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mercoledì 13 gennaio 2016

TERAPIA DI COPPIA PER AMANTI - Diego De Silva

Insomma, non si può essere sempre felici. Qui e ora, voglio dire. Perché c’è anche il dopo, e non intendo il domani generico. Parlo di un dopo imminente, il dopo di quando hai fatto l’amore, e l’hai fatto benissimo, e quindi dovresti essere felice e desiderosa di alzarti, tornare alla tua vita, ricaricata e leggera, e invece resti sotto le lenzuola a guardare il soffitto con il dito in bocca a domandarti cosa stai facendo, mentre lui è già tutto bello pimpante che ha finito la sigaretta e non vede l’ora di infilarsi nella doccia, però intercetta il tuo incantamento e ti chiede cos’hai (non perché gli interessi ma perché sa che se fa finta d’ignorare la tua fissità gli metterai il muso appena torna dal bagno), così ti si avvicina e dopo aver seguito la linea del tuo sguardo che continua a puntare ossessivamente il soffitto ti domanda:
- Bello quell’intonaco, eh?

Se mi venisse chiesto di definire in poche parole Diego De Silva e la sua scrittura, senza ombra di dubbio risponderei con “il re delle pippe mentali”. Ed è un complimento, anche se a prima vista potrebbe sembrare il contrario. È un complimento perché sono pochi gli scrittori in grado di riportare così bene su carta tutti i conflitti interiori che ogni persona normale ogni giorno vive.

I personaggi di Diego De Silva hanno tutti in comune il pensare tanto, il pensare troppo. Un pensare che a volte li porta a non avere filtri poi in quello che fanno e quello che dicono, sebbene si rendano conto, almeno nella maggior parte delle volte, di essere un po’ assurdi. Soprattutto quando sono innamorati. L’esempio lampante è il grande avvocato Malinconico, protagonista di Non avevo capito niente (e poi anche di Mia suocera beve e Sono contrario alle emozioni, che però a mio avviso non sono venuti bene come il primo), incapace di amare senza fare mille pasticci. È un personaggio esasperato nelle sue manie, nei suoi troppi pensieri, nelle sue pippe mentali, e per questo molto molto umano.

Quando ho letto la trama di Terapia di coppia per amanti, uscito per Einaudi nel 2015, ho saputo fin da subito che avrei dovuto leggerlo, perché le pippe mentali che tanto amo di questo autore finalmente erano tornate.

Protagonisti di Terapia di coppia per amanti sono, appunto, due amanti: Modesto Fracasso, che deve il suo bizzarro nome al dispetto che quel cazzone di suo padre ha voluto fare alla moglie quando è nato, e Viviana. Entrambi sono sposati con prole. Entrambi si amano pazzamente. Non è solo una scopata, la loro, sebbene sia sicuramente una parte fondamentale della loro relazione. I due sanno di non poter fare più a meno l’uno dell’altro. Litigano spesso come solo le persone che si amano davvero riescono a fare e altrettanto velocemente fanno pace. Stanno insieme da tre anni, entrambi i coniugi più o meno sanno e più o meno fingono di non sapere. Però sia Modesto sia Viviana sanno che non si può andare avanti così, che qualcosa nella loro storia deve cambiare. E quindi entrano in terapia. Sì, anche se sono amanti. 

Se siete convinti che tutti gli amanti siano degli stronzi, senza alcuna eccezione, lasciate perdere questo libro. Io non ho una posizione chiara in merito. Certo, sono convinta che se ci sia una famiglia, se ci siano dei figli, se insieme per anni si è cercato di costruire qualcosa, si debba fare tutto il possibile per farla funzionare anche nei momenti più bui. Al tempo stesso, però, credo che sia sbagliato stare insieme a qualcuno se non lo si ama più, se susciti in noi solo indifferenza. Bisogna essere onesti, con se stessi e con la persona che ci sta accanto, quello sì. Ma trascinare una storia finita solo perché c’è un pezzo di carta credo che alla fin fine non abbia nessun senso. È sicuramente un argomento complesso e pieno di sfumature, di cui non si può parlare a fondo in un blog letterario.

E nemmeno in un libro, in realtà, o almeno non in uno di Diego De Silva. E infatti lui il rapporto di Modesto e Viviana con i loro rispetti coniugi lo lascia un po’ da parte. Sì, ci sono. Sì, lascia intendere che qualcosa da tempo non funzioni più, però tutta l’attenzione è focalizzata sulla storia d’amore tra loro due. Una storia d’amore complicata e bellissima, come lo sono sempre le storie d’amore in cui i protagonisti davvero si amano. Una storia resa ancor più reale da tutte le pippe mentali di cui si parlava prima, che l’autore mette in testa ai due protagonisti. Modesto, tra i due componenti della coppia, è quello che ho preferito di più. Per la sua simpatia e la sua battuta sempre pronta, per il suo scansare inizialmente i problemi ma poi tornare indietro per affrontarli, a modo suo magari, ma sempre affrontali. Per il rapporto con il padre, forse il personaggio più divertente di tutto il libro, e quello con il figlio. Viviana è forse un po’ troppo esasperata (o forse semplicemente da donna mi dà noia ammettere che a volte siamo davvero così). 

E poi ho amato, come sempre, lo stile dell’autore. Le grandi verità rivelate nei momenti più impensabili. Le sue citazioni, il suo modo di raccontare e di non giudicare mai nessuno dei suoi personaggi.  Sono umani, proprio come tutti noi.
"Mi fa ridere quando sono nervosa senza sapere perché (sono i nervosismi peggiori, quelli); quando mi sto antipatica e ho voglia di essere sgarbata con chiunque mi capiti a tiro (preferibilmente lui) e l'ultima cosa che vorrei fare è ridere, e ha un talento nel capire quando mi serve una carezza"
Ho riso un sacco, leggendo. E anche se forse mi aspettavo qualcosina di più dal finale, Terapia di coppia per amanti è stata davvero una gran bella lettura. Quindi lunga vita al Re delle Pippe Mentali!


Titolo: Terapia di coppia per amanti
Autore: Diego De Silva
Pagine: 274
Anno di pubblicazione: 2015
Editore: Einaudi
Acquista su Amazon:
formato brossura: Terapia di coppia per amanti

lunedì 18 febbraio 2013

Incontrando... Diego De Silva

Prima di raccontarvi l'incontro di oggi con un autore che amo molto, devo assolutamente fare una piccolissima premessa, per ringraziare una persona. Una persona che prima di aprire questo blog e la sua omonima pagina Facebook nemmeno conoscevo e che oggi, finalmente, dopo esserci sentiti più volte per mail, ho finalmente incontrato di persona. Fa sempre un po' strano, almeno per me, vedere in faccia persone di cui si sono lette sempre e solo le parole (e questo effettivamente vale anche per gli autori dei libri). Ed è bello scoprire che, ancora una volta, ne è valsa la pena. Quindi ringrazio Fabio per avermi fatto sapere di questo incontro, per esserci venuto insieme a me, ma soprattutto per tutto il resto... 

Ma veniamo a noi. Perché oggi pomeriggio, io, Fabio e, vista l'ora, un'allegra combriccola di pensionati (alcuni dei quali, secondo me, non proprio consapevoli di cosa ci facessero lì... ho sentito chiaramente la mia attempata vicina chiedere alla sua amica chi fossero venute a vedere)  siamo stati al Centro Congressi Unione Industriale di Torino alla presentazione del libro "Mancarsi", durante la quale è ovviamente intervenuto il suo autore, Diego De Silva. Quanto adori questo scrittore credo di averlo già detto e ripetuto più e più volte. Eppure oggi ho avuto la conferma che dietro quella penna e quelle parole geniali, ci sia un uomo altrettanto geniale e incredibile. 

Dopo la presentazione dell'autore e delle sue opere fatta dal giornalista Bruno Quaranta, De Silva ha preso la parola ed è riuscito a incantare la platea come il suo modo di parlare pacato, ironico, in cui a una verità profonda ha alternato sempre battute e momenti comici. 

L'autore ha iniziato parlando del suo avvocato Malinconico, grandissimo personaggio protagonista dei suoi tre romanzi precedenti, da cui però a un certo punto ha sentito il bisogno di staccarsi, di allontanarsi, perché un po' lo stava fagocitando.  Per questo ha deciso di scrivere qualcosa di diverso... ed è uscito fuori quel piccolo gioiello che, a mio avviso, è "Mancarsi". La storia raccontata dall'autore acquista ancor più profondità, soprattutto perché si è visto l'entusiasmo e la passione con cui è stata scritta e con cui ha delineato i personaggi. 
Il libro è stato poi il pretesto per parlare di altro: di amore, principalmente, e di quanto sia difficile riconoscerlo quando ce lo si trova davanti, di quanto a volte il destino possa portare a trovarsi ma anche, appunto a Mancarsi. E di come, una volta raggiunto non sia poi così facile da mantenere e di come, solitamente, "due persone che sono nate per stare insieme solitamente si lasciano"... (e qui ci ha anche intonato qualche nota di De Andrè)

Da lì è passato poi a raccontare il suo modo di intendere la lettura e la scrittura (uno scrittore di solito è uno che ha dei problemi... perché se uno è felice, non scrive), di come per lui siano più importanti i dettagli , gli episodi  perché che non deve per forza capitare qualcosa perché un libro, ma anche un film, abbiano un senso. E questo effettivamente nei suoi libri viene dimostrato più e più volte.

De Silva ha poi toccato un altro argomento molto importante, ovvero il suo rapporto con la sua città, Napoli, e con tutto quello che rappresenta. Ha parlato del suo passato di avvocato e di quanto difficile sia esercitare questa professione in una città come quella, dove è normale "mentire sinceramente" per poter andare avanti e vincere le cause. Un mondo che lui non riusciva più a sopportare e che ha in qualche modo raccontato nelle vicende di Malinconico e di come questo gli abbia portato qualche antipatia nel mondo dei tribunali che prima bazzicava. 
E ha parlato di Roberto Saviano, attraverso aneddoti divertenti ma anche molto profondi...Come quella volta che sono andati insieme a Scampia a presentare un libro.
In quel momento, davvero, sarei salita sul palco ad abbracciarlo. 

Oltre a un'immensa cultura e a un'incredibile capacità di gestirla e di mostrarla senza mai sembrare altezzoso o snob, De Silva ha dimostrato di essere in grado di coinvolgere ed emozionare non solo per iscritto ma anche a voce chiunque abbia la fortuna di poterlo sentire e vedere. Davvero, si pendeva dalle sue labbra, sia quando parlava semplicemente del libro, sia quando si dedicava ad aneddoti e racconti più personali.

E io sono uscita di lì semplicemente entusiasta, ancor più follemente innamorata di quest'uomo... e ovviamente con il mio solito siparietto al momento della dedica (mi succede sempre, quando incontro gli autori):

"Per chi metto la dedica?"
"Per Elisa"
"Oh, Per Elisa, come la composizione di Beethoven... che dedica ambiziosa!"

e ovviamente l'ha scritto.






("Per Elisa... una dedica un po' ambiziosa")



sabato 26 gennaio 2013

MANCARSI - Diego De Silva

Diego De Silva fa un passo a lato, si allontana dalle irresistibili vicende di Vincenzo Malinconico e ci regala una semplice storia d'amore. Semplice per modo di dire, perché la scommessa è tutta qui: nel nascondere la profondità in superficie, nel tratteggiare desideri e dolori, speranze e rovine, con poche parole essenziali, dritte e soprattutto vere. Perché, come diceva Fanny Ardant ne La signora della porta accanto, solo i racconti scarni e le canzoni dicono la verità sull'amore: quanto fa male, quanto fa bene. Solo lì si cela l'assoluto. Cosi De Silva prende i suoi due personaggi e li osserva con pazienza, li pedina, chiedendoci di seguirlo - e di seguirli - senza fare domande. Irene vuole essere felice, e quando il suo matrimonio inizia a zoppicare se ne va. Nicola è solo, confusamente addolorato dalla morte di una donna che aveva smesso di amare da tempo. Anche lui, come Irene, è mosso da un'assoluta urgenza di felicità. Anche lui vuole un amore e sa esattamente come vuole che sia fatto. Sarebbero destinati a una grande storia, se solo s'incontrassero una volta nel bistrot che frequentano entrambi. Ma il caso vuole che ogni volta che Nicola arriva, Irene sia appena andata via. Se le vite di Nicola e Irene non s'incontrano fino alla fine, le loro teste invece s'incontrano nelle pagine di questo libro: i pensieri, le derive, il sentire si richiamano di continuo, sono ponti gettati verso il nulla o verso l'altro. Forse, verso l'attimo imprevisto in cui la felicità finalmente abbocca.

Io amo Diego De Silva. Davvero. Amo il suo modo di scrivere, il suo modo di riuscire ad esprimere a parole sentimenti ed emozioni che, per quanto banali e semplici, sono sempre difficili da descrivere. Amo il modo in cui, con il suo stile e le sue frasi, riesce a portarti dentro a una storia, una storia con cui magari non avresti nulla da condividere, e a farti dire comunque "cavolo, è proprio così". Amo le sue storie, amo i suoi personaggi. Sì, insomma, amo tutto quello che esce dalla sua testa.

Avevo già avuto prova della sua bravura con le avventure dell'avvocato Malinconico, "Non avevo capito niente" e "Mia suocera beve", e sebbene la sua ultima opera, "Sono contrario alle emozioni", non mi avesse fatto impazzire, sapevo che questo libricino non mi avrebbe delusa. Sarà che già l'idea che sta alla base di tutto la storia mi accompagna da sempre: cosa sarebbe successo se non ci fossimo visti, se ci fossimo sempre sfiorati e persi per un soffio, se io non fossi stata lì nello stesso momento in cui c'eri tu. 
Irene e Nicola, i due protagonisti vivono la loro vita separati, ignorando l'esistenza l'uno dell'altra. L'unica caratteristica che li accomuna è frequentare lo stesso bistrot: Irene da sola, dopo che ha divorziato dal marito che non amava più. Nicola prima con la moglie, da cui vorrebbe un figlio ma che lei si rifiuta di dargli. E poi da solo, dopo che la donna è morta investita.

I due si siedono sempre allo stesso tavolo, proprio di fronte al poster sbiadito di Buster Keaton, eppure mai lo stesso giorno. Ed è un peccato, perché se si conoscessero, si amerebbero sicuramente. De Silva ci racconta le loro vite, la difficoltà di troncare una relazione anche quando in essa non si crede più, così come quella di trovare qualcuno di nuovo da amare e da cui farsi amare. E ci racconta di come sopravvivere dopo un grave lutto, anche quando la persona che abbiamo perso in realtà non ci stava più facendo nessun bene. Ci racconta come sia difficile trovare la persona giusta, anche quando questa è così tanto vicino a te, al punto che si siede al tuo stesso posto...

Incontrarsi, scontrarsi, allontanarsi, mancarsi... basterebbero queste parole per descrivere questo piccolo gioiello. Un libricino che si legge in un soffio (ammetto che alla fine avrei voluto saperne di più), ma che fa risvegliare tante, tantissime emozioni.
-Mia nonna, quando il nonno morì, si mise a dormire al suo posto. Diceva che in quel modo non sentiva il vuoto accanto.
Pavel inarca le sopracciglia incuriosito
-Così,- continua Nicola,- quando di notte si svegliava, guardava il posto vuoto vicino al suo e pensava: «Ma vedi, non ci sono»
Titolo: Mancarsi
Autore: Diego De Silva
Pagine: 98
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806215262
Prezzo di copertina: 10,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Mancarsi

venerdì 9 dicembre 2011

SONO CONTRARIO ALLE EMOZIONI- Diego De Silva

Cosa accade quando Vincenzo Malinconico, re dei rimuginatori, si perde definitivamente nel rimuginio? Se sei uno che prende sul serio i pensieri, che fa continuamente bilanci su quello che fa, anche mentre lo fa, ti basta un niente per lanciarti nelle domande più peregrine, quali: le emozioni che proviamo nell'ascoltare le canzoni che amiamo sono vere? Proviamo davvero quello che sentiamo? Cos'è quel piccolo freddo che ci assale dopo aver visto un film che ci ha commosso il cuore e il cervello? E da dove nasce il desiderio improvviso di prendersi un cane? E perché davanti a una notizia di malasanità ci monta dentro un'indignazione democratica, anche se l'ultima volta che siamo scesi in piazza è stato per aggiungere un grattino alla macchina? Nei tentativi di analisi amorose fai-da-te per ricomporre il senso di una storia finita, nelle recensioni estemporanee di brani, eventi, persone, nella ricerca vaga di un centro di gravita - anche se non è permanente va bene lo stesso -, le riflessioni prendono corpo in un libro agile dove la scrittura si palesa al lettore in una delle sue versioni più artigianali ed efficaci: quella di strumento per capire come la pensiamo sulle cose.

C'è una pagina bellissima circa a metà di questo libro, pagina 98 per la precisione. Qui il protagonista fa una riflessione, una ventina di righe, in cui confessa quanto gli manchi una persona e quanto insulse e sterili gli sembrino le attività di tutti i giorni senza di lei. Quanto sia difficile mentire agli altri e a sé stessi. Una pagina e una riflessione, in cui è facilissimo immedesimarsi, se almeno una volta nella vita si ha sofferto per amore. Una pagina incredibile, che ho dovuto ricopiare tutta e che ho letto e riletto un paio di volte, pensando sempre: "cavolo! è veramente così".
Ecco, se in questo libro ci fosse solo pagina 98, sarebbe semplicemente un capolavoro.
Il problema è che ce ne sono 97 prima e 63 dopo.
E sono tra le pagine più deliranti e senza senso che io abbia mai letto. Diego De Silva ha sfruttato il fenomeno Vincenzo Malinconico, un piccolo eroe di tutti i giorni, già protagonista dei fantastici "Non Avevo Capito Niente" e "Mia Suocera Beve", per rifilare a tutti i suoi accaniti fan alcune sue riflessioni che fino ad allora ha sempre tenuto chiuse in un cassetto. Forse perché è lì che dovevano stare.
Riflessioni su come va il mondo, riflessioni sull'infanzia e sulla difficoltà di amare quando si è ormai quarantenni, riflessioni sulle canzoni di Raffaella Carrà e sul loro vero significato. Per renderle un minimo più sensate ha messo Vincenzo Malinconico nel libro, inventandosi che sta andando da uno psicologo per cercare di superare la perdita di un'amore (di cui non si dice mai assolutamente nulla). Ma dove è finita la simpatia e la sfigataggine di Vincenzo? Il suo ritrovarsi in situazioni assurde e venirne fuori in modo ancora più assurdo? Dove sono finite le sue massime? E i figli e la ex moglie?
Non c'è niente di tutto questo in questa terza "avventura" del nostro avvocato napoletano. Il protagonista di questo libro avrebbe potuto chiamarsi Giovanni Paranoia che sarebbe stato esattamente uguale.
Peccato, veramente, perché De Silva ha perso la possibilità di proseguire con una saga geniale, che aveva attirato migliaia di lettori e fatto aprire gli occhi su certe realtà del nostro paese che spesso ignoriamo.
Quindi, se volete leggerlo, vi consiglierei di andare in libreria o al supermercato e aprire pagina 98. E' l'unica che merita di essere letta.


Se volete acquistare l'intero romanzo per leggere solo pagina 98:Sono contrario alle emozioni

sabato 27 agosto 2011

MIA SUOCERA BEVE- Diego De Silva

Vincenzo Malinconico è un avvocato semi disoccupato, semi divorziato, semi felice. Ma soprattutto è un grandioso filosofo autodidatta, uno che mentre vive pensa, si distrae, insegue un'idea da niente facendola lievitare. Al centro del romanzo questa volta c'è un sequestro di persona ripreso in diretta dalle telecamere di un supermercato. Ad averlo studiato ed eseguito è il mite ingegnere informatico che ha progettato il sistema di videosorveglianza. Il sequestrato è un boss della camorra che l'ingegnere considera responsabile della morte accidentale del suo unico figlio. Il piano è d'impressionante efficacia: all'arrivo della televisione, l'ingegnere intende raccontare il suo dramma e processare in diretta il boss. La scena del sequestro diventa così il set di un tragicomico reality, con la folla e le forze dell'ordine che assistono impotenti allo "spettacolo". La sola speranza d'impedire la tragedia è affidata, manco a dirlo, all'avvocato Vincenzo Malinconico, che l'ingegnere incontra casualmente nel supermercato e "nomina" difensore d'ufficio. Malinconico, con la sua proverbiale irresolutezza, il suo naturale senso del ridicolo, la sua insopprimibile tendenza a rimuginare, uscire fuori tema, trovare il comico nel tragico, il suo riepilogare e riscrivere gli eventi recenti della sua vita privata, riuscirà a sabotare il piano dell'ingegnere e forse anche quel gran pasticcio che è la sua vita.

Non immaginate neanche quanto sia difficile scrivere il commento di questo libro quando si è sdraiati in spiaggia, con il richiamo delle onde sullo sfondo che sembra continui a ripetere "tuffati, tuffati" (e un ragazzo accanto che si diverte a pungerti con gli aghi di pino).
Però devo concentrarmi e scrivere assolutamente il commento a questo romanzo. Lo devo al suo autore Diego de Silva, e soprattutto lo devo a Vincenzo Malinconico, questo avvocato un po' sfigato, per nulla di successo, che è riuscito ancora una volta con una sua avventura a farmi ridere e al contempo riflettere.
E forse questa volta gli argomenti di riflessione sono ancora più importanti e profondi rispetto a "Non Avevo Capito Niente". La lentezza dela giustizia, l'assurdità della burocrazia nei processi che spingono un padre, ormai esasperato, a prendere in ostaggio un capo camorrista responsabile della morte del figlio a seguito di uno scambio di persona, mentre passeggia indisturbato in un supermercato, e a mandare in onda, come un vero reality, il sequestro.
Una critica pesante, diretta alla società attuale. Dove l'univo modo per essere ascoltati è quello di mandare tutto in onda, di finire in TV ed entrare nelle case della gente, morbosa di queste vicende. E una critica alla lentezza della giustizia che troppo spesso porta all'esasperazione e al farsi giustizia da soli.
Certo, non ci fosse di mezzo il nostro avvocato Malinconico il romanzo sarebbe molto più difficile da digerire. Ma per fortuna c'è lui, il nostro eroe per caso da supermercato, che si ritrova invischiato in questo rapimento. Come se non ne avesse già abbastanza di problemi, tra la sua storia che sta finendo, la sua ex moglie che guadagna più di lui ma vuole comunque gli alimenti, due figli adolescenti che gli fanno ramanzine quotidiane e sua suocera, che ha appena scoperto di abere un cancro e ha deciso che è giunto il momento di comportarsi da stronza con il mondo.
Ma Vincenzo Malinconico riuscirà ancora una volta ad affrontare tutto quello che la vita gli mette davanti. E lo fa con la sua solita ironia, con le sue riflessioni su come gira il mondo e la vita, senza arrendersi mai più di tanto a tutte le sfighe che gli piovono addosso.

Insomma, un degno seguito di "Non Avevo Capito Niente". Forse manca un po' di originalità e le riflessioni del protagonista sono a volte un po' troppo articolate per riuscire ad identificarsi (a differenza del primo). Ma la storia mi è piaciuta molto. E vorrei proprio conoscere Vincenzo Malinconico.

In ambito pubblico vige il comune senso dell'estetica, vale a dire quel potentissimo inibitore sociale rubricato alla vaga ma inconfondibile voce <>.
La caratteristica peculiare del Pare Brutto è che si manifesta all'improvviso sotto forma di dubbio, per cui una cosa (un gesto, un'affermazione, una domanda) anche se non pare ancora brutta ma c'è una minima possibilità che lo diventi, ti fa stenere automaticamente dal farla.
E' un canone estetico estremamente mobile, il Pare Brutto. Non si sa in cosa esattamente consista, ma accidenti se funziona.

martedì 24 maggio 2011

NON AVEVO CAPITO NIENTE- Diego De Silva

Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano che finge di lavorare per riempire le sue giornate. Divide con altri finti-occupati come lui uno studio arredato con mobili Ikea, chiamati affettuosamente per nome, come fossero persone di famiglia. È stato appena lasciato dalla moglie, ma cerca con ogni mezzo di mantenere un legame con lei e i due figli adolescenti. Un giorno viene improvvisamente nominato difensore d'ufficio di un becchino di camorra detto "Mimmo 'o burzone" e, arrugginito com'è, deve ripassarsi il Bignami di diritto. Ma ce la fa, e questo è solo il primo dei piccoli miracoli che gli capitano. Il secondo si chiama Alessandra: la pm più bella del tribunale, che si innamora di lui e prende a riempirgli la vita e il frigorifero. E intanto Vincenzo riflette sull'amore, la vita, la delinquenza, la musica: su tutto quello che attraversa la sua esistenza e la sua memoria, di deriva in deriva.

Sono qui davanti allo schermo del pc da una decina di minuti cercando disperatamente di scrivere un commento che renda il giusto merito a questo strepitoso romanzo. E non ci riesco. Mi verrebbe quasi da dire "stavolta non ve lo recensisco, leggetelo e basta, fidatevi di me" (ma forse sarebbe un po' presuntuoso da parte mia). Diego De Silva in questo romanzo riesce a descrivere uno spaccato incredibile della società italiana: parla di avvocati e parla di camorra, parla di uomini divorziati che vivono da soli in case arredate completamente con mobili Ikea, parla di figli adolescenti che stanno cercando di scoprire sè stessi, parla di sesso e parla di amore, parla della nostra società in generale, delle persone comuni che di colpo si rendono conto di non stare capendo più niente e di lasciarsi semplicemente trascinare dagli eventi. E lo fa con uno stile e un linguaggio semplicemente geniali: ironia dall'inizio alla fine, anche quando di ironico non ci sarebbe niente. Ma alla fine anche le scene più tragiche hanno necessariamente un aspetto buffo.
E fenomenali sono anche i personaggi, a partire dal protagonista e, soprattutto, dalla sua fantastica bodyguard camorrista (descritti così sono quasi simpatici), così come tutti i personaggi di contorno, che con loro interagiscono.
Un romanzo che si divora, che ti fa sorridere (tanto) e che ti fa riflettere (ancora di più) e che riesce a ritrarre al meglio la nostra società. Perché alla fine, nessuno di noi ha mai veramente capito niente...

LEGGETELO!

Decidi con chi vuoi stare, cazzo. Decidila tu una cosa: agisci, invece di aiutare gli altri a prendere decisioni che non ti riguardano, fra l'altro. Ti rendi conto di che mestiere assurdo fai?Eh? Voltati da questa parte, idiota: ce l'hai già qualcuno che sa farti felice, che vuole solo che resti. E resta, santo Dio, tanto che ti costa restare?

Mi debilitano, i faccia a faccia con me stesso. Specie quando ha ragione quell'altro.

E vaffanculo.
E' questa la parola che viene istintiva quando ti capita di sentirti inaspettatamente felice, tutt'a un tratto.

Il problema è che spesso la gente non ha le emozioni chiare. Altro che le idee.

E' tipico dell'amore rendere inesistenti le persone amate e obbligare le persone che le amano a dimostrare continuamente che esistono. Perché quando uno si innamora non è mica tanto convinto che quello che gli sta succedendo sia vero.