mercoledì 10 aprile 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #29

Per la rubrica di questa settimana sul confronto tra titolo originale e titolo tradotto ho scelto, a differenza della settimana scorsa, un romanzo che mi è piaciuto molto. Un libro che mi ha prestato una mia amica, senza la quale probabilmente non lo avrei mai nemmeno scoperto... e sarebbe stato proprio un peccato.

Devo ammettere che, quando me ne ha parlato, la prima cosa ad avermi colpita era stata proprio il titolo (oltre alla casa editrice, la 66thand2nd  che, con somma vergogna, fino ad allora non avevo mai sentito nominare e che pubblica opere sicuramente ben tradotte e ben curate). Titolo che, però, non ha assolutamente nulla a che vedere con l'originale.

Sto parlando del romanzo di Sherwood Kiraly dal titolo DIMINISHED CAPACITY ovvero PESCI POETI E CARI RICORDI:


Il romanzo, uscito in lingua originale nel 2008 e in Italia con la traduzione di Ilaria Tarasconi nel 2011, è ambientato nel Missouri e ha come protagonista il vecchio Rollie Zerbs, famoso in paese per la sua stravaganza, che rischia di finire in un istituto perché considerato incapace di badare a se stesso. L'uomo chiama in soccorso il nipote Cooper che lavora in un’agenzia editoriale di Chicago dove però non se la passa bene da quando, in seguito a un trauma cranico, è affetto da vuoti di memoria. I due partiranno insieme, in un viaggio picaresco, per cercare di vendere una vecchia figurina di baseball di Zerb che può valere una fortuna e risolvere quindi tutti i loro problemi (potete leggere la mia recensione qui).

La differenza tra titolo originale e titolo tradotto è palese e parecchio drastica. La traduzione letterale sarebbe "Capacità ridotta", "Capacità diminuita", abbastanza efficace per indicare la caratteristica principale dei due protagonisti, smemorati e parecchio distratti. Eppure anche il titolo italiano ha un suo perché. "Pesci poeti" fa riferimento a una delle stravaganze dell'anziano protagonista: l'uomo infatti ha posizionato una vecchia macchina da scrivere sul pontile davanti a casa, collegando poi i tasti a delle lenze immerse nell'acqua, sperando che i pesci, passando, scrivano per lui delle poesie. Un'idea che ho trovato molto poetica ma che, effettivamente, non svolge un ruolo così fondamentale nel romanzo al punto da diventarne il titolo. I "cari ricordi" fa di nuovo riferimento invece alla smemoratezza dei due protagonisti ma anche forse ai ricordi del passato, compresa la figurina stessa, che i due non sempre riescono a ricordare.

Non saprei davvero dire se la scelta della casa editrice sia così sbagliata. Certo, il titolo originale tradotto letteralmente forse non avrebbe funzionato molto, così come forse però non era nemmeno necessario discostarsi così tanto da esso per trovare un titolo altrettanto evocativo.

Che dite?

lunedì 8 aprile 2013

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA'- Francesco Piccolo

Possono esistere felicità trascurabili? Come chiamare quei piaceri intensi e volatili che punteggiano le nostre giornate, accendendone i minuti come fiammiferi nel buio? Sei in coda al supermercato in attesa del tuo turno, magari sei bloccato nel traffico, oppure aspetti che la tua ragazza esca dal camerino di un negozio d'abbigliamento. Quando all'improvviso la realtà intorno a te sembra convergere in un solo punto, e lo fa brillare. E allora capisci di averne appena incontrato uno. I momenti di trascurabile felicità funzionano così: possono annidarsi ovunque, pronti a pioverti in testa e farti aprire gli occhi su qualcosa che fino a un attimo prima non avevi considerato. Per farti scoprire, ad esempio, quant'è preziosa quella manciata di giorni d'agosto in cui tutti vanno in vacanza e tu rimani da solo in città. Quale interesse morboso ti spinge a chiuderti a chiave nei bagni delle case in cui non sei mai stato e curiosare su tutti i prodotti che usano. Pagina dopo pagina, momento dopo momento, si finisce col venire travolti da un'ondata di divertimento, intelligenza e stupore. L'autore raccoglie, cataloga e fa sue le mille epifanie che sbocciano a ogni angolo di strada. Perché solo riducendo a spicchi la realtà si riesce ad afferrare per la coda il senso profondo della vita.

Avete presente Charles M. Schulz quando, attraverso i vari personaggi dei Peanuts, da' le sue definizioni di felicità? "Felicità è un cucciolo caldo", "felicità è stare a letto mentre fuori piove", "felicità è passeggiare sull'erba a piedi nudi", "felicità è il singhiozzo dopo che è passato"... attimi, momenti, rapidi, veloci, banali, che racchiudono molto di più di quello che a prima vista potrebbe sembrare. E' una cosa in cui credo molto, quella della felicità che si trova soprattutto nelle piccole cose.
E credo che sia più o meno la stessa cosa che vuole trasmettere Francesco Piccolo in questo libricino. Prende dei momenti di felicità, di cui a volte magari nemmeno ci accorgiamo ma che dovremmo invece ricordarci più spesso, e li trasforma in parole. Sono istanti, sono gesti, sono pensieri, sono situazioni spesso insignificanti ma capaci di cambiare per un momento la giornata e renderla felice.

Un libro piccolo piccolo, che racchiude qualcosa di davvero grande. A frasi concise e dirette (ma proprio per questo molto efficaci perché facilmente riconoscibili) si alternano racconti di qualche pagina che mostrano cosa ha reso o può rendere felice l'autore: alcune sono sicuramente banalità, alcune potrebbero quasi sembrare cattiverie, altre sono molto profonde anche nella loro semplicità. Alcune mi hanno fatta sorridere, altre un po' commuovere. E in molte mi sono riconosciuta, per quanto siano sicuramente riflessioni molto personali.
Non conoscevo questo autore prima di questo libro e si tratta sicuramente di una piacevolissima scoperta. La lettura stessa è coincisa con uno di quei momenti di trascurabile felicità che lui descrive: leggevo e sorridevo, leggevo e mi scrivevo le parti per me più significative, leggevo e mostravo a chi era seduto accanto me i pezzi che mi piacevano di più. E una volta arrivata alla fine, mi sono sentita più felice.

Più che un libro che tutti dovrebbero leggere (cosa che comunque secondo me è), si tratta di un libro che tutti dovrebbero scrivere, o anche solo pensare di farlo. Perché a volte basta davvero poco per essere felici, basta anche solo pensare a quei nostri momenti di trascurabile felicità per diventarlo, di colpo, davvero.
E quindi ci ho pensato, e in poco meno di dieci minuti mi sono venuti in mente quelli che sono per me i momenti di trascurabile felicità (anche se sono sicura che ce ne siano moltissimi altri):

il primo bagno in mare dopo l'inverno ma anche la prima giornata che profuma di neve dopo l'estate. Un pacchetto di caramelle gommose. Uscire dal cinema dopo aver visto un bel film. La pioggia con il sole e le persone che, insieme a te, si fermano a guardare un arcobaleno. Qualcuno che ti abbraccia nel sonno. Gli gnocchi per cena. L'uscita di un libro che aspettavi da tempo e le promozioni del 25% su tutto il catalogo. Le scale, una volta che sei arrivato in cima. Capirsi senza dover parlare, ma anche aver sempre qualcosa da dirsi, anche se si è sempre insieme. Il primo bacio alla persona che ti piace... ma anche il secondo, il terzo e il quarto. Non trovare coda nel bagno delle donne. Togliersi le scarpe la sera, dopo aver camminato tutto il giorno. Una doccia calda dopo una giornata fredda. Il profumo del soffritto con l'aglio che si espande per tutta la cucina. La brioche alla crema al mattino. Scambiare un sorriso con uno sconosciuto. Camminare mano nella mano. La sera prima della partenza per un viaggio e l'aereo quando atterra. Un giro in Vespa. Cantare a squarciagola in auto. Un cane che ti accoglie scodinzolando e saltandoti in braccio. La prima margherita nel prato di casa. Una mail inaspettata. Un amico vicino anche quando è lontano. Le lucciole nelle sere d'estate. I fuochi d'artificio...

E i vostri quali sono?

Titolo: Momenti di trascurabile felicità
Autore: Francesco Piccolo
Pagine: 126
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806211394
Prezzo di copertina: 8,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Momenti di trascurabile felicità

MILIONI DI MILIONI - Marco Malvaldi

Montesodi Marittimo è un paesino toscano di una certa altitudine, nonostante il nome, per di più molto scosceso. Una persona su due porta un doppio patronimico, il secondo dei quali è sempre Palla. Eredità di un marchese Filopanti Palla, gran gaudente, pentitosi in punto di morte di lasciare tanti bambini senza un nome legittimo. Inoltre su Montesodi aleggia un mistero: è considerato "il paese più forte d'Europa". Per scoprirne la causa, vengono mandati dall'Università un genetista, Piergiorgio Pazzi, e una esperta di archivi, Margherita Castelli. Trascorsi i primi giorni, nel panorama umano che gli si offre, i due non trovano nulla di cui meravigliarsi, tranne la forza. È un mondo abitudinario, dominato da due gruppi familiari: il sindaco, l'onesto e schietto Armando Benvenuti, con la moglie Viola, e la maestra Annamaria Zerbi Palla, anziana vedova, con un figlio poco amato. La sorpresa arriva con una tremenda tempesta di neve che isola il paese per giorni. Piergiorgio, che alloggia nella casa della Zerbi, una mattina trova l'energica signora abbandonata in poltrona senza vita. Sembra, a prima vista, un attacco di cuore, ma Piergiorgio capisce che non si tratta di morte naturale e poiché il paese è isolato l'assassino non può essere andato via.

E poi ci sono dei periodi in cui le tue letture sono completamente monopolizzate da un autore. Per quanto tu possa cercare di evitarlo, questi autori quasi ti perseguitano: vedi i loro romanzi ovunque, sono ospiti a fiere del libro troppo vicine a casa tua per lasciartele scappare, le persone che hai attorno anziché distrarti alimentano questa tua quasi ossessione, al punto che ormai sai che non troverai pace finché non avrai letto tutto il leggibile. Una volta finito tutto, a poco a poco, questa mania passerà, per poi rifarsi viva magari tra qualche anno.
Ecco, questo è il riassunto perfetto del mio rapporto con Marco Malvaldi in questo momento. Scoperto quasi per caso nemmeno un anno fa, letto (in ordine sparso, come molto poco furbamente faccio sempre) tutta la saga del BarLume, consigliato al mio ragazzo che ha deciso di diventare ancora più invasato di me, incontrato per la prima volta due settimane fa,  ricevuto in regalo per Pasqua i due romanzi che ancora mi mancavano e cercato di resistere il più possibile prima di leggerli per evitare una qualche accusa di recensore-stalker.
Però poi questi libricini sono lì, sul comodino, che ti guardano e ti dicono "leggimi, leggimi, che lo sai che non ti deluderò" e ogni buon proposito svanisce. Quindi, se siete stufi di sentirmi parlare di Marco Malvaldi, fermatevi qua, non leggete la recensione e aspettate la prossima, che vi giuro incrociando le dita dietro la schiena che non sarà di un libro suo.

Inizio con il dire la cosa più scontata in assoluto, che chiunque conosca i gialli del BarLume penso capirà immediatamente. La mancanza dei quattro vecchini si sente, si sente eccome. E ci va un po' per abituarsi all'idea che non spunteranno al bar o che non interromperanno qualche dialogo con le loro battute irriverenti e i loro pareri non richiesti. Ci va un po', però poi ci si riesce. E ci si ritrova catapultati a Montesodi Marittimo e in mezzo alla sua gente e alla sua vita. Una vita che non è poi così diversa da quella di ogni altro paesino sperduto sulle colline o sulle montagne: tutti si conoscono, tutti sanno i segreti degli altri ma fingono di non saperli, tutti parlano e tutti vedono, è straniero anche chi ci vive ormai da più di cinquant'anni, c'è chi non riesce a immaginare di andare via e chi non aspetta altro... 

Il giallo, come al solito, è "alla Malvaldi", ovvero non importa tanto la vittima o il movente, quanto i personaggi e la caratterizzazione della vita di paese, che di solito viene fatta tramite un espediente (in questo caso, l'arrivo di due studiosi che hanno il compito di scoprire se ci sono cause genetiche a giustificare l'incredibile forza posseduta da buona parte degli autoctoni) e alimentata appunto dall'omicidio.
Sono libricini leggeri, perfetti da leggere per distrarsi, ma in cui ogni tanto spunta qualche frase e qualche citazione semplicemente geniale, ogni tanto si ride e, soprattutto, si arriva alla fine soddisfatti, rilassati, quasi felici. 

Non so se a voi capita mai di leggere uno o più libri di un autore e tramite le sue parole trovarlo simpatico o antipatico. Così, senza magari mai neanche averlo visto o averlo sentito parlare. Ecco, con Malvaldi mi succede tutte le volte. Chiudo il libro e il primo pensiero è: vorrei andarci a cena almeno una volta al mese, per sentirlo parlare, raccontare, per chiedergli da dove gli vengono certe idee, per chiedergli semplicemente come fa.
E poi, non so, trovo davvero bellissimo e dolcissimo il fatto che alla fine di ogni suo libro ringrazi la moglie senza la quale, lascia intendere, lui non sarebbe quello che è.

-Lei ha un vizio cittadino. Dice sempre «la gente».
Piergiorgio tacque, non sapendo cosa dire.
-Sa cosa diceva un mio amico di Livorno? «La gente, son persone». Ecco, accetti un consiglio da politico: smetta di dire «la gente». Dica «le persone». Può sembrare una questione di dialettica, ma non lo è, mi creda.
-No, credo che non lo sia...
-La gente è stupida, le persone ragionano. La gente è indifferente, le persone ti aiutano. Oppure ti affogano, ma comunque interagiscono. Finché uno riesce a pensare agli altri come persone, a vederle come persone, riesce a non rimanere indifferente.


Titolo: Milioni di milioni
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 196
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838927638
Prezzo di copertina: 13,00 €
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formato brossura:Milioni di milioni


giovedì 4 aprile 2013

ESTASI CULINARIE - Muriel Barbery

Nel signorile palazzo di rue de Grenelle, già reso celebre dall'"Eleganza del riccio", monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico del mondo, il genio della degustazione, è in punto di morte. Il despota cinico e tremendamente egocentrico, che dall'alto del suo potere smisurato decide le sorti degli chef più prestigiosi, nelle ultime ore di vita cerca di recuperare un sapore primordiale e sublime, un sapore provato e che ora gli sfugge, il Sapore per eccellenza, quello che vorrebbe assaggiare di nuovo, prima del trapasso. Ha così inizio un viaggio gustoso e ironico che ripercorre la carriera di Arthens dall'infanzia ai fasti della maturità, attraverso la celebrazione di piatti poveri e prelibatezze haute cuisine. A fare da contrappunto alla voce dell'arrogante critico c'è la nutrita galleria delle sue vittime (i familiari, l'amante, l'allievo, il gatto e anche la portinaia Renée), ciascuna delle quali prende la parola per esprimere il suo punto di vista su un uomo che, tra grandezze pubbliche e miserie private, sembra ispirare solo sentimenti estremi, dall'ammirazione incondizionata al terrore, dall'amore cieco all'odio feroce. 

Sono qui davanti al pc, che sgranocchio un pezzetto di Parmigiano in attesa che sia pronta la cena. Una premessa che può sembrare superflua (ed effettivamente lo è) ma che mi aiuta a entrare nello spirito giusto per scrivere questa recensione. Anche perché mangiare, secondo me uno dei più grandi piaceri della vita, mi aiuta a riflettere meglio e a cercare di fare un po' di ordine in mezzo ai pensieri intricati che questa lettura mi ha lasciato.

Se c'è una cosa che odio è quando non sono in grado di dire se un libro mi è piaciuto o meno. In questo caso, poi, partivo con qualche pregiudizio: della Barbery ho letto, come credo quasi tutti, "L'eleganza del riccio", apprezzandolo solo a metà: bellissima l'idea, molto intricato lo svolgimento e lo stile.
Uno stile che qui si ritrova uguale, sebbene si tratti di un'opera precedente e quindi, si presume, meno matura. Ed è uno stile che ritrovo sempre nei narratori francesi che incontro sulla mia strada. Frasi intricate, scritte con un tono aulico e molto cerimonioso, come se si volesse a tutti costi fare sfoggio di cultura e far faticare il lettore. Ripeto, non è una caratteristica solo della Barbery questa. 

In questo, di nuovo, le premesse per un libro che mi potesse piacere tantissimo c'erano tutte. Si parla di cibo e di ricordi ad esso associati. Un uomo, un famoso critico gastronomico, è in punto di morte e vorrebbe, prima di andarsene, gustare per un'ultima volta una pietanza, che però non riesce a rievocare. Si fa un viaggio nei suoi ricordi, alcuni molto belli (quello del cane, ad esempio, mi ha fatta impazzire), altri molto evocativi (vedi il sushi, di cui leggendo mi è venuta una voglia pazzesca) altri francamente quasi inutili. Fino a che per fortuna, proprio alla fine, riesce a ricordasi cosa fosse. Attorno a lui, ci sono altri personaggi, la portinaia, la moglie, i figli, l'amante, il gatto, che ne delineano il carattere, in un ritratto decisamente poco lusinghiero.

Il fatto è che secondo me tutto meritava un migliore approfondimento. Meno esercizi di stile e più concretezza. Ci sono tante cose in ballo, troppe, che avrebbero avuto bisogno di più di 130 pagine per poter essere spiegate e narrate bene. Non tanto per quanto riguarda i ricordi culinari dell'uomo, tutti comunque abbastanza efficaci, quanto nelle storie collaterali. Narrate così, per me, avrebbero anche potuto non esserci, perché quasi oscurano questo elogio al cibo, offrendo poco o nulla di più alla storia.
Penso che se non si è dei veri amanti del cibo, le difficoltà nell'apprezzare questo libro, per lo stile in cui è scritto e per le descrizioni tanto precise e dettagliate, siano ancora maggiori. 
Con questo non voglio assolutamente sconsigliarvene la lettura. Semplicemente avvisarvi a cosa andrete in contro.

Ah, poi ovviamente mi sono anche messa a pensare a quale sarebbe il cibo che vorrei mangiare un'ultima volta se fossi in punto di morte. E' una domanda davvero difficile, anche se penso che la scelta ricadrebbe sui gnocchi  con il pesto che fa la mia mamma (ma anche un tiramisù...)

Nota alla traduzione: il francese è una lingua che non conosco, quindi non sarei in grado di riconoscere calchi o errori di traduzione. Nella mia ignoranza posso quindi dire che mi sembra ben fatta.

Titolo: Estasi culinarie
Autore: Muriel Barbery
Traduttore: Emanuelle Caillat e Cinzia Poli
Pagine: 139
Anno di pubblicazione: 2008
Editore: e/o
ISBN: 978-8876418921
Prezzo di copertina: 4,90 €
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formato brossura: Estasi culinarie

mercoledì 3 aprile 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #28

Per la puntata di questa settimana del confronto tra i titoli sono andata dritta dritta verso un libro presente nella mia libreria, di cui avevo già in mente di parlare da un po' ma che poi, per un motivo o per l'altro, ho sempre rimandato. Principalmente perché il libro in questione non mi era piaciuto per nulla. Però poi, pensandoci, a livello di cambiamento di titolo è un esempio molto interessante, di quelli che fai fatica a etichettare come giusto o sbagliato.

Il libro in questione è LA COTE 400 ovvero LA CUSTODE DI LIBRI di Sophie Divry:


Il romanzo è uscito in lingua originale nel 2010 e poi tradotto dal francese per la casa editrice Einaudi nel 2012 da Giusi Barbiani. Si tratta di un monologo, quello che la protagonista, bibliotecaria di una cittadina, fa a un frequentatore della biblioteca, che ha il brutto vizio di utilizzarla come bivacco notturno. Un potenziale micidiale, a mio avviso assolutamente sprecato con un personaggio antipatico e irritante. 

Comunque. Per quanto riguarda il titolo, come si può vedere la differenza tra originale e traduzione è davvero molto marcata. Come viene spiegato già nelle prime pagine del romanzo, "La cote 400" fa riferimento alla classificazione decimale Dewey, uno schema di classificazione bibliografia per argomenti, organizzati gerarchicamente, che è stata sviluppata nel 1876 da Melvil Dewey e poi con il tempo accresciuta e modificata. Questo sistema è molto diffuso nelle biblioteche, perché consente una classificazione chiara e univoca, facile da identificare per gli addetti ai lavori (pensandoci io stessa mi ero sempre chiesta, girovagando per la biblioteca della mia città, a che cosa corrispondessero quegli strani numeri sulle coste dei libri).

I numeri da 400 a 499 si riferiscono a linguaggio e alla linguistica e ogni decimale corrisponde a un sottoargomento preciso ( il 450 ad esempio, è il numero delle Lingue italiana, rumena e affini). 

Bisogna ammettere che, per chi non è addetto ai lavori, una traduzione letterale del titolo probabilmente non avrebbe avuto un grande potere evocativo, sebbene come vi dicevo prima questi numeri vengono spiegati già dalle prime pagine. Si è cercato quindi un titolo che rimandasse comunque all'ambiente della biblioteca e si focalizzasse sulla sua protagonista. Si è quindi approdati a "La custode di libri". Onestamente non riesco a decidere se questo titolo mi convinca o meno. E' immediato, certo. Non è poi nemmeno così lontano dalla trama. Però mi ricordo che quando ero arrivata alla fine, forse in preda all'irritazione post-lettura di un libro per nulla all'altezza delle mie aspettative, lo avevo giudicato in qualche modo fuorviante e sbagliato.

Voi che dite?

martedì 2 aprile 2013

LA COLLEGA TATUATA - Margherita Oggero

La protagonista è una "profia", una professoressa di mezza età, con una normale famiglia composta da due figli mediamente rompiscatole e un marito mediamente polemico verso la cucina affrettata di una donna che lavora fuori casa. Quando a scuola arriva una collega nuova, la bionda, ricca, elegante Bianca De Lenchantin, la nostra eroina non è per niente disposta a trovarla simpatica. Solo quando Bianca viene uccisa, senza nessuna apparente ragione, la nostra professoressa troverà il modo di sfoderare il proprio talento investigativo. Tanto più che il commissario è un uomo colto e affascinante.

Per qualche bizzarro motivo non avevo ancora letto nulla di Margherita Oggero. Ed è strano, perché amo molto i gialli vecchio stile, in cui si ritrova a indagare qualcuno che magari non c'entra nulla, e, soprattutto, le ambientazioni torinesi. Un po' di sano campanilismo, sebbene io abiti in realtà a una cinquantina di km dalla città,  non fa mai male. Eppure non ero mai stata attirata più di tanto da questa autrice e probabilmente non avrei mai iniziato a colmare questa mia lacuna se il libro non mi fosse stato casualmente prestato.
E me ne sarei pentita tantissimo, così come già ora un po' mi scoccia aver aspettato così tanto.

Margherita Oggero scrive in un modo molto particolare, con un uso delle virgole e della punteggiatura che richiede almeno una decina di pagine per riuscire ad abituarsi. Ma poi, una volta entrati nel meccanismo, diventa davvero impossibile smettere di leggere.
A morire è Bianca, una ricca, bellissima e un po' snob professoressa di inglese che odia i cani, sposata con un uomo più vecchio, più brutto ma anche molto più benestante di lei. Tutti elementi che servono alla protagonista, professoressa nella stessa scuola, a etichettarla semplicemente come "stronza". Certo, questo lo fa prima che muoia, ma anche dopo diventa difficile dimenticarsene. La curiosità prende comunque il sopravvento, e la donna inizia a indagare a modo suo, sguinzagliando una serie di conoscenze e amicizie un po' pettegole che la aiutano ad arrivare vicinissima alla verità. Verità a cui piano piano arriva anche Gaetano, l'affascinante commissario che si occupa delle indagini e con cui la donna intesse una strana relazione.

La forza di questo giallo sta a mio avviso non tanto nella trama, un po' macchinosa forse e non sempre così immediata da seguire, ma nei personaggi: la professoressa investigatrice è caustica, irriverente e molto spiritosa. Così come ben caratterizzati sono il marito Renzo, con cui ormai si è instaurato un rapporto fatto di affetto e abitudine, il bassotto Potti, che si vendica della mancanza di attenzioni facendo pipì ovunque, la madre che mangia solo sofficini e, soprattutto, la piccola Livietta, una bambina supercinica e super spassosa in grado di tenere testa a tutti, a parole o, all'occorrenza, a calcioni.
Leggendo un po' si ride, un po' ci si perde nei ragionamenti della professoressa (con molti spunti e riferimenti letterari notevoli) e un po' ci si ferma anche a riflettere sull'incredibile caratterizzazione che l'autrice è riuscita a dare agli abitanti di una città: i torinesi sono davvero così. Silenziosi e riservati all'apparenza, ma portinai e pettegoli per natura. Un po' snob su certe cose, ma anche molti semplici su altre. Insomma, l'ho trovato un ritratto assolutamente perfetto e fedele.

Come primo impatto con la Oggero è stato sicuramente molto positivo. E sicuramente ora cercherò di rimediare questa mia lacuna nei suoi confronti.
Anche perché c'è quel magnifico "disclaimer" a inizio libro, uno dei più belli che io abbia mai letto finora e che me l'ha resa simpatica fin da subito:


Titolo: La collega tatuata
Autore: Margherita Oggero
Pagine: 190
Anno di pubblicazione: 2003
Editore: Mondadori
ISBN: 978-8804512813
Prezzo di copertina: 9,50 €
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formato brossura:La collega tatuata

lunedì 1 aprile 2013

UN ATTIMO, UN MATTINO - Sarah Rayner

È un lunedì mattina come tanti, sul treno che porta i pendolari da Brighton a Londra. Nei vagoni, visi assonnati, preoccupati, speranzosi. Qualcuno finisce di truccarsi, qualcuno legge, c'è chi chiacchiera e chi ascolta musica dall'iPod pensando alla giornata che lo aspetta. Per Karen e suo marito è una giornata felice: stanno andando a firmare per il mutuo della nuova casa, che accoglierà loro e i due figli. Lou, dal sedile accanto, li osserva e la loro evidente complicità la mette di buon umore, anche se prova un pizzico di invidia per quell'amore sereno e totale che a lei sembra negato. Anna, invece, qualche carrozza più in là, sogna di acquistare la giacca di cui ha visto la foto sulla rivista che sta sfogliando, e piega l'angolo della pagina per ricordarsene. È tutto normale, è tutto tranquillo... ma poi qualcosa, di colpo, rimescola le carte della vita e quel mattino come tanti diventa il punto di svolta, l'inizio di una settimana drammatica. Legate da una tragica casualità, le tre donne affronteranno insieme i giorni seguenti e troveranno nella loro amicizia la forza per superare il dolore. Insieme scopriranno che, se davvero basta un attimo perché tutto vada in frantumi, la vita non si ferma e ci chiede di tenere il passo...

Avevo puntato questo libro fin dalla sua uscita, per via di una copertina che trovo semplicemente adorabile. Poi però, un po' per tirchieria, un po' per paura, ho aspettato qualche tempo prima di leggerlo. Paura, sì. Perché mi sono resa conto, leggendo la quarta di copertina, di sapere perfettamente cosa significa perdere qualcuno così all'improvviso. Basta un attimo. Un mattino, un pomeriggio, una sera o una notte. Pochi istanti perché la tua vita cambi per sempre, senza che tu non ci possa fare assolutamente nulla.
Non ero quindi sicura di essere in grado di reggere l'impatto con un romanzo che mette in parole quelle sensazioni tanto conosciute e tanto dolorose. Però credo anche nel potere terapeutico dei libri e forse leggere una variante della propria storia può essere un passo ulteriore per riuscire a superarla (non importa quanto tempo sia passato, a volte la tristezza ti prende comunque quando meno te l'aspetti).

Nei primi capitoli un po' ho pianto, sarebbe inutile negarlo. Credo che leggere di un uomo che muore all'improvviso su un treno carico di pendolari avrebbe colpito chiunque (soprattutto se si è stati pendolari per tanto tempo). Poi però qualcosa nel libro si è inceppato e sono arrivata alla fine, abbastanza in fretta bisogna  ammetterlo, con la sensazione che in queste pagine non fosse successo nulla, che non mi avessero lasciato niente, se non una certa irritazione. 
Dovrebbe parlare di amicizia, quella tra Karen, la moglie dell'uomo morto sul treno e madre di due bambini piccoli che si ritrova ad affrontare una terribile tragedia, e Anna, fidanzata con un uomo bellissimo ma alcolizzato. Un legame fortissimo quello tra le due donne, che dura fin dai tempi dell'università. A loro si aggiunge Lou, educatrice omosessuale, vittima di bullismo da parte dei suoi alunni, che ha assistito in diretta alla morte dell'uomo perché viaggiavano sulla stessa carrozza e che ha diviso il taxi con Anna quando il treno è stato soppresso per agevolare i soccorsi. Di ogni donna ci viene raccontata la vita, il passato e le difficoltà: il rapporto con il marito o con il compagno o con i genitori e tutte le difficoltà che questi inevitabilmente comportano.

Il potenziale per scrivere una bella storia, non banale, c'era tutto. Eppure, il primo pensiero una volta terminato è che questo potenziale sia stato miseramente sprecato, tra banalità, eccessive tragedie, storie troppo intricate per essere vere, qualche stereotipo e qualche ridicola scena di sesso assolutamente non necessaria. Tutti elementi che alla lunga lo hanno reso irritante e che alla fine non mi hanno lasciato nulla. Ho trovato tutto un po' troppo facile: facile far commuovere parlando di una morte tanto tragica, facile far arrabbiare parlando di un fidanzato insoddisfatto e, per questo, ubriacone, facile creare astio tra una ragazza lesbica e la sua pignolissima e odiosissima madre che ovviamente finge di non sapere nulla.  E' mancato qualcosa quindi, qualcosa che da questa facilità riuscisse a tirare fuori una storia originale, in grado di coinvolgere pienamente il lettore non solo perché spinto da un senso di pietà verso le tragedie delle protagoniste. Non era facile, certo. Ma l'autrice quasi non ci ha provato, fallendo miseramente.

Quindi, sebbene si tratti di una lettura sicuramente scorrevole, a mio avviso si tratta di un libro assolutamente evitabile.

Nota alla traduzione: nulla da segnalare.

Titolo: Un attimo, un mattino
Autore: Sarah Rayner
Traduttore: V. Bastia
Pagine: 407
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Guanda
ISBN: 978-8860885197
Prezzo di copertina: 17,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Un attimo, un mattino