martedì 7 dicembre 2010

APERTO TUTTA LA NOTTE- David Trueba

"L'unico locale aperto tutta la notte è la casa", dice Ambrose Bierce. E intorno alla casa ruota la turbinosa vita della famiglia Belitre. Nonno, nonna, papà, mamma e sei ragazzi dai nove ai ventotto anni, nell'arco di una torrida estate spagnola, traslocano da un piccolo appartamento di periferia in un palazzina a due piani con soffitta, giardino e ciliegio, nel cuore di una Madrid anni Ottanta, culla del lavoro, dello stress, dello stordimento notturno. E intorno alla casa, sempre spalancata davanti al bisogno di conforto, alle domande, agli inciampi del tempo, i Belitre crescono e invecchiano, muoiono e si divertono, mentono, si interrogano e si rispondono, in un misto di tenerezza e commozione, di grandi e sonore risate."

Mamma mia che libro! Scoperto per caso navigando su aNobii e letto tutto d'un fiato dalle 18 di ieri pomeriggio fino a notte fonda. Era impossibile fermarsi. Era impossibile pensare di aspettare un giorno per continuare e finire le vicende di questa famiglia tutta particolare, che lotta ogni giorno per sembrare "normale".
La famiglia Belitre è una famiglia tipica: nonno Abelardo poeta, che compone versi e conversa abitualmente con Dio, e nonna Alma, intellettuale, che vive a letto perché ha deciso e che narra del suo passato amoroso con intellettuali spagnoli, due genitori sui cinquant'anni che cercano come possono di mandare avanti la famiglia, di crescere i sei figli, ognuno con i suoi problemi più o meno gravi (dal piccolo Matías, affetto da una terribile sindrome che lo porta a identificarsi con le posizioni di comando, a Nacho, instancabile rubacuori, a Basilio, talmente brutto che il suo unico sogno è quello di diventare invisibile). A sconvolgere le loro vite saranno due arrivi: quello di Sara, nuova "badante" della nonna, che farà perdere la testa a tutti gli esemplari di sesso maschile della famiglia, sconvolgendo equilibri e facendo nascere gelosie e ribellioni; e quello dello psicologo seguace di Freud, assunto per curare il problema di bruttezza di Basilio, che si stabilirà in una tenda nel giardino dei Belitre e si convertirà presto in consigliere di tutta la famiglia.
Nel finale tutto tornerà al suo posto, se un posto ce l'ha mai avuto. Ritornerà l'equilibrio, ma senza buonismi o fini troppo lieti.

Un libro incredibile, che fa ridere e commuovere, che fa riflettere su certi aspetti della vita di ogni persona raccontandoli in modo a volte diretto ma comunque ironico: la crisi di mezza età dei cinquatenni, il senso di inadeguatezza verso il mondo che ci circonda, la malattia e le sue ripercussioni sulla famiglia, la difficoltà di innamorarsi o la paura di farlo.
Tanti personaggi, con tante caratteristiche diverse, che si ritrovano tutte insieme nell'unico posto che è aperto tutta la notte: casa.

Da leggere assolutamente!

Nota alla traduzione: troppe note, a volte superflue (ma forse perché ho qualche conoscenza della storia della letteratura e della cultura spagnola) e qualche problema grammaticale.

"Al posto di polizze assicurative gli sarebbe piaciuto vendere suicidi e assassinii- uscite d'emergenza da questo mondo imbecille- invece di impalcature a sostegno di un'esistenza barcollante."

"I temporali estivi non se li aspetta nessuno. Come l'amore, scoppiano d'improvviso, ti sorprendono nel posto sbagliato al momento sbagliato, ti obbligano a correre, saltare, fuggire, cercare riparo. E poi, d'improvviso, ecco di nuovo il sole, che tira per le orecchie un arcobaleno."



mercoledì 1 dicembre 2010

GUARDA COME TI AMO- Luis Leante

"È la vita di una donna sui cinquant'anni, in crisi dopo un divorzio e la morte della figlia. Incidentalmente scopre la fotografia di un vecchio amore dell'adolescenza fino ad allora ritenuto morto. Nella sua fuga in avanti, decide di scoprire cosa ne è stato di quel fidanzato. E questo la porta fino al Sahara, fino ai campi per rifugiati saharawi." Così Luis Leante riassume uno degli aspetti narrativamente più significativi del romanzo. Giganteggia la figura della protagonista Montse Cambra, colta in un momento delicato della sua esistenza e rapita dalla memoria di un passato mai morto. Il viaggio nel deserto è costellato di avventure, di incontri, tra rifugi di fortuna, oasi e scontri con culture diverse.


Ho appena letto l'ultima pagina di questo romanzo e ora, davanti a questo post bianco, mi trovo in difficoltà su cosa scrivere. E questo è già un buon segno, perché vuol dire che mi è piaciuto (a massacrare libri, come sapete, non mi ci va poi molto). Ho delle difficoltà a buttar giù questo commento perché non voglio correre il rischio di far passare questa storia come una banalissima storia d'amore. E' vero, si tratta soprattutto di una storia d'amore, due giovani che si amano, che per condizioni avverse devono allontanarsi, che vanno avanti nelle loro vite fino a quando una fotografia riporta tutto alla mente e farà sì che Montse, la protagonista femminile di questa storia d'amore, parta alla ricerca del giovane che tanto aveva amato.
Ok, detta così, sembra veramente ma veramente banale. Ed è proprio qui che emerge a mio avviso la bravura di questo scrittore. Prendere una storia così e renderla avvincente, interessante e per nulla sdolcinata. Merito è soprattutto dell'ambientazione del romanzo: Spagna e Africa, nel passato e nel presente, e della capacità di Leante di descrivere e mischiare culture e periodi diversi.
Bella la descrizione del deserto e dei popoli che lo abitano. Bella la descrizione delle tradizioni locali. Così come ben fatta è la ricostruzione storica della rivolta in Marocco e della vita dei legionari del periodo.
Se vogliamo fare qualche critica a questo romanzo, si può forse citare l'eccessiva sfortuna che a volte colpisce i vari personaggi. Ma anche qui, è una scelta ben ponderata e assolutamente voluta, che trova il suo massimo compimento nel (lieto?) fine.
Da leggere assolutamente, anche se forse La Luna Rossa, l'altro suo romanzo, è un pochino più bello (ma solo perché parla di libri).

Nota alla traduzione: c'è qualcosa che non mi torna, qualche scelta traduttiva, soprattutto di termini comuni, che mi lascia un po' perplessa... io la rivedrei...

giovedì 25 novembre 2010

ESERCIZI D'AMORE- Alain De Botton

Iniziata e finita su un volo Parigi-Londra, questa vicenda si svolge ai giorni nostri nella capitale inglese (tra musei, supermarket, ristoranti esotici) e ci fa vivere ogni fase di un'esemplare e normale storia d'amore.


Che romanzo/manuale di autoaiuto/saggio bislacco. Il protagonista ci racconta la sua storia d'amore con questa ragazza, conosciuta per caso su un aereo, in una parabola che parte dall'idillio iniziale, tocca i momenti di massima passione, per poi passare all'abitudine, all'insofferenza, al tradimento e all'inevitabile fine. Il tutto condito di massime e metafore di grandi filosofi e scrittori del passato.
Di per sé l'idea non è malvagia. E' bello vedere come questi grandi pensieri si manifestino nella vita di tutti. Ed è anche molto bella (e moooooolto plausibile) la narrazione della storia d'amore tra i due, che non è la solita storia sdolcinata da romanzo, ma fa vedere anche gli aspetti negativi, le cose che infastidiscono, i piccoli e grandi compromessi che devono essere fatti per poter stare insieme a una persona. Così come racconta bene quel senso di impotenza che si percepisce di fronte al logoramento che molto spesso (ma non sempre!) subiscono le storie d'amore.
Ma è la parte finale che mi lascia perplessa. Il modo in cui il protagonista narratore vive la fine di questa storia, questa sua tendenza a moralizzare, al martirio (arriva a paragonarsi, sebbene in modo volutamente esasperato, a Gesù), al punto da pensare al suicidio (bello però quando si rende conto che morendo non potrà godere della soddisfazione di vedere gli altri che si sentono in colpa per lui).
Capisco che sia volutamente esasperato, che abbia narrato il caso estremo della fine di un amore (e posso assicurarvi per esperienza diretta che molto spesso ci si sente come lui descrive). Però boh, secondo me si lascia prendere troppo la mano, forse per poter utilizzare di più gli esempi e gli insegnamenti dei grandi pensatori del passato, rendendo però il finale un po' noioso.
Si può tranquillamente evitare.

Nota alla traduzione: "la Ketchup"...

domenica 21 novembre 2010

SOFFOCARE- Chuck Palahniuck

Victor Mancini, studente di medicina fallito, ha architettato un fantasioso sistema per pagare le spese ospedaliere della vecchia madre: ogni giorno va a cena in un ristorante diverso e, nel bel mezzo della serata, finge di soffocare per colpa di un boccone andato di traverso. Immancabilmente qualcuno si lancia a salvarlo, e altrettanto immancabilmente diventa una sorta di padre adottivo del protagonista e in occasione dell'anniversario dell'incidente gli invia dei soldi. Dopo anni di questa attività il nostro eroe si trova a ricevere quasi quotidianamente un gruzzolo da persone di cui ormai non ricorda nulla ma che gli sono grate per aver dato un senso alle loro vite.


Sono sempre stata convinta, e ancora lo sono, che un po' di sano cinismo faccia sempre bene nella vita. Tanto lo sappiamo tutti che il mondo non è tutto rose e fiori e che a fare troppo i buonisti e i perbenisti non si ottiene nulla.
Il problema però sta nel quantificare quel "PO'". E se prendete un libro di Palahniuck (questo, ma anche altri penso) vi renderete subito conto che il suo "PO'" è "UN PO' TROPPO".
Questo romanzo parla di un ragazzo dal passato turbolento a causa della madre che quando non lo rapiva era in galera e che lo tormentava con discorsi su come rendere il mondo migliore. Parla di un ragazzo, sempre lo stesso, affetto da una dipendenza sessuale che lo porta ad andare a letto più o meno con qualunque ragazza incontri, tanto da dover frequentare un gruppo di sostegno. Parla di un ragazzo squattrinato, sì sempre lui, che per riuscire a pagare la casa di cura dove risiede la suddetta madre leggermente psicopatica, si inventa un sistema geniale per fare soldi: ogni sera, in un ristorante diverso, finge di soffocare e si fa salvare da qualcuno che poi, immancabilmente, ogni anno gli manderà dei soldi per aiutarlo (cosa non fanno gli esseri umani quando si fa leva sul loro orgoglio e coraggio...).
Insomma, parla di un ragazzo che nasconde dietro al suo cinismo, alle sue pulsioni, la paura di provare sentimenti, di affezionarsi, voler bene, innamorarsi, al punto che, quando questo inizia a succedere, inizia a domandarsi "cosa Gesù non farebbe?" e comportarsi di conseguenza. Parla di un ragazzo che ha come unica grande paura quella di essere solo e che nessuno abbia bisogno di lui.

Non posso negare che sia un libro geniale, che esaspera in maniera impeccabile, cinica ma anche tragi-comica, tutte le pulsioni, i vizi ma anche semplicemente i dilemmi morali di tutti gli esseri umani, che molto spesso preferirebbero essere psicopatici o dipendenti da qualcosa piuttosto che dover amare e soffrire, nei vari protagonisti che si avvicendano nelle pagine di questo romanzo (il mio preferito è Danny, il migliore amico del protagonista, che per resistere al suo disturbo sessuale inizia a raccogliere pietre con cui costruire qualcosa)

Però, se non fosse che so che si tratta di Palahniuck, penserei che questo libro sia troppo. Penserei che sia sbagliato cercare di "convincere" la gente a non amare per non soffrire. Penserei che sì, tutto questo cinismo può forse aiutare qualche volta, ma non ti fa vivere meglio. Penserei che nulla di quel che viene narrato in questo libro sia normale. Ma poi, ovviamente, mi ricordo che si tratta di Pahalaniuck e che quindi pensare tutte queste cose non serve a nulla. Si legge. Si ride a volte. Ci si incazza altre. Si riflette. Si ricordano alcune frasi memorabili e alcuni personaggi fantastici. Ma di sicuro non mi aiuterà ad affrontare meglio il mondo. Nè mi ha convinto che veramente tutto faccia schifo e che non valga la pena stare male.

Mi è piaciuto o no, questo libro? Non sono in grado di stabilirlo.

Nota alla traduzione: un applauso al traduttore che utilizza la parola "burino", tipicamente romanesca, all'interno di un romanzo ambientato negli USA. Un altro applauso, sempre allo stesso traduttore, per aver scritto più e più volte OBIETTIVO con due B (quello con due B è quello della macchina fotografica, non uno scopo nella vita... e non venitemi a dire che adesso è accettato in tutti e due i modi... perché è accettato proprio perché la gente sbagliava a scriverlo)


"Ogni cosa che possiedi è solo l'ennesima cosa che un giorno perderai"

"Il passato non si può ricreare. Puoi fare finta. Puoi illuderti, ma ciò che è finito non torna."

"Io non sono buono, né gentile, né premuroso, né nessua di queste stronzate buoniste lì. Sono solo un povero imbecille egoista sfigato. E me ne sono fatto una ragione."

venerdì 19 novembre 2010

ANDY CAPP- Reg Smythe

Nasce il 5 agosto 1957 sulle pagine del Daily Mirror, quotidiano londinese. Gli editori del giornale avevano commissionato a Smythe un nuovo personaggio, un ubriacone rissoso e infedele. Quest' uomo si chiama Andy Capp. Pensa e parla di poche cose: donne, sesso, rugby, biliardo, freccette e ovviamente la birra. È sposato con Florrie (chiamata però sempre Flo), una donna che lavora onestamente e che sopporta un marito fannullone, che invece di cercare lavoro passa tutta la giornata a dormire sul divano e, quando è sveglio, si piazza al bancone del pub vicino a casa a bere birra. La coppia è sempre indebitata fino al collo e stenta ad arrivare a fine mese, ma la potenza comica della striscia nasconde la drammaticità della vita dei due personaggi.

Oggi sono in vena di recensioni, ma considerando che non posso leggere due libri un pomeriggio, ho pensato che la cosa migliore sarebbe stata quella di parlare di un fumetto che sta accompagnando le mie giornate da un mese a questa parte circa: Andy Capp di Reg Smythe (a volte tradotto in italiano con "Carlo e Alice"). Lo so che è Andy è tutto fuorchè l'uomo ideale e perfetto, che vive alle spese della povera Flo, che frequenta i pub tutte le sere e torna a casa con una scusa sempre nuova (e sempre meno probabile) con cui placare la moglie. Lo so che è uno scansafatiche, che picchia la moglie, che ha una marea di amanti e che scrocca soldi da chiunque.Ma è comunque adorabile. E' adorabile perché Flo risponde a tutto questo, con un sarcasmo disarmante (oltre che con le botte, ovviamente, perché non è una che si fa mettere i piedi in testa). E' adorabile perché a litigate e decisioni di lasciarsi, si inframmezzano momenti di tenerezza tra i due. Una tenerazza unica e speciale, che fa capire quanto bene si vogliono questi due coniugi, sebbene si lascino ogni due settimane.

Reg Smythe riesce a fare con un'ironia incredibile un ritratto della società inglese dell'industrializzazione, che si incarna perfettamente nel suo protagonista maschile, che raccoglie in sé tutti i vizi e le debolezze della classe operaia del periodo, quella che fatica ad arrivare a fine mese ma che non rinuncerebbe mai a una birra, quella classe che ha magari poco rispetto per le donne, che crede ancora nella superiorità maschile, ma che sa arrendersi anche davanti all'evidenza di quanto importanti siano le proprie mogli. Andy Capp è tutto questo ed è anche qualcosina in più.

IL LIBRAIO CHE IMBROGLIO' L'INGHILTERRA- Roald Dahl

Mr. Buggage è il proprietario di una libreria antiquaria londinese; insieme alla sua assistente (e amante) trascorre gran parte della giornata nel retrobottega, dedicandosi più alla lettura di necrologi che alla vendita dei libri. Eppure gli affari vanno bene e un giorno i due decidono di concedersi una vacanza in Marocco in alberghi esclusivi. Come si scoprirà, il successo economico non nasce da una oculata gestione delle vendite, ma... Il volume è completato da un altro racconto, "Lo scrittore automatico", storia di una grande macchina in grado di sfornare best seller a ripetizione.

Quanto adoravo i romanzi di Roald Dahl da bambina! "Le Streghe", "Il GGG" e soprattutto "La Fabbrica di Cioccolato" hanno accompagnato la mia infanzia e credo che li consiglierei ancora adesso.
E devo ammettere che fa' uno strano effetto leggere un Roald Dahl per adulti. Entrambi i racconti compresi in questo volume, infatti, trattano argomenti e temi sicuramente poco adatti ad un lettore bambino. Eppure, nonostante questo senso di stranezza, i due racconti non sono per niente male.
Nel primo, "Il Libraio che Imbrogliò l'Inghilterra", si narra di due protagonisti che gestiscono una negozio di libri usati che però si rivelerà essere una copertura per un altro business, ben più illegale e immorale. Mi è piaciuta molto la caratterizzazione dei due protagonisti, una coppia obbrobriosa, "sordido" lui e dall'aspetto "scoraggiante" lei, che si trovano complici negli affari e nella passione. Un'ironia sottile quella di Dahl, che quasi si schiera inizialmente con i due protagonisti, e che accompagna tutto il racconto fino a un finale che forse si sarebbe potuto intuire ma comunque geniale.
Il secondo invece, "Lo Scrittore Automatico", è quello che da' più da riflettere (ma sarà che in quanto aspirante traduttrice sono più suscettibile all'argomento di macchine che superano la mente umana). Il protagonista, che adesso verrebbe etichettato come nerd, con aspirazioni letterarie, inventa una macchina che produce best-seller: basta schiacciare i pulsanti giusti, creare il giusto amalgama di passione, avventura, pathos e dramma, scegliere il tema che si preferisce e in meno di un minuto si avrà un racconto e in un quarto d'ora un vero e proprio romanzo. Un'idea geniale, che gli porterà soldi e brama di potere... tanto che riuscirà a convincere altri scrittori a smettere di scrivere best-seller e a mettersi in società con lui e la sua macchina (un'agenzia letteraria che paga i suoi membri per NON scrivere). La critica implicita che vuole fare Dahl è proprio contro gli autori di best-seller, che sfornano libri a velocità impressionante, semplicemente rimescolando temi triti e ritriti. E, quel che peggio, con la consapevolezza di stare scrivendo non per il piacere di farlo ma per i soldi. Una critica quella di Dahl molto ben riuscita e facilmente condivisibile.
Vi consiglio di leggere entrambi i racconti, vi portano via poco più di mezz'ora. Sorriderete per il primo e rifletterete un po' sulle vostre letture per il secondo.
Certo, Willy Wonka è sempre Willy Wonka.

Nota alla traduzione: niente di particolare sa segnalare.

mercoledì 17 novembre 2010

CASINO' ROYALE- Ian Fleming

È il romanzo in cui fa la sua prima apparizione James Bond e in cui sono già presenti i tipici ingredienti della serie: il fascinoso 007 con licenza d'uccidere; la bella Vesper Lynd, tenera e tragica; il malvagio e imprendibile Le Chiffre. Ma c'è anche la rappresentazione del mondo delle sale da gioco della Francia meridionale, che Fleming ricostruisce in modo impeccabile, consegnando intatto al lettore il fascino di quel mondo e di quella società.


E io che pensavo che James Bond fosse un figo... Eppure in questo romanzo, il primo della serie di 007, non è che ci faccia sta grande figura. Oltre ad essere un po' un pollo che non si accorge di nulla e casca in tutto ciò in cui può cascare (e meno che male che è un agente segreto), manca anche dello charme e della classe che ha poi saputo imprimergli Sean Connery (sugli altri due non mi esprimo) nei vari film tratti dai questi romanzi.
Sarà che non è tanto il mio genere, sarà che tutto mi aspettavo fuorchè un James Bond così misogeno e maschilista che si crede un Dio ma che non si accorge di quasi nulla di ciò che capita attorno a sè, però non mi è piaciuto più di tanto.
Si legge bene e in fretta, anche in lingua originale. Ma la storia non cattura così tanto (o almeno, non ha catturato me) e si arriva alla fine con un po' di irritazione per la caratterizzazione di certi personaggi (sta ragazza, ad esempio, è veramente ma veramente piatta) e soprattutto alla fine ci si chiede: "beh, tutto qui?".
Boh, non me la sento nè di consigliarlo, perché comunque a me non è piaciuto, nè di sconsigliarlo, perché mi rendo conto che la serie 007 di Fleming sia comunque un classico.

Nessuna nota alla traduzione, letto in originale.