte accanto a un fosso con il bagagliaio aperto e il principale accusatore, dopo aver seminato un po' di zizzania in tv, viene ritrovato morto. Vorrete mica che i vecchini rimangano impassibili di fronte a tutti questi avvenimenti? Ma assolutamente no. Iniziano a parlarne, e parlarne, e parlarne, e già che ci sono a fare qualche piccola indagine e a parlare con i giornalisti. E Massimo, come sempre, cerca di tenerli a bada come può, pur essendo anche lui incuriosito dal caso. A indagare ufficialmente questa volta c'è quella che rappresenta l'unica grande novità del libro: una giovane commissaria donna, Alice Martelli, che alle chiacchiere e ai pettegolezzi dei quattro attempati investigatori della domenica sembra dare più credito del necessario.

Ed è proprio questa novità che riporta un po' di brio a questi romanzi. Intendiamoci, adoro i vecchini, adoro Massimo  e adoro soprattutto lo stile di Marco Malvaldi e la sua schietta ironia. Però il rischio di fare romanzi gialli tutti uguali è ormai davvero dietro l'angolo. Succede qualcosa di strano, i vecchini indagano a modo loro, Massimo un po' li tiene a bada un po' riflette e alla fine arriva alla giusta soluzione. Ci andava un diversivo, sicuramente. E Alice Martelli e quell'intesa che si crea tra lei e Massimo, che Ampelio & Co non perdono occasione di mettere in risalto con battutine e risatine, è stato per me il diversivo perfetto, per quanto assolutamente prevedibile fin dalle prime pagine. Anche nei gialli ci va un po' d'amore, su. E l'autore è davvero bravo a non rendere il tutto troppo melenso e a non rinunciare alla sua verve anche in momenti come questi.

Il telefono senza fili mi è piaciuto molto. E' un romanzo di puro intrattenimento, scorrevolissimo e di davvero facile lettura (anche se qualche parte in toscano ho dovuta leggerla un paio di volte, prima di capirla). Ideale per distrarsi un po' e ridere di gusto. Come tutti gli altri romanzi del BarLume, che vi consiglio assolutamente di leggere.

Titolo: Il telefono senza fili
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 208
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838932281
Prezzo di copertina: 13 €
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formato brossura: Il telefono senza fili
formato ebook: Il telefono senza fili