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martedì 18 aprile 2017

TEMPO DI LIBRI: chi, cosa, quando, dove e perché

Finalmente ci siamo. Dopo mesi di polemiche, botta e risposta, programmi e ospiti annunciati e "ma tu a quale fiera vai?", domani inizia Tempo di libri, la nuova fiera dell'editoria italiana da molti vista come la "versione milanese" del Salone del libro di Torino, che occuperà il padiglione 2 e il padiglione 4 di Fiera Milano Rho fino a domenica 23.



Della lunga diatriba tra le due fiere, o almeno dei momenti caldi iniziali, avevo racconto in un post uscito su Ultima pagina a ottobre del 2016. Da allora il conflitto tra le due fiere è rimasto, anche se con toni molto meno accessi. Lo scontro si è spostato sui numeri: dai costi degli stand a quello dei biglietti di ingresso, dal numero di editori presenti a quello degli ospiti e dei grandi nomi (che è sfociato, lasciatemelo dire, in un triste gioco a "chi ce l'ha più lungo" che, secondo me, in un paese in cui i lettori sono sempre meno serve a poco...).

Un po' per lavoro, un po' per pura e semplice curiosità, ho deciso di partecipare a entrambi (sono troppo fuori dalle dinamiche dietro a queste fiere per schierarmi apertamente a favore o contro l'una o l'altra).
E quindi, dopo aver spulciato attentamente il ricco programma, ho deciso che, salvo imprevisti, sarò a Tempo di libri sabato 22 e domenica 23. 
Come per tutte le fiere, ho fatto una piccola selezione degli incontri per me più interessanti e a cui cercherò di partecipare.
Quali? Questi:


SABATO 22

h 10.30 Matematica e libertà: Marco Malvadi e Chiara Valerio - SALA GOTHAM (pad.2)
h 11.30 Storie di successo dopo il decesso: Benedizione di Kent Haruf  - SALA GEORGIA (pad 4)
h 11.30 (nel caso riuscissi entro sabato a sviluppare il dono dell'ubiquità) Gran Tour del Lago di Como: Incontro con Andrea Vitali - SALA ARIEL (Pad.4 )
h 12.30 Datemi un triciclo: Filippo Timi legge Shining - SALA VERDANA (pad 2).
h 14.30 Sono i cavalieri dello zodiaco: incontro con Zerocalcare - SALA VERDANA (pad. 2)
h 18.30 Trainspotting 2: incontro con Irvine Welsh - SALA TAHOMA (pad. 4)

DOMENICA 23

h 12.30 Di sedie rosse e altre storie: incontro con Edna O'Brien - SALA GOTHAM (pad 2)
h 13.30 Cento giri d'Italia: incontro con Fabio Genovesi e Maurizio Maggiani - SALA OPTIMA (pad. 4)
h 14.30 Avventure in famiglia: incontro con Matteo Bussola - SALA GOTHIC (pad. 4)
h 16.30 Mio, tuo, vostro: incontro con David Grossman - SALA VERDANA (pad 2)
h 17.30 Il più grande scrittore americano che non avete mai sentito nominare: incontro con Tom Drury - SALA COURIER (pad 2)

Oltre a questi, ovviamente, ci sono molti, moltissimi altri incontri (sia all'interno della fiera, sia la sera in centro a Milano), ma ho selezionato solo quelli che per interesse (e orari, che raggiungere Rho, ahimè, è un pochino scomodo) mi incuriosiscono di più.

Non ho invece preparato un elenco dei libri da comprare... perché ne ho tantissimi in arretrato da leggere e cercherò di non acquistare nulla (ahahahahahahahahahahahah.)

Voi ci sarete? Avete già deciso a quali incontri partecipare? Io avrò la mia solita borsa rampante... se mi vedete, fatevi riconoscere!

lunedì 23 gennaio 2017

UN SOLO PARADISO - Giorgio Fontana

«Te l’ho già detto. Ero convinto di non essere in grado di amare. E non avendo particolari ambizioni nella vita, ho finito per obbedire a questa legge: mi sono accontentato. È triste, ma anche – come dire – igienico. In ogni caso funzionava alla perfezione, persino io ne ero stupito. Ti accorgi di come la ricerca della felicità abbia qualcosa dell’inganno».
«Ma è impossibile informarsi in questo modo», disse lei. «Scusa, ma la trovo un’idiozia».
«Vero. Eppure mi ha risparmiato parecchia sofferenza. Prima non avevo idea di cosa desiderassi, di cosa volessi fare della mia vita. Poi con il tempo ho imparato a non pensarci più. Il desiderio mi sembrava una cosa sopravvalutata. Se te ne sbarazzi, ottieni la libertà».
«E invece ora?».
«Ora ci sei tu», disse Alessio.

(Questa mio recensione è stata pubblicata su Ultima pagina il 10 gennaio 2017)

Alessio ha quasi trent’anni e non si è mai innamorato. Credeva di non averne bisogno. Credeva che l’amore e la felicità non fossero indispensabili o che, semplicemente, non dovesse né aspettarli né tantomeno cercarli. Bisogna accontentarsi di quello che si ha, non desiderare niente, per poter sopravvivere. “Un dolceamaro contentarsi”, lo chiama, fatto di un lavoro stabile lontano dal paesino di montagna in cui è cresciuto e a cui non ama tornare e dalla sua famiglia; fatto di viaggi in solitaria e di musica jazz. Finché nella sua vita non entra Martina, una ragazza dalla risata un po’ rumorosa, che parla poco di sé e sfugge da un amore passato che ancora la tormenta. La ragazza lo travolge, lo fa innamorare e poi stare male, come succede con quasi tutti gli amori. Ma Alessio da questa sofferenza non riesce a riprendersi. Diventa un’ossessione, che lo porta a chiudersi in se stesso, a deprimersi, a non saper più vivere.

Dopo Morte di un uomo felice, con cui ha vinto il Premio Campiello 2014, Giorgio Fontana mette da parte le tematiche storiche e sociali e in questo suo nuovo romanzo, Un solo paradiso, pubblicato ancora da Sellerio editore, decide di raccontare una storia d’amore. Un uomo che non cerca e non vuole l’amore, che si accontenta di quello che fa, forse per paura di soffrire, forse perché più semplice. Finché l’amore non arriva, lo travolge, e poi lo distrugge, mostrando quanto si possa essere fragili quando si perde qualcosa e, soprattutto, quanto difficile sia sopportare il dolore della fine della felicità.
Si accorse che fino a quel momento non aveva capito nulla di quanto gli fosse successo. Ma ora, infine, comprese: non aveva perso l’amore. Quello era sempre possibile, come gli aveva detto Laura. Aveva perso unicamente lei, un semplice essere umano – e questo era mille volte peggio.
La storia di Alessio viene raccontata tramite un espediente abbastanza classico: un ragazzo, appena rientrato a Milano dopo aver lavorato per qualche tempo a Roma, entra nel bar che frequentava da giovane con il suo gruppo di amici. Amici che ha perso di vista, come succede spesso quando si diventa adulti e le vite prendono cammini diversi, e di cui non ha saputo quasi più nulla. In quel bar, su uno sgabello, c’è Alessio che beve. I due si salutano, si scambiano banali convenevoli e poi Alessio decide di riversare tutta la sua storia con Martina e tutta la sua sofferenza su questo amico che non vede da un anno e che sa che non rivedrà più. Beve e racconta. Racconta e beve. Poi, alla fine, si alza e se ne va, perché nonostante sia passato ormai del tempo, nonostante sappia che il dolore quasi sempre passa, non sa come fare a uscirne, non sa se esista una soluzione per sopravvivere.
Alessio era passato attraverso la solitudine dell’adolescenza in quel posto dimenticato da dio, l’aggressione del padre, il fratello in prigione; era passato attraverso le infamie di vecchi amici, i lavori umilianti, la morte di una cugina cui era tanto legato; tutto il cumulo di problemi che non rivelava a nessuno per decenza o vergogna: e dunque perché ora non era in grado di riaversi?
Perché comprese questo – il vero punto della storia, come mi disse finalmente al Ritornello: si sopravvive a tanti inferni, e non a un solo paradiso.
A far da sfondo al romanzo c’è Milano, una città che Giorgio Fontana conosce e ama molto, e a cui dedica un ritratto bellissimo. È quasi una protagonista, che assiste alle gioie, ai dolori, agli amori, ai ritorni, agli addii di chi la vive, cambiando il suo aspetto di pari passo con gli stati d’animo dei protagonisti. Dal centro alla periferia. Da una città piena di luce e colori, a un posto grigio, triste, che inghiotte chi lo popola e se lo porta via.
Ecco cos’era Milano. Era una città di addii. Gli amori terminavano regolarmente a ogni ora, nei luoghi più imprevedibili: lo spazio di un abbraccio consumato di fronte al parcheggio di Bisceglie, al limite urbano occidentale. Uno schiaffo di fronte alla Biblioteca Sormani. Uomini e donne la cui sola presenza era ormai diventata intollerabile: si mormoravano addii inferociti in letti di viale Lomellina, di via San Marco, di piazzale Brescia: matrimoni terminati da una firma, o interrotti bruscamente senza altre parole.
Con Un solo paradiso, Giorgio Fontana dimostra di saper parlare anche d’amore, di saper affrontare con uno stile impeccabile e profondo il tema forse più banale e comune del mondo, quello della fine di una storia, analizzandone gli aspetti più controversi, più difficili, più brutti. Tutti, almeno una volta nella vita, hanno subito una perdita e un dolore così forti come solo la fine di un amore può provocare. Quasi tutti ne escono, riprendono in mano ciò che resta di se stessi e continuano la loro esistenza. Poi ci sono quelli che invece non ci riescono: come Alessio e Martina. Che passano da un «dolceamaro contentarsi» a un paradiso andato in frantumi, al cui cospetto non si può far altro che arrendersi. 

Titolo: Un solo paradiso
Autore: Giorgio Fontana
Pagine: 208
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Sellerio
ISBN: 9788838935466 
Prezzo di copertina: 14 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Un solo paradiso
formato ebook: Un solo paradiso

lunedì 7 novembre 2016

LA VEDOVA VAN GOGH - Camilo Sánchez

Un’ombra pesante su ogni gradino della scala è stato l’annuncio: Theo Van Gogh entra con il fantasma della morte attaccato alle scarpe.
Johanna lo guarda. In tre giorni è invecchiato di dieci anni.
Quasi non fa caso alla moglie e a malapena saluta il bambino. Con una cautela estrema, sistema sotto il letto gli ultimi lavori del fratello, una serie di rotoli con tele dipinte di fresco. Quindi, nel bauletto di rovere delle lettere, ne deposita un’ultima, quella che Vincent Van Gogh aveva addosso quando si era sparato un colpo, e poi si era sdraiato per dormire.

(Questo mia recensione è stato pubblicata su Ultima pagina il 25 ottobre 2016)

Il 27 luglio 1890 Vincent Van Gogh si spara un colpo di rivoltella al petto. Muore alle prime ore del 29 luglio, dopo poco più di un giorno di agonia. Accanto lui c’è il fratello Theo, accorso al suo capezzale da Parigi non appena saputo del tentativo di suicidio, e rimasto accanto a lui fino alla fine.
Nemmeno a lui Vincent ha voluto dare spiegazioni del suo gesto, culmine di una vita fatta di disturbi mentali e inquietudini. E Theo, che al fratello è molto legato, da questo grande dolore non si riprende più. Dopo mesi di depressioni e malattie psicosomatiche, muore il 25 gennaio 1891, a soli sei mesi di distanza dal suicidio del fratello.
La vedova Van Gogh, romanzo dello scrittore argentino Camilo Sánchez, pubblicato da marcos y marcos con la traduzione di Francesca Conte, parte dal momento in cui Theo ritorna alla sua casa di Parigi, dalla moglie Johanna Van Gogh – Borger e dal figlioletto appena nato, chiamato Vincent in onore del fratello, dopo essere stato al capezzale del pittore morente.
Torna a casa, ma è come se non tornasse più, talmente forte è il dolore che prova e che, nei pochi mesi successivi, lo ucciderà.

La storia viene raccontata dal punto di vista di Johanna, che con il cognato Vincent non aveva poi chissà quale grande rapporto, ma che invece è profondamente innamorata del marito. Vorrebbe aiutarlo, nel suo tentativo di rendere il giusto onore all’opera del fratello, ma al tempo stesso prova rabbia nei suoi confronti, per il modo in cui si sta lasciando andare, per la scarsa attenzione che prova nei confronti del figlio e per quello stato di apatia che si è impossessato di lui e che sa lo porterà alla morte.
È così. Ora posso perfino scriverlo senza tristezza: il vero amore della vita di Theo è stato Van Gogh.
Né io né mio figlio siamo riusciti a cambiare il suo destino. Ma non mi si chieda di comprendere questo genere di amore incondizionato, che li ha trascinati alla morte.
Quando poi Theo effettivamente muore, Johanna dovrà prendere in mano la sua vita e quella di suo figlio e cercare di sopravvivere. Per farlo, le vengono in aiuto proprio i quadri del cognato, che inizierà a riscoprire e, soprattutto, a far scoprire agli altri: dapprima semplicemente appendendoli alle pareti di Villa Helma, la locanda che ha deciso di aprire per rifarsi una vita, poi, con il passare del tempo riuscendo a organizzare mostre, a vendere alcune delle opere e a far conoscere Vincent Van Gogh per il grande pittore che è.
Ho camminato in mezzo ai quadri.
Mi sono fermata solo davanti al mandorlo in fiore che ha dipinto per mio figlio.
E mi ha divertito come non mai la sensazione di vedermi come un’intrusa, una fra le tante spettatrici che sfilavano davanti alle immagini come a messa.
C’è chi parla di Van Gogh al presente, come se non fosse morto.
Ecco qua. D’ora innanzi,Vincent Van Gogh sarà il nome di un artista.
Camilo Sanchéz sceglie di narrare le vicende di La vedova Van Gogh attraverso tre espedienti narrativi: il primo, quello che dà la struttura al romanzo e tiene unito il tutto, è una narrazione quasi asettica, una mera cronaca degli eventi e dello scorrere del tempo, senza interventi personali dell’autore; poi, ci sono le pagine di diario che Johanna scrive e in cui racconta le sue preoccupazioni, le sue paure, il suo senso di impotenza di fronte a quello che sta succedendo al marito e alla sua vita, ma anche le gioie del veder crescere il figlio, per nulla intaccato dal dolore che ha pervaso tutta la famiglia. Infine, ci sono le lettere che Vincent Van Gogh ha scritto negli anni al fratello e che Johanna scopre insieme al lettore. Lettere realmente esistite (pubblicate in Italia da Guanda nel 2007 nel volume Lettere a Theo, curato da M. Cescon) e che mostrano l’abilità a scrivere del grande pittore e, soprattutto, il forte legame di affetto e protezione che ha sempre unito i due fratelli.

Ed è proprio a partire da queste lettere, di cui Johanna era depositaria insieme alle opere, che lo scrittore argentino ha deciso di scrivere il suo primo romanzo. Incuriosito dalla figura della donna, dal ruolo che ha avuto nel difendere e diffondere i quadri del cognato, ha raccontato la sua storia e permettere così di conoscere un aspetto, di cui probabilmente solo gli appassionati sono consapevoli, del grande pittore impressionista.
Il libro è una passeggiata tra le opere di Van Gogh che va oltre la semplice tela. Leggendo si scoprono alcuni dettagli, alcuni retroscena e, soprattutto, alcuni dei più grandi turbamenti del pittore olandese che poi si sono riversati nei suoi quadri, racconti da un punto di vista vicino ma al tempo stesso esterno, quello di una donna che sì, riconosce il valore di quelle opere e ama perdersi in quei colori, ma al tempo stesso vorrebbe più tranquillità per la sua famiglia e per se stessa.
Molti indizi dell’autunno sugli alberi che costeggiano il percorso. Quando siamo passati davanti alla chiesa di Auvers, mi sono ricordata del dipinto che la raffigura, attaccato con le puntine nel corridoio che porta in cucina, a Pigalle.Senza il luccichio giovanile del disegno, né il cielo sullo sfondo, drammatico e carico di presagi, la chiesa, davanti ai miei occhi, pareva aver perduto la vitalità del quadro.Il quadro di Van Gogh migliorava il paesaggio.Scrivo sul treno che mi riporta a casa, a Pigalle. Confusa come prima o anche di più.Il dottor Gachet non può o non vuole darmi una diagnosi precisa sulla salute di Theo?
Ad arricchire questa biografia in forma di romanzo ci sono le note finali dell’autore, integrate nella versione italiana dalla traduttrice Francesca Conte, che spiegano e approfondiscono alcune delle cose raccontate nel romanzo, così da fornire basi realmente solide alla parte romanzata della vicenda.

Il risultato è un romanzo biografico e autobiografico al tempo stesso, in grado di coinvolgere e appassionare sia gli esperti e gli amanti di Vincent Van Gogh, sia chi invece lo conosce poco e solo per i suoi quadri più famosi. Attraverso il racconto e le parole di una donna forte e coraggiosa come Johanna Van Gogh – Borger, Camilo Sanchéz  va oltre i quadri e la pittura di Vincent Van Gogh, mostrandone anche l’aspetto più fragile, più umano, che ha contribuito a renderlo un grande.


Titolo: La vedova Van Gogh
Autore: Camilo Sánchez
Traduttore: Francesca Conte
Pagine: 192
Editore: marcos y marcos
Prezzo di copertina: 16,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura: La vedova Van Gogh

martedì 28 giugno 2016

LA FIGLIA SBAGLIATA - Raffaella Romagnolo

Se tra una passata e l’altra si fermasse a guardare in volto Pietro Polizzi, cosa che Ines fa di rado, si accorgerebbe dell’incipiente pallore e di una lieve impressione di secchezza della pelle, causata dal blocco del flusso sanguigno… Pietro aveva un bel fascino, pensa Ines. Ma di certo non era bello come il loro primogenito. Vittorio è molto più alto, e poi il taglio degli occhi, le ciglia, le spalle… Anni di nuoto gli hanno modellato il corpo. Avrebbe potuto diventare un campione dice… È sempre stato giudizioso, d’altronde, anche da bambino. Un amore di bambino… Bambini così ce n’è uno su un milione, pensa. È stata fortunata, molto fortunata. Due sarebbe chiedere troppo.



(Questa mia recensione è stata pubblicata su Ultima pagina il 21 giugno)


Un sabato sera qualunque in una casa di una coppia sposata da quarantatré anni. Lui seduto al tavolo, con la Settimana Enigmistica davanti, lei alle sue spalle a rassettare la cucina dopo la cena. Di sottofondo, la tv accesa su un noto programma di ballo. Una serata normalissima, di una coppia come ce ne sono tante. Se non fosse che l’uomo seduto al tavolo, Pietro Polizzi, proprio in quel momento sta morendo d’infarto, e la moglie, Ines Banchero, sembra non accorgersene, talmente presa dalle sue abitudini, dal qual risentimento che si porta dietro fin dal giorno in cui si è sposata e, soprattutto, talmente poco i due sono abituati a guardarsi in faccia. Lei gli parla e lui non le risponde. Lei si arrabbia e lui ancora niente. Finché capisce che è morto, e se ne va a dormire.

No, non si esaurisce così la trama di La figlia sbagliata, l’ultimo romanzo di Raffaella Romagnolo pubblicato da Frassinelli che ha da poco conquistato un posto tra i dodici finalisti del Premio Strega di quest’anno. Tutto questo succede solo nel primo, folgorante capitolo, che dà poi il via a tutta la storia, a tanti piccoli salti nel passato che fanno capire che questa coppia, all'apparenza così perfetta, così normale, in realtà non lo è mai stata.

Oltre a Ines e Pietro, la famiglia Polizzi-Banchero si compone anche di due figli: Vittorio, il primogenito, bravissimo, bellissimo, sempre obbediente, che non ha mai dato una preoccupazione a sua madre; e Riccarda, che invece per Ines è un po’ una pecora nera, che con i suoi capricci, la sua testardaggine, la sua incapacità di obbedirle, le ha sempre causato dei problemi. Inutile dire chi sia la figlia sbagliata del titolo. Ma siamo proprio sicuri che Vittorio sia felice? Che sia quel figlio bravissimo, bellissimo, obbediente, perfetto… che Ines crede che sia?

La figlia sbagliata ruota tutto intorno ai legami di questa famiglia, che il lettore scopre con i salti temporali che l’autrice fa da quella sera davanti alla tv in cui Pietro muore fino al passato, da sempre caratterizzato da quella contrapposizione che Ines ha creato tra Vittorio e Riccarda. Lui è perfetto, lei è ribelle. Lui la ascolta, lei fa sempre il contrario. Lui non se ne va in giro per il mondo inseguendo sogni impossibili, lei chissà cosa fa davvero per vivere. Lui, lui, lui… e lei invece no.

In questo libro, triste e tragico, Raffaella Romagnolo si interroga sulla complessità dei rapporti tra madri e figli,  concentrandosi soprattutto su quelli che sembrano belli ma invece sono quasi morbosi, anche se forse inconsapevolmente, e da cui sembra impossibile poter fuggire, e su quelli che all’apparenza sembrano brutti, ma sono solo una semplice e natura voglia di affermare se stessi, di inseguire i propri sogni e di diventare grandi.

Perché tutto finisce, Vittorio lo sa. La visita a casa dell’amica di mamma (Ines vuole che lui faccia amicizia con il figlio. Anche questa cosa, se l’è messa in testa), la porzione di nasello al vapore, il controllo dei compiti prima di cena (da cui dipende la presenza del dessert), e persino i tuffi dallo scoglio più alto. Il tempo che passa è suo amico. Il suo migliore amico.

I personaggi del libro sono tutti caratterizzati alla perfezione e riescono a trasmettere quel senso di tristezza, di infelicità, di delusione e disillusione che forse sono le uniche cose che davvero li unisce. Il marito Pietro usa il suo lavoro di camionista come via di fuga, lasciando la moglie e i figli con la scusa di una consegna lontana quando la situazione in casa diventa davvero insostenibile, anche se si rende presto conto che dai pensieri e dai tormenti è difficile fuggire. Li ama, tutti e tre, ma fatica a capire quale sia il suo posto, se accanto a quella donna così piena di carattere e di risentimenti verso il mondo, o accanto ai suoi figli, che a volte sembrano così indifesi. Vittorio e Riccarda, il figlio giusto e la figlia sbagliata, sono due fratelli che si vogliono un bene incredibile e che sanno perfettamente che cosa stanno vivendo l’uno e l’altra, che cosa li fa star male, con la differenza che uno non reagisce mentre l’altra cerca di farlo per tutti e due, senza successo.

E poi c’è Ines, che si fatica a non detestare per buona parte del libro (soprattutto se figli non se ne hanno ancora o se si è stati figli di madri così, amati o sbagliati… perché ce ne sono eccome), per via del suo risentimento nei confronti del marito, del suo egoismo, del suo eccessivo amore per Vittorio e per il suo quasi odio verso Riccarda, colpevole di cercare di seguire quella strada che lei da giovane non ha potuto seguire.. Man mano che si scopre la sua storia, però, si inizia a provare anche un po’ di pena per lei. Soprattutto quando si è nel presente, quando lascia il marito lì, seduto al tavolo nonostante sia morto, e svela a poco a poco ciò che negli anni ha dovuto affrontare, le cose che per convenzione o per necessità ha dovuto mettere da parte e che hanno inevitabilmente condizionato il suo rapporto con gli altri: con il marito, colpevole di non essere abbastanza, con la figlia, colpevole di ricordarle ogni giorno quello che lei non ha avuto, e anche con Vittorio, verso cui ha riversato tutto la sua energia.

La figlia sbagliata di Raffaella Romagnolo è un libro difficile da leggere ma che fa riflettere, perché analizza a fondo, senza alcuna remora o pudore, quei legami che uniscono, e a volte vincolano e schiacciano, genitori e figli. Legami che anche nelle famiglie felici a volte sono complicati, ma che in quelle infelici possono davvero rovinare la vita di chi li subisce e non è in grado di reagire. Quello che ne viene fuori alla fine è un ritratto triste, doloroso, tragico, ma anche potente e indimenticabile, di una famiglia che così rara poi non è.


Titolo: La figlia sbagliata
Autore: Raffaella Romagnolo
Pagine: 170
Anno: 2015
Editore: Frassinelli
Prezzo: 15€
Acquista su Amazon:
formato brossura:La figlia sbagliata
formato ebook: La figlia sbagliata

martedì 3 maggio 2016

NON HO ANCORA FINITO DI GUARDARE IL MONDO - David Thomas

HO PAURA DI TUTTO. Dei cani, dei topi, dei serpenti e del temporale. Di essere in ritardo, malata, sfinita, sola, bloccata in ascensore o sorpresa. Ho paura degli altri, ho paura di dovermi giustificare, di dovermi spiegare, ho paura di essere mal giudicata, di deludere o di infastidire. Ho paura della folla, dell’isolamento, degli ictus, dei germi e di essere cacciata dal lavoro.
Solo tu non mi fai paura, e non sono sicura che sia un buon segno.

(Questa mia recensione è stata pubblicata su Ultima pagina il 26 aprile)


A tre anni dal suo primo libro pubblicato in Italia, La pazienza dei bufali sotto la pioggia, lo scrittore francese David Thomas è da poco tornato in libreria, sempre con Marcos y Marcos, con una nuova raccolta di piccole storie di quotidianità. Non ho ancora finito di guardare il mondo, tradotto dagli allievi della scuola di specializzazione per traduttori tuttoEuropa di Torino, con la supervisione di Maurizia Balmelli, non è altro che questo: una collezione di frammenti di vita, di storie di uomini e di donne che si trovano ad affrontare le piccole e grandi problematiche che il mondo mette loro davanti.
David Thomas deve essere un cultore delle cose di ogni giorno. Di quei piccoli istanti di felicità o di tristezza, di noia o di euforia, di vita insomma, che tutti affrontano nella loro quotidianità. Ed è per questo che per i suoi microracconti, che non superano mai le quattro pagine e che più sono brevi più sono efficaci, sceglie sempre la narrazione in prima, o al massimo in seconda, persona. Perché quello che succede a questi uomini e a queste donne potrebbe succedere a tutti. Anzi, già lo fa.

Tutti noi proviamo una soddisfazione incredibile a fare qualcosa di nascosto, come l’ascoltatore del primo racconto, Fare l’amore, che adora tenere la finestra aperta per sentire le urla di piacere dei vicini e sentirsi felice e in pace con il mondo. Tutti noi abbiamo qualcuno di cui odiamo le abitudini ma a cui alla fine non sapremmo mai rinunciare, come il protagonista di Caverna, che detesta sua moglie come solo chi ama davvero può fare, o quello di Urli, che cerca un po’ di pace ma poi nel silenzio proprio non riesce a stare. Tutti noi abbiamo amiche o amici che proprio non capiscono che cosa possiamo provare per qualcuno, perché fisicamente non proprio appetibile, come in Brutta, o semplicemente perché stronzo, in Niente di più semplice. Ma, soprattutto, tutti noi abbiamo rimpianti o rimorsi per il tempo perso, come la protagonista di Sette anni, che riesce a raccontare in poche righe il nascere, il crescere, il deteriorarsi e il finire di un amore, o per qualcosa che è stato e ora non è più e di cui forse non si è goduto abbastanza (provate a chiedere al povero Pugnetto).

La differenza è che forse non tutti saremmo in grado di affrontare le cose che la vita ci mette davanti ogni giorno come le affrontano i protagonisti dei racconti di Non ho ancora finito di guardare il mondo. Con amarezza, sì, con un’estrema coscienza di sé, dei propri limiti e delle proprie debolezze, soprattutto quando si parla d’amore, ma anche con ironia e autoironia. Come se David Thomas e i suoi personaggi, che a volte potrebbero sembrare un po’ folli ma che non sono altro che estremamente umani, sapessero che non c’è altro modo per sopravvivere alla realtà.

Sono anni che mi dico che dovrei cambiare macchina, lavoro, quartiere, donna e anche identità. Ma non so perché, non faccio niente per cambiare le cose. È deciso, domani mi cambio le mutande, queste sarà una settimana che ce le ho addosso. Sono sicuro che mi darà la carica per cambiare tutto il resto.

Non ho ancora finito di guardare il mondo di David Thomas è un libro da tenere vicino a sé e sfogliare di tanto in tanto, quando ci succede qualcosa di imprevedibile e non sappiamo come reagire, ma anche semplicemente quando la vita di ogni giorno ha il sopravvento su di noi, quando tante piccole cose si mettono insieme per farne una grande che ci sembra di non poter affrontare. Basta aprire questo libro in una pagina a caso e leggere uno dei settanta brevi racconti che lo compongono, per sentirsi un po’ meno soli, un po’ meno strani e, soprattutto, molto, molto più umani.


Titolo: Non ho ancora finito di guardare il mondo
Autore: David Thomas
Traduttore: Allievi della Scuola di specializzazione per traduttori editoriali, a cura di Maurizia Balmelli
Pagine: 192
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Marcos y Marcos
ISBN:978-8871686585
Prezzo di copertina: 16,00 €
Acquista su Amazon:

sabato 30 aprile 2016

Aprile dolce... leggere! (e pure tanto quest'anno)

E anche il mese di aprile volge al termine e, non so voi, ma io ormai sono in pieno fermento da Salone del Libro di Torino. Ho iniziato a spulciare il programma e cercare di decidere a quali incontri andare, e soprattutto ho iniziato a stilare la tanto temuta (dal mio portafogli) lista di libri che vorrei acquistare (per ora siamo solo a cinque, ma c'è ancora tempo).

Nell'attesa, comunque, diamo un'occhiata a come è stato questo Aprile qui sul blog. 
Il mese è iniziato con la gita al Book Pride a Milano, di cui vi ho raccontato qualcosa qui. Più che della fiera in sé, che è un po' piccolina e forse non vale il viaggio da lontano, sono contenta delle persone che ho incontrato (e anche dei libri che ho acquistato, ovviamente).

Sabato 16 c'è invece stato il quarto appuntamento di Una valigia di libri, l'evento organizzato da me, da Il giro del mondo attraverso i libri e dalla Libreria Sulla Parola, che questa volta ci ha portato a spasso per l'Asia. Un continente che conosco poco, sia geograficamente sia a livello letterario, che però ha portato invece un sacco di spunti. Bisogna solo trovare il tempo di recuperarli tutti.

Altre grosse novità non ce ne sono state, se si esclude che ho iniziato a collaborare con un altro sito letterario, Ultima pagina, e che ho consegnato un'altra traduzione (la cui uscita è prevista a maggio). Quindi, direi che possiamo passare alle letture. Che questo mese sono state proprio tante, anche se non tutte all'altezza delle mie aspettative.

le letture del mese più il Kindle, che ne contiene altre due.

PARLAMI D'AMORE di Pedro Lemebel: pubblicato da marcos y marcos con la traduzione a cura di Matteo Lefèvre, è un libro che tutti coloro che hanno letto e amato i romanzo di questo scrittore cileno dovrebbero recuperare. Rappresentato un tassello in più per conoscere e innamorarsi di Pedro Lemebel.

ANCHE NOI L'AMERICA di Cristina Henríquez: pubblicato dai tipi di NN editore (che porca miseria non sbagliano un colpo) con la traduzione di Roberto Serrai, è un libro che parla di immigrazione, di accoglienza, di odio e d'amore.

NESSUNO SCOMPARE DAVVERO di Catherine Lacey: edito da Sur e tradotto da Teresa Ciuffoletti, è stata la prima delusione di questo mese. Forse mi sono fatta fregare un po' io dai troppi commenti entusiastici che hanno alzato troppo le mie aspettative. Ma era da un sacco che non avevo così tanta voglia di prendere a sberle una protagonista.

PaperAmleto e altre storie ispirate a William Shakespeare: eh sì, questo mese ci sono state le celebrazioni per il quattrocentenario dalla morte del grande Will (e anche quelle per Cervantes, non dimentichiamocelo!). Tra i vari tributi, c'è questa bellissima raccolta di vecchi fumetti di Topolino che si ispirano alle più grandi commedie e tragedie shakespeariane. Una chicca, che tutti gli amanti del Bardo dovrebbero leggere.

LA SAGA DEI CAZALET vol.2- Il tempo dell'attesa di Elizabeth Jane Howard: edito da Fazi con la traduzione di Manuela Francescon, è il secondo volume dopo Gli anni della leggerezza incentrato sulla famiglia Cazalet. Una delle saghe famigliari più belle che ho letto negli ultimi anni.

LA FELICITÀ DI EMMA di Claudia Schreiber: pubblicato da Keller editore e tradotto da Angela Lorenzini, questo libro ha la copertina rosa e un bellissimo maialino che fa capolino da centro pagina. E poi è una storia dolcissima, con una protagonista di una tenerezza incredibile, anche se macella maiali.

ADIEU MON CŒUR di Angelo Calvisi: edito da Casasirio editore, parla di crescita, di cambiamenti e di amori impossibili. In un modo a volte un pochino frettoloso, ma comunque bello.

NON HO ANCORA FINITO DI GUARDARE IL MONDO di David Thomas: pubblicato da marcos y marcos e tradotto dalla scuola di specializzazione per traduttori tuttoEuropa, è il libro che ha dato inizio alla mia collaborazione con UltimaPagina (infatti per ora la recensione la trovate solo lì, tra qualche giorno approderà anche qui sul blog!). Una raccolta di brevi racconti di storie quotidiane, che tutti potremmo vivere. Un inno alle piccole cose e all'essere molto, molto umani.

CANTO DELLA PIANURA di Kent Haruf: secondo volume pubblicato in Italia da NN editore della Trilogia della pianura (in lingua originale sarebbe il primo), tradotto da Fabio Cremonesi. Eh niente, ho pianto. E viva i fratelli McPheron!

LA BATTAGLIA NAVALE di Marco Malvaldi: nuova avventura dei vecchietti del Barlume, pubblicata sempre da Sellerio. Nonché grande, grandissima delusione di questo mese. Porca miseria.


Non mi ero mica resa conto di aver letto così tanto! E devo dire che era da un po' che non mi capitavano così tante delusioni in un solo mese. Per fortuna che ci sono stati anche molti libri belli che hanno compensato.
 Il vostro aprile (di libri e non) come è stato invece?