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giovedì 29 gennaio 2015

MAGELLANO E IL MAGIZETE - Guido Trombetti

C'è una citazione di Emilio Salgari, che viene spesso storpiata a seconda delle esigenze di chi la usa, al punto che non ho ancora capito quale sia l'originale, che dice che "leggere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli".
Eh già, noi lettori apriamo un libro e la nostra mente si ritrova di colpo catapultata in mondi lontani, in ambienti diversi, in situazioni che mai affronteremmo nella nostra vita, il tutto comodamente sdraiati sul divano. E' una delle cose più belle delle lettura.

Ma vi siete mai chiesti se i grandi esploratori, Colombo, Magellano, Marco Polo, Neil Armstrong, che hanno compiuto grandi imprese "dal vivo", direttamente sulla loro pelle, siano d'accordo con questa idea di viaggiare con la fantasia? Cioè, loro hanno rischiato la vita per scoprire l'America, circumnavigare l'Asia o andare sulla Luna e qualcuno sostiene di viaggiare semplicemente con le parole e la fantasia?

La loro reazione ce la racconta Guido Trombetti in questo Magellano e il magizete, un libricino piccino piccino, ma davvero geniale. Proprio questo è l'argomento è infatti all'ordine del giorno della riunione del circolo «Esploratori e navigatori di ieri e di oggi». Certo, tutti vogliono dire la loro,Noè fatica a stare sveglio e Armstrong è il solito sbruffone americano. Ma a una soluzione bisogna arrivare. Perché Verne, Asimov, Conrad e Swift (accompagnato dai suoi lillipuziani) stanno iniziando a diventare un po' insistenti. Anche loro vogliono far parte di questo club esclusivo. 
In parallelo, in una scuola elementare di un paesello, una maestra ha a che fare con degli alunni un po' particolari: Italo, Giuseppe e Giulio, con le loro passioni e le loro mille domande, capeggiati da una fantastica Alice, che sogna sempre ad occhi aperti di conigli bianchi e pone a tutti indovinelli irrisolvibili.
E ancora, in un altro paesello, c'è un altro Giuseppe, che si rifugia nei romanzi d'avventura per fuggire da una realtà omologata che vuole cancellare ogni slancio della fantasia.

Il libro è bello perché lo si può leggere in modo diversi. Una favola divertente, con la giusta dose di nonsense, che sottolinea tutto quello che la fantasia può fare. Una critica velata alla società che spesso cerca di insabbiare questa fantasia e che con la sua eccessiva pragmaticità riuscirebbe (anzi no, riesce) a smontare anche le imprese più difficili, ma anche al mondo di Hollywood che forse un pochino esagera con i suoi kolossal.  E poi c'è il grande, grandissimo omaggio che Guido Trombetti fa ai più celebri romanzi d'avventura. 
Ho adorato soprattutto le pagine ambientate nel circolo degli esploratori: la caratterizzazione di Colombo e di Armstrong, il business messo in piedi da Noè grazie alla sua arca e l'arrivo Kubrick per trarne un film. E poi, beh, c'è una fantastica Alice, che vorrebbe a tutti costi essere normale pur essendolo già nelle sue stranezze.

Una citazione meritano anche le bellissime illustrazioni di Giancarlo Covino dei veri personaggi della storia.

Insomma, Magellano e il magizete un libro piccolino ma molto divertente da leggere e ricco di spunti di riflessione, soprattutto per gli amanti della lettura e dei romanzi d'avventura (e anche per gli amanti delle esplorazioni, ovviamente!). Una piccola perla.

Titolo: Magellano e il magizete
Autore: Guido Trombetti
Pagine: 128
Editore: Edizioni Spartaco
Anno: 2014
Acquista su Amazon:
formato brossura: Magellano e il magizete

mercoledì 28 gennaio 2015

Due titoli, un solo libro: ma perché? #105


Per la puntata di questa settimana ringrazio tantissimo Chiara per avermi scritto e avermi segnalato un ennesimo, e ancora una volta sconvolgente, cambio di titolo, accompagnato questa volta anche da uno sconcertante cambiamento di copertina.

"Ciao! Volevo segnalarti un libro che ho appena letto in originale: "Tell the wolves I'm home" di Carol Rifka Brunt.Oltre a essere un romanzo che personalmente ho apprezzato molto, si tratta di un meraviglioso esemplare di "due titoli, un solo libro". Infatti in italiano è stato tradotto con "Promettimi che ci sarai", con copertina altamente fuorviante, dal momento che protagonisti della storia sono una ragazzina di 14 anni e due persone speciali nella sua vita: lo zio e il suo compagno, omosessuali e malati di AIDS. I tema dei lupi è ricorrente, e il titolo del libro ha anche un significato preciso... che non ti anticipo nel caso decidessi di leggere il libro".
Dalle parole di Chiara, il romanzo sembra molto forte, almeno nell'argomento. E cosa fa la Piemme (sì, di nuovo lei)? Anziché tradurre letteralmente l'originale con un fattibilissimo e sensatissimo "Dì ai lupi che sono a casa", opta per un titolo, Promettimi che ci sarai, che non c'entra nulla e che, soprattutto, non attira per nulla. Non contenta, lo piazza su una copertina decisamente fuorviante, oltre che già vista, che richiama l'originale solo perché le foglie dell'albero formano un lupo.
Se avessi visto questo libro su uno scaffale di una libreria, con questo titolo e questa copertina, lo avrei classificato immediatamente come un romanzo rosa, magari per ragazzi. Mai avrei potuto pensare che trattasse temi tanto importanti (che poi magari li tratta comunque male, anche se stando a quanto mi ha detto Chiara direi di no, ma in ogni caso non sembra un libro leggero e spensierato, ecco).


Titolo originale: Tell the wolves I'm home
Titolo italiano tradotto in modo assai bislacco: Promettimi che ci sarai 
Autore: Carol Rifka Brunt
Traduttore italiano: L. Piussi, L. Prandino
Editore italiano: Piemme

lunedì 26 gennaio 2015

CORAL GLYNN - Peter Cameron

«E, va' a sapere come, fra loro è nata una storia d'amore, o un'amicizia. Lo so che è grottesco, ma è vero».
«A me non sembra affatto grottesco,» disse Coral «anzi ai miei occhi è molto logico».
«Davvero? Io lo trovo sconcertante».
«Sì, ma l'amore è sconcertante, ecco perché è assolutamente logico».

Se dovessi parlarvi di Coral Glynn di Peter Cameron in poche parole citerei semplicemente questa frase, lasciandovi poi il compito, e la curiosità anche, di scoprire che cosa effettivamente significa. Ma credo che il romanzo meriti una recensione più articolata, soprattutto se voi all'amore che fa fare un sacco di cose stupide non ci credete.

Coral Glynn fa l'infermiera a domicilio e arriva a casa Hart per assistere un'anziana signora malata terminale, lasciandosi alle spalle un precedente impiego che le ha segnato il fisico e l'anima. Qui conosce il Maggiore Clement Hart, figlio della donna e reduce di guerra, afflitto da dolori e bruciature che non ha mai voluto curare e, soprattutto, da una certa solitudine. Clement nota Coral Glynn e per qualche motivo sente che con lei potrebbe anche sistemarsi. Al punto che, quando la madre muore, le chiede, improvvisamente e contro ogni logica, di sposarlo. La donna, un po' titubante, accetta. A far da testimoni ai due ci sono i migliori amici di Clement, Dolly e Robin. Una coppia sposata da anni ma che forse coppia non lo è mai stata.Poi, però,  proprio al pranzo del matrimonio succede qualcosa che farà cambiare, altrettanto improvvisamente, tutta la situazione.

Coral Glynn è un romanzo d'amore. E anche se dell'amore passionale, sdolcinato e commuovente dei romanzi che di solito cadono sotto questa definizione non ha nulla, è impossibile definirlo in un altro modo. Racconta di tanti tipi di amore: di amori incomprensibili e illogici, di amori corrisposti e non corrisposti, di amori sbagliati, di amori violenti e di amori passionali, di amori per se stessi che a volte vengono a mancare e di amori per altri che non sempre sanno cosa farsene.
La cosa buffa è che tutto accade senza che si capisca come, in modo quasi sconcertante, se vogliamo riprendere la citazione iniziale. Clement che chiede a Coral di sposarla. Coral che accetta e poi è costretta ad andarsene. Dolly e Robin che un certo punto esplodono sebbene fin da subito si sapesse che non avrebbero potuto durare. Clement che ritorna a cercare Coral, Coral che si chiude, ancora una volta una porta alle spalle, per poi ritrovarci di colpo a dieci anni dopo, con tutti i tasselli andati al loro, giusto?, posto senza che il lettore sappia come. Sconcertante, eppure, pensandoci bene, anche logico. Perché, come dice bene Peter Cameron, "è meglio sbagliare per amore che astenersi per vigliaccheria". E' meglio che l'amore ci porti a fare cose senza senso e ai più incomprensibili, che lasciar perdere fin dall'inizio.

Pensandoci, questo Coral Glynn è forse il migliore romanzo che abbia letto di Peter Cameron, persino più di Quella sera dorata, che avevo definito un romanzo quasi perfetto. Forse per il personaggio di Coral (ok, e anche per quello della domestica di casa Hart), forse per l'ambientazione anni '50 così ben riuscita. O forse, anzi sicuramente, per il tema, per l'amore che tutto consente, e che Cameron riesce a descrivere perfettamente creando situazioni e coppie che non hanno nulla di sdolcinato e di melenso, anzi che forse sono fin troppo reali.

Ve lo consiglio caldamente.


Titolo: Coral Glynn
Autore: Peter Cameron
Traduttore: G. Oneto 
Pagine: 212
Editore: Adelphi
Anno: 2012
Acquista su Amazon:
formato brossura:Coral Glynn

giovedì 22 gennaio 2015

IL TEMPO BAMBINO - Simona Baldelli

Non è semplice parlare di Il tempo bambino di Simona Baldelli. Così come non è semplice leggerlo. Ci va tempo per entrare nella storia, ci va tempo per capirla, ci va tempo per accettarla. 
Già, il tempo, la chiave di tutto romanzo. La chiave della vita di tutti. 

Mr. Giovedì di mestiere aggiusta orologi. Il loro ticchettio gli da’ sicurezza, gli da’ tranquillità. Quella sicurezza e quella tranquillità che nella vita non ha mai avuto e che ancora oggi non riesce ad avere. La sua esistenza è popolata di fantasmi. Quello della madre che non lo ha mai voluto, che non lo ha mai accettato. Che lo perseguita. Quello della bambina con l’occhio malato, che quando erano entrambi piccoli, per un momento gli ha lasciato vedere il lato più intimo di sé. 
Quello della sua passione per le bambine, a cui non vorrebbe mai fare del male, ma allo stesso tempo sa che i suoi pensieri sono male. Finché a sconvolgergli la vita arriva la Regina, una bambina che si crede già adulta, che vorrebbe già esserlo, forse per affrontare meglio quello che la vita le ha messo davanti. Una bambina raccattata sullo zerbino di casa in una sera di pioggia e che riesce a portare nella vita di Mr. Giovedì un po’ di pace, un po’ di amore prima, ma anche dolore poi, perché il loro tempo insieme, ancora una volta, è limitato.

È un romanzo in bilico tra il reale e il fantastico, che si mescolano nella vita di Mr. Giovedì e nella testa del lettore, che fatica a capire quale sia l’uno e quale sia l’altro. E deve essere così per forza, perché altrimenti non riuscirebbe a digerire una storia che parla di violenza, di turbamenti, di perversioni, argomenti che tutti sappiamo esistere ma che spesso ignoriamo. 
Cosa c’è nella mente di una madre che odia suo figlio? Cosa c’è nella mente di un uomo attratto dalle bambine? 
Perché sì, se semplificassimo all'estremo, Mr. Giovedì è un pedofilo, anche se forse nemmeno se ne rende conto. Perché dentro la sua testa lui vuole solo stare bene e fare del bene, dare quell'affetto che lui non ha ricevuto, per colpe sicuramente non sue. E il lettore, o almeno io, si trova lì, a provare al tempo stesso tenerezza per quest’uomo e la sua solitudine, la sua tristezza, i suoi turbamenti e le sue ossessioni, ma anche un po’ di ribrezzo.

Il tempo bambino è un libro difficile, vi dicevo. Difficile da scrivere, ne sono sicura, da leggere, da recensire. E’ un libro che fa male. Non un pugno diretto nello stomaco, no. 
Ma una pressione costante, che all'inizio quasi non noti ma che via via diventa sempre più fastidiosa e alla fine tu non capisci se senti male solo fuori o anche dentro.

Simona Baldelli è stata brava a scrivere un romanzo così, a creare questi personaggi e a suscitare queste strane emozioni nel lettore. Brava e anche coraggiosa, sicuramente. Per cui armatevi della consapevolezza che poi starete male (e un po', se siete ossessionati come me, della consapevolezza che troverete un tantino irritanti le d eufoniche usate anche quando non necessarie), e leggetelo, perché merita davvero.


Titolo: Il tempo bambino
Autore: Simona Baldelli
Pagine: 240
Editore: Giunti
Anno: 2014
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il tempo bambino
formato ebook:Il tempo bambino

mercoledì 21 gennaio 2015

Due titoli, un solo libro: ma perché? #104


"Magari io m'inalbero troppo in fretta, ma scorrevo una lista di novità editoriali e ho beccato un "Due splendidi destini", di un'autrice afghana, Nadia Hashimi. Parla di donne che cercano di non soccombere al destino loro imposto. Con l'aggettivo "splendidi". Sounds familiar? Perché i libri di autori afghani devono ricordare per forza Hosseini, Pare, sennò il lettore è scemo e non capisce le affinità, oppure meglio ancora è scemo e si confonde coi nomi degli autori vagamente simili e compra al buio certo di avere tra le mani il nuovo libro di Hosseini. Tanto più che si è sprecato un titolo secondo me stupendo, The Pearl That Broke Its Shell."

Riporto le parole precise di Laura, che mi ha segnalato questo cambiamento di titolo, perché io non avrei saputo esprimere meglio il concetto (o almeno non con lo stesso livore!).
La perla che ruppe il suo guscio sarebbe stato un titolo molto bello, secondo me. O per lo meno diverso dai soliti. Ma niente, bisogna continuare a sfruttare il fenomeno Hosseini ancora un po' e, come dice Laura, piazzare da qualche parte o l'aggettivo splendidi o il sostantivo soli (tipo Mille farfalle nel sole, di cui avevo parlato qui), per essere sicuri che il lettore lo compri.

Chissà se poi è vero, che il lettore lo compra.


Titolo originale: The pearl that broke its shell
Titolo italiano tradotto in modo assai bislacco: Due splendidi soli ...AGGIORNAMENTO DELLE 09.35: ehm...  Due splendidi destini... mi sono confusa pure io!
Autore: Nadia Hashimi
Traduttore italiano: L. Prandino
Editore italiano: Piemme

lunedì 19 gennaio 2015

LA FANTASTICA STORIA DELL'OTTANTUNENNE INVESTITO DAL CAMIONCINO DEL LATTE - J.B. Morrison

La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte di J.B. Morrison è un libro, perdonate la franchezza, brutto. Ma di quelli oggettivamente brutti, secondo me. Non credo di essere io a non aver capito il senso, a essere insensibile, a non sapermi emozionare, etc etc. No, credo che sia un libro dalla trama noiosa e scontata, di un triste e deprimente quasi gratuito, oltre che essere scritto male e tradotto quasi peggio.

Sì, mi rendo conto che non sia un gran bell'esordio per una recensione, ma girarci intorno serve a poco. E sì, so anche che con un titolo così, troppo simile ad altri titoli già visti e sentiti di romanzi ad argomento simile, non è che avessi poi dovuto aspettarmi così tanto. E invece ci speravo. Davvero. Sarà che avevo adorato quasi tutti i romanzi con protagonisti vecchietti che ho letto negli ultimi anni: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, La banda degli invisibili, L'audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache. Tutti romanzi in parte sicuramente tristi, come un po’ lo diventa inevitabilmente la vita quando ci si avvicina alla fine, ma piacevoli da leggere e scritti bene. Questo no.

In La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte c’è questo vecchietto, Frank, che il giorno del suo ottantunesimo compleanno viene, appunto, investito da un camioncino del latte che gli rompe un braccio e lo ferisce a una gamba. L’uomo vive solo: la moglie è morta anni prima, la figlia vive negli Stati Uniti senza andare mai a trovarlo. Adesso che è ferito, la donna decide di pagargli un’infermiera che vada ad aiutarlo a casa una volta a settimana. E così nella vita di Frank entra Kelly Natale, di cui l’uomo si innamora perdutamente, al punto che la sua nuova missione diventa quella di riuscire a racimolare i soldi per un ciclo successivo di visite da parte della donna. Inizia quindi a giocare al lotto, a cercare di vendere anziché comprare nel mercatino dell’usato che frequenta di solito, a tenere più pulito se stesso e la casa, nella speranza che Kelly non se ne vada. 

Non vi dico se ci riuscirà o meno, perché tanto lieto fine o no, il romanzo rimane triste, banale e insulso. J.B. Morrison ha provato a cavalcare il filone dei romanzi con vecchietti che fanno cose fenomenali, o fantastiche se vogliamo citare il titolo, e che fanno ridere ma senza riuscirci. Nemmeno il messaggio, la denuncia nei confronti di questi anziani lasciati sempre più soli dai figli e dal sistema, a meno che non abbiano i soldi per pagarsi l’assistenza, gli è riuscito bene. Al punto che, una volta chiuso il libro e tirato un sospiro di sollievo, non si può fare a meno di domandarsi: perché? Perché l’autore abbia scritto un libro così. Perché la Corbaccio, prima di decidere di pubblicarlo, non si sia accorta che mancava della forza di tutti i precedenti sullo stesso argomento. Perché il traduttore e il revisore non abbiano fatto un lavoro più preciso e attento (romanzo è pieno di calchi, di espressioni di difficile comprensione e a volte prive di senso). Perché io non mi sia decisa a interrompere la lettura quando mi sono resa conto che non sarebbe migliorata.

La risposta a tutte le domande è che non lo so. Magari Morrison era convinto di aver scritto un bel libro (e magari per i lettori inglesi lo è, anche se dubito...). Magari la Corbaccio pensava di fare un grande affare a cavalcare questo filone. Magari al traduttore e al revisore è stata messa fretta. E magari io non volevo ammettere prima del tempo di aver preso una grande, grandissima cantonata.

Ma rimedio ora, consigliandovi di lasciar perdere. O se proprio volete leggerlo, prendetelo in biblioteca o fatevelo prestare e con i soldi che risparmiate prendete altro (magari uno di quei bei romanzi che ho citato in precedenza).

AGGIORNAMENTO: nei commenti c'è una spiegazione, con qualche esempio, delle mie critiche alla traduzione.

Titolo: La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal furgoncino del latte
Autore: J.B. Morris
Traduttore: Giovanni Arduino
Pagine: 266
Editore: Corbaccio
Anno: 2014
Acquista su Amazon:
formato brossura:La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte

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giovedì 15 gennaio 2015

IL COMMESSO - Bernard Malamud

Ho sentito parlare talmente tanto e talmente bene di Il commesso di Bernard Malamud che avevo quasi paura di leggerlo.
Mi capita spesso di sapere di avere di fronte un libro oggettivamente bello e di aver paura di non riuscire a capirlo e, soprattutto, ad apprezzarlo. 
Per fortuna riesco quasi sempre a mettere da parte questi miei assurdi timori e buttarmi nella lettura. E quasi sempre, arrivata alla fine, mi ritrovo ad aggiungere agli altri commenti entusiastici, un mio parere ancor più entusiastico (oltre a... sospiro di sollievo... rendermi conto che le mie paure di non capire erano tutte più che infondate).

Ma lasciamo da parte queste turbe da lettore e torniamo a Bernard Malamud e al suo Il Commesso. Un libro stupendo, che ho chiuso da poche ore e di cui so già ne sentirò la mancanza. 
Sentirò la mancanza della bottega di Morris Bober, quel commerciante ebreo che fatica a tirare avanti con il suo negozietto di quartiere nella New York degli anni '50, schiacciato dalla concorrenza, dalla sfortuna che sembra accanirsi su di lui che accetta in silenzio senza mai ribellarsi, ma anche dal senso di colpa per la vita misera che sta involontariamente obbligando a vivere alla moglie Ida e alla figlia Helen. Delle visite in biblioteca di Helen, che si rifugia nei libri per cercare di distrarsi da tutte le insoddisfazioni che la vita le sta riservando.

 Lei si recava in biblioteca in media due volte alla settimana, prendendo solo un libro o due per volta, perché ritornare per un altro libero era una delle sue poche gioie. Anche quando era più sola le piaceva trovarsi in mezzo ai libri, sebbene qualche volta fosse deprimente vedere il numero dei libri che non aveva letto

Ma sentirò la mancanza soprattutto del grande personaggio di Frank Alpine, il commesso, che si ritrova suo malgrado coinvolto nella vita di questa famiglia, a causa di quel suo eterno conflitto tra cose giuste e cose sbagliate, di quel suo compiere quasi involontariamente le une e le altre indistintamente, per poi cercare sempre di rimediare. Sarà lui, un goy di cui all'apparenza nessuno della famiglia Bober si vuole fidare, a stravolgere il destino segnato di tutti i suoi membri. Sarà lui a ribellarsi al posto loro di fronte a tutte le ingiustizie che la vita gli mette di fronte. Sarà lui, alla fine, a capire più di tutti il vero significato che i libri che Helen gli presterà e a cambiare per lei e per il suo amore.

Il Commesso racconta di gente umile, gente sfortunata, gente infelice che, nonostante gli sforzi, sembra proprio non riuscire a salvarsi da questa condizione. Anche quando le cose sembrano andare meglio, di colpo peggiorano di nuovo. Sembra non esserci speranza, eppure, alla fine, al lettore non rimane la sensazione che tutto sia perduto.
La penna di Malamud, il suo stile, il suo modo di raccontare e la caratterizzazione dei personaggi riescono a rendere questa storia, sicuramente triste, sicuramente deprimente, qualcosa di eccezionale, duro e dolce al tempo stesso, triste e commovente. Qualcosa che tutti, secondo me, dovrebbero leggere.

Titolo: Il commesso
Autore: Bernard Malamud
Traduttore: Giancarlo Buzzi
Pagine: 327
Editore: minimum fax
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il commesso
formato ebook: Il commesso

mercoledì 14 gennaio 2015

Due titoli, un solo libro: ma perché? #103

Ogni tanto mi capita di andare a cercare, su wikipedia o sua altre fonti, informazioni sugli autori che non ho mai letto ma che so che dovrei leggere.  Sono molte le lacune letterarie che prima o poi dovrei decidermi a colmare e informarmi sugli autori mi sembra un modo per avvicinarmi a quel momento, o almeno per poter dire "No, non l'ho letto, ma sto per farlo!".

Tra queste lacune da colmare c'è sicuramente William Faulkner con il suo L'urlo e il furore. Lo so, che dovrei leggerlo, ma allo stesso tempo e per qualche motivo non ho mai il coraggio di farlo.
Mentre mi documentavo sull'autore e sulle sue opere, mi è saltato all'occhio un titolo in particolare, che si merita sicuramente una puntata di questa rubrica.
Sto parlando del suo primo romanzo, SOLDIERS' PAY, pubblicato per la prima volta nel 1926.




Così di primo impatto, sembra impossibile immaginare che la traduzione letterale del titolo di questo libro possa aver causato dei problemi, in quanto Soldiers' pay significa semplicemente, La paga dei soldati.

Eppure qualcosa è successo. La prima traduzione italiana, a opera di Massimo Alvaro, è comparsa nel 1953 per la casa editrice Garzanti, con il titolo LA PAGA DEL SOLDATO



C'è stato un evidente errore di comprensione da parte di chi ha tradotto il titolo, che ha fatto confusione con la "s" e l'apostrofo del genitivo sassone inglese, trasformando i soldati, plurale, in soldato, singolare (il genitivo sassone al plurale vuole che la s sia attaccata alla parola precedente e l'apostrofo sia immediatamente dopo, mentre al singolare c'è l'apostrofo e poi la s... non so se mi sono spiegata).
Questo errore si è trascinato per anni da un'edizione e all'altra fino al 1986, quando Garzanti ha commissionato una nuova traduzione a Mario Materassi, in seguito ripubblicata da Adelphi nel 2008, che ha corretto il titolo in LA PAGA DEI SOLDATI



Sicuramente i mezzi a disposizione di un traduttore negli anni '50 erano ben diversi da quelli di oggi, così come lo era la conoscenza approfondita della grammatica e della lingua. Certo, fa strano che a nessuno, prima di mandare in stampa il libro, sia venuto il dubbio che ci fosse qualcosa che non quadrasse ma, soprattutto, che questo errore si sia mantenuto fino al 1986.

domenica 11 gennaio 2015

FUNNY GIRL - Nick Hornby

Ogni volta che arriva in libreria un nuovo romanzo di Nick Hornby, vengo assalita da un misto di aspettativa e di ansia. L'aspettativa è dovuta al fatto che Nick Hornby è uno dei miei scrittori preferiti. O almeno lo è stato, in passato, con i suoi primi romanzi: Un ragazzo, Come diventare buoni, Alta fedeltà. Libri che ho letto parecchi anni fa, quasi uno in fila all'altro, perché quando scopro un autore che mi piace non riesco più a fare a meno di lui, e che ancora oggi sono tra quelli che consiglio di più quando mi viene chiesta una lettura divertente e allo stesso tempo intelligente. 
All'aspettativa, però, si aggiunge anche l'ansia. E chi è un amante di questo autore inglese non alcun bisogno che spieghi perché. È che a un certo punto Hornby ha iniziato a cambiare. A partire da Tutto per una ragazza e, soprattutto, da Tutta un'altra musica. In questo due romanzi manca la verve dei primi e un alone malinconico ricopre un po' tutta la scrittura. A queste due piccole delusioni, sono poi seguite quelle legate ai suoi racconti, che forse sono da attribuire più alla terribile scelta editoriale di Guanda di pubblicarli sempre come libri a se stanti (a 10€ l'uno circa, per intenderci) e, come conseguenza, di prendere sempre in giro il lettore affezionato.

Anche l'uscita di Funny girl mi ha provocato questi stessi sentimenti. Pensieri come "Hey, è un nuovo romanzo di Hornby!" si alternavano ad altri tipo "Oddio, speriamo non sia come gli ultimi due". La curiosità e l'affetto incondizionato per questo autore mi hanno comunque fatto decidere di leggerlo. Con la dovuta preparazione, con la consapevolezza che forse sarebbe stata una delusione, non potevo non leggerlo.

La prima cosa che voglio dire di Funny girl è che si tratta di un bel romanzo. Non alla Hornby, o almeno non a quelli a cui Hornby ci aveva abituato in passato. Ma un bel romanzo. Scorrevole, divertente e molto piacevole da leggere.
Barbara è una ragazza di provincia con un unico, grande sogno: diventare un'attrice comica. Per farlo, rinuncia al titolo di Miss Blackpool e parte per Londra. Qui cambia nome, da Barbara  a Sophia, si trova un agente e si lancia, sicura che prima o poi riuscirà a sfondare. Ed effettivamente ci riesce, diventando la protagonista di una serie tv della BBC, Barbara (e Jim), che la porterà alla fama e al successo. Il romanzo racconta della nascita di questa serie, dei rapporti tra Barbara/Sophie e gli altri membri della produzione di Barbara (e Jim): il co-protagonista Clive, uomo affascinante e con il passatempo di andare a letto con il maggior numero possibile di attrici; il produttore Dennis, un uomo tranquillo e pacato con una difficile situazione famigliare; gli autori Bill e Tony, coppia quasi quanto quella che mettono sullo schermo.

Il lettore segue Barbara in ogni momento, dagli esordi come Miss al successo della sua situation comedy, dal suoi interagire con i fan e con gli altri membri del cast, al suo, inevitabile, declino finale. E seguendo Barbara e i suoi compagni, il lettore ha un ritratto fedele della Londra degli anni '60 e '70, quando era ancora inconcepibile parlare di divorzio, di figli fuori dal matrimonio, di omosessualità e di donne più impegnate degli uomini.

Il romanzo è molto pacato, molto inglese. Una definizione forse non semplice da comprendere, ma che sono sicura coglierete anche voi se leggerete il libro. E Hornby, seppur diverso da ciò a cui ci aveva abituato, è stato davvero bravo nello scrivere questa storia. Confermo l'idea che già mi ero fatta con i romanzi precedenti, ovvero che Nick sta invecchiando. Eppure, questa volta, non ho percepito questo invecchiamento in senso negativo. Anzi. Credo si stia ridimensionando, che si sia reso conto anche lui che le storie come quella di Un ragazzo non gli riescano più, non siano più ciò che vuole scrivere.
E se i romanzi come Funny girl saranno la sua nuova strada, beh, credo proprio che sarà altrettanto luminosa.
PS: nel caso non riusciate proprio a superare il fatto che Hornby non è più quello di un tempo, vi consiglio di leggere ugualmente questo libro, magari coprendo il nome sulla copertina. Secondo me, ne vale davvero la pena.

Titolo: Funny girl
Autore: Nick Hornby
Traduttore: Silvia Piraccini
Pagine: 373
Editore: Guanda
Anno: 2014
Acquista su Amazon:
formato brossura: Funny girl

martedì 6 gennaio 2015

I RAGAZZI BURGESS - Elizabeth Strout

«Che cosa farò Bob? Non ho più una famiglia».
«Sì che ce l’hai», rispose Bob, «Hai una moglie che ti odia. Tre figli che ce l’hanno a morte con te. Un fratello e una sorella che ti fanno impazzire. E un nipote che una volta era una nullità, ma a quanto pare ultimamente lo è un po’ meno. Questo è ciò che si definisce una famiglia».

Voglio partire da qui, da queste poche righe che in realtà all'interno del libro si trovano già verso la fine, per provare a parlarvi di I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout. Dico provare, perché ho iniziato questa recensione almeno dieci volte senza riuscire ad arrivare alla fine, senza riuscire a trasmettere davvero tutto quello che il libro mi ha lasciato. Prima di ritentare, quindi, ho ripreso in mano il libro, l’ho sfogliato, rileggendo a caso qualche riga qua e là e alla fine sono approdata lì, a quello scambio di battute tra Bob e il fratello Jim e ho capito che tutta la storia, tutto ciò che succede nel libro, ruota intorno a quello. Alla famiglia. Che è quella che si ha e non quella che ci si sceglie, che può farci del male e dalla quale spesso si ha voglia di fuggire, ma che, alla fine, fa parte di noi.

Certo, Elizabeth Strout sceglie una famiglia effettivamente un po’ particolare, per parlarci di questi legami. I ragazzi Burgess sono Bob, la gemella Susan e Jim, cresciuti nel Maine e rimasti orfani di padre quando i gemelli avevano solo quattro anni e il maggiore nove, a causa di un grave incidente che ha segnato, in un modo o nell'altro, la vita di tutti e tre. Jim e Bob sono fuggiti a New York. Il primo è diventato un avvocato di successo, di quelli che difendono e riescono a scagionare i colpevoli, che fanno processi spettacolari creandosi una certa popolarità. È sposato con Helen e ha tre figli, belli e intelligenti come lui. Il fratello Bob invece lavora come avvocato per difendere chi non se lo può permettere, è divorziato ma ancora in ottimi rapporti con l’ex moglie Pam e vive da solo. È quello che tutti definirebbero un buono, un po’ goffo e un po’ ingenuo. La sua gemella, Susan, è rimasta invece nel Maine, e vive con il figlio Zach da quando il marito li ha abbandonati ed è tornato in Svezia. I tre fratelli si parlano poco, a causa delle scelte di vita diverse, ma anche e soprattutto di quell'episodio del passato a cui tutti pensano sempre ma di cui nessuno parla. Finché Zach non combina un mezzo disastro e i fratelli accorrono dalla sorella per cercare di risolvere le cose, chi per senso del dovere, chi, semplicemente, per non perdere la reputazione.

I ragazzi di Burgess, come vi dicevo, parla soprattutto di famiglia. Di ricordi sbiaditi, di colpe più o meno espiate, di rancori del passato che condizionano necessariamente anche il presente, di aspettative troppo alte e paure. Lo fa con la vita di questi tre fratelli, i loro legami tra loro stessi ma anche con il loro rapportarsi con il mondo circostante.
Bob è sicuramente il mio personaggio preferito (insieme alla vecchina che abita in affitto a casa di Susan), perché è un buono, perché sebbene negli anni non si sia mai ribellato al fratello che lo ha sempre messo in ombra e maltrattato, a un certo punto prende consapevolezza di sé, e tutto cambia. 

Non so dirvi di preciso cosa mi piaccia della scrittura di Elizabeth Strout. Forse il suo non giudicare mai. Forse la sua bravura nel raccontare le famiglie e le loro contraddizioni, le loro debolezze (bravura che avevo già notato nel magnifico Olive Kitteridge). Non lo so, onestamente. 
Però I ragazzi Burgess mi è piaciuto davvero tanto e ora devo assolutamente leggere tutti gli altri romanzi di questa grandissima scrittrice.


Titolo: I ragazzi Burgess
Autore: Elizabeth strout
Traduttore: S. Castoldi
Pagine:447
Editore: Fazi
Anno: 2013
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formato brossura: I ragazzi Burgess
formato ebook: I ragazzi Burgess

sabato 3 gennaio 2015

STORIA DELLA BAMBINA PERDUTA - Elena Ferrante

Le mie letture di quest’anno iniziano con una fine. La fine della saga dell’Amica geniale di Elena Ferrante. Ho concluso l’ultimo volume, Storia della bambina perduta, proprio i primi giorni di questo 2015 e, devo ammettere, ho tirato un sospiro di sollievo. Non per come finisce la storia, che in realtà è un po’ come se non finisse. Non per come si sono risolte le vicende di Lenù e Lila, queste due amiche cresciute insieme in un rione di Napoli e mai separatesi nel corso degli anni, neanche quando erano distanti migliaia di km, fisicamente e mentalmente. 

Ho tirato un sospiro di sollievo perché, sebbene abbia adorato questa serie, abbia adorato il modo incredibile in cui Elena Ferrante sia riuscita a trasformare una storia quasi di paese, di intrecci amorosi, di invidie e colpi di scena, in una grande storia, alla fine non ne potevo quasi più. Lenù e Lila nel corso degli anni, nel corso dei libri diventano sempre più difficili da sopportare, più difficili da comprendere,  da accettare. Sono umane, certo, con i loro errori, le loro imperfezioni, le loro scelte spesso sbagliate. Ma forse lo sono fin troppo, in modo quasi esasperato, al punto da risultare poco credibili, come persone, ma soprattutto come amiche.

Girando l’ultima pagina di Storia della bambina perduta, di cui è abbastanza inutile che vi racconti la trama, perché se non avete letto i precedenti non ha senso che leggiate questo, e se li avete letti è bello e giusto che la scopriate da soli, girando l’ultima pagina, dicevo, ho avuto la sensazione che Lenù e Lila, almeno per il momento, non mi mancheranno. 
E forse la bravura di Elena Ferrante sta anche in questo. Nel riuscire a raccontare bene la storia di due persone che, altrimenti, nella vita reale forse nessuno considererebbe. Nel riuscire a far provare al lettore tutta questa irritazione nei confronti delle sue protagoniste, senza però che senta il bisogno di abbandonare la lettura. Forse è una cosa un po’ morbosa, la voglia di sapere quanto male ancora si faranno queste due donne nascondendosi dietro al “siamo amiche”. 

Ricorderò il 2014 come l’anno in cui, tra gli altri, ho scoperto Elena Ferrante e la sua saga dell’Amica Geniale. Quattro libri bellissimi, che meritano tutto il successo che stanno avendo, anche se forse meriterebbero più attenzione sui contenti che non sul mistero di chi si celi dietro a quel nome.  

Quindi, se siete di quelli che odiano leggere un libro quando tutti ne parlano, aspettate che passi la Ferrante mania (e sono sicura che presto passerà) e poi leggete la storia di Lenù e Lila.  Più e più volte vi verrà voglia di strozzarle, ma vi renderete conto di avere di fronte qualcosa di stupendo. Anzi no, di geniale.

Titolo: Storia della bambina perduta
Autore: Elena Ferrante
Pagine: 451
Editore: e/o
Anno: 2014
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