martedì 10 settembre 2013

BUON COMPLEANNO MALCOLM - David Whitehouse

Capitano a tutti, ogni tanto, quelle mattine in cui non si ha voglia di alzarsi dal letto, in cui si vorrebbe rimanere sotto le coperte per sempre, per non dover affrontare giornate troppo impegnative, per non dover fare i conti con una realtà che non ci piace, con un mondo troppo brutto, o semplicemente perché non si ha voglia. Poi a un certo punto il buonsenso prende il sopravvento: "mica posso restare davvero per sempre nel letto?". E quindi dopo dieci minuti, un'ora, una mattina o, nei casi peggiori, un giorno intero ci si alza e si ricomincia a vivere.

Ora, immaginate invece di non alzarvi più. Di avere qualcuno che anziché spronarvi a muovervi e farvi notare che state facendo un'assurdità, vi porta da mangiare continuamente, vi lava, vi porta la posta e vi passa il telecomando della tv ogni volta che è troppo lontano da voi. Cosa vi succederebbe? 
Diventerete come Malcolm, pilastro di questo romanzo, sia perché tutta la trama e i vari protagonisti girano intorno a lui, sia per la sua mole, che dopo più di vent'anni a letto ha raggiunto i seicento kg.

Il giorno del suo venticinquesimo compleanno, dopo una sbornia colossale, Malcolm ha deciso che non si sarebbe più alzato dal letto. Che semplicemente, non ne vale la pena. Che la vita fa troppo schifo.
Che vita è mai, questa, che ti regala la meraviglia di un cuore che batte per poi infrangerlo in mille pezzi? In cui ogni cosa che ti hanno insegnato ad aspettarti si rivela un buco nell’acqua? Se questa è la vita, allora perché alzarsi dal letto?
E pazienza se ha una fidanzata che lo ama alla follia, se ha un padre che si trascina dietro una terribile colpa del passato e vorrebbe che i figli non fossero come lui, se ha una madre disposta ad annullarsi completamente per lui, se ha un intero paese che parla alle sue spalle e, soprattutto, un fratello che è stanco di essere sempre il fratello di...  Lui, Malcolm, da giovane promettente che era, ha deciso così, senza compiangersi, senza pentimenti. La sua scelta condiziona ovviamente la vita di tutti quelli che lo circondano, che vorrebbero staccarsi da lui e semplicemente dimenticare, ma non possono. 

Leggendo la trama sulla copertina (che bella l'ISBN che mette le quarte di copertina in copertina e una citazione dal libro sulla quarta), sebbene mi attirasse tantissimo, non mi sarei mai aspettata un libro così bello, così profondo, così intenso, che ti porta a tante inevitabili riflessioni. Riflessioni su quanto gli altri possano condizionare la nostra vita, con le proprie scelte, con le proprie aspettative, anche solo con la propria ingombrante presenza. Riflessioni su quanto il mondo e la società si aspettino da noi, su quanto danno si può fare con un solo errore e su quanto sia difficile andare e lasciare andare. 

E' un libro bello insomma. Un libro che ti fa sorridere (ecco, magari proprio "esilarante" come lo ha definito il Times non direi), un libro che ti fa commuovere, che ti fa arrabbiare (verso Malcolm sicuramente, ma nel mio caso anche e soprattutto verso sua madre) e che ti fa pensare davvero. tanto. 
Insomma, un libro da leggere.


Titolo: Buon compleanno Malcolm
Autore: David Whitehouse
Traduttore: Valentina Zaffagnini
Pagine: 354
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: ISBN
ISBN: 978-8876382239
Prezzo di copertina: 15,90
Acquista su Amazon:
formato brossura:BUON COMPLEANNO MALCOLM

lunedì 9 settembre 2013

Interviste rampanti: MARCO MISSIROLI

Ed ecco qui la prima intervista rampante! Protagonista è Marco Missiroli, che ringrazio tantissimo per aver accettato di rispondere alle mie domande.

Marco Missiroli, classe 1981, è nato a Rimini ma vive e lavora a Milano. Il suo primo romanzo, Senza coda, è stato pubblicato dalla casa editrice Fanucci nel 2005 e ha vinto il Premio Campiello opera prima. Ha poi pubblicato altri tre libri con la casa editrice Guanda, Il buio addosso nel 2007, Bianco nel 2009, e Il Senso dell'Elefante nel 2012.
Io l'ho scoperto per caso, sfogliando la rivista Il Librario e poi facendomi prestare Il senso dell'elefante da una mia amica che lo aveva acquistato. Un libro che mi ha colpita moltissimo e che sono andata avanti a consigliare per mesi e mesi. Dopo, incuriosita, ho letto anche Il buio addosso, una storia altrettanto intensa e particolare, che mi ha confermato l'incredibile bravura di questo scrittore.

Foto tratta dalla pagina Facebook dell'autore, ©Graphicmas

Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?
No, assolutamente. Dicevo: “Farò l’acrobata”. Poi il biologo. Poi ho smesso di chiedermelo.

Il tuo ultimo libro, Il senso dell’elefante, per me è stata una vera scoperta (anche perché da bambina avevo un peluche di un elefantino che amavo tantissimo). C’è qualcosa di autobiografico nella sua trama? E nelle trame degli altri tuoi libri?
Nei miei libri tendo sempre a non mettere mai niente di personale dal punto di vista diretto. Il senso dell’elefante è un’eccezione: ha abbastanza di autobiografia. Nella figura di Luca, di Pietro e in alcune dinamiche e sentimenti. E’ stato un libro catartico.

Come sei stato scoperto (o come sei riuscito a farti scoprire) dalle varie case editrici che ti hanno pubblicato (la Fanucci prima e la Guanda poi)?
Avevo scritto Senza Coda, l’avevo inviato a 10 case editrici. Sergio Fanucci mi ha chiamato per primo, gli era piaciuto il romanzo a lui e al suo direttore editoriale, Luca Briasco. E a una editor speciale: Chiara Belliti. A loro devo i grazie più potenti.

Qual è il tuo rapporto con i critici professionisti e con i book blog?
Li leggo, a volte mi trovo d’accordo, a volte no. Fa parte del gioco.

Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?
La più bella: il potere di farti cambiare modo di sentire il mondo.
La più brutta: che un personaggio era una macchietta.

Hai qualche mania come scrittore?  Che so,  riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?
Sempre il solito formato di impaginazione, il font (Garamond), sempre di mattina (generalmente dalle 7 alle 10), sempre una pagina al giorno.

Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai avuto voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri?
Sì, perché sono fondamentali. E quando ho potuto, ho insistito per cambiarle.

Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore ?
Scrivi quando hai un’idea dall’inizio alla fine.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento? E dell’autopubblicazione?
L’editoria a pagamento non è editoria. Non pubblicate se vi chiedono soldi o “sponsorizzazioni”. Meglio autopubblicare, allora. 

Ebook o cartacei?
Carta, sempre.

Qual è il romanzo, non tuo,  a cui sei più legato?
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, Raymond Carver (racconti). E Il commesso, Bernard Malamud.

Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.
Il deserto dei tartari, Dino Buzzati.

Hai letto le Cinquanta Sfumature?
Sì, hanno dato un po’ di ossigeno all’editoria dal punto di vista economico.

Qual è Il tuo colore preferito?
Da piccolo era il verde. Ora è il blu.

domenica 8 settembre 2013

LOS ENAMORAMIENTOS (Gli innamoramenti)- Javier Marías

Pensandoci bene, credo di aver letto pochissimi libri che non contenessero al loro interno almeno una storia d'amore. Magari non sempre è il fulcro della vicenda, anche perché i romanzi d'amore prettamente tali non mi hanno mai fatta impazzire. Però l'amore, in un modo o nell'altro, in quello che leggo c'è sempre. Un amore da fiaba, un amore malsano, un amore non corrisposto, un amore spezzato, un amore crudele, un amore bugiardo, un amore difficile da comprendere e da accettare. 
Non mi era mai capitato però di ritrovate tutti questi tipi d'amore all'interno di un unico libro. Eppure Javier Marías con questi suoi "innamoramenti" riesce a parlare dell'amore in ogni sua forma. E lo fa utilizzando solo quattro personaggi.

Tutte le mattine María fa colazione in una caffetteria, contemplando ammirata e affascinata una coppia, che incarna per lei l'esempio di "coppia perfetta": si vede lontano un miglio che sono fatti per stare insieme, che si completano, che si amano di un amore vero e profondo che niente potrà spezzare. Finché l'uomo della coppia non viene barbaramente ucciso da uno squilibrato. E la coppia perfetta si rompe: una metà non c'è più e l'altra deve andare avanti. María si ritrova improvvisamente coinvolta in questo "dopo",  iniziando una relazione con il miglior amico dell'uomo ucciso che sta , tra le altre cose, stando il più vicino possibile alla vedova. E María scoprirà così che niente è mai così perfetto come a prima vista potrebbe sembrare.

E' un libro intenso, corposo e non sempre di facile lettura, in quanto narrato in prima persona da María di cui sulla pagina si leggono tutti i pensieri e i turbamenti, in cui è abbastanza facile perdersi. Eppure, man mano che si va avanti con la lettura, è impossibile non rendersi conto dell'incredibile capacità di Javier Marías nel trattare il tema dell'amore e dell'innamoramento in ogni sua forma, in modo sempre molto profondo ed estremamente realistico,senza fare sconti e senza alcuna remora. L'amore non è per forza bello. L'amore è sia la malattia sia la cura. L'amore può anche fare male. E chiunque dica il contrario o è stato davvero tanto fortunato oppure è un illuso, come un po' lo è la protagonista del libro.

Non è sicuramente un libro che consiglierei a tutti, un po' perché come dicevo prima è una lettura "faticosa" sia dal punto di vista fisico (magari dipende dal fatto che l'ho letto in lingua originale, anche se sono abbastanza convinta che sia così anche in italiano) sia, soprattutto, da quello emotivo. Però, chiunque voglia qualcosa di profondo, di intenso e, di reale, deve assolutamente leggere questo libro. 


Titolo originale: Los enamoramientos
Titolo italiano: Gli innamoramenti
Autore: Javier Marías
Anno di pubblicazione: 2012
Editore originale: Debolsillo
Editore italiano: Einaudi
Acquista su Amazon:
lingua originale:Los enamoramientos
in italiano:Gli innamoramenti

venerdì 6 settembre 2013

Le interviste rampanti: presentazione

E' iniziato settembre. Il mese dei nuovi inizi e dei nuovi propositi, dopo la pausa estiva. Incredibile come bastino due settimane di stacco per ritemprarsi e prepararsi a qualcosa di nuovo. Eppure la mia mente un po' si è svuotata davvero (non del tutto, certo) e ora è pronta a far spazio a  nuove idee.
E ovviamente parto da qui, da questo blog, che mi sta dando un sacco di soddisfazioni, quelle che dal mio lavoro vero non arrivano, e che mi riempie di orgoglio ogni giorno di più. E riparto con un qualcosa che era un po' che pensavo di fare, senza mai decidermi davvero.

Non so se avete notato quanta letteratura italiana contemporanea ho letto nell'ultimo anno (mese più, mese meno). Già prima, in realtà, ne leggevo parecchia. Ma in quest'ultimo anno ho avuto modo di fare delle incredibili scoperte, tra autori emergenti freschi freschi di pubblicazione e autori già rodati ma a cui, per un motivo o per l'altro, non mi ero mai avvicinata. 
Mi si è aperto un mondo, davvero. Un mondo che spero voi conosciate già o che abbiate voglia di conoscere. Che un po' di sano patriottismo, ogni tanto, male non fa.

Da questa voglia di diffondere la letteratura italiana contemporanea è nata l'idea di provare a contattare gli autori dei libri che più mi sono piaciuti e proporre loro un'intervista. Mi sono armata di coraggio (magari non sembra, ma sono di una timidezza imbarazzante) e ho inviato le prime mail... ottenendo già le prime risposte positive! E quindi, eccomi qui, a presentarvi questa nuova rubrica, o progetto, o quel che è, che avrà cadenza più o meno casuale (con non più di un'intervista a settimana però) in base anche al numero di risposte che otterrò dagli autori.

Le domande saranno per lo più le stesse per tutti, in quanto credo che si personalizzeranno nella risposta che ognuno di essi o di esse darà. In ogni intervista ci sarà però anche un riferimento al libro o ai libri di questi scrittori e scrittrici che ho letto e che mi sono piaciuti: una semplice domanda, quella che avrei voluto fare all'autore nel momento stesso in cui ho terminato il libro.

Ci saranno poi domande sulle manie da scrittori, sui propri gusti letterari, sulle opinioni in merito ad argomenti quale l'editoria a pagamento o l'eterna lotta tra ebook e cartaceo, il rapporto con le copertine dei propri libri (è un'ossessione la mia, lo so). Per concludere con due domande un pochino sceme, venute fuori durante delle chiacchierate con degli amici riguardo all'idea di queste interviste, e che rientrano nella categoria: "La domanda più scema che potresti fare a uno scrittore o a una scrittrice in un'intervista".  Le mie le troverete in fondo all'intervista, ma se avete qualche domanda scema anche voi, fatemela sapere, che provvederò a girarla ai diretti interessati.

Che dire? Sono emozionata, molto. E sono anche molto contenta, per le risposte che ho ottenuto finora, per quelle che ancora sto aspettando e per le mail che ancora devo trovare il coraggio di scrivere (non so, certi autori, anche se non li conosco, mi incutono più timore di altri). 
Insomma, spero che queste interviste piacciano anche a voi e vi aiutino a scoprire tanti bei libri!

Incominceremo lunedì, con l'intervista a Marco Missiroli, autore de Il senso dell'elefante.

mercoledì 4 settembre 2013

LA LEGGENDA DEL SANTO BEVITORE - Joseph Roth

Lampadine. Credo che la mente umana sia piena di lampadine. Lampadine che sempre accese, lampadine che rimangono invece spente per poi ridare segni di vita all'improvviso, quando meno ce lo si aspetta.
E' un po' quello che mi è successo l'altra mattina quando, chinatami per raccogliere qualcosa da per terra, ho buttato un occhio allo scaffale più basso della libreria del padre del mio ragazzo e ho visto un libricino piccolo piccolo. La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth. E qui, una lampadina che era spenta penso da più di vent'anni ha deciso che era arrivato il momento di emanare di nuovo la sua luce.
Perché io mi ricordo del film "La leggenda del santo bevitore". O meglio, mi ricordo una videocassetta, stipata nel mobile del salotto insieme alle altre. Mi ricordo che si parlava di questo film. Non con me, certo, perché ero troppo piccola per andare oltre ai cartoni animati della Disney. Non sapevo che la pellicola di Olmi fosse tratta da un libro però. E, con somma ignoranza, non sapevo nemmeno chi fosse Joseph Roth.
Ho scoperto tutto l'altra mattina, quando l'ho preso dalla libreria, l'ho portato a casa e l'ho letto. Sperando si accendessero altre lampadine che invece sono rimaste spente. Strano, perché una storia così me la dovrei ricordare, a qualunque età l'abbia vista o sentita la prima volta. E invece, niente.

Nonostante questo buio nella mia mente, sono riuscita a farmi trasportare dalle parole di Roth, dalla sua narrazione semplice, senza orpelli o fronzoli inutili, e forse per questo ancora più bella. Ho accompagnato Andreas, questo barbone alcolizzato che vive di ricordi, estraneo allo spazio e al tempo, attraverso i suoi piccoli miracoli, i primi soldi regalati e la sua lotta contro se stesso e il caso per restituirli, il lavoro trovato magicamente, le prime spese in alcool, l'incontro con gli amici, con la donna che amava e che gli ha rovinato la vita, e l'appuntamento con la piccola Teresa, che sembra impossibile da rispettare, fino a che non è la stessa Teresa a venire da lui.

Il fatto di non conoscere Joseph Roth e la sua opera ha sicuramente penalizzato la mia lettura, anche perché questo racconto è autobiografico. Gli ultimi anni di questo autore sono stati molto simili a quelli di Andreas: Parigi, i soldi che iniziano a finire, l'attaccamento all'alcool, l'estraneità nei confronti del mondo presente e i ricordi del passato che riaffiorano improvvisi e quasi senza logica. Eppure, nonostante questa mia ignoranza, sono comunque riuscita a rendermi conto di avere davanti qualcosa di grande, di bello.

Un piccola perla, questo racconto. Di quelli che si leggono in un paio d'ore ma che ti danno da pensare per giorni. Cosa avrei fatto io se fossi stato in Andreas? Quanto può l'onore sulla disperazione? E quanto ci lasciamo influenzare dal caso, dal destino, a cui a volte chiediamo fin troppo?
Perché a nulla si abituano gli uomini più facilmente che ai miracoli, se si sono ripetuti una, due, tre volte. Sì! La natura degli uomini è tale che subito vanno in collera se non capita loro di continuo tutto quanto sembra aver loro promesso un destino casuale e passeggero.
E ora cercherò di recuperare quella videocassetta, sperando che il tempo non l'abbia smagnetizzata, di vedere il film e far sì che quella lampadina non si spenga più.


Titolo: La leggenda del santo bevitore
Autore: Joseph Roth
Traduttore: Chiara Colli Staude
Pagine: 73
Anno di pubblicazione: 1975
Editore: Adelphi
ISBN: 9788845901744
Prezzo di copertina: 8€
Acquista su Amazon:
formato brossura: La leggenda del santo bevitore. Racconto

Due titoli, un solo libro: ma perché? #47

Nuova puntata della rubrica di confronto tra titoli. Ci stiamo a poco a poco avvicinando al traguardo delle cinquanta puntate e sto iniziando a pensare al suo futuro...

Per l'appuntamento di oggi ho scelto di parlare di un libro che ho amato tantissimo della grande Agatha Christie. Immagino che tutti i lettori abbiano avuto una "fase Agatha Christie"; la mia è stata tra i quattordici e i sedici anni, periodo in cui ho divorato tutto quello che mi capitasse a portata di mano di questa autrice. Una passione che poi è scemata quando mi sono accorta che ormai indovinavo chi fosse l'assassino già dopo una trentina di pagine. Ma Agatha dal mio cuore non è mai andata via.

Il libro protagonista oggi è quello che considero il suo libro più bello, per la sua genialità, per l'incredibile stupore che mi ha provocato la sua lettura (l'ho riletto a distanza di anni, cosa non molto sensata per un giallo, eppure mi ha nuovamente stupito). Ed è un libro che se ancora non avete letto dovete procurarvi subito.
Insomma, sto parlando di DIECI PICCOLI INDIANI:

Otto persone più due domestici si ritrovano per una vacanza su un'isola, Nigger Island, invitati da due misteriosi ospiti che non compaiono fino al momento della prima cena, durante la quale accusano tutti i presenti di essere degli assassini. E a poco a poco gli omicidi iniziano sul serio. Della trama non vi dico nient'altro, perché qualunque altra rivelazione, anche piccola e involontaria, potrebbe rovinarvi la lettura.
Passiamo quindi al titolo, a cui  fin dalla sua versione inglese è successo qualcosa di particolare.
Iil romanzo è uscito inizialmente, nel 1939, con il titolo TEN LITTLE NIGGERS


Il titolo in questione, la cui traduzione letterale sarebbe "Dieci piccoli negri", oltre a far riferimento al nome dell'isola in cui è ambientata la vicenda, riprende anche il titolo di una filastrocca inglese, molto conosciuta all'epoca, e che svolge un ruolo fondamentale all'interno dell'opera.
Nell'edizione americana dell'anno successivo però si è scelto di modificare questo titolo in AND THEN THERE WERE NONE:


Un cambiamento dovuto all'uso dispregiativo che stava acquisendo la parola "negro" e che quindi si è scelto di eliminare. La filastrocca per l'edizione americana cambia nome, diventando Ten Little Indians e il titolo del libro ne prende la frase conclusiva, ovvero "E poi non ne rimase nessuno".

La prima traduzione italiana, che come si è visto riprende il titolo della filastrocca nella sua versione americana, è stata pubblicata nel 1946 dalla casa editrice Mondadori.

E ora non vi resta che leggerlo!

martedì 3 settembre 2013

Expo 58 - Jonathan Coe

Devo iniziare questa recensione con una premessa. Se non si fosse ancora capito, io amo Jonathan Coe. Amo i suoi libri (li ho letti praticamente tutti), amo il suo modo di scrivere e soprattutto amo lui, uno scrittore e una persona incredibile, con cui ho avuto la fortuna di scambiare due chiacchiere qualche anno fa alla presentazione del suo romanzo precedente. E' uno di quegli autori di cui comprerei anche la lista della spesa, per intenderci.
Questo mio amore incondizionato nei suoi confronti mi porta però ovviamente ad avere delle alte aspettative e a rischiare, ogni volta che esce qualcosa di suo, di vederle miseramente disattese. Ma in parte è anche colpa sua, perché da un autore che ha scritto La casa del sonno, La famiglia Winshaw e La pioggia prima che cada, non puoi che aspettarti dei capolavori.

Expo 58 non è un capolavoro, diciamo subito. Non ci si avvicina nemmeno lontanamente. Eppure, è Coe. E' Coe in ogni pagina, in ogni personaggio, in ogni dialogo. E' solo un Coe diverso, un Coe più tranquillo, un Coe, forse, invecchiato, che si porta sulle spalle il peso dei capolavori precedenti che ha creato e cerca di toglierselo in ogni modo.

Di questo romanzo a lasciarmi più perplessa è la trama. In cui, sostanzialmente, non succede nulla. Thomas Foley,  giovane copywriter del Central Office of Information di Londra, viene inviato a Bruxelles durante l'Esposizione Universale del 1958, per supervisionare l'operato di uno dei punti cardine del padiglione della Gran Bretagna: il pub Britannia. Dovrà tenere gli occhi aperti, perché è la prima esposizione universale dopo la fine della guerra e i rapporti tra la Nato e l'Unione Sovietica sono molto tesi. Insomma, potrebbe succedere di tutto ed è meglio che ci sia qualcuno a tenere d'occhio la situazione. Quindi Thomas parte, lasciando la moglie e la figlia a casa da sole, in balia delle attenzioni del vicino di casa. A Bruxelles l'uomo entrerà in contatto con un mondo frenetico, con persone di diverse nazionalità, che gli faranno mettere in dubbio la sua tranquilla vita londinese. Si troverà invischiato in intrighi internazionali molto pericolosi, senza quasi nemmeno accorgersene, e, soprattutto, in grandi dilemmi amorosi.

Una trama particolare, già solo per la sua ambientazione, che sembra non voler decollare mai, almeno per quanto riguarda la parte di spionaggio, che a tratti è un pochino confusa. E mi potrebbe anche andare bene, se non fosse che in fascetta e in quarta di copertina viene scritto che si tratta di una spy story. Molto, molto più bella è la storia d'amore, le storie d'amore anzi, e il modo in cui vengono affrontate dal protagonista. 
Nonostante questa perplessità, il libro tutto sommato è un bel libro. Ben riusciti sono i personaggi, soprattutto quello del vicino di casa e dei due agenti segreti che tormentano Thomas, e bello è lo stile di Coe, con quel suo umorismo sottile, estremamente British, che all'inizio ti spiazza e poi ti fa sorridere di gusto.

Da quando ho chiuso il libro, ieri sera, non riesco a fare a meno di pensare che questa assenza di exploit nella trama, questa "calma narrativa" (non so se esiste una cosa del genere, ma nella mia mente rende bene l'idea), questa confusione, siano volute dall'autore per definire meglio Thomas e il suo stato d'animo, per descriverlo non solo attraverso i suoi gesti e le sue parole ma anche tutto quello che lo circonda.
"Dobbiamo tutti goderci il nostro tempo qui, finché possiamo. Perché potrebbe finire da un momento all'altro, e nessuno di noi può sapere quando, o come. [...] E' questo il problema con la felicità".
E' un libro che si legge bene, senza intoppi, e con alcune scene davvero divertenti. E non posso assolutamente dire che non mi sia piaciuto, anzi. Però, se conoscete Coe e tutta la sua opera narrativa, un pochino di delusione vi rimarrà sicuramente.
E se non avete mai letto nulla di questo autore, non partirei da questo per iniziare a conoscerlo, ecco. (E, se potete, leggetelo in lingua originale...)


Titolo: Expo 58
Autore: Jonathan Coe
Traduttore: Delfina Vezzoli
Pagine: 280
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Feltrinelli
ISBN: 978-8807030550
Prezzo di copertina: 17€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Expo 58
formato ebook: Expo 58 (I narratori)