lunedì 1 giugno 2015

ISOLA GRANDE ISOLA PICCOLA - Francesca Marciano

Ho una particolare predilezione per i libri che, oltre alla storia che contengono, ne hanno o ne raccontano un’altra. In realtà sono così un po’ tutti i libri, perché la stesura di un romanzo da parte di un autore è già di per sé un racconto, a volte semplice e noioso, altre ancor più profondo del suo contenuto.
Per cui, quando la Bompiani mi ha scritto per chiedermi se poteva interessarmi la lettura di Isola grande isola piccola di Francesca Marciano, la prima cosa che mi ha attirata, oltre alla copertina che trovo magnifica nella sua semplicità, è stata il fatto che il libro fosse una traduzione (molto ben fatta, vi anticipo già, da Tiziana Lo Porto). Ma come? Francesca Marciano è italiana, vive a Roma, ha già pubblicato diversi libri nel nostro paese e quest’ultimo è in traduzione?  Eh sì, il libro è uscito per la prima volta negli Stati Uniti, scritto in inglese, nel 2014, è stato finalista del The Story Prize, un prestigioso premio letterario americano, e poi finalmente, dopo un po' di difficoltà a trovare un editore, tradotto qui da noi.
Non che a me come lettrice cambi niente, è ovvio, ma queste curiosità mi attirano molto. E quindi sì, eccome se mi andava di leggerlo. 

Isola grande isola piccola è una raccolta di racconti con protagoniste  principalmente al femminile.  In spazi più o meno brevi, con personaggio più o meno caratterizzati, Francesca Marciano racconta di tutte quelle fragilità, insicurezze, ma anche semplici scelte di vita che ci possono colpire. La perdita di una madre quando si è troppo giovani per capire e le conseguenti reazioni che possono segnare per tutta la vita; le speranze e i desideri che ci portano a compiere azioni un po’ folli, come comprare un costosissimo vestito di Chanel che poi non metteremo mai o il ricercare a tutti costi un passato e scoprire che non è assolutamente come lo ricordiamo; il bisogno di fuggire, di cercare se stesse, che non sempre dagli altri viene capito e molto più spesso criticato, che poi si concretizza in qualcosa di semplice, come ricostruire un forno per farci il pane; un matrimonio che finisce senza che poi si capisca bene perché;  un innamoramento che dura per sempre, senza concretizzarsi mai;  una canzone che sembra parlare di noi e un trasloco lontano da tutto e da tutti per cercare di sentirsi meno soli; fino alla scrittura di un libro che trasforma la realtà, per renderla più simile a quella che davvero vorremmo.

Ci sono anche gli uomini, in questi racconti. Ma Francesca Marciano si sofferma di più sulle donne, sul modo in cui vivono (viviamo, ok), certe situazioni. Su dove ripongono le loro speranze e su cosa invece le fa stare male. Gli uomini sono un contorno essenziale, perché parte di quello che queste donne vivono è dovuto proprio a loro, a un padre in difficoltà, a un amico che spalleggia in una follia, a un fratello con cui non si riesce più ad andare d’accordo, a un uomo che si è amato e che ora non c’è più. E quindi alla fine quel che viene fuori è un ritratto completo di una vita, perché da un singolo momento si possono capire tante cose.

È stata una lettura intensa, difficile a tratti, sebbene ogni racconto sia ben scritto, scorrevole e piacevole da leggere.  Tenevo il libro accanto a me sul comodino, per poi portarmelo dietro di stanza in stanza ogni volta che mi spostavo, con la voglia di leggerlo e al tempo stesso di non farlo, per non finirlo troppo presto. 

Una bella scoperta, davvero. E sono contenta che alla fine, in un modo o nell'altro, Isola grande Isola piccola sia poi arrivato anche a noi. Perché di Italia in questo libro ce n’è tanta, tantissima. E forse dovremmo imparare, tutti, a valorizzarla un po’ di più.

Titolo: Isola grande Isola piccola
Autore: Francesca Marciano
Traduttore: Tiziana Lo Porto
Pagine: 325
Editore: Bompiani
Acquista su Amazon:
formato brossura: Isola grande, isola piccola

venerdì 29 maggio 2015

Interviste rampanti: ANTONIO MANZINI

Tornano le interviste rampanti! E il primo protagonista di questa nuova tornata è uno scrittore che ho scoperto da poco e per puro caso, per poi appassionarmici tantissimo. Sto parlando di Antonio Manzini, sceneggiatore, regista e scrittore, creatore del vicequestore Rocco Schiavone, protagonista di Pista nera, La costola di Adamo e Non è stagione, oltre che di altri racconti gialli tutti pubblicati da Sellerio.

No ma Manzini non ci piace, eh...

L'ho scoperto per caso, vi dicevo, e me ne sono innamorata. Sarà che abito molto vicina ai luoghi in cui sono ambientati questi tre romanzi, sarà che ho una passione per i romanzi dei giallisti italiani... non lo so. Però ho divorato questi suoi tre romanzi in poco e a poca distanza l'uno dall'altro (anche se l'ultimo non l'ho ancora recensito) e, quando ho pensato di riportare in vita queste interviste, lui è stato il primo autore che mi è venuto in mente. E sono contenta e lo ringrazio per aver accettato., perché così ho scoperto che ha scritto anche altri romanzi in passato (certo che anche io potevo informarmi prima di chiederglielo eh...) e, soprattutto, che il mio vicequestore preferito sta per tornare.

Ringrazio quindi Antonio per aver accettato e vi lascio alle sue risposte!

Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?
No. Volevo fare l’archeologo.

Come è nato il personaggio di Rocco Schiavone? E perché hai scelto di mandarlo in esilio proprio in Val d’Aosta? 
Io non lo so com’è nato Rocco. Piano piano, forse, n pezzo alla volta. Ci pensavo, poi lo lasciavo lì, ha avuto un paio di scritture prima della definitiva (anche il nome è cambiato) e poi è arrivato. La val d’aosta ha due ragioni. La prima, più superficiale, mi piaceva calare un trasteverino doc in una realtà lontana da lui mille miglia. Insomma, creare un fish out the water è sempre una bella molla narrativa. Forte della mia conoscenza pluriennale della Valle. La seconda poi è legata alla morfologia della Valle. Montagne altissime, le più alte d’europa, ghiacciai eterni, valli chiuse, battezzate poco dal sole, difficili da raggiungere, insomma quel panorama ricorda troppo l’interiorità di Rocco. Lui non lo sa, ma si somigliano

Hai mai pensato di scrivere un romanzo con un altro protagonista?
Sì, ne ho già scritti. Uno per Fazi editore, anni fa, si chiamava Sangue marcio. L’altro La giostra dei criceti per Einaudi,

Per Sellerio hai pubblicato sia romanzo sia racconti, all'interno di quelle raccolte “a tema” che escono per le festività. Con quale dei due generi ti trovi più affine? E’ più “difficile” scrivere un romanzo o un racconto, per te?
Ognuno ha la sua difficoltà. La struttura del racconto è più ferrea, soprattutto se si tratta di un racconto giallo. Spesso devi rinunciare a step narrativi cercando di concretizzare presto e subito, con poche pennellate, il mondo che stai provando a raccontare. Il romanzo è tutt'altro. Puoi prenderti anche delle pause. Poche, perché il lettore se ne accorge subito e castiga immediatamente. Per fare un parallelo con la pittura, il racconto è un disegno a carboncino, il romanzo un affresco.

Come sei stato scoperto ( o sei riuscito a farti scoprire)dalla casa editrice che ti ha pubblicato?
Con la Sellerio mandando il manoscritto. Ma ero forte di due pubblicazioni precedenti che qualcosa credo abbiano contato.

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
Di cose belle me ne hanno dette tante. Che il libro fa ridere e commuove e si fa leggere in maniera spedita ma non è un racconto superficiale. Anche di brutte me ne hanno dette. Ma le tengo per me.

Hai qualche mania come scrittore?  Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
No. Nessun vizio. Vorrei perdere quello di fumare, che quando scrivo tendo a esagerare.

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri?
Sai, Sellerio è blu. E scelgono un dipinto o un disegno. Spesso me lo fanno vedere prima. Ma sono talmente bravi che raramente non sono stato d’accordo. Anzi, il più delle volte mi stupiscono.

Quali sono i libri che più hanno influenzato la tua vita, come narratore ma anche come uomo?
La montagna incantata, Delitto e castigo, I racconti di Cecov, Morte a credito, Un uomo vero ma potrei andare avanti fino a tarda notte.

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Niccolò Ammaniti. Uno qualsiasi.

I dati sul numero di lettori in Italia peggiorano di anno in anno. Secondo te, perché? Pensi che sia giusto cercare di convincere un non lettore a leggere? E se sì, da dove bisognerebbe partire?
Credo che i dati dipendano dalla crisi. I beni voluttuari, libri, cinema, teatro e mostre, sono i primi a pagarne lo scotto. Un non lettore deve avvicinarsi da solo se vuole alla lettura. Non è qualcosa di misterioso. Ha fatto la scuola (forse il modo di insegnare la letteratura ha qualche responsabilità) e sa dove sono le librerie. Ma il distacco fra gli italiani e la lettura credo dipenda molto dalla nostra storia. Insomma, inglesi, francesi, russi hanno una tradizione centenaria, il romanzo fa parte del tessuto connettivo di quelle società da anni. Noi siamo un po’ in ritardo. Forse le generazioni a venire colmeranno quella lacuna. E poi credo che in un paese dove per anni si è detto che con la cultura non si mangia e si è insistito nel portare la gente a guardare pessima televisione, difficilmente si sarebbe potuto allargare il numero dei lettori.

Quando uscirà il prossimo romanzo con Rocco Schiavone? (e già che ci sono, posso suggerirti di ambientarlo al Forte di Bard?)
Al forte prima o poi andrà… a Luglio, credo. Fine Luglio

Qual è il tuo colore preferito?
Rosso

martedì 26 maggio 2015

PICCOLA OSTERIA SENZA PAROLE - Massimo Cuomo

Ho sempre avuto più difficoltà a parlare dei libri belli che di quelli brutti. Sembrerà assurdo, perché elogiare dovrebbe essere più facile che criticare, eppure, ogni volta che mi ritrovo di fronte a questa pagina bianca per parlarvi di un libro che mi ha davvero colpita ed emozionata, vado un po’ nel panico. Ho paura di non riuscire a esprimere davvero perché quel determinato libro mi ha colpita, paura di cadere in frasi piene di superlativi ma, alla fin fine, povere di contenuto e banalizzare qualcosa che è tutto fuorché banale.


Sapevo fin da subito che Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo sarebbe stato uno di quei libri che mi sono piaciuti talmente tanto da aver difficoltà a parlarne. Lo sapevo fin dalla semplicissima eppur bellissima copertina, disegnata da Alessandro Gottardo, e da quando, sfogliate le prime pagine, mi sono trovata di fronte a una data, il 1994, anno dei mondiali in USA che io ho vissuto in un campeggio in Toscana, e, soprattutto, al quadrato del Paroliere. Lo conoscete, vero? Quel gioco composta da dadi, 16 nella versione originale, che hanno su ogni faccia una lettera. E tu li mescoli e poi devi combinare le lettere che vengono fuori per formare parole di senso compiuto. Ecco, io quel gioco ce l’avevo, anche se nella mia versione i dadi sono 25, e da bambina ci giocavo tantissimo. 

Ma al di là dei miei ricordi, che comunque il modo inaspettato in cui un libro riesce a riportarli a galla è uno dei motivi per cui adoro la lettura, in questo libro c’è un mondo. Quello di un paese, Scovazze, tra Veneto e Friuli, famoso in passato per il suo allevamento di tori, ora quasi fallito, e che ora ruota tutto attorno al suo bar, con i suoi tavoli di briscola e le sue slot machine. Tutti si conoscono, tutti sanno tutto o quasi degli altri e nessuno parla, nessuno fa domande. Finché un giorno d’estate, con i Mondiali ormai iniziati, non arriva Salvatore Maria Tempesta, un forestiero, un terrone, che subito si scontra con la poca voglia di chiacchierare che hanno gli abitanti di Scovazze. Nessun sa perché lui sia lì, nessuno chiede, sebbene la curiosità sia tanta. Si sa solo che sta cercando un campanile. A poco a poco Salvatore Maria Tempesta imparerà che i gesti possono valere tanto, tantissimo. E al tempo stesso tutto il paese ridarà ascolto alle parole.

Piccola osteria senza parole è un libro di una semplicità quasi disarmante, per la sua ambientazione, per i suoi personaggi e per la vita che questi vivono ogni giorno. Ed è forse questo che me lo ha fatto amare così tanto. Quelle piccole cose, quei piccoli gesti, come una torta lasciata su un muretto o una lotteria di boeri, una mietitrebbia che passa in una via o un bbq per dare addio qualcosa, o come l’altro giorno che ho aperto la finestra di sera e ho visto un gruppo di lucciole, ecco, queste sono quelle cose che più in assoluto per me rendono la nostra vita magari non bella, ma sopportabile, e che fanno di questo libro un piccolo gioiello.
Al punto che il colpo di scena finale del libro, che è comunque notevole, risulta quasi superfluo in mezzo a tutte quelle piccole eppur grandi cose che Salvatore Maria Tempesta e gli abitanti di Scovazze si scambiano più o meno consapevolmente.

Leggendo questo libro mi è venuta voglia di giocare a Paroliere, di mangiare il Piedone, di ballare l’hully gully e di offrire a qualcuno un pezzo di torta.  Oltre che, ovviamente, di consigliarlo a tutti.

Perché è un libro bellissimo, e al diavolo il non voler usare i superlativi.


Titolo: Piccola osteria senza parole
Autore: Massimo Cuomo
Pagine: 238
Editore: e/o
Acquista su Amazon:
formato brossura: Piccola osteria senza parole

lunedì 25 maggio 2015

Torna LA GRANDE INVASIONE, il Festival della lettura a Ivrea

Qui non si fa in tempo a smaltire tutto l’entusiasmo del Salone del Libro, che già bisogna tirarlo fuori di nuovo per qualcos'altro. Che in realtà è anche una bella cosa perché vuol dire che, in un paese di non lettori, di iniziative e cose belle per i lettori ce ne sono comunque tante.

Ma veniamo a noi. Torna dal 30 maggio al 2 giugno a Ivrea La grande invasione, il festival della lettura organizzato dalla casa editrice Sur e dalla libreria eporediese La galleria del libro che giunge quest’anno alla sua terza edizione.

In quei quattro giorni, quindi, Ivrea si popolerà di scrittori, italiani e stranieri, attori, cantanti, addetti ai lavori dell’editoria e, soprattutto, di tanti lettori. 
Il programma è bello ricco di appuntamenti, tra reading, workshop, presentazioni, concerti e laboratori dedicati ai più piccini, e vi suggerisco quindi di guardarlo direttamente sul sito web dell’evento, La grande invasione, anche per sapere luoghi e prezzi (sì, alcuni eventi sono a pagamento, ma mi sembra un buon compromesso per compensare quelli invece gratuiti). Qui vi segnalo solo gli eventi a cui cercherò in ogni di modo di partecipare (che, devo dire la verità, per chi vive Ivrea tutti i giorni il fatto che il festival coincida con un lungo ponte può essere un po’ problematico).



Sabato 30 maggio

H 17.30 – LA NOSTRA CARRIERA DI LETTORI. Alessandro Baricco e Fabio Geda parleranno non dei libri che hanno scritto ma di quelli che hanno letto e che li hanno formati, come scrittori e come uomini.
H 22.45 –  MOMENTI DI TRASCURABILE (IN)FELICITÀ , reading di Francesco Piccolo (che inseguo ogni anno al Salone e alla Grande invasione senza mai riuscire davvero ad ascoltare una sua presentazione) tratto dal suo ultimo libro.

Domenica 31 maggio

H 10.15- 11.45 – TRE TIGRI CONTRO TRE TIGRI. Alessio Torino contro Ernest Hemingway.  Ovvero, un workshop in cui Alessio Torino (che io ho conosciuto proprio alla prima edizione della Grande Invasione di due anni fa, ma che da quando ho letto i suoi libri non ho mai avuto occasione di rincontrare), legge e analizza il racconto di Hemingway “Capo Indiano”
H 12- 13.30 – ILIDE CARMIGNANI Un’idea di felicità. Un altro workshop, questa volta di traduzione, in cui la traduttrice racconta come è stato lavorare sui romanzi di Luis Sepulveda.
H 12.30 –  LA NOSTRA CARRIERA DI LETTORI. Giusi Marchetta e Francesco Piccolo. Ahimè non possiedo ancora il dono dell’ubiquità e dovrò scegliere tra questo e l’evento precedente. Come Baricco e Geda il primo giorno, oggi saranno appunto Francesco Piccolo e Giusi Marchetta a parlare dei libri della loro vita.
H 18  – LEGGERE L’AMERICA. Nickolas Butler in conversazione con Claudia Durastanti. Ok, il libro di Butler non mi ha poi entusiasmato così tanto, però tendo comunque ad andare ad ascoltare, se ne ho la possibilità, gli autori di cui ho letto i libri. E questa mi sembra decisamente una buona occasione (anche perché è in dialogo con la sua traduttrice).
H 21 – NERI MARCORÈ in È finito il nostro carnevale di Fabio Stassi, con canzoni dal vivo di Pilar.  Anche se non ho letto questo libro di Stassi, lui è un autore che mi piace molto. E poi c’è Marcorè, che non ho mai visto dal vivo.

Lunedì 1 giugno

 H 12-13.30 – MARIA NICOLA. Cose che (non si perdono), workshop sulla traduzione dei romanzi di Alan Pauls.
H 15 - ESORDIRE. Iacopo Barison, Mario Pistacchio Laura Toffanello in conversazione con Andrea Coccia. Un dialogo tra il giornalista dell’inchiesta e gli autori di due degli esordi letterari più interessanti dell’anno passato, Iacopo Barison di Stalin+Bianca e Mario Pistacchio e Laura Toffanello di L’estate del cane bambino
H 18 – Leggerei i classici per reggere i contemporanei, un dialogo tra Matteo Nucci e Martina Testa su come i romanzi del passato possono aiutarci a leggere e capire quelli del presente

Martedì 2 giugno

H 11 – L’editore ospite: Marcos y Marcos. Marco Zapparoli in conversazione con il libraio Davide Ferraris. Ok, qui non credo serva che vi dica niente, perché se seguite il blog sapete benissimo quanto io ami questa casa editrice
H 16.30 – L’editore ospite: Marcos y Marcos. Claudia Tarolo in conversazione con Hakan Gunday e Stefano Amato. Idem come sopra, con l'aggiunta di Stefano Amato (il suo blog lo conoscete, vero? L’apprendista librario… se non lo conoscete,  rimediate subito!), che seguo da anni e che sono proprio curiosa di vedere dal vivo.


Ecco, questi sono gli incontri che tra gli altri più mi interessano. Il programma però è davvero molto ricco e probabilmente mi sarà sfuggito qualcosa.
Quello che più mi piace di questo festival, oltre al fatto che popola una città che ne ha davvero bisogno, è che ogni anno se ne nota l’evoluzione, da piccola rassegna con un numero limitato di autori a evento sempre più grande e articolato. E di fronte a queste cose, da eporediese, certo, ma soprattutto da grande lettrice non posso che ringraziare chi ogni anno lo organizza con tanto impegno.
Ci vediamo là, allora?

venerdì 22 maggio 2015

L'ASSASSINO NON SA SCRIVERE - Stefano Piedimonte

Vi capita mai di prendere in mano il nuovo libro di un autore di cui avete già letto altri romanzi, convinti di trovarci dentro qualcosa e ritrovarvi invece di fronte a qualcosa d'altro? Ma così tanto diverso da chiedervi se non vi siete confusi o se non si tratta, magari, di un caso di omonimia?
Ecco, la primissima reazione dopo poche pagine di L’assassino non sa scrivere di Stefano Piedimonte è stata questa. Avevo letto e adorato il suo romanzo d’esordio, Nel nome dello zio. Letto e apprezzato un po’ meno il seguito, Voglio solo ammazzarti, pur avendoci trovato  tutta l’ironia e la verve del precedente; quindi quando è uscito quest’ultimo romanzo e ne ho letto la quarta, ero sicura che al suo interno avrei ritrovato lo stesso stile ironico e geniale, la stessa critica violenta attraverso l’esasperazione e la presa in giro dei protagonisti (se avete letto i due romanzi precedenti capite di cosa sto parlando), lo stesso ritmo narrativo e  lo stesso numero di risate.  

Ma non è stato così. Ci ho trovato qualcosa di diverso, qualcosa di meno, ma anche qualcosa di più. 

L’assassino non sa scrivere è ambientato a Fancuno, un paesino sperduto popolato da pochi abitanti che si conoscono tutti tra loro. In passato arrivava anche qualche villeggiante, per il gusto di poter dire “quest’estate me ne vado a Fancuno”, ma con gli anni si sono affievoliti. Finché in paese non compare all’improvviso un serial killer che ha due particolarità ben precise: sembra ammazzare quasi a caso, senza metodi e senza logica, e, soprattutto, non sa scrivere, come si evince dai bigliettini che lascia sulle sue vittime firmati Sirial Ciller.  Il paese, un po’ innervosito dagli omicidi e soprattutto dall’ignoranza di chi li compie, si trova così sommerso di giornalisti e curiosi. Intanto, oltre alla polizia, ad indagare ci sono un gruppo di amici del bar di Siusy, tra cui il narratore stesso che è un giornalista vicino alla pensione,  che piano piano, tra ricordi del passato e piccoli indizi nel presente, arrivano a collegare quello che sta succedendo con la leggenda del paese, quella del bosco che uccide o fa del male a chiunque ci entri, a meno che non sia protetto. Che l’assassino voglia vendicarsi per qualcosa che il bosco gli ha tolto? 

La lettura di L’assassino non sa scrivere non è stata come quella dei romanzi precedenti, vi dicevo. Diversa nel bene e diversa nel male.
Il libro mi è piaciuto, anche se forse in alcuni punti si perde un po’ e soprattutto nel finale manca qualche dovuta spiegazione. Così come mi è piaciuto molto lo stile di Stefano Piedimonte, che sa scrivere indubbiamente bene, anche quando decide di cambiare ambientazione e allontanarsi dai suoi romanzi precedenti . C’è della poesia in questo romanzo che nei precedenti non c’era, della nostalgia, dei legami con il passato e le proprie tradizioni che nei precedenti non c’erano. E so già che alcune delle frasi che ha piazzato qua e là rimarranno con me a lungo.

Odiare una persona che non c'è vuol dire disperdere il proprio odio in giro per il mondo, distribuirlo senza un criterio, fare del male a chi non lo merita. Lo so, è impossibile pensare che non ci sia nessuno con cui prendersela. Lo so benissimo. Ma non è giusto che questo «nessuno» diventi «tutti».
Al tempo stesso, però, c’è qualcosa che non mi ha convinta del tutto. Mi è sembrata una scrittura più matura  e più profonda sicuramente, ma al tempo stesso l’impressione è che Piedimonte non abbia avuto il coraggio di abbandonare completamente quello che è stato in passato (forse per paura di deludere le aspettative dei lettori?), dosando in modo non sempre perfetto il racconto ironico e la parte drammatica della sua storia. Così come anche le critiche, questa volta dirette ai giornalisti e a chi lucra sui fatti di cronaca nera, ci sono e non ci sono, come se avesse voluto farle ma non avesse osato andare fino in fondo.

Probabilmente chi non ha letto i romanzi precedenti non si accorgerebbe di queste cose. Noterebbe solo la bellezza e la tristezza della storia di Siusy, ammirerebbe il cane fosforescente, riderebbe per alcune delle vicissitudini di alcuni degli abitanti di Fancuno  e proverebbe un po’ di nostalgia per quel legame che si crea tra chi vive sempre e da sempre nello stesso posto, oltre ovviamente ad appassionarsi a questo serial killer e alle indagini per scovarlo.
Ed è su queste cose che mi voglio concentrare, perché alla fine è giusto, e ovvio, che uno scrittore cambi, maturi e tenti ogni tanto strade diverse da quelle che ha sempre percorso. E, per quanto spesso inevitabile, non è giusto valutare un nuovo libro, soprattutto se così diverso, in base ai precedenti.

Per cui sì, L’assassino non sa scrivere mi è piaciuto, con solo qualche piccola riserva, e mi sento di consigliarlo a tutti, che conosciate già Stefano Piedimonte o no.

Titolo: L'assassino non sa scrivere
Autore: Stefano Piedimonte
Pagine: 248
Editore: Guanda
Anno: 2014
Acquista su Amazon:
formato brossura: L'assassino non sa scrivere

mercoledì 20 maggio 2015

HO SPOSATO MIA SUOCERA. Memorie di un genero esaurito - Stefano Grimaldi

Alzi la mano chi tra di voi, almeno una volta, nella sua vita di coppia, ha dovuto subire in silenzio una qualche ingerenza, seppur involontaria, da parte di suoceri e suocere un pochino invadenti. Tutti, immagino. Perché fa parte della natura stessa dell’essere suocero o suocera, tentare, almeno una volta, di dire a figli e generi e nuore qual è il modo migliore per affrontare qualcosa. A volte è un gesto inconsapevole. Altre, voluto ma comunque ben accetto. La maggior parte, non richiesto e, soprattutto, fastidioso che richiede una buona esperienza di pratica zen per riuscire ad affrontarlo al meglio.

Quello di suocere invadenti nei confronti dei generi è, almeno in parte, un luogo comune. Ma sappiamo tutti che i luoghi comuni una qualche origine e un qualche fondo di verità ce l’hanno sempre.

O almeno ce l’hanno nel caso del genero esaurito protagonista di Ho sposato mia suocera di Stefano Grimaldi, un libricino pubblicato da Las Vegas edizioni, che racconta tutte le angherie che l’uomo ha dovuto subire da quando è innamorato di Clara da parte della madre di lei. La temibile suocera. Che beve solo Ceres e che porta la pelliccia in villeggiatura. Che si installa a casa di figlia e genero, ma non sopporta di avere tra i piedi la propria, di madre. Che dice la sua su tutto, dalla proposta di matrimonio al parto e la cura dei figli, passando per la disposizione degli oggetti in casa al menù quando è invitata, o autoinvitata, a pranzo, ma che non ascolta mai nessuno.

È un libricino sottile, questo Ho sposato mia suocera, che si legge in poche ore e che fa piegare in due dalle risate. Certo, io rido perché, fortunatamente, sono donna e l’ingerenza dei suoceri è diversa, più smorzata, verso il sesso femminile (sebbene in parte ci sia, soprattutto relativa a quanto il figlio mangi lontano dalla casa materna). Rido anche perché mia mamma nei confronti del genero per fortuna non è così rompiballe. Al tempo stesso, provo una profonda empatia nei confronti del protagonista e del suo livello di esasperazione, sicuramente un po’ esagerato per esigenze letterarie (o almeno, voglio sperarlo!), nel dover affrontare una terza persona nella sua vita a due.

Stefano Grimaldi è stato davvero bravo, già a partire dalle avvertenze poste a inizio libro, a dosare ironia e esasperazione, amore e (un po’ di) odio, nel raccontare le sue vicende di genero esaurito e delle sue conseguenti difficoltà nell'amare incondizionatamente sua moglie. Difficoltà sue, ma anche di molti altri lettori che non potranno che identificarsi con lui. 
E chissà che anche qualche suocera, leggendolo, non possa fare un piccolo esame di coscienza...oppure offendersi a morte e torturare ancora di più il proprio, povero, genero.

Titolo: Ho sposato mia suocera. Memorie di un genero esaurito
Autore: Stefano Grimaldi
Pagine: 119
Editore: Las Vegas edizioni
Acquista su Amazon:
formato ebook: Ho sposato mia suocera

martedì 19 maggio 2015

#SalTo15: incontri, libri, editori e parole

Ed ecco anche il secondo (nonché  ultimo) resoconto del mio Salone del Libro. Questo sarà un po’ più scemo, rispetto a quello di ieri, ma non per questo meno importante. Anzi!
Procederò per punti, perché mi viene più facile che non fare un altro lungo post discorsivo.

LE CONFERENZE E GLI INCONTRI CON GLI AUTORI
Quest’anno il programma del Salone del Libro era, a mio modesto parere, un po’ sottotono.
Zerocalcare e Giorgio Fontana
Eppure, sono riuscita comunque a incontrare autori e ad assistere ad incontri che negli anni precedenti mi ero solo sognata. Iniziando da Zerocalcare e Giorgio Fontana, venerdì pomeriggio. Li amo, entrambi. Davvero. Pur essendosi conosciuti pochi minuti prima di salire sul palco, sono riusciti, complice anche probabilmente l’essere coetanei e molto alla mano, a fare un incontro interessante e divertente. Hanno parlato dei fumetti e dei libri della loro vita, hanno risposto a domande dal pubblico (“Michele, che ci dici della tua partecipazione allo Strega?” “Eh, no, che vi devo dire? Mia mamma è molto contenta”… lo è anche lui comunque eh) e hanno fatto divertire, senza farsi condizionare minimamente da tutta quella gente accorsa lì a vederli (io sarei andata nel panico).

Ma anche Gianrico Carofiglio sabato pomeriggio, che da me aveva da farsi perdonare il ritardo alla presentazione dell’anno scorso (a cui poi, alla fine, non ero andata) e la delusione di un paio di anni fa al Circolo dei lettori (anche se lì non era stata colpa sua). Beh, ci è riuscito alla grande. Un incontro di un’ora molto divertente, grazie anche al presentatore, in cui oltre a parlare di Guido Guerrieri ha  raccontato anche diversi aneddoti e letto spezzoni dei suoi libri. È riuscito a farmi venire voglia di leggere anche l’ultimo, sebbene non riesca proprio a farmi andare giù il suo passaggio a Einaudi.
La presentazione di Mangiare è un atto agricolo
Accanto a questi grandi incontri, ce ne sono stati altri un pochino più raccolti ma in ogni caso molto interessanti. Oltre a quelli con gli autori Giunti di cui vi ho parlato ieri, ho assistito alla presentazione di Mangiare è un atto agricolo di Wendell Berry, a cura della Lindau; all'incontro con Marco Cassini della SUR e Luca Ussia di Rizzoli che hanno parlato del ruolo dell’editore, piccolo e grande, al giorno d’oggi; ho seguito mezz’ora del dialogo tra Jhumpa Lahiri (che parla italiano meglio di un sacco di italiani) e Sandro Veronesi, e poi allo Speed Book, un gioco in cui alcuni autori emergenti (e io tifavo per Diego Barbera e il suo Ti scriverò prima del confine) dovevano presentare il loro libro rispondendo in pochi secondi a domande specifiche.
Mi spiace molto per gli incontri che mi ero segnata e a cui, per un motivo o per l’altro, non ho potuto partecipare. È che dentro al Salone perdersi e distrarsi è semplice e in un attimo è già ora di uscire.

GLI EDITORI
Quest’anno sono ancora più entusiasta del solito. Ho evitato ovviamente gli stand dei grandi editori, che trovo un po’ asettici e molto simili a qualunque altra libreria che si può trovare anche all'esterno, e mi sono fatta invece conquistare da quelli piccoli.
A partire da minimum fax, in cui appena dico chi sono vengo accolta da grande entusiasmo, e dagli amici delle Edizioni Spartaco (Ugo e Andrea alla fine credo non ne potessero più di salutarmi). Ma anche dalla Gorilla Sapiens, che era un sacco di tempo che volevo incontrare e che non ha battuto ciglio quando ho richiesto espressamente di fare una foto con il peluche Gorilla (opera bellissima di Popcorn&Candies). Ho poi salutato per la prima volta, pur conoscendoli da un paio d’anni, Andrea e Carlotta di Las Vegas e mi sono fatta travolgere da Sara e da tutto lo stand della Lindau (per fortuna con meno timidezze rispetto al Book Pride).
Io con il Gorilla alla Gorilla Sapiens
Una menzione speciale va poi ai ragazzi allo stand Fazi, anche se non posso dire perché. In ogni caso, se state leggendo, vi ringrazio ancora tantissimo.

I LIBRI
Ero partita con una lista, che in parte ho seguito e in parte no. E alla fine, tra acquisti, regali, 3X2 e omaggi, sono arrivata  a casa con una ventina di libri circa.
Non male, come bottino!

Il bottino di giovedì

... e quello di venerdì e sabato.

GLI INCONTRI CON LE ALTRE PERSONE
Ecco, questo forse è l’argomento più bello e più brutto allo stesso tempo del Salone del Libro. È bello perché è l’occasione per dare finalmente un volto a persone che hai sempre e solo visto attraverso uno schermo (Cristina, finalmente!), per rivedere persone che puoi incontrare solo così in queste occasioni (Francesca e Veronica del blog La contorsionista di parole) e conoscere persone (Angela di righevaghe, ad esempio) con cui senti in qualche modo di avere una certa affinità. Oltre alle blogger che, ogni anno, anche solo per qualche minuto, saluti volentieri.
Però ecco, io dal vivo sono di una timidezza esasperante. Esasperante per me, che vado subito nel panico e mi rendo conto di fare sempre magre figure. Per cui, chiedo davvero scusa a chi mi ha fermato per salutarmi (Martina, o Stefano che addirittura è venuto a cercarmi!) e si è trovato di fronte tutto fuorché la brillante blogger (no, eh?) che sono sempre. Mi ha fatto comunque un piacere immenso, davvero!
E il proposito per il nuovo anno è iscrivermi a un corso di pubbliche relazioni… oppure la prossima volta mi porto una lavagnetta e ci parliamo scrivendo, che almeno non divento tutta rossa.

"Beeeeep"
IL LETTORE RAMPANTE
Si merita una sezione tutta per sé. Perché almeno un giorno mi accompagna sempre. Perché sopporta quasi in silenzio ogni conferenza a cui lo porto (ok, a volte il silenzio è per l’abbiocco, ma va bene lo stesso). Perché si presta sempre a “oddio, ma lui è il lettore rampante??” e perché mi lascia sempre comprare un libro in più piuttosto che uno in meno.
Oh, sì e poi perché mi asseconda nel fare le foto sceme.


Questo, insieme al post di ieri, è stato il mio Salone del libro 2015. Avrò sicuramente dimenticato qualcosa (tipo di dire, ancora una volta, che l’immagine era terrificante e che secondo me dovrebbero mettere più sedie e aree per riposarsi) e qualcuno.
Come ogni anno, comunque, è stato semplicemente bellissimo.

E ora aspettiamo il #SalTo16!