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venerdì 28 settembre 2018

DONNE CHE PARLANO - Miriam Toews

Siamo donne senza voce, afferma Ona, pacata. Siamo donne fuori dal tempo e dallo spazio, non parliamo nemmeno la lingua del paese in cui viviamo. Siamo mennonite senza una patria. Non abbiamo niente a cui tornare, a Molotschna perfino le bestie sono più tutelate di noi. Tutto quello che abbiamo sono i nostri sogni - per forza che siamo sognatrici.


Tra il 2005 e il 2008 in una colonia mennonita in Bolivia, a molte ragazze e donne della comunità capitava di svegliarsi coperte di lividi e contuse per via di misteriose violenze subite nella notte. Gli uomini della comunità per lungo tempo hanno attribuito queste violenze a demoni e fantasmi, oppure, a Dio o Satana che infliggevano le giuste punizioni per i loro peccati. In realtà poi si è scoperto che erano gli uomini stessi della comunità a violentare le donne: le narcotizzavano con un anestetico per animali e poi le stupravano. 

Donne che parlano, nuovo splendido romanzo di Miriam Toews, uscito il 27 settembre per marcos y marcos con la traduzione di Maurizia Balmelli, prende spunto proprio da questo reale fatto di cronaca. 
Donne, ragazze e, a volte, anche bambine violentate dai propri padri, mariti, cugini, fratelli e che ora si trovano a dover decidere cosa fare della loro vita. Non hanno molto tempo per decidere cosa fare, le donne di Molotschana: gli uomini della comunità che non sono stati arrestati per le violenze inflitte stanno infatti pagando le cauzioni di quelli in prigione e, quando saranno di ritorno, le donne dovranno decidere se perdonarli e quindi rimanere nella comunità, oppure andarsene definitivamente. È questo che ha imposto loro il pastore Peters, ribadendo così ancora una volta la loro sottomissione. O perdoni o te ne vai, mentre i colpevoli saranno comunque liberi.
Le donne di Molotschana si riuniscono di nascosto per decidere cosa fare. A seguire i loro incontri, l’unico uomo rimasto: August Pepp, ritornano nella comunità dopo anni di esilio, ma che con gli uomini mennoniti sembra davvero avere poco a che fare. A lui spetta il compito di scrivere i verbali delle loro riunioni, perché nessuna delle donne sa scrivere... e in realtà nemmeno leggere, ma è importante che rimanga una traccia scritta di quello che si dicono.

Sul piatto ci sono tante cose. Da un lato, il desiderio delle donne di andarsene per lanciare un segnale ma anche per difendersi, per non accettare passivamente le violenze e le umiliazioni subite perché, nonostante siano cresciute in una società patriarcale in cui loro valgono meno delle bestie, sentono che non è giusto. Non è giusto per loro, che sono adulte, e lo è ancor meno per le bambine che hanno subito le stesse violenze. Dall'altro lato c’è la voglia di restare, per rispondere alla violenza con la violenza, o perché la sottomissione alle regole della comunità e agli uomini è troppo radicata in loro, o più semplicemente per paura, perché non hanno idea di come sia il mondo là fuori perché nessuno glielo ha mai insegnato. C’è la voglia di rivendicare il proprio diritto a essere trattate come persone e non come, o peggio, delle bestie, ma anche il desiderio di proteggere i propri figli.

Se il pastore e gli anziani di Molotschna hanno deciso che dopo queste violenze noi donne non necessitiamo di assistenza psicologica perché quando si sono verificate non eravamo coscienti, allora che cosa dovremmo, o addirittura potremmo, perdonare? Qualcosa che non è accaduto? Qualcosa che non siamo in grado di capire? E più in generale, ciò cosa significa? Che se non conosciamo "il mondo" non ne saremo corrotte? Che se non sappiamo di essere prigioniere allora siamo libere?

Agata, Ona, Salomé, Neitje, Greta, Mariche, Mejal e Autje, sono loro le Donne che parlano. Che cercano di decidere che cosa fare, che cosa sia meglio fare per i loro figli, per la loro comunità e soprattutto per loro stesse. Sono donne forti che non sanno di esserlo, e Miriam Toews è incredibilmente brava nel tratteggiarle, nel non tralasciare nulla dei loro stati d’animo, dei loro dubbi, delle loro contraddizioni, senza mai giudicarle.

Noi amiamo i nostri figli, e con qualche legittima riserva amiamo anche i nostri mariti, non fosse perché così ci hanno insegnato
Tu confondi l’amore con l’obbedienza, dice Mariche.
Questo può valere per te, Mariche, ma non necessariamente per le altre donne della colonia, dice Agata. Comunque sia, dobbiamo amare o dimostrare amore per le tutte le persone. È l’insegnamento più importante di Dio (secondo l’interpretazione degli uomini presumibilmente), amarci l’un l’altro come Dio ci ama, e amare il nostro prossimo come vorremmo che lui amasse noi.

Donne che parlano è un libro di una bellezza e un’intensità a tratti molto dolorose, che ti costringe ad aprire gli occhi sulla condizione delle donne in certe comunità religiose (stando a wikipedia, nel mondo ci sono più di un milione e mezzo di mennoniti, cinquecento anche in Italia. E la Toews stessa, fino ai diciott'anni ha vissuto in una rigida comunità canadese). Ma al tempo stesso è un libro pieno di forza, di coraggio, d’amore che dimostra come anche le persone all'apparenza più deboli, più fragili, meno considerate e stimate, possono ribellarsi e fare una loro piccola rivoluzione.

Una volta finita la lettura, pur sapendo che si tratta di personaggi inventati, non ho potuto fare a meno di chiedermi dove siano adesso Agata, Ona, Salomé, Neitje, Greta, Mariche, Mejal e Autje e tutte le altre donne, che parlano o che agiscono in silenzio. Se hanno incontrato nel loro cammino verso il mondo reale uomini come August Pepp, pronti a tutto per aiutarle. Se hanno ritrovato la pace e loro stesse. Per loro e per tutte le altre donne che invece ancora non hanno potuto parlare, ma a cui Miriam Toews con questo libro ha prestato un po’ di voce, mi auguro davvero di sì.


Titolo: Donne che parlano
Autore: Miriam Toews
Traduttore: Maurizia Balmelli
Pagine: 253
Editore: marcos y marcos
Prezzo di copertina: 18,00€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Donne che parlano

venerdì 12 febbraio 2016

UN COMPLICATO ATTO D'AMORE - Miriam Toews

Mi hai insegnato che certe persone se ne vanno e altre no e quelle che se ne vanno sono sempre più fiche di quelle che rimangono e io sono una di quelle che rimangono perché tu sei una di quelle che se ne sono andate e c'è un vecchio seduto in una casa vuota in giacca e cravatta che non ha più nessuno tranne me, grazie tante eh, grazie davvero.



Quando arrivi alla fine di libri come Un complicato atto d'amore di Miriam Toews, pubblicato in italiano da Adelphi edizioni con la traduzione di Monica Pareschi, non puoi fare altro che fermarti un attimo, stringere forte il libro tra le mani e riprendere fiato.
Credevo davvero che il suo apice questa scrittrice canadese lo avesse raggiunto con In fuga con la zia, libro che avevo letto e amato qualche anno fa. Tutti gli altri suoi romanzi che ho letto erano sì belli (e quando dico tutti, intendo proprio tutti), ma mai come quello.
In molti mi avevano detto di aspettare a dare il mio giudizio. Di aspettare a consacrare quel libro come il mio preferito perché me ne mancava ancora uno. Questo che consideravo un outsider, perché pubblicato da un editore differente dalle colorate copertine marcos y marcos a cui questa autrice mi aveva abituata.
E ora che l’ho finito, che l’ho stretto forte e ho ripreso fiato, ne capisco perfettamente il motivo.

Un complicato atto d’amore è la storia di una famiglia mennonita, i Nickel. Un marito e una moglie, diversissimi tra loro ma che si amano da impazzire, e due figlie, Tash e Nomi, educate secondo i rigidi principi che quella strana setta religiosa e quello strano paesino sperduto in mezzo al niente, ma circondato d’America, richiede loro. 
Ma Tash a un certo punto si ribella, riportando in luce anche i dubbi che anche la madre ha sempre avuto ma ha messo a tacere per amore. Solo Nomi, la sorella più piccola, sembra resistere alle tentazioni, un po’ perché subito non capisce, poi per amore di quel padre, burbero e sempre in giacca e cravatta anche mentre svolge i lavori più umili, che non può rimanere solo. Ma poi anche lei cresce e inizia a opporsi a questa strana vita, a questa comunità pronta ad allontanarti non appena compi qualcosa di “diverso”, qualcosa contro il volere di Dio, non appena mostri un barlume di felicità. Si ribella, ma non si muove, sa di non poterlo fare. Fino a quell’ultimo, complicato, disperato e potentissimo atto d’amore che qualcuno mette in atto per salvarla.

Se avete già letto altri romanzi di Miriam Toews, qui ritroverete il suo stile incredibile, che a tratti potrebbe sembrare troppo colloquiale e confuso ma che, in realtà, è perfetto per le vicende che racconta, perché va dritto al punto e colpisce dove deve, come un pugno. Ritroverete i suoi temi: quello della famiglia, dell’amore tra sorelle, del bisogno di fuggire, di ribellarsi a un destino che sembra segnato e a quella strana setta religiosa, i mennoniti, in cui l’autrice è effettivamente cresciuta e da cui poi è fuggita.
Ma ci troverete ancora di più: il coraggio e la disperazione di una ragazzina, combattuta tra quello che le hanno insegnato e quella che scopre essere la vita vera, tra l’amore per la sua famiglia e l’odio per quello che, per salvarsi, le hanno fatto. 
Avere il mal di mare in mare non è la stessa cosa che avere nostalgia di casa a casa

Un complicato atto d’amore è un libro bellissimo. Non saprei come altro definirlo. E Nomi, questa ragazzina ribelle e, nei suoi gesti provocatori a volte un po’ buffi, tenerissima e dolcissima, che in prima persona ci racconta tutta la sua storia è sicuramente un personaggio indimenticabile.

Siamo corsi dritti in Main Street e siamo saliti in cima alla scala antincendio del silos per il foraggio. Era il punto più alto del paese, e lì ci siamo baciati furiosamente sperando che qualche agricoltore al lavoro di primo mattino ci vedesse stagliati contro il sole nascente e si esaltasse all’idea che la felicità era possibile anche in un posto senza bar e senza treni.

Mi è piaciuto questo libro, mi è piaciuto proprio tanto. E ha consolidato Miriam Toews nella posizione di una delle mie scrittrici preferite in assoluto (si litiga il primo posto con Elizabeth Strout, scalzandosi a vicenda ogni volta che leggo un libro dell’una o dell’altra).

E allora, che state aspettando a leggere Un complicato atto d’amore, o uno qualsiasi degli altri romanzi di questa donne, e, soprattutto, a conoscere questa grande, grandissima autrice?


Titolo: Un complicato atto d'amore
Autore: Miriam Toews
Traduttore: Monica Pareschi
Pagine: 276
Editore: Adelphi
Prezzo di copertina: 16,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura:Un complicato atto d'amore

lunedì 14 dicembre 2015

MI CHIAMO IRMA VOTH - Miriam Toews

Le mie parole non sono solo parole. Sono immagini e lacrime e imperfette offerte d'amore e pallottole che mi sparo in testa.

Ho scelto questa citazione per aprire la recensione di Mi chiamo Irma Voth di Miriam Toews, tradotto da Daniele Benati e pubblicato da marcos y marcos, anche se è quella che già potrete trovare sulla quarta di copertina. Ne cerco sempre un’altra, di solito, così da farvi conoscere qualcosa di più del libro che ho letto. In questo caso, però, credo che quella frase rappresenti al meglio non solo tutto il libro, ma anche un po’ tutto lo stile di questa, per me grandissima, scrittrice canadese.

Di Miriam Toews ho letto praticamente tutto. Mi è rimasto solo un libro da leggere, Un complicato atto d’amore, pubblicato da Adelphi e non da marcos y marcos e che al momento non sono riuscita a trovare nei soliti luoghi in cui acquisto libri. Ho letto e ho amato tutto quello che ha scritto, dicevo. Da Un tipo a posto all’ultimo I miei piccoli dispiaceri, passando per quel capolavoro che è In fuga con la zia, per me il suo migliore in assoluto.
È stato quindi con un po’ di tristezza che mi sono avvicinata a Mi chiamo Irma Voth. La tristezza di sapere che dopo, almeno per un po’, non ci sarebbe stato più nulla.
Mi sono trovata di fronte a un libro un po’ strano, in cui riconoscevo perfettamente lo stile ma che, per le prime 200 pagine, mi ha lasciato anche un po’ di confusione.

Irma Voth è una ventenne mennonita, che vive da sola in un casolare nel deserto del Messico, accanto alla casa della sua famiglia, da cui è stata cacciata dal padre dopo che lei ha spostato uno “straniero”. Uno straniero che, dopo l’idillio dei primi tempi, sembra non amarla, non sopportarla più, lasciandola da sola.
Gli ho chiesto perché cercava di confondermi con delle risposte che servivano solo a classificare le mie domande e come mai era diventato così strano da qualche tempo in qua e da dove era saltato fuori questo problema riguardo al mio modo di dormire con una gamba sulla sua e cos'aveva da andarsene sempre via e perché cercava a ogni costo di fare il duro invece di limitarsi a essere se stesso e allora lui mi ha tirato a sé e mi ha chiesto di smetterla di parlare, per favore, di smetterla di tremare, di smetterla di bloccare la porta, di smetterla di piangere e di smetterla di amarlo
Un giorno una troupe cinematografica affitta l’altro casolare accanto al suo. Lo scopo è quello di girare un film sullo stile di vita mennonita e Irma, quasi senza rendersene conto, viene assunta come interprete per l’attrice tedesca che interpreterà la protagonista. Il mondo di Irma si apre all’improvviso verso qualcosa a cui non aveva mai pensato e che le da poi il coraggio di fuggire definitivamente dal suo passato e dalla sua vita. Non da sola, ovviamente, per cercare di salvare se stessa ma anche più persone possibile.

Per le prime duecento pagine di Mi chiamo Irma Voth non si riesce bene a capire dove Miriam Toews voglia andare a parare. Sì, mette in scena le incredibili differenze tra un mondo chiuso, come lo è quello di una comunità religiosa così stretta e ancora al passato come quella mennonita, e il mondo del cinema, il mondo esterno. E mette in scena anche la tristezza di Irma, il suo ritrovarsi suo malgrado segregata in una vita da cui non sa come fuggire. Però, ecco, sembrava mancare quella potenza narrativa, quella profondità, che avevo trovato in tutti gli altri libri di questa autrice. Sembrava solo, per fortuna. Perché le ultime cento, cento cinquanta pagine sono di una forza incredibile. Irma prende coraggio e scappa da quel mondo, portando con sé la sorella e un’altra piccola accompagnatrice, ma riesce anche a fare i conti con se stessa e con il suo passato, grazie all'aiuto delle splendide persone che incontra sul suo cammino. Eppure, anche se libera, non riesce mai a sentirsi a casa.

Forse Miriam Toews avrebbe potuto rendere meno lunga la parte iniziale, dando prima il via al viaggio rocambolesco di Irma e della sua piccola combriccola. Ma con il senno di poi, forse, sarebbe mancato qualcosa e il viaggio di Irma, fisico ma soprattutto interiore, non si sarebbe sviluppato al meglio.

Se non avete mai letto nulla di Miriam Toews secondo me dovreste rimediare. Il mio preferito rimane sicuramente In fuga con la zia, che dal mio cuore non se ne andrà mai. Ma anche tutti gli altri e quindi anche questo sono di quelle letture che ti aprono un mondo e un cuore, quello dell’autrice, che in pochi sanno davvero mettere così bene su carta.
Quindi sì, lo consiglio caldamente.


Titolo: Mi chiamo Irma Voth
Autore: Miriam Toews
Traduttore: Daniele Benati 
Pagine: 300
Editore: marcos y marcos
Prezzo di copertina: 17,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Mi chiamo Irma Voth