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mercoledì 19 gennaio 2011

THE ROAD (La Strada)- Cormac McCarthy

Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un'apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c'è storia e non c'è futuro. Mentre i due cercano invano più calore spostandosi verso sud, il padre racconta la propria vita al figlio. Ricorda la moglie (che decise di suicidarsi piuttosto che cadere vittima degli orrori successivi all'olocausto nucleare) e la nascita del bambino, avvenuta proprio durante la guerra. Tutti i loro averi sono nel carrello, il cibo è poco e devono periodicamente avventurarsi tra le macerie a cercare qualcosa da mangiare. Visitano la casa d'infanzia del padre ed esplorano un supermarket abbandonato in cui il figlio beve per la prima volta un lattina di cola. Quando incrociano una carovana di predoni l'uomo è costretto a ucciderne uno che aveva attentato alla vita del bambino. Dopo molte tribolazioni arrivano al mare; ma è ormai una distesa d'acqua grigia, senza neppure l'odore salmastro, e la temperatura non è affatto più mite. Raccolgono qualche oggetto da una nave abbandonata e continuano il viaggio verso sud, verso una salvezza possibile.

Ci sono libri che aspettano fermi per qualche mese su una mensola prima di essere letti. Libri che si pensa abbiano bisogno del giusto momento per essere letti. Libri di cui si legge la prima pagina anche diverse volte, a intervalli di tempo più o meno distanziati, prima di decidere di andare avanti. The Road per me è stato uno di quei libri. Vuoi per la difficoltà dell'inglese, vuoi per i commenti letti in giro che parlavano di questo romanzo come di uno struggente capolavoro.

E' un libro difficile da leggere penso anche in traduzione, un libro che angoscia ad ogni pagina, senza crescendi e senza arrivare a colpi di scena. Pura angoscia, la stessa dall'inizio fino alle ultime pagine.
E' la storia di un padre e un figlio, di cui non si conosce il nome, che vagano lungo "la strada" in cerca di non si sa bene che cosa. Il mondo è stato distrutto da una guerra nucleare, anche se non viene detto nè come nè quando nè perché. E ci sono là fuori uomini cattivi, dei mostri, da cui bisogna nascondersi e fuggire. Rimanere lungo la strada, sempre, non fermarsi per più di due giorni, per salvarsi la vita.
Un libro angosciante, che forse a tratti può sembrare noioso ma la cui noisità è funzionale all'angoscia che l'autore vuole trasmettere (e che un mondo così può provocare). Un libro che raggiunge il suo apice d'effetto nei dialoghi padre e figlio, il genitore disposto a tutto per difenderlo, il bambino a volte incapace di capire cosa sta succedendo, che ancora non riesce a capire che nel mondo c'è soprattutto male.

All'inizio ho avuto qualche difficoltà. Mi ricordava a tratti Io Sono Leggenda (ho visto solo il film, che mi ha schifata, e ho preferito non leggere il libro) e quindi per un momento sono stata indecisa se continuare o meno. Ma presto si capisce che è tutt'altro. Non c'è speranza, non c'è possibilità (e nemmeno zombie assassini), solo camminare, senza fermarsi.

Se siete abituati a leggere in inglese, sicuramente rende di più. Ma se è tanto che non lo fate, non ricominciate con questo perché lo stile di McCarthy è molto complesso (fa un uso tutto suo delle regole di punteggiatura).

Da leggere, assolutamente.

Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.

venerdì 14 maggio 2010

CAVALLI SELVAGGI- Cormac McCarthy

Texas, 1949. Lacerato ogni legame che lo stringeva alla terra e alla famiglia, John Grady Cole sella il cavallo e insieme all'amico Rawlins si mette sull'antica pista che conduce alla frontiera e più in là al Messico, inseguendo un passato nobile e, forse, mai esistito. Attraverso la vastità di un territorio maestoso e senza tempo, i due cowboy, cui si aggiunge il tragico e selvaggio Blevins, intraprendono un viaggio mitico che li porterà fin nel cuore aspro e desolato dei monti messicani. Qui la vita sembra palpitare allo stesso ritmo dei cavalli bradi e gli occhi di Alejandra possono "in un batter di cuore sconvolgere il mondo". Con una narrazione che all'asciuttezza stilistica di Hemingway unisce la ritmicità incantatoria di Faulkner, McCarthy strappa al cinema il sogno western e lo restituisce, con sorprendente potere evocativo, alla letteratura.


Non so se è per il genere (il western non è esattamente il mio genere preferito, nemmeno trasposto negli anni '50) o per lo stile dell'autore, molto molto particolare, ma questo romanzo non mi ha entusiasmato. Soprattutto le 50 pagine iniziali, in cui si fatica entrare nella storia e a capire chi siano i veri protagonisti, e le 50 pagine finali, dove ci sono solo cavalli, cavalli e ancora cavalli. Le circa duecento pagine centrali non sono male, quando viene narrata la vita dei due amici (che dovrebbero avere solo 17 anni, ma la descrizione che ne fa l'autore non è molto realistica secondo me) in questa fattoria messicana, con annessa storia d'amore, così come le successive avventure in prigione. Forse mi ero caricata di troppe aspettative. O forse semplicemente lo stile diretto e asciutto di McCarthy, che lascia troppe cose in sospeso senza fornire spiegazioni, non fa per me.
Detto questo però, non me la sento nemmeno di sconsigliarlo perchè mi rendo conto di quanto si tratti di una cosa soggettiva (è indiscusso infatti che il ritratto western fatto da Cormac sia molto bello e realistico, così come che il suo stile possa piacere molto). Vedete voi insomma.

Nota alla traduzione: ci sarebbero un sacco di cose da scrivere su questa a mio avviso pessima traduzione. Ripetizioni continue (non posso escludere che siano volute dall'autore, anche se alcune sono veramente ma veramente pessime), cacofonie continue e utilizzo di parole alquanto discutibili. E poi la scelta di lasciare in spagnolo alcuni discorsi tra i vari personaggi... scelta obbligata, per carità, ma che andava in qualche modo compensata perchè non tutte le cose possono essere facilmente capite anche da chi non sa lo spagnolo. Insomma, da rivedere.