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venerdì 28 ottobre 2016

LA MIA VITA È UN PAESE STRANIERO - Brian Turner

Quasi sempre ho paura. Sono profondamente spaventato. Una paura così lunga e ininterrotta da diventare normale, da non farci più caso. Temo di finire a pezzi, con le bandierine piantate nel terreno accanto a me. Temo di diventare cieco o storpio. Temo che capiti lo stesso a qualcun altro della squadra - a Fiorillo o Jax o Gigantor o Knight o Liu o Noodles o Z o Zoo o Whit o Bruzik. Per colpa mia, magari. Per un mio errore. Una decisione frettolosa e sbagliata con cui convivere per il resto dei miei giorni, o con cui giacere nella tomba dopo che mi avrà smembrato.

Quando si parla di guerra, si tende spesso a farlo in modo generale e semplificato. Giusta o sbagliata. A favore o contro. Ci stanno invadendo, siamo noi che stiamo invadendo loro. Dobbiamo intervenire, dobbiamo farci i fatti nostri.
Della vita di chi la vive direttamente, da una parte o dall’altra, si parla sempre poco. Forse perché se non si è là è difficile riuscire a capire realmente che cosa si prova.
Brian Turner in La mia vita è un paese straniero, memoir appena pubblicato da NN editore con la traduzione di Guido Calza, racconta la sua esperienza di soldato dell'esercito americano nella guerra in Iraq. Sono passati anni da quando ha combattuto l’ultima volta, nel 2003.
Ora è a casa, al sicuro, nel letto, con sua moglie, e tutto sembra passato, ma nella sua mente ogni momento che ha vissuto in quella guerra, e ogni momento che ha sentito raccontare da suo padre e da suo nonno riguardo alle guerre precedenti, è sempre vivo, è sempre nitido, come se non fosse passato mai.
 Come fa uno a lasciarsi alle spalle una guerra, quale che sia, e a riprendere il cammino della vita che gli resta?
Perché la vita da soldato ti segna, indipendentemente dalla parte in cui combatti e da quello in cui credi. Ti porta via da casa, senza avere la certezza di tornarci. Ti mette di fronte a immagini, a situazioni, a disperazioni che se sei un pochino più fragile, o anche solo semplicemente umano, ti distruggono. Ti fa vedere compagni smembrati, sangue, dolore e morte. Ti mette davanti alla paura, quella vera, di non farcela, di morire o di far morire gli altri, e ti fa vedere quanto è difficile, per chi resta, quando questo succede. Ti fa aprire gli occhi su quell'immagine di guerra che hai sempre visto da casa, alla tv, e che non si avvicina minimamente alla realtà. E soprattutto, una volta che ci sei stato, che hai visto con i tuoi occhi quello che succede, non ti fa tornare a casa mai, anche se fisicamente sei tornato.
 Forse il punto non è tanto che è difficile tornare a casa, quanto che a casa non c’è spazio per tutto quello che devo portarci. L’America, smisurata ed estesa da un oceano all’altro, non ha abbastanza spazio per contenere la guerra che ognuno dei suoi soldati porta a casa.  E anche se ne avesse, non vorrebbe. 
Brian Turner è un poeta. E in La mia vita è un paese straniero c’è un continuo salto stilistico, tra prosa e poesia, tra passato e presente, che rende il libro ancor più potente.

Leggendo il romanzo ho avuto sempre chiara e costante la sensazione di stare prendendo un pugno nello stomaco. Nei momenti più crudi, perché Turner racconta anche quelli, senza far alcuno sconto a nessuno, e in quelli più commoventi e dolorosi. Un pugno a volte solo accennato, a volte talmente forte da piegarmi in due. Ho segnato tanti passi e, da quando l’ho chiuso, già un paio di volte sono andata a rileggermeli, e quella sensazione è rimasta sempre lì.

La mia vita è un paese straniero non è un libro semplice da leggere. Per lo stile, con i continui salti tra guerre di oggi e guerre del passato, tra poesia e narrazione pura, a volte frammentata, che ti trascina in una sorta di vortice, di frenesia, come credo sia quella che si prova ogni giorno quando si combatte (effetto amplificato dall'assenza dei numeri di pagina, perché leggendo continui a chiederti quando finirà, senza mai saperlo. Proprio come la guerra. Proprio come quello che lascia per sempre in chi l’ha vissuta).
E, soprattutto, per quello che racconta.
Ma al tempo stesso è un libro di quelli che tutti dovrebbero leggere.


Titolo: La mia vita è un paese straniero
Autore: Brian Turner
Traduttore: Guido Calza
Pagine: 208
Editore: NN Editore
Prezzo di copertina: 18,00€
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formato brossura:La mia vita è un paese straniero

mercoledì 26 ottobre 2016

RICETTARIO AMOROSO DI UNA PASTICCIERA IN FUGA - Louise Miller


INGREDIENTI

  • Un titolo che con quello originale non c’entra nulla
  • Una copertina bellissima, per attrarre gli ingenui.
  • Una donna in fuga, possibilmente amante di un uomo sposato che non ha nessuna intenzione di lasciare la moglie, possibilmente orfana o con genitori degeneri
  • Un bucolico paesino di campagna, da contrapporre alla tristezza della città
  • Un cane
  • Un anziano saggio, preferibilmente malato e in procinto di morire
  • Un uomo affascinante, dalla vita misteriosa
  • Una donna all’apparenza burbera ma dal cuore tenero, con un triste passato romantico e un’antagonista che la vuole fare impazzire
  • Una migliore amica
  • Qualche gravidanza, più o meno voluta
  • Un banjo, per dare un pizzico di brio e originalità
  • Tanti dolci, preferibilmente torte dai nomi intraducibili, oppure di mele.


PREPARAZIONE
Lavorate il titolo che con quello originale non c’entra nulla con la bellissima copertina e metteteli da parte.

Prendete tutti gli altri ingredienti, partendo dalla donna in fuga, amante di un uomo sposato e cresciuta solo dal padre poiché la madre aveva i fatti suoi da farsi, e mescolateli insieme come più vi aggrada, in ordine e quantità che preferite.
L’impasto potrebbe assumere forme e colori non del tutto piacevoli e spesso difficili da lavorare, man mano che aggiungete i vari ingredienti. Nel caso succedesse, aggiungete più dolci dai nomi intraducibili, più cane che amalgama sempre il tutto, e più banjo.
Non esagerate con le gravidanze, volute o meno, perché diventano poi complicate da gestire, e nemmeno con i misteri del passato, perché alla fine il gusto potrebbe annoiare un po’.
Una volta uniti tutti gli ingredienti, prendete il titolo che quello originale non c’entra nulla e la bellissima copertina che avete lavorato in precedenza, uniteli all’impasto e mettete in forno per 320 pagine.

Una volta sfornato, lasciate raffreddare. Anche così, al gusto il libro potrà risultare noioso, a tratti poco credibile, a tratti parecchio irritante, e vi farà venire voglia di picchiare metà dei suoi protagonisti o di lanciarlo giù dalla finestra.

A meno che non siate amanti del genere, o abbiate voglia di una lettura particolarmente leggera, che non sa di nulla, consiglio di accompagnare il libro con un buon digestivo.
O di non leggerlo proprio.


Titolo: Ricettario amoroso di una pasticciera in fuga
Autore: Loiuse Miller
Traduttore: Maura Parolini e Matteo Curtoni
Pagine: 320
Editore: Sonzogno
Anno: 2016
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formato brossura:Ricettario amoroso di una pasticciera in fuga

lunedì 24 ottobre 2016

7 anni di blog

Oggi La lettrice rampante compie 7 anni. Era il 24 ottobre 2009 quando per la prima volta ho cliccato su “pubblica” e messo in rete il mio primo post.

Non sembra, ma sette anni sono tanti, soprattutto per un blog che era nato un po’ per caso. Fa effetto pensare che sia già passato tutto questo tempo da quella prima volta. E fa ancor più effetto pensare che in tutti questi anni, mentre la mia vita normale scorreva e andava avanti, il blog sia sempre rimasto una costante e una certezza.

Il mio blog oggi si sente un po' come l'essere millenario di La storia infinita

Lui c’era quando mi sono laureata, anche se era ancora un giovincello e non aveva ancora ben chiaro quale ruolo avrebbe avuto nella mia vita. C’era quando ho trovato il primo lavoro e poi, cinque anni dopo, quando quel lavoro non ce l’ho avuto più. C’era quando ho iniziato a tradurre, mentre i lavori di editing li devo proprio a lui.
C’era quando la mia vita affettiva è stata stravolta la prima volta, quando si è ripresa, e quando poi, un paio di mesi fa, l’ho stravolta di nuovo, arrivando finalmente dove dovevo arrivare da tutta la vita.

Ha avuto alti e bassi, ovviamente. Momenti in cui “basta, lo chiudo, tanto non se lo considera nessuno”. Momenti in cui “ma chi me lo fa fare”. Momenti in cui è rimasto aperto su post bianchi per ore, in attesa che mi venisse in mente qualcosa da scrivere e ha aspettato paziente di ritornare in vita quando ho avuto bisogno di prendere una pausa, da lui e dai libri.
I momenti soddisfazione ovviamente sono stati molti di più rispetto a quelli di sconforto. Momenti di “oddio, guarda che cosa mi è successo grazie al blog” (gli autori ma anche le persone comuni che ti scrivono mail dopo che hanno letto un tuo commento o una tua recensione, l’organizzare incontri in libreria ed essere chiamata a parlare in biblioteca, andare alle presentazioni dei tuoi scrittori preferiti e presentarti come “la lettrice rampante”, conoscere l’amore della tua vita… ecc,ecc..)  o di “cavolo, ma che bella recensione che ho scritto” (l'autocompiacimento da recensione è una cosa che tutti quelli che hanno un blog letterario possono capire).

C’è voluto un po’ di tempo perché La lettrice rampante prendesse una sua forma e una sua identità. Diversi cambi di sfondo e layout, prima di approdare a questi pois bianchi su sfondo verde da cui ora mi sembra impensabile separarmi. Diversi cambi di stile, che hanno coinciso con una crescita nel mio modo di scrivere e, soprattutto, di leggere. Diverse rubriche nate e poi chiuse una volta che il loro corso si è compiuto.
Sette anni di blog che sono sette anni di vita, insomma.

Ammetto di aver pensato a volte, soprattutto nell'ultimo periodo, di chiudere La lettrice rampante e smettere di parlare di libri in rete (e ve ne sarete anche accorti, che per un certo periodo ho pubblicato molti meno post e letto molti meno libri… almeno rispetto ai miei standard). Ma, anche se forse sembra un po’ stupido da dire, non credo davvero che riuscirei a vivere senza questo mio spazio a pois. E, soprattutto, senza leggere e scrivere di libri.

©Tony Illustration

E quindi, tanti auguri mio piccolo blog a pois. Cento di questi giorni e, speriamo, migliaia di libri belli.

venerdì 21 ottobre 2016

ESTHER - Steve Jenkins, Derek Walter, Caprice Crane

Dovete sapere che io ho una passione per le cose buffe. Per gli animali, soprattutto. Panda, koala, cani, gatti, asinelli, caprette, maialini… tutti gli animali con il musetto un po’ carino o con un atteggiamento un po’ coccolone mi fanno completamente sciogliere. 
Da bambina (ma anche adesso ogni tanto, in realtà) avevo proposto di comprare una capretta e metterla nel prato di casa, “così non dobbiamo più tagliare il prato e io posso farle le coccole!”. La mia richiesta, ovviamente, non è mai stata soddisfatta, ma questa passione con gli anni non è scemata, riversandosi un po’ in tutti gli aspetti della mia vita. Sì, anche nei libri.



Quando ho visto per la prima volta la copertina di Esther, libro di Steve Jenkins, Derek Walter e Caprice Crane appena pubblicato da Giunti con la traduzione di Elena Cantoni, ho immediatamente pensato: “Oddio, questo libro deve essere mio!”. Non mi sono nemmeno troppo preoccupata di informarmi di che cosa parlasse. C’era un buffo maialino in copertina e tanto mi bastava. Poi, quando il libro è arrivato e ho iniziato a leggerlo, mi si è aperto un mondo.

Esther racconta la storia vera dell’omonima maialina (poi diventata un maiale enorme a tutti gli effetti) adottata un po’ per caso da Steve e Derek. La coppia già possedeva due cani e due gatti ma Steve, di fronte alla richiesta di aiuto di una sua vecchia compagna di scuola e, soprattutto, di fronte al musetto e alle pietose condizioni in cui si trovata Esther quando l’ha vista la prima volta, non ha saputo resistere. Lui era convinto che si trattasse di un maiale nano, che non avrebbe superato il peso di un cane di grossa taglia. E invece, Esther diventa un terremoto di due quintali. È un maiale testardo e curioso, che ama giocare, mangiare, combinare disastri e farsi fare le coccole. E che porta grandi cambiamenti nella vita di Steve e Derek. Il primo, quello principale, è quello del cibo: come puoi tenere in casa un maiale come animale da compagnia e poi mangiare il bacon come se niente fosse? I due iniziano piano piano ad avvicinarsi al veganismo, senza però diventare degli invasati o dei nazisti. Il secondo è quello della casa: la loro villetta non basta più e quindi decidono di comprare una fattoria, chiedendo aiuto ai fan che Esther ha raggiunto in tutto il mondo grazie alla sua pagina facebook per potercela fare.

Esther e i suoi amici (©Steve Jenkins, Derek Walter , fonte: http://bit.ly/2efPJjS)
A scanso di equivoci vi dico subito che no, non ho chiuso e sono diventata immediatamente vegana.  E non ho nemmeno intenzione di farlo. E quello di "convertire" più persone possibile non era nemmeno lo scopo di Steve e Derek quando hanno deciso di raccontare la loro storia. Un argomento di cui parlano, certo, e che ha sicuramente un ruolo fondamentale nel libro (fantastiche le ricette finali “approvate da Esther”), ma loro volevano (e vogliono, nelle pagine social di Esther… che ovviamente ho iniziato a seguire tutte) semplicemente raccontare la loro esperienza e dimostrare quanto amore si possa provare per un animale da compagnia, qualunque esso sia. E anche insegnare a non arrendersi, che a realizzare i propri sogni e trovare il sostegno delle persone a volte è davvero possibile.

Esther, a livello di scrittura e di stile, non è sicuramente un capolavoro. Ma fa spesso sorridere (e a volte anche ridere), proprio come lo fanno le cose buffe che i vostri animali domestici fanno ogni giorno. Certo, qui si parla di un maiale di due quintali, ma l’effetto è proprio lo stesso. E, devo dire, questo racconto mi è piaciuto tantissimo. Un po’ per quello che vi dicevo all’inizio, per la mia passione per gli animali buffi e coccolosi. Un po’ perché sono quelle storie semplici, di vita quotidiana, che non cambieranno il mondo, ma la vita di chi le vive sì.

La colazione di Esther (©Steve Jenkins, Derek Walter , fonte:http://bit.ly/2eXOq8n)
E quindi, se vi capita, leggete Esther, leggete la sua storia. Poi non dovete diventare per forza vegetariano, vegani o adottare un maialino. Io non farò nessuna di queste tre cose (anche se per l’ultima, in effetti, mi dispiace da matti). Ma almeno sorriderete per qualche ora, pensando a Esther e a quante cose, buffe ma anche importantissime, l’affetto di un animale può farci fare.


Titolo: Esther - il mondo si cambia un cuore alla volta
Autore: Steve Jenkins, Derek Walter, Caprice Crane
Traduttore: Elena Cantoni
Pagine: 224
Editore: Giunti
Anno: 2016
Acquista su Amazon:
formato brossura:Esther. Il mondo si cambia un cuore alla volta

lunedì 17 ottobre 2016

LA SAGA DEI CAZALET vol.3: Confusione - Elizabeth Jane Howard

Aveva sempre avuto problemi ad accettare che qualcosa potesse essere per sempre. Poteva credere che una persona se ne fosse andata, ma le riusciva difficile pensare che quella persona potesse non tornare più.



Mi risulta davvero difficile scrivere la recensione di Confusione, terzo volume della bellissima saga della famiglia Cazalet, scritta da Elizabeth Jane Howard e pubblicata in Italia da Fazi editore con la traduzione di Manuela Francescon.

Difficile perché è il terzo volume della saga e chi ha già letto i due precedenti (Gli anni della leggerezza e Il tempo dell’attesa) già sa di che cosa stiamo parlando. Conosce già i personaggi che popolano queste pagine, conosce l’ambientazione inglese in cui si muovono e insieme a loro sta vivendo la guerra, ora entrata davvero nel vivo, ma anche quelle piccole e grandi vicissitudini quotidiane tipiche di ogni famiglia. Per chi ha letto i due volumi precedenti, leggere Confusione è un po’ come telefonare a un parente dopo diversi mesi dall’ultimo aggiornamento e poi decidere di non lasciare più passare tutto questo tempo e rimanere sempre aggiornato.

Il tempo dell’attesa si era concluso con la notizia che Rupert, uno dei tre fratelli Cazalet, dato da tutti per morto in guerra in realtà potrebbe essere ancora vivo. Una notizia incredibile per la figlia Clary, che non ha mai creduto che suo padre potesse essere morto, ma anche per la giovane moglie Zoë, che il marito se l’è potuto godere molto poco e che nemmeno ha conosciuto la sua nuova figlia Juliet.
Confusione inizia con la morte di Sybil, moglie di Hugh Cazalet, malata da tempo di un brutto male, che si è spenta piano piano, lasciando tutta la famiglia nello sconforto e nel dolore totale. Soprattutto Polly, la figlia maggiore, che ora sente di dover fare di tutto per tenere unita la famiglia.

E poi ci sono tutti gli altri personaggi: la Duchessa e il Generale, sempre più anziani eppure sempre collante della famiglia; la figlia Rachel, ancora combattuta tra la sua devozione e il suo spirito di sacrificio per la famiglia e l’amore per Sid, sua grande amica ma anche qualcosa di più; il figlio Edward, sempre più freddo e distaccato dalla moglie Villy e sempre più a disagio con la figlia maggiore Louise, ma che invece non disegna le altre relazioni sentimentali. 

Vera protagonista in Confusione è la generazione dei figli dei tre fratelli Cazalet. Le figlie, in realtà, che stanno crescendo e che si ritrovano ad affrontare per la prima volta problemi da adulti: Louise, che voleva fare l’attrice, che sembrava lo spirito più libero e indipendente di tutti, ora si ritrova sposata e incastrata in un ménage famigliare che le ha portato via tutti i sogni; Polly, che affronta il dolore della perdita della madre, gli obblighi morali che sente di avere nei confronti del padre, ma anche la sua voglia di crescere, di diventare donna, di innamorarsi; Clary, che continua a sognare di fare la scrittrice e che racconta la sua vita in un diario da regalare a suo padre quando tornerà.
Ci sono anche gli adulti, certo, e ancora una volta con una maggiore attenzione verso le donne, che sembrano essere il vero motore di tutta la famiglia.

Stavo per scriverti che mi pare stia superando il dolore per la morte di sua madre, ma è una frase senza senso. Non credo che un dolore così terribile si possa superare: magari, pian piano, smette di essere l'unico pensiero o quello principale, ma quando vi si torna il dolore è sempre intatto. C'è poi il fatto che non so cosa provi esattamente, perché io non sono lei. Del resto, è questo che rende le persone così interessanti, non credi, papà?

Era davvero da un sacco di tempo che non leggevo una saga famigliare così appassionante. Adoro il modo in cui Elizabeth Jane Howard porta il lettore in mezzo alla vita dei suoi personaggi. Adoro i dettagli che racconta, adoro il modo in cui riesce a unire il contesto storico, quella della Seconda guerra mondiale, con la quotidianità della vita dei protagonisti. E adoro il modo in cui descrive i sentimenti, le passioni, le gioie e i dolori della famiglia Cazalet.

Alcuni personaggi sono detestabili, altri un po’ una delusione per l’evoluzione che hanno avuto (Louise, mamma mia, io in te riponevo un sacco di speranze!), ma sono tutti molto umani.

Chi non conosce questa saga, secondo me, dovrebbe proprio rimediare. Partendo dal primo, da Gli anni della leggerezza, per essere sicuro di affezionarsi ai personaggi e a questa grande famiglia. Chi già la conosce e la ama, invece, arriverà alla fine di Confusione (versando anche qualche lacrima per il bellissimo capitolo finale) con la consapevolezza di stare leggendo dei libri via via sempre più belli, man mano che gli anni passano e la storia va avanti. Confusione è il più bello dei tre volumi pubblicati finora, almeno per quanto mi riguarda. 

Vediamo poi come sarà il quarto, previsto per la primavera del 2017. Certo, in tutto questo tempo, la famiglia Cazalet mi mancherà davvero molto.


Titolo: La saga dei Cazalet - Confusione
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon.
Pagine: 526
Editore: Fazi editore
Anno: 2016
Acquista su Amazon:
formato brossura:Confusione. La saga dei Cazalet: 3

mercoledì 12 ottobre 2016

Come si è arrivati dal Salone internazionale del Libro a Tempo di libri


(Questo mio post è stato pubblicato su Ultima pagina il 6 ottobre 2016)

Non è facile riuscire a fare un riepilogo della questione Salone internazionale del Libro, l’argomento discusso nel mondo dell’editoria da quando, quest’estate, la volontà dell’AIE di cambiare città, da Torino a Milano, alla celebre manifestazione è diventata concreta. Escono continuamente nuove notizie, nuove dichiarazioni più o meno ufficiali, o anche solo qualche supposizione, prontamente rilanciate da giornali e siti web, che alimentano le polemiche e le prese di posizione dei due schieramenti, pro Torino e pro Milano. Sebbene l’ipotesi di di spostare Il Salone internazionale del libro di Torino a Milano fosse rilanciata già da diverso tempo a ogni nuovo scandalo del Salone del Libro (come, per esempio, quello degli ingressi gonfiati o dei gravi problemi di bilancio), il primo segno concreto di rottura è arrivato nel febbraio del 2016, quando Federico Motta, presidente dell’AIE, l’Associazione Italiana Editori, ha deciso di uscire dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura, che controlla e amministra il Salone.
Una scelta che aveva fatto un certo scalpore, lasciando in qualche modo presagire quello che sarebbe successo il 27 luglio, giorno in cui è avvenuta la votazione a favore della proposta dell’amministratore delegato di Fiera Milano, Corrado Peraboni, per organizzare un evento culturale simile anche a Milano. Dei 32 consiglieri su 39 dell’AIE presenti, in 17 hanno votato a favore dello spostamento, 8 si sono astenuti (tra cui la torinese Einaudi) e 7 hanno votato contro. Pur essendo i numeri irrisori, se si pensa a quanti editori ci sono in Italia, e nemmeno tutti iscritti all’Associazione, la maggioranza ha scelto: fine del sostegno al Salone internazionale del libro di Torino, se ne fa uno nuovo.

Una notizia abbastanza sconvolgente, che ha avuto come conseguenza immediata la scelta di alcuni editori medio-piccoli di  inviare una lettera condivisa all’AIE annunciando la loro uscita. In parte per affetto nei confronti di Torino e della sua storia, ma soprattutto per la scarsa considerazione che hanno avuto da parte dell’associazione, che dovrebbe rappresentare un’intera categoria ma che di fatto ha deciso da sola cosa fare. È da questo abbandono dell’AIE che inizia a prospettarsi la possibilità di fare due eventi distinti: quello di Milano, guidato dall’AIE e dalla Fiera di Milano, che il 5 settembre hanno creato la società Fabbrica del Libro SpA, per promuovere questo nuovo evento e tutte le iniziative a esso correlate; e quello di Torino, in cui i piccoli e medi editori usciti dall’associazione sperano di avere un ruolo attivo.

Per discutere della nuova edizione dell’evento torinese, si è tenuta una riunione l’8 settembre al Circolo dei lettori. Un incontro a cui hanno partecipato in 130, tra cui anche alcuni rappresentati di case editrici più grandi (Sellerio, Feltrinelli, Laterza) che ancora non avevano espresso apertamente la loro opinione in merito, e che si è concluso con la votazione sulla creazione di un’associazione, dal nome un po’ da pro loco Gli amici del Salone, che avrebbe il compito di fare da interlocutore tra le istituzioni, la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura e tutti gli enti pubblici che da sempre si occupano dell’organizzazione della kermesse torinese. Non tutti i presenti, in realtà, si sono trovati d’accordo con questa idea. Tra questi, da segnalare l’intervento di Giuseppe Laterza, che si è interrogato sulla reale necessità di creare una nuova associazione, e quindi una nuova, ulteriore frammentazione, anziché cercare di mediare con l’AIE:

Il problema è che la polemica che si è generata in queste settimane è la spia di una questione assai più generale e profonda: una frattura tra le diverse componenti della filiera del libro, che non nasce oggi e che dipende da molte diverse ragioni. Ed è questa frattura che dovrebbe soprattutto allarmarci perché ha a che fare con la promozione della lettura nel nostro paese. 

Dopo questa riunione, sono iniziati i primi tentativi, forse un po’ maldestri, di mediare. Perché non fare un salone condiviso tra Torino e Milano, lasciando al capoluogo piemontese gli eventi e gli incontri con gli autori e a quello lombardo invece gli stand e la parte più commerciale? Un’idea proposta dal ministro Franceschini e di cui si è discusso in una riunione tenutasi il 20 settembre a cui hanno partecipato anche il ministro Giannini, il sindaco di Torino Appendino, il governatore del Piemonte Chiamparino e il presidente degli editori Federico Motta, e a cui Massimo Gramellini ha dato risalto sulla Stampa, proponendo «la settimana lunga del libro» in cui lascerebbe la parte commerciale ed economica a Milano e quella intellettuale e culturale a Torino. Una soluzione logisticamente abbastanza complessa, questa, che porterebbe a un’ulteriore frammentazione dell’evento, che richiederebbe il dono dell’ubiquità ai suoi visitatori e, soprattutto, implicherebbe un costo di gestione insostenibile per gli editori medio-piccoli. E poi l’AIE era ben decisa a portare avanti il suo appoggio a Milano, nonostante dichiarasse la sua disponibilità a mediare. Torino ha detto no ai diktat di Motta e ogni tentativo di ricucire lo strappo è fallito.

Ci saranno due eventi, dunque, a distanza di un mese e di un centinaio di chilometri l’uno dall’altro. Dal 19 al 23 aprile 2017 negli spazi espositivi di Fiera Milano a Rho, l’AIE e i grandi editori organizzeranno Tempo di libri, la prima edizione di questo nuovo evento letterario, che è stata presentata ufficialmente il 5 ottobre. Dal 18 al 22 maggio 2017, negli spazi espositivi di Torino Lingotto ci sarà la XXX edizione Salone internazionale del libro, organizzato sempre dalla Fondazione – che ha nominato come nuovo presidente l’ex ministro Massimo Bray, a cui spetterà il compito di trovare un modo di differenziarla rispetto a quanto succederà a Milano – con l’aiuto ancora non ben definito dei piccoli editori, il cui ruolo rischia di passare di nuovo in secondo piano, schiacciato dalla burocrazia degli enti organizzativi.

L’AIE, comunque, attraverso le parole rilasciate da Renata Gorgani, nominata presidente di La Fabbrica del Libro Spa, ci tiene a far sapere che gli editori che hanno deciso di uscire dall’associazione, o che proprio non ne fanno parte, potranno partecipare a entrambi i Saloni senza venir penalizzati in alcun modo. La regione Piemonte ci tiene a far sapere, invece, che i piccoli editori piemontesi che hanno intenzione di partecipare a Più Libri Più Liberi, la fiera della Piccola e Media editoria che si tiene tutti gli anni a Roma a dicembre, quest’anno lo dovranno fare senza i finanziamenti e i contributi delle edizioni precedenti.

Sì. Avete letto bene. Visto che la situazione tra Torino e Milano non era abbastanza complessa, si è tirata in mezzo anche la fiera di Roma, la fiera dedicata all’editoria indipendente più conosciuta d’Italia, patrocinata dall’AIE. E quindi, se un piccolo editore piemontese vuole andarci, dovrà farlo di tasca propria. La situazione, al momento, è questa. L’evento milanese sta iniziando ad avere una sua forma (anche se sarà forse penalizzato dal non essere in città, ma nello spazio fieristico di Rho), mentre quello di Torino sembra ancora un po’ in sospeso, come se, al di là delle parole e delle continue, e più o meno giustificate, recriminazioni, mancasse la volontà di organizzare effettivamente qualcosa. E in effetti, dopo quella riunione al Circolo dei lettori, dopo quella votazione per la creazione di una nuova associazione, per ora dal fronte torinese ancora non si è mosso niente.

La volontà da parte dei piccoli editori sicuramente c’è. Ma chi da sempre ha organizzato il Salone internazionale del Libro, finora si è invece perso tra grandi annunci, grandi idee e grandi nomi, senza aver concretizzato nulla. C’è il rischio, in questo temporeggiare, in questo stare distanti dalla macchina organizzativa, dalle decisioni chiave che un evento impone, che non sia Milano a sottrarre il Salone a Torino, ma che Torino lo butti via con le proprie mani.

lunedì 10 ottobre 2016

LA PROMESSA - Silvina Ocampo

Pensavo che mantenere la promessa mi sarebbe costato un enorme sacrificio. Mi sembrava che compilare questo dizionario di ricordi a volte vergognosi, umilianti, significasse consegnare la mia intimità a chiunque. (Una preoccupazione che, in fin dei conti, si è rivelata senza fondamento).
Non ho una vita mia, ho dei sentimenti. Le mie esperienze non hanno avuto importanza nel corso della vita e neppure sull’orlo della morte, invece la vita degli altri diventa mia.


Immaginate di essere su una nave che sta navigando sull’oceano. Immaginate di cadere giù e ritrovarvi in acqua, senza che nessuno se ne sia accorto. State a galla, mentre vedete la nave allontanarsi, senza di voi. Che cosa fareste? 

Alla donna protagonista e voce narrante di La Promessa di Silvina Ocampo, pubblicato da laNuovafrontiera con la traduzione di Francesca Lazzarato, succede proprio questo. È su un transatlantico in mezzo all’oceano, si china per raccogliere una spilla e vola giù. Quando si rende conto che la nave se ne sta andando lasciandola lì, fa una promessa a Santa Rita, l’avvocata dei casi impossibili: se riuscirà a salvarsi, scriverà un libro e lo finirà prima del suo compleanno. Un libro che sarà fatto di ricordi delle persone che ha incontrato nell'arco della sua vita. Non vuole parlare direttamente di sé, ma farlo attraverso gli altri, attraverso le persone che hanno sfiorato la sua vita anche solo per un istante, sufficiente però a lasciare un piccolo segno. Un viaggio nel passato, che la donna fa per non lasciarsi sopraffare dal presente e da quella distesa d’acqua a cui, sempre di più, sente di volersi abbandonare.

La promessa è una raccolta di racconti che, messi tutti insieme e uniti dal filo conduttore della protagonista che ricorda mentre si trova in mare, formano un romanzo. Ogni personaggio raccontato, ogni ricordo che la donna evoca degli incontri del suo passato, reggerebbe anche da solo. Sono storie d'amore, storie di passioni, ma anche di tristezza e di dolore, con protagonisti bambini, anziani, uomini e donne innamorate. Quelle persone che tutti abbiamo attorno nella nostra vita, ma a cui forse non pensiamo mai.

Non conoscevo Silvina Ocampo prima di leggere questo suo ultimo romanzo. Non sapevo della sua amicizia con Borges, che fosse la moglie di Adolfo Bioy Casares, né che La promessa, un libricino all’apparenza sottile, sia in realtà un lavoro durato molti anni e che abbia subito molte riscritture, molte limature, per raggiungere la forma che ha ora, ritrovata solo dopo la morte della donna. 
L’ho letto perché mi è piaciuta fin da subito la sua copertina e sicuramente non immaginavo di ritrovarmi così tanto coinvolta nei racconti, nei pensieri e nei ricordi di questa donna. Di perdermi insieme a lei in mezzo alla distesa azzurra e trovare nello sconforto una forma di poesia.

La promessa è un libro molto bello, di quella bellezza di cui forse subito, mentre si sta leggendo, non ci si rende tanto conto, ma che andando avanti nella lettura a poco a poco emerge e poi un po' ti travolge, proprio come il mare dentro cui la protagonista sta raccontando.

Titolo: La promessa
Autore: Silvina Ocampo
Traduttore: Francesca Lazzarato
Pagine: 154
Editore: La nuova frontiera
Prezzo di copertina: 15,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura:La promessa