Visualizzazione post con etichetta libri tutti uguali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri tutti uguali. Mostra tutti i post

mercoledì 18 ottobre 2017

Il mondo è bello perché è vario (e anche i libri)

Ieri a Londra è stato assegnato il The Man Booker Prize for Fiction, il premio che ogni anno viene dato al miglior romanzo in lingua inglese.
A vincerlo è stato George Saunders con Lincoln in the Bardo (pubblicato in italiano da Feltrinelli con il titolo Lincoln nel Bardo). È il primo romanzo di questo scrittore americano, finora conosciuto per le sue raccolte di racconti (pubblicate in Italia da minimum fax), ed è stato accolto dalla critica e dai lettori in modo ambivalente.
C’è chi lo ha amato tantissimo, apprezzandone l’originalità stilistica e il modo in cui è stato sviluppato il tema della morte, del passaggio nell'aldilà e del dolore sia di chi se ne va sia di chi resta. C’è chi invece lo ha trovato un romanzo furbo, senza in realtà alcuna originalità, a tratti confusionario e caotico. E, ancora, c’è a chi non è piaciuto perché non ci ha ritrovato il Saunders dei racconti. 
Io appartengo alla prima categoria: ho trovato questo romanzo originale sia per il modo in cui è scritto (fonti storiche inventate si alternano a dialoghi per far progredire la storia) sia per le emozioni che mi ha suscitato. 
Però è la terza categoria quella che mi interessa ai fini di questo post. “Non mi è piaciuto perché non ci ho ritrovato il Saunders dei racconti” o, parlando più in generale di tutti i libri, “Non mi è piaciuto perché non era quello che mi aspettavo”.

Quanto sono importanti le aspettative che i lettori hanno verso un libro nell'apprezzare o meno il libro stesso? 

©Julio Antonio Blasco
Mi è capitato spesso di iniziare le mie recensioni dicendo che per un dato libro avevo aspettative molto alte e poi di confermare o meno se quelle aspettative erano state soddisfatte. 
D'altronde perché scegliamo di leggere un determinato libro o un determinato autore? Perché per qualche motivo, sensato o meno (a volte, per me, può bastare anche la copertina), ci ha attirato; perché ne abbiamo sentito parlare bene da altri; perché lo pubblica un editore che non ci ha mai deluso; o magari semplicemente perché abbiamo già letto qualcosa di quell'autore o di quell'autrice, ci era piaciuto e quindi abbiamo deciso di leggere anche le produzioni successive.
Le aspettative con cui ci approcciamo ai libri, però, se da un lato sono umane e comprensibilissime (d'altronde, se scelgo di leggere un libro anziché un altro è perché mi aspetto di trovarci qualcosa che nell'altro non troverei), dall'altro però rischiano di distorcere, in modo più o meno pesante, il nostro rapporto con quel libro.

A me succede spesso. Leggo un romanzo o un racconto di un autore o di un’autrice che in passato mi era piaciuto e se non ci ritrovo quelle stesse sensazioni provate in passato, per un momento, rimango un po’ delusa. Poi però, nella maggior parte dei casi, riesco a dimenticarmene, ad allontanarmi dal ricordo di cosa avevo letto in passato per concentrarmi su quello che ho di fronte e cercare così di non condizionare il mio giudizio. (Non sempre ci riesco eh, sia chiaro, anche perché non sempre gli scrittori riescono a cambiare drasticamente stile o struttura di un’opera producendo qualcosa di altrettanto bello).

Mi è successo per esempio con Nick Hornby, per citare un autore abbastanza conosciuto nei cui confronti tutti, nel corso degli anni, hanno un po’ cambiato opinione: l’Hornby di Un ragazzo o di Alta fedeltà non esiste più; l’autore stesso ha faticato a rendersi conto che scrivendo in quel modo, forse perché invecchiato, forse semplicemente perché si è esaurito, non funzionava più. Allora se n’è uscito con Funny Girl: un romanzo completamente diverso e che, senza il nome in copertina, difficilmente si sarebbe potuto associare a lui. E, per me, ha funzionato. Il fatto che sia un Hornby completamente diverso non vuol dire che non sia altrettanto valido.
Un altro esempio è J.K. Rowling, che dopo Harry Potter ha pubblicato a suo nome Il seggio vacante, un romanzo completamente diverso, rivolto anche a un pubblico diverso che non sempre è stato in grado di capire che sì, la scrittrice era la stessa, ma il romanzo no. (Poi si è inventata uno pseudonimo, per pubblicare thriller, e ha rivelato di esserne l’autrice solo dopo, onde evitare altri "sì, ma non è Harry Potter").

Parlando di autori più impegnati, invece, direi che anche George Saunders rientra in questa categoria. I suoi racconti sono tutti molto belli e, probabilmente, se non avessi letto quelli (soprattutto Dieci dicembre) non avrei letto nemmeno Lincoln nel Bardo. L’impatto con il romanzo è stato abbastanza traumatico, in effetti. Perché no, non è il Saunders dei racconti e ha scritto un’opera atipica, che forse non è nemmeno classificabile come romanzo. Ma una volta superato lo shock di leggere da parte di un autore una cosa completamente diversa da quella che mi sarei aspettata, be’, quel romanzo l’ho apprezzato eccome (così come ho apprezzato la capacità di Saunders di cambiare stile, di non prendere un suo racconto e semplicemente allungarlo per farlo diventare un romanzo, con il rischio di essere molto meno efficace).

C’è poi un’altra categoria di lettori che, ammetto, fatico un po’ a capire. Ovvero quella che non riesce ad apprezzare un autore perché si aspettava, nei suoi romanzi o nei suoi racconti, di ritrovarci un altro autore. Un esempio è quello successo a La fine dei vandalismi, il primo romanzo della trilogia di Grouse County di Tom Drury, pubblicato in Italia da NN editore. Un romanzo che, di nuovo, io ho amato moltissimo, ma che ha ricevuto pareri contrastanti. Tra le critiche principali c’è quella di non essere come Kent Haruf, l’autore della Trilogia della Pianura, sempre edita da NN editore, che ha avuto un successo (per me meritatissimo) strepitoso.

Ma se in un libro si cerca un altro autore, perché non leggere direttamente i libri di quell’autore? Sì, lo so, può essere che uno abbia già letto tutto e che l’autore, perché ritiratosi o perché, come nel caso di Haruf, mancato, non possa più scrivere niente. Però su che basi si confrontano due autori che sì, hanno forse qualche tratto in comune, ma sono comunque due autori diversi.

In generale, spesso la colpa di questi strani confronti deriva dai blurb che accompagnano le uscite dei libri: quante volte sulle quarte di copertina di un autore vi capita di leggere “è il nuovo Pinco Pallino”? Oppure “in questo libro ci trovate una cosa di Tizio, una cosa di Caio e, già che ci siamo, anche una di Sempronio”?

© Franco Maticchio
È ovvio che leggendo i rimandi si sentono. Anche perché gli scrittori sono (devono… dovrebbero…) essere prima di tutto lettori e si sono formati sulle opere di autori del passato, che hanno influenzato in modo più o meno netto la loro scrittura e il loro stile.
Così come è ovvio che un editore cerca il più possibile di sfruttare il traino del successo di un altro scrittore o di un altro romanzo per vendere.
E, ultima ovvietà lo giuro, è ovvio che un lettore cerchi nei libri qualcosa che gli piaccia e per farlo il confronto con altri autori è quasi inevitabile.

Però noi lettori dovremmo anche saper andare oltre. Staccarci da quell'aspettativa che ci porta a leggere un’opera per un determinato motivo e leggerla, invece, per quello che è. Un’opera a sé, che può piacerci o non piacerci, indipendentemente da cosa abbiamo letto prima.
Anche perché, altrimenti, si potrebbe leggere sempre e solo lo stesso libro, magari cambiando solo qualche riferimento (i nomi dei protagonisti, la città di ambientazione, la professione, etc etc…), così da essere sicuri di leggere sempre la stessa cosa con lo stesso stile. 

Ma che noia, no?