Appena finito il libro ho pensato tra me e me: "aspetto un po' va a scrivere il commento, magari è uno di quei libri che hanno bisogno di un pochino di tempo per lasciarti qualcosa".
Ma ovviamente non è stato così. Già mentre lo leggevo, la sensazione che trasmetteva ad ogni pagina era "e quindi?", oppure "tutto qui?". Eppure si, è tutto qui. Cosa volesse darci Ammaniti non è tanto chiaro. E forse la cosa che ha penalizzato di più questo libro sono le sue misere 110 pagine. Se avesse approfondito di più i personaggi, quell'io e quel te che formano il titolo, forse qualcosa si sarebbe salvato. Forse qualcosa sarebbe rimasto. Ma parlare di un bambino complessato e paranoico, isolato e con problemi a relazionarsi e nel mentre della sorellastra drogata che va nella cantina dove lui si è nascosto per cercare di disintossicarsi in 110 pagine... beh... non riuscirebbe nemmeno ai più bravi tra i nobel per la letteratura. Figuriamoci ad Ammaniti.
Prosegue quindi il mio strano rapporto con questo autore. Rimango delusa praticamente da tutti i suoi libri, eppure continuo a leggere i nuovi che scrive. Perché sa scrivere. Ma è cosa scrive il problema.
