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domenica 14 ottobre 2018

RICOMINCIARE... in compagnia di Bill Bryson

Come forse avrete notato, da qualche tempo qui sul blog sono un po’ latitante. Non pubblico niente dal 28 settembre e anche nei mesi precedenti i post sono stati molto risicati. I motivi sono tanti, più o meno importanti e più o meno validi, e altrettanto è il dispiacere per non riuscire più a trovare l’entusiasmo e la passione di un tempo nel mettermi qui a parlare di libri.

©Allissa Chan
Il primo motivo è sicuramente il lavoro. Gli ultimi mesi, fortunatamente, sono stati piuttosto pieni: due grosse traduzioni, una marea di schede di lettura per i vari editori con cui collaboro, qualche editing... e, insomma, non credo sia poi così difficile capire perché, nel tempo libero, la voglia di mettermi a leggere e a scrivere di libri scarseggiasse un po’.

Poi c’è inevitabilmente anche un po’ di stanchezza. La lettrice rampante sta per compiere nove anni (il primo post è del 24 ottobre 2009) e nel mondo dei blog sono davvero tanti. Molte, moltissime cose sono cambiate da allora nel modo di parlare di libri in rete. Intanto, i blog sono aumentati in modo esponenziale e poi, a poco a poco, sono di nuovo diminuiti. Altri mezzi di comunicazione (Facebook prima, Youtube e Instagram adesso) hanno preso il sopravvento, rendendo siti come il mio forse un po’ obsoleti e meno immediati e fruibili, più per gli irriducibili romantici (o per logorroici come me, che proprio non riescono a parlare di un libro tramite una semplice foto o una stories di trenta secondi). Inoltre, i blog e i blogger sono spesso vittima di attacchi più o meno giustificati da più fronti (altri giornalisti, scrittori, etc etc...) che a lungo andare fanno passare un po’ la voglia: “i blogger sono al soldo degli editori”, “tutti i blogger fanno marchette”, “i blogger non fanno mai stroncature per non perdere i favori di chi gli manda i libri, “i blogger copiano semplicemente le quarte di copertina e non leggono davvero i libri”, "i blogger sono brutti e non ci considerano", “e allora i blogger?” (scusate, questa non c’entra, ma non ho resistito), e così via...  credo sia abbastanza facile capire quanto fastidioso possa essere ritrovarsi inclusi in queste generalizzazioni quando non se ne ha mai fatto parte. In linea di massima, passata l’incazzatura iniziale nel leggere costantemente queste cose, me ne sono sempre fregata e ho continuato per la mia strada (e come me, moltissimi altri blogger che le marchette non le fanno), ma sicuramente mi ha dato di che riflettere.

E poi be’, il motivo più grande che sta condizionando tutta la mia vita negli ultimi mesi, e quindi inevitabilmente anche la voglia di sedermi a un pc e scrivere, è che sto ancora cercando di capire come riprendermi da un duro colpo emotivo, che mi ha completamente svuotata. A giugno è improvvisamente mancata mia madre. Nonostante siano passati quasi quattro mesi, dirlo e scriverlo mi riesce ancora parecchio difficile. Forse perché non ho ancora realizzato del tutto. Forse perché l’ho realizzato fin troppo e ce l’ho così costantemente in testa in ogni secondo della mia giornata che almeno ogni tanto vorrei provare a non pensarci (a non pensare che a trentatré anni non ho più i genitori, a non pensare a tutta la sfiga che ha colpito la mia famiglia e alla spada di Damocle che sembra pendere su noi figli rimasti, a non pensare a tutto quello che abbiamo fatto e non faremo più e a quello che non abbiamo avuto il tempo di fare). E un po' anche perché per carattere non sono solita parlare pubblicamente delle mie emozioni, anche perché so che tutti hanno le proprie tragedie più o meno grandi da affrontare.

Insomma, i motivi della mia incostanza sono diversi e, tutti insieme, negli ultimi tempi mi hanno portato spesso a riflettere se abbia ancora senso continuare. È vero che il blog non è un obbligo, che non ho scadenze, che è una cosa che faccio per passione e quindi se pubblico due post a settimana o uno al mese non cambia di nulla, ma vederlo così abbandonato a se stesso mi dispiace molto. Ma dispiacerebbe anche scrivere post solo per non lasciarlo vuoto, senza l’entusiasmo e la cura che ci ho messo negli anni (si vede, secondo me, quando si scrive tanto per farlo, e mi ha sempre messo una certa tristezza.
Al netto di tutte le riflessioni, però, non credo che riuscirei a stare senza La lettrice rampante. È una parte di me. È una parte che mi ha accompagnata per tanti anni, che mi ha dato grandi soddisfazioni, che mi ha permesso di esprimermi per iscritto dove dal vivo per timidezza non sono mai riuscita ad arrivare. Mi fa fatto trovare diversi lavori e mi ha fatto conoscere un sacco di persone, vicine e lontane, che probabilmente non avrei mai conosciuto e con cui si è creato un bel legame.
Quindi no, non sono ancora pronta ad abbandonare questo blog al suo destino. E anche se non credo ce ne sia bisogno vi chiedo pazienza (non credo ce ne sia bisogno, perché immagino che voi non stiate lì a chiedervi ogni giorno “sì, ma quando esce un nuovo post della lettrice rampante? Che cavolo!”) e io proverò a far tornare questo blog un po’ più attivo, per parlare e sproloquiare di nuovo di libri per voi e soprattutto con voi.

E per non far sembrare questo post come un mero elenco di lamentele e piagnistei, ricomincio subito, consigliandovi un libro che mi ha tenuto compagnia nelle ultime settimane, di un autore a cui ricorro spesso quando ho il blocco del lettore e mi sembra di non aver voglia di leggere niente: Notizie da un grande paese di Bill Bryson.


Il libro, pubblicato in Italia da Guanda nel 2017 con la traduzione di Isabella C. Blum, raccoglie gli articoli che il buon vecchio troll Bill ha scritto sul supplemento Night & Day del giornale Mail on Sunday, tra l’ottobre del 1996 e il maggio del 1998. 
Sono brevi articoli di costume sulla vita e la società americana, viste da un uomo che ritorna nel suo paese dopo aver vissuto per anni all'estero. Bill (lo chiamo per nome perché in qualche modo lo considero un amico) si ritrova quindi ad affrontare tutte le differenze tra USA e Regno Unito, ma anche una serie di stranezze, peculiarità e abitudini tipicamente americane, che lui spesso trova incomprensibili e che quindi lo fanno tanto ridere.

In Gran Bretagna, per esempio, la pubblicità di una capsula per il raffreddore prometteva soltanto di farvi sentire un po' meglio. Avrete ancora il naso rosso e ve ne starete ancora in vestaglia, ma tornerete a sorridere, benché mestamente.
In America, la pubblicità dello stesso prodotto garantiva un sollievo totale e istantaneo. Dopo aver assunto il miracoloso composto, l'americano non solo gettava la vestaglia e tornava immediatamente al lavoro, ma si sentiva meglio di come si sentisse da anni, e concludeva la sua giornata alla grande, in una sala da bowling.

Pur percependosi chiaramente che si tratta di articoli vecchi, ambientati in un'epoca diversa dalla nostra (vent'anni sembrano pochi, ma in realtà per l'evoluzione di una società non lo sono per nulla) questi articoli fanno tanto ridere anche il lettore, grazie soprattutto a fantastico spirito di osservazione dell'autore. 
E poi la copertina italiana è davvero stupenda. Quindi, leggete Bill Bryson!


Titolo: Notizie da un grande paese
Autore: Bill Bryson
Traduttore: Isabella C. Blum
Pagine: 361
Editore: Guanda
Prezzo di copertina: 19,00€
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Notizie da un grande paese
formato ebook: Notizie da un grande paese

domenica 19 gennaio 2014

Riflessioni casuali e, forse, senza senso sul perché arrivo sempre tardi a certi libri.

C'è poco da fare, noi lettori siamo persone strane. Cioè, tutte le persone sono un po' strane, e la maggior parte delle volte è proprio questa stranezza a renderle uniche e belle. Però secondo me, noi lettori a volte raggiungiamo dei livelli tali di stranezza che sorge spontaneo farsi delle domande.
Questa mia considerazione nasce dal fatto che sto leggendo, alla veneranda età di 28 anni e mezzo, il mio primo Murakami. Ancora non so dire se mi stia piacendo o meno (per ora ho letto solo una cinquantina di pagine), ma comunque, finalmente, anche io, lo sto leggendo. Era una mancanza che mi disturbava un po', devo essere sincera, perché tutti ne parlano benissimo, tutti, persino i lettori meno accaniti, hanno letto almeno un libro di Murakami nella vita, e sarebbe forse uno dei premi Nobel più popolari della storia, se mai si decidessero di assegnarglielo (secondo me, sia lui sia Roth, non lo vedranno mai).
Eppure, non riuscivo a decidermi di leggerlo. Non mi veniva proprio voglia. E non era la profondità o i temi trattati a non ispirarmi (non ho mai avuto particolari problemi a leggere libri seri o "mattoni"), c'era dell'altro, che onestamente non riesco a spiegarmi.
Paura forse? Non tanto di non capirlo (se è così famoso e diffuso, vuol dire che non è scritto in modo poi troppo criptico), quanto di non capire il perché del suo successo. Non vi capita mai? Vi tenete lontani da autori, anche quelli che tutti vi dicono che "dovete" (il "dovete" tra lettori accaniti non è un dovere di imposizione ma un dovere da "non sai che cosa ti perdi") assolutamente leggere. A me succede spesso, spessissimo e con diversi autori.
© Dan Casado
Con i classici, ad esempio, il mio rapporto è più o meno lo stesso. So che dovrei leggerli (e vorrei anche, davvero), ma allo stesso tempo qualcosa mi ci tiene lontana. E' l'universalmente riconosciuto come bello, che un po' mi spaventa forse. "Ecco, e se poi a me non piace?". Non cascherebbe il mondo, lo so. Ma un po' di soggezione mi rimarrebbe comunque. Onde evitarla, evito questi libri.

Non è assolutamente una questione di pregiudizi. O meglio, in alcuni casi sì. "Non mi ispira per niente". "Mi sta talmente antipatico lui/lei che non mi vien voglia di leggere i suoi libri" (ogni riferimento a Baricco è puramente casuale). Pregiudizi difficili da superare e che so che spesso mi precludono la lettura di bei romanzi. E' che i libri sono un po' come le persone secondo me, il primo impatto, anche superficiale, è importante e può condizionare, nel bene o nel male, il nostro rapporto con loro.

La stessa cosa che provo per Murakami mi era capita anche con Jonathan Franzen. Ho rimandato la lettura di Le Correzioni talmente tanto a lungo, che credo il libro abbia lasciato la sua impronta indelebile sul comodino. Poi è arrivato il momento giusto, ho messo da parte tutte le mie paure e, come volevasi dimostrare, ho letto uno libro bellissimo, che mi è piaciuto tantissimo, dandomi della stupida per aver aspettato così tanto (poi ho fatto più o meno la stessa cosa con Libertà, anche se alla fine mi è piaciuto un po' meno).
Tornando un attimo a Murakami, posso anche dire a mia discolpa di non essere una grande fan della letteratura giapponese e orientale. Non che abbia mai letto molto, eh. Però, ad esempio, la Yoshimoto mi annoia tantissimo. Credo sia una questione di predisposizione mentale. La stessa, ad esempio, che mi porta  a preferire e a leggere i classici della letteratura spagnola e non quelli della letteratura russa, o a non amare molto la narrativa francese contemporanea e il suo modo un po' altezzoso di esprimersi.  E' una cosa, questa sorta di personale selezione "naturale", che reputo abbastanza normale. Non si può leggere tutto od obbligarsi a farlo, anche se si è accaniti lettori. Si deve provare, certo, ma nemmeno poi insistere così tanto se alla fine uno genere, o uno stile, o un'epoca proprio non ci aggradano. E insistere non fa che peggiorare le cose, secondo me. "Non puoi non leggere i russi". Sì che posso, invece.
Anche perché, pensandoci bene, questo vale anche fuori dal mondo dei libri. C'è chi sogna di vivere in Giappone e chi in Argentina (io! io! io!). Chi di fare il coast to coast degli Stati Uniti e chi perdesi sull'Himalaya. Poi certo, c'è anche chi vorrebbe fare tutte le cose, visitare tutti i posti possibili. Ma per mancanza di tempo, di soldi, o di quel che volete, alla fine viene naturale fare delle scelte, delle "selezioni". Inizio con il fare questo, poi se avanzo tempo faccio anche altro. Inizio con leggere tutti i sudamericani che mi capitano a tiro, poi quando ho tempo provo anche i giapponesi.

Non so bene cosa proverò andando avanti con la lettura di Norwegian Wood di Murakami: mi piacerà, non mi piacerà? Arriverò alla fine entusiasta o farò parte di quella minoranza a cui non è piaciuto (ripeto, non è che questo mi cambi poi la vita, ho adorato libri che altri hanno odiato e viceversa)? Però ecco, non posso dire di non averci almeno provato, di aver tentato di superare uno scoglio, forse immaginario, che immaginavo di avere nella mia vita di lettrice.

Uhm, rileggendo il post non so bene quanto senso abbia. M'è venuto così, per sfogare e in qualche modo festeggiare la lettura del mio primo Murakami. D'altronde, che noi lettori siamo un po' strani l'ho detto fin dall'inizio. Figuriamoci i lettori blogger.