mercoledì 6 febbraio 2013

TESS OF THE D'URBERVILLES. A pure woman - Thomas Hardy

Nelle campagne dell'Inghilterra vittoriana cresce Tess, creatura incantevole e pura. Ma né la sua bellezza, né l'innocenza la salveranno da un destino di brucianti passioni. Per Alec d'Urberville, bello, ricco, potente e nobile: il seduttore al quale la giovane sembra legata da un vincolo più forte di ogni disperazione, più forte di ogni sentimento. E per Angel Clare, l'amore di gioventù appena intravisto, a lungo sognato, posseduto, perduto, ritrovato. Degradazione e alti ideali ha messo il destino sulla strada di Tess. Ma non sempre è così facile distinguerli...

Lo so, giusto l'altro giorno vi avevo detto che tendo a non rileggere libri che ho già letto in passato, se non in casi davvero eccezionali. Però dai, trovare a gratis in lingua originale uno dei proprio classici preferiti, credo possa rientrare in questa categoria. E quindi l'ho scaricato e l'ho riletto...

Ho conosciuto questo romanzo grazie alla mia professoressa di inglese del liceo che era riuscita, con la sua appassionata spiegazione, a farmene innamorare. E spesso mi capita di chiedermi perché altri classici della letteratura inglese sono così diffusi e conosciuti (quasi "di moda" verrebbe a dire), mentre altri, altrettanto meritevoli, sono ignorati dai più. Tess è uno di quei romanzi che a mio avviso, almeno qui in Italia, non ha il successo e il seguito che meriterebbe. In molti l'hanno sentito nominare, per carità, però sono pochi quelli che lo hanno effettivamente letto. Forse lo stile di Hardy, molto descrittivo e con un narratore un po' particolare, non attira i più. Forse non è ambientato nel periodo giusto o la trama, almeno a prima vista, può lasciare un po' perplessi. Non saprei davvero darmi una spiegazione...

Ammetto però che mi dispiace, perché io adoro questo libro e la sua disgraziata protagonista con tutta me stessa. Una giovane donna, Tess, una ragazza innocente e pura, in balia dei sentimenti e delle situazioni in cui spesso si ritrova suo malgrado, a causa di due uomini (lasciatemelo dire, uno più stronzo dell'altro).
C'è Alec D'Urberville, tra le cui grinfie Tess finisce quasi per caso, dopo aver scoperto che la sua famiglia è imparentata con questi D'Urberville: l'idea dei genitori della ragazza è quella di mandarla lì a lavorare e poi, chissà, a sposarsi con qualche gentiluomo. Tess non può dire di no: il padre è troppo malato, la madre è sempre incinta e l'unica fonte di sostentamento della famiglia, un cavallo, è morto in un incidente per causa sua. Ben presto però dovrà trovarsi a fronteggiare i tentativi di seduzione, sempre più diretti, di Alec, che vorrebbe aggiungerla alla sua collezione di donne. Tess farà di tutto per resistere, ma invano.
Dovrà tornare a casa e nascondere in qualche modo la sua vergogna più grande. Difficile, in un paesino di campagna dove tutti parlano e tutti giudicano. Tess partirà di nuovo, per andare a fare la mungitrice in una fattoria lontana, dove nessuno sa nulla di lei né del suo passato. Qui conoscerà Angel, bello come il nome lascia presupporre, di cui si innamorerà ricambiata perdutamente. Tess prova a respingerlo, invano, e i due si sposeranno prima che lei riesca a rivelargli il suo segreto. Lo farà, la prima notte di nozze. E lui la lascerà sola, incapace di accettare e perdonare il passato. Tess si ritrova di nuovo suo malgrado a dover affrontare la vita e tutte le difficoltà che questa le mette davanti da sola, a causa di una colpa che la perseguiterà per sempre. Tornerà a farsi vivo Alec, forse pentito di quello che aveva fatto e ancora innamorato di lei. Tess, ancora una volta cercherà di resistere. E ancora una volta sarà invano.
Però poi Angel torna... e di colpo tutti i sensi di colpa, il dolore, le ingiustizie subite prenderanno il sopravvento, portando la ragazza a compiere un ultimo gesto disperato.

Non so dirvi onestamente perché ami così tanto questo romanzo. Solitamente personaggi come quello di Tess mi verrebbe da prenderli a schiaffi, da urlare loro di reagire e di non cedere. Eppure in lei c'è qualcosa che rende il suo destino inevitabile, come se fosse segnato e come se nessuna sua reazione diversa da quella che ha avuto potesse cambiare nulla. A schiaffi invece, e senza nessuna scusante, prenderei invece Angel, a mio avviso vero responsabile di tutte le sofferenze e i problemi della donna. Su Alec preferisco non esprimermi invece, perché nonostante sia alla terza lettura ancora non sono riuscita a farmi un'idea precisa (stronzo è stronzo eh... però secondo me sul finale si riprende).
Mi piace molto il modo utilizzato da Hardy per descrivere tutto questo: espressioni, parole che dimostrano una forte empatia per la ragazza (per quello difficilmente può risultare antipatica) e una forte critica nei confronti del destino che a volte si accanisce contro chi non se lo merita.

Insomma, se non avete mai sentito parlare di questo romanzo o se lo conoscete ma non l'avete mai letto, vi consiglio davvero di dargli un'opportunità. Perché se la merita davvero!

Titolo: Tess of the D'Urberville- A pure woman
Autore: Thomas Hardy
Pagine: 384
Anno di pubblicazione: 1891
E-book in lingua originale gratuito: Tess of the D'Urberville

Due titoli, un solo libro: ma perché? #20

Ed eccoci arrivati alla ventesima puntata di questa rubrica di confronto tra titoli! Inutile dire che, vista la quantità di libri che viene immessa quotidianamente sul mercato, probabilmente questa rubrica andrà avanti in eterno...

Quest'oggi comunque ho deciso di non fare il confronto dei titoli di romanzi, bensì di quelli di un fumetto che io amo molto e di cui ho già parlato più di una volta su questo blog. Sto parlando di "Simon's cat" dell'illustratore inglese Simon Tofield, che ormai da qualche anno si diverte a riprodurre su carta le avventure dei suoi quattro gatti,  rappresentati da su carta da un unico, fantastico esemplare.
Il gatto di Simon ha esordito in realtà su youtube, con il corto Cat Man Do, a cui poi ne sono seguiti tanti altri e che ben presto sono stati trasposti in delle raccolte cartacee, edite ormai in tutto il mondo.

In Italia questo buffo gattone è arrivato grazie alla TEA che ha pubblicato e continua a pubblicare tutti i volumi che escono (al momento siamo arrivati a cinque) praticamente in contemporanea con l'uscita in originale. Un compito poi non così difficile, visto che sono illustrazioni prive di parlato e quindi da tradurre, a parte il titolo, non c'è niente. E forse proprio per questo, i titoli italiani di tutti e cinque i volumi sono diversi da quelli originali.

La prima raccolta è uscita nel 2009, sia in Regno Unito sia in Italia, con il titolo "SIMON'S CAT: IN HIS VERY OWN BOOK" ovvero "SIMON'S CAT":


La traduzione letterale del titolo originale dovrebbe essere "Il Gatto di Simon nel suo proprio libro". Una traduzione, francamente, terribile. L'editore italiano, vista anche la popolarità del gatto su youtube, ha scelto di non tradurre "Simon's cat" (anche perché avrebbe dovuto intervenire sul lavoro originale dell'illustratore) e al posto del breve sottotitolo inglese ne ha inserito un altro molto più lungo ed esplicativo: "le incredibili avventure di un gatto anarchico, matto e sempre affamato, raccontate da lui medesimo". Un po' lungo, effettivamente, ma direi abbastanza efficace.

La seconda raccolta è datata invece 2010, sia in lingua originale sia in italiano: "SIMON'S CAT BEYOND THE FENCE" ovvero "SIMON'S CAT IN VIAGGIO. La sua vita è tutta un'avventura"


 Anche in questo caso c'è una sottile differenza tra titolo originale e titolo tradotto. Il primo letteralmente sarebbe "Simon's cat oltre la staccionata". Anche in questo caso il cambiamento, seppur non strettamente necessario, può essere abbastanza comprensibile. L'idea trasmessa "in viaggio" rispecchia totalmente quanto narrato nella raccolta, che racchiude infatti tutte le avventure di questo buffo gattone che conquista il mondo, (più o meno) lontano dalla sicurezza domestica. Un po' meno convincente è forse il sottotitolo, che a mio avviso non aggiunge nulla rispetto all'originale

L'anno successivo arriva poi un terzo volume, in cui il gatto di Simon deve fare i conti con l'arrivo di un nuovo ospite in casa: "SIMON'S CAT IN KITTEN CHAOS" ovvero "SIMON'S CAT E LA PICCOLA PESTE. In casa è arrivato un gattino"

La traduzione letterale del titolo originale sarebbe "Simon's cat in: il caos del gattino". Inutile dire che suoni malissimo. La scelta italiana è quindi perfetta, in quanto lascia invariato il senso dell'originale, rendendolo comunque comprensibile. Anche se, devo ammettere, forse avrei fatto a meno del sottotitolo.

Sempre nel 2011 è uscita una raccolta con un formato diverso rispetto alle precedenti e che è arrivata in Italia all'inizio del 2012: "SIMON'S CAT FEED ME" ovvero "SIMON'S CAT: VOGLIO LA PAPPA! E LA VOGLIO ADESSO!"


Come nei precedenti, anche in questo caso la differenza tra titolo originale e titolo tradotto non è poi così marcata. Letteralmente si sarebbe potuto tradurre con "Dammi da mangiare!", ma sono dell'idea che la reintepretazione italiana sia molto efficace e molto rappresentativa del personaggio. Persino il sottotitolo, sebbene anche in questo caso non sarebbe poi così necessario, non suona poi così male e contribuisce a rendere questo gattone e la sua impazienza (che spesso sfocia in lui che ruba il cibo al padrone) ancor più buffa.

L'ultima raccolta uscita finora è datata 2012, sia in lingua originale sia in italiano: "SIMON'S CAT vs THE WORLD" ovvero "SIMON'S CAT CONTRO TUTTI"


Anche in questo caso la differenza tra originale e traduzione è davvero molto, molto sottile e credo dovuta più a un gusto estetico e sonoro che non a chissà quali altre decisioni. Se si fosse tradotto letteralmente, il titolo sarebbe diventato "Simon's cat VS il mondo" (o "contro il mondo), ma direi che la scelta di rendere "mondo" con "tutti" sia più che accettabile.

Insomma, come si è potuto vedere, i titoli delle raccolte di Simon's cat non hanno subito drastici mutamenti nel passaggio da una lingua all'altra: solo leggere differenze, a volte accompagnate da sottotitoli forse un po' troppo esplicativi, ma che comunque ne mantengono il senso e non disturbano troppo.

Ora, se amate i gatti, ma anche se solitamente vi lasciano indifferenti, vi consiglio caldamente di andare su youtube nella pagina dedicata e guardare i video di questo buffo gattone, o di cercare online le illustrazioni (magari nella pagina ufficiale di Simon Tofield). Ve ne innamorerete sicuramente!

Alla prossima puntata!

lunedì 4 febbraio 2013

I libri che ti cambiano la vita

Ieri era il compleanno di Paul Auster, scrittore americano a cui mi sono avvicinata molto tardi (ma sto cercando piano piano di recuperare) e che sento di poter dire che in qualche modo mi abbia cambiato la vita. Soprattutto se penso al suo primo romanzo che ho letto, "Follie di Brooklyn", così ricco di citazioni che evidenziano un forte amore per la lettura e la letteratura che è impossibile non rimanerne conquistati e affascinati. E non per niente il sottotitolo di questo blog, "mai sottovalutare il potere dei libri", è proprio una citazione tratta da quel libro e che credo riassuma perfettamente l'incredibile influenza e l'incredibile capacità che le storie, specie se ben narrate, hanno di insinuarsi nella vita di chi legge e di  cambiarla in qualche modo. Non sto dicendo che dopo aver letto "Follie di Brooklyn" ho iniziato a cercare un buon posto per morire, come fa il protagonista, e sia finita a vivere in un condominio di pazzi. Semplicemente tutto quello che mi ha trasmesso e, soprattutto, quell'incredibile amore verso i libri che trasuda da ogni pagina, hanno cambiato in qualche modo il mio approccio, sia alla letteratura e sia, sebbene più in piccolo, alla gestione di questo blog.
Ce ne sono tanti, tantissimi, di libri in grado di cambiarci la vita. A volte in modo impercettibile, altre in modo radicale. Se penso a me e al mio "percorso" di lettrice, ma anche proprio di vita, le altre due grandi influenze sono due, ed entrambe risalgono a parecchio tempo fa.

 Avrò avuto tredici o quattordici anni quando, accompagnando i miei genitori a fare la spesa, sono riuscita a infilare nel carrello (è uno scherzo che ogni tanto faccio ancora a mia mamma... e non so se non se ne accorga o se finga di non accorgersene) una raccolta di fumetti a colori dal titolo "Super Snoopy". Certo, sapevo già chi era quel buffo cagnolino, grazie anche alla pubblicazione di qualche striscia sui giornali. Ma quello è stato il mio primo vero approccio ai personaggi di Schulz, nonché origine di una passione (che, ammetto, a tratti sfocia nell'ossessione, come dimostrano tutti i gadget di Snoopy & Co. che ho in casa), per quel fantastico mondo che prende vita nei Peanuts. Una scoperta che mi ha cambiato la vita, perché guardare il mondo attraverso gli occhi di Snoopy, Charlie Brown, Lucy, Sally e tutti gli altri ti permette di cogliere aspetti, magari semplici, magari banali, della vita che magari non coglieresti. Perdendo tanto. Sono cresciuta con questi personaggi, al punto che riesco quasi immediatamente ad associare una striscia a ogni situazione più o meno particolare che succede nella mia vita. Così come più di una volta mi è stato detto che in me si riescono a riconoscere a volte tratti di alcuni dei personaggi (in particolare Lucy...).

L'altro libro che mi ha cambiato la vita, diventando fautore di una delle prime scelte importanti che si devono compiere da quando si viene messi al mondo, è "Cent'anni di solitudine" di Gabriel García Márquez. Anche a questo romanzo sono arrivata tardi, molto tardi, dopo un'intesa e a lungo infruttuosa opera di convincimento da parte di mio padre che ogni volta che mi vedeva con un libro in mano mi diceva «Ma ti decidi a leggere "Cent'anni di solitudine"?!». Non so se sia stato per non dargli soddisfazione o perché avevo paura di vedere infrangersi le mie e le sue aspettative, ma fino a quindici, sedici anni mi sono tenuta ben lontana dal capolavoro di Márquez. Poi, un'estate, quasi di nascosto, l'ho letto. E ovviamente me ne sono innamorata, al punto da girare per casa sognando di essere a Macondo e di librarmi in aria con le lenzuola ogni volta che aiutavo mia mamma a piegarle, così come a dichiarare a tutti che se avessi avuto due figlie femmine le avrei chiamate "Remedios" e "Amaranta". Poi sono cresciuta, ovviamente. E nel mentre sono successe tante cose, anche molto brutte. Però l'influsso di quel libro non mi ha mai abbandonata e ogni tanto lo toglievo dalla mensola per sfogliarlo e accarezzarlo. Un giorno rimasi bloccata cercando di ripetere a voce alta il titolo originale, "Cien años de soledad", senza azzeccare mai una volta la pronuncia corretta (che poi non è che fosse particolarmente difficile, però tant'è...). E ho deciso così, su due piedi, di studiare lingue, e in particolare spagnolo,una lingua che già di mio amavo moltissimo, all'università. Non immaginate neanche la soddisfazione che ho provato la prima volta che ho letto questo libro in lingua originale. 
Mi sembrava, non so, di essere arrivata a casa.

Poi certo, ci sono sicuramente tanti altri libri che mi porto nel cuore e che so che, per un motivo o per l'altro, rimarranno sempre lì. 1984 di Orwell, ad esempio. O "La Fabbrica di Cioccolato" di Roal Dahl. "I nostri antenati" di Calvino e "Cecità" di Saramago. Libri che consiglierei a occhi chiusi e di cui riuscirei a dirvi la trama a memoria.
Così come ce ne sono altri che mi accompagnano solo per un periodo e poi piano piano se ne vanno, per lasciare il posto ad altri, in un ciclo continuo che credo sia comune a ogni lettore.

Comunque, Paul Auster ha proprio ragione... non bisogna mai sottovalutare il potere dei libri.

giovedì 31 gennaio 2013

44 SCOTLAND STREET - Alexander McCall Smith

Quando spinge il portone del 44 di Scotland Street, nel centro di Edimburgo, Pat non vede l'ora di cominciare tutto daccapo. È al suo secondo anno sabbatico e una casa e un lavoro nuovi sono quello che ci vuole per ripartire. Da lì in poi dividerà l'appartamento con l'insopportabile Bruce, agente immobiliare bello e vanitoso; troverà lavoro nella galleria d'arte di Matthew, un giovane delicato ma inconcludente che di arte non capisce nulla; trascorrerà piacevoli serate con l'eccentrica vicina di casa Domenica, un'anziana antropologa dispensatrice di storie esotiche e saggi consigli sugli uomini. Intanto al piano di sotto Bertie, inquieto bambino prodigio, cerca di far capire alla madre, Irene, che preferirebbe rugby e trenini elettrici ai corsi di yoga, sassofono e italiano. A unire tutti un misterioso tentativo di furto e la caccia a un quadro che potrebbe essere una crosta o valere una fortuna...

Dopo aver letto l'intera saga di  Isabelle Dalhousie e del suo club di filosofi dilettanti, e un paio di quella di Preciuos Ramotswe e della sua agenzia investigativa in Botswana, mi sono presa una pausa dai romanzi di McCall Smith. Perché sono belli eh, però alla lunga tendono ad annoiare, soprattutto se letti a distanza molto ravvicinata l'uno dall'altro. Perché sostanzialmente nei suoi romanzi non succede niente, o almeno niente di eclatante: i suoi gialli non sono veri gialli, le sue storie d'amore non sono passionali e travolgenti e i drammi familiari si limitano a ribellioni adolescenziali e a matrimoni non del tutto soddisfacenti. Eppure,c'è qualcosa in queste storie che, se lette nel momento giusto e alla giusta distanza, le rende piacevoli e in qualche modo appassionanti.

Anche nel caso di 44 Scotland Street, primo romanzo di una nuova saga ambientata in un condominio di Edimburgo, non succede poi molto. Il libro inizia con Pat che, al suo secondo anno sabbatico e indecisa su cosa fare del suo futuro, si trasferisce in questa palazzina, in un appartamento che condividerà con altri inquilini. Al momento è presente solo Bruce, un giovane adone narcisista, irritante e antipatico, che lavora come perito immobiliare e per cui Pat prenderà una cotta spaventosa. Ad accogliere la ragazza c'è poi l'inquilina dell'appartamento accanto al loro, un'antropologa sessantenne dal passato molto avventuroso, che la coccola e la consiglia. Al piano sotto abita Irene con il marito e il figlio prodigio Bertie, cresciuto secondo i dettami di una nuova psicologia infantile: non ha una camera ma un "suo spazio", non può giocare con i trenini perché deve suonare il sassofono e imparare l'italiano, e all'asilo viene isolato perché troppo intelligente. Finché un giorno non si ribella e da' fuoco al "Guardian" del padre.
Attorno a questi personaggi (che immagino siano solo una parte degli abitanti del palazzo, gli altri verranno presentati più avanti), ne ruotano altri di contorno: Matthew, giovane in cerca del suo futuro, "capo" di Pat nella galleria d'arte che il padre ha acquistato per lui e in cui la ragazza ha iniziato a lavorare. La barista intellettuale Big Lou, che si è avvicinata alla lettura perché prima al posto del suo locale c'era una libreria. C'è il pittore Angus Lordie con il suo cagnolino ammiccante Ceryl. Ci sono gli amici di Matthew e il capo di Bruce con la famiglia. E tanti altri personaggi di contorno.

Non c'è una trama vera e propria, ma tanti piccoli episodi che riguardano i singoli protagonisti e le loro relazioni. Sì, forse la storia a cui viene dato maggior risalto è quella di Pat e di Matthew che tentano di scoprire il valore di un quadro presente in galleria. Ma anche questa è solo un pretesto per raccontare di persone e di relazioni umane.

Ho letto non so più dove (e mi dispiace davvero non ricordarmelo) una definizione secondo me perfetta dello stile di McCall Smith: garbato. E infatti questo autore scrive e descrive senza grandi slanci, senza esagerazioni, senza colpi di scena eccessivi o storie al cardiopalma. Lui prendere persone e situazioni più o meno normali e più o meno comuni e le analizza, mostrandone aspetti che magari non sempre si potrebbero notare, con sempre una certa poesia di sottofondo.
Come dicevo prima, forse è proprio questa assenza di azione che rende la lettura continuata di questi libri un po' noiosa, perché a un certo punto si sente proprio il bisogno che succeda qualcosa. Il problema però, che a volte rende difficile aspettare il giusto tempo prima di leggerne un altro, è che molte cose vengono lasciate un po' in sospeso, come se mancasse qualcosa: in questo caso, mi piacerebbe sapere ad esempio cosa succede al povero Bertie, o come evolverà la relazione tra Pat e Matthew... per non parlare del finale, in cui è evidente che qualcosa non quadra ma che non ci viene spiegato.

Insomma, si tratta di una lettura sicuramente piacevole, che riesce anche a stupire con alcune frasi ad effetto davvero notevoli.
Poi, non so a voi, ma a me le storie ambientate nei condomini e nei palazzi piacciono tantissimo, perché riuniscono in un unico luogo tante storie e tanti personaggi... che un bravo autore sa sicuramente come gestire e far interagire.

"abbiamo tutti dei momenti proustiani, ma finche' non leggiamo Proust non lo sappiamo"
Nota alla traduzione: a parte le "d" eufoniche, a volte presenti a volte no, e la scelta di non tradurre certe parole, direi nulla da segnalare.

Titolo: 44 Scotland Street
Autore: Alexander McCall Smith
Traduttore: Elisa Banfi
Pagine: 336
Anno di pubblicazione: 2009
Editore: TEA
ISBN: 978-8860886316
Prezzo di copertina: 8,60€
Acquista su Amazon:
formato brossura: 44 Scotland Street

mercoledì 30 gennaio 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #19

Ed eccoci arrivati a un'altra puntata della rubrica di confronto tra titolo originale e titolo tradotto. Quest'oggi verranno analizzati tutti i romanzi finora pubblicati in italiano di un autore americano che ho scoperto l'anno scorso grazie alla lettura di quello che, per me, è il suo capolavoro. Il libro in questione è "Il vangelo secondo Biff" e l'autore è Christopher Moore.

La pubblicazione dei suoi libri in italiano ha subito percorsi singolari. Attualmente è edito dalla casa editrice Eliott, ma in realtà il suo arrivo nel nostro paese è da attribuire alla Sonzogno che, nel lontano 1992, ha pubblicato il primo romanzo. Nel corso degli anni, poi, questo autore è stato pubblicato anche dalla Sperling & Kupfer ma a poco a poco la Elliot sta provvedendo a nuove edizioni a suo nome.

In questo post parlerò ovviamente solo dei libri tradotti in italiano, per analizzare al meglio cosa è successo negli anni ai vari titoli, soprattutto nel momento di cambio di editore.
E il caso più clamoroso è forse proprio quello del primo romanzo, pubblicato negli USA nel 1992 e tradotto lo stesso anno da Luca Funari per, come si è già detto prima, Sonzogno e poi ripubblicato dalla Elliot nel 2011.
Sto parlando di PRACTICAL DEMONKEEPER ovvero LA COMMEDIA DEGLI ORRORI ovvero DEMONI. ISTRUZIONI PER L'USO


In questo caso infatti non abbiamo due ma tre titoli per un solo libro! Ovviamente, vista la grande differenza tra i due titoli italiani (pubblicati a quasi vent'anni di distanza) il rischio di confondersi se non ci si informa o non si ha l'abitudine di leggere l'originale nelle prime pagine è davvero molto alto. Però bisogna ammette che la scelta della Elliot di cambiare, sebbene molto azzardata e rischiosa se un libro è già stato diffuso con un altro titolo, in realtà rappresenta un tentativo di maggiore fedeltà all'originale. La traduzione letterale sarebbe qualcosa tipo "Tenere a bada i mostri - guida pratica". Sebbene ci sia una differenza anche nella nuova soluzione, almeno viene mantenuta l'idea di manuale, così come il riferimento ai mostri, totalmente assente invece nella prima versione. La Elliot sceglie poi di mantenere la copertina abbastanza simile alla prima edizione, adattandola semplicemente al loro stile di pubblicazione.


Nel 1993 esce, sia in lingua originale sia in italiano, un altro libro di questo autore, sempre per la casa editrice Sonzogno, con la traduzione di Andrea Di Gregorio: COYOTE BLUE ovvero IL RITORNO DEL DIO COYOTE.


In questo caso, la scelta del titolo italiano, lievemente discostato dall'originale, è però fedele alla trama. Nella pacifica quotidianità di Samuel, giovane agente assicurativo in carriera, irrompe Vecchio Coyote, un dio indiano dato per scomparso, seduttore e imbroglione, giocatore d´azzardo e grande trasformista che sconvolgerà la vita del protagonista. La scelta del titolo italiano è quindi a mio avviso decisamente accettabile... e credo che se uscirà una ristampa della Elliot possa mantenersi molto simile.


Nel 1999 esce negli USA un nuovo romanzo, tradotto in italiano solo nel 2010 da Luca Fusari, direttamente per la casa editrice Elliot.
Sto parlando di THE LUST LIZARD OF MELANCHOLY COVE ovvero SESSO E LUCERTOLE A MELANCHOLY COVE


Anche in questo caso, la differenza tra titolo originale e titolo italiano è davvero minima. La traduzione letterale sarebbe "la lussuriosa lucertola di Melancholy Cove", che alla fine non si discosta poi molto da "Sesso e Lucertole a Melancholy Cove": il senso che trasmette è abbastanza simile, senza quella stonatura che l'accostamento di "lussuriosa" e "lucertola" avrebbe potuto provocare.


Nel 2002 esce, finalmente aggiungerei io, quello che per me è il capolavoro dell'autore, anche se per avere la traduzione, a opera di Chiara Brovelli per Elliot, bisognerà attendere il 2008. Sto parlando di LAMB: THE GOSPEL ACCORDING TO BIFF, CHRIST'S CHILDHOOD PAL ovvero IL VANGELO SECONDO  BIFF, AMICO D'INFANZIA DI GESU'


In questo caso titolo originale e titolo italiano sono praticamente uguali, eccetto una sottile differenza che comunque è bene far notare. Come si può vedere il titolo originale inizia con un LAMB ovvero agnello, che si riferisce all'idea di Gesù come Agnello di Dio, ma anche a una persona docile e remissiva. Nella versione italiana si è scelto di togliere questa parola, perché effettivamente il titolo "AGNELLO: IL VANGELO SECONDO BIFF" (o una delle possibili varianti, "Agnello di Dio: il vangelo secondo Biff" o "Gesù: il vangelo secondo Biff) sarebbe suonato decisamente strano per il lettore. Rimane invece invariato il sottotitolo, eccetto per la scelta di tradurre Christ con Gesù e non con Cristo.


Nel 2004 Moore pubblica poi un altro romanzo, che esce in Italia lo stesso anno per la casa editrice Sperling & Kupfer, con la traduzione di Giulia Balducci, e poi riproposto nel 2012, con la stessa traduzione dalla Elliot. Mi riferisco a  "THE STUPIDEST ANGEL- A HEARTWARMING TALE OF CHRISTMAS TERROR ovvero TUTTA COLPA DELL'ANGELO- UN ALLEGRA FAVOLA DI NATALE ovvero UNO STUPIDO ANGELO- STORIA COMMOVENTE DI UN NATALE DI TERRORE



Anche in questo caso, siamo di fronte a tre titoli per un solo libro, sebbene siano tutti molto simili. La traduzione letterale dell'originale sarebbe "L'angelo più stupido- una storia scaldacuore di un Natale di terrore". Nella prima edizione della Sperling & Kupfer, titolo e sottotitolo vengono modificati, senza alcun motivo apparente. Certo, se si da' tutta la colpa all'angelo, è evidente che proprio furbo non deve essere. Però nel sottotitolo si perde il riferimento al terrore e al commuovente. La Elliot ripristina invece il senso originale, traducendo letteralmente il sottotitolo e passando a "Uno stupido angelo"... che non è ancora proprio letterale, ma ci si avvicina molto.


Negli altri romanzi di Christopher Moore tradotti finora, tutti pubblicati sempre dalla casa editrice Elliot non si trovano grandi differenze nei titoli che vengono solitamente tradotti letteralmente (ad esempio, A DIRTY JOB diventa UN LAVORO SPORCO) oppure lasciati in lingua originale (è il caso ad esempio di FOOL o di SACRE' BLEU)

Le principali differenze tra titolo originale e titolo tradotto si ritrovano quindi solo quando uno stesso romanzo è stato pubblicato da due case editrici differenti, e la tendenza dell'editore che ripubblica è quella di utilizzare una traduzione il più possibile vicina all'originale.

Vorrei poi far notare che le copertine, in qualunque lingua e in qualunque versione, sono davvero bellissime!

Alla prossima settimana!

lunedì 28 gennaio 2013

Blog letterari e scrittori emergenti: come la vedo io.

Oggi vi voglio parlare di un argomento non proprio semplice da trattare ma che credo interessi la maggior parte dei blog letterari "amatoriali", ormai diffusissimi nella rete. Mi riferisco al rapporto tra i blogger e gli scrittori emergenti.
Un argomento un po' spinoso, su cui ognuno ha un'opinione diversa e un modo diverso di agire. E ho deciso di scrivere questo post per spiegare il mio umilissimo punto di vista, alla luce anche di una discussione che ho letto su un altro blog che seguo, a seguito di una recensione non troppo lusinghiera che l'autrice ha preso come un'offesa personale.

Penso che anche chi non ha un blog possa immaginare quanto spesso capiti di trovare nelle caselle di posta  richieste di recensioni da parte di autori emergenti o di piccole case editrici che cercano tramite questo canale (che, checché se ne dica, ha un potere immenso) un po' di visibilità e pubblicità.
Io stessa ne ricevo diverse a settimana (il flusso in realtà è un po' calato da quando ho specificato che non leggo fantasy e simili): alcune sono molto gentili, altre un po' troppo pretenziose, altre ancora richieste quasi disperate... tendenzialmente comunque leggo tutto quelli che mi viene inviato (con le mie tempistiche, ovviamente) e devo ammettere che in più di un caso mi sono trovata di fronte a piacevoli scoperte.

Il problema, almeno nel mio caso, sorge di fronte a quelle richieste (che solitamente arrivano direttamente dall'autore) che per me sono davvero fastidiose. Io, ad esempio, non segnalo un libro se non l'ho letto, perché mi sembra scorretto nei confronti dei lettori del blog, che mi seguono in cerca di consigli e suggerimenti. Se non so di cosa parla, perché dovrei pubblicizzarlo e quindi, indirettamente, consigliarlo?
E' una politica mia e non vuole assolutamente essere una critica nei confronti di chi invece segnala, sia chiaro. Però trovo che le segnalazioni non forniscano poi chissà quale grande pubblicità, perché si limitano al riportare la sinossi e la copertina, tutte informazioni che si possono trovare anche su internet. 
Quello che però mi fa arrabbiare è che spesso quando alla richiesta di una segnalazione faccio presente questa mia politica, dichiarandomi anche disponibile alla lettura del libro, la maggior parte delle volte non ottengo più risposta. Come se fossi stata maleducata o scortese ad esprimere questo mio punto di vista.

Quando invece mi vengono inviati i testi per una lettura, attuo una politica diversa, di nuovo totalmente discutibile. Ovvero: degli emergenti recensisco solo i libri che mi sono piaciuti e che meritano. Perché una recensione negativa offre comunque una visibilità non del tutto meritata, che porta via tempo a me per scriverla e al lettore per leggerla (il "bene o male purché se ne parli" ha un potere da molti sottovalutato).  Quindi se un libro mi è piaciuto, comparirà qui la recensione (in cui, sia chiaro, evidenzio comunque tutto quello che non va e le cose che non mi hanno convinta, come farei con qualunque altra recensione), in caso contrario scrivo all'autore, cercando di spiegare cosa non mi ha convinto, cosa secondo me non ha funzionato e provando insieme a capire dove e cosa si può migliorale.
E anche in questo caso, le volte in cui ho ricevuto risposta sono state pochissime (ci sono state eh). 

Io posso capire che una cattiva recensione proprio piacere non faccia e che spesso, soprattutto in certi autori dall'ego smisurato, il primo impulso è quello di dire o pensare "sì ma tanto tu non sei nessuno". Però nel momento stesso in cui tu mi chiedi un'opinione ne devi accettare le conseguenze.  E' ovvio che ci sarà sicuramente qualcuno a cui il tuo libro piace e qualcun altro che invece lo detesta. Siamo esseri umani e di fronte a qualunque cosa proviamo emozioni diverse.

La cosa che più mi fa riflettere è che la maggior parte delle volte queste reazioni arrivino da autori che si sono autopubblicati. Non voglio fare di tutta l'erba un fascio né soprattutto portare avanti una critica spietata contro l'editoria a pagamento.  Perché comunque se gli editori a pagamento esistono è perché c'è qualcuno a cui servono, qualcuno che preferisce pagare ed essere sicuro che il suo libro venga pubblicato piuttosto che sottoporsi a un giudizio che potrebbe essere (o forse è già stato) non troppo lusinghiero. Il fatto è che ultimamente si è diffusa l'idea che tutti possono e devono scrivere un libro. Persone che magari non ne hanno mai letto uno in vita loro, che scrivono "perché" con l'accento sbagliato o mettono le virgole a caso. In ogni caso, se vogliono pagare per questo loro momento di gloria, non sta a me giudicare. E sono anche convinta che non siano loro a rovinare il mercato editoriale attuale, perché sul mercato vero di questi autori ne arrivano ben pochi.
Tornando a noi, come vi dicevo, solitamente le risposte scortesi o le critiche e gli attacchi di fronte a recensioni negative arrivano proprio da questi autori (che poi sono gli stessi che spammano sulle bacheche delle pagine facebook). E non riesco a spiegarmi bene il perché.

Io ho letto anche autopubblicati, alcuni anche piacevoli, cercando di mettere sempre da parte il più possibile qualunque pregiudizio che, devo ammettere, queste pratiche un po' mi provocano. Eppure quando cerco di far notare perché un libro non mi è piaciuto, mi trovo di fronte a commenti come "non capisci niente", "a persone più autorevoli di te è piaciuto", "hai offeso la mia persona" (devo ammettere che questo una volta mi è successo anche con un'autrice non emergente, pubblicata da una casa editrice famosa). 

Io sono, prima di tutto, una lettrice e tu, autore, teoricamente stai scrivendo per me (o almeno, ANCHE per me). Può darsi che io non capisca il tuo modo di scrivere, può darsi che la punteggiatura sbagliata sia una scelta stilistica e che sia io scema a non condividerla... fatto sta che tu devi prendere e accettare il mio giudizio,  se è ben argomentato ovvio, senza offenderti od offendermi. E dovresti farlo anche se fossi un autore già conosciuto o con alle spalle una casa editrice che ti sostiene di più (il contatto con autori famosi è molto meno diretto, ma è ovvio che si tratta di una "regola" che deve valere per tutti)... perché alla fine scrivi per chi ti legge. 
E il mio giudizio è altrettanto valido e dignitoso di quello di chiunque altro si sia preso la briga di leggere e di parlare del tuo libro.

sabato 26 gennaio 2013

MANCARSI - Diego De Silva

Diego De Silva fa un passo a lato, si allontana dalle irresistibili vicende di Vincenzo Malinconico e ci regala una semplice storia d'amore. Semplice per modo di dire, perché la scommessa è tutta qui: nel nascondere la profondità in superficie, nel tratteggiare desideri e dolori, speranze e rovine, con poche parole essenziali, dritte e soprattutto vere. Perché, come diceva Fanny Ardant ne La signora della porta accanto, solo i racconti scarni e le canzoni dicono la verità sull'amore: quanto fa male, quanto fa bene. Solo lì si cela l'assoluto. Cosi De Silva prende i suoi due personaggi e li osserva con pazienza, li pedina, chiedendoci di seguirlo - e di seguirli - senza fare domande. Irene vuole essere felice, e quando il suo matrimonio inizia a zoppicare se ne va. Nicola è solo, confusamente addolorato dalla morte di una donna che aveva smesso di amare da tempo. Anche lui, come Irene, è mosso da un'assoluta urgenza di felicità. Anche lui vuole un amore e sa esattamente come vuole che sia fatto. Sarebbero destinati a una grande storia, se solo s'incontrassero una volta nel bistrot che frequentano entrambi. Ma il caso vuole che ogni volta che Nicola arriva, Irene sia appena andata via. Se le vite di Nicola e Irene non s'incontrano fino alla fine, le loro teste invece s'incontrano nelle pagine di questo libro: i pensieri, le derive, il sentire si richiamano di continuo, sono ponti gettati verso il nulla o verso l'altro. Forse, verso l'attimo imprevisto in cui la felicità finalmente abbocca.

Io amo Diego De Silva. Davvero. Amo il suo modo di scrivere, il suo modo di riuscire ad esprimere a parole sentimenti ed emozioni che, per quanto banali e semplici, sono sempre difficili da descrivere. Amo il modo in cui, con il suo stile e le sue frasi, riesce a portarti dentro a una storia, una storia con cui magari non avresti nulla da condividere, e a farti dire comunque "cavolo, è proprio così". Amo le sue storie, amo i suoi personaggi. Sì, insomma, amo tutto quello che esce dalla sua testa.

Avevo già avuto prova della sua bravura con le avventure dell'avvocato Malinconico, "Non avevo capito niente" e "Mia suocera beve", e sebbene la sua ultima opera, "Sono contrario alle emozioni", non mi avesse fatto impazzire, sapevo che questo libricino non mi avrebbe delusa. Sarà che già l'idea che sta alla base di tutto la storia mi accompagna da sempre: cosa sarebbe successo se non ci fossimo visti, se ci fossimo sempre sfiorati e persi per un soffio, se io non fossi stata lì nello stesso momento in cui c'eri tu. 
Irene e Nicola, i due protagonisti vivono la loro vita separati, ignorando l'esistenza l'uno dell'altra. L'unica caratteristica che li accomuna è frequentare lo stesso bistrot: Irene da sola, dopo che ha divorziato dal marito che non amava più. Nicola prima con la moglie, da cui vorrebbe un figlio ma che lei si rifiuta di dargli. E poi da solo, dopo che la donna è morta investita.

I due si siedono sempre allo stesso tavolo, proprio di fronte al poster sbiadito di Buster Keaton, eppure mai lo stesso giorno. Ed è un peccato, perché se si conoscessero, si amerebbero sicuramente. De Silva ci racconta le loro vite, la difficoltà di troncare una relazione anche quando in essa non si crede più, così come quella di trovare qualcuno di nuovo da amare e da cui farsi amare. E ci racconta di come sopravvivere dopo un grave lutto, anche quando la persona che abbiamo perso in realtà non ci stava più facendo nessun bene. Ci racconta come sia difficile trovare la persona giusta, anche quando questa è così tanto vicino a te, al punto che si siede al tuo stesso posto...

Incontrarsi, scontrarsi, allontanarsi, mancarsi... basterebbero queste parole per descrivere questo piccolo gioiello. Un libricino che si legge in un soffio (ammetto che alla fine avrei voluto saperne di più), ma che fa risvegliare tante, tantissime emozioni.
-Mia nonna, quando il nonno morì, si mise a dormire al suo posto. Diceva che in quel modo non sentiva il vuoto accanto.
Pavel inarca le sopracciglia incuriosito
-Così,- continua Nicola,- quando di notte si svegliava, guardava il posto vuoto vicino al suo e pensava: «Ma vedi, non ci sono»
Titolo: Mancarsi
Autore: Diego De Silva
Pagine: 98
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806215262
Prezzo di copertina: 10,00 €
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formato brossura: Mancarsi