martedì 11 giugno 2013

STRINGIMI LE MANI - Massimo Petrucci

Non sei tu, sono io. E ti giuro che non è una frase fatta. O meglio, sì, lo è, ma la gente la usa davvero. E poi detto da te che parli per ovvietà credendoti filosofo... sì, insomma, come obiezione non sta tanto in piedi. O forse, non sei tu, non sono io, ma siamo noi, il problema. 

Lo immaginavo eh. Perché la tua quarta di copertina mi attirava sì, ma era un'attrazione strana, di quelle che già sai che non dureranno molto.  E la copertina stessa mi lasciava intendere che, sì non sei brutto, assolutamente, ma non sei nemmeno esattamente il mio tipo.

Ma mi son detta proviamoci. Molte tra le storie d'amore più belle e durature nascono da un "proviamoci e vediamo come va". E io ci ho provato, davvero. E all'inizio sei anche riuscito a farmi ridere, a farmi commuovere, a farmi emozionare. Mi veniva voglia di abbracciarti, di proteggerti in qualche modo, da quella tua perfida ex che proprio non riesci a dimenticare. Dalla vita che ti sembrava non andare da nessuna parte, come a molti, a tutti, capita a quell'età. 
Poi però hai iniziato anche un po' a irritarmi. I tuoi difetti si sono amplificati. Il tuo filosofeggiare senza agire mi ha lasciata interdetta. Il tuo non svegliarti, il tuo non andare avanti. E anche i tuoi vestiti da paninaro e quello stupido cocktail che ordini sempre, birra e cointraux, e il tuo odio per il Mojito, il mio preferito. E Tiziano Ferro. Perché Tiziano Ferro? Cioè, lo ascolto anche io ogni tanto, in auto quando ho voglia di cantare a squarciagola... però, insomma, citerei qualcun altro come mia guida.

Eppure, nonostante l'irritazione, so che dentro di te c'è anche qualcosa di bello. So che molti dei problemi di cui parli sono gli stessi di tutti gli adolescenti che si affacciano nella vita adulta e che la tua descrizione è assolutamente fedele e realista: la fine di un amore che sembra una catastrofe, la difficoltà negli studi, le incomprensioni con gli amici di sempre e le nuove compagnie in cui non ti trovi. Alla fine hai ventidue anni, non cinquanta, anche se troppo spesso nella narrazione sembri dimenticartene. 

Solo che non si è creata empatia. Forse perché la mia adolescenza e il mio passaggio alla vita adulta sono stati molto più diretti e traumatici, quasi in una sola notte. Non è colpa tua, certo. Ma non è nemmeno colpa mia.  E quindi boh, non so, non me la sono sentita di abbandonarti, tra i tuoi mille complessi e le tue mille difficoltà, lavorative e amorose. E sono stata contenta per te, davvero, quando alla fine del libro sei riuscito almeno in parte a trovare te stesso, o comunque a incamminarti verso la tua strada. 
Però ora è finita e tiro anche un sospiro di sollievo. Non parliamone più. Non pensiamoci più. Abbiamo provato, un po' ha funzionato e un po' no. Fine. Amici come prima (non credo in realtà che si possa rimanere amici alla fine di una storia, breve o lunga che sia stata, ma vabbè, anche queste sono frasi che si dicono).

Hai del potenziale, ragazzo. E sono sicura che crescendo e maturando questo verrà fuori. E magari allora ne potremmo riparlare. Magari potremmo incontrarci in un bar e prendere un caffè e ricordare i tempi andati. Ricordare quella volta che ci abbiamo provato e non ha funzionato e magari riscoprire qualche punto di contatto.

Ma adesso no, mi spiace... meriti qualcuno di meglio, qualcuno che ti capisca e ti apprezzi di più. E quella persona non posso essere io. Ma tranquillo, non devi piangere, non devi deprimerti né struggerti. 
E' pieno di lettori là fuori. Troverai quello giusto.


Titolo: Stringimi le mani
Autore: Massimo Petrucci
Pagine: 281
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: Giraldi Editore
ISBN:978-8861554368
Prezzo di copertina: 15,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura:Stringimi le mani

sabato 8 giugno 2013

LA PAZIENZA DEI BUFALI SOTTO LA PIOGGIA - David Thomas

Quando ho visto per la prima volta questo libro sul sito della Marcos y Marcos sono rimasta folgorata dal titolo. "La pazienza dei bufali sotto la pioggia". Un'immagine strana, particolare, che non riuscivo bene a inquadrare nella mia mente ma che comunque mi attirava inesorabilmente. Perché un libro con un titolo così non può non lasciarti qualcosa.

Poi è arrivata una prima recensione, su uno dei miei blog preferiti, Le paginestrappate (e di cui vi lascio qui il link, perché secondo me non si potrebbe parlare di questo libro in nessun altro modo), e ho confermato la mia decisione di leggerlo.

Queste pagine sono una raccolta di racconti, di pensieri, di paragrafi, di emozioni e situazioni. Alcune bellissime, che ti fanno sorridere e ti stringono il cuore. Altre acide. Altre amare e ciniche. Ma tutte comunque molto vere, molto realistiche. Umane. In cui a un certo punto non si può fare a meno di riconoscersi.

E già la prima riga del primo racconto, "Chi conduce il gioco", fa capire che questi raccontini parlano a tutti e di tutti. "A volte mi chiedo come sarei diventato se avessi vissuto cose diverse da quelle che ho vissuto finora". Una domanda semplice, diretta, che almeno una volta nella vita tutti ci siamo posti.

Così come immagino sarà capitato qualche volta, ad ognuna di voi, di sentirvi "Bloccata", tra un ex scomodo che dalla vostra mente non se ne vuole andare e la voglia di lasciarsi andare a un grande amore nuovo, perfetto. O amare alla follia, in modo "Umiliante" quasi, qualcuno al punto da aver paura di perderlo perché già si sa che se qualcosa non dovesse funzionare si starà male. Oppure  aspettare per interminabili minuti, magari non proprio "16.224 minuti", qualche eterno ritardatario e pensare a come vendicarci...

E via così, per ognuno di questi racconti... se non ti identifichi nel primo, sicuramente sarà nel secondo, o nel terzo, nel quarto... Ed è bello, ma anche un po' strano, vedere atteggiamenti così reali messi su carta.

David Thomas scrive in modo intelligente, riuscendo anche ad alternare perfettamente voci e stili, a seconda di chi sta raccontando cosa. Di che emozione o sensazione vuole trasmettere.

Ci sono parecchie frasi che mi hanno colpito, parecchi spunti, ed è difficile stabilire quale sia il racconto più bello. Ad esempio quella che spiega il titolo... che però qui non vi voglio mettere, per non togliervi il gusto di capire da soli a cosa si riferisce.
E poi c'è questo racconto, breve, poche righe, che sono davvero stupende:


Insomma, un libro da tenere in borsa o sul comodino e da aprire ogni tanto, da sfogliare e leggere qua e là. Perché è bello.

Nota alla traduzione: l'opera è stata tradotta dagli allievi della Scuola di specializzazione per traduttori editoriali Tuttoeuropa di Torino. Una traduzione collettiva quindi, ma assolutamente ben riuscita.

Titolo: La pazienza dei bufali sotto la pioggia
Autore: David Thomas
Traduttore: Allievi della Scuola di specializzazione per traduttori editoriali, a cura di Maurizia Balmelli
Pagine: 173
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Marcos y Marcos
ISBN:978-8871686585
Prezzo di copertina: 13,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: La pazienza dei bufali sotto la pioggia

venerdì 7 giugno 2013

Di quella volta in cui ho pubblicato a pagamento...

In questo post si parlerà di editoria a pagamento. Argomento forse un po' inflazionato, sicuramente molto controverso, che tende a scaldare un po' troppo gli animi. Per cui la prima, primissima cosa che chiedo a chi commenterà è di andarci cauto. Che qui si scambiano opinioni e non insulti.

Pur non avendone mai parlato apertamente e direttamente, credo che si sia capito quale sia la mia opinione in merito all'editoria a pagamento. La trovo svilente per l'autore e mi viene spesso da pensare che se hai pubblicato a pagamento è perché gratis nessun editore ha voluto scommettere su dite... perché la tua opera non merita. Pregiudizi? Forse, anzi sicuramente sì. Ma finora nessuno è mai riuscito a farmi cambiare idea. Certo è che se le case editrici a pagamento esistono è perché sono legali e, soprattutto, perché qualcuno a loro ricorre. Autori sprovveduti? Autori troppo egocentrici e convinti che tutta l'editoria non sia in grado di apprezzare il loro lavoro? Autori che non hanno voglia di aspettare i lunghi (effettivamente lo sono) tempi di lettura delle case editrici free?
Non lo so quali possano essere le vere motivazioni, anche perché queste sicuramente possono cambiare da persona a persona. Fatto sta che l'editoria a pagamento esiste, così come esistono autori che hanno pubblicato a pagamento. E che poi si trovano a rapportarsi con il mondo esterno.

Questo post nasce proprio da qui. Da un autore che ha pagato per pubblicare il suo libro. Qualche giorno fa sono stata infatti contattata da un autore emergente che voleva propormi la lettura del suo libro. La sua mail iniziava così:
Ho pubblicato con Albatros; ora, so che questo nome ti farà probabilmente sputare sangue e piangere lacrime amare...
Ora proprio sputare sangue e piangere lacrime amare no, ma sicuramente il primo istinto è stato quello di liquidarlo immediatamente. Ne ho già tanti di libri da leggere, che sono stati sottoposti all'iter tradizionale... figuriamoci se mi metto a perdere tempo con altri.
Poi però sono andata avanti a leggere e mi sono resa conto di trovarmi di fronte a una persona con una buona proprietà di linguaggio (cosa che, come forse vi ho già detto in precedenza, non sempre succede con certi emergenti) e soprattutto con una strana consapevolezza. Non so spiegarvi. L'ho sentito quasi come se si pentisse di averlo fatto ma che non voglia comunque rinnegarlo. E quindi, curiosa come una scimmia, ho provato a chiedergli le motivazioni per cui ha pubblicato a pagamento.
Ne è nato un per me interessante scambio di mail che mi ha portato a questo post.

L'autore in questione sa che avevo in mente di scrivere qualcosa e ha letto queste parole in anteprima. E troverete quindi qua e là qualche suo commento o precisazione. Non voglio, per il momento, farne il nome perché non credo che sia poi così necessario. Quindi troverete in carattere normale il mio pensiero, in corsivo gli estratti delle mail precedenti e in viola i commenti diretti dell'autore dopo la lettura in anteprima del post.

Come vi dicevo dopo la sua mail di richiesta di recensione, gli ho risposto chiedendogli perché ha pubblicato a pagamento, cosa lo ha spinto a scegliere quella particolare casa editrice. E mi ha risposto, molto sinceramente, che inizialmente era un po' sprovveduto, che ha inviato il manoscritto un po' a raffica e a casaccio senza soffermarsi più di tanto a pensare, e seguendo un rating trovato su internet, che poneva Albatros nel versante positivo del settore.

Due case editrici gli hanno risposto. Entrambe a pagamento. E lui ha scelto quella che tra le due gli sembrava più seria e che gli forniva di più. A posteriori, ammette di non essere un granché soddisfatto del Gruppo Albatros, ma non per il discorso economico.

Da lì, si è passato a parlare di case editrici in generale, perché gli ho fatto notare che esistono anche case editrici piccole o medie che puntano sugli emergenti (o che pubblicano solo emergenti), con comitati di lettura e selezione e con un certo lavoro di cura del testo prima di mandarlo in stampa (esiste anche chi pubblica a gratis e non fa editing eh, sia chiaro.) Ancora una volta, ho trovato le sue parole molto consapevoli, molto ben sviluppate e pur non riuscendo a condividere il suo pensiero, credo che valga la pena analizzarle un attimo.

La prima cosa che si riscontra è il disincanto, misto forse a una piccola dose di autoconvincimento:
"Nessuno è realmente disposto a puntare sugli esordienti, e scegliere fra questa o quella casa editrice è come scegliere fra le mele e le banane dopo pranzo: irrilevante.
Le case editrici che pubblicano gratuitamente le conosco [una mia amica di famiglia è la responsabile di una catena di librerie], ma le conosco giusto perché me ne ha parlato lei, altrimenti rimarrebbero buchi neri nella galassia dell'editoria."
E' davvero così? Non è una domanda retorica, è una domanda vera. Da quel poco che so io di editoria, no, non è così. Certo, ci sono tante, tantissime case editrici che non investono sull'autore o sul testo ma semplicemente sul prodotto e che quindi magari se un romanzo è bello ma non "di moda" viene scartato. Ci sono tante, tantissime case editrici che sì ti pubblicano, gratuitamente, ma che poi lasciano a te l'onere della promozione o delle vendite. Ci sono case editrici che pubblicano tutto, in ordine di arrivo. Ma poi ci sono anche case editrici che davvero investono sugli autori e sui loro libri, accompagnandoli e seguendoli in ogni passo. Certo, hanno tempistiche di lettura magari lunghe e la selezione è ristretta, proprio perché devono investire. Ma esistono. 

Le case editrici a pagamento sono più scelte e guadagnano di più, questo è evidente anche solo guardando al Gruppo Albatros. Quelle gratuite sono pressoché sconosciute, almeno a livello popolare [il mio livello prima di pubblicare, appunto], modeste, ridotte o fallimentari. Vuoi che non sorgano delle invidie e dei malumori?  Visto che segare le gambe alle case editrici non si può, perché appunto, sono legali, ecco che il carico di merda se lo devono sorbire i poveri incolpevoli autori, accusati di pubblicare a scatola chiusa, senza selezione alle spalle. Così è nato il pregiudizio, colpendo il prodotto invece del produttore.

Il discorso della selezione è stato un altro argomento di questo piacevole scambio di mail. Io ho sempre dato per scontato che non ci sia alcun processo di selezione nelle case editrici a pagamento. Non ho mai effettivamente indagato a tal proposito, mi sono sempre e solo limitata a leggere qualche articolo qua e là.
L'autore mi fa notare questo:
Un buon concorso letterario, diciamo di livello internazionale, si tiene una volta all'anno, e riceve all'incirca uno-due migliaia di manoscritti [un concorso minore, che ha pubblicato di recente i suoi dati, ha dichiarato, se non ricordo male, 546 partecipanti.. Quindi dovremmo esserci]. Giusto?Proporzionalmente, una casa editrice che pubblica bandi mensili [come l'Albatros] dovrebbe ricevere all'anno qualche decina di migliaia di manoscritti.L'Albatros ha in catalogo 2000 titoli [numero ufficiale presentato al Salone del Libro di Torino, che comprende anche i non esordienti].La domanda a cui accennavo è questa: perché gira voce che in questi tipi di case editrici non si faccia selezione, non esista un comitato di lettura? È ingenuo anche solo pensarlo, dovrebbero essere in migliaia a lavorare, senza dormire la notte.Ovviamente la selezione di Albatros sarà più ampia, perché, essendo mediamente più nota, riceve più manoscritti.Ora, stante la selezione di base presente in entrambi i "circuiti" [gratuito e a pagamento], perché quelli pubblicati gratuitamente dovrebbero essere migliori a prescindere? In base a cosa? E se la qualità del comitato di lettura fosse scadente [ho letto opere semplicemente incommentabili, lautamente premiate in restrittivissimi concorsi letterari]?Se pubblichi con Einaudi, Mondadori & co. sei un figo a prescindere, ma i loro "blasonati" cataloghi sono pieni di merda, e direi che non c'è neanche bisogno di fare nomi.

Quindi quella che non fanno selezione nelle case editrici a pagamento, o almeno in questa nello specifico, è solo una voce? (Di nuovo, non si tratta di una domanda retorica ma di una domanda vera). Se sì, allora, perché se ti selezionano e credono nella tua opera e nel tuo valore, ti chiedono soldi per pubblicarti?

La risposta c'è, ed è piuttosto nota nell'ambiente. Effettivamente è la domanda fondamentale, perché dalla risposta scaturiscono tutti i vari pregiudizi [il fatto che tu davi per scontata l'assenza di selezione è emblematico di ciò, e deriva proprio dagli sviluppi di questa questione].
Alcune case editrici chiedono soldi perché... Possono farlo. È perfettamente legale, l'hai detto tu [e l'ha confermato un avvocato del Codacons, contratto del Gruppo Albatros alla mano]. Certo, è piuttosto immorale, perché potrebbero fare diversamente. E infatti c'è chi fa diversamente e sceglie di preservare la moralità, cioè le CE gratuite.

Dal mio punto di vista, considero "migliori" le selezioni del circuito gratuito proprio perché non chiedendo soldi all'autore devono davvero essere sicuri di quello che pubblicano. Ci guadagnano solo se il libro vende e quindi devono far sì che i libri siano, appunto, di qualità e adatti al pubblico. Io non ti chiedo soldi per pubblicare, i costi sono tutti a carico mio, quindi la tua opera deve davvero essere meritevole. Semplice, no?
Certo, quando dice che anche le case editrici più rinomate hanno cataloghi pieni di merda non posso che dargli ragione. Purtroppo è così. Ma si tratta di libri sicuramente brutti ma per una casa editrice "commerciabili".
(Sui comitati di lettura invece non concordo tanto, ma semplicemente perché può essere scadente sia quello di una free sia quello potenziale di una a pagamento...)

Sarò sincera, alla fine di questo scambio di e-mail, i miei pregiudizi sono rimasti e tra i milioni di libri che devo ancora leggere, quelli pubblicati da una casa editrice a pagamento sono sicuramente gli ultimi in classifica. Forse sbaglio, forse così facendo rischio di perdermi dei capolavori. Però non so, c'è qualcosa in questo meccanismo che, pur essendo sicuramente legale, pur mettendo davanti all'autore un contratto che lui stesso accetta e firma, non mi piace, che mi sembra una presa in giro, dell'autore e del suo talento. Se esiste, perché  mi chiedi soldi e non investi su di me? Se non esiste, non è vile che dici ugualmente che io ce l'abbia per rubarmi dei soldi?

Certo i pregiudizi, in ogni ambito della vita, sono sbagliati e probabilmente se tutti riuscissimo a smettere di averne il mondo sarebbe migliore. Ma su certi aspetti è davvero difficile.

L'hai detto tu: quasi nessuno è disposto a recensire e fare affidamento su libri a pagamento. E allora CHI ha deciso della loro qualità?  Evidentemente nessuno, se non l'astio delle case editrici gratuite, rapidamente diffusosi su internet e [quindi] immediatamente accolto come vero dalla massa [la maggior parte dei blog letterari sono a tutti gli effetti filiali, succursali delle CE gratuite, questo è abbastanza ovvio].
Prova ne sia il fatto che gli scrittori, gli editori e le figure del settore a cui ho fatto avere il mio libro, l'hanno letto senza pregiudizio alcuno, perché viventi la realtà dei fatti e non quella di internet: chi pubblica un libro, qualche merito deve averlo [tranne magari quelli che si pubblicano da soli sulla rete]. Poi non è detto che la qualità ci sia eh, sia chiaro, ma sicuramente non può essere decisa a priori da una supposta elite di illuminati.
E ancora, sicuramente esisteranno realtà ancora meno oneste che non fanno alcuna selezione, ma devono per forza di cose essere realtà minori, sia in quantità che in importanza. Una grossa casa editrice [e l'Albatros è una grossa fra le piccole, come mezzi] non può farlo, ma proprio matematicamente. La selezione sarà più ampia e tutto quello che vuoi [anche e soprattutto perché arriva più materiale], ma così è.

E poi, in queste mail, ci sono due frasi che mi hanno fatto un po' sorridere, un po' commuovere e un po' arrabbiare. Perché mi sono immedesimata un attimo in questo autore, soprattutto nel momento in cui si è trovato di fronte per la prima volta a quei pregiudizi:

Io sogno un mondo in cui si badi all'autore, e non alla casa editrice.
Un mondo in cui l'autore possa farsi conoscere senza ostacoli dettati da pregiudizi infamanti, che oltretutto non dipendono neanche da lui.
Perché in realtà, come idea di base sarebbe anche molto bella e molto, molto giusta. Perché è vero, bisogna giudicare il libro e la sua storia, non chi lo ha pubblicato. E questo deve valere per qualunque libro. E mi rendo conto che per un emergente, sia che abbia pubblicato con una free sia che abbia pubblicato a pagamento, nella giungla in cui si è trasformata l'editoria negli ultimi anni farsi notare e sopravvivere è difficile. Però trovo anche una certa ingenuità in questa sua posizione. Perché offuscato dall'entusiasmo (che capisco e condivido, ci mancherebbe!) non ha svolto una ricerca prima di accettare di pubblicare. Una ricerca nemmeno poi così difficile, visto che come si diceva all'inizio quello dell'editoria a pagamento è un argomento scottante e di cui gli addetti ai lavori parlano spesso (c'è una famosissima lista... che non mi sento di condividere totalmente, ma che comunque per gli autori emergenti penso sia una buona guida). Forse si sarebbe scontrato lo stesso con altri pregiudizi, forse avrebbe avuto comunque difficoltà a emergere e a farsi notare. Ma sarebbe sicuramente partito meno svantaggiato.

In conclusione: sono stato uno sprovveduto che poteva informarsi meglio ed evitare spese inutili? Sicuro.
Sono un brocco presuntuoso e sopravvalutato senza speranza alcuna perché ho pubblicato a pagamento? No, lì mi girano i coglioni. Almeno conoscetemi e fatemi parlare prima.

Alla fine comunque siamo rimasti d'accordo che, quando avrò esaurito un po' la coda dei libri che mi sono stati inviati dagli emergenti per una lettura, leggerò anche questo. 
Concludo ringraziando ancora una volta questo autore, per la disponibilità al dialogo e per lo scambio di opinioni, che per me è stato davvero molto interessante e utile a farmi un'ulteriore idea su questo strano mondo che ancora una volta ha dimostrato di essere l'editoria.

giovedì 6 giugno 2013

IL SENSO DI UNA FINE - Julian Barnes

Io non sottolineo mai i libri che leggo. Non so perché, mi sembra in qualche modo di violarli con il mio tratto. Mi segno le citazioni o le cito direttamente ad altri sperando che li colpiscano così come hanno colpito me. Eppure, dopo poche pagine dall'inizio de "Il senso di una fine", ho sentito il bisogno di prendere una matita e sottolineare: frasi, interi paragrafi ma anche singole parole.
Se ci ripenso adesso, che il libro l'ho finito, credo anche di sapere a cosa sia dovuta questa necessità. Lo scorrere del tempo, che passa e si trasforma. Un tema fondamentale di questo romanzo. Un tema fondamentale della vita.

Talmente fondamentale che Tony stesso, protagonista e voce narrante di questo romanzo, ce lo piazza lì, subito, in prima pagina:

"Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. Non mi riferisco alle varie teorie su curvature e accelerazioni né all'eventuale esistenza di dimensioni parallele in un altrove qualsiasi. No, sto parlando del tempo comune, quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente: tic tac, tic toc. Esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi? Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere. Certe emozioni lo accelerano, altre lo rallentano; ogni tanto sembra sparire fino a che in effetti sparisce sul serio e non si ripresenta più".
E già da qui capisci quale strana piega prenderà la lettura. Tony è un pensionato, con una vita che lui stesso definisce "nella media". Una vita fatta di comodità, senza colpi di testa né colpi di scena. Un passato da studente, bravo ma non eccelso. Un lavoro tranquillo. Un matrimonio d'amore, fallito senza rimpianti e senza patemi dopo dieci anni. Una figlia con cui ha un rapporto cortese. Ora passa il tempo facendo volontariato. Finché un giorno non gli arriva una lettera di un notaio, che gli comunica che è destinatario di uno strano lascito testamentario da parte di una persona che aveva fatto parte della sua vita per un attimo, tanti anni prima, che gli fa mettere tutto in discussione. Il tempo trascorso, ma anche e soprattutto i suoi ricordi.

"Quanti luoghi comuni ci portiamo appresso con disinvoltura, dico bene? Ad esempio, che il ricordo corrisponda alla somma di evento più tempo trascorso. E invece funziona in modo molto più strano di così: non so più chi ha detto che il ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato."
Il lettore entra nella storia di Tony quando è ancora al liceo, sebbene si capisca che già nelle prime pagine è un Tony adulto a ricordare e raccontare. Entra nel suo mondo e nel suo gruppo di ragazzi un po' strafottenti, un po' saccenti e presuntuosi ("Sì, certo, eravamo presuntuosi, se no a che serve essere giovani?") e ricchi di speranze per il futuro e contraddizioni nel presente. Si parla dei loro corsi a scuola, del loro modo scanzonato di vedere il mondo e di affrontare la vita. E si parla di Adrian, il più talentuoso del gruppo, entrato a farne parte dopo e di cui tutti cercano di diventare migliori amici. E di Veronica, altro motore dell'azione. Altro ricordo che Tony più avanti metterà in discussione.

Leggendo si crea un forte senso di attesa, sebbene ogni tanto si abbia il sospetto di cosa succederà dopo, anche se il colpo di scena finale (perché è davvero alla fine e dà un senso a tutto il resto) è destabilizzante.. Ma la bravura di Barnes sta proprio lì. Nel senso di attesa che riesce incredibilmente a creare pagina dopo pagina, ma anche e soprattutto in questa sua strana analisi del tempo, della vita e dei ricordi. Sicuramente complessa, sicuramente destabilizzante e non semplice da digerire, perché porta inevitabilmente a riflettere anche sulla propria vita.


- Posso chiederti una cosa?
-Lo fai ogni volta, - ha risposto
-Mi hai lasciato per me?
-No- ha detto- ti ho lasciato per noi.
Non so se consiglierei a tutti questo libro. Bisogna essere nello spirito giusto per leggerlo. Bisogna essere in qualche modo pronti a entrare nei meccanismi mentali del protagonista, senza opporre resistenza o alzare barriere. Così come essere pronti a mettere in discussione anche la propria, di vita. Perché domande come "La mia esistenza si è sviluppata o solo accumulata?" possono davvero mettere in dubbio tutta la tua esistenza. Ma una volta che si è pronti, questo libro ti entra dentro e ti lascia un segno.

Un po' come quelli della mia matita sulle sue pagine, che magari tra qualche anno rileggerò, cercando di capire quanto abbia influito il tempo che è passato e quanto siano cambiati i miei ricordi.


Nota alla traduzione: davvero ben fatta!


Titolo: Il senso di una fine
Autore: Julian Barnes
Traduttore: Susanna Basso
Pagine: 150
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Einaudi
ISBN:978-8806216160
Prezzo di copertina: 10,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il senso di una fine

mercoledì 5 giugno 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #36

Ed eccoci arrivati a un nuovo appuntamento della rubrica sul confronto tra titolo originale e titolo italiano. Una fan mi ha suggerito di provare a fare il contrario questa settimana, ovvero di prendere un libro italiano e vedere come è stato tradotto all'estero. Mi è sembrata una bella idea, anche per movimentare un po' questa rubrica.
Poi però, mentre facevo qualche ricerca in proposito, sono incappata in un romanzo straniero, il cui cambiamento di titolo a mio avviso merita una discussione. E quindi rimando alla prossima settimana il confronto contrario.

Allora, il romanzo in questione è stato pubblicato nel 2011 negli Stati Uniti e poi tradotto nella nostra lingua nello stesso anno da R. Scarabelli per la casa editrice Garzanti. Sì, proprio loro, la casa editrice che solitamente attua i cambiamenti di titolo più assurdi e sconvolgenti (dai su, era un po' che non infierivo).

Sto parlando di BETWEEN SHADES OF GREY ovvero AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA di Ruta Sepetys:



Il romanzo parla della deportazione in un gulag sovietico della quindicenne Lina, ragazza lituana, figlia di un docente universitario sulla lista nera della polizia sovietica, in quanto scrittore e uomo di cultura. L'autrice stessa è di origini lituane e ha voluto racconta una storia forse dai più sconosciuta.  Non ho letto il libro, quindi non posso darvi alcun giudizio sulla trama.

La differenza di titolo è invece parecchio evidente. La traduzione letterale sarebbe "Tra le sfumature di grigio". Eh sì, inevitabilmente, anche se il romanzo è uscito prima della celebre trilogia erotica di E.L. James (uscito nel Regno Unito nel 2011 e in Italia nel 2012), la prima cosa che si pensa, soprattutto se appunto non si conoscono le tempistiche di pubblicazione, è che le opere siano in qualche modo collegate.
La Garzanti cambia quindi completamente il titolo, alludendo forse alla generale perdita della speranza che affligge i protagonisti del libro.
La domanda che sorge spontanea a questo punto però è se la Garzanti sapeva dell'imminente arrivo delle "Sfumature" o se invece ha deciso di cambiare arbitrariamente. In entrambi i casi direi che gli è andata bene (anche se trovo la copertina davvero inquietante).

Ora però è arrivato in libreria anche il secondo romanzo di questa autrice, tradotto sempre da R. Scaravelli per Garzanti: OUT OF THE EASY ovvero UNA STANZA PIENA DI SOGNI


La protagonista è figlia di una prostituta che non l'ha mai amata. Vive una vita solitaria e triste, priva di ogni affetto. Il suo unico rifugio è la libreria del suo quartiere, dove conoscerà un uomo che forse potrà aiutarla a scappare da quella vita.
Ancora una volta, la differenza tra titolo originale e traduzione è palese. E questa volta non sono sicura che sia possibile trovare una giustificazione plausibile.La traduzione letterale non è proprio semplice e comprensibile, sarebbe qualcosa come "Fuori dalla semplicità, dalla facilità". Certo, non poteva essere lasciato così in italiano, ma si sarebbe potuto forse trovare qualcosa di un po' più simile, di meno banale...

Che dite?

lunedì 3 giugno 2013

L'ISOLA DEI FIORI DI CAPPERO - Vito Faenza

Ma quanto è bello l'amore a tredici anni?
Quando non si ha nemmeno ben tanto chiaro cosa vuol dire "mettersi insieme". Quell'amore intenso quanto volubile, destinato a durare e a cambiare in pochi attimi. I primi baci imbarazzati, la mani che si sfiorano per la prima volta. Le prime lacrime versate quando la persona che amavamo ci ha inspiegabilmente lasciato per un altro. E via, tutto da capo, di nuovo, più e più volte. Bastava uno sguardo per crearsi in testa mille castelli. Bastavano un altro sguardo per farli di nuovo crollare.
E' tutto semplice, nell'amore a tredici anni. O almeno dovrebbe esserlo.

A meno che tu non abbia fatto lo sbaglio di metterti con Lui, un Lui qualunque di cui non importa il nome ma importa l'origine. Il figlio di uno dei Boss della camorra più potenti e pericolosi della tua città, con cui ti sei messa perché aveva l'automobile. E che ora non puoi più lasciare, a meno che tu non voglia perdere la vita.
E così, l'amore tredicenne di Anna, la protagonista di questo romanzo, si trasforma in una condanna. Una condanna su se stessa e sul suo futuro, ormai segnato, ma anche su chi le sta attorno e la ama davvero.
Perché ci sono delle regole nella camorra anche in amore. Regole che nessuno può permettersi di violare. E quindi il vero grande amore di Anna viene pestato a sangue perché ha osato anche solo guardarla. Ed è costretto ad andarsene, così come lei è costretta a sposare Lui. Anche se non lo ama e se non è amata. Anche se è un malavitoso che entra ed esce dalla galera.
Nessuno può aiutarla: non possono i genitori, a meno che non vogliano perdere tutto quello che hanno. Non può la polizia, perché i pochi poliziotti non corrotti vengono trasferiti o uccisi. Non può lo Stato, invischiato anch'esso nello stesso terribile sistema. Non può la chiesa, per lo stesso motivo della polizia. Chiunque si azzardi a provarci, viene messo a tacere.
E quindi Anna cresce, bella, intelligente e desiderosa di trovare una via di fuga che sente di non avere. Finché un giorno non ricompare l'amore della sua vita, con cui sogna un futuro. Ma soprattutto finché un giorno una guerra fra clan rivali non inizia a seminare vittime, una dietro l'altra. Paura e speranza convivono, fino alla fine.

Ho acquistato questo libro attirata dal titolo, senza sapere bene di che cosa trattasse. Ho letto la quarta e ho deciso che doveva essere mio. Questo romanzo, così come tutti quelli che parlano di Camorra, parla di una realtà che troppo spesso ignoriamo o fingiamo di ignorare. E' scritto con uno stile semplice, diretto, senza mezzi termini o frasi complesse e arzigogolate. Eppure ti colpisce dritto al cuore, facendoti soffrire, facendoti arrabbiare, ma facendoti anche sperare. Proprio come fa Anna. La sua impotenza diventa la tua, così come la sua paura, la sua voglia di riscatto e anche il suo coraggio.

Questo libro è ispirato a una storia vera. Ma forse sarebbe stato nemmeno necessario dirlo, perché leggendo e conoscendo un minimo la camorra si capisce che è così davvero, così per tutti. Che si abbia tredici anni o se ne abbiano cinquanta, si è sempre vittime di qualcosa di enorme, di terribile, che gode della protezione di stato, chiesa, polizia. Cosa che, secondo me, lo rende ancor più grave e terribile.
E purtroppo la speranza di Anna, un messaggio assolutamente positivo in mezzo a tutto quello schifo, non tutti hanno la fortuna di averla.

Un libro da leggere, per smettere di chiudere gli occhi e lasciare che a tredici anni, ma anche a cinquanta, l'amore non sia nient'altro che amore.

Titolo: L'isola dei fiori di cappero
Autore: Vito Faenza
Pagine: 120
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Spartaco Edizioni
ISBN: 978-8896350317
Prezzo di copertina: 10,00 €
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UN GIORNO DI GLORIA PER MISS PETTIGREW- Winifred Watson

Per poter scrivere al meglio questa recensione, e dare quindi un senso al mio giudizio complessivo sul romanzo, sento di dover fare una piccola premessa.
Già una volta mi era capitato di notare come crescendo siano cambiati i miei gusti in fatto di letture. Libri che fino a nemmeno troppo tempo fa avrei amato alla follia ora mi sono totalmente indifferenti e viceversa. Una premessa che può sembrare un'ovvietà, me ne rendo conto, ma ogni volta che mi trovo di fronte a questa situazione non possono fare a meno di ricordare a me stessa questo cambiamento. Anche per essere un po' più indulgente con il libro stesso.

Se avessi letto "Un giorno di gloria per Miss Pettigrew" quattro o cinque anni fa (ma forse basterebbero anche tre) mi sarebbe piaciuto tantissimo. Avrei provato simpatia per zitella quarantenne alla disperata ricerca di un lavoro per non finire in mezzo a una strada, nella Londra degli anni '30. Avrei provato simpatia per il suo stupore, per il suo candore, per la sua ingenuità mista a curiosità di fronte alla vita di Miss LaFosse, una donna da cinematografo, bellissima e dalla vita sentimentale molto intricata, nella cui casa Miss Pettigrew si ritrova quasi per caso un mattino, per dare così inizio al suo giorno di gloria. Avrei trovato questo espediente davvero ben studiato e avrei riso di gusto per le bizzarre avventure che alla donna capitano quel giorno e che la porteranno a mettere da parte i suoi pregiudizi e il suo stupore e a tirare fuori, grazie anche a una buona dose di alcool, i problemi amorosi delle donne che per caso si trova ad aiutare.
Avrei riso con lei e gioito per le sue piccole conquiste. Avrei amato l'ambientazione e il senso di riscatto e di speranza che inevitabilmente il finale lascia... perché non è mai troppo tardi perché i propri sogni si avverino.

E avrei quindi scritto una recensione entusiasta.

Ma non posso continuare a scrivere utilizzando il condizionale. Perché questo libro non l'ho letto tre, quattro o cinque anni fa, ma oggi. E tutto quello che allora probabilmente avrei amato di questa donna e di questa storia mi è risultato irritante e troppo costruito. Miss Pettigrew è quasi patetica, nel suo piangersi addosso e nella sua scarsa conoscenza del mondo, da lei imputabile all'educazione che ha ricevuto. Eppure ha prestato servizio come educatrice in molte case, non dovrebbe essere così stupita di fronte a quel mondo che dice di aver visto solo nei film. Ogni avventura in cui poi si trova coinvolta grazie a Miss LaFosse, dagli incontri amorosi alle feste, è estremamente prevedibile. Si sa già cosa succederà. E questo mi ha fatto perdere interesse e mi ha fatto proseguire la lettura quasi per inerzia.

Eppure, come dicevo all'inizio, mi rendo conto del potenziale di questo libro, e credo che il piacere o non piacere dipenda semplicemente dall'entrare o meno in sintonia con Miss Pettigrew e con il suo modo di essere e di fare. Deve scattare una certa empatia, che io non ho provato praticamente mai, non so se anche per via dello stile dell'autrice o proprio solo ed esclusivamente a "causa" del personaggio. E alla fine non mi è rimasto praticamente nulla.

Non mi sento quindi né consigliarvi né sconsigliarvi la lettura di questo libro. Perché non ci trovo nulla di sbagliato a livello di stile o a livello di trama. Si legge anche bene, in fretta ed è l'ideale se si cerca una lettura poco impegnativa. E, ripeto, sono sicurissima che se lo avessi letto qualche anno fa avrei scritto qualcosa di molto diverso.
Per cui, per questa volta, davvero non lo so.

Nota alla traduzione: non ho notato nulla di particolare, quindi direi ben fatta nel complesso.

Titolo: Un giorno di gloria per Miss Pettigrew
Autore: Winifred Watson
Traduttore: I. Zani
Pagine: 214
Anno di pubblicazione: 2008
Editore: Beat
ISBN: 978-8865591161
Prezzo di copertina: 9,00 €
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