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giovedì 26 maggio 2016

Incontrando... Elizabeth Strout al Circolo dei lettori di Torino

Ieri pomeriggio, presso il Circolo dei lettori di Torino, si è tenuto un incontro con la scrittrice americana Elizabeth Strout, in tour in Italia per presentare il suo ultimo romanzo, Mi chiamo Lucy Barton, da poco uscito per Einaudi.

Sono venuta a conoscenza di quest’incontro qualche settimana fa e già allora sapevo che avrei fatto qualunque cosa per andarci. Chi segue il blog e la pagina, sa quanto io ami questa scrittrice e i suoi romanzi e pensare di averla a soli 50 km di distanza e non andare a incontrarla sarebbe stato folle.
E quindi ieri, in compagnia della mia libraia preferita Stefania, sono andata a Torino. Immaginavo ci sarebbe stata tanta gente a quest’incontro e avevo già scritto al Circolo dei lettori per sapere se ci fosse qualche procedura da seguire. “Vieni almeno un’ora prima” mi è stato solo detto. Noi siamo arrivate là un’ora e mezza prima e, dopo una pausa gelato, ci siamo messe in coda. Sì, in coda. Fa impressione pensare che ci sia coda per una scrittrice che non sia anche un personaggio televisivo o cinematografico. Eppure sì, ieri ad aspettare Elizabeth Strout eravamo davvero in tanti. 


In troppi forse, perché pur arrivando con questo largo anticipo non abbiamo potuto assistere all’evento nella sala in cui si teneva, ma in una attigua, in collegamento video. E non è la stessa cosa, purtroppo. Però dai, la mia scrittrice preferita era nella stanza accanto alla mia... direi che è già una bella soddisfazione. 
A dialogare con lei c’era Susanna Basso, traduttrice dell’ultimo romanzo uscito, che, devo dire, mi ha fatto una tenerezza infinita. Era, credo, talmente tanto emozionata che per le prime domande ha dovuto leggere da un foglio quello che doveva dire. E la capisco, perché trovarsi accanto a quella donna e doverle parlare deve essere qualcosa di incredibile.



L’incontro è iniziato con la lettura di un passo di Mi chiamo Lucy Barton, prima in inglese dalla stessa Elizabeth Strout (che ha un bell’accento americano, ma che si capisce perfettamente quando parla) e poi la traduzione da parte di Susanna Basso.  Da lì si è poi passato a parlare del libro, con alcune domande sulla sua protagonista e sull’ambientazione.
Elizabeth Strout ha scelto di far arrivare la sua protagonista dal Midwest, pur essendo lei del Maine, perché una volta ci è andata e si è accorta di quanto cielo ci fosse, un cielo che quasi si mangiava la terra. Le è sembrato il posto ideale per far crescere una donna in un’infanzia difficile e un posto ideale da amare e odiare al tempo stesso.
Altra particolarità di Lucy Barton è il fatto che sia una scrittrice. La Strout ha detto che nemmeno lei subito voleva credere che lo stava facendo davvero. Però Lucy era una bambina solitaria, che trovava nei libri conforto e calore (un po’ perché li leggeva nella biblioteca della scuola, al caldo, anziché nel garage in cui viveva, un po’ per tutto quello che le hanno dato).

Si è parlato poi anche dei romanzi precedenti, in particolare Olive Kitteridge, che è particolarmente amato in Italia. Elizabeth Strout ha detto di essere contenta che sia piaciuto così tanto e di avere così tanti lettori entusiasti per quel libro e per quel personaggio, ma in realtà cerca di non pensarci troppo e di fare il suo lavoro, di scrivere quello che sente senza pensare troppo a quali saranno le reazioni di chi lo leggerà. Anche perché crede che nessuno possa mai conoscere davvero un altro e che quindi ogni persona nei libri trova qualcosa di diverso. 
Elizabeth Strout ha raccontato del suo amore per Hemingway, dicendo di essere forse l’unica donna americana ad amare lui e la sua scrittura chiara e diretta, e poi dell’importanza per la protagonista del libro ma anche per lei dei gesti degli sconosciuti, quel concetto espresso tanto bene da Tennessee Williams nel suo Un tram che si chiama desiderio.

Dopo qualche altra domanda e qualche intervento dal pubblico (mi dispiace, non ho segnato tutto, ero troppo presa ad ascoltarla e scrivere, su carta o su smartphone, mi avrebbe distratta troppo), ovviamente, è arrivato il momento degli autografi.

Io ho portato con me sia Olive Kitteridge sia Mi chiamo Lucy Barton, ma alla fine ho deciso di farle autografare solo il primo. È senza ombra di dubbio il mio preferito, per questa burbera protagonista che mi ha fatto letteralmente impazzire. E quindi mi sembrava più giusto averlo solo lì (dai, oggi la polemica sul passaggio in Einaudi ve la risparmio).
Inutile dire che ero agitatissima quando è arrivato il mio turno. Però avevo davanti Elizabeth Strout e dovevo assolutamente dirle qualcosa di più di un semplice “Hi!”. Allora le ho detto che era una grande onore conoscerla e che Olive Kitteridge è, appunto, il mio romanzo preferito in assoluto. Lei mi ha stretto la mano con entrambe le sue, in un gesto dolcissimo e tenerissimo, che mi ha emozionata un sacco. Penso faccia così con tutti, e questo forse lo rende ancor più speciale, perché potrebbe limitarsi a una fredda stretta di mano (che sarebbe anche comprensibile, con tutta la gente che incontra ogni giorno).
Sono uscita che mi tremavano un po’ le gambe, ma davvero, davvero felice.



Ringrazio il circolo dei lettori per avermi dato finalmente la possibilità di incontrarla (anche se magari la prossima volta ditemelo che con la tessera avrei potuto prenotare il posto nella sala principale, per la Strout l’avrei fatta senza alcun problema!), e Stefania per la compagnia, le belle chiacchiere, le foto (e il gelato!) di tutto il pomeriggio.

Eh niente, gente, io ho l'autografo di Elizabeth Strout:

mercoledì 4 marzo 2015

Incontrando... Marco Missiroli

Era da un po’ di tempo che mi sarebbe piaciuto assistere a un incontro con Marco Missiroli. Da quando ho letto e adorato il suo Il senso dell’elefante, da quando mi sono un po’ scontrata con Il buio addosso e da quando mi è arrivata la sua mail in risposta alla mia proposta di intervista, dopo poche ore che gliela avevo inviata. Mi piace vedere dal vivo, almeno una volta, le persone che con le loro parole scritte hanno saputo emozionarmi, anche se potrebbe rivelarsi una delusione.

Quindi, quando mi è arrivata la newsletter del Circolo dei Lettori di Torino in cui veniva annunciata la presentazione, di lì a una settimana, di Atti osceni in luogo privato, il nuovo romanzo di Marco Missiroli, sono corsa nella libreria in cui lo avevo prenotato per ritirarlo. Lo avrei fatto comunque, perché attendevo un nuovo libro quasi con ansia, ma volevo averlo subito tra le mani per poter arrivare alla presentazione preparata (ed è per questo che questo post è immediatamente successivo alla presentazione, per quanto possa effettivamente sembrare un po’ stalkeristico)

Per cui ieri, insieme a Thais di Solo libri belli, sono andata a questo incontro al Circolo dei lettori. Che, forse ve l’avevo già detto, è un posto fichissimo, pieno di eventi e di persone, di libri e di attività, al punto che, per chi lo frequenta poco come me, mette un po’ in soggezione. Però è stato bello, mentre gironzolavo tra le sale (ok, cercavo il bagno in realtà), sentire due persone dire “è bello venire qui, soprattutto per chi a casa è da solo. Ci sono i libri e c’è la compagnia”.

Sono andata alla presentazione, vi dicevo, di Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli, che aveva accanto a lui Luca Beatrice, nuovo presidente del Circolo, in una sala gremita anche di un pubblico giovane (cosa un po’ inusuale, se devo dire la verità).


Inizio con il dire che Marco Missiroli è un timido, che ha esordito dicendo di non preoccuparsi se nel corso di questa chiacchierata lo avremmo visto diventare tutto rosso. E già lì mi è stato simpatico. Perché essere uno bravo scrittore e saper parlare in pubblico sono cose molto diverse, ovviamente. Un atto privato, privatissimo, contro uno invece pubblico che non tutti (io per prima) sono in grado di sostenere.
La presentazione è partita dalla copertina, ovviamente. Quella benedetta copertina, "Holy Cross (in hoc signo vince)" di Erwin Blumenfeld, che continuo a trovare inquietante sebbene sia, come Luca Beatrice sottolinea subito, “un passapartout per la storia”. Ed effettivamente è di fronte a quell'opera che Libero, il protagonista del libro, ha la sua prima vera rivelazione sul sesso e sul suo modo di viverlo, e c’è quindi il passaggio tra il mero consumo del corpo, lo scopare, e un coinvolgimento più forte, il fare l’amore. Missiroli racconta di aver discusso a lungo con l’editore su questa scelta. E’ un’immagine forte, le persone si sentirebbero a disagio a tenerlo in mano sui mezzi pubblici e qualcuno è arrivato persino a foderarlo (io ho messo la fascetta, per dire). Però è una parte talmente tanto importante all'interno del libro che non poteva non essere in copertina. Anche il titolo ha dato di che riflettere. L’idea iniziale era quella di intitolarlo semplicemente Libero, ma poi, al Festival della mente di Sarzana, durante la presentazione di Peter Cameron, è stato messo ai voti e Atti osceni in luogo privato ha stravinto.

Missiroli ha poi raccontato la nascita del romanzo. Era sotto un ombrellone in un bagno riminese, sua città natale, che stava cercando di scrivere un romanzo sugli organi. Organi che escono da un corpo e vanno in altri corpi e di cui l’autore segue la storia. Tuttavia, mentre scriveva, si è reso conto che aveva voglia di raccontare qualcosa che lo rendesse libero davvero. “Quando uno non ha tante libertà, le mette in un libro”. Per farlo ha attinto al suo passato, alla sua storia erotica che è poi la storia erotica di tutti i timidi. A Rimini si perde la verginità in media intorno ai 14 anni, perché ci sono i turisti e ci sono le tedesche. Missiroli l’ha persa a venti e quei sei anni di distacco tra lui e i suoi amici, oltre a essergli costati diverse prese in giro, lo hanno trasformato in un resiliente amoroso. Quindi la storia di Libero, protagonista del libro, è in parte la sua storia.

Da lì si è passati all'ambientazione del libro, che non viene mai esplicitata apertamente nel corso del romanzo, ma ci sono evidenti segnali che permettono di collocarlo. La storia parte dal 1963 e arriva fino al 2001. Missiroli, che è nato nel 1981, ha scelto di far nascere prima di lui il suo protagonista perché è una persona anacronistica. Gioca a bocce, non va in discoteca se non per tenere le giacche degli amici e, se potesse scegliere, gli sarebbe piaciuto nascere nel 1932. “Se nasco nel 1932 e passo la guerra, vuol dire che scrivo negli anni ’60 e che ce l’ho fatta. Come Moravia”. A questa nascita in epoca ritardata fatica un po’ ad adattarsi.

Si è poi parlato del concetto di romanzo erotico che, visti anche certi best seller da classifica ultimamente, pare sia una cosa da donne. Marco Missiroli sottolinea che lui non aveva intenzione di scrivere un romanzo erotico e che, effettivamente, Atti osceni in luogo privato non è un romanzo erotico perché non ci sono volgarità, cose troppo esplicite, e consapevolmente. Lui non voleva andare al centro ma stare attorno, alla questione, scrivendo un romanzo sul voler essere qualcuno, sul diventare se stessi, processo che passa inevitabilmente attraverso l’erotismo e la scoperta del corpo, ma che in un persona timida, come il protagonista e come l’autore stesso, è molto complesso.
Scrivendo, ha immaginato di avere su una spalla sua madre che lo intimava di continuare romanzi simili ai precedenti, e sull'altra la sua professoressa del liceo, che gli faceva i complimenti per non aver inserito volgarità nel testo. Alla fine, però, la prima stesura l’ha fatta leggere al padre che, raccontano, è uscito dallo studio in cui l’ha letto con le orecchie rosse e i capelli gonfi, dicendo che un libro così non poteva essere pubblicato. Dopo averci lavorato un po’, a seguito anche del commento del padre, Missiroli è riuscito a cambiare identità e a emanciparsi attraverso queste pagine.

Un ruolo fondamentale, e bellissimo, all'interno del romanzo è poi svolto dai libri, quelli che Marie, uno dei personaggi principali per lo sviluppo erotico del protagonista, gli passa.
Se uno non riesce a vivere nel mondo, può vivere nella letteratura. Se uno vive tanto nel mondo e legge, vive ancora di più nel mondo
Tre sono i romanzi principali che vengono citati, tutti con un ruolo ben preciso: c’è Mentre morivo di Faulkner, Il deserto dei Tartari di Buzzati e Lo straniero di Camus.
Per Missiroli sono state tutte letture tardive, perché ha iniziato a leggere intorno ai diciannove anni. Il suo primo romanzo è stato Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti. Poi, racconta, sua madre ha avuto la pessima idea di dargli L’alchimista di Paolo Coelho e lui si è di nuovo scoraggiato. Per fortuna è arrivato suo padre che, per aiutarlo a superare la noia, gli ha consigliato di leggere Il deserto dei Tartari. Dal due palle iniziale è passato a pensare “Io non farò quella fine lì, io devo vendicare Giovanni Drogo”
Questi tre libri sono così importanti per Libero, e probabilmente anche per Missiroli, perché si rende conto che Giovanni Drogo, Mentre morivo e Lo straniero sono in realtà delle evasioni da delle carceri esistenziali e allora inizia a correre.

Si è poi parlato dei protagonisti, soprattutto dei personaggi femminili presenti nel libro: Marie, Lunette, Frida, Anna e la madre stessa, che ha dato un po’ origine a tutti i turbamenti di Libero da bambino. Tanti personaggi diversi tra loro, e tutti ben caratterizzati, che hanno un po’ vendicato l’assenza di personaggio femminili nei romanzi precedenti. Il più difficile da scrivere, su cui ha lavorato di più, è stata Frida, che voleva caratterizzare bene senza farla diventare una macchietta. E, mi permetto di dire, forse insieme a Marie, è quella che meglio gli è riuscita.

La presentazione si è poi piano piano conclusa, con qualche accenno alla differenza tra scrivere di Parigi e scrivere di Milano, i due luogo in cui il romanzo è ambientato, con ancora qualche aneddoto sulla vita di Missiroli (“quando a vent’anni ho perso la verginità ero a Bologna, ho avvisato gli amici di Rimini e hanno messo i manifesti in discoteca") e con un intervento dal pubblico di una signora che mi ha fatto sorridere, perché si è commossa per un personaggio che aveva fatto commuovere tanto anche a me (anche se non so se l’effetto sarebbe stato lo stesso se anziché chiamarlo Palmiro Togliatti lo avesse chiamato Giulio Andreotti).

Mi sono poi avvicinata per l’autografo e ho trovato il coraggio per dirgli chi ero (ecco, io vado sempre nel panico al momento degli autografi, sudo, divento tutta rossa e mi agito... è una cosa scema, ma non ci posso fare niente). E non finirò mai di stupirmi ogni volta che uno scritto, quando dico “Ciao, io sono la lettrice rampante”, da’ evidenti segni di avermi riconosciuto (di solito sono un “Ooooohh, ma dai, finalmente!”).


Sono uscita dalla presentazione di Marco Missiroli entusiasta e contenta di aver finalmente conosciuto dal vivo quello che reputo un grande scrittore e, soprattutto, una bella persona. Certo, alla fine mi sono anche sentita molto ignorante, perché ha una conoscenza incredibile della letteratura italiana, pur essendo arrivato tardi alla lettura. 
In ogni caso, assistere a una sua presentazione merita tanto quanto leggere un suo libro.

domenica 24 novembre 2013

Incontrando... Stefania Bertola

Non avrei mai pensato di andare alla presentazione di un libro di domenica mattina. Giorno e orario insoliti e non proprio comodi, soprattutto se si viene da fuori e si viaggia in coppia con un ritardatario cronico.
Però era da parecchio tempo che volevo incontrare Stefania Bertola, conoscere di persona la mente dietro agli unici romanzi rosa che riesco a leggere senza reazioni allergiche da troppo zucchero. E quindi ci siamo alzati presto, abbiam preso l'auto e in poco meno di un'ora (grazie al traffico ridotto della domenica mattina) siamo arrivati al Circolo dei Lettori.

La sala era già abbastanza piena e i posti si sono a poco a poco riempiti tutti. Stefania Bertola è arrivata puntuale, un po' irruenta, regalando "buongiorni" a destra e a manca. La prima cosa strana, oltre al già citato orario, è stata che si è presentata da sola. Ad accompagnarla c'era un attore, Michele di Mauro, a cui ha affidato alcune letture e che le ha fatto in qualche modo da spalla. Il risultato è stata un'ora divertente, intensa, che mi ha fatto capire ancora una volta come mai io adori tanto questa donna e il suo modo di scrivere.

Oggetto della presentazione era il libro nuovo, Ragazze mancine, che ho acquistato il giorno prima e ancora non ho letto. Ed effettivamente temevo anche un po' che durante la presentazione avrebbe potuto svelare qualcosa, anche involontariamente, e rovinarmelo. Invece è successo proprio il contrario, sono uscita di lì con una voglia matta di iniziarlo.
La prima cosa che si può dire di Stefania Bertola è che è torinese. E' torinese di origine, di accento (se uno non sapesse chi sta parlando e non la vedesse in faccia, la scambierebbe per la Littizzetto) e nei modi. E poi ama quello che fa, ama scrivere, ama le storie che scrive. E questo amore traspare, oltre che da ogni romanzo ovviamente, da ogni parola che dice. Sentirla parlare è davvero un piacere. 

Durante la presentazione ha parlato un po' della nascita di questo Ragazze mancine, un titolo nato parecchi anni fa insieme a un romanzo che era stato rifiutato da una trentina di editori (come già aveva raccontato nell'intervista rampante qui sul blog). Era un libro troppo strano, le avevano detto. Un libro che non avrebbe venduto. Lei lo ha messo da parte, ha ripreso la sua vita normale e iniziato a scrivere altro, Ne parliamo a cena, Aspirapolvere di stelle, A neve ferma, Biscotti e sospetti e tutti gli altri. Poi, due anni fa, quando ha firmato il contratto per un nuovo romanzo, le è ritornato alla mente quel titolo. Ha riscritto la storia, salvando solo un personaggio, e finalmente l'ha pubblicato.
Per scrivere il libro ha preso spunto da alcuni episodi che veramente le sono successi: il commercialista che l'ha imbrogliata e quasi ridotta sul lastrico, un braccialetto trovato per caso su una spiaggia a Mentone, la sua passione per gli autogrill e in particolare per quello di Novara, quello "a ponte" (che fa impazzire anche me). 

La chiacchierata è proseguita, con qualche lettura d'intermezzo, con la Bertola che ha spiegato il suo rapporto con Torino e la sua voglia di staccarsi un po' da questa città (e dal pubblico hanno suggerito di ambientarne uno a Ciriè), ma anche la sua abitudine di inserire sempre un piccolo mistero nei suoi romanzi e di far riapparire, per un attimo, un protagonista delle sue opere passate. Ha parlato poi della scelta dei nomi dei suoi protagonisti, nomi spesso bislacchi che nascono per caso, perché le piace cercare nomi non proprio comuni, poco diffusi e che facciano sorridere (tra l'altro ho scoperto una cosa che non sapevo: anche Andrea Vitali nei suoi romanzi inserisce sempre nomi particolari... e va a cercarli nei cimiteri!) oppure omaggiare altri personaggi (in questo caso c'è Jezebel, in omaggio al film La figlia del vento con Bette Davis ed Henry Fonda... in Ne parliamo a cena c'era ad esempio Sailor Maria, immaginando come le bambine cresciute con il cartone Sailor Moon avrebbero potuto chiamare le loro figlie).

L'ora è passata molto in fretta e dopo le domande di rito (tra cui una su "Romanzo rosa" e le sue differenze rispetto a tutte le altre sue opere precedenti) è arrivato il momento del firma copie. 


Insomma, davvero una bella (auto)presentazione. Se vi capita, andatela a sentire, merita davvero! Ma soprattutto, merita davvero leggere i suoi meravigliosi romanzi (sperando ovviamente che Ragazze mancine sia all'altezza degli altri... ma i primi due capitoli promettono bene!)

giovedì 14 novembre 2013

Incontrando... Gianrico Carofiglio

Le presentazioni dei libri e degli autori possono essere influenzate, positivamente ma anche negativamente, da chi viene chiamato a presentarli. Sì, lo so, sto dicendo un'ovvietà e ne avevo avuto prova anche in passato. Mi spiace però averne avuto conferma ieri sera, durante la presentazione di un autore che aspettavo da una vita di poter conoscere dal vivo e sentir parlare.
Purtroppo, infatti, per quanto bravo, Gianrico Carofiglio non ha potuto fare molto di fronte a una presentatrice che magari è una donna piena di cultura, brava a organizzare e a gestire eventi, ma che messa su un palco accanto a uno scrittore non è in grado di portare avanti la conversazione.

Sono arrivata al Circolo dei Lettori di Torino con un'oretta di anticipo, dopo una lauta cena in compagnia di un'amica. L'incontro era riservato ai possessori delle tessere del circolo e, anche così, ci è stato consigliato di arrivare molto in anticipo perché buona parte dei posti sono stati riservati (da quelli con la tessera più cara della mia). In mia compagnia, Elisa, una ragazza che ho conosciuto qui sul blog e che mi ha fatto un piacere immenso vedere per la seconda volta dal vivo.

Il lampadario della sala Grande del Circolo dei Lettori
 (mille lampadine, ma tutte a risparmio energetico)
Due terzi della sala erano effettivamente riservati. Ci siam sedute in fondo e abbiamo atteso le nove, ora d'inizio della presentazione.
Carofiglio è arrivato puntuale, si è seduto e la sua presentatrice ha preso la parola per presentarlo. Ed è stato evidente fin da subito che qualcosa non avrebbe funzionato.
Un po' civettuola (per carità, Carofiglio è un bell'uomo), un po' confusa, ci sono voluti almeno dieci minuti prima che lasciasse effettivamente parlare lo scrittore.


Carofiglio ha parlato di un sacco di argomenti interessanti, non limitandosi esclusivamente alla presentazione e alla promozione di Il bordo vertiginoso delle cose, libro da poco pubblicato dalla Rizzoli. Ha parlato del suo modo di scrivere e del suo modo di vedere la scrittura. Un argomento molto interessante che da solo avrebbe potuto tener viva una conversazione per ore. 
"Diffidate dagli scrittori che dicono di scrivere per se stessi, perché se così fosse non proverebbero nemmeno a pubblicare" ... avrei voluto salire sul palco e abbracciarlo, perché se uno vuole scrivere solo per se stesso, terrebbe un diario chiuso a chiave in un cassetto, non darebbe un testo in pasto a editori e, soprattutto, ai lettori.
"Diffidate dagli scrittori che dicono al lettore come dovrebbe leggere un loro libro. Il lettore ha sempre ragione, se motiva la sua interpretazione. L'autore può essere in disaccordo con lui, certo, ma non può dire che ha sbagliato". Mettersi a litigare con un lettore è una delle cose peggiori, a mio avviso, che un autore possa fare. Certo, dipende da come il lettore si pone, ma uno scrittore non può dirgli "non hai capito niente", può dirgli "io non volevo intendere quello" (e di nuovo, avrei voluto salire sul palco e abbracciarlo).
"C'è una differenza tra narcisismo dello scrittore (tutti gli scrittori sono narcisisti e hanno un loro ego) e narcisismo della scrittura". E qui si riferiva a  quei libri volutamente criptici, scritti per dimostrare di saper scrivere.
E oltre a queste frasi ne ha dette anche altre, su cui, come vi dicevo, si sarebbe potuto dibattere per ore e che invece si sono concluse con la presentatrice che dice: "Molto belle le parole che hai detto. Andiamo avanti" (e qui, volevo salire sul palco e menarla).

Ha poi parlato della situazione politica del passato, quella raccontata nel suo libro ("ma davvero credevano di fare la rivoluzione ammazzando persone che non c'entravano niente?"... frase più o meno condivisibile, ma che comunque racchiude il senso delle sue parole e della sua opinione), ma anche di quella del presente con il suo ruolo da deputato per il PD conclusosi da poco ("Ho dichiarato apertamente il mio dissenso nei confronti delle primarie dei parlamentari... e non sono più stato richiamato a fare il parlamentare").

Ha letto due passi del libro, ha provato a fare battute (il racconto della telefonata al suo editor per annunciargli che avrebbe scritto parte del libro nuovo in seconda persona è stato bellissimo) e risposto a qualche domanda del pubblico ("Perché ha lasciato la magistratura?"- "Perché il lavoro di scrittore per me ha preso il sopravvento e non sarei più riuscito a mettere il lavoro di magistrato in primo piano"- "Quindi è prigioniero dei suoi personaggi?" "Non mi sembra di aver detto questo, scrivo perché mi piace e perché mi va di farlo").

Un momento molto bello è stata la consegna all'autore di una copia di Testimone Inconsapevole tradotto in Swahili. Un progetto voluto da Mohamed Aden Sheikh per portare la cultura italiana negli ospedali somali.

E poi, ovviamente, alla fine c'è stato il firmacopie. Avrei voluto fargli autografare un paio di libri ma non ho osato, c'era troppa coda e la presentatrice era ancora lì sul palco insieme a lui con sguardo arcigno. Quindi, gli ho dato solo Testimone inconsapevole, dicendogli che il libro nuovo l'ho letto ma in ebook e farlo autografare sarebbe stato un problema. Lui mi ha risposto che una volta qualcuno gliene ha fatto firmare uno, ma che effettivamente è un bel problema.



Anche a distanza di ore dalla conclusione della presentazione, dopo averci dormito su (e dopo un imbarazzante episodio che mi è successo nel parcheggio), non riesco a togliermi di dosso una sensazione di delusione. Avevo tantissime aspettative per questa presentazione (se seguite il blog, sapete quanto io ami Gianrico Carofiglio), ero curiosa di sentirlo parlare e di sentirlo interagire e mi sono ritrovata di fronte a una presentazione piatta, a tratti quasi noiosa (non che l'autore fosse noioso, sia chiaro, ma senza qualcuno a farti "da spalla" difficilmente si può parlare di certi argomenti senza, alla lunga, annoiare un po'), ravvivata solo dai suoi tentativi di rivolgersi direttamente al pubblico e ignorare, seppur in modo molto elegante, la presentatrice (che ha chiamato Guerrieri "ispettore". Senza parole.)
Peccato, davvero.