giovedì 18 aprile 2013

MENDEL DEI LIBRI - Stefan Zweig

Non sono mai stata una grande amante dei proverbi. Me ne ricordo pochi e non riesco comunque mai a inserirli in una conversazione con naturalezza. Eppure, ogni volta che chiudo uno di questi libretti piccini piccini, non posso fare a meno di pensare che molto spesso "nella botte piccola ci sta il vino buono" e che devo smetterla di giudicare un libro anche dal numero di pagine che lo compone. Romanzo breve, racconto lungo... non so mai nemmeno come devo chiamarli. Ma poi, pensandoci, non è poi così fondamentale dar loro un nome. L'importante è leggerli, senza pensare che se è corto gli mancherà di sicuro qualcosa.

Mendel dei libri rientra in questa categoria. Poche, pochissime pagine, che si leggono in un meno di un'ora e che riescono comunque a entrarti dentro, lasciandoti poi un'infinita tristezza. Mendel è dei libri perché è il maggior esperto di titoli e di prezzi che si possa trovare a Vienna. Tu vai da lui, al Caffè Gluck dove trascorre le sue giornate, e gli chiedi ciò che ti serve. E lui te lo procura. Solo i libri, gli interessano. O meglio, i loro titoli, le loro edizioni, i loro prezzi. Non li legge tutti, certo che no, come potrebbe. Però vive in mezzo a loro e dentro di loro, incurante di quel che accade nel mondo esterno. "Perché lui leggeva come gli altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi tengono lo sguardo fisso nel vuoto", lontano, isolato da tutto quello che con il suo mondo non c'entra nulla.

Nemmeno la guerra, che si sta già portando via molte vite e molte coscienze, lo scalfisce. O almeno non ci si ritrova immischiato,  suo malgrado e sempre per colpa della sua passione. E così, fuori dal mondo protetto delle rilegature, delle edizioni da collezione, delle bibliografie, Mendel si troverà a contatto con un mondo che non capisce, che nessuno in realtà può capire, e che gli toglierà la voglia di vivere. 

E' triste questo libro. E' triste il destino che viene riservato a quest'uomo, che poi è forse molto simile a quello riservato a molti altri, in momenti e circostanze diverse. Vivi per qualcosa, che sarà la tua rovina. Vivi per qualcosa, che ti impedirà di vedere altro. Vivi per qualcosa, e una volta morto, saranno in pochi a ricordarsi di te. Ma lo faranno proprio grazie alla tua passione.
Non si può non provare affetto per Mendel, non commuoversi di fronte al suo triste destino e non provare rabbia verso chi gli ha distrutto quel suo piccolo microcosmo, in cui non faceva del male a nessuno.

Leggete Mendel dei libri e sono sicura che voi di lui non vi dimenticherete.
"I libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall'inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l'oblio".

Nota alla traduzione: nulla da segnalare, direi.

Titolo: Mendel dei libri
Autore: Stefan Zweig
Traduttore: Ada Vigliani
Pagine: 53
Anno di pubblicazione: 2008
Editore: Adelphi
ISBN: 978-8845922749
Prezzo di copertina: 6,00 €
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formato brossura: Mendel dei libri

mercoledì 17 aprile 2013

NESSUNO E' INDISPENSABILE - Peppe Fiore


Impiegato modello in un'azienda modello - italiano medio tragicamente modello -, Michele Gervasini fa coincidere la sua idea di felicità con gli angoli acuti del contratto a tempo indeterminato. E poco importa se ogni mattina deve affrontare il traffico isterico della via Pontina per raggiungere il suo ufficio alla Montefoschi, azienda leader nella produzione di latte e derivati. Lì lo aspettano gli altri dipendenti dell'Ufficio pianificazione e controllo, una pattuglia di buffi animali da scrivania che vive - non solo simbolicamente - all'ombra dell'enorme, minacciosa mucca aziendale in vetroresina che campeggia davanti agli stabilimenti. Ma un giovedì mattina la più mite fra le colleghe si dà fuoco nello sgabuzzino delle scope, e all'improvviso bisogna rivedere i confini di quelle giornate che fino ad allora avevano funzionato con l'efficienza di un formicaio. 

"Dormi che è meglio pensarci domani..."
Nella mia testa sto canticchiando questa canzone dei Subsonica da ieri sera. Da quando ho chiuso il libro, a mezzanotte passata,  dopo aver aggiornato via sms il mio ragazzo sulla conta dei suicidi presenti in queste pagine, e aver deciso che era meglio dormirci su prima di anche solo di tentare di fare un po' di chiarezza nella mia mente e nelle emozioni che questo romanzo ha fatto nascere in me. 
Se avessi scritto subito la recensione, credo che avrei utilizzato solo due parole: FOLLIA PURA. Avrei poi fatto il confronto, inevitabile e secondo me anche cercato dall'autore, con Ammaniti e i suoi romanzi grotteschi, in particolare con "Che la festa cominci" e buttato magari in mezzo qualche ragionamento etico e morale sulla situazione lavorativa attuale, sui suicidi per la crisi, e su quanto questo romanzo risulti quasi inappropriato, insensibile e offensivo se letto in questo contesto.
Ma ho lasciato perdere, ho staccato il cervello e ho dormito, perché a libri così è sempre meglio pensarci domani, perché il rischio di scrivere banalità è davvero forte.

Ma oggi è quel domani e la mia mente ancora non ha ben chiaro cosa pensare di questo romanzo di Peppe Fiore. Non riesce a trovare ordine in quel caos di pensieri, non riesce a trovare una logica a quanto ha letto e non riesce a capire se questa logica volutamente non ci sia o se sia lei a essere troppo limitata per comprenderla. 
Siamo nella periferia di Roma, in una grande azienda casearia che sta per essere quotata in borsa, in cui i dipendenti vengono trattati bene, non hanno problemi di crisi né rischio di perdere il posto, non hanno un'associazione sindacale perché non hanno nulla per cui protestare e ogni mattina vengono accolti da una statua in vetroresina di una mucca gigante che dà loro il buongiorno. Colleghi normali, un po' piacioni a volte, ma con cui si può convivere tranquillamente, senza creare grossi rapporti. E poi, questo mondo perfetto, a poco a poco crolla con una catena di suicidi che, nell'arco di due settimane, mandano tutto allo sbando. L'azienda perfetta non è poi così perfetta allora, se qualcuno si dà fuoco, qualcun altro si taglia le vene, qualcun altro si butta dalla finestra e i colleghi superstiti fanno scommesse su chi sarà il prossimo a cedere. Fino a un epilogo grottesco, assurdo e forse ancor più esagerato di tutto il resto del libro.

Ammaniti, vi dicevo. Un tentativo più blando, più smorzato, quello di Peppe Fiore di ricreare quella stessa follia, quello stesso grottesco che caratterizza tutti i romanzi del suo collega e concittadino. Eppure, ogni volta che chiudo un libro di Ammaniti non mi sento così. Certo, mi chiedo cosa si sia fumato, mi chiedo perché non vada da uno psicologo. Ma nella sua follia, nelle sue storie, ritrovo sempre un senso, una logica. Qui, questo non succede.
Non capisco se si vuole fare una critica all'alienante società fatta di impiegati modello che in realtà nascondono un passato più o meno torbido. O una critica alle aziende, che sembrano perfette ma non lo sono. Una critica alla mediocrità e all'accontentarsi. Una critica nei confronti della freddezza delle relazioni umane, al punto che non si sa niente del proprio vicino di scrivania pur trascorrendo con lui la maggior parte della nostra vita. Non capisco, davvero, dove Peppe Fiore voglia arrivare. Né perché, visti i tempi in cui siamo, si debba per forza cercare del marcio anche in quelle aziende, sicuramente non perfette, sicuramente vincolate, come tutti, alle vendite e alle logiche di mercato, che comunque stanno a galla, che non lasciano a casa persone, che pagano gli straordinari o in cui c'è possibilità di fare carriera.
Certo, forse la routine di un impiegato modello non è un granché, soprattutto se, come il protagonista Gervasini a casa ad aspettarci non c'è nulla, se non un sito d'incontri online da cui è impossibile cancellarsi. E capisco che alla lunga questa possa portare alla follia. Ma non così. Non ora. Non in questi termini.

Peppe Fiore volutamente esagera, al punto che sembra quasi non sappia nemmeno lui dove andare a parare.  E scrive bene, per carità, riesce a tenerti incollato al libro e ti costringe a non metterlo giù finché non sei arrivato alla fine. Però in questo caso, almeno per me, l'esagerazione non funziona, perché non è giustificata in nessun modo e, soprattutto, non porta a nulla.

E quindi no, preferisco non pensarci più. Né oggi né domani né mai. Perché tanto arriverei sempre alle stesse conclusioni. FOLLIA PURA.

Titolo: Nessuno è indispensabile
Autore: Peppe Fiore
Pagine: 212
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806210915
Prezzo di copertina: 17,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Nessuno è indispensabile

Due titoli, un solo libro: ma perché? #30

Ieri stavo spulciando tra i libri che ho sul comodino in cerca di qualche suggerimento per il confronto di titoli di oggi. Sebbene fossero diversi i libri con titoli più o meno stravolti che avevo a disposizione, ho scelto quello con il cambio più radicale, quello che quando l'ho scoperto mi ha fatto esclamare un bel "porca miseria".

Sto parlando di un romanzo di Penelope Lively, scrittrice brittanica di narrativa per adulti e bambini, e del suo ACCORDING TO MARK ovvero AMORI IMPREVISTI DI UN RISPETTABILE BIOGRAFO (eddai su, non ditemi che un porca miseria non è scappato anche a voi!):



Uscito in lingua originale nel 1984, il romanzo è arrivato in Italia nel 2011 per la casa editrice Guanda con la traduzione di Corrado Piazzetta.
Protagonista, come il titolo originale lascia intendere, è Mark, di mestiere, come il titolo "tradotto" ci suggerisce, biografo. L'uomo viene incaricato di scrivere la biografia dello scrittore e saggista Gilbert Strong, di cui conosce la nipote, con la quale inizia una relazione più o meno clandestina, essendo lui sposato.

La differenza tra titolo originale e titolo della versione italiana è palese. La traduzione letterale sarebbe stata "Secondo Mark" ed è sicuramente meno accattivante rispetto alla scelta italiana. Devo ammettere che io stessa mi sono interessata al libro proprio perché attratta dal titolo, cosa che non so se sarebbe successa se fosse rimasto l'originale. Però, siamo punto e capo. Perché cambiare un titolo, tanto semplice da tradurre e  inerente alla storia e al lavoro del protagonista (che appunto racconta la vita degli altri, secondo lui) e , soprattutto, voluto dall'autrice? E poi, vista anche la quarta di copertina, inserire la parola "amore" nel titolo non è un po' azzardato?
Non riesco a decidere se la scelta mi convinca o meno.

Voi che dite? Scelta azzardata e sbagliata o scelta efficace?

lunedì 15 aprile 2013

VIAGGI A PERDERE - Rossana Vesnaver

Una casa accogliente, uno steccato dipinto di bianco, una tavola con tanti amici e un vociare allegro che riempie le stanze e il cuore. Solo un sogno però. Perché tra le fessure si nasconde una verità tagliente e brutale, che ferisce e lascia un senso di frustrazione e fallimento: un marito che tradisce, da sempre. E allora lei smette di mangiare riducendosi all'osso, passando le serate in bagno per liberarsi di tutto il male che si porta dentro. Poi arrivano i quarant'anni e decide che lei a questo gioco non vuole più giocare. Prende in mano la sua vita, di nuovo, e libera ricomincia il suo viaggio in cerca dell'amore. Anna, l'amica astrologa, l'ha avvertita: incontrerà l'uomo della sua vita su un mezzo in movimento. Da allora la ricerca si fa attenta, puntuale e tutto ciò che si muove può essere il posto giusto per incontrare il principe azzurro. Anche i pattini, uno skilift e persino un palazzo a Venezia, daltronde è sull'acqua, magari vale anche quello. Una vita scandita da incontri a volte divertenti, altre preoccupanti. C'è chi dopo pochi appuntamenti compra case immaginando futuri avventati, chi è solo l'avventura di una notte e chi, invece, lascia il segno. 

Ci sono dei libri che senza un trascorso personale simile a ciò che viene narrato, probabilmente non si apprezzerebbero. E non perché siano scritti male o la trama sia brutta. Ma semplicemente perché non si capirebbe. 
"Viaggi a perdere" è uno di quei libri. Si può apprezzare lo stile, ironico e fresco, ma anche poetico a volte. Si può sorridere delle avventure sentimentali poco fortunate (per usare un eufemismo) della protagonista e sperare insieme a lei che il principe azzurro prima o poi arrivi davvero. Ma se non si è vissuta una rottura, soprattutto se di una storia lunga, con conseguente momento di sconforto, panico ma anche euforia e follia, forse non si riescono a cogliere tutte le sfumature, dalle più assurde alle più tristi, che questo libro porta alla luce.

Perché quando una storia finisce, non importa se per un tradimento, per il semplice esaurimento dell'amore o per tutti gli altri motivi (e sono davvero tanti) per cui una relazione può finire, si prova davvero quel senso di spaesamento e di paura che la protagonista incarna tanto bene. Si sta malissimo. Si piange. Si beve più mojito di quanto il tuo fisico possa sopportare. Si ha paura di rimanere soli. Si smette di credere nell'amore e nel principe azzurro. Si guarda a ogni persona come un possibile futuro fidanzato. Si conoscono le persone più bislacche, in chat o sul treno. Si accetta di andare ad appuntamenti combinati, si lascia il numero a uomini che in momenti normali vorresti che nemmeno sapessero il tuo nome. Si attende con un'ansia che rasenta la follia un messaggio, una chiamata, e ci si fanno mille paranoie se queste non arrivano.
Insomma, si fanno un sacco di cazzate di cui, a poco a poco, con il passare del tempo, si riesce a ridere.

In questo libro, tutto questo viene descritto davvero bene. All'inizio si prova un po' di pena per la protagonista, che potrebbe risultare un po' patetica. Ma poi, a poco a poco, si inizia a ridere insieme a lei, per le situazioni in cui suo malgrado si mette. Ci si arrabbia un po', perché gli uomini descritti purtroppo a volte (non sempre eh), sono davvero così: paura di crescere, paura di impegnarsi o paura di sconvolgere totalmente la propria vita (e lo sono a venticinque anni, come lo sono a quaranta), per cui meglio solo una storia di sesso, divertirsi e basta. E poi si arriva alla fine del libro, quasi contenti perché la donna è riuscita a riprendere possesso di sé, dopo un po' di batoste, a vivere le cose con più leggerezza e a capire che se il principe azzurro non arriva, nel mentre ci si può accontentare di quelli di un altro colore, senza troppe pretese e troppe aspettative. Perché c'è sempre tempo e quello vero, di principe, prima o poi, arriverà.

Mi è piaciuto molto il modo in cui l'autrice ha esposto tutto questo turbinio di emozioni e passioni,  il suo inserire strofe di canzoni che rappresentano i vari momenti, il suo rendere la protagonista una donna credibilissima, con le sue manie, le sue fragilità ma anche la sua voglia di riscatto, e condendo la storia con altri piccoli racconti, di scene di coppia e di vita, a volte forse un po' esasperati, che però sono davvero così.
E poi c'è un capitolo, due paginette o poco più,  che merita una citazione a parte e che mi è piaciuto in maniera particolare, per il suo potere descrittivo ed evocativo: quello su che cos'è Genova (una città che a me piace tantissimo) per la protagonista. Credo che una città che riesce a far nascere delle pagine così debba essere per forza una città bellissima.

Insomma, "Viaggi a perdere" è stata proprio una piacevole scoperta, che mi ha sì fatto tornare in mente un po' di episodi del passato, ma è riuscito anche a farmi sentire meno sola, meno scema e a farmi sorridere, ancora una volta, di tutto quello che è stato.

L'unico interrogativo che mi rimane è se i cellulari, le e-mail, internet,  le chat e la tecnologia in generale abbiano giovato o meno all'amore e ai rapporti tra le persone. A volte sembrerebbe di sì, altre proprio no.

Titolo: Viaggi a perdere
Autore: Rossana Vesnaver
Pagine: 140
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: L'Erudita
ISBN: 78-88-6770-006-6
Prezzo di copertina: 13,00 €

domenica 14 aprile 2013

MIRTILLI A COLAZIONE - Meg Mitchell Moore

Burlington, Vermont. Il tavolo della colazione sembra un campo di battaglia. Uova strapazzate sbocconcellate, macchie di marmellata mista a yogurt, briciole di pane sulla tovaglia. In salotto giocattoli sparsi a terra e il pianto di un neonato. Ginny e William pensavano di non doversi più occupare di queste cose. Tutti i figli sono ormai grandi e se ne sono andati finalmente a vivere per conto proprio. Il loro programma era quello di godersi in pace gli anni della vecchiaia, curare il giardino, scaldarsi alle chiacchiere serene dell'ultimo sole. Ma è bastato un solo, breve weekend perché la casa fosse improvvisamente invasa da tutta la loro progenie. La prima a presentarsi è Lillian, in fuga da un marito fedifrago, con al seguito la sua bambina di tre anni e il neonato Philip. Poi Stephen, accompagnato dalla moglie che scopre proprio in quel momento che la sua gravidanza è a rischio ed è costretta all'immobilità immediata. E infine Rachel, la figlia minore, che ha perso il lavoro e non può più permettersi le scarpe costose e l'affitto nel pieno centro di Manhattan. Dovevano fermarsi solo pochi giorni, ma sono diventati ospiti a tempo indeterminato. William e Ginny hanno di fronte a loro una lunga, lunghissima estate in cui, fra piatti rotti, urla selvagge, ma anche le carezze tenere delle dita paffute di un nipotino, devono imparare a conoscere di nuovo i figli e i loro problemi, ormai molto più complessi di una caduta dalla bicicletta e un ginocchio sbucciato.

Eppure lo so che dovrei stare ben lontana dai libri con i faccioni in copertina. Dai libri con titoli che non c'entrano assolutamente nulla con l'originale e che hanno qualche cibo al loro interno. Dai libri che ultimamente la Garzanti sforna alla media di uno a settimana, con una bella fascetta che li dichiara "casi editoriali" o "libri dell'anno". Lo so, ma ci sono cascata ugualmente. Vuoi per curiosità, perché comunque la trama di questo mi ispirava parecchio, vuoi per vedere se magari i miei sono solo pregiudizi.
Pregiudizi che però non sarà questo libro a farmi passare. Anzi. E' riuscito a farmi crescere ancora di più l'irritazione, verso le copertine, verso i titoli e verso la casa editrice che li pubblica. E quindi questa recensione non sarà per niente ragionata. Non cercherò scusanti né giustificazioni. Perché non ce ne sono.

E' un libro insulso. Insulsi sono i protagonisti. Insulsa è la classica famiglia americana stereotipata che viene descritta e altrettanto insulse sono le vicende che a tutti i personaggi capitano. Una serie di luoghi comuni, di banalità, messi tutti insieme sotto lo stesso tetto, quello dei perfettissimi William e Ginny, che di colpo si ritrovano in casa tutti e tre i figli ormai adulti: c'è chi è in fuga da una vita deludente o da un marito fedifrago, e chi  era semplicemente in visita ma poi costretto a restare. Un'analisi dei legami tra i vari famigliari non viene mai fatta. Sono tutti semplicemente antipatici, non solo al lettore ma anche tra di loro, e tutti troppo presi dai loro problemi e dal "andiamo da mamma e papà che ci pensano loro". Certo, come no. (Anche perché, pure 'sti genitori, non è che siano così contenti di vedere i figli eh...).

Il problema principale di questo libro è che mette troppa carne al fuoco, lanciandola sulla griglia quasi a caso,  mischiando tanti elementi (il tradimento, le difficoltà delle neomamme, le mogli che guadagnano più dei mariti, il senso di smarrimento che si prova quando la vita non sta andando dove vogliamo, la religione, le gravidanze difficili), senza poi essere però in grado di seguirli. Risultato: una storia con tanto potenziale andata in fumo, che più che di mirtillo (che, per la cronaca,  l'unico modo in cui compare nel libro è sotto forma di Blackberry, inteso come cellulare) sa di bruciato.

Insomma, uno di quei libri che non appena lo chiudi (per fortuna scorre abbastanza in fretta, questo bisogna ammetterlo) non puoi fare a meno di domandarti: perché? Perché è stato scritto, perché è stato pubblicato, perché è stato tradotto e, soprattutto, perché diavolo l'ho letto.

Nota alla traduzione: c'è una nota per spiegare che il "blackberry", inteso come il cellulare tuttofare, vuol dire anche "mirtillo". E mi viene il sospetto che sia stata aggiunta dopo la scelta del titolo italiano (quello originale è "The arrivals")

Titolo: Mirtilli a colazione
Autore: Meg Mitchell Moore
Traduttore: Enrica Budetta
Pagine: 312
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Garzanti
ISBN: 978-8811681779
Prezzo di copertina: 16,40 €
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formato brossura: Mirtilli a colazione

giovedì 11 aprile 2013

CHE NE E' STATO DI TE, BUZZ ALDRIN? - Johan Harstad

In un mondo in cui tutti vorrebbero stare sotto ai riflettori per almeno un quarto d'ora di celebrità, Mattias ha scelto di vivere nell'ombra e apparire il meno possibile: non tutti vogliono essere il numero uno, come Buzz Aldrin, il secondo uomo sulla Luna, che ha svolto la sua missione, ha messo piede sul satellite dopo Neil Armstrong ed è scomparso nella folla: chi si ricorda di lui? Nessuno tranne Mattias: per lui l'astronauta è un idolo, simbolo di tutti coloro che fanno la loro parte senza reclamare attenzione, piccole, indispensabili ruote del grande ingranaggio. E Mattias non chiede altro che coltivare il proprio giardino - letteralmente, dato che lavora in un vivaio avere una vita normale insieme a Helle, la ragazza che ama dal liceo: allora, e solo per farsi vedere da lei, Mattias è salito una volta sul palco e ha cantato con la voce straordinaria che aveva sempre nascosto a tutti. Ha sempre rifiutato gli inviti dell'amico Jørn, che lo voleva a tutti i costi come cantante nella sua band: il ruolo di frontman non fa certo per lui. È l'estate del 1999, l'anno prima che inizi il futuro, il tempo è passato e l'esistenza felicemente anonima di Mattias sembra sempre più un riparo dagli altri e dalla vita. Fino a quando Helle lo lascia, il vivaio chiude, e Mattias si ritrova solo, a fluttuare fuori dalla propria orbita. Jørn sta partendo con la band per un concerto alle isole Faroe, lo vuole con sé almeno come fonico: forse perché non gli resta altro, Mattias accetta, s'imbarca, pronti al decollo...

Prima di iniziare a leggere questa recensione, andate su youtube e fate partire "My Favourite Game" di The Cardigans.  Io la sto ascoltando in loop, mentre sto scrivendo. Vi serve per iniziare ad assaporare tutto quello che questo libro vi susciterà quando (non è un "se", è proprio un quando) lo leggerete.
Magari vi ci vorrà un po' di tempo, come ce ne è voluto a me. Vi avvicinerete al libro e poi vi allontanerete di nuovo, tre o quattro volte magari,  perché non sarà ancora il momento giusto. Ma poi arriverà. 

E sono sicura che, come me, ne sarete travolti. 

Perché questo libro ti entra dentro. Inizia a scavare fin dalla prima pagina, da quell'incipit meraviglioso che dà il via a tutta la storia. E poi continua a scavare, quando conosciamo Mattias, il protagonista, nato proprio nello stesso momento in cui Neil Armstrong ha appoggiato il primo piede sulla Luna, ma che si sente più come Buzz Aldrin, il secondo, quello di cui nessuno si ricorda. Quello che è parte dell'ingranaggio, senza essere direttamente esposto. Perché vuole essere anonimo, non sogna di diventare per forza qualcuno, non vuole cantare in pubblico solo perché ha una bella voce, non vuole che tutti lo conoscano e lo salutino.Vuole essere anonimo. Deve essere anonimo, per non crollare. 
Il libro continua a scavare quando a poco a poco Mattias va in pezzi, viene lasciato dalla fidanzata storica, troppo stanca di questo suo non voler essere sempre in secondo piano, e si ritrova non si sa come su una panchina delle isole Faroe, con un sacco di soldi in tasca e le mani insanguinate. Scava quando viene raccolto da Havstein, uno psichiatra, che lo porta in una sorta di casa famiglia per persone che hanno avuto problemi psichiatrici, dove finalmente, a poco a poco, isolato dal mondo, inizierà a sentirsi a casa.
E scava, scava, scava mano a mano che si va avanti con la lettura, con Mattias che prende consapevolezza di sé e del suo passato, ma anche di quello di chi gli sta attorno, personaggi altrettanto turbati, tristi, depressi, oscuri, che solo così, in mezzo al nulla, riescono a stare bene.

E poi si arriva alla fine e si capisce che questo buco dentro non viene fatto solo per fare male ma ha un fine ben preciso. Quello di inserire qualcosa dentro di noi. Un po' di speranza. Un po' di amore. Perché per quanto si voglia essere insignificanti, nascosti, isolati e lontani da tutto e da tutti, ci sarà sempre qualcuno per cui saremo importanti. Per cui varremo più di altri. Perché l'ingranaggio vicino a noi, senza di noi non può funzionare, girerebbe a vuoto.

Sono stravolta da questa lettura. Sono stravolta da Mattias, un personaggio che credo mi mancherà tantissimo, perché sotto sotto (ma poi nemmeno così tanto) un po' mi sento come lui. O comunque sono riuscita molto spesso a identificarmi con i suoi pensieri, con le sue paure e le sue angosce.
Non è un inno alla mediocrità. Non è un inno all'accontentarsi. Ma è un inno ad essere sé stessi, senza paura.  Un inno a non vergognarsi. Un inno a vivere sempre la propria vita. Scappando, quando serve. Ma anche avendo il coraggio di rimanere. E soprattutto ricordando sempre che c'è e ci sarà sempre qualcuno che ha bisogno di noi e che ci ama così, per quello che siamo.

Mi ha colpito molto lo stile di Johan Harstad, il modo in cui utilizza le parole e riesce a rendere poetico anche un banale viaggio in autobus o dei dischi ascoltati in continuazione. Così come mi è piaciuto il suo non fare sconti, mai, ma nemmeno mai giudicare nessuno.

Non lo so, ho paura che le mie parole non siano riuscite a descrivere al meglio tutto quello che questo romanzo mi ha provocato e lasciato. E potrei continuare a parlarne, per ore e ore, senza mai essere soddisfatta del risultato.
Quindi mi fermo qui, e lascio che siate voi adesso a fare la vostra parte. Leggetelo e fatevi travolgere.

Non tutti vogliono dirigere un'azienda. Non tutti vogliono essere i più grandi campioni del paese o far parte di svariati consigli d'amministrazione, non tutti vogliono essere i migliori avvocati, non tutti vogliono aprire gli occhi ogni mattina sul trionfo o la rovina dei titoli di giornale.
Qualcuno vuole essere la segretaria che resta fuori quando si chiudono le porte della riunione, qualcuno vuole guidare la macchina del capo anche il giorno di Pasqua, qualcuno vuole eseguire l'autopsia del quindicenne che si è suicidato una mattina di gennaio e l'hanno trovato in acqua una settimana dopo. Qualcuno non vuole andare in TV, alla radio, sui giornali. Qualcuno vuole vedere il film, non esserlo.
Qualcuno vuole fare il pubblico.
Qualcuno vuol essere una ruota dell'ingranaggio.
Non perché è costretto, ma perché lo vuole.
Una pura questione matematica.
Così io me ne stavo seduto. Qui. Qui in giardino, e non avrei voluto essere in nessun altro posto al mondo.
Nota alla traduzione: ci sono parecchie note, ma sono indispensabili visto l'uso di termini ed espressioni tipici norvegesi o delle isole Faroer. Qua e là ci sono poi frasi in inglese, così anche nell'originale, e però potrebbero forse creare qualche difficoltà a chi non conosce la lingua. Nel complesso direi ben fatta comunque.

Titolo: Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?
Autore: Johan Harstad
Traduttore: Maria Valeria D'Avino
Pagine: 520
Anno di pubblicazione: 2008
Editore: Iperborea
ISBN: 978-8870911640
Prezzo di copertina: 16,50 €
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Parlando un po' a caso di Roberto Saviano

L'altra notte ho sognato Roberto Saviano. Ogni tanto mi succede di fare sogni un po' strani, anche senza aver mangiato nulla di pesante la sera prima (un po' come quando ho sognato che grazie a una domanda posta qui sul blog finivo a Che tempo che fa). Ho sognato che stavamo insieme e che passavamo il tempo lui a raccontare e io, semplicemente, ad ascoltare le sue parole (e già questo, se mai avessi avuto dei dubbi, mi avrebbe confermato ancora di più che si trattava di un sogno... perché io non sto mai zitta). Pendevo dalle sue labbra, come mi capita veramente ogni volta che lo sento parlare in tv. 
Poi mi sono svegliata e mi sono resa conto che probabilmente il mio sogno era in qualche modo legato all'uscita del suo nuovo libro (romanzo, saggio, boh?), Zerozerozero, edito questa volta da Feltrinelli, che aspettavo con ansia già da un po' e di cui sapevo sarebbero ben presto arrivati i primi commenti, più o meno positivi, più o meno critici, più o meno onesti.
Un libro accompagnato da una fortissima operazione di marketing che già per principio mi irrita un po'. Ho trovato addirittura un articolo, su Affari Italiani, che diceva che Feltrinelli puntava tutto su questo libro per uscire dalla crisi. Bella responsabilità che viene messa ogni volta sulle spalle di quest'uomo.
Ieri sera, poi, prima di andare a dormire, ho letto una critica abbastanza negativa su minimaetmoralia. Un articolo magistralmente scritto da Christian Raimo, che però mi ha lasciato un po' di amaro in bocca. Non taccio assolutamente l'autore di invidia (come puoi invidiare una vita così? Sotto scorta da anni e anni? Con magari tanti soldi ma poca possibilità di spenderli?), anche perché ogni critica è ben argomentata e, condivisibile o meno, ineccepibile, ma comunque mi ha dato di che pensare.

E quindi eccomi qua, a scrivere questo post che in realtà avevo in testa già da un po', in modo un po' più generico forse, per cercare di capire quali siano i motivi per cui certi autori sono amati tantissimo da qualcuno e odiati senza ritegno da altri ("odiati" è ovviamente una parola forte, ma ci sta bene).

Roberto Saviano credo sia forse uno degli esempi più lampanti di questa strana dicotomia. Ha un sacco di estimatori, dal mondo della cultura, della politica, dell'informazione e del pubblico, ma anche un sacco di detrattori che provengono esattamente dagli stessi ambienti.
Io mi colloco nel primo gruppo. Ho letto Gomorra qualche anno fa, dopo aver aspettato che passasse la "moda" (faccio quasi sempre così, per non lasciarmi influenzare, nel bene o nel male dal fatto che lo stiano leggendo tutti) e mi sono trovata catapultata in un mondo che non conoscevo e che mi ha sconvolta. Ancor più se penso che quando Saviano lo ha scritto aveva solo ventisette anni. Dopo, mi sono procurata la raccolta "La bellezza e l'inferno" e da lì ho iniziato davvero ad amarlo. Amo il suo modo di scrivere e il suo modo di raccontare. E da lettrice e non da critica di professione, il fatto che non rientri in nessun genere questo suo stile non mi turba più di tanto. Leggo, rifletto, mi commuovo o mi arrabbio, un testo mi rimane dentro, un altro se ne va. Che sia un saggio, un romanzo, una poesia, un articolo, un'etichetta del detersivo, mi cambia poco.
Poi è arrivato "Vieni via con me", quel fantastico programma su RaiTre con Fabio Fazio che mi ha tenuta incollata davanti alla tv come non succedeva da parecchio tempo. Ho amato il modo di parlare e di esporre i fatti di Roberto Saviano, quella timidezza che non penso fosse assolutamente costruita, che poi spariva miracolosamente mentre iniziava a parlare. Uno stile di esporre un po' lento il suo, fatto di pause, di silenzi che a volte valgono più delle parole, di gesti. Accuse chiare, dirette. Pugni nello stomaco su argomenti che troppo spesso vengono taciuti o dimenticati. E poi beh, c'era il duetto finale con Fazio, quel "vado via... resto" che mi ha perseguitato per mesi.
Ho amato un po' meno il secondo programma "Quello che non ho", ma forse perché gli autori stessi si sono tenuti un po' di più, a seguito delle innumerevoli polemiche a strascico del primo programma, ma anche perché fin troppo consapevoli dell'impossibilità di replicare quello che erano riusciti a fare.

Nel mezzo, poi, sono andata a vedere lo spettacolo di Checco Zalone (altro personaggio che amo da impazzire), durante il quale ha fatto un'imitazione di Roberto Saviano fenomenale, da lacrime agli occhi dal ridere. Seguo poi Saviano su Facebook e su Twitter, mi sono mangiata le mani per averlo perso per un soffio al Salone del Libro di Torino l'anno scorso, mi sono emozionata quando il suo staff ha risposto a una mia mail in cui gli inviavo la mia recensione di SuperSantos e avrei voluto abbracciare Diego De Silva quando lo ha nominato durante la presentazione di "Mancarsi" a Torino.

E ora c'è questo Zerozerozero, che non vedo l'ora di leggere ma che ancora una volta aspetterò, vuoi per il prezzo troppo alto, vuoi perché ora lo leggeranno davvero tutti.

Rileggendo quello che ho scritto finora emerge forse chiaramente qual è il "problema", se così si può chiamare, di questo autore, ciò che lo ha reso antipatico a molti (molti che magari nemmeno hanno letto i suoi libri). E' diventato un personaggio, troppo sovraesposto a volte. E si è esposto, più o meno ingenuamente, più o meno consapevolmente, alla stessa macchina del fango da lui stessa portata alla luce e condannata. Perché se da un lato c'è chi parla male o prova antipatia per Saviano con cognizione di causa (a me il suo modo di scrivere e di parlare piace, ma posso capire che ad altri non piaccia, e ci mancherebbe altro), c'è chi invece critica senza mai aver aperto un suo libro, perché giudicare e insultare è sempre stato più facile che fermarsi a riflettere.
"Sfrutta la sua situazione". "Fa la vittima". "Era meglio se non avesse detto niente della Camorra, che figura ci fa fare nel mondo". "Dice cose che già si sapevano". "Usano i nostri soldi per pagargli la scorta" (io personalmente ma se sulla mia busta paga ci fosse scritto "detrazione per pagamento scorta a Roberto Saviano" anzichè "addizionale Irpef" sarei più contenta). "Se non ci fosse Repubblica a sostenerlo non sarebbe nessuno". "Pubblica con Mondadori e poi li critica" (e questa ha fatto vacillare anche me, lo ammetto)... e potrei andare avanti e avanti e avanti.

Io capisco che ci siano delle persone che a pelle possono stare antipatiche, persone che conosciamo e persone che non conosciamo. Io stessa ad esempio mi avvicino a certi autori con estrema cautela e con estremo sforzo perché non li amo molto come persone (precludendomi magari grandi libri e grandi opere). Però con Saviano ho l'impressione, del tutto personale, che si sia fatto un passo oltre al semplice "non lo leggo perché mi sta antipatico" (motivazione, ripeto, più che legittima) o "trovo il suo stile noioso" (altrettanto legittima).Un passo oltre che va a offendere la sua persona, il suo percorso e il suo cammino.
Che lo abbia fatto nel modo giusto o nel modo sbagliato, secondo me è impossibile negare che con il suo Gomorra abbia smosso qualcosa. E, pur non potendo entrare troppo nel merito essendo totalmente ignorante in materia, non si può dire che quello che ha scritto non sia vero. Una critica, questa, non gli ha mai effettivamente mosso nessuno.E forse è anche per questo che fa così paura , perché quello che dice è vero,  e si preferisce criticare, giudicare, condannare, fare finta di niente per non dover fare troppo i conti con se stessi.

O forse sono semplicemente una  di quelle fan un po' invasate, che si arrabbiano quando viene criticata una persona che stimano e amano e che si sente in dovere di difenderla, senza che ne abbia assolutamente alcun bisogno.