Visualizzazione post con etichetta Divry S.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Divry S.. Mostra tutti i post

domenica 19 febbraio 2012

LA CUSTODE DI LIBRI- Sophie Divry

È una querula bibliotecaria di provincia la donna che parla dalla prima all'ultima riga di questo incantevole monologo. Il suo interlocutore è un ragazzo che usa il seminterrato della biblioteca come bivacco notturno. A lui la custode si rivolge mischiando vita privata, libri, invettive. E la confessione di un tenero rapimento verso uno studente di cui però contempla solo la nuca. La sua voce ci arriva sommessa, un po' nevrotica, la voce di una donna ferita da un amore andato male, chiusa in un riserbo che solo i suoi amati romanzi riescono a scheggiare. Li ama, li classifica, li commenta convinta che solo l'ordine monastico della biblioteca è medicina per il caos dei sentimenti e degli uomini tutti. E poi d'un tratto la sua voce si accende e dalla donna autoreclusa nel sottosuolo esce una pasionaria della letteratura, una tenace sentinella del silenzio, che dalla sua misera trincea di provincia difende la vertigine della bellezza letteraria contro il chiassoso vociare della subcultura di massa.

"Nessuna pietà per i libri brutti. E, nel dubbio, bisogna essere cattivi. E' il mio motto." Cavolo, è la prima volta che l'autrice di un libro mi consiglia di massacrare i libri che non mi sono piaciuti. Di non cercare a tutti i costi di scrivere recensioni e commenti buonisti se un libro non è stato per niente all'altezza delle mie aspettative.
Certo, bisognerebbe sapere se l'autrice è d'accordo sul fatto che questo suo motto venga applicato anche sul suo romanzo. Però dai, non dovrebbe prendersela troppo se io ora la massacro, vero?
Il libro è terrificante. Un monologo di 65 pagine (solo 65 pagine, per fortuna) di una bibliotecaria frustrata e depressa che snatura la visione poetica delle biblioteche e dei libri che io ho avuto fino ad ora. La biblioteca per lei è un luogo triste, freddo e solitario. Un luogo frequentato da gente triste, fredda e solitaria che più che cultura cerca compagnia per sfuggire alla mediocrità della vita. Gente che va in biblioteca per compagnia, gente che va in biblioteca per baccagliare o per far finta di crearsi una cultura quando in realtà non gliene frega niente. E i libri anche non sono che un palliativo per non affrontare la tristezza della realtà.
Non c'è amore per il suo lavoro nelle parole della protagonista. Non c'è passione. Un "sono qui ma non vorrei esserci", "sono qui perché nessuno ha capito le mie potenzialità", "sono qui perché non ho passato un concorso, ma non è colpa mia". Mi fa quasi pena, sapete? Mi irrita un sacco, ma mi fa anche pena. Mi fa pena per il suo fare sfoggio di cultura come se lei fosse migliore di altri. Mi fa pena il suo rapporto a distanza con uno degli assidui frequentatori della biblioteca, un rapporto che in contesto del genere avrebbe potuto essere intrigante e poetico, ma che la protagonista con il suo monologo trasforma in una patetica relazione a distanza di una zitella frustrata (che raggiunge il suo culmine con "ecco, non nota me perché sta con una bionda, che sicuramente sarà stupida").

Questo libro mi ha offesa come accanita lettrice. Certo, lo so che a volte leggere altro non è che una via di fuga dalla realtà, anche se io lo vedo più come un prendersi una pausa dal mondo per immergersi in un altro, più o meno bello di quello che stiamo vivendo.
Questo libro mi ha anche offesa come frequentatrice di biblioteche. Anche se ultimamente ci vado molto meno (da quando ho uno stipendio mio, tendo a comprare i libri che leggo), andare in biblioteca per me era una piccola festa (un po' meno per chi mi accompagnava). Potevo stare lì dentro delle ore, perdermi tra i libri. Partire con l'idea di prenderne uno e uscire con sei o sette volumi. Girovagare tra gli scaffali e ritrovarmi non so come a parlare in spagnolo con uno degli addetti.
Non riesco a vedere la biblioteca come un luogo triste e cupo. Certo, forse perché non ci ho mai lavorato (anche se sarebbe il mio sogno) e quindi non posso capire quanto possa essere noioso dover catalogare o risistemare i libri messi in disordine.

Insomma, un libro completamente evitabile, che ha si e no due spunti interessanti (quello sui "best seller a scadenza" così male non è), e che non ha quasi niente a che fare con la passione per il mondo dei libri e la lettura, sebbene il titolo italiano ce lo voglia far credere.
Risparmiate 10 euro. E se proprio volete leggerlo, prendetelo in biblioteca!


Nota alla traduzione: il titolo italiano trae parecchio in inganno. L'originale "la cote 400" fa riferimento al metodo universale di catalogazione dei libri all'interno delle biblioteche. E il 400 è proprio il numero che manca. La scelta italiana di cambiare il titolo, seppur comprensibile, trasmette un'idea sbagliata sul suo contenuto.