Alla fine, l'inizio. Si chiude con le strisce degli anni '50 la raccolta cronologica dell'opera omnia di Schulz. Il lettore vedrà i primi passi del buon vecchio Charlie Brown, quando ancora non era tanto complessato, ma già si poneva qualche problema esistenziale: alla domanda se gli sarebbe piaciuto essere Abramo Lincoln rispondeva che aveva già abbastanza fastidi a essere un Charlie Brown. Vedrà Snoopy quando era solo un cucciolo abbaiante e ancora non intravedeva la sua poliedricità, i mille ruoli per evadere con l'immaginazione dalla sua natura canina. Incontrerà per la prima e unica volta la ragazzina dai capelli rossi per la quale Charlie Brown ha sospirato per cinquant'anni e personaggi che con il tempo spariranno: Violet, Patty, Frida, Shermy.
Solitamente, quando passa un po' di tempo tra un post e l'altro su questo blog, è perché o non ho voglia di leggere (vedi recensione de La Lettrice), o sto leggendo un libro noioso che non mi prende, o perché mi sto dedicando alla lettura di qualche fumetto. In questo caso sono vere entrambe le ultime due ipotesi. Sto faticando dietro a un libro, che non ho mai voglia di leggere. Al punto che ho deciso di tirare giù dalla mensola il mio libro di tutte le strisce dei Peanuts degli anni '50 e rileggerle.
Amo molto i Peanuts, al punto da averci fatto anche la tesi di laurea specialistica all'Università. Amo il modo che questi bambini hanno di vedere e affrontare le grandi questioni della vita. Amo la loro spontaneità e la loro franchezza. Amo come riescono a incarnare, nei vari personaggi, tutte le insicurezze e le paure delle persone di questo mondo. Leggo strisce di Peanuts quasi quotidianamente da q
uando avevo 13 anni e insieme a loro sono cresciuta e ho affrontato le vicende che la vita mi ha messo davanti. C'è una striscia di Peanuts per ogni occasione e per ogni stato d'animo. Per quando ci sentiamo un po' Charlie Brown, isolati e odiati da tutti nonostante il nostro grande cuore. Per quando ci sentiamo Lucy (la mia preferita), innamorati non corrisposti, bisbetici e capricciosi, troppo diretti e onesti, ma in fondo in fondo adorabili. Per quando ci sentiamo Linus, dotati di una grande sicurezza che vacilla quando veniamo privati della nostra coperta. Per quando siamo Piperita Patty e Marcie, sportiva una e secchiona l'altra. Per quando siamo Woodstock o Sally.
E poi, beh, poi c'è lui, c'è Snoopy... il beagle che tutti vorremmo avere.
Insomma è impossibile non amare i Peanuts e non rimanere sbalorditi dalla genialità del loro autore, Schulz, che per cinquant'anni ogni giorno ha inventato una striscia per i lettori di tutto il mondo, fino a che non ha avuto più le forze per farlo.
Questo volume raccoglie tutte le strisce degli anni '50. E fa molta impressione vedere i personaggi ai loro inizi: un Charlie Brown meno insicuro nei primi anni, che a poco a poco ha sviluppato molte delle
sue attuali caratteristiche. Uno Schroeder appena nato, quando per la prima volta inizia a suonare il suo piano giocattolo. Lucy da piccola piccola, fiera di ottenere ogni anno il premio "piantagrane n. 1". E poi ancora l'arrivo di Linus e l'inizio del suo amore per la coperta. E ancora l'arrivo di Sally e la presenza di personaggi come Patty, Violet e Shermy destinati negli anni a scomparire.
Il più impressionante di tutti è Snoopy, che nei primi anni è "solo" un cane. Cammina a quattro zampe, non parla e non lascia presagire nessuna delle caratteristiche che svilupperà con il tempo. Inizierà a diventare lo Snoopy che tutti conosciamo solo quando si alzerà in piedi ed esprimerà le sue emozioni.
Ma sono belli anche così i Peanuts, anche così acerbi e immaturi, perché la loro genialità è già presente fin da quella striscia del 2 ottobre 1950.
Leggeteli, assolutamente!
Nota alla traduzione: ok, qui dovrei copiare e incollare la mia tesi di laurea, ma non credo che abbiate voglia di leggervi 140 pagine... Qualche nota indispensabile, che però smorza l'ironia delle strisce, qualche adattamento discutibile ma forse dovuto. In lingua originale sono tutta un'altra cosa. Ma meritano un sacco anche così.
PS: come sempre, cliccate sulle immagini per vederle ingrandite
Un piccolo libro per chi ama i libri, per chi, prima ancora del contenuto, ama l'oggetto in sé. Annie Francois analizza tutti i possibili piaceri - da quello tattile a quello olfattivo - nonché gli aspetti - la grana della carta, la copertina, il risvolto - legati al libro. Conosce, e alimenta, le manie del lettore "bulimico": il timore di sciuparlo, di prestarlo, di rovinarlo se preso in prestito; il rito lacerante della scelta dei libri da portare in vacanza, il dramma di doverne buttare alcuni per questioni di spazio. Scopriamo allora che altri, maneggiando e leggendo un libro, vivono emozioni simili alle nostre, che essere lettori ci dà un senso di appartenenza, ci fa sentire meno soli al mondo.
Vi siete mai fermati un attimo a pensare a tutte le "manie" e le abitudini che avete quando leggete un libro? Io ad esempio odio fare le orecchie nell'angolo, scrivere appunti o sottolineare le pagine. Leggo praticamente ovunque. Non riesco a partire per le vacanze senza uno o due (o tre o quattro, in base a dove vado e a quanto è lunga la vacanza) libri in valigia. Amo consigliare e regalare o prestare libri che ho amato molto (che soddisfazione quando ti dico "che bello il libro che mi ha prestato/consigliato/regalato). Non ho grossi problemi a prendere a prestito libri, da amici o in biblioteca, anche se capita spesso che poi dopo un po', approfittando di qualche sconto, compri un libro che ho amato molto per poterlo avere e rileggere quando mi va.
Annie Francoise in questo piccolo libretto, che tutti gli amanti della lettura dovrebbero leggere, ci racconta le sue manie letterarie. E devo ammettere che in alcune è facile e bello riconoscersi. Ho anche io ad esempio come l'autrice una sorta di passione per i dizionari (vorrei comprarne di continuo). Anche io, come lei, ho problemi di spazio e al momento inizio ad avere libri impilati su altri perché ho esaurito le mensole. Anche io, come ci racconta nel capitolo "Nevrastenia", capisco quanto sono depressa da quanta voglia ho di leggere: se sto male male male, nemmeno un libro ha la capacità di ritirarmi su (forse qualche fumetto). E anche io, come lei, mi riconoscono in quasi tutti i sintomi de la "Patologia Generale del Lettore": mal di schiena per aver letto nelle posizioni più strane, sordità quando sono immersa in un libro (di solito poi mi interrompe la puzza di bruciato o mia mamma che urla), insonnia e occhiaie se sto leggendo qualcosa da cui è impossibile staccarsi, sbalzi emotivi tipici delle sindrmi pre-mestruali e/o della menopausa anche se non sono in nessuna delle due fasi... Potrei andare avanti ore... E sono sicura che molti lettori di questo blog provino esattamente le stesse cose.
Leggetelo, e se anche aveste avuto qualche dubbio di essere soli, ora saprete che quando si ha tra le mani un libro non si è mai da soli.
Nota alla traduzione: qualche nota necessaria, in quanto presenti diversi riferimenti culturali alla Francia. Ma non disturbano troppo.
Per un lettore, anche modesto, il disamore alla lettura costituisce un sintomo: "Non ho nemmeno più voglia di leggere" significa che si è toccato il fondo della depressione, della stanchezza, del dolore.
Perché, di fronte alla lettura, non soltanto i cittadini non sono uguali, uomini e donne non più divisi, ma l'individuo stesso non reagisce in modo identico. Il libro può essere saporito o indigesto, il lettore sazio o affamato. Il suo appetito varia in funzione del suo temperamento, ma anche delle stagioni, delle circostanze, dei luoghi, della compagnia, della pace, del rumore, della carenza, dell'abbondanza, dell'amore, dell'odio. Egli segue i moti dell'umore e del cuore, le fluttuazioni del morale e del fisico.
Un giovane papà alle prese con una noiosissima tesi di laurea; una commerciante in via di fallimento; una bella ragazza col morale a terra per via dell'amante sposato; un quasi-pensionato quasi-sfrattato dalla moglie; una mamma stanca di nutrire i figli e bisognosa di nutrire la propria mente: per tutti costoro, trascorrere gualche serata fuori casa non può essere che salutare. La biblioteca comunale promuove un circolo di lettura, ed ecco che un eterogeneo gruppo di "personaggi in cerca di svago" si trasforma in un'improbabile, ma meravigliosa comunità. Con straordinaria leggerezza e humour, Julie Highmore intreccia una commedia su uomini e donne appassionati di libri e protagonisti del guotidiano, dove il circolo letterario diventa la vera alternativa alla terapia di gruppo e dove la vita di ciascuno risulta essere molto meglio di un film.
La prima cosa che si deve dire su questo romanzo è "complimenti a chi ha scelto il titolo italiano"... responsabile sicuramente della vendita di un bel po' di copie di questo libro. Peccato che poi si apre la copertina e si legge che l'originale è "Pure Fiction" (effettivamente molto più adatto alla trama) e soprattutto che di libri ne compaiono sì, ma pochi pochi (e a parte quelli della Tyler che già ho letto, non mi è venuta voglia di leggere nessuno degli altri).
I libri sono in realtà un espediente per narrare le vicende di questo gruppo di persone, che si conoscono partecipando allo stesso gruppo di lettura e le cui vite si legano e si intrecciano in modo più o meno buffo, scontanto o profondo, al punto da schierarsi tutti insieme per vendicare uno dei membri.
Ci sono un sacco di personaggi principali, nessuno che però mi abbia conquistato così tanto. C'è Ed, scrittore frustrato e casalingo, che all'inizio sembra adorabile ma che poi almeno per me diventa irritante. C'è Kate, restauratrice con una figlia ribelle. Ci sono Zoe e Donna, che finiranno con lo stesso uomo e che insieme si vendicheranno. Ci sono Bob e Browen, i più pacati del gruppo, e l'odioso e saccente Gideon. Insomma, tanti personaggi ma a mio avviso non tanto ben riusciti (molto meglio i personaggi minori). E anche la trama sì, carina, divertente anche a tratti, ma con l'espediente inziale del circolo di lettura, poteva venire fuori qualcosa di molto meglio. E lo stile dell'autrice, a tratti un po' confuso, non aiuta di certo...
Un libro da spiaggia o da treno senza troppe pretese (anche perché se le avesse, le deluderebbe sicuramente), che va bene per passare qualche ora... Ma potete anche non leggerlo.
Nota alla traduzione: a parte il titolo, nulla da dire
Approdato a una tarda, linguacciuta, rissosa età, Barney Panofsky impugna la penna per difendersi dall'accusa di omicidio, e da altre calunnie non meno incresciose, diffuse dal suo arcinemico Terry McIver. Così, fra quattro dita di whisky e una boccata di Montecristo, Barney ripercorre la vita allegramente dissipata e profondamente scorretta che dal quartiere ebraico di Montreal lo ha portato nella Parigi dei primi anni Cinquanta e poi di nuovo in Canada, a trasformare le idee rastrellate nella giovinezza in "sitcom" decisamente popolari e altrettanto redditizie.
Se dovessi spiegarvi perché ci ho messo tutto questo tempo a leggere questo romanzo (quasi due settimane, cosa che mi succede assai di rado), non saprei che dirvi. Il libro non è scritto male, anzi. Quando si inizia a leggere un capitolo, questo poi scorre veloce sotto agli occhi e ci si rende conto della bravura e dell'ingegno dell'autore. Però boh, leggevo un capitolo e poi lo lasciavo lì, non mi veniva voglia di continuarlo. E' stato difficile riuscire a superare le prime 150 pagine, in cui non si capisce praticamente nulla. Barney Panofsky, produttore televisivo di telenovela sdi terz'ordine, decide di scrivere una sua autobiografia, la sua "versione", in risposta a quanto narrato dal suo nemico e rivale, con il quale da giovane ha condiviso un passato un po' bohémien.
Eppure, anche quando si entra nella logica narrativa di Barney, ovvero il mettere insieme tanti anedotti, a volte staccati tra loro, per raccontare la sua vita, divisa in base ai suoi tre matrimoni, la voglia di abbandonarlo diventa diverse volte molto forte.
Credo dipenda principalmente dai sentimenti che suscita Barney nel lettore. O si odia o si ama. E a me, sostanzialmente, sta antipatico. Al punto che anche i suoi anedotti più divertenti (ovvero quelli legati al suo matrimonio con la seconda moglie, o quelli del padre) mi hanno quasi lasciata indifferente.
Ma ripeto, il libro è scritto bene e la lettura scorre bene, quindi non me la sentirei minimamente di sconsigliarlo. Anche perché le ultime cinque righe del romanzo, quelle non scritte da Barney ma dal figlio che si è occupato di raccogliere e curare questa sua autobiografia, sono tra le più geniali e sconvolgenti che abbia mai letto. E il libro merita anche solo per quelle.
Nota alla traduzione: non lo so, le traduzioni Adelphi non mi piacciono. Non mi piacciono i glossari in fondo, non mi piacciono i testi delle canzoni lasciate in lingua originale (ma forse semplicemente perché il francese non lo capisco) e non mi piacciono certe scelte traduttive. Insomma, la rivedrei.
Moderni moschettieri su uno scassato furgoncino, quattro amici in crisi da maturità si lanciano in un improbabile viaggio per strappare un po' di tempo all'esistenza e riaffermare la propria voglia di ribellione e divertimento. Solo, ventisettenne oppresso da genitori troppo perfetti e dal ricordo di una ex che sta per convolare a nozze; Blass, grasso e goffo, alla frustata ricerca di un amore; Claudio, tombeur de femmes che vive solo per l'amicizia, Raul, precipitato dalle fantasie sadomaso a un tranquillo menage familiare con due gemelli a carico. Su un furgoncino di seconda mano che olezza di formaggio, i quattro decidono di concedersi un agosto da leoni, illusorio risarcimento dalla quotidianeità. Da Madrid a Valencia, da Saragozza ancora a Madrid, attraverso una scia di risse, ubriacature, cuori infranti e amplessi frettolosi, rinsalderanno la propria amicizia in una tardiva fine dell'adolescenza. Un caleidoscopio di avventure, un romanzo acido e melanconico che ha il ritmo del miglior cinema.
Dopo aver letto e adorato "Aperto tutta la notte", mi sembrava impensabile non leggere anche questo altro romanzo di David Trueba, sicura che mi sarei trovata di fronte a un altro piccolo capolavoro.
E in parte, sicuramente lo è, sebbene sia completamente diverso dal primo romanzo. Quattro Amici, sulla soglia dei trent'anni, decidono di partire per due settimane di vacanze all'avventura su un vecchio furgone che puzza di formaggio. "Il lungo viaggio verso la fica", "viaggio al centro delle cosce", "il giro del culo in ottanta giorni", "ventimila leghe subnormali"... sono i titoli plausibili per la loro avventura. Manca però quello che effettivamente è, ovvero "fuga dai fallimenti, dalle paure e dai problemi" che affligono in modo diverso e con risultati diversi ciascuno dei protagonisti. C'è Raúl, appassionato di sadomaso, che si ritrova sposato e con due gemelli piccoli, in profonda e continua lotta tra la sua voglia di divertirsi e il senso della famiglia da cui è stato travolto. C'è Blass, grassone troppo buono e ingenuo che proprio a causa della sua bontà è destinato a rimanere per sempre il migliore amico di qualunque ragazza che incontra, c'è Claudio, forse il più intraprendente dei quattro, "scopavecchie" e amante degli animali. E poi c'è Solo (sì, come quello di Guerre Stellari), voce narrante e fulcro di tutta la vicenda. Soffocato dai genitori pieni di aspettative nei suoi confronti, spirito inquieto che ancora non sa cosa vuole dalla sua vita. E soprattutto innamorato, ancora innamorato di Barbara, che sta per sposarsi con un uomo che è l'opposto di lui. Un viaggio all'avventura, alla ricerca di sè stessi, in compagnia delle uniche persone che possono veramente sopportarci: gli amici.
Il libro segue le avventure di questi quattro ragazzi in vacanza, tra personaggi pittoreschi, scopate frettolose, conquiste impossibili e sfighe inverosimili, passando per luoghi turistici, spiagge e alberghi abbandonati in posti sperduti, per poi concludersi alla festa del matrimonio di Barbara.
Lo stile di Trueba mi piace molto, mi piace la sua ironia, la sua buona dose di cinismo (un pochino eccessivo forse a volte, ma comunque condivisibile) e la sua caratterizzazione dei personaggi e delle situazioni. Ed è bellissima l'idea del viaggio con gli amici di sempre (che tutti, almeno una volta nella vita, sono sicura abbiamo fatto), il sopportarsi nonostante gli innumerevoli difetti e le fobie. E tante sono le frasi che mi sono rimaste di questo romanzo (una più bella dell'altra le citazioni da "Scritto su tovaglioli di carta" alla fine di ogni capitolo).
Però una pecca ce l'ha. Si parla e si fa veramente troppo sesso... qualche riferimento in meno, e qualche scena meno esplicita e il libro forse sarebbe stato ancora più apprezzato.
Rimane comunque un libro che consiglierei.
Nota alla traduzione: non c'è male. Qualche nota, ma forse indispensabile per chi non è o non sa lo spagnolo.
"E' curioso, la gente è capace di cambiarsi le tette, il naso, le labbra, ma nessuno penserebbe mai di cambiarsi il cervello. Quasi tutti potrebbero migliorarlo, e invece il cervello continua a tenerci nell'inganno, facendoci credere che non possiamo averne uno migliore. E' un organo sopravvalutato, senza ombra di dubbio"
"Quando ricevi un bacio sulla guancia da una donna che hai baciato mille volte sulle labbra, capisci che hai perduto il tuo posto nel suo cuore"
"Ci sono seghe che possono essere come schiaffi, così come schiaffi che sembrano baci"
"Fallisci più in fretta che puoi, così avrai tempo, nella vita, di riprenderti"
"Gli amici credono che volerti bene significhi accettarti così come sei: hai proprio ragione, va bene, quando invece avresti bisogno di qualcuno che ti gridi che stai sbagliando, che devi cambiare".
La prima volta che Zlatan vede Ajkuna è rapito dal dondolio delle sue trecce che "si allungano quasi a toccare terra". Non sa ancora che quella bambina diventerà così centrale nella sua vita. Crescono insieme a Pristina, nella stessa casa, anche se lui è serbo e lei kosovara di etnia albanese. I loro padri, Milos e Besor, condividono la passione per la medicina e per le poesie di Charles Simic. Le loro madri, Slavica e Donika, litigano su come fare le conserve di peperoni e sui particolari di certe ballate, patrimonio comune dei popoli dei Balcani. Ma il Kosovo, in cui per secoli questi popoli hanno convissuto, alla fine degli anni Novanta sanguina. Ed è l'ennesima ferita al cuore dell'Europa balcanica. Tra i botti di Capodanno e gli spari della guerriglia, Ajkuna e Zlatan si promettono amore eterno "come solo due ragazzi possono promettersi". La storia però li separa: militare di leva lui, profuga lei. Ajkuna si ritrova in Svizzera, dove partorisce Sarah. Zlatan finisce in Italia, dove incontra Ines. Una ragazza minuta, con i capelli lisci che le cadono sulle spalle. Proprio come Ajkuna. In un montaggio alternato, il romanzo segue le vite dei due protagonisti, il loro rincorrersi e sfiorarsi, e forse perdersi. Lungo il cammino, in una babele arruffata di lingue, Zlatan e Ajkuna incroceranno una piccola folla di personaggi intensi, veri, col loro bagaglio di storie al seguito.
Ho appena chiuso questo libro e so già che mi mancherà. L'ho divorato in poche ore, talmente bella e coinvolgente è la storia narrata. Una storia dura, triste, di sofferenza ma anche di amore. Della sofferenza che solo una guerra può dare, una guerra recente tra serbi e albanesi, che lascia strappi profondi nella vita di tutti. E di amore, quello profondo e intenso che lega due bambini che crescono insieme che si proteggono e che sarebbero destinati a stare insieme. E' la storia di una promessa d'amore, che dovrebbe essere più forte di tutto. Ma la guerra non fa sconti. Irrompe nella vita, rende profughi e constringe a separarsi. E così succede ai due protagonisti: Zlatan in Italia si innamora di nuovo, si ricostruisce una vita, sempre però con un pezzetto di cuore mancante. Quello dedicato a Ajkuna, anche rifugiata politica, con una storia ancor più terribile alle spalle, quella di tutte le donne vittime dell'esercito. Entrambi però ricominciano a vivere, diventano altri, crescono e cambiano tanto che al momento del tanto agognato incontro stentano a riconoscersi. E poi c'è Ines, ci sono Sarah e Jacquelin, e ci sono soprattutto i genitori dei due ragazzi, il loro passato così terribilmente simile a quello dei figli.
E' un libro incredibile. Una storia d'amore (forse un pochino esagerata alla fine), ma anche una storia di guerra. Una storia che tocca nel profondo e che ti prende, forse anche perché si parla di un passato recente, un passato che tutti abbiam letto sui giornali.
Da leggere, assolutamente.
"Io non so niente, nessuno sa niente quando si innamora. Vaffanculo!"
"Si sono picchiati, sì, ma tutti si picchiano. Certi usano le parole, altri le mano. E altri ancora il silenzio."
"certi sogni sono già difficili da sognare per conto proprio, figuriamoci in due"
Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come "l'ultima". Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. "Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia". Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.
Se il libro terminasse circa a metà, questo commento si ridurrebbe semplicemente a "stupendo" o "piccolo capolavoro", perché sarebbe difficile trovare altre parole per descrivere la vicenda narrata e il modo in cui l'autrice riesce a portarci all'interno della storia, in quel paesino sardo degli anni ''50 dove si svolgono le vicende di Maria e della sua "madre adottiva". Un rapporto bellissimo quello tra le due, che viene bruscamente interrotto quando la bambina scopre che la donna con cui vive è un'"accabadora", colei che finisce... ovvero colei che da' una spinta al fato con le persone ormai in procinto di morire. Bellissima questa parte, belle, poetiche e molto realistiche le descrizioni (adoro i romanzi "veristi") e la trama non può non catturarti.
Poi però, quando Maria scopre questo segreto e non riesce ad accettarlo, decide di andarsene a Torino a fare da bambinaia. E qui la scrittrice si perde. Il romanzo diventa troppo sbrigativo, come se avesse voluto aggiungere qualcosa senza però saper bene come scriverla. Peccato, perché anche questa parte sarebbe molto bella e interessante, se non fosse così sbrigativa.
Il finale, beh, scontato, certo, ma anche l'unico veramente possibile.
Merita comunque molto di essere letto. E questa autrice italiana ha sicuramente un grande talento.