venerdì 21 ottobre 2016

ESTHER - Steve Jenkins, Derek Walter, Caprice Crane

Dovete sapere che io ho una passione per le cose buffe. Per gli animali, soprattutto. Panda, koala, cani, gatti, asinelli, caprette, maialini… tutti gli animali con il musetto un po’ carino o con un atteggiamento un po’ coccolone mi fanno completamente sciogliere. 
Da bambina (ma anche adesso ogni tanto, in realtà) avevo proposto di comprare una capretta e metterla nel prato di casa, “così non dobbiamo più tagliare il prato e io posso farle le coccole!”. La mia richiesta, ovviamente, non è mai stata soddisfatta, ma questa passione con gli anni non è scemata, riversandosi un po’ in tutti gli aspetti della mia vita. Sì, anche nei libri.



Quando ho visto per la prima volta la copertina di Esther, libro di Steve Jenkins, Derek Walter e Caprice Crane appena pubblicato da Giunti con la traduzione di Elena Cantoni, ho immediatamente pensato: “Oddio, questo libro deve essere mio!”. Non mi sono nemmeno troppo preoccupata di informarmi di che cosa parlasse. C’era un buffo maialino in copertina e tanto mi bastava. Poi, quando il libro è arrivato e ho iniziato a leggerlo, mi si è aperto un mondo.

Esther racconta la storia vera dell’omonima maialina (poi diventata un maiale enorme a tutti gli effetti) adottata un po’ per caso da Steve e Derek. La coppia già possedeva due cani e due gatti ma Steve, di fronte alla richiesta di aiuto di una sua vecchia compagna di scuola e, soprattutto, di fronte al musetto e alle pietose condizioni in cui si trovata Esther quando l’ha vista la prima volta, non ha saputo resistere. Lui era convinto che si trattasse di un maiale nano, che non avrebbe superato il peso di un cane di grossa taglia. E invece, Esther diventa un terremoto di due quintali. È un maiale testardo e curioso, che ama giocare, mangiare, combinare disastri e farsi fare le coccole. E che porta grandi cambiamenti nella vita di Steve e Derek. Il primo, quello principale, è quello del cibo: come puoi tenere in casa un maiale come animale da compagnia e poi mangiare il bacon come se niente fosse? I due iniziano piano piano ad avvicinarsi al veganismo, senza però diventare degli invasati o dei nazisti. Il secondo è quello della casa: la loro villetta non basta più e quindi decidono di comprare una fattoria, chiedendo aiuto ai fan che Esther ha raggiunto in tutto il mondo grazie alla sua pagina facebook per potercela fare.

Esther e i suoi amici (©Steve Jenkins, Derek Walter , fonte: http://bit.ly/2efPJjS)
A scanso di equivoci vi dico subito che no, non ho chiuso e sono diventata immediatamente vegana.  E non ho nemmeno intenzione di farlo. E quello di "convertire" più persone possibile non era nemmeno lo scopo di Steve e Derek quando hanno deciso di raccontare la loro storia. Un argomento di cui parlano, certo, e che ha sicuramente un ruolo fondamentale nel libro (fantastiche le ricette finali “approvate da Esther”), ma loro volevano (e vogliono, nelle pagine social di Esther… che ovviamente ho iniziato a seguire tutte) semplicemente raccontare la loro esperienza e dimostrare quanto amore si possa provare per un animale da compagnia, qualunque esso sia. E anche insegnare a non arrendersi, che a realizzare i propri sogni e trovare il sostegno delle persone a volte è davvero possibile.

Esther, a livello di scrittura e di stile, non è sicuramente un capolavoro. Ma fa spesso sorridere (e a volte anche ridere), proprio come lo fanno le cose buffe che i vostri animali domestici fanno ogni giorno. Certo, qui si parla di un maiale di due quintali, ma l’effetto è proprio lo stesso. E, devo dire, questo racconto mi è piaciuto tantissimo. Un po’ per quello che vi dicevo all’inizio, per la mia passione per gli animali buffi e coccolosi. Un po’ perché sono quelle storie semplici, di vita quotidiana, che non cambieranno il mondo, ma la vita di chi le vive sì.

La colazione di Esther (©Steve Jenkins, Derek Walter , fonte:http://bit.ly/2eXOq8n)
E quindi, se vi capita, leggete Esther, leggete la sua storia. Poi non dovete diventare per forza vegetariano, vegani o adottare un maialino. Io non farò nessuna di queste tre cose (anche se per l’ultima, in effetti, mi dispiace da matti). Ma almeno sorriderete per qualche ora, pensando a Esther e a quante cose, buffe ma anche importantissime, l’affetto di un animale può farci fare.


Titolo: Esther - il mondo si cambia un cuore alla volta
Autore: Steve Jenkins, Derek Walter, Caprice Crane
Traduttore: Elena Cantoni
Pagine: 224
Editore: Giunti
Anno: 2016
Acquista su Amazon:
formato brossura:Esther. Il mondo si cambia un cuore alla volta

lunedì 17 ottobre 2016

LA SAGA DEI CAZALET vol.3: Confusione - Elizabeth Jane Howard

Aveva sempre avuto problemi ad accettare che qualcosa potesse essere per sempre. Poteva credere che una persona se ne fosse andata, ma le riusciva difficile pensare che quella persona potesse non tornare più.



Mi risulta davvero difficile scrivere la recensione di Confusione, terzo volume della bellissima saga della famiglia Cazalet, scritta da Elizabeth Jane Howard e pubblicata in Italia da Fazi editore con la traduzione di Manuela Francescon.

Difficile perché è il terzo volume della saga e chi ha già letto i due precedenti (Gli anni della leggerezza e Il tempo dell’attesa) già sa di che cosa stiamo parlando. Conosce già i personaggi che popolano queste pagine, conosce l’ambientazione inglese in cui si muovono e insieme a loro sta vivendo la guerra, ora entrata davvero nel vivo, ma anche quelle piccole e grandi vicissitudini quotidiane tipiche di ogni famiglia. Per chi ha letto i due volumi precedenti, leggere Confusione è un po’ come telefonare a un parente dopo diversi mesi dall’ultimo aggiornamento e poi decidere di non lasciare più passare tutto questo tempo e rimanere sempre aggiornato.

Il tempo dell’attesa si era concluso con la notizia che Rupert, uno dei tre fratelli Cazalet, dato da tutti per morto in guerra in realtà potrebbe essere ancora vivo. Una notizia incredibile per la figlia Clary, che non ha mai creduto che suo padre potesse essere morto, ma anche per la giovane moglie Zoë, che il marito se l’è potuto godere molto poco e che nemmeno ha conosciuto la sua nuova figlia Juliet.
Confusione inizia con la morte di Sybil, moglie di Hugh Cazalet, malata da tempo di un brutto male, che si è spenta piano piano, lasciando tutta la famiglia nello sconforto e nel dolore totale. Soprattutto Polly, la figlia maggiore, che ora sente di dover fare di tutto per tenere unita la famiglia.

E poi ci sono tutti gli altri personaggi: la Duchessa e il Generale, sempre più anziani eppure sempre collante della famiglia; la figlia Rachel, ancora combattuta tra la sua devozione e il suo spirito di sacrificio per la famiglia e l’amore per Sid, sua grande amica ma anche qualcosa di più; il figlio Edward, sempre più freddo e distaccato dalla moglie Villy e sempre più a disagio con la figlia maggiore Louise, ma che invece non disegna le altre relazioni sentimentali. 

Vera protagonista in Confusione è la generazione dei figli dei tre fratelli Cazalet. Le figlie, in realtà, che stanno crescendo e che si ritrovano ad affrontare per la prima volta problemi da adulti: Louise, che voleva fare l’attrice, che sembrava lo spirito più libero e indipendente di tutti, ora si ritrova sposata e incastrata in un ménage famigliare che le ha portato via tutti i sogni; Polly, che affronta il dolore della perdita della madre, gli obblighi morali che sente di avere nei confronti del padre, ma anche la sua voglia di crescere, di diventare donna, di innamorarsi; Clary, che continua a sognare di fare la scrittrice e che racconta la sua vita in un diario da regalare a suo padre quando tornerà.
Ci sono anche gli adulti, certo, e ancora una volta con una maggiore attenzione verso le donne, che sembrano essere il vero motore di tutta la famiglia.

Stavo per scriverti che mi pare stia superando il dolore per la morte di sua madre, ma è una frase senza senso. Non credo che un dolore così terribile si possa superare: magari, pian piano, smette di essere l'unico pensiero o quello principale, ma quando vi si torna il dolore è sempre intatto. C'è poi il fatto che non so cosa provi esattamente, perché io non sono lei. Del resto, è questo che rende le persone così interessanti, non credi, papà?

Era davvero da un sacco di tempo che non leggevo una saga famigliare così appassionante. Adoro il modo in cui Elizabeth Jane Howard porta il lettore in mezzo alla vita dei suoi personaggi. Adoro i dettagli che racconta, adoro il modo in cui riesce a unire il contesto storico, quella della Seconda guerra mondiale, con la quotidianità della vita dei protagonisti. E adoro il modo in cui descrive i sentimenti, le passioni, le gioie e i dolori della famiglia Cazalet.

Alcuni personaggi sono detestabili, altri un po’ una delusione per l’evoluzione che hanno avuto (Louise, mamma mia, io in te riponevo un sacco di speranze!), ma sono tutti molto umani.

Chi non conosce questa saga, secondo me, dovrebbe proprio rimediare. Partendo dal primo, da Gli anni della leggerezza, per essere sicuro di affezionarsi ai personaggi e a questa grande famiglia. Chi già la conosce e la ama, invece, arriverà alla fine di Confusione (versando anche qualche lacrima per il bellissimo capitolo finale) con la consapevolezza di stare leggendo dei libri via via sempre più belli, man mano che gli anni passano e la storia va avanti. Confusione è il più bello dei tre volumi pubblicati finora, almeno per quanto mi riguarda. 

Vediamo poi come sarà il quarto, previsto per la primavera del 2017. Certo, in tutto questo tempo, la famiglia Cazalet mi mancherà davvero molto.


Titolo: La saga dei Cazalet - Confusione
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon.
Pagine: 526
Editore: Fazi editore
Anno: 2016
Acquista su Amazon:
formato brossura:Confusione. La saga dei Cazalet: 3

mercoledì 12 ottobre 2016

Come si è arrivati dal Salone internazionale del Libro a Tempo di libri


(Questo mio post è stato pubblicato su Ultima pagina il 6 ottobre 2016)

Non è facile riuscire a fare un riepilogo della questione Salone internazionale del Libro, l’argomento discusso nel mondo dell’editoria da quando, quest’estate, la volontà dell’AIE di cambiare città, da Torino a Milano, alla celebre manifestazione è diventata concreta. Escono continuamente nuove notizie, nuove dichiarazioni più o meno ufficiali, o anche solo qualche supposizione, prontamente rilanciate da giornali e siti web, che alimentano le polemiche e le prese di posizione dei due schieramenti, pro Torino e pro Milano. Sebbene l’ipotesi di di spostare Il Salone internazionale del libro di Torino a Milano fosse rilanciata già da diverso tempo a ogni nuovo scandalo del Salone del Libro (come, per esempio, quello degli ingressi gonfiati o dei gravi problemi di bilancio), il primo segno concreto di rottura è arrivato nel febbraio del 2016, quando Federico Motta, presidente dell’AIE, l’Associazione Italiana Editori, ha deciso di uscire dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura, che controlla e amministra il Salone.
Una scelta che aveva fatto un certo scalpore, lasciando in qualche modo presagire quello che sarebbe successo il 27 luglio, giorno in cui è avvenuta la votazione a favore della proposta dell’amministratore delegato di Fiera Milano, Corrado Peraboni, per organizzare un evento culturale simile anche a Milano. Dei 32 consiglieri su 39 dell’AIE presenti, in 17 hanno votato a favore dello spostamento, 8 si sono astenuti (tra cui la torinese Einaudi) e 7 hanno votato contro. Pur essendo i numeri irrisori, se si pensa a quanti editori ci sono in Italia, e nemmeno tutti iscritti all’Associazione, la maggioranza ha scelto: fine del sostegno al Salone internazionale del libro di Torino, se ne fa uno nuovo.

Una notizia abbastanza sconvolgente, che ha avuto come conseguenza immediata la scelta di alcuni editori medio-piccoli di  inviare una lettera condivisa all’AIE annunciando la loro uscita. In parte per affetto nei confronti di Torino e della sua storia, ma soprattutto per la scarsa considerazione che hanno avuto da parte dell’associazione, che dovrebbe rappresentare un’intera categoria ma che di fatto ha deciso da sola cosa fare. È da questo abbandono dell’AIE che inizia a prospettarsi la possibilità di fare due eventi distinti: quello di Milano, guidato dall’AIE e dalla Fiera di Milano, che il 5 settembre hanno creato la società Fabbrica del Libro SpA, per promuovere questo nuovo evento e tutte le iniziative a esso correlate; e quello di Torino, in cui i piccoli e medi editori usciti dall’associazione sperano di avere un ruolo attivo.

Per discutere della nuova edizione dell’evento torinese, si è tenuta una riunione l’8 settembre al Circolo dei lettori. Un incontro a cui hanno partecipato in 130, tra cui anche alcuni rappresentati di case editrici più grandi (Sellerio, Feltrinelli, Laterza) che ancora non avevano espresso apertamente la loro opinione in merito, e che si è concluso con la votazione sulla creazione di un’associazione, dal nome un po’ da pro loco Gli amici del Salone, che avrebbe il compito di fare da interlocutore tra le istituzioni, la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura e tutti gli enti pubblici che da sempre si occupano dell’organizzazione della kermesse torinese. Non tutti i presenti, in realtà, si sono trovati d’accordo con questa idea. Tra questi, da segnalare l’intervento di Giuseppe Laterza, che si è interrogato sulla reale necessità di creare una nuova associazione, e quindi una nuova, ulteriore frammentazione, anziché cercare di mediare con l’AIE:

Il problema è che la polemica che si è generata in queste settimane è la spia di una questione assai più generale e profonda: una frattura tra le diverse componenti della filiera del libro, che non nasce oggi e che dipende da molte diverse ragioni. Ed è questa frattura che dovrebbe soprattutto allarmarci perché ha a che fare con la promozione della lettura nel nostro paese. 

Dopo questa riunione, sono iniziati i primi tentativi, forse un po’ maldestri, di mediare. Perché non fare un salone condiviso tra Torino e Milano, lasciando al capoluogo piemontese gli eventi e gli incontri con gli autori e a quello lombardo invece gli stand e la parte più commerciale? Un’idea proposta dal ministro Franceschini e di cui si è discusso in una riunione tenutasi il 20 settembre a cui hanno partecipato anche il ministro Giannini, il sindaco di Torino Appendino, il governatore del Piemonte Chiamparino e il presidente degli editori Federico Motta, e a cui Massimo Gramellini ha dato risalto sulla Stampa, proponendo «la settimana lunga del libro» in cui lascerebbe la parte commerciale ed economica a Milano e quella intellettuale e culturale a Torino. Una soluzione logisticamente abbastanza complessa, questa, che porterebbe a un’ulteriore frammentazione dell’evento, che richiederebbe il dono dell’ubiquità ai suoi visitatori e, soprattutto, implicherebbe un costo di gestione insostenibile per gli editori medio-piccoli. E poi l’AIE era ben decisa a portare avanti il suo appoggio a Milano, nonostante dichiarasse la sua disponibilità a mediare. Torino ha detto no ai diktat di Motta e ogni tentativo di ricucire lo strappo è fallito.

Ci saranno due eventi, dunque, a distanza di un mese e di un centinaio di chilometri l’uno dall’altro. Dal 19 al 23 aprile 2017 negli spazi espositivi di Fiera Milano a Rho, l’AIE e i grandi editori organizzeranno Tempo di libri, la prima edizione di questo nuovo evento letterario, che è stata presentata ufficialmente il 5 ottobre. Dal 18 al 22 maggio 2017, negli spazi espositivi di Torino Lingotto ci sarà la XXX edizione Salone internazionale del libro, organizzato sempre dalla Fondazione – che ha nominato come nuovo presidente l’ex ministro Massimo Bray, a cui spetterà il compito di trovare un modo di differenziarla rispetto a quanto succederà a Milano – con l’aiuto ancora non ben definito dei piccoli editori, il cui ruolo rischia di passare di nuovo in secondo piano, schiacciato dalla burocrazia degli enti organizzativi.

L’AIE, comunque, attraverso le parole rilasciate da Renata Gorgani, nominata presidente di La Fabbrica del Libro Spa, ci tiene a far sapere che gli editori che hanno deciso di uscire dall’associazione, o che proprio non ne fanno parte, potranno partecipare a entrambi i Saloni senza venir penalizzati in alcun modo. La regione Piemonte ci tiene a far sapere, invece, che i piccoli editori piemontesi che hanno intenzione di partecipare a Più Libri Più Liberi, la fiera della Piccola e Media editoria che si tiene tutti gli anni a Roma a dicembre, quest’anno lo dovranno fare senza i finanziamenti e i contributi delle edizioni precedenti.

Sì. Avete letto bene. Visto che la situazione tra Torino e Milano non era abbastanza complessa, si è tirata in mezzo anche la fiera di Roma, la fiera dedicata all’editoria indipendente più conosciuta d’Italia, patrocinata dall’AIE. E quindi, se un piccolo editore piemontese vuole andarci, dovrà farlo di tasca propria. La situazione, al momento, è questa. L’evento milanese sta iniziando ad avere una sua forma (anche se sarà forse penalizzato dal non essere in città, ma nello spazio fieristico di Rho), mentre quello di Torino sembra ancora un po’ in sospeso, come se, al di là delle parole e delle continue, e più o meno giustificate, recriminazioni, mancasse la volontà di organizzare effettivamente qualcosa. E in effetti, dopo quella riunione al Circolo dei lettori, dopo quella votazione per la creazione di una nuova associazione, per ora dal fronte torinese ancora non si è mosso niente.

La volontà da parte dei piccoli editori sicuramente c’è. Ma chi da sempre ha organizzato il Salone internazionale del Libro, finora si è invece perso tra grandi annunci, grandi idee e grandi nomi, senza aver concretizzato nulla. C’è il rischio, in questo temporeggiare, in questo stare distanti dalla macchina organizzativa, dalle decisioni chiave che un evento impone, che non sia Milano a sottrarre il Salone a Torino, ma che Torino lo butti via con le proprie mani.

lunedì 10 ottobre 2016

LA PROMESSA - Silvina Ocampo

Pensavo che mantenere la promessa mi sarebbe costato un enorme sacrificio. Mi sembrava che compilare questo dizionario di ricordi a volte vergognosi, umilianti, significasse consegnare la mia intimità a chiunque. (Una preoccupazione che, in fin dei conti, si è rivelata senza fondamento).
Non ho una vita mia, ho dei sentimenti. Le mie esperienze non hanno avuto importanza nel corso della vita e neppure sull’orlo della morte, invece la vita degli altri diventa mia.


Immaginate di essere su una nave che sta navigando sull’oceano. Immaginate di cadere giù e ritrovarvi in acqua, senza che nessuno se ne sia accorto. State a galla, mentre vedete la nave allontanarsi, senza di voi. Che cosa fareste? 

Alla donna protagonista e voce narrante di La Promessa di Silvina Ocampo, pubblicato da laNuovafrontiera con la traduzione di Francesca Lazzarato, succede proprio questo. È su un transatlantico in mezzo all’oceano, si china per raccogliere una spilla e vola giù. Quando si rende conto che la nave se ne sta andando lasciandola lì, fa una promessa a Santa Rita, l’avvocata dei casi impossibili: se riuscirà a salvarsi, scriverà un libro e lo finirà prima del suo compleanno. Un libro che sarà fatto di ricordi delle persone che ha incontrato nell'arco della sua vita. Non vuole parlare direttamente di sé, ma farlo attraverso gli altri, attraverso le persone che hanno sfiorato la sua vita anche solo per un istante, sufficiente però a lasciare un piccolo segno. Un viaggio nel passato, che la donna fa per non lasciarsi sopraffare dal presente e da quella distesa d’acqua a cui, sempre di più, sente di volersi abbandonare.

La promessa è una raccolta di racconti che, messi tutti insieme e uniti dal filo conduttore della protagonista che ricorda mentre si trova in mare, formano un romanzo. Ogni personaggio raccontato, ogni ricordo che la donna evoca degli incontri del suo passato, reggerebbe anche da solo. Sono storie d'amore, storie di passioni, ma anche di tristezza e di dolore, con protagonisti bambini, anziani, uomini e donne innamorate. Quelle persone che tutti abbiamo attorno nella nostra vita, ma a cui forse non pensiamo mai.

Non conoscevo Silvina Ocampo prima di leggere questo suo ultimo romanzo. Non sapevo della sua amicizia con Borges, che fosse la moglie di Adolfo Bioy Casares, né che La promessa, un libricino all’apparenza sottile, sia in realtà un lavoro durato molti anni e che abbia subito molte riscritture, molte limature, per raggiungere la forma che ha ora, ritrovata solo dopo la morte della donna. 
L’ho letto perché mi è piaciuta fin da subito la sua copertina e sicuramente non immaginavo di ritrovarmi così tanto coinvolta nei racconti, nei pensieri e nei ricordi di questa donna. Di perdermi insieme a lei in mezzo alla distesa azzurra e trovare nello sconforto una forma di poesia.

La promessa è un libro molto bello, di quella bellezza di cui forse subito, mentre si sta leggendo, non ci si rende tanto conto, ma che andando avanti nella lettura a poco a poco emerge e poi un po' ti travolge, proprio come il mare dentro cui la protagonista sta raccontando.

Titolo: La promessa
Autore: Silvina Ocampo
Traduttore: Francesca Lazzarato
Pagine: 154
Editore: La nuova frontiera
Prezzo di copertina: 15,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura:La promessa

mercoledì 28 settembre 2016

KATHERINE - Rupert Thomson

«Gli anni congelati, quelli, sono sempre con me. Impressi nelle mie cellule. Nel mio DNA». Faccio una pausa. «Quegli anni, in realtà, sono la materia di cui sono fatta».



Katherine Carlyle ha diciannove anni. Ne avrebbe ventisette se l’ovulo da cui è nata fosse stato fecondato subito e non congelato per otto anni, ad aspettare che (e se) arrivasse il suo momento.

Il lettore Katherine, protagonista dell’omonimo romanzo di Rupert Thomson, da poco uscito per NN editore con la traduzione di Federica Aceto, la conosce per la prima volta così, quando è ancora un ovulo che attende impaziente il suo momento di essere fecondato.
Poi la ritrova diciannove anni dopo, a Roma, dove si era trasferita con i genitori per soddisfare uno degli ultimi desideri della madre morente. Ora la madre non c’è più, il padre, corrispondente di guerra, è un po’ come se non ci fosse mai stato e Katherine, in procinto di partire per il college a Oxford, sente di avere qualcosa in sospeso da tutta la vita. E quindi, anziché per Oxford parte all’avventura, seguendo le strane coincidenze che le capitano e che la porteranno sempre più a nord, sempre più al buio e al freddo. Proprio dove la sua esistenza è cominciata.

È un libro strano, Katherine. Un libro il cui senso si scopre piano piano, seguendo, spesso un po’ a fatica, questa ragazza nelle sue strane avventure presenti, nei suoi ricordi del passato e nelle cose che immagina succederanno.  È così che scopriamo il forte legame che aveva con la madre e il senso di colpa che prova per la sua morte. È così che scopriamo il rancore verso il padre, colpevole di non averla forse mai voluta abbastanza, e le cui attenzioni, in un modo o nell’altro, ricerca da sempre in modo disperato. È così che scopriamo le sue insicurezze, il suo desiderio di capire, di ritrovare se stessa e, soprattutto, quanto l’essere stata lasciata otto anni in un congelatore prima di nascere abbia condizionato tutta la sua vita.

Ed è il modo in cui è stato affrontato questo tema, che poi è il tema principale, quello che muove tutto il libro e che farà arrivare Katherine in una remotissima isola del nord dove fa sempre freddo ed è sempre buio, ad avermi lasciata un po’ più perplessa. Davvero ci si può ricordare di quegli anni d’attesa? Davvero, se non ricordare, ce li si può immaginare al punto da far sì che condizionino tutta la propria esistenza?
Rupert Thomson, attraverso la sua Katherine, immagina proprio di sì. E immagina anche che questo possa portare una ragazza di diciannove anni a mollare tutto e partire all’avventura, seguendo un nome sentito in un cinema o affidandosi a strani personaggi incontrati per caso fuori da un teatro. Ma per il lettore, invece, riuscire a immaginarsi tutto questo è un po’ più difficile. Così come è difficile seguire i pensieri di Katherine, comprenderne appieno le motivazioni, accompagnarla in questo suo viaggio un po’ folle per poi lasciarla in un finale forse un pochino prevedibile.

Non so se il non avere più diciannove anni e non essere effettivamente nata da una fecondazione in vitro abbia condizionato la mia lettura. (Una volta arrivata alla fine, in effetti, ho pensato che fosse più un romanzo per ragazzi, perché forse se si ha quell'età è più facile identificarsi o per lo meno avvicinarsi ai turbamenti e ai dubbi esistenziali della protagonista).

Non so se è stato un problema mio o un problema del libro, insomma. Però, ecco, per quanto davvero abbia capito il senso del viaggio di Katherine e, in parte, alcune delle sue cose in sospeso, è stata una lettura faticosa. I temi che tratta sono sicuramente importanti (la ricerca di se stessi, il venire a patti con il passato e con i propri sensi di colpa, giustificati o meno, il bisogno d’affetto e d’amore) e danno sicuramente parecchio da riflettere, ma sono stati sviluppati in un modo troppo macchinoso, per cercare di renderli ancor più interessanti.
Peccato.


Titolo: Katherine
Autore: Rupert Thomson
Traduttore: Federica Aceto
Pagine: 300
Editore: NN Editore
Prezzo di copertina: 17,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura:Katherine o gli inattesi colori del destino
formato ebook: Katherine

giovedì 22 settembre 2016

UN AMORE DI SALINGER - Frédéric Beigbeder

Quando due lingue si toccano, a volte non succede niente. Ma a volte qualcosa succede... Oh mio Dio, accade qualcosa che fa venire voglia di fondersi, di disgregarsi, è come se si entrasse nell'altro a occhi chiusi, per mettere tutto sottosopra dentro. Lui la stringeva contro la sua bocca, in apnea. Quando la depose sul pontile, Oona aveva solo un desiderio: decollare di nuovo


Come avevo già scritto quando avevo recensito il bellissimo Un anno con Salinger di Joanna Rakoff, io di Salinger non so praticamente nulla.

Ho letto Il giovane Holden qualche anno fa e ne ho un vago ricordo. Ho letto i Nove racconti più di recente e ancora sono convinta di non aver capito quasi nulla (anche se, in questo caso, so che dovrei provare a rileggerli). Eppure, nonostante ciò, mi sono ritrovata di nuovo a leggere un libro che parla di Jerry, trovato nella libreria di una persona che invece Salinger e il suo Holden li adora eccome.

Un amore di Salinger di Frédéric Beigbeder, pubblicato da Mondadori con la traduzione di Giovanni Pacchiano, racconta dell’amore estivo tra il giovane Jerry e la bella e giovanissima Oona O’Neill. Un amore forte e potente, ma al tempo stesso passeggero, che lascerà però un grande segno nello scrittore americano. Jerry continuerà a scrivere a Oona anche mentre è in guerra, sebbene lei ormai lo abbia lasciato e si sia innamorata di Charlie Chaplin. E lei, tra figli, vita mondana e l’esilio del marito accusato di comunismo, un pochino a lui continuerà a pensare, nel corso degli anni.

La storia raccontata da Frédéric Beigbeder è in parte vera, in parte inventata. È vera la relazione che c’è stata tra Salinger e Oona O’Neill, è vero che poi quest’ultima si è messa con Charlie Chaplin proprio mentre Salinger era in guerra, così come è vero tutto quello che lo scrittore ha vissuto in guerra e quello che è successo dopo alla famiglia Chaplin. Di inventato c’è il come. Frédéric Beigbeder immagina, insomma, che le cose siano andate così. Immagina come sia stata la relazione tra i due, come sia proseguita negli anni, immagina le lettere che si sono scambiati e come il ricordo abbia continuato ad accompagnare entrambi.

Un problema grosso è che nell’immaginare questo "come" mette troppo se stesso. Troppi suoi commenti esterni, a volte in nota a volte direttamente nel testo, troppi suoi “giudizi” e troppi paralleli tra passato e presente che risultano forzati e un po’ rovinano l’atmosfera che è riuscito a creare nel raccontare il passato. 

Questo stile e questa commistione di generi (non è narrativa, non è saggistica… non si capisce bene che cosa sia, in realtà) durante la lettura rendono il romanzo irritante. Ho dovuto arrivare alla fine, rifletterci un po’ di tempo (e soprassedere su alcune imperfezioni a livello traduttivo e di revisione, che raggiungono il loro culmine nella frase "Accasciata, Oona acquistò un appartamento di due piani a New York...") per riuscire a capire se Un amore di Salinger mi sia piaciuto o meno.
E la risposta è doppia: è sì, perché in effetti ho scoperto cose che non sapevo sulla vita di Salinger e di Charlie Chaplin e letto un paio di citazioni notevoli sull’amore e la sua forza; ma è anche no, perché non mi è piaciuto il modo di scrivere dell’autore (per quanto mi sforzi, io con la narrativa francese ho sempre qualche problema) né il modo in cui si è immaginato certe cose (per non parlare del finale).

Insomma, Un amore di Salinger è un libro che se vi capita sottomano potete anche leggere, sia che siate appassionati di Jerry sia che non lo siate, perché scoprirete sicuramente qualche curiosità. Però, ecco, potete anche tranquillamente soprassedere.

Titolo: Un amore di Salinger
Autore: Frédéric Beigbeder
Traduttore: Giovanni Pacchiano
Pagine: 257
Editore: Mondadori
Acquista su Amazon:
formato brossura: Un amore di Salinger
formato ebook: Un amore di  Salinger

venerdì 16 settembre 2016

LA GRAZIA DEL DEMOLITORE - Fabio Bartolomei

«Sono un fallito» le dice.
«Sciocchezze. Chi sei e di cosa sei capace lo dicono i passi che hai avuto il coraggio di fare». Marie chiude gli occhi e inspira profondamente. «Ma non la senti Davide? Non la senti l'aria che si respira qui? C'è passione, eleganza... improvvisazione».
Davide scuote la testa, alza le spalle.
«E a cosa sono servite?» le chiede.
«Se non riesci a esserne orgoglioso a nulla, Davide. Proprio a nulla»



Fabio Bartolomei è tornato. Chi conosce l’autore e ha letto tutti i suoi precedenti romanzi, una volta arrivato alla fine di La grazia del demolitore, da poco pubblicato sempre da edizioni e/o, capirà perfettamente a cosa mi riferisco.

Ho conosciuto Fabio Bartolomei grazie a La banda degli invisibili. Poi ho letto Giulia 1300 e altri miracoli (e visto anche Noi e la Giulia, il bellissimo film che ne ha tratto Edoardo Leo) e We are family. Ed è stato amore. Di quegli amori letterari che ti portano a correre in libreria non appena esce un romanzo nuovo. E così avevo fatto, in effetti, con il quarto libro di quest’autore romano, Lezioni in paradiso. Una delusione pazzesca. L’idea c’era, ma il libro era troppo breve, troppo frettoloso, perché potesse essere sviluppata come si sarebbe meritata.

Ma se si ama così tanto un autore, come io in effetti amo Fabio Bartolomei, gli si danno tutte le possibilità del mondo. Uno scivolone ci sta, un romanzo non propriamente riuscito dopo tre piccoli gioielli può capitare. Basta sapersi rialzare. E con La grazia del demolitore ci è riuscito alla grande.

Protagonista è Davide, figlio di uno dei più importanti costruttori della città e con una carriera spianata proprio in quel campo. Mai un problema da affrontare, mai una responsabilità, tant’è che a trentaquattro anni, pur avendo un'enorme villa tutta sua, Davide vive ancora a casa dei genitori. Il padre, per dargli una sorta di contentino, gli affida i lavori di demolizione e ricostruzione di una vecchia palazzina, proprio dove viveva sua nonna. Un lavoro semplice, in cui nulla può andare storto. Se non fosse che l’ultima inquilina rimasta nel palazzo è una ragazza cieca, Ursula, verso cui Davide prova una forte attrazione e un forte senso di protezione. E quindi decide di cambiare i suoi piani, coinvolgendo i suoi migliori amici e una bizzarra banda di operai, e di sfidare apertamente suo padre e tutto quello che aveva pensato per lui.

Fabio Bartolomei è tornato, dicevo all'inizio. È tornato un po’ alle origini, perché in La grazia del demolitore si ritrova tutta l’atmosfera di Giulia 1300 e altri miracoli, anche se in un contesto differente. C’è un ragazzo che all’improvviso decide di cambiare la sua vita, c’è una sorta di armata Brancaleone piena di saggezza che lo aiuta nell’impresa, una serie di personaggi buffi a fare da contorno e la voglia di sfidare, di contrapporsi alle ingiustizie, con una denuncia abbastanza marcata delle pratiche in voga nel campo dell’edilizia. 
E poi c’è la poesia dell’amore di Davide per Ursula. Un amore dolcissimo e bellissimo, fatto di gesti, di frasi incise sul muro, di piante di rosmarino nei vasi e marciapiedi livellati, di voglia di non arrendersi mai e di costruire strade da percorrere insieme.

E mentre ascolta il brivido del fallimento, quello della distanza incolmabile e quello della sua paziente inesistenza, si chiede se in fondo non sia proprio questo l'amore: una richiesta di salvezza. Da se stesso. Da ciò che era e da ciò che sarebbe senza di lei


La grazia del demolitore mi è piaciuto tantissimo. Ho riso tanto (i personaggi di Massimiliano, che proprio non ce la fa a non essere dipendente da qualcosa, e di Geronimo con la sua cintura sono fenomenali) e mi sono anche commossa, proprio come mi era successo con i primi tre romanzi.
E quindi sì, Fabio Bartolomei è tornato e lo ha fatto davvero in grande stile. Un libro consigliatissimo.


Titolo: La grazia del demolitore
Autore: Fabio Bartolomei
Pagine: 277
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: e/o
ISBN: 978-8866327905
Prezzo di copertina: 18 €
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