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lunedì 23 ottobre 2017

TUTTO È POSSIBILE - Elizabeth Strout

"A star male non si fa mai l'abitudine, checché ne dica la gente. Ora però, per la prima volta, si rese conto - possibile fosse davvero la prima volta che se ne rendeva conto? - che esiste qualcosa di assai più tremendo, e cioè quando uno non riesce più a star male. Lo aveva visto succedere ad altri, era un vuoto negli occhi, l'assenza che li definiva."


È da circa una settimana che dovrei scrivere la recensione di Tutto è possibile, il nuovo romanzo di Elizabeth Strout uscito a inizio settembre per Einaudi, ma, ogni volta che ci provo, mi ritrovo in difficoltà. Soprattutto perché temo di ripetermi, temo di scrivere di questa autrice le stesse cose che ho già scritto dei romanzi precedenti: che lei è una delle mie scrittrici preferite in assoluto; che un romanzo bello come Olive Kitteridge non so se l’ho mai letto (ma che anche tutti i suoi altri romanzi non sono da meno); che adoro il suo stile, il suo garbo e la sua delicatezza nel descrivere anche le situazioni più tragiche e le vite più banali; che preferivo di gran lunga quando pubblicava con Fazi che non ora con Einaudi; e che, insomma, tutti dovrebbero leggere i suoi libri.
Però di Tutto è possibile, tradotto come il precedente Mi chiamo Lucy Barton, di cui è una sorta di seguito, da Susanna Basso, mi piacerebbe poter dire qualcosa di diverso e di riuscire a spiegare perché questi racconti, che messi insieme formano un romanzo, siano così belli.

Siamo ad Amghas, in Illinois, paesino di provincia in cui Lucy Barton è nata e cresciuta e da cui poi è riuscita a fuggire per diventare un’affermata scrittrice. Tutti si ricordano di Lucy da bambina, anche se lei in città non ci viene poi tanto spesso. Quasi mai, in realtà. Sebbene lì abbia ancora un fratello e, soprattutto, da lì abbia preso spunto per il suo ultimo successo: un libro che parla di chi è riuscito a fuggire, ma anche e soprattutto di chi, invece, è rimasto.
Ed è proprio sulle vite di chi è rimasto che si concentra Elizabeth Strout, dando voce, in questi nove racconti, a ognuno di essi, raccontandone il passato e il presente, il disagio dell’infanzia e la capacità, o l’incapacità, di riscattarsi, ma anche le delusioni, le paure per il futuro ma la voglia, in molti casi, di continuare comunque a provarci.

E per un istante Annie rifletté su questo: che suo fratello e sua sorella, brave persone, serie, perbene, equilibrate, non avevano mai conosciuto la passione che porta un uomo a rischiare tutto quello che ha, a mettere a repentaglio ciò che gli è più caro, semplicemente per essere vicino al bagliore accecante del sole che per quell'istante sembra capace di lasciarsi la terra alle spalle.

È un romanzo corale, Tutto è possibile, in cui i vari racconti che lo formano (e che si potrebbero leggere anche come racconti autoconclusivi, se non fosse per quel filo sottile che li lega tra loro) si concentrano su un singolo personaggio raccontandone la storia, che però, unita alle altre, crea una sorta di biografia collettiva, il ritratto di un paese della provincia americana.
È la provincia americana, ancora una volta, la vera protagonista. I romanzi che la raccontano sono ormai diffusissimi: romanzi che danno voce a personaggi e vicende che apparentemente sembrerebbero banali nella loro quasi eccessiva semplicità ma che invece hanno voci e storie molto, molto forti.

Elizabeth Strout ne è forse stata una capostipite con il suo Olive Kitteridge ma anche con tutto il resto della sua produzione (Amy e Isabel, I ragazzi Burgess, Resta con me), e in Tutto è possibile si conferma una maestra nel dare voce a questi personaggi e nel farli sentire vicini a chi legge.

È come se la Strout prendesse per mano il lettore e lo portasse lì, proprio lì, insieme a Pete Burton e a Tommy Guptilli a prendere a martellate una vecchia insegna; insieme a Patty Nickly a lottare contro il suo peso, contro le voci che da sempre la inseguono e contro una ragazzina indisciplinata che forse cerca solo qualcuno che la ascolti; è come se ti facesse andare ospite a casa di Linda e Jay Paterson-Cornell per scoprire le crepe del loro matrimonio che la donna ha sempre finto non ci fossero o ti portasse nella mente di Charlie, quando deve decidere fino a che punto tradire sua moglie. Poi, le parole di Elizabeth Strout accompagnano il lettore in Italia, insieme a Mary, una donna piuttosto anziana, che ha deciso di concedersi una nuova possibilità e un nuovo amore, per poi farlo sedere su una poltrona scomoda insieme a Pete, Lucy e Vicky, a parlare di passato e di famiglia, cercando di non farsi troppo distrarre da quello strano tappeto sul pavimento. E ancora, l'autrice lascia che a servire la colazione a chi la legge sia Dottie nel suo Bed & Breakfast; poi lo porta a scoprire i segreti di un padre che tutti sapevano tranne forse i propri figli, fino ad arrivare, nell'ultimo racconto, a capire insieme ad Abel Blaine, a uno strano Scrooge e a un cavallino dimenticato, che forse, davvero, tutto è possibile.

È un grande romanzo Tutto è possibile di Elizabeth Strout e, anche se forse si sarebbe meritato una cura editoriale migliore da parte del suo editore, conferma esattamente tutte le cose che dicevo all’inizio: Elizabeth Strout è una delle mie scrittrici preferite in assoluto; che un romanzo bello come Olive Kitteridge non so se l’ho mai letto (ma anche che tutti i suoi altri romanzi non sono da meno, Tutto è possibile compreso, ovviamente); che adoro il suo stile, il suo garbo e la sua delicatezza nel descrivere anche le situazioni più tragiche e le vite più banali; che preferivo di gran lunga quando pubblicava con Fazi che non ora con Einaudi.

E che, insomma, tutti dovrebbero leggere i suoi libri.


Titolo: Tutto è possibile
Autore: Elizabeth Strout
Traduttore: Susanna Basso
Pagine: 205
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Einaudi
ISBN:978-8806229696
Prezzo di copertina: 19 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Tutto è possibile

giovedì 26 maggio 2016

Incontrando... Elizabeth Strout al Circolo dei lettori di Torino

Ieri pomeriggio, presso il Circolo dei lettori di Torino, si è tenuto un incontro con la scrittrice americana Elizabeth Strout, in tour in Italia per presentare il suo ultimo romanzo, Mi chiamo Lucy Barton, da poco uscito per Einaudi.

Sono venuta a conoscenza di quest’incontro qualche settimana fa e già allora sapevo che avrei fatto qualunque cosa per andarci. Chi segue il blog e la pagina, sa quanto io ami questa scrittrice e i suoi romanzi e pensare di averla a soli 50 km di distanza e non andare a incontrarla sarebbe stato folle.
E quindi ieri, in compagnia della mia libraia preferita Stefania, sono andata a Torino. Immaginavo ci sarebbe stata tanta gente a quest’incontro e avevo già scritto al Circolo dei lettori per sapere se ci fosse qualche procedura da seguire. “Vieni almeno un’ora prima” mi è stato solo detto. Noi siamo arrivate là un’ora e mezza prima e, dopo una pausa gelato, ci siamo messe in coda. Sì, in coda. Fa impressione pensare che ci sia coda per una scrittrice che non sia anche un personaggio televisivo o cinematografico. Eppure sì, ieri ad aspettare Elizabeth Strout eravamo davvero in tanti. 


In troppi forse, perché pur arrivando con questo largo anticipo non abbiamo potuto assistere all’evento nella sala in cui si teneva, ma in una attigua, in collegamento video. E non è la stessa cosa, purtroppo. Però dai, la mia scrittrice preferita era nella stanza accanto alla mia... direi che è già una bella soddisfazione. 
A dialogare con lei c’era Susanna Basso, traduttrice dell’ultimo romanzo uscito, che, devo dire, mi ha fatto una tenerezza infinita. Era, credo, talmente tanto emozionata che per le prime domande ha dovuto leggere da un foglio quello che doveva dire. E la capisco, perché trovarsi accanto a quella donna e doverle parlare deve essere qualcosa di incredibile.



L’incontro è iniziato con la lettura di un passo di Mi chiamo Lucy Barton, prima in inglese dalla stessa Elizabeth Strout (che ha un bell’accento americano, ma che si capisce perfettamente quando parla) e poi la traduzione da parte di Susanna Basso.  Da lì si è poi passato a parlare del libro, con alcune domande sulla sua protagonista e sull’ambientazione.
Elizabeth Strout ha scelto di far arrivare la sua protagonista dal Midwest, pur essendo lei del Maine, perché una volta ci è andata e si è accorta di quanto cielo ci fosse, un cielo che quasi si mangiava la terra. Le è sembrato il posto ideale per far crescere una donna in un’infanzia difficile e un posto ideale da amare e odiare al tempo stesso.
Altra particolarità di Lucy Barton è il fatto che sia una scrittrice. La Strout ha detto che nemmeno lei subito voleva credere che lo stava facendo davvero. Però Lucy era una bambina solitaria, che trovava nei libri conforto e calore (un po’ perché li leggeva nella biblioteca della scuola, al caldo, anziché nel garage in cui viveva, un po’ per tutto quello che le hanno dato).

Si è parlato poi anche dei romanzi precedenti, in particolare Olive Kitteridge, che è particolarmente amato in Italia. Elizabeth Strout ha detto di essere contenta che sia piaciuto così tanto e di avere così tanti lettori entusiasti per quel libro e per quel personaggio, ma in realtà cerca di non pensarci troppo e di fare il suo lavoro, di scrivere quello che sente senza pensare troppo a quali saranno le reazioni di chi lo leggerà. Anche perché crede che nessuno possa mai conoscere davvero un altro e che quindi ogni persona nei libri trova qualcosa di diverso. 
Elizabeth Strout ha raccontato del suo amore per Hemingway, dicendo di essere forse l’unica donna americana ad amare lui e la sua scrittura chiara e diretta, e poi dell’importanza per la protagonista del libro ma anche per lei dei gesti degli sconosciuti, quel concetto espresso tanto bene da Tennessee Williams nel suo Un tram che si chiama desiderio.

Dopo qualche altra domanda e qualche intervento dal pubblico (mi dispiace, non ho segnato tutto, ero troppo presa ad ascoltarla e scrivere, su carta o su smartphone, mi avrebbe distratta troppo), ovviamente, è arrivato il momento degli autografi.

Io ho portato con me sia Olive Kitteridge sia Mi chiamo Lucy Barton, ma alla fine ho deciso di farle autografare solo il primo. È senza ombra di dubbio il mio preferito, per questa burbera protagonista che mi ha fatto letteralmente impazzire. E quindi mi sembrava più giusto averlo solo lì (dai, oggi la polemica sul passaggio in Einaudi ve la risparmio).
Inutile dire che ero agitatissima quando è arrivato il mio turno. Però avevo davanti Elizabeth Strout e dovevo assolutamente dirle qualcosa di più di un semplice “Hi!”. Allora le ho detto che era una grande onore conoscerla e che Olive Kitteridge è, appunto, il mio romanzo preferito in assoluto. Lei mi ha stretto la mano con entrambe le sue, in un gesto dolcissimo e tenerissimo, che mi ha emozionata un sacco. Penso faccia così con tutti, e questo forse lo rende ancor più speciale, perché potrebbe limitarsi a una fredda stretta di mano (che sarebbe anche comprensibile, con tutta la gente che incontra ogni giorno).
Sono uscita che mi tremavano un po’ le gambe, ma davvero, davvero felice.



Ringrazio il circolo dei lettori per avermi dato finalmente la possibilità di incontrarla (anche se magari la prossima volta ditemelo che con la tessera avrei potuto prenotare il posto nella sala principale, per la Strout l’avrei fatta senza alcun problema!), e Stefania per la compagnia, le belle chiacchiere, le foto (e il gelato!) di tutto il pomeriggio.

Eh niente, gente, io ho l'autografo di Elizabeth Strout:

martedì 10 maggio 2016

MI CHIAMO LUCY BARTON - Elizabeth Strout

Certe volte mi dispiace che Tennessee Williams abbia scritto per Blanche DuBois la battuta in cui dice: «Ho sempre confidato nella gentilezza degli estranei». È capitato spesso a molti di noi di essere salvati dalla gentilezza degli estranei; peccato che a lungo andare la battuta risulti trita, buona per un adesivo da appiccicare sulla macchina. Ed è questo che mi rattrista, che per quanto bella e piena di verità possa essere una frase, a furia di ripeterla si riduca a una battuta da adesivo.

Sono corsa in libreria a comprare Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout il giorno stesso dell'uscita. Sì, anche se questa volta è uscito con Einaudi e non più con Fazi, rovinando la mia bella collezione. Perché Elizabeth Strout, da quando l'ho conosciuta la prima volta con Olive Kitteridge, è diventata per me una grande garanzia. Una delle mie scrittrici preferite, direi, di quelle di cui leggerei anche la lista della spesa, per intenderci.
Tutti e quattro i romanzi precedenti di questa donna mi hanno fatto impazzire. Per il suo stile, per il modo di caratterizzare i personaggi (Olive è per me indimenticabile, e anche il reverendo Tyler di Resta con me) e per le storie famigliari che racconta.
E quindi eccomi qui, a una settimana di distanza dall'uscita, a parlarvi di questo nuovo romanzo.

Protagoniste questa volta sono una madre e una figlia, la Lucy Barton del titolo. È lei la voce narrante del libro, che racconta di quelle tre settimane che ha dovuto passare in ospedale a causa delle complicazioni di una banale operazione. Proprio lì, un giorno, vede spuntare sua madre, che corre da lei per la prima volta dopo anni che non si vedevano. La donna le tiene compagnia raccontandole di vecchie conoscenze del paesino da cui arriva e da cui Lucy è scappata tanto tempo prima, oppure le sta semplicemente accanto, senza quasi mai dormire. Lucy è contenta, ma al tempo stesso arrabbiata, perché da quell'incontro torneranno alla luce tutta una serie di ricordi del passato, della sua vita di bambina e ragazzina che viveva in un garage e che non ha mai avuto niente. Ricordi spesso dolorosi, a tratti nitidi, a tratti confusi, che la madre sembra (o finge di) non ricordare.
Poi dopo cinque giorni la madre se ne va e Lucy si ritrova di nuovo nel presente, a fare i conti con la sua vita di adesso.

Ancora una volta mi ritrovo a dover usare un superlativo per descrivervi un libro. Mi chiamo Lucy Barton è un libro bellissimo. La storia di una madre e di una figlia, che si amano nonostante tutto ma che non possono dirselo apertamente, perché non sono mai state capaci e perché c'è un passato troppo difficile perché possano ammetterlo.
È un libro che parla di forza, quella di una figlia di fuggire da un passato che l'avrebbe distrutta e quella di una madre che prende per la prima volta l'aereo per correre al capezzale della figlia quando sente che ne ha bisogno, nonostante non si sentano e non si vedano da anni, e di fragilità, dovuta a un passato di privazioni e di dolore che poi si è riversato sul presente. 

Ma ci sono anche momenti in cui, all'improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, o vedo il cielo di novembre calare sull'East River, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro nel primo negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta dei modelli dei maglioni appena arrivati. Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati dai ricordi che non possono assolutamente essere veri. Eppure, quando vedo gli altri incedere sicuri per la strada, come se non conoscessero per niente la paura, mi accorgo che non so cos'hanno dentro.
Mi chiamo Lucy Barton mi è piaciuto molto, credo si sia capito. Però, prima di mettermi a scrivere questa recensione ho dovuto riflettere un attimo e parlarne a voce con qualcuno, perché c'è anche una piccola nota stonata e fino all'ultimo sono stata indecisa se segnalarla o meno. Alla fine ha vinto il sì, perché è una cosa che la mia lettura un po' l'ha condizionata.
Il problema è che, sparse per tutto il libro, ci sono alcune imperfezioni a livello di italiano. Non voglio assolutamente dire che Susanna Basso, bravissima traduttrice dall'inglese, abbia tradotto male il libro, perché non credo sia lì la questione. La mia sensazione, smentibile e confutabile in qualsiasi momento e da chiunque più esperto di me, è che sia mancata una revisione approfondita del testo una volta tradotto e che ha portato ad avere nel testo frasi come "andò a vomitare in gabinetto" o "D'altronde chiunque utilizzi le proprie competenze per mortificare una persona in quel modo, è giusto un emerito stronzo", per fare due degli esempi più lampanti. Piccolezze, sicuramente, che non condizionano la comprensione del testo, ma che mi hanno un po' distratta nella lettura e un po' infastidita, oltre ad aver rovinato lo stile dell'autrice.

In ogni caso, siamo di nuovo di fronte a un grande, grandissimo libro di Elizabeth Strout. Il grosso problema è che l'ho comprato e letto appena uscito, quindi ora mi toccherà di nuovo aspettare con ansia un sacco di tempo per l'uscita di quello nuovo.

Titolo: Mi chiamo Lucy Barton
Autore: Elizabeth Strout
Traduttore: Susanna Basso
Pagine: 158
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: Einaudi
ISBN: 9978-8806229689
Prezzo di copertina: 17,50 €
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formato brossura:Mi chiamo Lucy Barton