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lunedì 26 ottobre 2015

MI CHIAMAVANO PICCOLO FALLIMENTO - Gary Shteyngart

Mi laureai con lode e questo migliorò il mio status agli occhi di Mama e Papa, ma quando parlavo con loro si dava per scontato che ero comunque una delusione. Siccome da bambino (come da adulto) mi ammalavo spesso e mi gocciolava il naso, mio padre mi chiamava Sopljak, Moccioso. Mia madre stava elaborando un'interessante fusione di inglese e russo e, di sua iniziativa, aveva coniato il termine Failurča, ovvero Piccolo Fallimento

Per parlarvi di Mi chiamavano piccolo fallimento di Gary Shteyngart, pubblicato in Italia di Guanda con la traduzione di Katia Bagnoli, devo iniziare da Jonathan Franzen.
Un giorno ho visto un intervista fatta a Jonathan Franzen in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo, Purity. In quel video, lo scrittore, dai più considerato misantropo e antipatico, mi è sembrato semplicemente un orsacchiotto goffissimo e timidissimo, simpatico a modo suo, ma non sempre in grado, come succede a tutti i timidi d'altronde, di trasmettere questa sua simpatia agli altri. Mi sono poi messa a chiacchierare di questa mia impressione con Holden & Company e lui mi ha girato un video, in cui c’è un cameo di Jonathan Franzen. Quel video era, ovviamente, il book trailer di Mi chiamavano piccolo fallimento.




Inutile dire che, dopo averlo visto, oltre a provare ancor più simpatica per Johnny, ho deciso che avrei dovuto leggere quel libro.

Mi chiamavano piccolo fallimento è l’autobiografia di Gary Shteyngart, scrittore nato a Leningrado e trasferitosi con i genitori a New York quando aveva sette anni. Gary è un bambino malaticcio, che soffre di continue crisi d’asma, e che, all'inizio, mal si adatta alla sua vita americana. È figlio di migranti, che pur iniziando a lavorare e a farsi una vita in America, proprio non ne vogliono sapere di abbandonare la lingua e le tradizione del loro paese natio. Gary va a scuola ed è un emarginato, ha pochi amici, figuriamoci ragazze, e si accanisce contro chi è ancor più debole di lui. Ma è anche un ragazzino ricco di talento per la scrittura, che diventerà fin da subito la sua forma di riscatto. Poi Gary cresce, le cose un po’ cambiano, si fa amici, si innamora e si scrive a un’università umanistica, perché la scrittura rimane la sua strada. Beve un po’ troppo, fuma un po’ troppo, segue una strada non proprio buona, tra mentori che da lui vorrebbero qualcosa di più e donne pazze, pronte a prendere chiunque a martellate, e soprattutto sempre più lontano dai genitori, che forse non lo capiscono o che forse è lui a non capire. Finché non arriva la pubblicazione del suo primo romanzo e, soprattutto, il suo ritorno in patria dopo anni e anni di assenza. Dove tutto è cominciato.

La prima cosa che ho apprezzato di Gary Shteyngart è stata la sua incredibile ironia e autoironia, anche nei momenti più difficili. Soprattutto quando era bambino, un bambino malaticcio che soffre di vertigini e che con la sua faccia da ebreo fatica ad ambientarsi in un posto così grande come New York. Vuole risalire la scala sociale e diventare un vero americano, perché sa che solo così riuscirà a farsi accettare da tutti, ma al tempo stesso non può e non vuole dimenticare le sue origini, che ne hanno fatto quello che è ora.

La storia è quella di un migrante come ce ne sono tanti, con le difficoltà ad ambientarsi e la voglia di farlo, con un po’ di vergogna verso i proprio genitori, ma al tempo stesso orgoglio per quello che sono riusciti a fare, a cui si aggiunge però la storia, diciamo, editoriale di Gary, di quando ha iniziato a scrivere (e tutti gli scrittori dovrebbero avere una nonna come la sua!) e di come la scrittura, almeno in parte, l’abbia salvato dal vero fallimento.
Permettetemi di ripeterlo: non so fare niente. Non so friggere un uovo, non so preparare un caffè, non so guidare, né fare l’assistente di un avvocato o pareggiare i conti, non so saldare un pannello madre a un pannello maschio, né tenere al caldo e al sicuro un bambino durante la notte. Ma non ho mai avuto il cosiddetto blocco dello scrittore. La mia mente corre alla velocità dell’insonnia. Le parole si mettono nei ranghi come i soldati all'adunata. Mettetemi davanti a una tastiera e riempirò uno schermo.
Eppure, nonostante l’ironia e lo stile dell’autore, Mi chiamavano piccolo fallimento è stata una lettura a tratti faticosa. Credo per colpa mia, perché non conoscevo Gary Shteyngart, non ho letto nessuno dei suoi romanzi precedenti, e, di conseguenza, mi sono persa molti dei suoi riferimenti. Forse le autobiografie degli scrittori andrebbero lette quando gli scrittori si conoscono già, per non rischiare, appunto, di perdersi qualcosa per strada, di non capire e di non apprezzare tutto come invece meriterebbe. Bella la sua storia, bella la sua vita, bello il suo modo di raccontare il suo strano rapporto con i genitori. Ma mi è mancato qualcosa.

Per fortuna posso ancora ancora rimediare. E sicuramente lo farò perché secondo me questo Gary Shteyngart se lo merita proprio.


Titolo: Mi chiamavano piccolo fallimento
Autore: Gary Shteyngart
Traduttore: Katia Bagnoli
Pagine: 390
Editore: Guanda
Acquista su Amazon:

martedì 10 dicembre 2013

LIBERTA' - Jonathan Franzen

Caro Jonathan Franzen,
scusami se ti disturbo con questa mia lettera sotto forma di post, so che non ami molto queste cose.  E' che ho da poco girato l'ultima pagina del tuo Libertà e avevo bisogno di parlarti, di chiederti, o forse anche solo di sfogarmi un po' con qualcuno. D'altronde non sarebbe bellissimo se ogni lettore potesse chiedere all'autore del libro che ha appena letto qualunque cosa? Ok, forse per voi scrittori no.

Ho appena chiuso il tuo Libertà, ti dicevo, e ammetto di essere ancora un po' frastornata. Non so come fare a parlarne, non so come scrivere una recensione che riesca a dire tutto quello che ho nella testa in questo momento. Ci ho messo parecchio tempo prima di decidermi di leggerlo: il libro è rimasto lì, sul mio comodino, per circa un anno. Avevo paura. Di cosa, bene, non lo so. Avevo fatto la stessa cosa con Le Correzioni, per poi pentirmi amaramente di aver aspettato così tanto. Comunque, qualche giorno fa ho sentito che era giunto il momento di leggerlo. L'ho iniziato e mi sono ritrovata immersa in questa saga familiare. 
Ancora una volta ci parli di una famiglia appartenente al ceto medio americano. Una famiglia che è tutto fuorché perfetta, specchio di una società fatta di illusioni, di contraddizioni, di abbagli, di pregiudizi e di ipocrisia. A drammi e incomprensioni familiari, si mescolano temi etici e globali: la guerra in Iraq, la salvaguardia dell'ambiente.

Walter e Patty, attorno a cui ruota tutta la storia, sono due personaggi molto strani. Si amano, ma non sempre se lo dimostrano. Troppo accondiscendente e innamorato il primo, troppo fredda la seconda. E in più, hanno un amico ingombrante nel mezzo, Richard, che tutti e due un po' amano e un po' odiano. Ci sono i loro figli, l'equilibrata Jessica e il viziatissimo Joey, che passano la loro vita a essere i preferiti ora dell'uno ora dell'altra, a schierarsi ma anche a ribellarsi. Ci sono i genitori, i fratelli, gli zii, i vicini di casa e le affascinanti colleghe di lavoro. E' c'è il mondo, appunto,quello in cui tutti questi personaggi si ritrovano a vivere e a dover affrontare. Sembra quasi che nessuno di loro riesca mai a fare la cosa giusta ma che si accorga troppo tardi, senza sapere se riuscirà a rimediare. E noi lettori siam lì a leggere e a non capire per chi tifare, con chi schierarci, chi sostenere e chi, invece, condannare. 
Credo stia proprio in questo la tua forza maggiore, sai? Creare questi personaggi imperfetti, che sbagliano, rimediano, risbagliano e rimediano ancora una volta.

Devo ammettere, però, che questa volta ho faticato un po' a seguirti per tutte queste 600 pagine. Intorno a pagina 450 ero parecchio provata. Più che altro dalle parti etiche, dalle strane battaglie personali di Walter e da quella benedetta dendroica cerulea che si trova in copertina, tanto fondamentale per l'uomo nonché simbolo di come ogni piccola cosa vada protetta e difesa.
Eppure, non sono per nulla pentita di averti letto ancora una volta. Certo, mi è piaciuto meno de Le Correzioni e probabilmente non sarà un libro che consiglierò a tutti. Perché bisogna essere preparati, prima di leggere un tuo libro. Preparati a vedere una realtà senza sconti, ad affrontare drammi e crisi familiari profonde, che possono colpire anche le famiglie che all'apparenza non potrebbero che essere felici. E a fare anche i conti con se stessi e con l'apporto che si sta dando al mondo.

Ecco, mi rendo conto rileggendo che questa pseudo-lettera non ha molto senso. Che non ti sto chiedendo nulla né ti sto dicendo qualcosa che tu non sappia già. Anzi. Ma come dicevo all'inizio, avevo bisogno di indirizzare questi pensieri a qualcuno, di non limitarmi a parlarne come se fosse un libro qualsiasi. Perché nessuno dei tuoi romanzi è mai un romanzo qualsiasi.

Ci rincontreremo ancora, sono sicura. Tra un anno o due, però. Perché ho bisogno di riprendermi un attimo.
In ogni caso, grazie
Elisa


Titolo: Libertà
Autore: Jonathan Franzen
Traduttore: Silvia Pareschi
Pagine: 622
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Einaudi
ISBN :978-8866213192
Prezzo di copertina: 14,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Libertà
formato ebook: Libertà (Supercoralli)

lunedì 26 novembre 2012

LE CORREZIONI - Jonathan Franzen

Enid e Alfred Lambert, in una città del Midwest americano, trascinano le giornate accumulando oggetti, ricordi, delusioni e frustrazioni del loro matrimonio: l'uno in preda ai sintomi di un Parkinson che preferisce ignorare, l'altra con il desiderio, ormai diventato scopo di vita, di radunare per un «ultimo» Natale i tre figli allevati secondo le regole e i valori dell'America del dopoguerra, attenti a «correggere» ogni deviazione dal «giusto». Ma i figli se ne sono andati sulla costa: Gary, dirigente di banca, vittima di una depressione strisciante e di una moglie infantile; Chip che ha perso il posto all'università per «comportamento sessuale scorretto»; infine Denise, chef di successo che conduce una vita privata discutibile secondo i Lambert.

Ci sono dei libri a cui per qualche motivo hai paura di avvicinarti, che tieni lì, sul comodino, per mesi, aspettando che sia il momento giusto, senza sapere quando e se arriverà. Quei libri che appena ti decidi a leggere, ti senti un'idiota per aver aspettato tanto. Quei libri che ti tengono sveglia la notte. Quei libri da cui non riesce assolutamente a staccarti, che ti isolano completamente dal mondo, al punto che non ti accorgi più se fuori piove o c'è il sole, se il caffè sta salendo, se l'acqua sta bollendo o se sono due ore che il cellulare suona senza che tu risponda. 
"Le correzioni" di Jonathan Franzen è tutte queste cose messe insieme. L'ho comprato a luglio, l'ho lasciato lì a prendere polvere fino alla settimana scorsa, convinta che avrei avuto delle difficoltà a leggerlo e che se non fosse stato il momento perfetto non sarei riuscita a portarlo avanti e ad appassionarmi. Non so bene da cosa derivassero tutti questi timori, forse da qualche recensione letta in giro, forse dal fatto che in tanti mi parlassero di questo libro come qualcosa di incredibile e meraviglioso e questo mi incuteva parecchio timore. So solo che erano assolutamente infondati e che ho aspettato tanto, troppo, per leggere forse uno dei libri più belli di quest'anno.

Franzen ci porta all'interno di una famiglia americana che da fuori potrebbe sembrare quasi normale ma che in realtà nasconde al suo interno tanti problemi, tante difficoltà, che sono poi le difficoltà che tutti possono avere, sebbene si cerchi sempre di ignorarle.
Enid e Alfred sono sposati da tanti anni. Il loro è un matrimonio strano, in cui la donna è sempre stata succube del marito, ingegnere per le ferrovie statali che però non è mai riuscito a fare carriera, aggrappandosi a dei principi che lo hanno lasciato indietro rispetto a tutti gli altri. Ora l'uomo è malato, Parkinson e Alzheimer che gli hanno fatto perdere tutta l'autorità che aveva verso la moglie. E lei, Enid, fa finta nulla, si nasconde dietro alle apparenze, per non dare a vedere agli altri i problemi della sua famiglia modello. E poi ci sono i tre figli, ormai lontani da casa e che trovano insopportabile l'idea della madre di riunirsi tutti insieme per un ultimo Natale nella casa di famiglia. C'è Gary, il figlio più grande, sposato con tre figli e sull'orlo della depressione a causa di un matrimonio che è perfetto solo se non si parla dei suoi genitori. Lui è il fratello più pratico, quello che vorrebbe avere il controllo di tutto: vendere la casa dei genitori, trasferirli in una casa di riposo, ritornare alla sua vita senza problemi.
In mezzo c'è Chipper, ex insegnante di comunicazione visiva che è stato licenziato dalla scuola in cui lavorava per aver avuto una relazione con un'alunna, e che ora vive con i prestiti della sorella, sognando di sfondare nel mondo del cinema come sceneggiatore, finchè non si imbarca in un'avventura illegale in Lituania, facendo soldi ingannando gli investitori americani. E poi c'è la più piccola, Denise, cuoco di talento ma dalla vita sentimentale travagliata e discutibile secondo i canoni della madre. Dei tre è quella che sembra più sicura di sé, anche se ancora non ha capito chi è e cosa vuole da se stessa.
Tutti e tre cercano di tenersi il più lontano possibile dai genitori, con cui non riescono ad avere un rapporto onesto: la madre critica troppo la figlia ed è troppo ossessionata dalle apparenze e dai canoni dell'società americana, il padre sfrutta troppo la madre senza considerare mai le sue esigenze e non sopporta che gli dicano cosa deve fare anche se per il suo bene. Così ritrovarsi tutti sotto lo stesso tetto un ultima volta diventa una tortura, fatta di frasi non dette e di episodi rinfacciati, di urla e sgridate, fino a che tutto il velo di apparenze crolla inesorabilmente.

La trama va avanti alternando episodi del presente a ricordi del passato, inseriti nella narrazione per delineare al meglio la vita di questa famiglia e di ogni personaggio, per capire cosa li ha portati ad essere quello che sono adesso. E Franzen gestisce tutto questo in modo davvero impeccabile, con uno stile scorrevole e mai noioso, in grado di disegnare un ritratto preciso,a volte ironico, altre doloroso, di una famiglia vissuta secondo i canoni prestabiliti di una società, dietro a imposizioni e "correzioni" che la madre cerca in ogni modo di trasmettere sui figli.
E' un libro incredibile, che una volta iniziato non si riesce a smettere di leggere. Consigliatissimo!

Nota alla traduzione: ben fatta direi!

Titolo: Le Correzioni
Autore: Jonathan Franzen
Traduttore: Silvia Peraschi
Pagine: 604
Anno di pubblicazione: 2005
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806174491
Prezzo di copertina: 14,50 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Le correzioni