lunedì 20 maggio 2013

AMORI IMPREVISTI DI UN RISPETTABILE BIOGRAFO - Penelope Lively

Raggiunta la boa della mezz'età, Mark Lamming si sente una persona realizzata: infatti, il suo sogno di bambino di diventare un uomo di lettere si è avverato e adesso è un rispettabile biografo. Insieme alla moglie Diana, donna pragmatica e di classe, impiegata in una rinomata galleria d'arte londinese, si gode i piaceri e la tranquilla routine di un'intimità condivisa da vent'anni. Mark sta scrivendo un libro su Gilbert Strong, saggista conservatore d'inizio secolo per cui nutre una sconfinata ammirazione. Convinto di sapere praticamente tutto di lui, di fronte a due grandi bauli pieni di fogli ingialliti rinvenuti a Dean Close - la casa dello scrittore nel Dorset - è costretto a ricredersi. I diari rivelano un altro Gilbert Strong, cinico e donnaiolo, disposto a tutto pur di avere successo. Dopo la prima notte trascorsa a Dean Close, lo stesso Mark è scombussolato dalla "sensazione di essere una persona diversa da quella che si era alzata dal letto quel mattino" e confessa di sentirsi inspiegabilmente attratto da Carrie, la nipote di Strong, che ha trasformato la residenza di campagna del nonno in un vivaio. Eppure lei, che vive con la testa fra le nuvole in mezzo a conifere e violette e in trent'anni non è mai arrivata in fondo a un libro, è tutt'altro che il suo tipo... 

Ci possono essere diversi motivi per cui ci metto più di tre giorni a leggere un romanzo con meno di trecento pagine. O nel mentre mi sta succedendo altro che mi tiene lontana dalla lettura. O il romanzo è particolarmente intenso e per questo non semplice da leggere. Oppure è estremamente noioso, di quella noiosità che ti fa passare la voglia di prenderlo in mano e che rende la lettura pesante, faticosa al punto che ti porta a chiederti "ma chi me lo fa fare?"

Nel caso di "Amori imprevisti di un rispettabile biografo" posso escludere senza esitazione la seconda ipotesi. Scegliere quale sia stata più predominante tra la prima e la terza è invece molto difficile.
Perché ammetto che forse non ho dedicato a questo libro tutta l'attenzione che avrei dovuto, leggendolo a volte con la testa altrove e non portandomelo appresso sempre e ovunque come faccio di solito con i libri che sto leggendo. Il fatto è che di solito, se un libro è bello e mi conquista, riesce a vincere anche sulla scarsa attenzione e sul poco tempo. Anzi, è un ulteriore conferma che sia un bel libro. Per cui temo che la prima ipotesi sia una diretta conseguenza della terza: il libro è noioso e pesante, quindi non avevo voglia, tempo, testa per leggerlo. Ma odio abbandonare le letture e quindi mi sono trascinata tra queste pagine, sperando che finissero in fretta.

Che poi la trama avrebbe anche parecchi spunti interessanti: la crisi di mezz'età e il rapporto tra marito e moglie dopo anni di matrimonio; il rapporto tra un biografo e il personaggio di cui sta raccontando la vita, fatto di scoperte sensazionali ma anche di remore nel mettere in piazza fatti solitamente privati; le differenze culturali e il conseguente snobismo che un po' ne deriva tra chi legge tanto e ha una cultura smisurata e chi invece ama curarsi delle sue piante e del suo giardino ed è felice così. L'amore, in ogni sua forma e bizzaria.
Tanti elementi, tanti spunti, che avrebbero potuto essere approfonditi molto meglio ma, soprattutto, raccontati con un po' più di brio per renderli più interessanti.
E invece Penelope Lively si perde negli stereotipi, che alla lunga risultano irritanti (vedi il personaggio di Carrie), e in un po' di autocompiacimento da scrittrice e donna di cultura che non so dire se siano presenti anche negli altri suoi romanzi ma che qui traspaiono da ogni pagina.

Insomma, questo libro non mi ha convinta. Può darsi non si sia creata empatia con i personaggi, di cui troppo spesso non riuscivo a comprendere logiche e motivazioni, o con lo stile dell'autrice. C'è qualche frase bella, qualche situazione divertente... di cui comunque avrei potuto fare anche a meno.

(Vi dico solo che persino scrivere la recensione mi ha annoiata... e se leggerla vi fa lo stesso effetto vi giuro che non mi offendo)

«Non ci si innamora delle persone per quello che hanno letto.» Purtroppo, pensò con amarezza.

Nota alla traduzione: del titolo avevo già parlato in una puntata di "Due titoli, un solo libro, ma perché?" quindi non mi ci soffermo più. Nel complesso direi ben fatta comunque.

Titolo: Amori imprevisti di un rispettabile biografo
Autore: Penelope Lively
Traduttore: C. Piazzetta
Pagine: 296
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: Guanda
ISBN: 978-8860884206
Prezzo di copertina: 17 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Amori imprevisti di un rispettabile biografo

domenica 19 maggio 2013

UN SABATO AL SALONE DEL LIBRO

Ed eccomi qua, davanti a questa pagina bianca a cercare di fare mente locale per raccontarvi come è andato il mio Salone del Libro quest'anno.
Non è per niente semplice, perché mi sono successe tante di quelle cose belle che non so nemmeno da dove cominciare. E un po' ho anche paura di annoiarvi, visto che ormai sono giorni che tra qui e la pagina Facebook vi parlo del Salone.
Eppure, come mi succede con tutte le cose belle, ho bisogno di scriverle per poterle fissare definitivamente nella mia testa e, soprattutto, per rendermi conto che sono successe davvero.
La prima, primissima cosa che sento di dover fare è ringraziare il Lettore Rampante, che mi ha accompagnata/sopportata e supportata per tutto il giorno. Non sarebbe stato lo stesso senza di lui.

Ma bando alle smancerie (visto che comunque questo post ne sarà pieno) e incominciamo a parlare di questo sabato che abbiamo trascorso là dentro.
La prima cosa bella, bellissima che mi è successa è stata quella di poter entrare per la prima volta in vita mia con il pass stampa. Fa davvero figo saltare la coda e girare tra gli stand con quel bellissimo foglietto al collo. L'ho ottenuto non grazie al blog (e mi dispiace avervelo forse fatto credere) ma tramite il giornale con cui collaboro (e grazie anche a loro).

Entrati, ci siamo subito imbattuti in Francesco De Gregori che presentava il suo libro e firmava autografi. Ho fatto una foto ma non mi sono fermata, perché avevo un obiettivo, per me, ancor più importante e che inseguivo già da un po': Roberto Saviano. La sua presenza allo stand della Feltrinelli era prevista per le 11.30. Noi siamo arrivati alle 11 e la coda per gli autografi circondava già tutto lo stand. "Al diavolo" ho pensato. O adesso o mai più. ("Al diavolo, devo star qui a far coda e manco ho letto i suoi libri" deve aver pensato invece il lettore rampante... ma vabbè). Abbiamo aspettato circa un'ora e mezza, con una coda nemmeno poi così lenta in realtà e finalmente me lo sono trovata davanti. 
Lì, seduto, circondato da poliziotti e guardie del corpo a fare da muro e da scudo, che vietavano persino le foto troppo ravvicinate, c'era un uomo normalissimo, che trasudava emozione per il contatto con il pubblico da ogni poro. Non sapevo come dovevo rivolgermi a lui, se dirgli "ciao", "salve", "buongiorno". Lui mi ha guardata, mi ha sorriso e mi ha detto "ciao, come ti chiami?". E' durato poco, pochissimo. Ma è stato davvero emozionante.


Da lì, ci siamo diretti allo stand della minimumfax per il mio primo acquisto della giornata: "Orientarsi con le stelle" di Raymond Carver. Vado a pagare, il libraio mi guarda e mi fa: "Oh, Carver, ottima scelta! Anche se sei la prima a comprarlo oggi". Ma come?? Io aspettavo un "nuovo" libro di Carver da mesi e alle 12.30 di sabato ero la prima a comprarlo?!? Misteri...

E poi ci siamo avvicinati allo stand in cui sarebbero avvenute le interviste. Ero parecchio agitata, inutile negarlo, ma credo che tutto sommato siano andate bene (ho il terrore di quando uscirà il podcast e mi risentirò). Entrambe le interviste avrebbero dovuto essere in coppia: insieme a me Fabio, un ragazzo che ho conosciuto proprio grazie a questo blog, con cui ero già andata alla presentazione del libro di De Silva e senza il quale nessuna delle due interviste mi sarebbe mai stata fatta. E che quindi ringrazio tanto, tantissimo!
A causa di qualche ritardo e di qualche problema di trasmissione, l'intervista andata in onda su Radio Sound City è stata fatta solo a me. Mi è stato chiesto del blog, del mio lavoro "vero" e di cosa si potrebbe fare (o dovrebbero fare le case editrici) per aiutare gli emergenti meritevoli a farsi conoscere e leggere. E spero vivamente di non aver detto cavolate.

In attesa della seconda intervista, abbiam fatto una capatina alla marcos y marcos, dove ho acquistato altri due libri e visto Fulvio Ervas... se ne stava andando però e non ho osato chiedergli l'autografo (anche perché non avevo con me il libro).

E poi è arrivato il momento della seconda intervista, con GET IT ON RADIO. Ero ancora un po' agitata, devo ammetterlo. Ma poi mi sono divertita molto! E' stato bello perché eravamo seduti su dei divanetti attorno a un tavolino, un po' come se chiacchierassimo normalmente davanti a un caffè ma con cuffie in testa e microfoni, con il lettore rampante e la moglie di Fabio, Chiara, a scattarci le foto e a rispondere alle domande incuriosite dei passanti. E direi che è andata bene anche questa! Anche perché i due intervistatori, Andrea e Mauro sono davvero bravi (a parte quando mi han chiesto le province del Molise... ehm...)!


Uh sì, prima delle interviste ho anche avuto modo di incontrare un paio di blogger, conosciute tramite i blog ma mai viste dal vivo. Ed è stato strano, ma anche bello, poter finalmente dare un viso alle parole.

Ok, dopo le interviste e il nostro piccolo momento di gloria, abbiamo salutato Fabio e Chiara e siamo andati allo stand della Spartaco Edizioni. Ho avuto modo di conoscere questa casa editrice tramite il blog: mi hanno inviato qualche libro, che ho letto e recensito. Tra questi, ci sono anche i due romanzi di Paolo Pasi, "Memorie di un sognatore abusivo" e "Il sabotatore di campane", che mi sono piaciuti particolarmente. E Paolo Pasi era lì, allo stand. Ed è stato fantastico. Un'accoglienza calorosa, un sacco di chiacchiere e qualche aneddoto... più ovviamente due bellissimi autografi.

Da lì poi siamo andati alla Bompiani, perché volevo assolutamente comprare "Uomini e topi" di Steinbeck. Ho cercato sullo scaffale ma non c'era. Allora ho chiesto e il libraio, visto quanto lo volessi, è andato a cercarlo prima in tutto lo stand e poi in magazzino. Quando l'ha trovato me l'ha sporto con un grande sorriso.

Poi è stato il turno di Zerocalcare (un contentino al povero lettore rampante lo dovevo pur dare, no?). Abbiamo acquistato l'ultima raccolta e ci siam messi in coda per l'autografo... ma c'era troppa gente, e gli autografi di Zerocalcare sono delle vere opere d'arte che richiedono però parecchio tempo. E quindi alla fine, con sommo rammarico, abbiamo lasciato stare. 
Ancora un paio di giri tra gli stand, due acquisti, da Beat e da e/o edizioni (entrambe con sconto fiera), due passi nel padiglione 5, riservato alle attività didattiche e alle mostre e finalmente, verso le 20, siamo arrivati a casa.

Stamattina sono tornata, da sola (perché la pazienza del mio ragazzo ha un limite), per ascoltare la conferenza sui Book blog con eFFe. E' stata interessante, ma ci devo meditare un po' prima di poterne parlare. Poi sono tornata a casa, dopo essermi  persa Cognetti per un soffio, perché la quantità di gente era davvero impressionante e perché, devo ammetterlo, a girare da sola un po' mi annoio.

Ecco qui, questo è stato il mio salone quest'anno. Sono ancora abbastanza emozionata e credo che lo rimarrò per un bel po'. Lo so, alla fine ho seguito una sola conferenza rispetto alle tante che avevo in programma... ma quando entro lì dentro mi perdo completamente nell'ambiente, nell'aria che si respira... e per essere felice mi basta anche solo passeggiare.

Ci tengo a chiudere questo post ribadendo tutta una serie di ringraziamenti che ho già piazzato qua e là nel post ma, nel dubbio di aver dimenticato qualcuno, li riscrivo anche qui.
Ringrazio i follower e i fan del blog che mi hanno vista e si sono fermati a salutarmi, nonostante l'imbarazzo di fermare una sconosciuta per strada. Ringrazio le blogger che sono venute a salutarmi davanti alla radio: mi spiace non essere stata più tempo con voi e di non avervi conosciute tutte. Ringrazio Fabio e Chiara. I due presentatori di GET IT ON RADIO e quello di RADIO SOUND CITY. Ringrazio la Spartaco edizioni, Francesco e il grande Paolo Pasi per l'incredibile accoglienza. Ringrazio il libraio della Bompiani per avermi trovato il libro e quello della minimumfax per la sua passione per Carver. E ringrazio ancora una volta Marco, il mio lettore rampante (che da qualcuno è stato salutato proprio per questo!), per avermi accompagnata e sopportata tutto il tempo.
Ora potete tranquillizzarvi, perché finalmente smetterò di tormentarvi con questo Salone del libro... fino al prossimo, ovviamente!

Ah si, dimenticavo, i miei acquisti:


sabato 18 maggio 2013

SALONE DEL LIBRO 2013: CI SIAMO!

Un piccolo post per comunicarvi che domani, finalmente, andrò al Salone del Libro! Ho tutto pronto: maglietta rampante, libri da autografare, block notes per gli autografi "imprevisti", borsa fashion per gadget e nuovi acquisti!

Oltre ad andare a conoscere qualche editore, incontrare qualche blogger e soprattutto (spero) tanti autori, mi succederà anche una cosa nuova, che mi emoziona e mi terrorizza allo stesso tempo. 

Se domani siete al salone, potreste passare allo stand L153 del padiglione 2, verso le 13.30 e/o verso le 14.45. E mi troverete, in compagnia di Fabio, scrittore in erba, nonché amico, con delle cuffie in testa davanti a un microfono ad affrontare le mie prime due interviste.

La prima ci verrà fatta da Radio Sound City, una web radio che potrete ascoltare a questo http://www.radiosoundcity.net/nw/.

La seconda invece da GET IT ON RADIO e la potrete seguire in diretta qui: http://getitonradio.com/2013/05/14/get-it-on-al-salone-del-libro/

Parleremo del blog, di libri e del mondo della lettura in generale... Sperando ovviamente di non fare figuracce! Se vi va quindi venite ad ascoltarmi dal vivo o sintonizzatevi sui due link... (così scoprirete che La Lettrice Rampante ha la r moscia ed è di una timidezza esagerata).

Ovviamente porterò con me la macchina fotografica e documenterò tutto... per poi parlarne qui e condividere con voi la giornata.

mercoledì 15 maggio 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #33

La puntata di oggi della rubrica di confronto tra titolo originale e titolo in traduzione sarà un po' particolare perché, oltre all'analisi vera e propria, comprenderà anche una riflessione personale e una specie di recensione. Tutto insieme, per risparmiare spazio e non fare tre post diversi troppo simili tra loro.

Domani uscirà al cinema "Il grande Gatsby" trasposizione cinematografica (la quarta se non erro) del libro di Francis Scott Fitzgerald, diretto da Baz Luhrmann. La campagna pubblicitaria dietro a questa uscita è stata molto forte. Il libro è tornato a far sentire la sua presenza in libreria e nelle classifiche, grazie anche all'edizione da 0.99 € della Newton Compton. Tutti ne parlano e chi ancora non aveva letto il libro è prontamente corso ai ripari. Così che adesso tutti stanno parlando di questo libro e di questo film.
I"Il grande Gatsby" è un romanzo che ho letto diverse volte, in diverse lingue e in diversi momenti della mia vita. La prima volta ero molto giovane e, ammetto, credo di non averci capito molto. Poi l'ho studiato, l'ho riletto in inglese e mi si è aperto un mondo. Non tanto per la trama, che può piacere o meno, quanto per l'incredibile caratterizzazione dei personaggi e per il ritratto di quella fantastica società degli anni '20 in America. 
Un libro che amo molto, che consiglierei a chiunque di leggere, anche se capisco perfettamente che possa lasciare un po' interdetti e che non si possa sempre cogliere, soprattutto dopo una singola lettura, tutta la sua forza.

Come dicevo, in occasione dell'uscita del film, non si fa altro che parlare di Francis Scott Fitzgerald e delle sue opere. In questo calderone di marketing c'è finita anche la rivista Vanity Fair che ha pubblicato in esclusiva, nel numero della settimana scorsa, un racconto inedito di questo autore. 
Io leggo questa rivista (di cui apprezzo molto le pagine dedicate ai libri e ai film) a sbafo, rubandola a mia suocera che me la passa quando ha finito di leggerla. Solitamente, quindi, la sfoglio con un paio di settimane di ritardo. Però questa volta, saputo della presenza del racconto, non ho potuto fare a meno di chiederle se potesse passarmi quelle pagine (un gesto non esattamente elegante, però per la lettura questo e altro). E quindi domenica, seduta sulla sdraio al sole, ho letto questo raccontino.
Casualmente, sempre domenica mi è arrivata la segnalazione di una fan (che ringrazio tantissimo) per questa rubrica e riguardava proprio questo racconto.

Un racconto inedito, dicevamo. Inedito perché la sua pubblicazione, sebbene Fitzgerald fosse già conosciuto, era stata scartata da tutti le riviste a cui l'aveva proposta. C'è chi dice per il tema non semplice, chi perchè c'era crisi e chi con molti meno scrupoli perché non era all'altezza.
Ma iniziamo dal titolo. Il racconto in lingua originale si intitola "The Nightmare", ovvero "L'incubo". Sulla rivista (deciso da chi, non lo so) è stato invece presentato come "Proposta di matrimonio":


Sì, lo so, detta così potrebbe anche avere un aspetto ironico e non so se questo sia effettivamente stato lo scopo di chi ha scelto il titolo o se si tratta di una casualità. In ogni caso, non riesco a trovarla una scelta azzeccata. Anche perché era davvero semplice da tradurre: "L'incubo".
E il racconto, tradotto da Anna Ravano, effettivamente parla di un incubo, quello vissuto dai degenti di un manicomio e da chi lì ci lavora, che, inevitabilmente, se non sta attento, rischia di diventare più matto dei matti che cerca di curare. L'incubo è quello vissuto da un uomo, i cui tre fratelli vivono in questo manicomio, che decide, scambiando normali segni di stanchezza per sintomi di una malattia mentale, di farsi internare, per sicurezza, per capire se c'è qualcosa che non va. Ma ben presto si renderà conto che il limite tra sanità e malattia mentale è molto labile e può vacillare in chiunque. 
Per carità, una proposta di matrimonio all'interno di queste poche pagine c'è davvero e svolge anche un ruolo importante. Ma perché cambiare il titolo?

L'altra domanda, e mi perdonino gli amanti e gli studiosi di Fitzgerald per osare porla, è: ma se questo racconto era stato scartato e fino ad oggi non era mai stato tradotto e pubblicato da nessuno, ci sarà un motivo, no? Era davvero necessario riproporlo a tutti? E soprattutto, perché proprio adesso? (quest'ultima è ovviamente una domanda retorica).
Per carità, preferirei veder pubblicate le sue liste della spesa o i suoi appunti delle elementari anziché le nuove edizioni di Gatsby con la locandina del film in copertina, come quella di Mondadori.
Può anche darsi che lo stesso Fitzgerald, visti i rifiuti non avesse più voluto saperne di questo raccontino, che se ne fosse lui stesso dimenticato. Il fatto che un racconto sia inedito, per quanto bravo e famoso sia lo scrittore, non implica per forza che sia anche bello, no?

Non ce l'ho assolutamente con il racconto di Fitzgerald, su cui sto ancora un po' meditando (l'ho trovato in parte ben scritto in parte un po' confuso... e non so se questo senso di confusione sia voluto o meno). E' che non riesco tanto a sopportare la moda in letteratura. E' una cosa che proprio mi irrita e mi dispiace che a caderne vittime siano anche autori notevoli, che una persona dovrebbe leggere sempre e comunque, indipendentemente dal film o da quanto sia bello il protagonista che lo interpreta.

lunedì 13 maggio 2013

JIM ENTRA NEL CAMPO DI BASKET - Jim Carroll


"A soli tredici anni, Jim Carroll scrive meglio dell'89 per cento degli autori di romanzi attualmente in attività". Questo il parere che Jack Kerouac espresse alla prima lettura delle pagine di diario da cui nasce "Jim entra nel campo di basket": un memoir che all'epoca della sua pubblicazione, nel 1978, fece immediatamente scalpore e che da allora è sempre rimasto un libro di culto per gli amanti delle figure letterarie più "irregolari" e ribelli. È il racconto di un'adolescenza newyorkese fra l'autunno del 1963 e l'estate del 1966, fatta in parte della normalità delle aule scolastiche e dei campetti di basket, ma nutrita soprattutto di scorribande per le strade, sperimentazioni con l'eroina e l'LSD, scoperta del sesso, contatti di volta in volta illuminanti o violenti con l'umanità più varia: preti, spacciatori, poliziotti, tossici, pervertiti, attivisti marxisti e piccoli campioni di pallacanestro, il tutto raccontato con la vitalità trascinante e l'ironia sferzante del miglior punk.


Credo che la maggior parte delle persone, dai dieci ai sedici-diciassette anni, abbia tenuto un diario. Se lo prendeste in mano adesso difficilmente riuscireste a trattenere un sorriso leggendo quello che avevate scritto, le vostre piccole avventure quotidiane, i vostri primi innamoramenti, le vostre riflessioni profonde sul senso della vita, scritte in maniera semplice, un po' disarticolata a volte, con qualche errore di ortografia e di grammatica, che ora vi farebbe quasi provare vergogna.  

A meno che, ovviamente, voi non siate Jim Carroll. Se lo foste avreste alle spalle un passato difficile, fatto di eroina, erba e qualunque tipo di droga. Un passato di marchette, furti e aggressioni per recuperare i soldi per bucarvi. Un passato da capelli lunghi e da grandi promesse del basket, con la tendenza a rovinare tutto giocando impasticcati. Avreste trascorso un po' di tempo in riformatorio e probabilmente buona parte dei vostri compagni di infanzia e di avventure sarebbe già morta di overdose o sarebbe in galera a scontare pene per i crimini più assurdi. E soprattutto avreste scritto già allora, a soli tredici anni, come un adulto, o come dice Keruack "meglio dell'89 per cento degli autori di romanzi attualmente in attività". 

Perché Jim Carroll scriveva bene, maledettamente bene. Al punto che se non si sapesse che questo è un suo diario di adolescente, sarebbe davvero difficile credere che sia stato scritto, appunto, da un adolescente. Un adolescente in un contesto difficile, la New York degli anni '60, su cui aleggiava continuamente lo spettro del Vietnam e della guerra nucleare. Una New York in cui, se vivi in particolari quartieri, diventa difficile evitare l'alcool e la droga e giocare come adolescenti normali. Certo, c'è il basket, di cui Jim è grande giocatore e appassionato. E c'è la passione per la scrittura, per la poesia, che ogni tanto diventa più forte di tutto il resto. Ma non sempre ci riesce.

Il libro mi ha impressionata e sconvolta. Sconvolta in modo forte e violento per la vita dura e difficile di questo ragazzetto, per il suo modo quasi comico di raccontarla e per la risata dal gusto amaro che alcune situazioni che vive ti lasciano in bocca. Sconvolta in modo altrettanto forte per lo stile in cui tutto questo viene scritto, per la padronanza della penna di questo tredicenne, per i suoi pensieri, per la già grande consapevolezza che ha di sé e della sua vita.

Non sembra che Jim abbia tredici anni. Non lo sembra per quello che vive né per come lo racconta. Eppure li ha. Genio e sregolatezza forse. Una figura letteraria tormentata, ribelle, destinata a fare cose grandi o a morire prima di arrivare ad essere grande.
Leggendolo sarà impossibile non rimanere scandalizzati (io stessa lo sono). Ma sarà altrettanto impossibile non rendersi conto di trovarsi di fronte a un grande, grandissimo scrittore.

"Più leggo più mi accorgo, adesso, ogni giorno di più, che ho bisogno di scrivere. Penso alla poesia e per come la vedo io è solo un blocco di pietra grezza pronto a essere modellato, per cui le parole non le vedo mai come un tremendo ostacolo, ma come gli attrezzi per scolpire. Mi arrivano queste immagini dalla volta celeste (arriva tutto per immagini) e io le scaglio intorno a me come mattoni, a volte si allineano in modo preciso e altre volte di traverso e pronte a caderti in testa. Come fosse una casa dove ogni tanto vado a buttare giù una stanza e rifarla in un'altra misura o forma perché dia un senso a tutto il resto... non gliene dia affatto. E una volta finito sono fatto come quando ti cali tutto quello che hai in tasca, avete presente?"

Nota alla traduzione: una bellissima edizione questa curata da Tiziana Lo Porto per minimumfax (il romanzo era già uscito in passato con la casa editrice Frassinelli), con una traduzione quasi perfetta e un saggio introduttivo che lascia trasparire ad ogni parola il valore letterario di questo libro e di questo autore.

Titolo: Jim entra nel campo di basket
Autore: Jim Carroll
Traduttore: Tiziana Lo Porto
Pagine: 209
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: minimumfax
ISBN: 978-88-7521-485-2
Prezzo di copertina: 10 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Jim entra nel campo di basket

domenica 12 maggio 2013

SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO 2013

Finalmente ci siamo! Tra pochi giorni, giovedì 16, inizia la XXVI edizione del Salone del libro di Torino.

E quest'anno sono ancor più presa bene degli altri anni. Sarà che ho una fichissima maglietta con il nome del blog (così potete riconoscermi e salutarmi, se vi va!). Sarà che per il primo anno nella mia vita ho anche l'accredito stampa che mi permette di entrare tutti i giorni che voglio senza spendere nulla. Sarà che nell'ultimo anno ho mosso qualche passetto un po' più lungo nel mondo dell'editoria e quindi lo sento un po' più mio. Sarà anche che riuscirò finalmente a incontrare qualche altra fantastica blogger. Insomma, sono decisamente in fibrillazione.
Anche perché io amo moltissimo l'ambiente che si respira dentro a quei capannoni. Tu sei lì che passeggi e magari ti scontri con uno scrittore o una scrittrice che sta facendo lo stesso o sta andando a una conferenza. Sei circondato da libri, una montagna di libri che ti chiamano. E ci sono un sacco di persone interessate, che leggono, spulciano, comprano, parlano, consigliano, sconsigliano... e che ti fanno capire che forse per la letteratura e l'editoria in Italia qualche speranza c'è ancora. Insomma, è un ambiente bellissimo. E io aspetto questo momento di anno in anno, con tanta ansia. Un po' come il Natale, quando si è bambini.

E pensare che non ho nemmeno ancora deciso per bene che giorni andare. Ho spulciato un po' il programma, segnato le conferenze che mi interessano di più... e quindi teoricamente dovrei piantare una tenda lì fuori. Comunque, di sicuro mi troverete nella giornata di sabato 18. Perché VOGLIO andare a sentire David Grossman (ore 12.30, Auditorium), Fulvio Ervas (ore 14, sala gialla) e Margherita Oggero (ore 17 - sala azzurra). 
Poi credo che sarò lì anche domenica, perché c'è un incontro sui book blog e la loro influenza (ore 12.30, Book to the future) a cui mi piacerebbe partecipare (sì, lo so, si parla dei book blog più grandi, ma magari un giorno...).
Potete trovare l'intero programma sul sito del salone... prendetevi solo un paio d'ore per leggerlo tutto!

Insomma, saranno due giorni belli intensi. Anche perché oltre agli incontri programmati spero di incontrare anche altri autori qua e là (Paolo Cognetti sarebbe il mio obiettivo quest'anno).
Ho già stilato la lista dei libri che mi porterò da casa da fare autografare, così come quella di quelli che vorrei comprare là (anche se quasi nessuno fa sconto fiera, il vantaggio del Salone è quello di riuscire a trovare tutte insieme tante case editrici, anche quelle più piccole).

Quindi scarpe comode, bottiglietta d'acqua, borsa capientissima, accompagnatore un po' preoccupato ma comunque psicologicamente pronto e si va!
Ovviamente i giorni successivi troverete qui un bel riassunto di tutto quello che ho visto e ho fatto. E mi raccomando, per chi ci sarà, se vedete una pazza con indosso una maglietta con scritto "La Lettrice Rampante" fermatevi e salutatela, non potrà che farle un immenso piacere!

venerdì 10 maggio 2013

LO STRANIERO - Albert Camus


Lo straniero, un classico della letteratura contemporanea, sembra tradurre in immagini quel concetto dell’assurdo che Albert Camus andava allora delineando e che troverà teorizzazione nel coevo Il mito di Sisifo. Protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Come Sisifo, Meursault è un eroe “assurdo”: la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e dì sentire. “È una verità ancora negativa”, ebbe a scrivere Camus in una prefazione per un’edizione americana dello Straniero, “senza la quale però nessuna conquista di sé e del mondo sarà mai possibile”.


"Elisa, che stai facendo?"
"Quello che faccio sempre, cara coscienza, recensisco un libro che ho letto."
"Sì ma ti rendi conto di che libro è? Sei sicura di essere in grado di recensirlo? Cioè tu, che non hai mai letto letteratura francese e soprattutto che ti sei tenuta lontana da questo libro come (dal)la Peste perché ne hai sempre avuto paura, ora ti metti a recensirlo?"
"Sì, cara coscienza, perché ci si può anche sbagliare. E quando ci si sbaglia sarebbe bene ammetterlo. Ma chi è la coscienza qui, io o tu?"

Ebbene sì. Sto cercando di recensire Lo straniero di Camus. Come mi succede spesso quando mi approccio verso romanzi considerati classici contemporanei (una definizione che mi fa sempre sorridere), la prima cosa che provo è una sorta di timore reverenziale, di soggezione. Non sono tanti i libri che me lo provocano. E quindi la mia coscienza si fa sentire, per avvisarmi che forse non sono esattamente la persona migliore per parlare di un libro come questo, perché non ne ho le competenze e forse nemmeno la capacità. E in parte ha anche ragione, perché su questo libro credo sia già stato detto di tutto, da persone molto più autorevoli di me che ne hanno dato una loro interpretazione. Però, magari se ne parlo anche io, lettrice comune, potrei riuscire in qualche modo a convincere anche i più timorosi a leggere questo romanzo.
E' un libro che a me faceva paura e di cui ho rimandato la lettura per più di sei mesi. Accendevo l'e-reader, aprivo l'ebook, lo "sfogliavo" e poi lo richiudevo. "Non lo capirò". "Non mi trasmetterà nulla e farò la figura dell'imbecille perché dai più è considerato un capolavoro". Pensieri che mi giravano sempre in testa e che alla fine, pochi giorni fa, sono riuscita finalmente a zittire. Ho aperto il libro, senza rifletterci troppo, e ho iniziato a leggere.

E sono stata come  rapita da Meursault e dal suo mondo di indifferenza.

Un personaggio che vive senza lasciarsi influenzare dai sentimenti e dalle emozioni, che vive e basta, ignorando il mondo e facendo o non facendo le cose senza rimorsi e senza rimpianti. E' uno straniero, appunto. Uno straniero verso il mondo ma anche verso se stesso. La madre muore? Massì, chiediamo ferie, andiamo a seppellirla, torniamo a casa e il giorno dopo andiamo in spiaggia. Che c'è di male? Un mio amico picchia la compagna e mi chiede di testimoniare in suo favore il falso? Massì, facciamolo. Cammino sulla spiaggia, incontro un uomo che prima mi ha aggredito e vengo abbagliato dal riflesso del coltello che ha in tasca, gli sparo va. Un colpo. Due, tre, quattro... così siamo sicuri. 
La cosa che sconvolge è che Meursault è consapevole di tutto quello che fa. Non ha alcun dilemma morale, tutto nella sua mente ha una logica, una logica che fila. Una logica che il mondo però non può capire. E quindi durante il processo per omicidio è un po' tutta la sua vita che viene processata: il suo non piangere di fronte alla madre morta, il suo andare in spiaggia il giorno dopo, l'aver testimoniato il falso per aiutare un amico, l'aver ucciso un uomo con quattro colpi di pistola anche se dopo il primo era già morto. Basterebbe una parola, un suo pentimento, un suo segno di resa per evitare la condanna capitale. Ma perché dovrebbe pentirsi se non è pentito?

E' un libro davvero strano, quasi alienante. Eppure non si riesce a trovare nella logica di Meursault qualcosa che non funziona. Non si può condividere, certo. Ma si comprende.

Per cui mettete da parte il vostro timore. Fregatevene se leggendo la trama sulla quarta di copertina vi rendete conto di non sapere chi sia Sisifo. Non ascoltate la vostra coscienza quando cerca di convincervi che non è un libro per voi. E leggetelo. Poi rifletteteci un po'. Magari non avrete capito tutto, magari odierete a morte questo personaggio, magari alla fine non vi resterà assolutamente nulla, o magari diventerà il vostro romanzo preferito. In ogni caso, non avrete sprecato il vostro tempo.

("Allora coscienza? Ora non mi dici più nulla?")

"Non sapevo, prima, fino a qual punto i giorni possono essere lunghi e corti allo stesso tempo. Lunghi a vivere, senza dubbio, ma talmente distesi che finiscono per traboccare gli uni sugli altri"

Nota alla traduzione: è sicuramente una traduzione un po' antiquata, ma comunque credo sia molto efficace e ben fatta.

Titolo: Lo straniero
Autore: Albert Camus
Traduttore: Alberto Zevi
Pagine: 176
Anno di pubblicazione: 2001
Editore: Bompiani
ISBN: 978-8845247460
Prezzo di copertina: 9 €
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formato brossura:Lo straniero