lunedì 18 febbraio 2013

Incontrando... Diego De Silva

Prima di raccontarvi l'incontro di oggi con un autore che amo molto, devo assolutamente fare una piccolissima premessa, per ringraziare una persona. Una persona che prima di aprire questo blog e la sua omonima pagina Facebook nemmeno conoscevo e che oggi, finalmente, dopo esserci sentiti più volte per mail, ho finalmente incontrato di persona. Fa sempre un po' strano, almeno per me, vedere in faccia persone di cui si sono lette sempre e solo le parole (e questo effettivamente vale anche per gli autori dei libri). Ed è bello scoprire che, ancora una volta, ne è valsa la pena. Quindi ringrazio Fabio per avermi fatto sapere di questo incontro, per esserci venuto insieme a me, ma soprattutto per tutto il resto... 

Ma veniamo a noi. Perché oggi pomeriggio, io, Fabio e, vista l'ora, un'allegra combriccola di pensionati (alcuni dei quali, secondo me, non proprio consapevoli di cosa ci facessero lì... ho sentito chiaramente la mia attempata vicina chiedere alla sua amica chi fossero venute a vedere)  siamo stati al Centro Congressi Unione Industriale di Torino alla presentazione del libro "Mancarsi", durante la quale è ovviamente intervenuto il suo autore, Diego De Silva. Quanto adori questo scrittore credo di averlo già detto e ripetuto più e più volte. Eppure oggi ho avuto la conferma che dietro quella penna e quelle parole geniali, ci sia un uomo altrettanto geniale e incredibile. 

Dopo la presentazione dell'autore e delle sue opere fatta dal giornalista Bruno Quaranta, De Silva ha preso la parola ed è riuscito a incantare la platea come il suo modo di parlare pacato, ironico, in cui a una verità profonda ha alternato sempre battute e momenti comici. 

L'autore ha iniziato parlando del suo avvocato Malinconico, grandissimo personaggio protagonista dei suoi tre romanzi precedenti, da cui però a un certo punto ha sentito il bisogno di staccarsi, di allontanarsi, perché un po' lo stava fagocitando.  Per questo ha deciso di scrivere qualcosa di diverso... ed è uscito fuori quel piccolo gioiello che, a mio avviso, è "Mancarsi". La storia raccontata dall'autore acquista ancor più profondità, soprattutto perché si è visto l'entusiasmo e la passione con cui è stata scritta e con cui ha delineato i personaggi. 
Il libro è stato poi il pretesto per parlare di altro: di amore, principalmente, e di quanto sia difficile riconoscerlo quando ce lo si trova davanti, di quanto a volte il destino possa portare a trovarsi ma anche, appunto a Mancarsi. E di come, una volta raggiunto non sia poi così facile da mantenere e di come, solitamente, "due persone che sono nate per stare insieme solitamente si lasciano"... (e qui ci ha anche intonato qualche nota di De Andrè)

Da lì è passato poi a raccontare il suo modo di intendere la lettura e la scrittura (uno scrittore di solito è uno che ha dei problemi... perché se uno è felice, non scrive), di come per lui siano più importanti i dettagli , gli episodi  perché che non deve per forza capitare qualcosa perché un libro, ma anche un film, abbiano un senso. E questo effettivamente nei suoi libri viene dimostrato più e più volte.

De Silva ha poi toccato un altro argomento molto importante, ovvero il suo rapporto con la sua città, Napoli, e con tutto quello che rappresenta. Ha parlato del suo passato di avvocato e di quanto difficile sia esercitare questa professione in una città come quella, dove è normale "mentire sinceramente" per poter andare avanti e vincere le cause. Un mondo che lui non riusciva più a sopportare e che ha in qualche modo raccontato nelle vicende di Malinconico e di come questo gli abbia portato qualche antipatia nel mondo dei tribunali che prima bazzicava. 
E ha parlato di Roberto Saviano, attraverso aneddoti divertenti ma anche molto profondi...Come quella volta che sono andati insieme a Scampia a presentare un libro.
In quel momento, davvero, sarei salita sul palco ad abbracciarlo. 

Oltre a un'immensa cultura e a un'incredibile capacità di gestirla e di mostrarla senza mai sembrare altezzoso o snob, De Silva ha dimostrato di essere in grado di coinvolgere ed emozionare non solo per iscritto ma anche a voce chiunque abbia la fortuna di poterlo sentire e vedere. Davvero, si pendeva dalle sue labbra, sia quando parlava semplicemente del libro, sia quando si dedicava ad aneddoti e racconti più personali.

E io sono uscita di lì semplicemente entusiasta, ancor più follemente innamorata di quest'uomo... e ovviamente con il mio solito siparietto al momento della dedica (mi succede sempre, quando incontro gli autori):

"Per chi metto la dedica?"
"Per Elisa"
"Oh, Per Elisa, come la composizione di Beethoven... che dedica ambiziosa!"

e ovviamente l'ha scritto.






("Per Elisa... una dedica un po' ambiziosa")



venerdì 15 febbraio 2013

AñOS LENTOS - Fernando Aramburu

A finales de la década de los sesenta, el protagonista, un niño de ocho años, se va a San Sebastián a vivir con sus tíos. Allí es testigo de cómo transcurren los días en la familia y el barrio: su tío Vicente, de carácter débil, reparte su vida entre la fábrica y la taberna, y es su tía Maripuy, mujer de fuerte personalidad pero sometida a las convenciones sociales y religiosas de la época, quien en realidad gobierna la familia; su prima Mari Nieves vive obsesionada por los chicos, y el hosco y taciturno primo Julen es adoctrinado por el cura de la parroquia para acabar enrolado en una incipiente ETA. El destino de todos ellos –que es el de tantos personajes secundarios de la Historia, arrinconados entre la necesidad y la ignorancia– sufrirá, años después, un quiebro. Alternando las memorias del protagonista con los apuntes del escritor, Años lentos ofrece además una brillante reflexión sobre cómo la vida se destila en una novela, cómo se trasvasa el recuerdo sentimental en memoria colectiva, mientras su escritura diáfana deja ver un fondo turbio de culpa en la historia reciente del País Vasco.

("Alla fine degli anni sessanta, il protagonista, un bambino di otto anni, va a vivere a San Sebastiáan con i suoi zii. Lì è testimone di come trascorrono i giorni nella famiglia e nel quartiere: suo zio Vicente, dal carattere debole, divide la sua vita tra la fabbrica e il bar, ed è sua zia Maripuy, moglie dalla forte personalità però sottomessa alle convezioni sociali e religiose dell'epoca, a governare realmente la famiglia; sua cugina Mari Nieves è ossessionata dagli uomini, e il burbero e taciturno cugino Julen viene istruito dal prete della parocchia e finisce arruolato in un'incipiente ETA. Il destino di tutti loro- che è lo stesso di tanti personaggi secondari della Storia, schiacciati tra necessità e ignoranza, patirà anni dopo un cambiamento. Alternando i ricordi del protagonista con gli appunti dello scrittore, Años lentos fornisce inoltre una brillante riflessione su come la vita viene distillata in un romanzo, su come il ricordo personale può travasarsi in memoria collettiva, mentre la sua scrittura diafana rivela un fondo oscuro di colpa nella storia recente dei Paesi Baschi" ...la traduzione è mia, portate pazienza!)

Devo iniziare questa recensione chiedendo scusa a tutti coloro che la leggeranno. Vi chiedo scusa perché sto per parlavi di un libro molto bello, appassionante e scritto dall'autore con uno stile geniale, che, almeno per ora, a meno che voi non conosciate lo spagnolo, non potrete leggere. Di questo libro infatti non esiste ancora una versione italiana. So che qualcuno si sta impegnando molto per cercare un editore che voglia investire su questo libro, ma, almeno per ora, senza troppo successo. Ed è davvero un peccato, perché Aramburu offre uno spaccato della Spagna nell'epoca franchista forse a volte un po' dimenticato o che comunque qui da noi, a meno di non essere appassionati, non è molto conosciuto. Ovvero quello dei Paesi Baschi e di come lì è stata vissuta la dittatura.

Protagonista è Txiki, un bambino di otto anni che finisce a vivere a casa dei suoi zii perché i genitori sono troppo poveri per mantenere tutti i figli. Qui entrerà in contatto con una famiglia e un paese diverso da quello a cui era abituato. C'è lo zio Vicente, un uomo taciturno che lavora in fabbrica e che sembra essere un po' rassegnato, sia al suo destino sia ad essere succube della moglie Maripuy, vero capofamiglia: una donna forte, coraggiosa ma vittima di pregiudizi e convenzioni sociali che la portano troppo spesso a preoccuparsi più di che cosa penserebbe la gente che non di quello di cui ha bisogno la sua famiglia. Pregiudizi che riversa soprattutto contro la figlia Mari Nieves, a cui il paese inizia davvero a stare troppo stretto, vista anche la sua voglia di divertirsi con gli uomini, che arriva al punto di metterla irrimediabilmente nei guai e porta altri membri della famiglia a soluzioni drastiche. A chiudere il quadretto famigliare c'è Julen, a cui Txiki deve questo suo strano soprannome e con il quale lega tantissimo, nonostante l'età di differenza e, soprattutto, i piedi puzzolenti. Julen rappresenta il popolo che si ribella, lasciandosi convincere dal parroco del paese a unirsi all'ETA e alla lotta armata. Una scelta sentita, ma di cui forse Julen non aveva valutato tutte le conseguenze.

Aramburu ci accompagna all'interno di questa famiglia e del paese in cui vive, utilizzando due espedienti narrativi molto efficaci. Da un lato abbiamo i ricordi che lo stesso Txiki fornisce allo scrittore per permettergli di scrivere la sua storia: ricordi a volte non proprio precisi di singoli episodi della sua vita all'interno della famiglia, di cui vorrebbe però fossero cambiati i nomi. Dall'altro ci sono gli appunti che Aramburu stesso sta prendendo "a margine" del racconto di Txiki per trasformare i ricordi in un romanzo vero e credibile, che in realtà non è ancora sicuro di voler scrivere. Due soluzioni a mio avviso geniali, che rendono la narrazione completa e interessante, fornendo un punto di vista parecchio insolito.

Sarà che io sono una grandissima amante della Spagna e della sua storia, sebbene debba ammettere di sapere pochissimo dei Paesi Baschi, però ho trovato questo libro davvero ben scritto, in grado di fornire uno spaccato davvero realistico della vita dei piccoli paesi. Ed è un peccato che in Italia questo libro non sia ancora arrivato.

Titolo: Años lentos
Autore: Fernando Aramburu
Pagine: 219
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Tusquets Editore
ISBN: 978-84-8383-380-3
Prezzo di copertina: 17,00€

mercoledì 13 febbraio 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #21

Non so se avete notato, ma quest'anno sono molti i film in uscita tratti dal mondo della letteratura: dai titoli più famosi, quali "Les Miserables", "Anna Karenina" o "Il Grande Gatsby", ad altri un po' meno conosciuti a livello di lettori, ma che comunque seguono lo stesso principio.
Uno di questi romanzo sarà il protagonista della rubrica di oggi, non solo per il passaggio tra titolo originale e titolo tradotto, ma anche e soprattutto per quello da titolo del libro a titolo del film. Perché sì, capita anche che un film dichiaratamente tratto da un libro cambi il titolo senza rispettare quello dell'edizione cartacea.

Il libro in questione è uscito negli Stati Uniti nel 2008 e in Italia nel 2009, per la casa editrice Salani con la traduzione di G. Calza. Sto parlando del romanzo di Matthew Quick THE SILVER LININGS PLAYBOOK ovvero L'ORLO ARGENTEO DELLE NUVOLE


Il titolo originale è molto difficile da tradurre letteralmente. "Playbook" indica una sorta di manuale di strategie, mentre "Silver Linings" fa riferimento a un detto tipicamente americano, ripreso più e più volte all'interno del romanzo, che recita "every cloud has a silver lining", ovvero "ogni nuvola ha un bordo argenteo", un inno quindi a pensare positivo e a essere ottimisti anche nei momenti più grigi e cupi. In italiano il titolo viene a mio avviso tradotto molto bene, scegliendo semplicemente di eliminare il riferimento al "playbook", impossibile da rendere con una sola parola.

Da questo libro, nel 2012 è stato tratto un film diretto da David O. Russell con protagonisti Bradley Cooper e Jennifer Lawrence, che ha vinto diversi riconoscimenti e ricevuto candidature all'Oscar nelle sezioni più importanti (miglior film, miglior regia, miglior attore e attrice protagonista). Il titolo originale del film è lo stesso del libro (in realtà viene eliminato l'articolo "the"). Come è logico che sia, direte voi. E invece, nella versione italiana succede qualcosa di strano. Sulla locandina non compare il titolo con cui è stato commercializzato il libro bensì: IL LATO POSITIVO- SILVER LININGS PLAYBOOK.


Onestamente non riesco a spiegarmi il perché di questa scelta. Problemi di lunghezza? Forse. Ma allora non avrebbero dovuto nemmeno mettere come sottotitolo il titolo originale. Paura che l'idea  "L'orlo argenteo delle nuvole" non avrebbe trasmesso lo stesso senso di ottimismo del più banale "Il lato positivo"? Non lo so, è una scelta che non riesco a spiegarmi. Io personalmente ho scoperto che questo film era tratto da quel libro solo pochissimo tempo fa, grazie a un'altra blogger che sta facendo un bellissimo speciale dedicato ai premi Oscar (date un'occhiata al blog se volete: Appoggiato sul comodino), altrimenti ci sarei arrivata solo alla sua visione (arrabbiandomi ancora di più).

Certo è che a mio avviso questa scelta (molto più diffusa di quanto si pensi... è successa la stessa con con "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo" diventato sugli schermi "Un amore all'improvviso") è davvero prima di senso.

Alla prossima settimana!

martedì 12 febbraio 2013

UNA SOLITUDINE TROPPO RUMOROSA - Bohumil Hrabal

A Praga, un uomo lavora da anni a una pressa trasformando carta da macero in parallelepipedi armoniosi e sigillati, vivi e morti a un tempo perché in ciascuno pulsa un libro che l'uomo vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero: sono frammenti di Erasmo e Lao-tze, di Hoelderlin e Kant, del Talmud, di Nietzsche. Professionista della distruzione di libri, l'uomo li crea incessantemente sotto forma diversa, e dal suo mondo infero promuove un suo speciale sistema di messaggi.

Per qualche strano motivo ero convinta che questo libro fosse uno dei soliti, bellissimi romanzi che inneggiano ai libri e alla lettura come a qualcosa di fondamentale e imprescindibile. Me lo aspettavo ricco di citazioni indimenticabili in cui identificarmi e da trasformare in miei motti di vita. Mi aspettavo un protagonista- eroe, paladino della cultura e della letteratura e amante di quei volumi di carta come e più di me. Non so bene da dove arrivassero queste mie aspettative. Perché in questo libro tutto questo forse c'è anche, ma viene trasmesso in un modo diverso dal solito, con una buona dose di angoscia, di ansia, di follia, che una volta alla fine ti lascia stravolto e senza fiato.

E io mi stupisco ogni volta di come sia possibile che libricini tanto piccoli, meno di 100 pagine in questo caso, riescano a racchiudere così tanto. Protagonista di questo romanzo breve (o racconto lungo?) è un operaio addetto da 35 anni al macero di vecchi volumi e riviste. Gli manca poco per andare in pensione e sta risparmiando i soldi per poter portare con sé la pressa con cui ha sempre lavorato. In ogni pacco, infila un'opera che ha amato, aperta sua una frase o una citazione specifica, per accompagnare gli altri al macero.
 Di tanto in tanto, poi, salva qualche libro dal suo triste destino e se lo porta a casa, per leggerlo... e in trentacinque anni ne ha raccolti talmente tanti che in casa sua non c'è più spazio per muoversi. Ci sono libri ovunque. Una collezione, ma anche un'ossessione, che lo porta a dialogare con personaggi ed autori, con una certa predilezione per i filosofi del passato. Finché un giorno non viene spedito a lavorare in una pressa moderna, con la meccanica che sostituisce il lavoro manuale e i libri da distruggere non sono altro che oggetti, che nessuno si preoccupa più di salvare. Un nuovo sistema, che si scontra con la solitudine che l'operaio ha coltivato per tanti anni, con la sua visione della cultura e del mondo. Una visione alienante, certo, ma in cui si sentiva in qualche modo inserito e parte integrante. E forse, l'unica cosa che può fare è seguire lo stesso destino dei libri da distruggere.
Il libro si conclude con una sorta di poesia, in memoria di un altro grande scrittore praghese, Franz Kafka, e che contiene una frase secondo me bellissima, in cui mi piacerebbe tanto poter credere: "il futuro dell'umanità è una libreria".

E' un libro molto complesso da leggere, molto filosofico, che necessita di una cultura di base nel lettore non indifferente. Non solo per i filosofi continuamente citati, ma anche per il periodo storico e per la città in cui è ambientato, Praga intorno agli anni '70.
Se si possiedono tutti questi elementi, si riesce a cogliere perfettamente la logica del protagonista del libro, la sua alienazione, la sua solitudine rotta solo dal rumore delle presse, la sua incapacità di adattarsi al mondo che sta cambiando e la sua volontà di seguire il destino dei libri con cui ha sempre vissuto.
Come dicevo prima, poche pagine ma davvero molto intense, in grado di lasciarti addosso confusione, amarezza ma anche, nel finale, forse un po' di speranza.

Se decidete di leggerlo, leggete anche la bellissima introduzione a cura di Giorgio Pressburger e le due appendici finali. Vi aiuteranno a capire.

Nota alla traduzione: ci sono diverse note, indispensabili per spiegare certi riferimenti culturali presenti nel testo. Lievemente fastidioso, almeno per me, è l'utilizzo di "sia... che" anziché "sia... sia" e l'assenza di qualche d eufonica dove ci andrebbe. Ma nel complesso, direi ben fatta.

Titolo: Una solitudine troppo rumorosa
Autore: Bohumil Hrabal
Traduttore: Sergio Corduas
Pagine: 118
Anno di pubblicazione: 2006
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806181512
Prezzo di copertina: 9,50€
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formato brossura: Una solitudine troppo rumorosa

Libri e San Valentino

Questo post probabilmente sarà abbastanza inutile per una buona parte dei lettori del blog. Lettori forti, con gusti ben precisi, che non hanno bisogno di consigli dall'alto per scegliere i libri da leggere o da regalare (e farsi regalare), e che hanno sicuramente una wish list infinita da cui fidanzati/e potranno scegliere senza problemi.

Ma stamattina la mia casella mail era invasa di newsletter di case editrici e librerie online, con proposte più o MENO intelligenti sui libri da regalare a San Valentino alla persona amata, e quindi un certo fastidio si è impossessato di me, spingendomi a scrivere queste righe. Non voglio assolutamente dire che tutti i libri presenti in queste liste siano libri scemi o insulsi, né che sia scemo chi invece non vede l'ora di leggere l'ultima fatica (?) della Kinsella, di Danielle Steel o di Nicholas Sparks. I gusti son gusti e ognuno è libero di leggere quello che vuole, quando vuole e come vuole. Così come so benissimo che non si possono sempre e solo leggere libri impegnati, che ogni tanto bisogna staccare e che non c'è nulla di più rilassante (anche per me, sia chiaro) di una bella storia d'amore, possibilmente con lieto fine (in realtà questo dipende dal periodo).
Dico solo che troppo spesso questi consigli sono stereotipati (forse anche influenzati dalle case editrici stesse), così come lo sono i libri che vengono suggeriti. E non solo per le copertine tutte uguali o i titoli composti, ma per le storie che raccontano. Ci sono sempre gli stessi elementi (un uomo ricco e affascinante, una donna bruttina e sfigatina, qualcuno è appena stato lasciato e non crede più nell'amore, qualcuno magari è malato se non già addirittura morto), mescolati a dovere, et voilà... libro d'amore di San Valentino bello che confezionato (se i personaggi sono vampiri, poi, il successo è ancor di più assicurato)

Lo so, a prima vista potrei sembrarvi acida e un po' cinica forse. Potrei sembrare una di quelle persone contro l'amore e i sentimenti forti, capace solo di criticare e incapace di lasciarsi andare ai sentimenti. Ma vi assicuro che non è così. Anche se non disegno cuori ovunque, sono una di quelle persone che crede tantissimo nell'amore come forza in grado di superare qualunque cosa, così come credo che la vita in due sia più completa (non dico che da soli non lo sia, ma in due, almeno per me, lo è di più).

Il problema è che i libri presenti in queste liste l'amore lo banalizzano a tal punto da farlo sembrare una cosa idiota. Io mi rifiuto di credere che quelle scritte dalla Kinsella, come riportano Amazon e Ibs, siano le storie d'amore più belle e più amate. Che l'ondata di libri tutti uguali della Newton Compton sia gli unici davvero in grado di far sognare e innamorare.
Ci sono tante, tantissime storie d'amore nei libri, storie che conquistano, che fanno sorridere, che fanno commuovere, riflettere, appassionare senza che queste debbano per forza essere scritte male, di fretta e confezionate in pacchetti standard. Basta solo aver tempo e voglia di scoprirle e non fermarsi al primo blocco di libri che si trova in libreria.

Per cui ho deciso, forse con estrema supponenza, di creare una mia lista dei " 10 (+1) libri da regalare a San Valentino", senza fare alcuna distinzione di genere... perché se una storia d'amore merita, merita che tu sia uomo, donna, bambino, cane o gatto (magari non ve ne siete accorti, ma i gatti per osmosi leggono tantissimo). 
Di alcuni probabilmente avrete già sentito parlare (da me ma soprattutto dalla loro fama), altri sono state scoperte inaspettate.

In ogni caso, se penso a un libro d'amore mi vengono in mente questi:

D'Amore e d'ombra - Isabel Allende
L'amore e gli stracci del tempo -Anilda Ibrahimi
Dell'amore e di altri demoni - Gabriel Garcia Marquez
Qualcuno con cui correre - David Grossman
Avventure della ragazza cattiva - Mario Vargas Llosa
La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo - Audrey Niffenegger
Mancarsi - Diego De Silva
L'imprevedibile viaggio di Harold Fry - Rachel Joyce
Le ho mai raccontato del vento del nord - Daniel Glattauer
Guarda come ti amo - Luis Leante
Dopo di lei - Jonathan Tropper

Mi rendo conto che forse certi autori non sono proprio per tutti... ma forse anche questo pregiudizio andrebbe un po' smontato, perché è vero che Grossman scrive difficile e che Vargas Llosa in alcuni casi è un po' ostico nello stile, ma questo non vuol dire che non si possa leggere.

Ovviamente ce ne sono tantissimi altri, però così su due piedi questi sono quelli che parlando d'amore sono riusciti ad emozionarmi di più.
In ogni caso, per evitare spiacevoli sorprese,  chiedete al vostro ragazzo o alla vostra ragazza la loro wish list... così andate sul sicuro!
Oppure ripiegate su una scatola di cioccolatini... ci farete sicuramente più bella figura rispetto a regalare un libro sbagliato.

lunedì 11 febbraio 2013

IL BUIO ADDOSSO - Marco Missiroli

Questa è la storia di un buio invisibile che si aggrappa all'anima e non la lascia, e copre la vita di chi ce l'ha addosso. Questa è la storia della zoppa di R., il paese dove in nome della purezza di Dio solo i sani di corpo e di mente possono vivere: la zoppa, sopravvissuta alla condanna a morte della sua gente grazie all'amore straziante di suo padre, che alla purezza ora non crede più. Vivrà rinnegata e reclusa, sbranata dalla ferocia di chi la vuole sepolta "in un angolo di terra abbandonata". Solo la curiosità per il mondo là fuori e l'incontro con anime affini la terranno in vita. Finché un giorno diventerà custode di un segreto sconvolgente. Un segreto che cambierà il destino di R. e la farà artefice della sorte dei suoi carnefici. Una storia di crudeltà e solitudini ambientata in un mondo solo in apparenza luminoso e chiaro: un paese senza età del sud della Francia, viola per le spighe della lavanda, azzurro per il mare in lontananza, rosso e blu per le giubbe dei gendarmi che lo sorvegliano. Ma è anche il racconto di una speranza: quella di un buio creato solo dagli altri, e da cui ci si può liberare.

Dopo aver scoperto e amato Marco Missiroli grazie al suo ultimo romanzo, "Il senso dell'elefante", avevo deciso di aspettare un po' di tempo prima di provare a leggere qualche altro suo libro. Mi succede spesso: se da un lato dopo aver letto un libro meraviglioso non vedo l'ora di recuperare tutto il tempo perso con l'autore, dall'altro ho sempre un po' paura che gli altri suoi lavori non siano all'altezza e, quindi, di rovinare l'opinione positiva che mi ero fatta fino a quel momento. Poi però a un certo punto la curiosità prende sempre il sopravvento... d'altronde non si può giudicare un autore da una singola opera, né rischiare per paura di perdersi altri bei libri.

Diciamolo subito, "Il buio addosso" non è meraviglioso come "Il senso dell'elefante". Ci si avvicina, a volte. Ne sfiora la perfezione, senza però riuscire sempre a mantenerla. Ma d'altronde è un'opera precedente, in cui sono presenti sì tutti gli elementi stilistici che mi hanno portato ad amare follemente questo autore, ma forse manca ancora un po' di sicurezza nell'utilizzarli.

Siamo in un piccolo paese provenzale, di cui conosciamo solo l'iniziale: R. Un paese che viveva e prosperava grazie alla vendita della sua lana magica. Una lana pura, immacolata, come se fosse prodotta da Dio stesso. Questa lana però d'improvviso ha perso purezza e perfezione, è diventata marcia, invendibile, di pessima qualità. I cittadini corrono ai ripari: se si eliminano le imperfezioni nella gente, spariranno anche quelle nella lana. E somministrano a tutti i bambini che nascono con qualche imperfezione la "polvere dolce", che li fa addormentare per sempre. Solo una viene risparmiata, grazie all'amore di suo padre, sindaco della città, che implora il resto del Consiglio di risparmiarla, visto che non potranno avere altri figli. L'unico patto è che non esca mai di casa, non si faccia mai vedere in giro. E così la zoppa, di cui praticamente nessuno conosce il nome, vive da reclusa in casa sua, a causa di una gamba più piccola e debole dell'altra. Non può andare a scuola, non può giocare con gli altri bambini, non può passeggiare per le vie del paese. Guarda il mondo dalle finestre di casa sua, desiderosa di uscire ma anche paurosa. Ben presto, il padre accoglie in casa un altro bambino reietto, Nunù, un "pazzo", che viveva con il padre in mezzo al bosco e ora rimasto solo. La zoppa e Nunù diventano amici, compagni di una prigionia sempre più difficile da sopportare. 
Il padre della bambina chiede al Consiglio di poter far venire in casa un maestro, che istruisca i bambini. Nelle loro vite entrerà così l'orologiaio, un anziano signore dal triste passato, che più di altri si rende conto dell'ingiustizia di questa reclusione. Perché alla fine la zoppa e Nunù sono bambini come tutti gli altri. Il Consiglio però non accetta quello che sta succedendo e, dopo che il padre e l'orologiaio hanno portato i due bambini fuori violando così l'accordo, decide di prendere provvedimenti.
La storia si interrompe per poi ricominciare qualche anno dopo, con Nunù e la zoppa che vivono ora nel campanile dell'orologio, di nuovo impossibilitati ad uscire. La loro situazione agli occhi del paese non è cambiata: li vedono come i veri responsabili del declino della lana, ormai sempre più corrotta e invendibile. Lì vivranno lontani da tutto e da tutti, osservando dalla torre la vita del paese. Finché non assisteranno all'ultimo, disperato tentativo, ad opera del nuovo sindaco, di recuperare lo splendore perduto.

Come si può vedere, il romanzo ha una trama lunga e abbastanza complessa (difficile da riassumere senza fare spoiler), che però a volte fatica un po' ad andare avanti con scorrevolezza. Alcuni punti che forse andrebbero spiegati vengono lasciati all'oscuro e non so dire se questa scelta sia voluta o meno.
La vera forza del libro sta però nei personaggi e nella caratterizzazione del paese in generale. Un paese che emana bigottismo e supponenza da ogni parte, un paese che in nome di qualcosa di più grande (e forse, ai più incomprensibile) ha deciso di eliminare chiunque corrompesse la purezza che si vantava di avere. Solo in pochi si sono ribellati, e sono stati emarginati, allontanati, addormentati.
Una storia dura, che colpisce e lascia sgomenti,  raccontata dal punto di vista di due bambini, due diversi, due imperfetti, che alla fine sono migliori di tutti gli altri.

Da queste pagine, dai personaggi, dalle parole e le situazioni descritte, emerge già chiaramente quel grande narratore che Marco Missiroli diventerà con "Il senso dell'elefante". E quindi credo che qualche imperfezione gliela si possa anche perdonare.

Titolo:  Il buio addosso
Autore: Marco Missiroli
Pagine: 276
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: TEA
ISBN: 978-8850221370
Prezzo di copertina: 9€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il buio addosso

venerdì 8 febbraio 2013

SIGNORINA CUORINFRANTI - Nathanael West

Ingiustamente sottovalutato in vita, il talento narrativo di Nathanael West ha ottenuto il meritato riconoscimento solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1940 per un incidente d'auto, a trentasette anni. Oggi West è annoverato tra i grandi classici del Novecento americano. La "Signorina Cuorinfranti" del titolo è la firma di una seguitissima rubrica di consigli ai lettori di un quotidiano newyorkese, dietro la quale si nasconde in realtà un uomo. Quello che era nato come il semplice scherzo di una redazione troppo cinica genera però una vicenda umana di grande sofferenza: intimamente coinvolto dai problemi dei suoi lettori, e frustrato nella propria incapacità di offrir loro un aiuto reale, il protagonista precipita in una spirale di autodistruzione, ricercando sollievo di volta in volta nel sesso, nell'alcol, nella religione. Ambientato nella New York della Grande Depressione, questa originalissima novella a episodi offre uno spaccato grottesco ma profondamente empatico di una società in lotta con le proprie disillusioni.

Va bene, lo ammetto, io sono una di quelle persone che legge con un interesse quasi morboso la posta del cuore delle riviste. E' forse la prima pagina che cerco quando mi arriva il nuovo numero di Vanity Fair o quando sono in sala d'attesa da qualche parte. Non so bene se sia semplicemente il mio animo pettegolo che prende il sopravvento, o se ci sia qualcosa di più. Certo è che le lettere di solito raccolgono problemi e richieste d'aiuto a volte molto forti, che mi chiedo come sia possibile che vengano affidate a un giornale e non a qualche specialista. Mi immagino la reazione di chi le riceve e la difficoltà che può avere a volte nel trovare le risposte (ma anche la voglia che sono sicura molte volte avrebbe di prendere a pugni chi le ha scritte).

E' questo che fa Miss Lonelyhearts. Riceve la posta del cuore dei lettori del giornale per cui lavora e cerca di rispondere in qualche modo. Un lavoro alla lunga alienante e non sempre facile da svolgere. E che ti annulla completamente. Perché Miss Lonelyhearts è in realtà un uomo. Un uomo di cui non viene mai detto nemmeno il nome, tanto è ormai radicato e identificato nel personaggio che lui stesso, aiutato dagli scherzi e dalle battute dei colleghi del suo ufficio, ha contribuito a creare e che a poco a poco lo sta schiacciando. Le lettere che riceve non espongono mai problemi semplici. Siamo negli anni '30, negli Stati Uniti, periodo di Grande Depressione e sembra che le donne che scrivono alla rubrica della posta del cuore siano sempre più depresse e disperate: c'è una ragazzina senza naso che vorrebbe trovare l'amore della sua vita, c'è la sorella di una ragazza ritardata che non sa se confessare ai genitori che quest'ultima è stata violentata, c'è una donna il cui marito ha abbandonato più e più volte il tetto coniugale e che quando torna la prima cosa che fa è riempirla di botte, c'è una donna che sta con uno storpio con cui non riesce ad avere rapporti sessuali. C'è tutta una società dietro a quelle lettere. Una società cruda, triste, violenta e quasi rassegnata. E Miss Lonelyhearts è sul punto di crollare. Non sa più che risposte dare, non sa più a chi rivolgersi: se a Dio, all'alcol, al sesso o, semplicemente, al suicidio. E alla fine sarà proprio la sua stessa rubrica a decidere per lui.

E' un libro cinico, che a prima vista fa anche sorridere, ma che poi, se ci si ferma a pensare, evidenzia tutta la disperazione e la tristezza di una società che ha paura di non riuscire a uscire dal baratro in cui è caduta. Una società in cui tutti chiedono aiuto e quelli a cui viene chiesto non sempre sono in grado di darlo. E così sprofondano anche loro.

Non so spiegarmi come mai questo romanzo e questo autore non abbiano avuto il successo che meritavano al momento dell'uscita. Matteo B. Bianchi fa una bella analisi delle possibili motivazioni nella prefazione che precede il romanzo e quello che emerge è che forse la società dell'epoca non era pronta a vedersi sbattere in faccia in questo modo, quasi allegorico direi, i suoi problemi e le sue disillusioni. Certo, con altri scrittori del periodo non è successo (vedi Fitzegarld), però è una motivazione che si può comprendere.
Per fortuna comunque poi l'autore è stato riscoperto, e con lui tutte le sue opere.

Una lettura che merita.

Nota alla traduzione: direi davvero ben fatta.

Titolo: Signorina Cuorinfranti
Autore: Nathanael West
Traduttore: Riccardo Duranti
Pagine: 116
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: minimum fax
ISBN: 978-8875213640
Prezzo di copertina: 9€
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formato brossura:Signorina Cuorinfranti
formato e-book: Signorina Cuorinfranti