mercoledì 20 marzo 2013

IL RE DEI GIOCHI - Marco Malvaldi

Ritornano i quattro vecchietti detective del BarLume di Pineta, con il nipote Massimo il "barrista" e la brava banconista Tiziana. "Re dei giochi" è il biliardo nuovo all'italiana giunto al BarLume. Ampelio il nonno, Aldo l'intellettuale, il Rimediotti pensionato di destra, e il Del Tacca del Comune (per distinguerlo da altri tre Del Tacca) vi si sono accampati e da lì sezionano con geometrica esattezza gli ultimi fatti di Pineta. Tra cui il terribile incidente della statale. È morto un ragazzino e sua madre è in coma profondo. Sono gli eredi di un ricchissimo costruttore. La madre è anche la segretaria di un uomo politico impegnato nella campagna elettorale. Non sembra un delitto. Manca il movente e pure l'occasione. "Anche quest'anno sembrava d'aver trovato un bell'omicidio per passare il tempo e loro vengono a rovinarti tutto". Ma la donna muore in ospedale, uccisa in modo maldestro. E sulle iperboliche ma sapienti maldicenze dei quattro ottuagenari cala, come una mente ordinatrice, l'intuizione logica del "barrista", investigatore per amor di pace.

Ecco, lo sapevo. Ho appena finito l'ultimo libro della saga del BarLume (ultimo in ordine di lettura, non cronologico... che le saghe per qualche bizzarro motivo non riesco mai a leggerle in ordine giusto) e già sento terribilmente la mancanza di nonno Ampelio. Un po' anche di Aldo, e del Rimediotti e del Del Tacca. E tutto sommato anche di Massimo. Ma nonno Ampelio sarà sicuramente quello che mi mancherà di più. E pazienza se questi libri di giallo in realtà hanno ben poco e se le trame e le indagini sono sempre un po' labili. E' il contesto ad essere fantastico: il bar di Pineta, in cui è il barrista a decidere cosa puoi o meno ordinare, e che sembra una costola dell'ospizio visto che i frequentatori più assidui sono proprio questi quattro vecchini scassapalle di cui Massimo vorrebbe a volte liberarsi ma di cui alla fin fine non può fare a meno. D'altronde senza di loro, nemmeno lui saprebbe tutti i pettegolezzi del paese... certo, in cambio avrebbe un tavolo in più libero (guarda caso l'unico in cui funziona il wi-fi) e un biliardo accessibile a tutti.

E questa volta forse la trama gialla è ancor meno gialla del solito, eppure è riuscita a commuovermi, per la sua logica, perché il movente altro non è che l'amore, un amore semplice e sincero che non riesce ad accettare le brutture della vita.
Certo, forse le invettive di Massimo verso la chiesa e, più in particolare, verso i credenti troppo bigotti, sono un tantino eccessive (seppur, almeno per me, completamente condivisibili)... ma servono a spiegare la trama e il suo corso e ad attribuirle ancora un senso maggiore. Tanto alla fine, se proprio non ci va di sentirle queste invettive, basta fare come i vecchini e mettersi a parlare d'altro, ignorandolo completamente.

Li adoro, davvero. Forse perché amo tantissimo la Toscana e il toscano (sì, lo so, ve l'ho già detto in tutte le recensioni), forse perché la caratterizzazione di questi personaggi è semplicemente perfetta o forse semplicemente perché sono libri che fanno ridere, ridere di gusto, senza doverci pensare troppo. Fatto sta che spero che Malvaldi ritorni presto a parlare di loro e a creare nuove fantastiche avventure.

Dite che domenica pomeriggio, quando finalmente vedrò dal vivo l'autore, posso farglieli autografare tutti?

Titolo: Il re dei giochi
Autore: Marco Malvaldi
Pagine: 192
Anno di pubblicazione: 2010
Editore: Sellerio
ISBN: 978-8838924798
Prezzo di copertina: 13,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il re dei giochi

Due titoli, un solo libro: ma perché? #26

Nuovo mercoledì e nuova puntata della rubrica di confronto tra originale e traduzione italiana dei titoli dei libri.
Quest'oggi si parla di un libro e di un autore che non conoscevo e che mi è stato segnalato, ancora una volta, dall'instancabile Tiziana (che credo sia diventata più invasata di me nella ricerca di titoli mal tradotti). Devo ammettere però che, una volta letta la trama e svolte le opportune ricerche, questo libro ha incuriosito molto anche me ed è finito dritto dritto in wish list.

L'autore è lo scrittore e poeta americano Richard Brautigan e il romanzo in questione è THE ABORTION: AN HISTORICAL ROMANCE 1966


Uscito negli Stati Uniti nel 1971, il romanzo è ambientato nella periferia di San Francisco, dove c'è una strana biblioteca il cui bibliotecario raccoglie solo ed esclusivamente manoscritti mai pubblicati. Opere inedite, strambe, senza speranza già respinte dalle case editrici  che vengono consegnate direttamente dai loro autori a qualunque ora del giorno e della notte. Un giorno, alla porta della biblioteca si presenta Vida, una ragazza affascinante . Tra la donna e il bibliotecario nasce subito l'amore, finché la donna non resta incinta : un evento indesiderato a cui i due decidono di porre rimedio andando in Messico ad abortire.

Lo so, solitamente mi occupo solo ed esclusivamente dei titoli senza soffermarmi sulla loro trama. Ma in questo caso credo sia importante capire di che cosa parla il libro per tentare di comprendere quello che è successo al suo titolo nel corso degli anni. Nulla di grave, in realtà, solo una piccola parentesi non del tutto giustificabile.

Il romanzo è arrivato infatti in Italia nel 1976 per la casa editrice Rizzoli, con la traduzione di Pier Francesco Paolini. Questa prima edizione rispettava il titolo originale, riportandone una fedele traduzione: L'ABORTO- UNA STORIA ROMANTICA.


L'unica differenza si ha nella sparizione del riferimento all'anno: un cambiamento abbastanza trascurabile, a mio avviso, con non crea nessun problema.
Nel 2003, lo stesso libro viene poi ripubblicato dalla casa editrice Marcos y Marcos, sempre con la stessa traduzione. Cambia però il titolo, in modo anche abbastanza drastico. "L'aborto- Una storia romantica" diventa infatti "LA CASA DEI LIBRI":


Se da un lato il titolo sicuramente non spunta fuori dal nulla, visto che almeno in parte il romanzo è ambientato in una biblioteca, dall'altro però sono convinta che questo titolo sia abbastanza fuorviante. Viene quasi da pensare che si sia voluta togliere la parola "aborto" dalla copertina, per renderla forse meno forte e diretta. Però sembra incredibile che una scelta del genere sia stata compiuta nel 2003 e non già alla prima uscita, nel 1976.

Una parentesi di cambio di titolo durata fino al 2012, quando il romanzo è stato nuovamente pubblicato, sempre con la traduzione di Pier Francesco Paolini del 1976, dalla casa editrice ISBN, che ha ripristinato il titolo originale (lasciando sempre e comunque fuori la data):


Che ne pensate della parentesi di titolo cambiato della Marcos y Marcos (casa editrice che, ci tengo a sottolineare, è una di quelle poche che di solito ha una politica molto rigida per i titoli, tant'è che adesso a volte si trova il titolo originale nella copertina stessa, sotto alla traduzione)?

Alla prossima settimana!

martedì 19 marzo 2013

CIELO DI SABBIA - Joe R. Lansdale

Oklahoma, anni Trenta. Jack ha appena finito di seppellire entrambi i genitori e si aggira tra le rovine della sua casa, distrutta da una delle tempeste di sabbia che sconvolgono lo Stato, quando vede arrivare Jane e suo fratello Tony. Anche loro hanno perso tutto quello che avevano, e vagano in un mondo senza vita, nel quale tutto, dalle piante al cibo, è sommerso sotto uno strato di polvere rossa. Ai tre ragazzi non rimane che rubare una macchina (il cui padrone è morto anche lui nella tempesta) e partire alla volta del Texas orientale, nella speranza di trovare pace e un'occasione per ricominciare a vivere. Ma la strada fino in Texas, tra rapinatori e vagabondi, cavallette e alligatori, deliziose vedove e spietati sfruttatori, si rivelerà lunga e tortuosa, e costringerà i tre ragazzi a crescere e a confrontarsi con quel misto inestricabile di malvagità e solidarietà che alberga in ogni essere umano.

Non so se nei paesi o nelle città in cui abitate voi capitano mai quelle giornate con un vento strano, quasi caldo, che tira in folate fortissime e che, soprattutto, deposita sulle auto e su tutto quello che incontra una sottile patina  rossastra. Il vento del Sahara, dovrebbe essere, che porta in giro per il mondo la sabbia del deserto. Un vento piacevole per la prima mezz'ora, fastidioso ed irritante subito dopo.
Questo vento e questa sabbia sono le prime cose che mi sono venute in mente non appena ho aperto "Cielo di Sabbia" di Lansdale. Certo, in Oklahoma si tratta di vere e proprie tempeste, che travolgono tutto e tutti, che arrivano all'improvviso e non lasciano scampo. Puoi scegliere solo tra il morire o il fuggire.

E i tre protagonisti di questo romanzo optano per la seconda opzione, dopo che i genitori sono spariti o morti: di malattia e di suicidio di fronte al dolore quelli di Jack, con un venditore di Bibbie e sotto un trattore quelli di Jane e Tony. Che altro cosa possono fare lì da soli in mezzo alla sabbia questi tre ragazzi? Prendere in prestito un'auto ad esempio, tanto il proprietario è morto e ci vorrà un po' prima che se ne accorga. E partire, in cerca di un posto migliore. Il loro viaggio li porterà a vivere le situazioni più disparate: conosceranno tre ladri che hanno appena derubato una banca e si sono fatti fregare dal quarto membro della banda; incontreranno bande di hoboes, uomini e donne senza una casa che si spostano saltando sui treni; andranno a lavorare in una piantagione di piselli e per finire si uniranno a un circo. 

"Cielo di sabbia" è sostanzialmente un romanzo per ragazzi, un po' picaresco e un po' di formazione, che però tutto sommato fa bene anche agli adulti,  perché offre la possibilità di guardare il mondo e tutte le sue brutture in modo più ottimista e di inseguire quella vita e quei sogni che a volte, per un motivo o per l'altro, si è costretti ad abbandonare. I tre protagonisti sono molto ben riusciti (anche se Jane con la sua saccenza è un po' irritante... ma non potrebbe essere altrimenti, "lei legge tanto"), così come lo è tutta la galleria di personaggi che incontrano durante il loro rocambolesco viaggio. Ce n'è di tutti i tipi: tanti ritratti di una società, quella americana della grande depressione, che di speranza ne ha ben poca. Al punto che persino i criminali riescono quasi a fare pena.

Però c'è un però. Ed è quel però comune a tutti gli autori che hanno scritto un vero e proprio capolavoro nella loro vita e le cui opere, precedenti o successive, subiranno sempre il paragone con questo capolavoro. Quello di Lansdale è "La sottile linea scura", libro bellissimo che mi aveva fatto innamorare di lui, del suo stile, dei suoi personaggi e che dovete assolutamente leggere. E "Cielo di sabbia", per quanto divertente, scorrevole e piacevole da leggere, non gli si avvicina minimamente.Ho riso, certo. Mi sono appassionata al viaggio di questi tre ragazzi e al loro modo di vivere e di affrontare, non giorno per giorno ma momento per momento, tutto quello che capita loro davanti.
Ma a mio avviso manca qualcosa per renderlo indimenticabile, anche se non saprei dirvi bene che cosa.

Sicuramente merita la lettura. Però, nel caso in cui questo fosse il vostro primo approccio con Lansdale e non vi lasciasse del tutto soddisfatti, fatemi il favore di dargli una seconda possibilità con il romanzo che vi ho citato prima. Se invece già questo vi è piaciuto tanto, non oso immaginare cosa proverete per l'altro!

Nota alla traduzione: ho trovato un "pisquano" lì in mezzo che mi ha lasciata un po' perplessa... soprattutto visto che siamo negli Stati Uniti. Però magari nell'originale c'era un termine altrettanto dialettale e colloquiale che il traduttore ha avuto difficoltà a rendere nella nostra lingua. Nel complesso ben fatta direi comunque.

Titolo: Cielo di sabbia
Autore: Joe R. Lansdale
Traduttore: Luca Conti
Pagine: 234
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806208578
Prezzo di copertina: 17,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Cielo di sabbia

lunedì 18 marzo 2013

Revival letterario. Ovvero:cosa leggevo da piccola.

Oggi sono in vena nostalgica, anche se non so bene perché. E quindi ho pensato di fare un salto indietro nel passato e andare a cercare, nei miei scaffali ma soprattutto nella mia memoria, i libri che più hanno caratterizzato la mia infanzia.
In realtà è stato più semplice del previsto. Sebbene abbia qualche difficoltà a collocarli in ordine temporale, mi ricordo perfettamente i libri più rappresentativi di quando ero bambina. Libri che, in bene o in male mi sono rimasti dentro, e che probabilmente hanno gettato le basi per la lettrice che sono oggi.


I primi libri letti credo che per tutti siano quelli di fiabe. Quelli che all'inizio ci leggevano i nostri genitori (o i fratelli e le sorelle maggiori, se ne avete) e che poi piano piano, vuoi perché abbiamo imparato a leggere o perché li abbiamo imparati a memoria, siamo riusciti a leggere da soli.
Io me ne ricordo bene due. Il primo è un librone dalla copertina verde bosco, con le illustrazioni che, indipendentemente dalla storia,  rappresentavano i personaggi sempre in forma di bambini e sempre particolarmente tondi.  Lo avevano regalato un anno per l'Epifania a mio fratello (se non ricordo male lo stesso anno in cui io avevo ricevuto la lavagna con le letterine magnetiche), ma essendo tanto vicini di età era un regalo che valeva per entrambi.
Il secondo che mi ricordo invece era in inglese. Credo lo avesse portato dall'America mio padre, di ritorno da uno dei suoi tanti viaggi. Ad ogni lettera dell'alfabeto erano associate delle parole che con essa iniziavano e dei disegni di animali in pose strampalate. E non ci capivo assolutamente nulla, ovviamente. 

Il primo libro che ho letto interamente da sola è stato Pollyanna di Eleanor H. Porter. E l'ho odiato. Davvero, era stata una vera e propria tortura e mi ero molto arrabbiata con i miei genitori che mi avevano imposto di leggerlo perché "è ora che inizi a leggere qualcosa!" (che lungimiranza, i miei!). Non riuscivo davvero ad andare avanti e il fatto di aver visto il cartone, anziché facilitarmi il compito, me lo rendeva ancora più ostico (nella mia mente di bambina devo aver pensato qualcosa tipo "ma se ho già visto il cartone, perché devo leggere anche il libro?"... un ragionamento che suona famigliare anche oggi). Credo di averci messo almeno tre mesi, di aver saltato parecchie pagine e di aver rinfacciato ai miei questa tortura per anni. Ovviamente dopo quello mi sono tenuta ben lontana da tutti i libri per ragazzi che avevo in casa (e ne avevo tanti, di quella collana della Valentina edizioni con la copertina blu), soprattutto se le protagoniste erano bambine ("Mamma, papà, col cavolo che leggo Piccole Donne!").
A salvarmi è arrivato, per fortuna,  "Il giornalino di Giamburrasca" di Vamba. Quel piccolo teppista era il mio idolo. Un po' diseducativo forse, ma quanto ho riso per le sue marachelle!

Di quel periodo (siamo intorno alla seconda-terza elementare credo) me ne ricordo poi altri due, che invece ho amato tantissimo.
Il primo è "Il detective Warton" di Russel E. Erikson della serie del Battello a Vapore. Me lo aveva regalato un mio compagno di giochi di quando ero bambina per un compleanno e racconta la storia di un piccolo rospo che si improvvisa investigatore, con l'aiuto di un topolino di campagna, per recuperare l'orologio che una cornacchia a rubato a suo nonno. Un vero capolavoro che credo di aver letto almeno tre volte.
Il secondo invece è la versione ridotta di "Tre uomini in barca" di Jerome K. Jerome, in un'edizione per bambini, ricca di immagini e, soprattutto, profumatissima, che ogni tanto apro ancora oggi quando ho voglia di tornare bambina.

Da li poi è partita la fase Roald Dahl, di cui penso di aver letto tutto. "La fabbrica di cioccolato", "Matilda", "Il GGG", "Gli Sporcelli", "Le streghe". Un autore che ancora oggi amo tantissimo e che secondo me tutti i bambini dovrebbero leggere.


Il primo libro "da grandi" che ho letto è stato invece "Il diario di Anna Frank". Ho un vago ricordo del momento esatto in cui me l'avevano comprato e delle reticenze di mio padre all'acquisto perché temeva non fossi ancora abbastanza grande. Però lo volevo leggere a tutti i costi e alla fine ero riuscita a convincerlo. Non credo di aver capito bene il suo vero significato alla prima lettura: per me era solo la storia di una ragazza che doveva vivere nascosta e a cui piaceva scrivere. Poi, con il tempo ovviamente tutto è diventato più chiaro.
Sempre del periodo delle elementari ci sono poi tutti quei libri che prendevo in prestito nella piccola biblioteca che avevamo creato in classe: la saga di Vampiretto, Cipì, qualche Piccolo Brivido.

Nel passaggio tra elementari e medie, anche se non so bene in che ordine, colloco poi "Alla ricerca del tesoro scomparso" di Bianca Pitzorno, regalatomi dallo stesso amico che mi aveva regalato "Il detective Warton", e i primi approcci con la trilogia "I nostri antenati" di Italo Calvino, che tanto ho nel cuore ancora oggi.

Per arrivare ai primi libri "da grandi", bisogna aspettare le vacanze estive tra la seconda e la terza media, quando la nostra fantastica professoressa di italiano (quando la adoravo!) ci ha commissionato la lettura di cinque romanzi classici della storia della letteratura italiana: "i Malavoglia" di Giovanni Verga, "Una donna" di Sibilla Aleramo, "Metello" di Vasco Pratolini, "Il fu Mattia Pascal" di Pirandello e... e... il quinto porca miseria non me lo ricordo.
In ogni caso, so che solitamente i libri che vengono "propinati" nelle scuole di solito non vengono apprezzati dai poveri studenti. Eppure, escluso "Una donna" della Aleramo, li ho amati tutti tantissimo. E da allora li ho riletti più e più volte (Metello l'ho inserito anche nella tesina della maturità).
Credo che sia proprio da quell'estate che sono diventata una lettrice così instancabile (per intenderci, la mia tessera della biblioteca è proprio di quegli anni), leggendo praticamente di tutto. Ho attraversato la fase Nicholas Sparks, la fase Stephen King, la fase Agatha Christie e quella di Harry Potter (ero già al liceo). Le mie letture sono cresciute e si sono delineate insieme a me, ponendo in qualche modo le basi per quello che leggo ora.

Insomma, cara Pollyanna, alla fine ho vinto io!

E voi, vi ricordate qual è stato il primo libro che avete letto?

sabato 16 marzo 2013

LA PIRAMIDE DEL CAFFE' - Nicola Lecca

A diciotto anni, Imi ha finalmente realizzato il suo sogno di vivere a Londra. A bordo di un vecchio treno malandato ha lasciato l'orfanotrofio ungherese dove ha sempre vissuto e, nella metropoli inglese, si è impiegato in una caffetteria della catena Proper Coffee. Il suo sguardo è puro, ingenuo e pieno di entusiasmo: come gli altri orfani del villaggio di Landor, anche lui non permette mai al passato di rattristarlo, né si preoccupa troppo di ciò che il futuro potrebbe riservargli. Le tante e minuziose regole che disciplinano la vita all'interno della caffetteria - riassunte nel Manuale del caffè cui i dirigenti della Proper Coffee alludono con la deferenza riservata ai testi sacri - gli sembrano scritte da mani capaci di individuare in anticipo la soluzione a qualsiasi problema pur di garantire il completo benessere di impiegati e clienti. La piramide gerarchica che ordina la Proper Coffee sembra a Imi assai più chiara e rassicurante del complesso reticolo di strade londinesi. Dovrà passare molto tempo prima che Imi - grazie al cinismo di un collega e ai consigli della sua padrona di casa - cominci a capire la durezza di Londra e la strategia delle regole riassunte nel Manuale del caffè. Tanto candore finirà per metterlo in pericolo: e sarà allora Morgan, il libraio iraniano, a prendersi a cuore il destino di Imi, coinvolgendo nel progetto Margaret, una grande scrittrice anziana e ormai stanca di tutto, ma ancora capace di appassionarsi alle piccole storie nascoste tra le pieghe della vita.

Immagino sia già capitato anche a voi di leggere un libro con delle aspettative molto alte. Aspettative che nascono da diverse cose: parecchi commenti positivi, una copertina molto simpatica, una trama che vi attrae tantissimo. E quindi vi avvicinate a quel libro quasi emozionati, sicuri di trovarvi di fronte a qualcosa che vale, a qualcosa che vi conquisterà tantissimo e di cui sentirete la mancanza una volta finito. 
E immagino conosciate altrettanto bene quel sentimento di delusione misto a rabbia che nasce non appena vi rendete conto che le vostre aspettative sono state disattese.
Ecco, "La piramide del caffè" di Nicola Lecca rientra per me proprio in queste categorie. Tanta, tantissima curiosità e voglia di leggerlo. Tanta delusione una volta arrivata all'ultima pagina.

La trama racconta principalmente di Imi, un ragazzo ungherese che, una volta compiuti diciott'anni, lascia l'orfanotrofio in cui è vissuto per andare a Londra, la città dei suoi sogni. Qui, inizia a lavorare per una catena di caffetterie, la Proper Coffee. Con la sua ingenuità e il suo entusiasmo, lo considera il miglior posto del mondo: hanno un manuale in cui gli viene spiegato per filo e per segno cosa deve fare, ha buone prospettive di carriera, una paga che nel suo paese se la sogna e tante piccole agevolazioni.  Non si rende conto che in realtà le strategie della Proper Coffee sono volte a sfruttare il più possibile i suoi dipendenti in cambio di banalissimi contentini che gli si possono rivoltare contro. O meglio, se ne rende conto solo quando è troppo tardi. Per fortuna ha degli amici e tra questi c'è Morgan, che lavora in una libreria e fa consegne settimanali a una grande scrittrice premio Nobel che da anni non si fa vedere in pubblico. Sarà lei, pur senza conoscerlo, a  fare giustizia. 
Parallela alla storia di Imi a Londra, ci sono delle finestre sulla vita nell'orfanotrofio e sui suoi abitanti, a cui Imi è rimasto molto affezionato. Una realtà triste, dolorosa, ma in cui, alla fine della fiera, raggiungere la felicità è più facile che in una città grigia e alienante come Londra.

Intendiamoci, non si tratta assolutamente di un brutto libro.Riesce a tenerti compagnia, a farti sorridere a volte, commuoverti altre e trasmette un bel messaggio positivo (anche se forse un tantino incredibile, di questi tempi). Eppure, non mi ha lasciato nulla. O almeno, nulla rispetto a quello che mi sarei aspettata. Sì, è una bella storia. Sì, c'è un bel lieto fine che non guasta mai (seppur ottenuto con un bel ricatto) e che dovrebbe lasciare un po' di speranza in questi tempi bui. Ma con me tutti questi begli espedienti purtroppo non hanno funzionato, e, appena chiuso il libro, la prima sensazione è stata: "beh, tutto qua?"

Forse la colpa principale è la mia pignoleria. Perché la lettura per me è stata resa molto difficile dall'uso singolare della punteggiatura all'interno di tutto il romanzo. Magari è anche corretto, magari è una scelta stilistica che solo io non riesco a cogliere, ma l'uso massiccio dei due punti al posto delle virgole, anche all'interno della stessa frase, a me è risultato davvero irritante. Ho immaginato fosse un problema del mio ebook, magari danneggiatosi per qualche motivo, ma mi è stato confermato che sia la versione cartacea sia altri ebook sono identici. 
Io sono molto pignola, forse troppo (tipo la scelta di tradurre muffin con panettoncini, manco fossimo in una caffetteria milanese, potrei anche evitare di segnalarvela). Ma non sono davvero riuscita ad abituarmi a questo stile che, alla fine, ha influenzato anche la scorrevolezza della trama.

Mi dispiace, davvero, scrivere una recensione del genere di un romanzo tanto elogiato e apprezzato dai più. Ma è più forte di me, non riuscirei a scrivere altro nemmeno se volessi o mi sforzassi. 
Con questo comunque non voglio sconsigliarvi la lettura! Penso semplicemente che non si sia creata la giusta empatia né con i protagonisti né con la trama né con lo stile. E ogni tanto succede, no?

Titolo: La piramide del caffè
Autore: Nicola Lecca
Pagine: 233
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Mondadori
ISBN: 978-8804624592
Prezzo di copertina: 17,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura:La piramide del caffè

giovedì 14 marzo 2013

STORIA DEI CAPELLI- Alan Pauls

Cosa passa per la testa di un uomo mentre si sottopone al rito noioso e ansiogeno del taglio dei capelli? Attraverso un flusso narrativo fatto di pensieri, ricordi ed eventi in presa diretta, entriamo in quella testa che sta per essere cambiata per sempre dal taglio di capelli perfetto. Una vita intera rivisitata attraverso il filtro della sua ossessione: i capelli. L’infanzia e l’adolescenza negli anni Settanta dominati dai tagli afro, il rapporto con un miglior amico insopportabile dai riccioli curatissimi, una moglie a cui viene rubata misteriosamente una parrucca, un cane che quando viene tosato diventa irascibile, e soprattutto un nuovo parrucchiere: Celso, un paraguayano che ha il potere di cambiare le vite che lo sfiorano con la leggerezza affilata del suo tocco di forbici.

Ho sempre avuto un rapporto strano con i miei capelli. Li asciugo sempre di fretta, tendo a non pettinarmi se non quando strettamente indispensabile (e infatti solitamente ho una criniera in testa) e vado dal parrucchiere massimo due volte all'anno, quando proprio non riesco più a tenerli nemmeno legati.

Per cui non è stato proprio semplice per me comprendere e identificarmi con il protagonista e la sua ossessione verso i suoi capelli. Un'ossessione che lo accompagna da sempre e che da sempre ha scandito la sua storia, la sua vita e il suo rapporto con gli altri. La moda dei capelli afro, quando era adolescente negli anni '70. Il rapporto con il migliore amico riccioluto, verso il quale ha sempre provato una sorta di invidia che non se n'è andata con gli anni e che lo porta a non richiamarlo mai e a rifuggire da ogni contatto. La storia con sua moglie, che un taglio di capelli nuovo e ben riuscito può cambiare e cancellare. Le difficoltà con il cane, che, come il padrone, è fin troppo suscettibile a tagli e tosature mal riuscite. Il protagonista ci racconta tutto questo, con un lunghissimo flusso di pensieri scatenato dal suo ultimo taglio. Un taglio perfetto, che mai aveva avuto prima, a opera di Celso, uno strano parrucchiere paraguayano che con le sue forbici riesce a fare magie e a cambiare la vita. Un parrucchiere dal passato oscuro, che il protagonista scoprirà suo malgrado.

E' difficile fare un riassunto della trama di questo libro, così come lo è tirare le fila di qualunque flusso di pensieri, di cui si capisce il filo conduttore ma non sempre i vari passaggi. E a un certo punto, verso la fine, ammetto di essermi un po' persa e di non essere più riuscita a seguire quello che veniva raccontato. Poche pagine a cui forse non ho dedicato la giusta attenzione o che semplicemente, forse, vogliono essere oscure e divagare come qualunque mente troppo piena e troppo oppressa fa.
Però ammetto che questa mia difficoltà finale mi ha lasciato un po' di amaro in bocca, rovinando in parte il giudizio positivo che avevo avuto di questo libro fino a quel momento. Forse mi aspettavo si rimanesse più concentrati sul protagonista, forse dalla sinossi credevo che le magie e la capacità di Celso di cambiare la vita andassero oltre. 

Non è un libro brutto, assolutamente. E l'abilità dell'autore nel condurre la storia tramite un semplice flusso di pensieri è indubbia. Però è un romanzo diverso da tutti quelli sudamericani che ho letto finora e forse, semplicemente, non me l'aspettavo e non sono riuscita quindi ad apprezzarlo appieno.

Nota alla traduzione: davvero ben fatta! Anche per la traduttrice non deve essere stato facile seguire questi pensieri e renderli in un'altra lingua. Ma ci è riuscita egregiamente.

Titolo: Storia dei capelli
Autore: Alan Pauls
Traduttore: Maria Nicola
Pagine: 200
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Sur
ISBN: 978-88-97505-12-9
Prezzo di copertina: 15,00 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Storia dei capelli
formato kindle: Storia dei capelli

mercoledì 13 marzo 2013

Di prezzi dei libri, di lettori pigri e di standardizzazione della cultura.

Ho questo post che mi frulla in testa da qualche giorno, indecisa se parlarne o meno. Perché questo argomento è già stato affrontato più e più volte da persone sicuramente più competenti di me. Sto parlando della nuova collana di Newton Compton, la Live, che vende una selezione di titoli 0,99 euro. Ne ha parlato il grande Marino nel suo Cronache dalla Libreria, ne ha parlato il blog Dusty Page in Wonderland, ne ha parlato la mitica Leggivendola e anche Finzioni Magazine e sicuramente tanti, tantissimi altri, in termini ovviamente diversi (anche su twitter, la casa editrice Einaudi ha lanciato la discussione #menodizero)
E' stato il dibattito nato sotto al post de La Leggivendola, forse finito un tantino fuori tema, che mi ha fatto decidere di scrivere comunque e di dire la mia. Quindi, se siete stufi di sentire parlare di questo argomento, fermatevi qui.

Quello dei libri a 0.99 euro è in realtà solo il punto di partenza, che mi ha portato ad altre riflessioni sulle politiche della Newton Compton ma anche delle altre case editrici e del loro modo di contrastare (o non farlo, forse) questa iniziativa.
E in realtà forse i libri a meno di un euro sono quelli che mi disturbano meno... io stessa ho in casa dei vecchissimi millelire e duemilalire ormai ingialliti e sfaldati, e a quei tempi comprarli non mi aveva causato alcun problema. Certo, ero molto più piccola e molto meno interessata al fantastico mondo dell'editoria e di tutto quello che c'è dietro al "prodotto libro", di quanto non lo sia ora. 
Questa collana comprende libri considerati classici, più due novità. Libri quindi probabilmente fuori diritti, probabilmente già tradotti e rivisti, che quindi non richiedono un grosso intervento di editing. Certo, spero che una ricontrollata gli sia comunque stata data (le traduzioni invecchiano), ma in ogni caso questi costi sono in qualche modo abbattuti. Ci sono poi i costi di impaginazione, quelli di stampa, etc... etc.. Costi che a me personalmente sembra incredibile che riescano a rientrare in quei 0,99 euro a cui questi libri vengono venduti.  La casa editrice confida sicuramente sulla vendita massiva, così come sulla pubblicità riportata all'interno delle copertine che rimanda ad altri loro libri. Una pratica sicuramente non innovativa, già vista magari in altre forme (segnalibri ad esempio), che però, a me personalmente, un tantino disturba.

In ogni caso, comprendo perfettamente la logica della casa editrice: io vendo i libri a basso costo e, visti i tempi di crisi, tutti li acquistano. Una logica che non fa una piega e che già da diverso tempo si è dimostrata valida, riportando i romanzi Newton tra le vette delle classifiche, grazie alla loro idea dei "rilegati tascabili", venduti a 9,90€ prima e a 5,90€ poi. Libri che hanno letteralmente invaso librerie e supermercati, con i loro titoli e le loro copertine tutte uguali e con le loro trame che non richiedono alcuno sforzo mentale per la lettura, spesso mal tradotti o ricchi di refusi. Però, ragazzi, costano poco! E rendono finalmente la cultura accessibile a tutti!

Ecco. E' proprio quest'ultima la frase che mi irrita di più. Perché la cultura, almeno quella letteraria, è già accessibile a tutti. Ci sono le biblioteche, ad esempio. Ci sono i classici fuori diritti che puoi trovare online gratis. Ci sono gli amici con cui fare prestiti e scambi. Ci sono gli sconti e le edizioni economiche di tutte le altre case editrici. Non se li è certo inventati la Newton i libri economici, no? Prima che creassero questi libri a 9,90, forse non era possibile acquistare libri a meno di 10 euro? I tascabili Feltrinelli? I TEA? Gli Oscar Mondadori o gli ET Einaudi? Prima non c'erano? C'erano eccome. L'unica differenza è che non sono rilegati,  non hanno copertine troppo sgargianti e, soprattutto, non ti vengono messi davanti al naso ovunque tu vada. Quindi, la cultura era accessibile a tutti anche prima che arrivassero le edizioni Newton. O meglio, a tutti quelli che volessero raggiungerla. L'unica cosa è che a volte, per essere raggiunta richiede solo un minimo di sforzo e di ricerca in più.

La differenza quindi la fa il lettore (e qui parte un'altra nota dolente). E' il lettore che decide cosa leggere. E' il lettore che decide cosa vuole della lettura e se e quanto lasciarsi influenzare da prezzo/copertina/pubblicità fuorvianti e massive/recensioni solo positive, etc etc...  Se ti lasci influenzare da queste cose, è assolutamente una tua libera scelta. Hai il diritto di leggere quello che vuoi, per le motivazioni che vuoi e di giudicarlo un capolavoro se a te è piaciuto. Così come io ho il diritto di non farlo e non per questo devo essere additata come snob.Mi è stato detto che in questo modo divido i lettori in lettori di serie A, B e C. Mi è stato detto che se si legge un Harmony o un romanzo da premio Nobel si compie comunque lo stesso atto, si è sempre e comunque lettori e che bisogna finirla con questa visione sacra della lettura, perché non fa altro che allontanare i lettori. Beh, io a fare una cosa del genere non ce la faccio. Certo, si fa sicuramente lo stesso gesto, e all'atto pratico è un lettore sia chi leggere gli pseudoporno sia chi legge Philip Roth. Ma per me una differenza c'è eccome. Si è sempre lettori, certo. Ma sono i libri e il valore che hanno ad essere diversi. E questa diversità deve conservarsi, deve rimanere.
E' per questo che ce l'ho tanto con i libri della Newton a 9,90€ con amore, zucchero, zenzero o vampiri in copertina. E' per questo che ce l'ho tanto con i titoli composti tutti uguali e i visi di donna che ti guardano e ti ammiccano. Perché bisogna omologare, standardizzare anche una cosa così bella e variegata come lo è la lettura?

Un'ultima cosa, poi la smetto. Mi riferisco al prezzo dei libri nuovi. Che è effettivamente esagerato e un tantino ingiustificato. Una novità delle case editrici più grandi al momento dell'uscita costa intorno ai 18 euro. Paghi la copertina, a volte il nome dell'autore anche. Poi magari lo apri e lo trovi scritto in carattere venti con interlinea 3,5, cinque centimetri di margine per lato e carta pesante. Ecco, anche quello nuoce sicuramente alla cultura e alla sua diffusione... possibile che le case editrici non se ne siano ancora accorte? Questo e la produzione massiva di novità, per la maggior parte delle volte inutili, destinate a rimanere in libreria uno o due mesi quando va bene.
Ho chiesto ai miei lettori preferiti sulla pagina facebook del blog quanto sono disposti a spendere per un libro. Perché secondo me la domanda chiave sta proprio lì. La risposta principale è stata, ovviamente, dipende. Dipende da che libro è (narrativa, manuali... "i libri di Vespa nemmeno regalati li voglio"), da quanto ci ispirava o da quanto lo stavamo aspettando. In media comunque si sta su non più di quindici euro.
Poi ovvio, un libro meno riusciamo a pagarlo più soddisfazione ci da' (o meno idioti ci fa sentire se si è rivelato una cavolata). Però in linea di massima la cifra è quella.
Mi direte mica che ci sono solo i libri della Newton a meno di quindici euro?

Ok, ho finito. O meglio, ci sarebbero ancora un paio di punti da toccare (tipo, come la mettiamo con le case editrici che, anche volendo, non possono permettersi queste politiche di prezzo stracciato né i posti in prima fila in libreria? Ne sto scoprendo parecchie di piccole e medie con un catalogo meritevole che ovviamente per rientrare nei costi, prezzi inferiori ai 10 euro non possono sempre farli), ma preferisco fermarmi qui.
Non so se letto d'insieme questo post abbia una sua logica... sono solo un po' di riflessioni e di tarli che mi ronzavano in testa da un po' e che avevo assolutamente bisogno di togliermi.