venerdì 28 settembre 2012

IL GUSTO PROIBITO DELLO ZENZERO - Jamie Ford

Seattle. Nella cantina dell'hotel Panama il tempo pare essersi fermato: sono passati quarant'anni, ma tutto è rimasto come allora. Nonostante sia coperto di polvere, l'ombrellino di bambù brilla ancora, rosso e bianco, con il disegno di un pesce arancione. A Henry Lee basta vederlo aperto per ritrovarsi di nuovo nei primi anni Quaranta. L'America è in guerra ed è attraversata da un razzismo strisciante. Henry, giovane cinese, è solo un ragazzino ma conosce già da tempo l'odio e la violenza. Essere picchiato e insultato a scuola è la regola ormai, a parte quei pochi momenti fortunati in cui semplicemente viene ignorato. Ma un giorno Henry incontra due occhi simili ai suoi: lei è Keiko, capelli neri e frangetta sbarazzina, l'aria timida e smarrita. È giapponese e come lui ha conosciuto il peso di avere una pelle diversa. All'inizio la loro è una tenera amicizia, fatta di passeggiate nel parco, fughe da scuola, serate ad ascoltare jazz nei locali dove di nascosto si beve lo zenzero giamaicano. Ma, giorno dopo giorno, il loro legame si trasforma in qualcosa di molto più profondo. Un amore innocente e spensierato. Un amore impossibile. Perché l'ordine del governo è chiaro: i giapponesi dovranno essere internati e a Henry, come alle comunità cinesi e, del resto, agli americani, è assolutamente vietato avere rapporti con loro. Eppure i due ragazzini sono disposti a tutto, anche a sfidare i pregiudizi e le dure leggi del conflitto.

Se avete letto la recensione che ho scritto poco tempo fa su "Leggere Lolita a Teheran", saprete già che ci sono dei libri che hanno l'incredibile capacità di farmi sentire ignorante. Mi succede quando trattano, in forma più o meno romanzata, di situazioni o periodi storici di cui si parla troppo poco, di cui quasi si è persa la memoria, più o meno volutamente. E ogni volta che mi ritrovo a leggerne uno, una parte di me prova una profonda vergogna per quante poche cose davvero sa della vita e del mondo.
Ma i libri servono anche a questo, a portarci in in un mondo che non conosciamo e a farcelo a poco a poco scoprire, per quanto triste e doloroso possa essere.

"Il gusto proibito dello zenzero" di Jamie Ford rientra per me in questa categoria. Un romanzo molto dolce, delicato che racconta uno degli episodi della storia americana tra i più vergognosi che però, con il tempo, è caduto nel dimenticatoio, ovvero la vita dei giapponesi negli USA ai tempi di Pearl Harbor e della seconda guerra mondiale.
E per raccontarcelo sceglie lo sguardo neutro di due tredicenni, così da eliminare ogni giudizio politico diretto.  Henry Lee ha 13 anni, frequenta a Seattle una scuola per bianchi dove riceve un'educazione americana ed è costretto dal padre ad andare in giro con un distintivo che recita "Io sono cinese", perché possa essere distinto dai giapponesi. Questo non lo metterà al riparo dalle cattiverie e dalle umiliazioni che certi compagni gli infliggono. Un giorno, nella sua stessa scuola, comparirà una ragazza, Keiko. Lei è giapponese, solo d'origine in realtà perché nata in america, ma questo è sufficiente perché sia vittima anche lei di discriminazioni e umiliazioni. Tra i due nasce una forte amicizia, di quelle amicizie belle, intense e profonde che possono nascere solo a quell'età e che sono il preludio di un grande amore. La guerra però continua a imperversare e nella città vengono presi dei provvedimenti di "evacuazione" verso i giapponesi: sulla carta è un modo per proteggerli, in realtà vengono rinchiusi in dei campi di prigionia, sorvegliati da soldati. Anche Keiko e la sua famiglia saranno costretti ad andarsene, senza poter portare con loro quasi nulla. Abbandoneranno la maggior parte dei loro averi nello scantinato dell'hotel Panama. Henry però non riesce a lasciarla andare e, in contrasto aperto con in suoi genitori, decide prima di andarla a trovare e poi di instaurare con lei una corrispondenza infinita. Insomma, decide di aspettarla, perché la guerra prima o poi dovrà finire. Ma le regole e le tradizioni a volte possono essere più forti di un'amore.

La narrazione si divide in due periodi temporali diversi. Inizia con un Henry in pensione, che ha appena perso la moglie di cancro e che fatica a relazionarsi con il figlio. Un giorno, passando davanti all'hotel Panama, scoprirà che le cose nascoste tanti anni fa dai giapponesi in fuga sono ancora lì. Il secondo piano di narrazione è ambientato nel passato, negli anni della guerra, e racconta di quanto sia stata difficile per l'uomo la vita in famiglia, con un padre troppo legato alla tradizione, convinto di figlio,  racconta dell'amicizia di Henry con un saxofonista di colore e, soprattutto, racconta del suo incontro con Keiko e di tutto quello che è stato.

E' un libro molto dolce e molto toccante, che ti tiene incollato alle pagine e ti fa aprire gli occhi su una parte di storia di cui non si parla quasi mai. Una storia d'amore, certo, ma che nasconde molto di più e che non cade mai nella banalità (ok, forse solo un pochino alla fine). Mi ha commosso, tantissimo, al punto da avere le lacrime agli occhi, come non mi succedeva da un po'.
 E mi ha anche obbligato a pormi delle domande, più o meno profonde: sul senso di appartenenza a una nazione e a una cultura, su come si possa (ANCORA OGGI) classificare come straniere persone che hanno si origini lontane ma che sono nate e hanno vissuto sempre nello stesso posto. Ma anche su quanto profondo possa davvero essere un amore e su quanto sia difficile per chi ci circonda e ci ama accettarlo.

Ve lo consiglio caldamente!

Nota alla traduzione: ci sono parecchi calchi e qualche problema di editing. Da rivedere.

Titolo: Il gusto proibito dello zenzero
Autore: Jamie Ford
Traduttore: Laura Noulian
Pagine: 372
Anno di pubblicazione: 2010
Editore: Garzanti
ISBN:978-8811682356
Prezzo di copertina: 9,90 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il gusto proibito dello zenzero

mercoledì 26 settembre 2012

DUE TITOLI, UN SOLO LIBRO: ma perché? #2

Protagonista della puntata di oggi della rubrica "Due titoli, un solo libro: ma perché?" è un'autrice che io amo molto e di cui ho letto quasi tutto: Joanne Harris.
Dopo essersi fatta una buona fama in Italia e all'estero grazie a "Chocolat" (che se per qualche bizzarro motivo non avete ancora letto, vi consiglio assolutamente) e alla trasposizione cinematografica che ne è stata tratta, Joanne Harris è poi diventata un'autrice molto amata, di cui si attendono sempre con ansia i nuovi romanzi.

Ho letto nel corso degli anni diverse sue opere, che a volte mi hanno entusiasmato altre convinto di meno. Ma rimane comunque a mio avviso un'autrice molto dotata, in grado di creare trame e situazioni molto ben caratterizzate.

Non serve fare però una ricerca troppo accurata per scoprire che praticamente tutti i titoli originali dei suoi romanzi, editi in Italia dalla Garzanti, sono stati spesso totalmente stravolti in traduzione. E la domanda, la solita, è: perché?
Come esempio, vi porterò tre delle sue opere che ho letto: due mi erano piaciute molto, una per niente.

BLACKBERRY WINE ovvero VINO PATATE E MELE ROSSE


Uscito nel Regno Unito nel 2000 e pubblicato lo stesso anno in Italia da Garzanti, con traduzione di Laura Grandi, il romanzo è ambientato in parte in Inghilterra, a Pog Hill nei pressi di una vecchia stazione, ed in parte nella campagna francese, a Lansquenet, un paesino ricco di frutteti e vigne vicino a Marsiglia. Le due ambientazioni hanno come filo conduttore il protagonista Jay, bambino in Inghilterra e poi adulto nelle pagine ambientate nella campagna provenzale.

In questo caso, la differenza di titolo non è troppo marcata. Certo, la traduzione letterale "Vino di more", avrebbe potuto avere, a mio avviso, un certo effetto anche in italiano e si sarebbe adattata altrettanto bene a quanto descritto nel libro. Nella versione italiana si sceglie di dare un titolo più lungo, forse più evocativo mettendo insieme tanti piccoli elementi (a tratti insignificanti, tipo le mele) che compaiono nel libro, invece che puntare solo su quello principale.

SLEEP, PALE SISTER ovvero IL FANTE DI CUORI E LA DAMA DI PICCHE

Uscito nel 1993 sia nel Regno Unito sia in Italia, e poi per anni caduto nel dimenticatoio (io l'ho letto,ed effettivamente c'è un motivo se non ha avuto tanto successo), è secondo me uno dei casi più efficaci di come troppo spesso i titoli italiani possano essere fuorvianti e ingannare in qualche modo il lettore. E' da quando ho scoperto quale fosse il titolo originale che mi sto chiedendo come abbia fatto "Sleep, pale sister" ("Dormi, pallida sorella") a diventare "Il fante di cuori e la dama di picche". Ok, la traduzione letterale avrebbe forse fatto pensare a un libro con protagonisti dei pellerossa, ma quello italiano si allontana troppo dal senso del libro. Certo, la magia è una componente essenziale della trama e ogni tanto si fa affidamento alle carte per predire il futuro e il destino, ma il fulcro della vicenda è una donna, chiusa in sé stessa e depressa, malata e rancorosa. Non siamo mica al luna park.


GENTLEMEN & PLAYERS ovvero LA SCUOLA DEI DESIDERI

Quest'ultimo esempio è quello che mi ha sconvolto di più. Anche in questo caso, il libro e la sua traduzione in italiano, sempre per Garzanti e sempre con traduzione di Laura Grandi, sono usciti lo stesso anno, nel 2005.
Innanzitutto ci tengo a dire che questo è un romanzo meraviglioso, forse il migliore della Harris (sì, anche di Chocolat), per la sua bravura nell'articolare la trama, nel creare la giusta suspance e per quell'incredibile colpo di scena che mi aveva completamente spiazzata.
Cosa sia successo però al titolo non riesco proprio a capirlo. Certo, il romanzo è ambientato in una scuola. Certo, i protagonisti, uno in particolare, nascondono e desiderano qualcosa. Però dai! Il titolo così ("Gentiluomi e giocatori") è stato completamente stravolto e banalizzato, e lascia intendere qualcosa di completamente diverso.

Questi sono solo tre esempi, quelli che mi hanno colpito di più, dei cambiamenti di titolo che i romanzi della Harris subiscono spesso (si potrebbero citare anche "The Lollipop shoes" diventato "Le scarpe rosse", o "Coastliners" ovvero "La spiaggia rubata") senza che si possa trovare una vera giustificazione.


Prima di scrivere questo post ho inviato un'email alla Garzanti per chiedere chiarimenti sulla loro politica di scelta dei titoli. Sono convinta, infatti, che gli editori non scelgano a caso e che, anche dietro a quei titoli che a me (ma penso anche a molti altri di voi) risultano completamente privi di senso, ci sia una riflessione lunga e ponderata. Vuoi che sia la moda, vuoi che siano strategie di marketing ben precise, vuoi che sia semplicemente un'emozione diversa che il libro ha lasciato in chi l'ha letto per primo per decidere di pubblicarlo. Fatto sta che ci deve essere un motivo. E chi meglio di chi ha assegnato il titolo può spiegarcelo?
Per ora non ho ricevuto risposta, ma confido che arriverà presto.

martedì 25 settembre 2012

IL SENSO DELL'ELEFANTE - Marco Missiroli


La devozione verso tutti i figli, al di là dei legami di sangue: è il senso dell'elefante, codice inscritto in uno dei mammiferi più controversi, e amuleto di una storia che comincia in un condominio di Milano. Pietro è il nuovo portinaio, ha lasciato all'improvviso la sua Rimini per affrontare un destino chiuso tra le mura del palazzo su cui sta vegliando. Era prete fino a poco tempo prima, ora è custode taciturno di chiavi e appartamenti, segnato da un rapporto enigmatico con uno dei condomini, il dottor Martini, un giovane medico che vive con moglie e figlia al secondo piano. Perché Pietro entra in casa di Martini quando non c'è? Perché lo segue fino a condividere con lui una verità inconfessabile? Il segreto che li unisce scava nel significato dei rapporti affettivi, veri protagonisti di un intreccio che si svela a poco a poco, arrivando all'origine di tutto: una ragazza conosciuta da Pietro quando era un sacerdote senza Dio, in una Rimini dura e poetica, a tratti felliniana. Qui inizia questa storia che accompagna i suoi personaggi nella ricerca di un antidoto alla solitudine dei nostri tempi, verso una libertà di scelta, e di sacrificio. In questo romanzo Marco Missiroli va al cuore della sua narrativa, raccontando il sottile confine tra l'amore e il tradimento, il conflitto con la fede e la dedizione verso l'altro. A partire da una semplice, terribile domanda: a che cosa siamo disposti a rinunciare per proteggere i nostri legami?


E poi ci sono quelle recensioni che sono difficili da scrivere perché sai  già che a parole non riuscirai mai ad esprimere tutto quello che un libro ti ha fatto provare e ti ha lasciato. Quelle recensioni in cui ti verrebbe da scrivere solo "Leggetelo, leggetelo e basta", perché solo così potrete capire anche voi.
"Il senso dell'elefante" di Marco Missiroli è uno di quei libri che si possono recensire solo così. Uno di quei libri in cui ti immergi e da cui puoi uscire solo quando lo hai finito. Uno di quei libri che ti entra dentro, a fondo, sempre più a fondo, e che probabilmente non se ne andrà più.

Tutta la storia ruota attorno a un condominio di Milano, di cui Pietro, ex prete di Rimini, è da poco diventato portinaio. L'interesse dell'uomo è rivolto principalmente verso una famiglia di condomini: i Martini. Oncologo pediatrico lui, organizzatrice di eventi lei, una bambina di pochi anni a completare il quadretto. E' evidente fin da subito che qualcosa lega Pietro con il dottor Martini, ed è proprio su questo misterioso legame che si basa la storia. Entrambi nascondono un segreto, grande e schiacciante, di cui a poco a poco anche il lettore viene a conoscenza, tramite flashback del passato e dolorose finestre sul presente.
La storia però non sarebbe così bella e intensa se non ci fossero anche gli altri condomini. L'avvocato Poppi, artefice dell'arrivo di Pietro, omosessuale che vive nel ricordo e nel dolore della perdita del compagno. Paola e il figlio "strambo" Fernando, che hanno da poco perso marito e padre, e che cercano di andare avanti come possono. Pietro, in un modo o nell'altro, aiuterà tutti, riparando così quello sgarbo che in passato ha fatto a Dio e sé stesso.

Il romanzo tratta tanti temi importanti: il rapporto con Dio e con la fede, la malattia e l'impotenza che ne deriva, l'eutanasia e il tradimento, e l'amore... l'amore tra due persone, indipendentemente dal sesso: uomo e donna, uomo e uomo, madre e figlio, padre e figlio. Amori grandi, amori immensi che sopravvivono a tutti e che danno una ragione per vivere. O per morire.

Dovete leggere questo libro anche se lo stile di Missiroli a volte potrà risultare un po' ostico (all'inizio ho fatto un po' di fatica ad abituarmi al costrutto di certe frasi). Dovete leggere questo libro anche se è un libro triste e voi non li amate molto, perché parla di vita, di vita vera e di quei piccoli momenti di felicità che anche nella tristezza si possono trovare.
Insomma, dovete leggere questo libro!

Titolo: Il senso dell'elefante
Autore: Marco Missiroli
Pagine: 235
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Guanda
ISBN:978-8860887559
Prezzo di copertina: 16,50€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il senso dell'elefante

lunedì 24 settembre 2012

L'ETA' DEI MIRACOLI- Karen Thompson Walker

È un sabato mattina quando gli esperti comunicano al mondo la notizia: la Terra ha iniziato a girare più lentamente. I giorni e le notti si allungano, prima di pochi minuti, poi di ore. Nessuno sa perché, nessuno sa come comportarsi. E nessuno intuisce quale catastrofe si sta preparando dietro questo inspiegabile mutamento. Julia è appena una ragazzina quando questo succede. Intorno a lei tutto cambia rapidamente: le leggi della gravità non sono più le stesse, gli uccelli smettono di volare, le balene spiaggiano, bruciano i raccolti. Compare una nuova malattia chiamata "sindrome da rallentamento". Ma alla catastrofe che sta colpendo il pianeta si aggiungono in lei i turbamenti dell'adolescenza. Mentre il mondo impaurito si divide tra coloro che continuano a seguire l'ora dell'orologio e quelli che si regolano con la luce del sole, Julia cerca la sua strada, il suo futuro, se stessa, vuole la sua vita, nonostante tutto: nonostante la migliore amica che decide di non vederla più, nonostante le crepe nel matrimonio dei genitori, nonostante la solitudine, e il primo amore. Intanto il rallentamento, inesorabile, continua...

Appena ho chiuso questo libro ieri sera, sapevo già che avrei avuto delle serie difficoltà a scriverne un commento. E anche quando sono arrivata a lavoro stamattina e ho restituito il volume al mio collega che me lo aveva prestato, alla sua domanda "ti è piaciuto?" ho dovuto rispondere che ci devo pensare ancora un po' su. E mi consola sapere che anche lui, che lo ha finito quattro o cinque giorni fa, ancora non è in grado di stabilire se si tratta di un bel libro oppure no.
Premetto che da sola probabilmente a questo romanzo non mi sarei nemmeno avvicinata. Ne ho letto su diversi blog ma non aveva attirato più di tanto la mia attenzione. Poi questo mio collega ha iniziato a leggerlo, a parlarmene e alla fine me l'ha passato.

Il genere catastrofico è un genere che amo molto a livello cinematografico: mi esalto un sacco quando il ghiaccio insegue i ragazzi che scappano a nascondersi in biblioteca in The Day After Tomorrow, quando l'astronave aliena si posiziona proprio sulla Casa Bianca in Indipendence Day o quando l'arca va a sbattare contro l'Everest in 2012. Tanto arriveranno Will Smith, Bruce Willis od Optimus Prime a salvare la terra.
Con lo stesso genere  nei libri ho invece qualche difficoltà in più. Sarà che i libri mi hanno sempre influenzato di più e quindi riescono anche a trasmettermi molta più ansia. Sarà che ne ho letti veramente pochi ascrivibili a questo genere ("The road" di McCarthy è l'unico che mi viene in mente). Fatto sta che non sono in grado di dire se questo mi sia piaciuto oppure no.

Un giorno, senza un motivo apparente, la Terra inizia a girare più lentamente. Aumentano le ore di sole, così come quelle di buio, con conseguenze catastrofiche per ogni forma di vita. I primi a risentirne sono gli uccelli: la forza di gravità sta cambiando e non riescono più a volare. Poi l'agricoltura, perché troppe ore di luce alternate a troppe ore di buio impediscono a qualunque cosa di crescere. E poi l'uomo, che patisce di rimando tutti questi cambiamenti e che rimane sballottato dalla lunghezza di queste giornate, dall'alternarsi di caldo cocente, durante le ore di sole, e di freddo pungente in quelle di buio. Il mondo si divide tra chi decide di seguire comunque l'ora dell'orologio e chi invece si regola con quella del sole: due scelte entrambe difficili da seguire. Le persone iniziano ad ammalarsi, di una sindrome inspiegabile legata a questo dilatarsi del tempo.
 A raccontarci tutto ciò è Julia, una ragazzina dodicenne alle prese con i cambiamenti e i turbamenti tipici di quell'età. Quella solitudine, quell'insicurezza, quel senso di inadeguatezza che sono il corpo che sta cambiando è in grado di dare trasformano Julia in un essere solitario, in balia della cattiveria degli altri adolescenti più forti e sicuri di sé. Non aiuta la situazione della sua famiglia, con la madre presa da un'ansia incontenibile e il padre che a poco a poco si sta allontanando. Per un pochino, sarà l'amore, quello semplice e puro che solo a dodici anni si può provare, a tenerla a galla. Fino a quando il rallentamento non si porterà via anche quello.
Ma il tempo continua a dilatarsi, le persone ad ammalarsi, il mondo a crollare a poco a poco su se stesso. E nessuno riesce a trovare la soluzione.

Il libro riesce effettivamente a trasmettere un'ansia incredibile. A tratti però ho trovato lo stile dell'autrice un pochino irritante: frasi asciutte e dirette, anticipazioni del futuro che però poi vengono lasciate a sé stesse. Pensandoci bene però sono abbastanza convinta che anche questa irritazione sia qualcosa di voluto e di funzionale al senso di frustrazione che la storia infonde, sia nei personaggi che la stanno vivendo, sia di rimando in chi la legge: nessuno sa spiegarsi cosa sta succedendo alla terra, nessuno sa quanto durerà, nessuno sa quanto si potrà resistere.
Raccontare quello che succede tramite lo sguardo di una ragazzina adolescente è stata forse una scelta un po' azzardata: al mondo che sta andando a rotoli, si sommano i turbamenti tipici di quell'età, in cui capire perché si è così impopolari è quasi più importante che capire perché il mondo sta finendo. L'autrice riesce però a gestire abbastanza bene questa sua scelta, sebbene abbia fatto di Julia un personaggio un po' troppo problematico, un po' troppo solo e isolato dal mondo, anche per essere un adolescente (e ve lo dice una che non è mai stata poi tanto popolare...)

Comunque, stamattina, quando mi sono alzata e ho visto che fuori era tutto grigio, ammetto che un po' di angoscia mi sia venuta.

Nota alla traduzione: una nota del traduttore per spiegare cosa sia l'area 51 mi sembra quasi un insulto all'intelligenza del lettore. Per il resto, nulla da dire.


Titolo: L'etàà dei miracoli
Autore: Karen Thompson Walker
Traduttore: S. Stramenga
Pagine: 272
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Mondadori
ISBN:978-8804615088
Prezzo di copertina: 18,50€
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formato brossuraL'età dei miracoli

domenica 23 settembre 2012

Sul comodino #6

Un po' di nuovi libri sono approdati sul mio "comodino" in questa settimana. Due mi sono stati prestati, due li ho acquistati io approfittando di una megaofferta presso un supermercato locale (ne avrei presi molti di più se solo ci fossero stati titoli che mi ispirassero!)
Su quattro libri, solo uno era davvero presente nella mia wish list... che quindi di questo passo non si sfoltirà mai.

Ecco i nuovi arrivi:


"L'età dei miracoli" di Karen Thompson Walker: ne avevo sentito parlare in qualche blog, poi un mio collega giovedì è arrivato e mi ha detto "tieni, ti presto un libro". Lui non è stato bene in grado di stabilire se gli sia piaciuto oppure no. Parla di adolescenti in un mondo che sta per finire. Io l'ho già iniziato (sono quasi alla fine in realtà) e trovo che lo stile sia un tantino irritante, ma forse volutamente...

"Il senso dell'elefante" di Marco Missiroli: arrivato in prestito da una mia amica, questo è l'unico dei quattro che avevo in wish list. Mi ispirano molto il titolo e la copertina e spero che la trama sia all'altezza di entrambi.

"Il gusto proibito dello zenzero" di Jamie Ford: questo romanzo era nella mia wish list qualche tempo fa. Poi, visto che ogni tanto faccio pulizia senza averne acquistati (ci sono libri che finiscono in wish list per la foga del momento e poi dopo un po', ripensandoci, li tolgo). Ieri però l'ho visto, scontato del 40%, e ho deciso di acquistarlo. Vedremo!

"Nessuno si salva da solo" di Margaret Mazzantini: io con questa donna ho un rapporto strano. Nel senso che ogni volta che esce un suo nuovo romanzo ne vengo attratta come una calamita. Poi però mi ricordo dello shock che mi aveva provocato "Non ti muovere". Forse l'ho letto che ero troppo piccola, fatto sta che mi aveva traumatizzato. Questa volta ho deciso di rischiare, perché il titolo di questo mi piace davvero tantissimo ed è giunta l'ora (e l'età giusta anche) di dare alla Mazzantini una seconda possibilità.

Alla prossima! 

venerdì 21 settembre 2012

LEGGERE LOLITA A TEHERAN- Azar Nafisi

Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell'impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d'amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.

Ho delle serie difficoltà a scrivere una recensione a questo libro. Che forse rispecchiano un po' quelle che ho avuto nel leggerlo e che mi hanno fatto impiegare più tempo del solito per poterlo finire.
La prima cosa che bisogna mettere assolutamente in chiaro, prima di poter dire qualunque altra cosa, è che questo libro è un capolavoro. Non tanto per la qualità della scrittura (che è comunque notevole), quanto per quello che racconta e per quello che rappresenta. La letteratura è una via di fuga, un'ancora di salvezza, un piccolo angolo di paradiso anche quando ci troviamo all'inferno. Lo è per noi, che viviamo in un mondo relativamente sicuro, almeno per quello che riguarda la nostra sopravvivenza. Un mondo in cui la parità tra uomini e donne c'è, magari non in tutti i settori, magari non tutti ci credono, ma c'è. Lo è per noi che siamo potute andare (scusate, mi viene da parlare al femminile) all'università, che possiamo andare in giro truccate e con le gonne corte. Per noi che non verremo mai denunciate se andiamo in giro con un uomo che non è nostro marito/fratello/padre. Per noi che, se non fosse per i soldi, possiamo muoverci liberamente per il mondo.
Immaginate cosa possa essere allora la letteratura per quelle persone, quelle donne soprattutto, che non possono fare quasi nulla di quanto ho descritto sopra. Anzi, che addirittura trovano difficile poter leggere quello che vogliono quando vogliono, perché il loro governo, la loro religione o entrambe le cose proibiscono  o censurano anche le cose più banali, come leggere, basandosi su motivazioni insensate e futili. I libri occidentali sono contro la morale, i libri occidentali istigano a comportamenti impudici e scorretti. Soprattutto se sei una donna, e quindi più facilmente influenzabile.

Azar Nafisi in questo libro ci racconta la sua esperienza personale, di insegnante iraniana che vive nei decenni successivi alla rivoluzione (siamo negli anni 80' circa) e che cerca di vivere secondo i suoi principi in un mondo in cui è sempre più difficile farlo. Insegna letteratura all'università e in aula si trova spesso studenti pronti a denunciarla se qualcosa di quello che insegna non è coerente con i principi della catechesi islamica. Quando sarà poi costretta a lasciare l'università, creerà un piccolo club del libro segreto, invitando a partecipare solo studentesse donne, quelle che nel corso dei suoi anni di insegnate ha considerato più intelligenti, più interessate, più in grado di poter capire il vero potere della letteratura. Durante questo club, si parlerà di Lolita, si parlerà di Jane Austen ma si parlerà anche e soprattutto della difficoltà della vita delle donne in Iran, di mariti violenti, di matrimoni combinati, di violenze fisiche e psicologiche che ogni giorno per motivi futili queste donne sono costrette a vivere. Si parlerà della voglia di riscatto, di fuggire ma anche della paura di farlo. E si parlerà d'amore. 

Come vi ho detto, il libro è davvero un piccolo capolavoro. E da dove sono arrivate allora le mie difficoltà di lettura? Beh, principalmente dalla mia totale ignoranza. Ignoranza in fatto di letteratura (pur avendo letto tre dei quattro romanzi di cui si parla principalmente: "Lolita", "Il grande Gatsby" e "Orgoglio e Pregiudizio"... mi manca "solo" quelli di James) perché non sarei mai in grado di parlare così tanto e così bene di un romanzo e di collegare alla società attuale. E ignoranza soprattutto in fatto di Islam e dei paesi del medio oriente: so quel poco che viene detto ai telegiornali, nulla di più. Certo so a grandi linee qual è la situazione delle donne in quei paesi, quanto è difficile farsi una vita ed essere libere. Ma null'altro. Quindi è stato davvero difficile immergersi in questo libro. Ho dovuto informarmi, cercare di capire per poter poi rielaborare il tutto.
E devo ammettere che ne è valsa la pena.

"Se mi rivolsi ai libri fu perché erano l'unico rifugio che conoscevo, ciò di cui avevo bisogno per sopravvivere, per proteggere una parte di me che sentivo sempre più in pericolo."

Nota alla traduzione: ho un piccolo dilemma linguistico stupidissimo, davvero una cavolata nel mezzo di una traduzione assolutamente ben fatta. Ma "millefoglie" (intesa come la torta) è maschile o femminile? Io ho sempre detto "la millefoglie"... A parte questo, davvero un ottimo lavoro.


Titolo: Leggere Lolita a Teheran
Autore: Azar Nafisi
Traduttore: R. Serrai
Pagine: 379
Anno di pubblicazione: 2007
Editore: Adelphi
ISBN:9788845918810
Prezzo di copertina: 10€
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formato brossura: Leggere Lolita a Teheran

mercoledì 19 settembre 2012

DUE TITOLI, UN SOLO LIBRO: ma perché? #1

Ho deciso di aprire una nuova rubrica nel blog che avrà come argomento una questione a cui tengo molto, perché mi fa sempre arrabbiare: la traduzione dei titoli dei libri.

Avete presente quando acquistate un libro, con un titolo magari bellissimo, e poi, man mano che andate avanti a leggere, vi accorgete che suddetto titolo non c'entra assolutamente niente con quello che state leggendo? Ecco. L'idea di questa nuova rubrica (a cui cercherò di dare una cadenza fissa...) è questa: stanare questi libri, fare un confronto con il titolo originale e provare, se possibile, a cercare di capire perché è stato scelto di cambiare il titolo in traduzione e se la scelta è stata azzeccata oppure no.

Ci tengo però, come traduttrice per ora mancata, a sottolineare che non è assolutamente colpa dei traduttori, che solo in rarissimi casi sono loro a stabilire il titolo. Quindi, non prendetevela con loro.

Ho deciso di iniziare con un classico, così da poter limitare al minimo, in questo primo post, ogni mio giudizio personale troppo concitato.
E quindi parliamo de: Il Giovane Holden di J.D. Salinger, romanzo uscito negli USA nel 1951, con il titolo "The Catcher in the Rye".




Il titolo originale allude a una strofa di una nota poesia scozzese di Robert Burns.  Il protagonista  del romanzo  interrogato dalla sorella Phoebe su cosa voglia veramente fare da grande, risponde, ispirandosi a una scena che viene evocata in questa poesia, "colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale". 
In inglese, l'espressione suona bizzarra per l'immagine che evoca ma è formata da termini comuni: catcher indica anche un ruolo nelle squadre di baseball, mentre rye  indica sia la segale sia un whiskey prodotto con questo cereale.

In questo caso non è difficile immaginare la difficoltà nella traduzione del titolo perché, oltre all'immagine bislacca, anche i termini usati non sono molto di uso comune. Se si fosse tradotto letteralmente sarebbe venuto fuori qualcosa tipo "Colui che prende nella segale", "Il raccoglitore nel campo di segale" o "Il raccoglitore nel whiskey", un'immagine assolutamente priva di senso.
Il libro è comparso per la prima volta in Italia nel 1952 presso la casa editrice Casini con il titolo "Vita da Uomo (Il giovane Holden)".  
Si sceglie di utilizzare il nome del protagonista e di dare una sorta di spiegazione del contenuto.
Nove anni dopo, nel 1961, la casa editrice Einaudi riprende in mano il libro, facendolo anche ritradurre da Adriana Motti, e decide di togliere la prima parte del titolo, lasciando solo "Il giovane Holden". La presenza dell'aggettivo giovane, a mio avviso, è sufficiente a lasciare intendere che si tratti di un romanzo di formazione.

Credo quindi che, in questo caso, la scelta del secondo titolo italiano, oltre che l'unica soluzione possibile e del tutto giustificata, sia anche molto azzeccata.