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martedì 22 novembre 2016

IL VECCHIO E IL GATTO - Nils Uddenberg


Ho avuto il mio primo gatto quando ero piccolina. Ne ho un ricordo molto vago: si chiamava Pepe, era grigio striato ed è arrivato da noi nato da poco. La sua mamma era la gatta dei nostri vicini di casa di allora e lui tornava spesso da lei, al punto che alla fine è sembrato meglio per tutti che lo tenessero loro. O almeno, io la storia me la ricordo così, può anche darsi che questo fosse stato il modo più soft che i miei genitori avessero trovato per dirmi che era successo qualcosa di brutto.

Il secondo gatto è arrivato invece a dicembre del 2001. Un gatto arancione, che è entrato in casa aggrappato al maglione di lana di mio padre in cui si mimetizzava ed era talmente tanto piccolo e spaventato che ha passato tutta la serata nascosto sotto un mobile. Poi, piano piano, nei giorni successivi ha preso confidenza. Veniva con me sul letto a giocare la sera prima di dormire, oppure guardava la tv con noi appoggiato sul ginocchio di mio padre. E, soprattutto, è stato la fonte di consolazione e distrazione quando, poche settimane dopo, ne abbiamo avuto più bisogno. Miciu, si chiamava, e da cucciolo era davvero un po’ tonto (per esempio, una volta è caduto dentro la vasca da bagno piena d’acqua e l’ho dovuto ripescare; un’altra volta è salito sul tetto e proprio non riusciva a capire come fare a venire giù). Crescendo poi è diventato un gatto impestato, anche perché non lo abbiamo mai fatto sterilizzare (“non fare al gatto quello che non vorresti venisse fatto a te” è stata la motivazione data da mio fratello) e vivevamo in campagna. Se n’è andato quattro o cinque anni dopo, lasciando un esercito di figli e l’idea, nella mia mente, che ora sia in Messico a spacciare erba gatta.

E adesso c’è Luna, che vedete qui in posa nella foto insieme a  Il vecchio e il gatto di Nils Uddenberg, il libro di cui vi dovrei parlare in questa recensione, che però sta un po’ divagando. Luna è la gatta del mio compagno Luca e ha accettato in modo un po’ buffo il mio arrivo qui. Se Luca è in casa, quasi non mi considera. Se lui non c’è, Luna mi segue e sta quasi sempre vicino a me. È una gatta bellissima, buffissima e molto lunatica, che mi ha rubato il cuore fin dalla prima volta in cui l’ho vista, ancor prima di trasferirmi qui.
Leggendo Il vecchio e il gatto, pubblicato in Italia da Corbaccio con la traduzione di Lucia Barni e le bellissime illustrazioni di Ane Gustavsson, ho rivissuto almeno in parte i primi tempi della convivenza con Luna e, soprattutto, ho rivisto il bellissimo rapporto tra lei e Luca.



In questo libricino Nils Uddenberg racconta del suo rapporto con Micia, una gattina piombata all'improvviso nella vita sua e di sua moglie. Se l’è ritrovata una mattina, addormentata nel capanno degli attrezzi. “Non ci affezioniamo, mi raccomando” ha continuato a ripetersi la coppia. Ma come fai a non affezionarti quando vedi un animaletto peloso così buffo e coccolone? E quindi ben presto Micia è entrata in casa, ha trovato il suo posto d’onore nella famiglia e portato con sé alcune questioni logistiche da affrontare. Tipo a chi lasciarla quando i due padroncini sono via da casa (qui da noi viene il papà di Luca, a cui, proprio come a Luca, Luna riuscirebbe a far fare qualsiasi cosa); come insegnarle a usare la gattaiola e andare fuori a fare i bisogni (altro momento molto divertente con Luna, che per i primi giorni usava la gattaiola come un punchball, prendendo a zampettate lo sportellino senza riuscire però a capire quando fosse il momento giusto per infilarsi. Poi ha imparato da sola, dopo pochissimo tempo, come era prevedibile facesse); come entusiasmarsi di fronte ai regalini, solitamente morti, che porta in casa (questo per fortuna ancora non è successo); oppure anche solo come capire se Micia ha tutto quello di cui ha bisogno e, soprattutto, se davvero si è stati accettati (e questa è una cosa che mi domando ogni giorno, in quell'alternanza tra coccole e strusciamenti e indifferenza più totale).

Il risultato è un libro dolcissimo, che racconta davvero quanto intenso possa essere il rapporto tra un uomo e il suo animale domestico… e anche quanto un gatto possa farci rincoglionire a suon di 
fusa, musetti morbidi e buffe posizioni per dormire o per giocare. 
Proprio una storia d’amore, come recita il sottotitolo, che prende spunto anche da alcuni grandi della letteratura e dal loro rapporto con i gatti, e che spiega, in modo molto semplificato, alcune delle caratteristiche proprie dei felini (come funzionano le fusa, per esempio, ma anche il concetto di territorialità o semplicemente le dinamiche dietro alla creazione di un legame con un essere umano).

Il vecchio e il gatto è sicuramente un libro un po’ infantile a livello di stile, ma che riesce davvero a raccontare com’è la vita con un gatto in casa. Forse chi convive effettivamente con un gatto lo apprezzerà di più, perché ci riconoscerà quello che ha vissuto e vive tutti i giorni, ma soprattutto il grande amore che si prova.
Ma va bene anche per chi gatti non ne ha,  per chi ne ha avuti e ora non ne ha più, per chi vorrebbe averne, per chi adora gli animali e per chi (come me, se non si era capito) si fa rincoglionire completamente da un musetto carino.
E ora vado a fare due carezze a Luna, ché Luca non è in casa e si lascerà sicuramente coccolare.


Titolo: Il vecchio e il gatto - una storia d'amore
Autore: Nils Uddenberg
Traduttore: Lucia  Barni
Illustrazioni di: Ane Gustavsson
Pagine: 152
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: Corbaccio
Prezzo di copertina: 12 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Il vecchio e il gatto. Una storia d'amore

lunedì 19 gennaio 2015

LA FANTASTICA STORIA DELL'OTTANTUNENNE INVESTITO DAL CAMIONCINO DEL LATTE - J.B. Morrison

La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte di J.B. Morrison è un libro, perdonate la franchezza, brutto. Ma di quelli oggettivamente brutti, secondo me. Non credo di essere io a non aver capito il senso, a essere insensibile, a non sapermi emozionare, etc etc. No, credo che sia un libro dalla trama noiosa e scontata, di un triste e deprimente quasi gratuito, oltre che essere scritto male e tradotto quasi peggio.

Sì, mi rendo conto che non sia un gran bell'esordio per una recensione, ma girarci intorno serve a poco. E sì, so anche che con un titolo così, troppo simile ad altri titoli già visti e sentiti di romanzi ad argomento simile, non è che avessi poi dovuto aspettarmi così tanto. E invece ci speravo. Davvero. Sarà che avevo adorato quasi tutti i romanzi con protagonisti vecchietti che ho letto negli ultimi anni: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, La banda degli invisibili, L'audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache. Tutti romanzi in parte sicuramente tristi, come un po’ lo diventa inevitabilmente la vita quando ci si avvicina alla fine, ma piacevoli da leggere e scritti bene. Questo no.

In La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte c’è questo vecchietto, Frank, che il giorno del suo ottantunesimo compleanno viene, appunto, investito da un camioncino del latte che gli rompe un braccio e lo ferisce a una gamba. L’uomo vive solo: la moglie è morta anni prima, la figlia vive negli Stati Uniti senza andare mai a trovarlo. Adesso che è ferito, la donna decide di pagargli un’infermiera che vada ad aiutarlo a casa una volta a settimana. E così nella vita di Frank entra Kelly Natale, di cui l’uomo si innamora perdutamente, al punto che la sua nuova missione diventa quella di riuscire a racimolare i soldi per un ciclo successivo di visite da parte della donna. Inizia quindi a giocare al lotto, a cercare di vendere anziché comprare nel mercatino dell’usato che frequenta di solito, a tenere più pulito se stesso e la casa, nella speranza che Kelly non se ne vada. 

Non vi dico se ci riuscirà o meno, perché tanto lieto fine o no, il romanzo rimane triste, banale e insulso. J.B. Morrison ha provato a cavalcare il filone dei romanzi con vecchietti che fanno cose fenomenali, o fantastiche se vogliamo citare il titolo, e che fanno ridere ma senza riuscirci. Nemmeno il messaggio, la denuncia nei confronti di questi anziani lasciati sempre più soli dai figli e dal sistema, a meno che non abbiano i soldi per pagarsi l’assistenza, gli è riuscito bene. Al punto che, una volta chiuso il libro e tirato un sospiro di sollievo, non si può fare a meno di domandarsi: perché? Perché l’autore abbia scritto un libro così. Perché la Corbaccio, prima di decidere di pubblicarlo, non si sia accorta che mancava della forza di tutti i precedenti sullo stesso argomento. Perché il traduttore e il revisore non abbiano fatto un lavoro più preciso e attento (romanzo è pieno di calchi, di espressioni di difficile comprensione e a volte prive di senso). Perché io non mi sia decisa a interrompere la lettura quando mi sono resa conto che non sarebbe migliorata.

La risposta a tutte le domande è che non lo so. Magari Morrison era convinto di aver scritto un bel libro (e magari per i lettori inglesi lo è, anche se dubito...). Magari la Corbaccio pensava di fare un grande affare a cavalcare questo filone. Magari al traduttore e al revisore è stata messa fretta. E magari io non volevo ammettere prima del tempo di aver preso una grande, grandissima cantonata.

Ma rimedio ora, consigliandovi di lasciar perdere. O se proprio volete leggerlo, prendetelo in biblioteca o fatevelo prestare e con i soldi che risparmiate prendete altro (magari uno di quei bei romanzi che ho citato in precedenza).

AGGIORNAMENTO: nei commenti c'è una spiegazione, con qualche esempio, delle mie critiche alla traduzione.

Titolo: La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal furgoncino del latte
Autore: J.B. Morris
Traduttore: Giovanni Arduino
Pagine: 266
Editore: Corbaccio
Anno: 2014
Acquista su Amazon:
formato brossura:La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte

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mercoledì 3 dicembre 2014

Due titoli, un solo libro: ma perché? #100



Io capisco che"Leggere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli" (che poi, non è ben chiaro se il buon Salgari abbia detto "scrivere" o "leggere"), però come abbia fatto "La valigia di Mrs Sinclair" (semplicissima e, per me, anche d'effetto traduzione letterale di Mrs Sinclair's Suitcase) a diventare un Libro dei ricordi perduti davvero non riesco a spiegarmelo.

Titolo originale: Mrs Sinclair's Suitcase
Titolo italiano tradotto in modo assai bislacco: Il libro dei ricordi perduti
Autore: Louise Walters
Traduttore italiano:  Elisabetta De Medio
Editore italiano: Corbaccio

mercoledì 21 maggio 2014

Due titoli, un solo libro: ma perché? #80

Puntata numero 80 della rubrica di confronto tra titolo originale e sua traduzione! Ancora qualche mese e arriviamo a cento, e poi deciderò cosa farne. Se da un lato so benissimo che le fonti sono inesauribili, dall'altro non vorrei che l'effetto ripetitività alla lunga potesse annoiare. Ma ho ancora tempo per pensarci (e voi, per dirmi la vostra!).

Nella puntata di oggi vi parlo di un romanzo pubblicato pochi giorni fa dalla casa editrice Corbaccio, dell'autore M. J. Arlidge, noto sceneggiatore di crime series. Il titolo italiano dell'opera, tradotta da G. Arduino, è QUESTA VOLTA TOCCA A TE


Pur non avendo riferimenti a profumi, libri, spezie, colori né una costruzione standard (articolo+sostantivo+preposizione articolata+sostantivo, per intenderci), questo titolo ha subito attratto la mia attenzione. E' un titolo che trovo abbastanza originale ed ero davvero curiosa di capire se fosse stato tradotto letteralmente o se invece arrivasse dall'estro di chi assegna i titoli.
Ho cercato quindi il titolo originale, che ho scoperto essere EENY MEENY:


Chi ha un minimo di conoscenza dell'inglese ha subito capito a cosa si riferisce il titolo originale. Sono le prime due parole della "conta" che per intero fa:

Eeny, meeny, miny, moe
Catch a baby by the toe
If it squeals let it go,
Eeny, meeny, miny, moe.

Non so voi, ma noi da bambini facevamo sempre la conta per decidere chi dovesse iniziare per primo un gioco o dovesse essere il cercatore a nascondino (o addirittura per decidere chi dovesse fare la conta...eravamo bambini originali, noi). Noi usavamo sempre questa:

Passa paperino, 
con la pipa in bocca, 
guai a chi la tocca, 
l'hai toccata proprio te

a cui poi seguivano diverse frasi in rima inventate sul momento per cercare di barare il più possibile.
Ora, sicuramnete il libro non avrebbe potuto intitolarsi "Passa paperino". Sarebbe stato alquanto strano, considerando che si tratta di un thriller e non di un libro per bambini (oltre a una questione di diritti, credo). Però forse un "Ambarabacci ciccì coccò", forse quella più conosciuta in tutta Italia, ci sarebbe potuta stare. Tutto sommato, trovo il titolo italiano non troppo distante o sbagliato dal senso originale (grazie anche all'aiuto dell'immagine di copertina... sempre il solito faccione, ma stavolta bendato)

Che ve ne pare? E soprattutto, che conta usavate voi da bambini?

mercoledì 31 luglio 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #44

Ormai sto facendo il conto alla rovescia per l'arrivo delle ferie: manca una settimana e mezza e davvero non ce la faccio più. La meta sarà la Spagna, in un bel paese di mare vicino a Castellón de la Plana.
L'altro giorno ho iniziato a guardare qualche possibile titolo di libri scritti da autori spagnoli da poter comprare una volta là (giusto per avere un'idea, assolutamente non vincolante... perché tanto poi vado a ispirazione del momento) e mi sono imbattuta in un romanzo perfetto per questa rubrica. Ed è anche più in tema di quanto si possa pensare, perché l'autore in questione è originario proprio di Castellón de la Plana.

Punto questo romanzo già da quando è uscito, ma poi per un motivo o per l'altro non sono ancora riuscita né a comprarlo né a leggerlo. Sto parlando di Eloy Moreno e del suo EL BOLÍGRAFO DE GEL VERDE, tradotto in italiano con il titolo RICOMINCIO DA TE:


Il libro in lingua originale è stato in principio autopubblicato dell'autore: ha preso un po' di copie e ha girato di libreria in libreria, arrivando a venderne più di tremila. E' stato quindi notato dalla casa editrice Espasa che ha ripubblicato l'opera all'inizio del 2011. La traduzione in italiano arriva circa un anno dopo, ad opera di S. Bogliolo, per la casa editrice Corbaccio.

Il romanzo racconta la storia di un uomo, della sua vita piatta, mediocre e senza grandi exploit, e del suo desiderio di rivalsa: vuole riconquistare l'amore di sua moglie, l'affetto del figlio e l'amore per la vita in generale, cercando di realizzare tutti i suoi sogni.

Il cambiamento di titolo è evidente. La traduzione letterale di "El bolígrafo de gel verde" avrebbe dovuto essere "La penna gel verde" (o semplicemente "La penna verde"). Non avendo ancora letto il libro non so bene a cosa si possa riferire, ma leggendo qualche commento qua e là ho trovato una recensione che dice che "la parte sulla penna verde è un po' lunga e noiosa". Quindi direi che il titolo originale, come era immaginabile, fa riferimento a qualcosa di specifico presente all'interno del libro. E' un titolo sicuramente curioso e particolare, anche se forse in italiano perde un po' del suo potere evocativo. Certo è che la scelta italiana, a mio avviso, banalizza molto il libro, facendolo passare per una semplice e banale storia d'amore, cosa che, almeno da quanto riportato sulla quarta di copertina, non sembra essere.

Da segnalare però che la versione italiana ha mantenuto la stessa copertina dell'originale, un'abitudine questa che si sta diffondendo e che devo ammettere mi piace molto.

Che dite?

giovedì 15 luglio 2010

DONNA NICANORA E IL NEGOZIO DI CAPPELLI- Kristan Hawkins

"Le guide turistiche citano solo brevemente Valle de la Virgen, limitandosi a menzionare il fatto che, a dispetto dell'innegabile interesse storico e del fascino leggendario, essa rimane una meta turistica pressoché sconosciuta. Una guida ormai fuori commercio sosteneva persino che Valle de la Virgen non fosse altro che una leggenda inventata dai viaggiatori e che in realtà la strada conducesse semplicemente a un impenetrabile acquitrino." Immerso nella foresta e circondato da paludi infestate da coccodrilli, il sonnolento paesino denominato pomposamente Valle de la Virgen è praticamente sconosciuto al resto del mondo. Gli abitanti trascorrono le loro giornate nel solito, monotono trantran. La loro vita non si è rivelata quella che avevano sognato. Donna Nicanora non ha mai lasciato l'angusta cittadina per viaggiare per il mondo, il barbiere don Cosbo non ha mai sposato la donna che amava e il sindaco è ancora alla ricerca di prestigio e di potere. Ma con l'arrivo di un misterioso straniero, chiamato semplicemente Gringito, all'improvviso sembrano risvegliarsi i sogni di tutti. Donna Nicanora si impegna a trasformare la bottega di don Cosbo in un negozio di cappelli, il sindaco complotta per trasformare Valle de la Virgen in una meta turistica alla moda, e la vita tranquilla di don Cosbo viene travolta dal riaccendersi della passione. Solo il Gringito si limita a osservare, seduto sotto un eucalipto, il nuovo corso degli eventi.

Non posso non fare i complimenti a questa scrittrice. Sono sempre stata convinta che per poter descrivere così bene l'atmosfera e la magia tipica del sudamerica si dovesse per forza essere sudamericani, perchè chi non ci è nato e non ci è vissuto non la può conoscere. La Hawkins, invece, ci si avvicina parecchio e se non si leggesse il nome dell'autrice sulla copertina si potrebbe tranquillamente pensare che sia stato scritto da un autore del luogo.
Si tratta di un romanzo leggero e spensierato, che parla di sogni, di amore, con anche una quasi impercettibile critica al mondo troppo "civilizzato" ed evoluto che rischia di perdere il vero senso della vita.
E' un libro che si legge bene e in fretta, anche se a volte capita di perdersi dei cambi di scena che l'autrice inserisce senza stacco tra una riga e l'altra (mi è capitato più volte di dover tornare indietro per controllare di non aver saltato qualche pagina...).
Un pochino deludente il finale, lasciato un po' troppo senza spiegazioni.
Ma resta comunque un romanzo che merita di essere letto.

Nota alla traduzione: direi ben fatta!