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martedì 18 luglio 2017

Metti una domenica a COLLISIONI - Il Festival Agrirock 2017

Domenica 16 luglio, in compagnia di Luca, sono andata per la prima volta a Collisioni, il festival agrirock che si tiene nel mese di luglio a Barolo, un paesino in provincia di Cuneo, dal 2009.
Non so perché non ci fossi mai andata prima. Forse perché credevo fosse lontano, forse perché non ho mai trovato nessuno che volesse accompagnarmici o non c’è mai stato nei programmi degli anni passati (davvero molto ricchi, in realtà) un autore o un’autrice che mi spingesse ad andarci anche da sola. Male. Molto, molto male. Perché, dopo una giornata trascorsa tra la piazza Blu e la piazza Rosa di questo paesino, mi sono resa conto di quanto mi sia persa negli anni passati.

A spingerci quest’anno ad andare sono stati due autori: Jeffrey Eugenides e Joyce Carol Oates. A cui si è poi aggiunto Jonathan Coe, che io avevo già sentito un paio di volte ma che merita sempre.
E quindi ci siamo svegliati, abbiamo preso l’auto (Barolo è raggiungibile solo così, con l’auto propria o approfittando di alcuni bus che partono da Torino, Milano, Genova e Cuneo durante i giorni del festival) e in un’oretta circa siamo arrivati a Barolo. Ero un po’ preoccupata della logistica, tra parcheggi, navette per arrivare in paese e code all'ingresso, ma devo dire che ci è andato tutto bene. Noi non avevamo prenotato nulla,  quindi abbiamo lasciato l’auto nel parcheggio più lontano, ma la navetta è arrivata pochi minuti dopo di noi. Lo stesso alle casse: dopo i controlli iniziali, abbiamo acquistato senza problemi i biglietti d’ingresso direttamente sul posto, beccandoci anche di sottofondo il soundcheck dei Placebo che avrebbero suonato la sera.
E poi siamo entrati in paese:



Il primo appuntamento della giornata è stato con lo scrittore inglese Jonathan Coe, in dialogo con Carlo Lucarelli in piazza Blu. I due hanno parlato, ovviamente, dei libri e della carriera letteraria di Coe, ma anche del rapporto tra il mondo dei social (che Coe frequenta… poco dopo la fine del suo incontro mi sono ritrovata un suo cuore su twitter, nel tweet in cui aspettavo l’evento) e quello dei libri, che lui consiglia di tener ben separati. Si è parlato di scrittura e di prossimi romanzi: l’ultimo è stato Numero undici, uscito l’anno scorso per Feltrinelli, e durante l’incontro Coe ha annunciato di aver iniziato a lavorare al prossimo, seguendo la sua abitudine di scrittore di pensare un libro per due anni e poi metterci meno di un anno a scriverlo. In chiusura, tra le domande del pubblico, qualcuno ovviamente ha chiesto anche della Brexit, e Coe, oltre ad aver dichiarato di aver votato contro, ha concluso il suo discorso con un bel “Fuck Brexit!”, che vale più di mille parole. 
Le ultimissime parole dette da Coe sono state la risposta alla domanda di una giovane aspirante scrittrice che gli chiedeva qualche consiglio: e lui, a differenza di molti altri autori che spesso rispondono con “non lo so” o eludendo la domanda, le ha semplicemente detto di farlo, di provarci, che se il suo sogno è quello magari riuscirà a realizzarlo, magari avrà la fortuna di essere pubblicata o per lo meno ci avrà provato. 

Jonathan Coe con Carlo Lucarelli e l'interprete Paolo Maria Noseda

Dopo l’incontro con Coe (che già adoravo e ora adoro ancora di più), abbiamo fatto due passi in paese, nell'attesa che arrivassero le 15.30 per l’incontro con Jeffrey Eugenides. Siamo andati a fare un giro nelle altre due piazze del festival e poi ci siamo fermati in un locale per un bicchiere di vino. Sì, perché a Barolo, oltre ad assistere a incontri con scrittori, cantanti e mille altri personaggi, si mangia e si beve. (No, noi non abbiamo bevuto il Barolo, perché, anche se il caldo era sopportabile, non credo che avremmo retto del vino rosso così, di primo pomeriggio).

Due bicchieri di Arneis, prima di essere bevuti.

Una volta arrivate le 15.30, siamo tornati in piazza Blu per l’incontro con lo scrittore americano Jeffrey Eugenides. A dialogare con lui questa volta c’era Luca Briasco, il cui entusiasmo era ben visibile ed è riuscito a trasmetterlo anche al pubblico (che bello quando gli intervistatori sono così contenti di presentare gli scrittori... capisci quanto amino quello che stanno facendo e uniscono alla loro competenza il fanatismo da lettori).

Jeffrey Eugenides con Luca Briasco e l'interprete Paolo Maria Noseda
Non avevo bene idea di cosa aspettarmi da Jeffrey Eugenides e, in realtà, non avevo nemmeno ben presente il suo viso. Lui è salito sul palco con un cappello in testa e un bel sorriso entusiasta. Nel corso della presentazione si è parlato dei suoi tre romanzi già pubblicati (Le vergini suicide, Middlesex e La trama del matrimonio) e della raccolta di racconti che uscirà questo autunno. Lui si definisce uno scrittore lento, come la sua produzione in qualche modo dimostra, e più adatto al romanzo che non al racconto, anche se effettivamente la sua prossima opera sarà proprio una raccolta.
Come per Coe era impossibile non parlare di Brexit, con Jeffrey Eugenides non si poteva non citare Donald Trump, ancor più considerando che Detroit e il Michigan in generale hanno svolto un ruolo fondamentale nella sua elezione. Pur essendo ovviamente contro Trump, Eugenides riesce a dare una spiegazione convincente e anche molto comprensibile del perché di questo voto nella sua città: Detroit si è in qualche modo sentita tradita dal partito democratico, che aveva promesso lavoro e sostegni a una città quasi in rovina. Lavoro e sostegni che invece non sono arrivati. Nel momento di scegliere il nuovo presidente, la maggior parte degli elettori si è divisa tra il non votare o il votare quello che a loro, vista la loro esperienza passata, è sembrato il meno peggio.

 L’incontro si è poi concluso con una domanda dal pubblico riguardo a un personaggio di Middlesex, “l’oscuro oggetto”, a cui è seguita la buffa spiegazione dell’autore sulla sua origine, che deriva dagli anni dell’università: è così, infatti, che lui e un suo compagno erano soliti chiamare una loro misteriosa compagna, che vedevano ovunque ma con cui non parlavano mai. (Sempre riguardo ai personaggi, nel corso della presentazione Eugenides ci ha tenuto a ribadire che il personaggio di Leonard in La trama del matrimonio, nonostante la bandana in testa, non è ispirato a David Foster Wallace).

Appena finito l’incontro con Eugenides (non siamo nemmeno riusciti a farci fare gli autografi, per mancanza di tempo... forse unica pecca di questo festival: gli incontri troppo ravvicinati), ci siamo spostati in Piazza Rosa per conoscere Joyce Carol Oates, il motivo principale della nostra gita a Collisioni.

Joyce Carol Oates con Luca Briasco e l'interprete Paolo Maria Noseda
Insieme a lei sul palco c’era nuovamente Luca Briasco, sempre entusiasta ed emozionato di essere lì (non oso immaginare che cosa abbia provato quando gli hanno chiesto di presentare in un solo pomeriggio due scrittori americani di questo calibro). 
Joyce Carol Oates è esattamente come me l’ero immaginata dopo averla vista in foto, dopo aver letto Sorella, mio unico amore e Una famiglia americana, e soprattutto seguendola su twitter. Una donnina minuta, molto magra, che non si è mai tolta il suo cappello nero dalla testa e che ha risposto a tutte le domande in modo pacato, senza mai usare una parola di troppo ma nemmeno senza sembrare sgarbata, lasciandosi andare ogni tanto a qualche risatina molto composta.

La presentazione si è incentrata soprattutto su I paesaggi perduti, il suo secondo memoir da poco pubblicato da Mondadori con la traduzione di Katia Bagnoli. Un libro che racconta della sua famiglia e di lei adolescente, un periodo che l’ha formata e l’ha aiutata sicuramente a diventare la grande scrittrice che è oggi. Ovviamente anche a lei è stato chiesto di Trump, anzi T***p come lo chiama lei su twitter (se già non lo fate, vi consiglio di seguirla, merita). Un primo riferimento lo ha fatto lei stessa, parlando del primo libro che ha letto: Alice nel paese delle meraviglie. Spiegando che cosa le ha trasmesso quel libro, ha detto che non bisogna mai stupirsi di fronte a certe assurdità che leggiamo nei libri, perché non saranno mai come quelle che ci capitano nella vita vera… tipo le ultime elezioni.

Finita la presentazione, Luca si è messo in coda per farsi fare l’autografo (io, ahimè, non possiedo i libri suoi che ho letto in passato), ed è stato proprio bello vederlo lì, un po’ emozionato, davanti a lei. (Un’altra cosa che mi è piaciuta molto di questo incontro è stata la presenza di Jonathan Coe tra il pubblico... anche lui lì per sentire una grandissima scrittrice nordamericana. A volte ci dimentichiamo che gli scrittori sono per prima cosa anche loro lettori  che vogliono incontrare altri scrittori. Tra l'altro sia Coe sia la Oates erano anche da Eugenides).

Luca con Joyce Carol Oates

La nostra giornata a Collisioni si è conclusa con questo incontro. Siamo poi tornati alla fermata delle navette e, anche questa volta, non abbiamo dovuto aspettare. Iniziava a esserci un po’ di calca per il concerto serale dei Placebo, ma mai confusione insopportabile.

Collisioni mi è piaciuto tantissimo, forse è il più bel festival a cui io sia mai andata. Merito degli ospiti e dei loro intervistatori (un plauso anche all’interprete Paolo Maria Noseda, che ha seguito tutti gli scrittori di lingua inglese) sicuramente, del tempo che è stato particolarmente clemente (temevo il caldo torrido, prima cosa su cui siamo stati messi all'erta quando abbiamo detto che saremmo andati a Barolo e invece si stava bene), ma ho amato molto anche l’atmosfera. Forse perché, a differenza delle fiere e dei festival letterari in generale, qui non si percepiva tanto la presenza degli addetti ai lavori. Tutti (o quasi) facevano semplicemente parte del pubblico in visita a un festival, giunti lì per sentire un ospite o per mangiare e bere.

E poi, be’, mi è piaciuto anche il vino.

sabato 18 aprile 2015

UNA FAMIGLIA AMERICANA - Joyce Carol Oates

Quando decidi di leggere un romanzo di Joyce Carol Oates, sai già che sarà una lettura che ti farà arrabbiare. Incazzare, anzi, che arrabbiare non è abbastanza forte per descrivere la sensazione che le storie che questa scrittrice racconta fanno nascere in chi le legge.

Probabilmente vi avevo già detto qualcosa di simile quando vi ho parlato di Sorella, mio unico amore (e altrettanto probabilmente vi dirò la stessa cosa in futuro, quando leggerò qualcos'altro). Perché la Oates scrive così. Vuole provocare nel lettore proprio quest'effetto. E sta al lettore capire se è abbastanza corazzato per accettare quello che leggerà.

La famiglia americana del titolo è la famiglia Mulvaney, anche se potrebbe essere qualunque altra famiglia degli anni 60 e 70 dello stato di New York. Una moglie, Corinne, molto religiosa e sempre vivace e allegra. Un marito piccolo imprenditore che con il suo lavoro mantiene la famiglia e che brama di far parte del club esclusivo dei ricchi del suo paese. Quattro figli perfetti, tre maschi e una bellissima e dolcissima ragazza adolescente, Marianne. Più tutta una serie di animali intelligentissimi, che completano il quadretto. Una famiglia benedetta da Dio, potrebbe definirla senza problemi la madre. Una famiglia felice e perfetta. Ma un giorno succede qualcosa di terribile, proprio alla bella e candida Marianne. Qualcuno le fa del male e la famiglia, anziché stringersi su di lei, a poco a poco si infrange e si spezza. L'idillio non era poi così reale, allora. Da quel momento, tutta la famiglia si ritrova in balia di qualcosa che non riesce a spiegarsi, che non riesce a gestire  e che segnerà tutti irrimediabilmente.

Si prova tanta rabbia, leggendo. Sia prima del terribile episodio, nel vedere questa famiglia che si crede perfetta, a causa soprattutto dell'educazione della madre, che giustifica sempre tutto con il volere di Dio; e sia, ovviamente, dopo, quando viene fuori quell'ipocrisia che purtroppo si trovava e ancora oggi si trova spesso in certe persone e in certe famiglie incapaci di essere se stesse. 
Joyce Carol Oates scrive incredibilmente bene. Mettendo in evidenza i giusti dettagli, le giuste emozioni, le giuste situazioni, che all'apparenza sembrano magari banali e inutili ma che servono a caratterizzare alla perfezione ognuno dei protagonisti.

Devo ammettere però che il finale non mi ha convinta del tutto. È troppo piatto, troppo poco duro, rispetto al resto del libro. Ogni membro della famiglia ha ritrovato se stesso, certo. Ma il grande dolore che è stato provocato da alcuni dei suoi membri è rimasto in qualche modo impunito. Non posso dirvi più di tanto, o rischierei di fare spoiler. Però, ecco, credo che il non poter essere a pieno se stessi non possa giustificare il fare male agli altri, soprattutto se gli altri dipendono da te. 

Per cui Una famiglia americana mi è piaciuto ma mi sarei aspettata, alla luce anche di quel che so che è in grado di fare Joyce Carol Oates, qualcosa di più. Forse non volevo il lieto fine, se così si può definire quello che si ritrova qui. O almeno non per tutti, per quanto sia davvero brutto ammetterlo pubblicamente.

In ogni caso, il libro è sicuramente un bel libro, che merita la lettura. Partite solo preparati, ecco.



Titolo: Una famiglia americana
Autore: Joyce Carol Oates
Traduttore: Vittorio Curtoni
Pagine: 502
Editore: Il saggiatore
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formato brossura: Una famiglia americana


martedì 3 febbraio 2015

SORELLA, MIO UNICO AMORE - Joyce Carol Oates

La prima, primissima cosa che devo dire su Sorella, mio unico amore di Joyce Carol Oates è che la copertina italiana è incredibile. Perfetta. Semplicemente perfetta nel suo essere inquietante. E tanto di cappello quindi a chi in Mondadori l’ha scelta. 

Ma veniamo al libro. Parlare di Sorella, mio unico amore non è per niente semplice, soprattutto se non ci si vuole lasciare andare a rabbia e imprecazioni nei confronti della storia e della società che Joyce Carol Oates racconta così bene.

Bliss Rampike ha sei anni ed è una promessa del pattinaggio artistico, con i suoi capelli biondi cotonati, il suo viso sapientemente truccato, i suoi costumini da bambolina e quelle mutandine di pizzo che sapientemente fanno capolino sotto il gonnellino. Bliss Rampike ha sei anni e una madre manager, Betsey, con un passato da pattinatrice, una paura folle di non integrarsi nella nuova, snob, società in cui si è appena trasferita, che fa dell’apparenza il suo unico scopo e che, guidata da Gesù nelle sue scelte,  proietta su Bliss la sua voglia di successo e notorietà, sebbene in privato a volte sta bambina proprio non riesce a sopportarla. Ha anche un padre, Bix, che di questa famiglia è un po’ stufo ma che per non creare(si) troppi problemi lascia che la moglie faccia dei figli quello che vuole. E poi, Bliss ha un fratello maggiore, Skyler, che di anni ne ha nove e che avrebbe dovuto diventare famoso al posto suo, se non fosse che le sue doti atletiche non erano poi così spiccate e si è infortunato ancor prima di riuscire a esibirsi, con somma vergogna dei genitori, e che ora non sa come rapportarsi alla vita folle che la sua sorellina è costretta a vivere.  Bliss Rampike ha sei anni, e viene trovata morta nel locale caldaia della sua enorme villa a Fair Hills, New Jersey.  Da quel momento, diventa una leggenda. Che segna i suoi famigliari in modi diversi: la madre diventa ancor più affascinata dalla notorietà e dalle telecamere, al punto da vivere di questa morte, giustificandosi dietro a un Gesù e a un Dio che la guidano; il padre fugge definitivamente, e Skyler, il povero Skyler, completamente traumatizzato dal senso di colpa, passa da un istituto psichiatrico all'altro, da una diagnosi all'altra, alla ricerca di una verità di cui forse, alla fine, non se ne farà comunque nulla.

È Skyler che ci racconta la storia, in una sorta di diario che alterna la prima e la terza persona, in cui l’autore compare direttamente o nelle note a piè di pagina (un espediente narrativo che mi è piaciuto molto), dove cerca di raccontare com'è vivere in una famiglia del genere, com'è rapportarsi al successo della sorella e come  si possa rimanere profondamente segnati da un’infanzia terrificante e da dei genitori così. Perché sì, fin dall'inizio nei confronti di questi genitori si prova un odio e un’incazzatura che diventano via via più profondi. E sapere che la storia di Bliss è ispirata a una storia vera rende quest’odio e questa incazzatura ancora più forti. 

Viene da domandarsi perché nessuno fermi dei genitori così fermati. Perché un bambino un po’ vivace o un po’ timido non possa essere semplicemente un bambino vivace o un bambino timido, e non un malato di qualche malattia mentale dalla sigla bizzarra. Perché il mondo di oggi accetta che i bambini siano obbligati a diventare grandi troppo presto (e qui non è necessità, è obbligo) dalle persone che più invece dovrebbero proteggerli, per soddisfare il capriccio o il sogno infranto di qualcun altro. Perché l’immagine conti così tanto.

La prosa della Oates è semplicemente incredibile. La denuncia che fa di questa società, attraverso una sua vittima, è  semplicemente agghiacciante. E non pensate che il fatto che il libro sia ambientato in America, che il fatto di cronaca sia successo in America, in qualche modo lo renda distante e quindi ci renda immuni. Perché non è così. 

Leggete Sorella, mio unico amore, anche se la copertina vi sembra troppo inquietante. Leggetelo, anche se queste storie vi fanno stare male. Leggetelo e incazzatevi. 
Leggetelo e vi innamorerete di ogni singolo pugno nello stomaco che Joyce Carol Oates vi tirerà raccontandovi questa storia.

Titolo: Sorella, mio unico amore
Autore: Joyce Carol Oates
Traduttore: Giuseppe Costigliola
Pagine: 669
Editore: Mondadori
Anno: 2009
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formato brossura: Sorella, mio unico amore