mercoledì 8 maggio 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #32

Rieccoci con un nuovo appuntamento della rubrica di confronto tra titolo originale e titolo tradotto, dopo la settimana di pausa dovuta alla concomitanza con la festa del lavoro.

Questa settimana ho scelto di parlarvi di un libro che ho letto non molto tempo fa e che ho amato tantissimo. Un confronto che, ammetto, mi pesa parecchio fare perché una delle cose che più mi aveva convinto a leggere quest'opera era stata proprio il magnifico titolo italiano. Che con l'originale non c'entra assolutamente nulla.

Sto parlando di LET THE GREAT WORLD SPIN ovvero QUESTO BACIO VADA AL MONDO INTERO di Colum McCann:


Il romanzo di questo scrittore irlandese naturalizzato americano è uscito in lingua originale nel 2009 e tradotto in italiano per la casa editrice Rizzoli da Marinella Magrì nel 2010. E' un libro che ho trovato semplicemente bellissimo, con diverse trame che si mischiano ruotando attorno a un unico episodio, quello di un funambolo che una mattina del 1974 ha deciso di attraversare le Torri Gemelle (una recensione più completa la trovate qui).

Eppure, per quanto io trovi semplicemente magnifico il titolo italiano, la differenza con l'originale è davvero palese. La traduzione dell'originale è qualcosa tipo "Lascia che questo grande mondo giri". Un titolo che ritorna anche in uno dei capitoli, il 4°, in una forma leggermente diversa, ovvero "Lascia che il mondo giri in vortici infiniti".
Cosa sia successo nel passaggio da inglese a italiano, non riesco proprio a spiegarmelo. Né riesco a fare qualche supposizione, perché il titolo originale (scritto in una forma più decedente della mia) avrebbe potuto sicuramente funzionare anche in traduzione, restando forse più fedele alla trama del libro. In cui, ammettiamolo, di baci ce ne sono proprio pochi.

Però ho delle serie difficoltà a criticare il titolo scelto dalla Rizzoli. Perché mi piace tantissimo, lo trovo estremamente poetico e adoro l'idea di un bacio che arrivi un po' a tutti e che tocchi tutti. Forse sta proprio qui il senso del titolo. Tutti si sono fermati un attimo per guardare quel funambolo. Tutti si sono lasciati rapire dai suoi gesti. Il mondo intero ne è stato per un momento rapito.

O forse sto solo cercando una giustificazione che non c'è. Voi che dite?

martedì 7 maggio 2013

AMORE AI TEMPI DELLO STAGE - Alessia Bottone

Sono stata indecisa per tutto il giorno se recensire o meno questo libro di questa autrice emergente. Non perché non mi sia piaciuto, anzi, mi sono stupita di quanto mi abbia fatta sorridere pur non essendo il mio genere, ma perché c'era qualcosa che non mi tornava.
Alessia Bottone è una giovane precaria, che ha deciso, nell'attesa (sempre più lunga e vana) di un lavoro, di cercare di realizzare uno dei suoi sogni, quello di scrivere un libro. Il risultato è questo "Amore ai tempi dello stage".
La ragazza è una che con la penna ci sa fare, si capisce già dalle prime pagine. Un libro che è una sorta di manuale per le coppie moderne, per farle sentire un po' meno sole, perché descrive tutte quelle situazioni assurde, ridicole e masochiste in cui noi donne, almeno una volta nella vita, ci siamo ritrovate per via di un uomo e da cui questi ultimi rifuggono come la peste. Disperate telefonate notturne alle amiche del cuore (mi manca). Paranoie da "quelaragazzohamessounmipiaceaunamiafotoquindimiama" (ce l'ho). Autolesionismo nel voler frequentare ragazzi che molto platealmente non vogliono frequentare noi (ce l'ho). Farsi vedere in pigiama antisesso (ce l'ho). Ragazzi che russano come rinoceronti (ce l'ho). E così via. Dei ritratti molto ironici, scritti con uno stile molto fresco e vivace che è riuscito a conquistarmi nonostante io non legga mai questo genere di libri.

Quello che mi ha lasciato perplessa, però, è che mi aspettavo un libro su come il precariato lavorativo influenzi l'amore. Credo che chi si trovi in questa situazione mi possa capire. Una voglia matta di sistemarsi, di crearsi una famiglia. Di comprarsi una casa con una libreria gigantesca. Di svegliarsi ogni mattina accanto alla persona che si ama e di addormentarsi insieme ogni sera. E poi, quel maledetto contratto a progetto/stage/determinato/in nero/a chiamata/etc etc che ci riporta con i piedi per terra. Che ci spaventa. Che ci sembra un ostacolo quasi insormontabile, a meno che non si abbia voglia di vivere ogni giorno con la paura di non sapere cosa succederà il mese successivo. 
O anche la voglia di andare a vivere da soli, per chi è single, di staccarsi un po' dal cordone ombelicale della famiglia, senza aver paura di non farcela o di dover tornare indietro. La voglia di avere un lavoro stabile, gratificante, che non richieda compromessi sempre più difficili da accettare e che ci mortificano mentalmente. 

Tutto questo nel libro non c'è, sebbene il titolo lo lasci intendere e che sia stato così pubblicizzato. E all'inizio questa assenza mi ha quasi infastidito.
Per quanto piacevole da leggere, per quanto divertente e ben scritto, mi sembrava che mancasse qualcosa. Allora sono andata sul blog dell'autrice, ho letto qualche post, ascoltato qualche suo commento in interviste, e capito che questa assenza in questo libro è totalmente giustificabile, comprensibile. E nemmeno reale, perché in realtà questa precarietà c'è eccome, c'è in ogni parola. Semplicemente questa ragazza ha deciso di inventarsi qualcosa, per uscire da quel torpore e da quella depressione che l'invio di migliaia di cv che rimangono senza risposta ti infliggono ogni giorno. Ha preso una penna e ha scritto. Ha scritto un libro carino, piacevole, ha seguito tutta la trafila (credo altrettanto frustrante) degli scrittori emergenti in cerca prima di un editore che creda in loro poi di comparire nelle librerie. Non se n'è stata con le mani in mano ad aspettare che qualcosa le piovesse dal cielo.

Forse con quest post sto perdendo di vista il libro e spero che l'autrice mi perdoni. Ma è stata una di quelle giornate tristi e deprimenti, in cui ti senti inutile, incapace, superfluo. Quelle giornate in cui ti rendi conto che se non ti dai una mossa presto rimarrai a piedi. Quelle giornate da invio compulsivo e disperato di curricula e da "devo inventarmi qualcosa per il mio futuro".
Vorrei andare a convivere con quel ragazzo che da due anni mi sta rendendo la vita speciale. Vorrei trovare un lavoro che mi piaccia e che mi appaghi, dove non venga maltrattata dai colleghi che per salvare loro stessi eliminerebbero me. Vorrei che tutto quel mazzo che mi sono fatta all'Università servisse a qualcosa. Vorrei non essere considerata sempre quella sacrificabile perché con il contratto a progetto possono farmi più o meno quello che vogliono. Vorrei che anche tutte le mie amiche riuscissero a ottenere la stessa cosa e non che non sapessero cosa succederà domani, se verranno confermate, se arriverà una mail per un lavoro o se una parola in codice pronunciata da quelle poche persone oneste rimaste nelle aziende le avviserà che stiamo per essere tagliate fuori. Vorrei che su noi giovani si investisse e non che ci obbligassero a fuggire.

Per cui, brava Alessia e bravi tutti quei giovani, tutti noi, che nonostante tutto riusciamo a credere ancora nei  nostri sogni e cerchiamo di fare di tutto per realizzarli. Anche quando sembra impossibile, anche quando la disperazione e la tristezza ci tolgono il respiro e ci fanno annaspare, come è successo a me oggi.
Perché ce la dobbiamo fare. E sono sicura che ci riusciremo.

Titolo: L'amore ai tempi dello stage
Autore: Alessia Bottone
Pagine: 110
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Galassia Arte
ISBN: 978-88-97695-89-9
Prezzo di copertina: 9 €

lunedì 6 maggio 2013

MILLE CRETINI - Quim Monzó

Un paparino profondamente materno che prende in contropiede l'incipiente vecchiaia - nonché il figlio - a suon di collant, gonna, rossetto e tacchi a spillo. Un principe azzurro che tenta inutilmente di risvegliare la principessa dal suo sonno profondo con mille prodezze erotiche, e finisce per addormentarsi lui, per sempre. Uno scrittore esordiente pronto a rinnegare il suo idolo - che ha contribuito in modo sostanziale al suo decollo - non appena ne ha preso il posto nel firmamento letterario. Un uomo che decide di sposare l'ex fidanzata perché scopre che è malata terminale, e quando lei guarisce grazie all'amore, non sa proprio che pensare, che pesci pigliare... Che si tratti di vecchi rincretiniti, vitelloni incalliti o Madonne ribelli al destino di future madri di Gesù Cristo, Quim Monzó entra nelle vite dei suoi personaggi con occhio acuto, parole al vetriolo, balsami di tenerezza.


Che di cretini sia pieno il mondo non è poi una grossa novità. Tutti, almeno una volta nella vita (ma io credo anche molto più spesso) siamo rientrati in questa categoria. Cambiano le motivazioni, cambiano i modi, ma un po' di cretineria secondo me è insita in ogni essere umano, e non bisogna assolutamente vergognarsene. Si può essere cretini per amore, ma anche per dolore e sofferenza. Si può essere cretini per difendersi dal mondo ma anche per pura e semplice cattiveria.

In questo libricino, Quim Monzó analizza diversi tipi di cretini, attraverso dei racconti in cui descrive persone afflitte da questo modo di essere. C'è chi diventa cretino per difendersi dall'età che avanza, come nel primo racconto. Chi lo diventa per pietà, come nel secondo racconto, in cui uomo si sposa con la sua ex perché crede sia malata terminale. Inutile dire che poi alla fine rimane fregato, proprio come un cretino. Chi fa cretinate perché soffre per amore e quindi l'unica soluzione che trova è quella di svuotare l'armadio, la casa, qualunque cosa che l'uomo che prima stava accanto abbia toccato, anche la propria pelle.
C'è chi è cretino per senso di rivalsa e di presunzione. Chi lo diventa cercando di fare colpo e chi più che cretino risulta essere maleducato ed egoista.

Tanti piccoli ritratti, di persone che in un modo o nell'altro possono rientrare in questa categoria, e che Monzó riesce a ritrarre in modo esemplare in questi racconti, usando un tono serio nei casi più drammatici e uno canzonatorio e irriverente in quelli più comici. Senza giudicare mai, perché il titolo è già più che sufficiente.  Eppure, in certi racconti non è poi così difficile riconoscersi, perché non si può mai sapere quale sarebbe la nostra reazione di fronte a certe cose. Per alcuni personaggi si prova quasi affetto, un'empatia forte, che durante la lettura lascia un po' di tristezza e di amaro in bocca. Perché alla fine in queste pagine non si trova altro che la realtà, a volte un po' enfatizzata, altre un po' caricaturata. Si trovano le reazioni degli esseri umani di fronte al mondo, un posto in cui vivere non è sempre così facile. 
E alla fine, non so, ti senti quasi un po' meno solo.

"Guardo dalla finestra, non perché non abbia altro da fare, perché di cose da fare ne ho sempre un mucchio - molte più di quanto vorrei- ma perché a dir la verità ora non ho voglia di farne nessuna. Quello che ho voglia di fare, ora, è guardare dalla finestra".
Nota alla traduzione: il libro è tradotto dal catalano e già solo per questo la traduttrice ha tutta la mia stima. Nel complesso direi davvero ben fatta!


Titolo: Mille cretini
Autore: Quim Monzó
Traduttore: Gina Maneri
Pagine: 158
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Marcos y Marcos
ISBN: 978 8871686509
Prezzo di copertina: 14,50€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Mille cretini

domenica 5 maggio 2013

IL SABOTATORE DI CAMPANE - Paolo Pasi


Sindaco e assessori sono preoccupati: la popolazione diminuisce di anno in anno e loro rischiano la poltrona se il comune verrà declassato a frazione. Un orologiaio anarchico, meglio conosciuto come il «sabotatore di campane», accenderà i riflettori su Roccapelata. Da tempo Gaetano Gurradi è in cammino per spegnere la voce di Dio in ricordo di un eccidio dimenticato. Stavolta, proprio quando sta per mettere a segno il «colpo», viene scoperto sul fatto dal parroco che, dopo una colluttazione, scivola giù per le scale e muore. L’anarchico si costituisce. Nessuno gli crede. Uno dopo l’altro i paesani sfilano davanti all’ambizioso magistrato che coordina le indagini, Astolfo Carugis, autoaccusandosi e svelando scheletri nell’armadio pur di ottenere notorietà. Gli aspiranti colpevoli richiamano così l’attenzione dei media sul paese moribondo.

Ci sono dei libri che ti lasciano semplicemente senza parole e che per quanto tu ti possa sforzare sai che non riuscirai mai a mettere per iscritto tutto quello che ti hanno trasmesso e ti hanno lasciato. Non succede tanto spesso, non tutti i libri hanno questo potere. Ci si accorge di trovarsi di fronte a uno di essi già mentre si legge, dopo poche pagine. Ci si ritrova immersi, diventa impossibile staccarsene e si arriva alla fine con uno strano senso di tristezza.
"Il sabotatore di campane" di Paolo Pasi è stato per me uno di questi libri. Sto cercando di fare chiarezza nei miei pensieri, di dare un senso logico a questa recensione che vorrei potesse essere all'altezza del libro, per paura di non riuscire a dargli il giusto merito. Sono decisamente spiazzata e un po' in difficoltà perché, devo ammetterlo, non me l'aspettavo proprio.

Dopo "Memorie di un sognatore abusivo", in cui Paolo Pasi portava il lettore in un mondo utopistico in cui l'unica tassa che i cittadini devono pagare è quella sui sogni, l'ambientazione di questo romanzo purtroppo di utopico ha poco o nulla. Siamo a Roccapelata, un piccolo paese governato da un sindaco e due assessori, in cui non succede mai nulla e per questo destinato a breve a scomparire. La gente se ne va o muore, bambini non ne nascono... insomma, bisogna inventarsi qualcosa.
Una notte giunge in paese Gaetano, un anarchico che porta avanti da anni una missione speciale: sabotare tutte le campane delle chiese, per impedire loro di suonare. Un gesto simbolico affinché nessuno dimentichi il terribile eccidio avvenuto nel '44 da parte dei fascisti, in cui solo il prete si è salvato proprio perché li aveva favoriti. Arrivato a Roccapelata però qualcosa va storto, il sacerdote lo scopre e, durante una collutazione, scivola, batte la testa e muore. Gaetano si dichiara subito colpevole. Ma il paese non vuole lasciarsi sfuggire un'occasione del genere. Un fatto di cronaca nera così grave è proprio ciò di cui ha bisogno per far parlare di sé a livello nazionale. Così a poco a poco tutti rivelano, chi in questura, chi direttamente ai giornali, fatti e testimonianze che, oltre alla confusione, portano il 90% degli abitanti nel registro degli indagati. E l'unico, solo, vero colpevole non viene tenuto in considerazione.

E' un libro molto particolare, che si divide in due livelli: da un lato c'è la storia di Gaetano e di Roccapelata dal momento del tentativo di sabotaggio e della "follia" che questo scaturisce in tutti gli abitanti. Dall'altro c'è il passato dell'uomo come anarchico che permette al lettore di capire come sia arrivato lì.
Il primo livello inizialmente fa sorridere, è grottesco. Ma a un certo punto diventa impossibile non fermarsi un attimo a riflettere, per scoprire quante similitudini, sebbene qui sicuramente marcate, ci siano con la vita reale, con i giornali e le televisioni che si trasformano in sciacalli di fronte agli omicidi e con la mania di protagonismo che troppo spesso colpisce anche le persone più impensabili, disposte a tutto per due minuti di fama. La storia del passato di Gaetano invece fa commuovere. Il rapporto con il padre, vero fautore del suo pensiero anarchico, quello con gli altri anarchici, la voglia di innamorarsi ma l'impossibilità di fermarsi in un posto per sempre. La stanchezza che viene con gli anni, l'incredulità di fronte all'ignoranza di certe persone, che preferiscono nascondere la verità e cercare la soluzione più conveniente. La voglia di non arrendersi, anche quando non ce la si fa più, e il bisogno di avere accanto qualcuno che ci sostenga e che, se non ci crede, almeno ci riesce a capire.

Il risultato finale è semplicemente incredibile. Davvero, non riuscivo a smettere di leggere e anche adesso, a distanza di qualche ora dalla fine del libro, sento ancora il bisogno di aprirlo, di leggere qualche pagina, di ritornare per un attimo a Roccapelata per rendermi conto dell'assurdità verso cui sta tendendo il mondo, o di leggere qualche pensiero di Gaetano, dei suoi ideali, condivisibili o meno, ma comunque molto forti.
Come vi dicevo all'inizio, non me l'aspettavo. E credo che questo libro mi seguirà per un bel po'.
Assolutamente consigliato!

"Sabotare una campana non è così difficile. Occorrono pochi attrezzi, tempismo e capacità di adattamento alle circostanze. Agire di notte, in primo luogo. Spesso è sufficiente calarsi sotto la bocca della campana e allentare i bulloni che reggono il batacchio, l'ugola di Dio, come la chiamava Libero. Oppure si può liberare il batacchio tranciando la striscia di cuoio che lo assicura all'asola della campana. Nelle situazioni più difficili, quando il tempo scarso o la rimozioni impossibile, si può sempre optare per uno straccio avvolto attorno all'ugola. [...].
Sono sempre scappato prima che il paese si svegliasse, ma sempre avrei voluto fermarmi per godermi la scena."

Titolo: Il sabotatore di campane
Autore: Paolo Pasi
Pagine: 199
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Edizioni Spartaco
ISBN: 978-88-96350-32-4
Prezzo di copertina: 12,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il sabotatore di campane

giovedì 2 maggio 2013

IL TALENTO DEL CUOCO - Martin Suter

Nelle cucine di un ristorante di lusso a Zurigo lavora Maravan, un giovane tamil che viene dallo Sri Lanka. Come molti suoi connazionali è fuggito dalla guerra per giungere in Europa, sperando nell'asilo politico e con la responsabilità di aiutare la famiglia rimasta in patria. Nel ristorante gli vengono assegnati solo i compiti più umili e noiosi, ma lui non se la prende. Ha un carattere amabile e ottimista, possiede una fede devota, e soprattutto è un cuoco dall'olfatto e dalle qualità straordinari. La prima a scoprirlo è Andrea, una cameriera dello stesso locale. Per lei Maravan cucina il vero curry, ispirato alla tradizione culinaria di famiglia con qualche personale innovazione. La ragazza, nel corso di una cena indimenticabile, avrà un'idea che cambierà il loro futuro: dovranno mettersi in proprio e aprire una ditta. Si chiamerà "Love Food" e proporrà un Love Menu, consegna a domicilio di raffinati manicaretti afrodisiaci capaci di stimolare il desiderio delle coppie annoiate. I primi clienti arrivano grazie a una terapista specializzata, ma la voce si sparge rapidamente. Le sensuali ed efficaci ricette di Maravan sanno restituire gusto ed emozione alle serate di coppie abbienti, a personalità della politica, a uomini d'affari in cerca di sensazioni forti. Ma attraggono anche figure ambigue, che vivono ai margini del potere e della ricchezza...

Odio non sapere cosa scrivere in una recensione. Perché solitamente, come già detto in passato, implica che io non abbia ben chiaro che cosa il libro in questione mi abbia lasciato. Ed è una brutta sensazione, che non so mai se devo attribuire alla mia lettura, magari avvenuta senza la dovuta concentrazione, o al libro stesso che è, più o meno volutamente, poco chiaro.
"Il talento del cuoco" rientra in questa categoria. L'ho finito ieri sera, ci ho dormito su, e ancora non so come parlarne.Lo puntavo già da tantissimo tempo, perché amo molti i libri che parlano di cibo ma ero un po' stufa di tutti quei titoli e quelle copertine con miele, zuccherro, cannella e cucina. Per cui era parecchio che non ne leggevo uno. Ma poi è arrivata la Sellerio, una casa editrice che ultimamente mi sta dando un sacco di soddisfazioni, e ho deciso quindi che potevo ricominciare.
E da questo punto di vista non mi sono sbagliata né sono delusa. Il libro parla di cibo, ma parla anche d'altro, di qualcosa di complesso e drammatico, una guerra, e dell'impotenza di chi la vive da lontano.

La prima intenzione, quando ancora non avevo capito dove volesse di preciso andare a parare il romanzo, era di buttare questa recensione sul ridere. I due protagonisti, Maravan e Andrea, mettono su un'impresa di catering che tratta solo cibo afrodisiaco: i sapori della cucina pakistana uniti alla scienza della cucina molecolare. Con un effetto assicurato. Ecco, sì. Solo che se penso alla prima volta (e unica e ultima) volta che ho mangiato indiano e a quanto male sono stata, l'ultima cosa che riesco a credere è che questo cibo possa avere potere afrodisiaco. Però, tant'è.
Poi però ho capito che nel romanzo si parla anche e soprattutto di qualcosa di più: si parla delle condizioni degli immigrati in Svizzera, si parla di amore e di usanze culturali che rimangono tali anche quando si è lontani dal proprio stato di origine ma che non tutti riescono o vogliono accettare, si parla di sesso e di potere, si parla di armi, di guerra, una guerra che i giornali non considerano mai perché "meno importante" rispetto alle altre, e che i ricchi, protetti da questo silenzio, sfruttano senza ritegno per arricchirsi. Si parla di ricordi e si parla di scelte difficili, che vanno contro a tutto quello in cui si è sempre creduto, ma che non si possono non fare. Il cibo è il motore dell'azione, l'espediente. Deve esserci perché la storia non andrebbe avanti e non potrebbe concludersi, ma non è sul cibo che il romanzo si vuole focalizzare.

Insomma, in queste trecento pagine c'è parecchia carne al fuoco, che mi ha permesso di imparare cose che prima non sapevo. Però c'è qualcosa che non mi ha convinto e, pensandoci a mente fredda, credo che sia lo stile dell'autore. Il libro è molto scorrevole, si legge bene e in fretta, ma ogni tanto ci si perde tra i nomi e si fatica un po' a seguire la trama. Alla fine tutto torna, certo, si capisce il percorso di ognuno dei personaggi principali e tutte le implicazioni delle loro azioni, però a volte nel mezzo non è sempre chiaro che cosa stia succedendo. Ci si sofferma troppo su certi dettagli, soprattutto a livello culinario, e troppo poco su altri, che per me sarebbero stati più importanti e utili per capire.

Eppure, adesso che ne ho scritto, il giudizio sul libro nella mia mente è diventato un po' più chiaro, sia rispetto a ieri sera, quando l'ho chiuso, sia a quando ho iniziato a scrivere questa recensione, pochi minuti fa. E' credo che sia un bel romanzo, che usa il cibo per parlare d'altro e che offre un bello spaccato di una minoranza culturale che non viene quasi mai tenuta in considerazione. Valeva la pena di leggerlo.

Poi, nel caso voleste provare, in fondo al libro trovate le ricette del menu afrodisiaco di Maraval. Io non ci provo nemmeno... perché non credo che passare una notte in bagno possa essere molto romantico.


Titolo: Il talento del cuoco
Autore: Martin Suter
Traduttore: Emanuela Cervini
Pagine: 333
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838927492
Prezzo di copertina: 16,00€
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formato brossura:Il talento del cuoco
formato e-book:Il talento del cuoco

mercoledì 1 maggio 2013

Consiglio letterario per la festa del lavoro

Oggi è il 1° Maggio, Festa del Lavoro.

E' la festa di chi un lavoro indeterminato ce l'ha ma anche di chi è disoccupato. Di chi ha un contratto a progetto da anni senza che ci sia un progetto e di chi non ha nemmeno quello. E' la festa del lavoro a tempo determinato e di chi non supera il periodo di prova. Di chi è in mobilità, di chi è in cassa integrazione, di chi è esodato e di chi si è visto allontanare all'improvviso la tanto agognata pensione. Ma anche di chi sa che in pensione probabilmente non ci andrà mai. E' la festa di chi il lavoro l'ha perso ieri e di chi invece ieri l'ha trovato. E' la festa di chi sta aspettando di sapere come è andato un colloquio e di chi ha perso le speranze che il telefono suoni. E' la festa di chi si è buttato e ha aperto un'attività in proprio, ma anche di chi la sta per chiudere perché non ce la fa più. E' la festa di chi ha una famiglia e di colpo non riesce più a mantenerla. Ma anche di chi è solo e di colpo non riesce più a mantenere se stesso.
La Festa del Lavoro è la festa delle donne che vengono licenziate o maltrattate se rimangono incinte e degli uomini che a parità di competenze rubano loro sempre il posto. E' la festa di chi di lavori ne deve fare più di uno per poter campare e di chi vive di stage di sei mesi, perché "sei giovane, devi fare esperienza", anche a trent'anni. Di chi ha un contratto di apprendista, ma non si capisce apprendista di cosa  e non fa nessun corso. Di chi ha contratti di un mese che non sa se il mese dopo gli verranno rinnovati e di chi lavora in nero, senza nessuna copertura. E' la festa di chi sul lavoro c'è morto e di chi per il lavoro che non c'è ha fatto altrettanto.

Oggi è il 1° Maggio, Festa del Lavoro. Eppure non mi sembra che ci sia poi così tanto da festeggiare. E quindi ho deciso di fare quello che, spero, mi riesce meglio. Ovvero consigliarvi un libro da leggere oggi. Di libri che parlano di lavoro in tutte le sue forme ce ne sono tantissimi e sceglierne solo uno non è un compito facile. Però da quando ho iniziato a pensarci c'è un titolo che mi gira in testa più insistentemente degli altri. Un libro che ho letto due volte, la prima quando forse ero ancora troppo piccola per capirlo al meglio, la seconda qualche anno fa. Parlo di:


Metello di Vasco Pratolini è un romanzo pubblicato nel 1955, primo volume della trilogia Una storia italiana. Io però ho letto solo questo. 
In questo libro e attraverso le gesta del suo protagonista, Metello appunto, Pratolini racconta  tutta l’Italia tra la fine dell'800 e i primi anni del '900, soffermandosi in particolare sul proletariato, sulle condizioni degli operai e nei cantieri, dove si iniziavano a sentire le prime dottrine socialiste e, soprattutto, ad arrivare le prime rivendicazioni sindacali. Che non erano come quelle di oggi, ma che spesso sfociavano in tumulti, violenze e perdita del lavoro. 
Questo libro mi piace molto perché è un romanzo realista (non so se sia la definizione corretta, ma è per intenderci), in cui contesto storico e storie inventate (il matrimonio con Ersilia e le vicissitudini amorose con la vicina di casa, ad esempio) si mescolano perfettamente, creando un ritratto della società dell'epoca molto efficace. Metello incarna i lavoratori dell'epoca, quelli che si sono ribellati a condizioni di lavoro pessime, che hanno protestato alla morte di altri operai, che sono finiti in galera per protestare contro lo sfruttamento e le ingiustizie. 
Forse non è molto attuale e sicuramente nessun lavoratore di oggi può identificarsi in Metello e nella sua storia. Però racconta una periodo fondamentale della storia del lavoro in Italia, un periodo che, secondo me, non dovremmo mai dimenticarci.

Per cui il mio consiglio di oggi è questo libro. 

Buona festa del lavoro a tutti (quelli che si ritrovano nelle condizioni che ho elencato sopra ma anche quelli che ho dimenticato)!

martedì 30 aprile 2013

ZeroZeroZero - Roberto Saviano

"Scrivere di cocaina è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni, e quelle che trovi sono succulente, non ne puoi più fare a meno. Sei addicted. Anche quando sono riconducibili a uno schema generale che hai già capito, queste storie affascinano per i loro particolari. E ti si ficcano in testa, finché un'altra - incredibile, ma vera - prende il posto della precedente. Davanti vedi l'asticella dell'assuefazione che non fa che alzarsi e preghi di non andare mai in crisi di astinenza. Per questo continuo a raccoglierne fino alla nausea, più di quanto sarebbe necessario, senza riuscire a fermarmi. Sono fiammate che divampano accecanti. Assordanti pugni nello stomaco. Ma perché questo rumore lo sento solo io? Più scendo nei gironi imbiancati dalla coca, e più mi accorgo che la gente non sa. C'è un fiume che scorre sotto le grandi città, un fiume che nasce in Sudamerica, passa dall'Africa e si dirama ovunque. Uomini e donne passeggiano per via del Corso e per i boulevard parigini, si ritrovano a Times Square e camminano a testa bassa lungo i viali londinesi. Non sentono niente? Come fanno a sopportare tutto questo rumore?"


Parlare di Roberto Saviano non è mai una cosa semplice. Tante sono le reazioni che suscita anche solo pronunciare il suo nome: reazioni che vanno dalla venerazione all'odio profondo. Un contrasto tanto forte e drastico che ancora faccio fatica a spiegarmi. Ne avevo già parlato poco tempo fa in un post, "Parlando un po' a caso di Roberto Saviano", e c'era chi lo difendeva a spada tratta e chi lo accusava di aver rovinato per sempre Napoli e la sua immagine nel mondo. 
Come credo di aver già fatto capire più volte, a me Roberto Saviano piace. Piace come scrittore e piace come persona, anche se, effettivamente, forse suo malgrado, si è trasformato in un personaggio, rendendosi per qualcuno a volte un po' antipatico.

Voglio però recensire questo libro cercando di dimenticarmi da chi è stato scritto. Parlare solo ed esclusivamente del contenuto, del modo in cui è stato esposto, senza pensare a chi ci sia dietro. Non è semplice ma ci proverò.

ZeroZeroZero parla di cocaina. Lo fa in un modo un po' particolare, alternando parti saggistiche e d'inchiesta a parti romanzate. O, come pensavo leggendo, parti noiose e non semplici da seguire a parti scorrevoli e appassionanti. Una lettura complessa, lunga, faticosa a tratti e leggerissima in altri. 
La cocaina è ovunque e ammetto, con somma vergogna o forse ingenuità, che non lo sapevo. Basta solo il primo capitolo, un esercizio di stile notevole e molto efficace, a farti accapponare la pelle. Poi il libro parte e ci porta in Messico prima, in Colombia poi, ma anche in America, in Italia, in Spagna, in Russia e in Africa. Ci parla dei narcos, delle lotte per la supremazia e della loro violenza. Ci parla di 'ndrangheta e camorra. Ci parla di come la droga viene trasportata e di come viene scoperta. Ci parla di corrieri, canini e umani, e di cosa spinge la gente a diventarlo. Il tutto, come dicevo, alternando saggio e inchiesta (le cui fonti sono riportate in fondo al libro e non all'interno dello stesso) al romanzo. 
Un sistema questo che è marchio di fabbrica dell'autore, il suo stile, criticabile o apprezzabile, ma comunque estremamente efficace. Perché per leggere le bellissime parti romanzate bisogna per forza leggere anche quelle saggistiche. E quindi alla fine, in un modo o nell'altro, le cose arrivano.

Uno dei pregi di Roberto Saviano e di tutti i suoi libri è quello di mettere insieme informazioni e renderle alla portata di tutti. Prima di leggere Gomorra, di camorra sapevo solo quello che veniva detto di sfuggita nei telegiornali. Prima di leggere ZeroZeroZero, la cocaina per me era una droga qualunque, che spesso viene sequestrata negli aeroporti, nascosta nei posti più impensabili, e per la quale in Messico e in Colombia tendono ad ammazzarsi. Non sapevo che fosse così tanto diffusa. Non sapevo che la usasse anche gente comune. Conoscevo per sentito dire, grazie a qualche romanzo letto in passato (ad esempio "Senza tette non  c'è paradiso" di Gustavo Bolivar Moreno, che viene citato nel libro e che vi consiglio caldamente) di quanto la bellezza e l'immagine svolgano un ruolo fondamentale in certi paesi e in certi ambienti dell'America Latina e di quanto, di conseguenza, siano legati al potere dei narcos. Ma non ero mai riuscita a mettere insieme tutti i pezzi, forse per un po' di disinteresse, forse perché collegare tutti i tasselli non è facile.

Mi rendo conto solo ora, scrivendo, che è impossibile mantenere il mio proposito iniziale di non parlare di Roberto Saviano ma solo del libro. Perché dentro al libro la presenza dell'autore è più forte e viva che mai. Certo, lo è in tutte le opere e in tutti i romanzi. Ma qui si sente ancora di più, perché qua e là si trovano delle  riflessioni personali sulla sua situazione, che mi sono sembrate a volte delle grida di aiuto e di disperazione. Fa inchiesta, scrive, si documenta e cerca di informare anche il lettore. Ma poi, ogni tanto, qua e là, si chiede perché lo sta facendo, perché non è stato zitto prima e perché non sta zitto ora. Perché deve rischiare così tanto per ricevere poi insulti e critiche anche violente. Eppure dice di non poterne fare a meno. Come non ne possono fare a meno tutti gli altri giornalisti che hanno rischiato, rischiano o hanno perso la vita facendo il loro lavoro.

Onestamente, non so se consigliarvi o meno di leggerlo. Non so nemmeno se si possa dire se un libro così piace o non piace. E' scritto bene, un po' noioso a volte, non sempre scorrevole, ma comunque scritto bene. Però credo che non avrà mai la forza e il ruolo che ha avuto Gomorra. E che Roberto Saviano, se davvero vuole allontanarsi da quel libro e andare oltre, debba osare qualcosa di più.

"Credo che i lettori dovrebbero fare questo con le parole. Metterle in bocca, masticarle, triturarle e infine ingoiarle, perché la chimica di cui sono composte faccia effetto dentro di noi e illumini le turbolenze insopportabili della notte, tracciando la linea che distingue la felicità dal dolore"

Titolo: ZeroZeroZero
Autore: Roberto Saviano
Pagine: 444
Anno di pubblicazione: 12013
Editore: Feltrinelli
ISBN: 978-8807030536
Prezzo di copertina: 18,00 €
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formato brossura:ZeroZeroZero