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venerdì 31 gennaio 2014

Come scegliere la libreria

In questi giorni temo che sarò un po' assente dal blog.  Tantissime cose da fare a lavoro e ancora di più una volta uscita, visto che finalmente stiamo ufficialmente andando a convivere. Spero mi perdonerete l'assenza, è che davvero non ho più il tempo materiale di fare tutto. Riesco a leggere, quello sì. Ma solo poche pagine, la sera, prima di crollare nel letto.

Vorrei però approfittare di questo spazio, e di questa mezz'ora che ho libera, per discutere con voi riguardo alla scelta della libreria. Eggià, finalmente anche io avrò una libreria vera. In realtà ce l'ho già anche qui dove vivo ora, ma i libri ormai hanno iniziato a vivere di vita propria. Ne ho troppi e vanno liberamente in giro per la stanza. Per non parlare della mensola assassina che attenta alla mia vita tutte le notti: si è inclinata sotto il peso di troppi volumi e ora è lì, appesa proprio sopra il mio letto, indecisa se cadere o meno. Spero lo faccia quando non sarò più qui sotto a dormire.

immagine tratta dal sito di Maisons du Monde
Dovrò scegliermi una libreria nuova, insomma (ok, dovremo, ma spero di avere in questo caso più voce in capitolo del lettore rampante). E non è mica facile. Perché se da un lato una mi vale abbastanza l'altra, che tanto il valore aggiunto è dato tutto dai libri che conterrà, dall'altro non posso fare a meno di perdermi di fronte a tutte quelle più strambe e bellissime che ho visto in giro per mobilifici. Esistono librerie fatte a scala (dei cubi sovrapposti, insomma... molto belli da vedere, ma non so quanto funzionali); librerie con annessa una scala a pioli che scorre da una parte all'altra (bassi effettivamente siamo bassi... ma soffro di vertigini); libreria a forma di A (questa non è che abbia poi tutto sto spazio eh... mi servirebbe tutto l'alfabeto, o almeno almeno fino alla lettera T). Una volta ne avevo vista addirittura una fatta a libro (bellissima, ma costosissima).
Insomma, ne esistono di ogni forma, colore, dimensione e, ovviamente, prezzo.
Nella mia mente ho l'immagine di una libreria molto semplice, o marrone o bianca, che occupi però un'intera parete. Gli scaffali li vorrei cubici e non rettangolari, così da poter dedicare ogni cubo a una casa editrice specifica. Sì, perché ho intenzione di suddividere i miei libri per casa editrice, così da evitare discrepanze di altezze o inguardabili accostamenti di colore. Già adesso le pile che si trovano sparse per la camera sono abbastanza suddivise, anche se poi qualche libro ogni tanto si sposta (ma si muovono da soli, i libri??). Con la libreria a cubi, ogni editore avrà il suo spazio e sarà anche più facile trovarli. Poi ovviamente vorrei mettere i libri degli stessi autori tutti vicini, e accanto a loro altri libri che penso potrebbero andare d'accordo. Mai mettere vicine le opere di due autori che potrebbero starsi antipatici.


Questa nuova libreria finirà in salotto, visibile e accessibile a chiunque entri. Mi piace l'idea che qualche ospite si perda per un attimo a guardare i nostri libri. Io quando ne ho la possibilità lo faccio sempre (se non posso farlo platealmente,cerco di dare almeno una sbirciatina da lontano... per fortuna ho la vista abbastanza buona). Devo poi solo decidere se tutti i libri che possiedo debbano entrare lì dentro. Sebbene buona parte dei libri brutti che avevo comprato o mi erano stati regalati già li ho dati via, qualcuno purtroppo ce l'ho ancora... e insomma, bisogna fare attenzione che non finiscano proprio in bella vista, nei ripiani centrali, o chissà che idea la gente si può fare di te. Anche se potrei sempre relegarli in un cubo a parte, scrivendo che si tratta di libri brutti.
(Poi il lettore rampante mi ha anche chiesto se possiam riservare uno spazietto alla sua collezione di Manuali delle Giovani Marmotte... uno in basso in basso però eh...).

In realtà avevamo pensato di mettere qualche libro in ogni stanza, una sorta di piccola biblioteca d'emergenza per quando sei in bagno, stai cucinando, sei in camera da letto e hai dimenticato il libro che stavi leggendo da qualche altra parte o per quando stai percorrendo il lungo corridoio che unisce tutte le stanze. Ma questo vedremo più avanti.


Questo post forse non ha molto senso, ma avevo bisogno di chiarirmi un po' le idee e mettere per iscritto le mie idee sulla libreria, così da smettere di rispondere in modo diverso ogni volta che mi viene chiesto come voglio la mia libreria.
Voi avete qualche suggerimento da darmi? Vi ricordate come avete scelto la vostra libreria o sapete già come la vorrete in futuro?

mercoledì 29 gennaio 2014

Due titoli, un solo libro: ma perché? #66

Per la puntata di oggi della rubrica di confronto tra titoli vi parlo di un libro di cui ho già parlato. No, non sono impazzita, né arteriosclerotica... semplicemente ci sono state delle evoluzioni che, secondo me, meritano di essere documentate.

Correva la puntata numero 11, una delle prime della rubrica, e io decisi di parlarvi di un libro, per me, bellissimo: La bambina che salvava i libri di Markus Zukas. Libro bellissimo, traduzione del titolo terrificante. L'originale infatti è The book thief, traducibile letteralmente con La ladra di libri.


Da questo libro è stato da poco tratto un film (che ho visto in anteprima), con un magnifico Geoffrey Rush. Ovviamente il titolo originale del film è rimasto lo stesso del libro. Quello italiano, però, è cambiato. Da La bambina che salvava i libri si è passati a Storia di una ladra di libri.



Un fenomeno questo dei cambiamenti di titoli  in una trasposizione poi non così strano, nemmeno nel caso dei film tratti da libri. Libro pubblicato con un titolo, film in sala con un altro (vedi Il lato positivo film e L'orlo argenteo delle nuvole libro di Matthew Quick, o Un amore all'improvviso film e La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo libro di Audrey Niffenegger). A volte i due si distanziano completamente (e solitamente è il film a cambiare rispetto al libro). In questo caso, però, la scelta del titolo italiano del film è molto più fedele all'originale rispetto al libro, anche se aggiunge quel "storia di..." che secondo me non era poi così necessario.
Fenomeno altrettanto normale e diffuso è che gli editori approfittino dell'uscita del film per riportare in vita alcuni volumi: nel caso specifico, si tratta di un libro che merita davvero e che forse non tutti conoscono. Quindi, prendiamo la locandina e mettiamola in copertina. 
E, già che ci siamo, cambiamo anche il titolo, se no la gente non capisce.
Sta infatti per arrivare in libreria (verso fine febbraio), sempre per la Frassinelli e con la traduzione di G. M. Giughese, lo stesso libro di Mark Zusak con il titolo però di STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI



Cosa cambia(oltre al titolo ovviamente)? Il libro è cartonato e non più in edizione economica.
Capisco il lancio del film, capisco che in questo caso effettivamente il primo titolo era sostanzialmente sbagliato, però, ecco, cambiarlo mi sembra quanto meno azzardato... perché comunque il libro è stato venduto con la prima versione per diversi anni e, se non fosse appunto uscito il film, nessuno si sarebbe mai preso la briga di aggiustare il titolo. Oltre al fatto che rivendono un libro uscito nel 2007 a 16.90€. Ci sono cascata una volta, con The Help di  Kathryn Stockett, comprato in brossura a più di 18 €, perché ignoravo l'esistenza nella collana Oscar Mondadori de L'aiuto (ancora una volta, un altro titolo).
Stavolta non mi fregate più.

martedì 28 gennaio 2014

INUTILE TENTARE IMPRIGIONARE SOGNI - Cristinano Cavina

Come scuola superiore io ho frequentato un liceo scientifico. Sono stata indecisa fino all'ultimo tra quello e il classico. Mio padre avrebbe voluto la seconda ma alla fine, un po' perché non mi piaceva l'ambiente, un po' perché ancora non avevo deciso cosa avrei fatto da grande, scelsi lo scientifico perché convinta che mi avrebbe formato un po' più su tutto. Di andare a un ITIS non ci avevo nemmeno pensato, forse perché almeno qui in zona non ha mai goduto di grandissima fama e poi soprattutto perché di tecnico io non so fare assolutamente nulla. Tornassi indietro comunque, rifarei esattamente le stesse scelte.


E immagino le rifarebbe anche Cristiano Cavina, vista la sua scarsa voglia di studiare e, soprattutto, vista la sua incredibile bravura nel tirar fuori soggetti per romanzi dalle situazioni più disparate della sua vita. Qui ci racconta dei suoi anni di scuola superiore, attraverso lo sguardo di Baldo Creonti, un ragazzino che si ritrova suo malgrado a frequentare un istituto tecnico. Suo malgrado perché di voglia di studiare non ne ha per nulla, e sua mamma lo iscrive quasi a tradimento, perché vuole che almeno suo figlio possa avere ciò che lei non ha avuto. Fa la signora delle pulizie mamma Creonti, dopo che Creonti Vecchio, suo padre, ha perso la loro bottega di famiglia al gioco e ora è stato colpito da un colpo apoplettico che lo ha lasciato tremante e indifeso.
E quindi alla fine Baldo Creonti va a scuola e incontra bizzarri compagni di classi, tipo Maria, l'unico in grado di rollarsi una canna nel breve percorso tra il cancello e la fermata del bus, altrettanto bizzarri professori, come il conte Vlad o il vicepreside in tuta verde che lo odia a morte. E intanto gli anni passano, tra manifestazioni contro la guerra tenute da picchiatori e primi infruttuosi innamoramenti. 


Come dicevo prima, Cavina è davvero molto bravo nel tirare fuori storie dalla vita di tutti i giorni. Perché alla fine tutto ciò che ci circonda, se osservato dalla giusta prospettiva, può essere materiale per un romanzo. I suoi libri ne sono la dimostrazione. Questo è il suo terzo romanzo che leggo (dopo Alla Grande e I frutti dimenticati) e ancora non sono riuscita molto bene a stabilire se questo scrittore mi piaccia o meno. Nel senso che leggendo le sue storie mi diverto sempre abbastanza, sono scorrevoli, piacevoli e spesso, forse inconsapevolmente, molto poetiche. Eppure, per la terza volta, chiuso il libro, il primo pensiero è stato "bello, però mi aspettavo qualcosina in più". Forse un maggiore approfondimento dei personaggi e delle storie, qualche episodio in più che aiutasse meglio a inquadrare tutti quanti. Affidandosi però a fatti reali, è plausibile che questo non sia possibile e la lettura, secondo me, un pochino ne risente.
A fregarmi, in questo caso, è stato anche l'aver assistito alla presentazione di questo libro prima di averlo letto. Alcuni degli episodi più buffi mi erano già stati svelati. E in un libro formato principalmente di episodi, perderne un paio per strada un pochino condiziona la lettura. Per carità, la presentazione era stata bellissima e mi aveva fatto venire una voglia matta di leggerlo, però con il senno di poi forse sarebbe stato meglio andarci dopo la lettura.

In ogni caso, se vi serve un libro per passare qualche ora, divertente e piacevole, e sul finale anche un po' commovente, questo romanzo fa sicuramente al caso vostro. Probabilmente se avete frequentato un ITIS come scuola superiore lo apprezzerete ancora di più.
Insomma, promosso ma con qualche materia da recuperare.

Titolo: Inutile Tentare Imprigionare Sogni
Autore: Cristiano Cavina
Pagine: 215
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: marcos y marcos
ISBN: 978-8875214890
Prezzo di copertina: 16,00€
Acquista su Amazon:

sabato 25 gennaio 2014

E' IL TUO GIORNO, BILLY LYNN! - Ben Fountain

Credo che questo romanzo, negli Stati Uniti, sia stato un po' uno shock. Lo è stato per me, che americana non sono, perché mi ha fatto provare una sensazione che credo di non aver mai provato prima con un libro. L'unica parola che mi viene in mente per definirla è "disagio", anche se non credo sia davvero sufficiente ad esprimere appieno ciò che ho provato leggendo.

Tratta un tema importante, difficile, su cui credo non aver mai letto nulla. La guerra in Iraq e come questa viene vista in paese. Come quei ragazzi laggiù a combattere, spesso loro malgrado, vengono celebrati, usati per esaltare un po' l'orgoglio nazionale, ma poi anche presto dimenticati. 
La squadra Bravo è infatti appena tornata in patria dalla guerra, dopo che per puro caso una loro tragica azione militare è finita in tv: si è visto Billy mentre con una mano cerca di salvare un suo compagno e con l'altra risponde al fuoco, con alle spalle tutta la sua squadra a proteggerlo. E quale modo migliore per dissipare un po' le opposizioni alla guerra, sempre più numerose, se non celebrando questi ragazzi proprio nel giorno del ringraziamento, durante un'importante partita di football? Due settimane a casa, qualche giorno in famiglia, e poi via in giro per l'America, a ricevere pacche sulle spalle, commenti orgogliosi, ma anche imbarazzanti. E già che ci siamo magari ci scappa anche un film.  La sicurezza di Billy, quella che prova in guerra con i suoi compagni, inizia a vacillare in mezzo a tutta questa confusione, questa ipocrisia. Il ricordo del suo amico morto è sempre presente. Alla fine ha solo diciannove anni, è vergine e una paura fottuta di morire. Ma questo tutta l'America non lo sa, o finge di non saperlo.

Credo che Ben Fountain sia riuscito a rendere al meglio tutta l'ipocrisia che si è sviluppata e ancora si sviluppa negli USA durante le guerre. Siete degli eroi, siete bravi, combattete per la patria, siamo orgogliosi di voi. Tanto là sotto le bombe noi non ci siamo mica. Quindi dai nostri divani, dai nostri salotti, dalle nostre comode stanze possiamo essere fieri, esaltarvi finché siete qui. Ma poi quando ve ne andrete la nostra vita continuerà senza alcun problema.
Come vi dicevo all'inizio, mi sono sentita a disagio leggendolo. Perché le corde che tocca l'autore sono tante e lui riesce a raggiungerle in mille modi possibili: con situazioni assurde, mostrando una squadra di eroi un po' scapestrata; con momenti commoventi, come il ritorno a casa di Billy o la sua voglia di innamorarsi prima di morire; con momenti di rabbia, grotteschi, ironici, divertenti. E tu, anche se sei per natura contrario alla guerra a prescindere, sai che alla fine forse ti comporteresti come tutti quelli che circondano questa squadra. Ci penseresti finché li hai lì sotto gli occhi e poi, una volta tornati in guerra, a poco a poco ti scorderesti di loro, che la tua vita deve continuare. Certo, c'è chi si oppone più di altri, chi dimentica meno in fretta, chi vorrebbe salvarli davvero, ma alla fine là sotto le bombe ci sono loro. Ragazzi giovani, che eseguono ordini, che non hanno scelta, che hanno visto la morte in faccia e hanno una paura folle di non tornare, e che in cambio ricevono qualche medaglia e un incontro con Beyoncé.

Davvero, credo di non aver mai provato questa sensazione leggendo un libro. E questo, oltre alla scorrevolezza, al modo in cui è scritto, in bilico tra l'esilarante e il commuovente, mi fa capire di aver appena letto un grande, grandissimo romanzo.

Hector annuisce. "In pratica è quello che penso io. Quello che ho qui adesso fa schifo, tanto vale che mi arruolo".
"Che alternativa c'è", dice Mango.
"Che alternativa c'è", concorda Hector.
"Che alternativa c'è", gli fa eco Billy, ma sta pensando a casa su
a.

Titolo: E' il tuo giorno, Billy Lynn!
Autore: Ben Fountain
Traduttore: Martina Testa
Pagine: 398
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: minimum fax
ISBN: 978-8875214890
Prezzo di copertina: 17,00€
Acquista su Amazon:

mercoledì 22 gennaio 2014

Due titoli, un solo libro: ma perché? #65

Se siete assidui frequentatori delle librerie, avrete notato negli ultimi anni il continuo nascere e conseguente lento morire di mode letterarie. Esce un libro che parla di vampiri, ha successo, e nei mesi successivi escono altri mille libri che trattano lo stesso argomento. Esce uno pseudo-porno che vende milioni di copie nel mondo et voilà, nei mesi successivi siamo invasi da altri soft-porno. Sono fenomeni commerciali credo già più e più volte studiati, che partono da un bestseller e cavalcano il più possibile l'onda. Titoli e copertine simili, posizioni strategiche in libreria, che molto spesso snaturano il senso del romanzo in questione.

Il libro di cui vi parlo oggi appartiene proprio a una di queste mode, seppur di una qualità letteraria direi maggiore. Mi riferisco a quella nata con Khaled Hosseini e il suo Il cacciatore di aquiloni. Un bel libro, che mi era anche piaciuto, e che ha portato visibilità a tutto un filone letterario di opere contemporanee ambientate nei paesi del medio oriente, fino ad allora non molto presenti sugli scaffali delle librerie (o se lo erano, si notavano molto, molto meno).
Un successo quello di Hosseini definitivamente consacrato con l'opera successiva, Mille splendidi soli (per me ancor più bello del primo), e, l'anno scorso, con E l'eco rispose. Tutti editi dalla casa editrice Piemme, proprio come il 90% degli altri romanzi venuti dopo, ascrivibili in qualche modo a questo filone.

E proprio questa casa editrice, nel 2013, ha pubblicato anche MILLE FARFALLE NEL SOLE  di Kamin Mohammadi:


Il romanzo, tradotto da S. Puggiani, è la storia di un ritorno in patria, quello affrontato da Kamin, una bambina iraniana costretta a lasciare il suo paese per fuggire da un regime totalitario insieme alla famiglia, che, dopo anni in Inghilterra, torna a casa.

Ho avuto l'impressione che con questo titolo fosse successo qualcosa di strano fin dalla prima volta che l'ho visto in libreria. Era accanto al già citato Mille splendidi soli di Hosseini ed era impossibile, per me estremamente pignola e sospettosa, non notare una certa assonanza, un rimando, che si vede anche nella copertina:


Montagne sullo sfondo, una persona o più persone che camminano, tendenza all'uso di colori d'impatto, due parole praticamente uguali nel titolo.
Ovviamente ho aperto il libro e cercato il titolo originale, concedendo alla casa editrice il beneficio del dubbio. Che è durato solo qualche secondo.
Il romanzo è infatti uscito nel 2011 in lingua originale con un titolo (e una copertina) completamente diverso, ovvero THE CYPRESS TREE:


Tradotto letteralmente significa "il cipresso". Cercando sul sito web dell'autrice fin dalla prima riga viene spiegato a cosa fa riferimento: "We Iranians are like the cypress tree. We may bend and bend on the wind but we will never break." ... Noi iraniani siamo come i cipressi. Possiamo piegarci e ripiegarci nel vento, ma non ci romperemo mai.
Come questi cipressi abbiano fatto a diventare  mille farfalle nel passaggio da una lingua all'altra è davvero difficile da spiegare. Sicuramente l'influenza di altre opere di successo dello stesso filone è più che evidente. Peccato che, ancora una volta, secondo me più che un vantaggio questa somiglianza va a sfavore dell'originale.

martedì 21 gennaio 2014

NORWEGIAN WOOD - Haruki Murakami

Ed eccomi qui, a recensire Norwegian Wood di Haruki Murakami. O a provarci almeno, perché in realtà non sono ancora così sicura di aver capito cosa mi abbia lasciato questo libro. Le aspettative, come sapete, erano tante. E tante era anche l’ansia che provavo per questo mio primo approccio con questo scrittore giapponese, che tutti hanno letto e che quasi tutti adorano.
Se avessi recensito immediatamente questo libro ieri sera, appena finito, probabilmente ne avrei parlato malissimo. Non perché sia un libro scritto male, difficile da leggere o con una trama troppo banale. Nulla di tutto questo. E’ che l’ho trovato troppo triste, troppo esagerato, troppo disperato. Un’ ecatombe dalla prima all'ultima pagina, con un numero di morti che può fare invidia al Trono di Spade di Martin.
Poi ci ho dormito su, ho lasciato che il libro riposasse un po’ nella mia mente, per cercare di smorzare l’impressione iniziale e capire bene se e cosa c’era dietro e cosa mi aveva lasciato. 
Il risultato però non è cambiato di molto.

Il protagonista è  Toru, un ragazzo di vent'anni, il cui migliore amico si è suicidato quando ne aveva diciassette, che si ritrova a frequentare Naoko, fidanzata di questo suo migliore amico, che ancora non si è ripresa da quello che è successo. Per questo, decide di andare in un centro di recupero, sperduto tra le montagne. I due continuano con la loro vita, scrivendosi ogni tanto. Lui si considera impegnato, e così anche si dichiara a Midori, una ragazza che frequenta un suo stesso corso all'Università, e con cui inizia a stringere un forte legame. Midori è un maschiaccio, sboccata, diretta, un po’ volgare, con sulle spalle una situazione famigliare dolorosa. Il protagonista si ritrova quindi combattuto tra queste due ragazze, innamorato di entrambe anche se in modo diverso. Finché una delle due, senza saperlo, decide per lui.

La sensazione di trovarsi di fronte a un libro troppo tragico è sempre molto forte, anche dopo averci riflettuto su qualche ora. Una tragicità esagerata, che ho trovato anche non necessaria, se devo essere sincera, e che secondo me è  ancor più esagerata se si pensa che i protagonisti hanno poco più di vent'anni. Non so, magari in Giappone è tutto più frenetico, più riflessivo e questo mal di vivere tra i ragazzi di quell'età è più normale e diffuso che qui. Però, leggendolo, ho provato un po’ di fastidio.
Così come mi ha infastidito quella certa volgarità dilagante, forse inserita per rendere ancora più netta la distinzione tra Naoko e Midori, le due ragazze tra cui il protagonista si ritrova in qualche modo a dover scegliere. Mi è sembrato un espediente per tener alta l’attenzione del lettore e non lasciare che si perdesse o si stufasse delle insicurezze e della fragilità emotiva dei veri protagonisti (oppure un modo per sottolinearla maggiormente, forse…).
Murakami scrive sicuramente molto bene e credevo che avrei avuto maggiori difficoltà ad andare avanti con la lettura. Invece ho letto questo libro d’un fiato, in poco tempo e con molta curiosità, senza intoppi. E ci sono sicuramente dei momenti davvero molto poetici all'interno di tutto il romanzo (le descrizioni del protagonista che legge, la sua passione per i libri, la scena all'ospedale). Però, boh? Mi aspettavo qualcosa di diverso. Sarà anche che non sono una grande amante dell’eccessiva tragicità, che non credo che per parlare del male di vivere dei ventenni (male di vivere che in modo più o meno forte ha colpito e colpisce un po’ tutti) si debba per forza parlare di suicidi, malattie e sesso. O almeno non in questo modo.

Non lo so, anche adesso che ho messo nero su bianco i miei pensieri non riesco ancora a dare un giudizio definitivo su questo romanzo. “Mi è piaciuto, però…”. “Non mi è piaciuto, anche se…”. E’ raro che mi ritrovi di fronte a un’indecisione così totale di fronte a un libro. Forse ha bisogno di decantare ancora un po’ nella mia mente. Forse ho bisogno di leggere qualcos'altro di questo autore per poter dare un giudizio anche su questo libro (che pare essere, tra l’altro, diverso da tutti gli altri, meno surreale e onirico e più legato alla realtà… quindi il tasso di suicidi in Giappone tra i ventenni deve essere altissimo).
Al momento, per quanto scorrevole e scritto benissimo, non sono sicura che ne consiglierei la lettura.


Titolo: Norwegian Wood
Autore: Haurki Murakami
Traduttore: Giorgio Amitrano
Pagine: 399
Anno di pubblicazione: 2006
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806183158
Prezzo di copertina: 12,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Norwegian wood. Tokyo blues
formato ebook: Norwegian Wood

domenica 19 gennaio 2014

Riflessioni casuali e, forse, senza senso sul perché arrivo sempre tardi a certi libri.

C'è poco da fare, noi lettori siamo persone strane. Cioè, tutte le persone sono un po' strane, e la maggior parte delle volte è proprio questa stranezza a renderle uniche e belle. Però secondo me, noi lettori a volte raggiungiamo dei livelli tali di stranezza che sorge spontaneo farsi delle domande.
Questa mia considerazione nasce dal fatto che sto leggendo, alla veneranda età di 28 anni e mezzo, il mio primo Murakami. Ancora non so dire se mi stia piacendo o meno (per ora ho letto solo una cinquantina di pagine), ma comunque, finalmente, anche io, lo sto leggendo. Era una mancanza che mi disturbava un po', devo essere sincera, perché tutti ne parlano benissimo, tutti, persino i lettori meno accaniti, hanno letto almeno un libro di Murakami nella vita, e sarebbe forse uno dei premi Nobel più popolari della storia, se mai si decidessero di assegnarglielo (secondo me, sia lui sia Roth, non lo vedranno mai).
Eppure, non riuscivo a decidermi di leggerlo. Non mi veniva proprio voglia. E non era la profondità o i temi trattati a non ispirarmi (non ho mai avuto particolari problemi a leggere libri seri o "mattoni"), c'era dell'altro, che onestamente non riesco a spiegarmi.
Paura forse? Non tanto di non capirlo (se è così famoso e diffuso, vuol dire che non è scritto in modo poi troppo criptico), quanto di non capire il perché del suo successo. Non vi capita mai? Vi tenete lontani da autori, anche quelli che tutti vi dicono che "dovete" (il "dovete" tra lettori accaniti non è un dovere di imposizione ma un dovere da "non sai che cosa ti perdi") assolutamente leggere. A me succede spesso, spessissimo e con diversi autori.
© Dan Casado
Con i classici, ad esempio, il mio rapporto è più o meno lo stesso. So che dovrei leggerli (e vorrei anche, davvero), ma allo stesso tempo qualcosa mi ci tiene lontana. E' l'universalmente riconosciuto come bello, che un po' mi spaventa forse. "Ecco, e se poi a me non piace?". Non cascherebbe il mondo, lo so. Ma un po' di soggezione mi rimarrebbe comunque. Onde evitarla, evito questi libri.

Non è assolutamente una questione di pregiudizi. O meglio, in alcuni casi sì. "Non mi ispira per niente". "Mi sta talmente antipatico lui/lei che non mi vien voglia di leggere i suoi libri" (ogni riferimento a Baricco è puramente casuale). Pregiudizi difficili da superare e che so che spesso mi precludono la lettura di bei romanzi. E' che i libri sono un po' come le persone secondo me, il primo impatto, anche superficiale, è importante e può condizionare, nel bene o nel male, il nostro rapporto con loro.

La stessa cosa che provo per Murakami mi era capita anche con Jonathan Franzen. Ho rimandato la lettura di Le Correzioni talmente tanto a lungo, che credo il libro abbia lasciato la sua impronta indelebile sul comodino. Poi è arrivato il momento giusto, ho messo da parte tutte le mie paure e, come volevasi dimostrare, ho letto uno libro bellissimo, che mi è piaciuto tantissimo, dandomi della stupida per aver aspettato così tanto (poi ho fatto più o meno la stessa cosa con Libertà, anche se alla fine mi è piaciuto un po' meno).
Tornando un attimo a Murakami, posso anche dire a mia discolpa di non essere una grande fan della letteratura giapponese e orientale. Non che abbia mai letto molto, eh. Però, ad esempio, la Yoshimoto mi annoia tantissimo. Credo sia una questione di predisposizione mentale. La stessa, ad esempio, che mi porta  a preferire e a leggere i classici della letteratura spagnola e non quelli della letteratura russa, o a non amare molto la narrativa francese contemporanea e il suo modo un po' altezzoso di esprimersi.  E' una cosa, questa sorta di personale selezione "naturale", che reputo abbastanza normale. Non si può leggere tutto od obbligarsi a farlo, anche se si è accaniti lettori. Si deve provare, certo, ma nemmeno poi insistere così tanto se alla fine uno genere, o uno stile, o un'epoca proprio non ci aggradano. E insistere non fa che peggiorare le cose, secondo me. "Non puoi non leggere i russi". Sì che posso, invece.
Anche perché, pensandoci bene, questo vale anche fuori dal mondo dei libri. C'è chi sogna di vivere in Giappone e chi in Argentina (io! io! io!). Chi di fare il coast to coast degli Stati Uniti e chi perdesi sull'Himalaya. Poi certo, c'è anche chi vorrebbe fare tutte le cose, visitare tutti i posti possibili. Ma per mancanza di tempo, di soldi, o di quel che volete, alla fine viene naturale fare delle scelte, delle "selezioni". Inizio con il fare questo, poi se avanzo tempo faccio anche altro. Inizio con leggere tutti i sudamericani che mi capitano a tiro, poi quando ho tempo provo anche i giapponesi.

Non so bene cosa proverò andando avanti con la lettura di Norwegian Wood di Murakami: mi piacerà, non mi piacerà? Arriverò alla fine entusiasta o farò parte di quella minoranza a cui non è piaciuto (ripeto, non è che questo mi cambi poi la vita, ho adorato libri che altri hanno odiato e viceversa)? Però ecco, non posso dire di non averci almeno provato, di aver tentato di superare uno scoglio, forse immaginario, che immaginavo di avere nella mia vita di lettrice.

Uhm, rileggendo il post non so bene quanto senso abbia. M'è venuto così, per sfogare e in qualche modo festeggiare la lettura del mio primo Murakami. D'altronde, che noi lettori siamo un po' strani l'ho detto fin dall'inizio. Figuriamoci i lettori blogger.

sabato 18 gennaio 2014

IL DESIDERIO DI ESSERE COME TUTTI - Francesco Piccolo

Ho come l'impressione che i libri di Francesco Piccolo decidano da soli quando è il momento di entrare nella mia vita.
Me ne sono accorta con il primo suo romanzo che ho letto, Momenti di trascurabile felicità, comprato per puro caso in una libreria bolognese durante un bellissimo fine settimana d'amore e divorato nelle ore di treno, di ritorno a casa. Un libricino di poche pagine, meravigliose nella loro semplicità, e portatrici di un messaggio forse banale ma che troppo spesso dimentichiamo: basta davvero poco per essere felici.
Ho poi avuto la conferma di questa mia sensazione con questo ultimo lavoro, Il desiderio di essere come tutti, che, sebbene puntassi fin da quando è uscito, ho aspettato a comprare e leggere. Lo volevo tanto, ma sapevo che non era il momento. Poi ho iniziato a sentirne qualche estratto, ad ascoltare qualche intervista all'autore (io adoro la zeppola, altro che la mia r moscia!) e a sentire che piano piano stava arrivando l'ora giusta per leggerlo. E ora che l'ho finito, proprio in questa settimana, proprio ieri,  un giorno che per me è carico di sentimenti e ricordi tristi, ho capito che ancora una volta Francesco Piccolo era arrivato al momento giusto.

La prima sensazione che ho provato tra le pagine del libro è stata quella di smarrimento. Non mi aspettavo un libro così, sarò sincera. Sapevo che ci sarebbe stata della politica, tanta anche, ma non pensavo che fosse l'argomento principale. Chissà poi perché mi ero fatta questa idea, considerando che in tutte le interviste all'autore che ho sentito si parlava di Berlinguer, di Craxi, di Berlusconi e di come una partita di calcio abbia sancito per sempre lo schieramento politico di un bambino di nove anni. Eppure, ero convinta che ci fosse più romanzo e meno storia, più autobiografia e meno cronaca.
A poco a poco però, andando avanti con la lettura, a questo senso di smarrimento, si è sostituita prima la forte consapevolezza di essere ignorante (o forse, semplicemente, troppo giovane?) in materia politica, poi la curiosità e la voglia di scoprire di più. E nessun libro di testo sarebbero mai riuscito nell'intento di farmi capire e conoscere quel periodo e quel credo politico tanto bene quanto ci è riuscito Francesco Piccolo con il suo incredibile  modo di narrare.
Con le sue parole, ironiche e pacate, mescolando film, racconti (cita Carver più e più volte, e già solo per questo ha tutta la mia più grande stima) ed emozioni, ci racconta della sua vita da comunista nel corso degli anni,  con la sua vita privata e le sue impressioni su quello che effettivamente stava succedendo nel Paese. E piano piano, si capisce che la politica, sebbene fondamentale in questo libro, diventi solo un pretesto per parlare di se stesso ma anche di noi, dell'Italia intera, o almeno di quella schierata a sinistra, che sta perdendo consapevolezza. 

Mentre leggevo questo libro, ho immaginato più volte di consigliarlo a mio padre. A lui sarebbe piaciuto tantissimo, sono sicura. Si sarebbe emozionato, infervorato. Perché lui ha vissuto gli anni del partito comunista e di Berlinguer, del rapimento di Moro e dell'arrivo di Craxi. E arrivata alla fine, un po' mi è mancato non poterglielo passare, consigliare, non poter cogliere le sue reazioni di fronte a queste parole e a questi racconti. E leggerlo proprio nei giorni in cui ricorre l'anniversario di quando se n'è andato è quello che mi fa capire che Piccolo entri nella mia vita proprio quando ne ho più bisogno. Non gliel'ho potuto passare, ma è come se lo avessi fatto, perché nella mia testa alternavo le mie reazioni a quelle che, credo, sarebbero state le sue.
Credo che un lettore più giovane, o un po' meno informato come dicevo prima, inizierà a entrare appieno nella storia politica  raccontata nel libro solo con l'arrivo di Berlusconi (io, ad esempio, mi ricordo perfettamente la sera in cui ha vinto le elezioni... così come mi ricordo quando Bertinotti ha fatto cadere il governo Prodi, la mia professoressa delle medie quando sono arrivata in classe mi ha pure chiesto se ero triste). Ma questo non gli impedirà di lasciarsi trasportare dalle parole di questo autore anche nella prima parte, di farsi conquistare dai suoi racconti di bambino e di adulto, dalle sue semplici eppure efficaci descrizioni, dall'incredibile amore che prova per la moglie e dalla passione che emana nel parlare della sua sinistra, di quella in cui ha creduto.
Sebbene mi sia piaciuto molto, e soprattutto adori il modo di scrivere di Francesco Piccolo, non so se è un libro che consiglierei a tutti. Quello che l'autore traccia è sicuramente un grande ritratto del nostro Paese, molto onesto, molto realista, di cui forse non tutti abbiamo la giusta consapevolezza. Il problema è che, forse, del nostro Paese nel nostro Paese non a tutti interessa.

Titolo: Il desiderio di essere come tutti
Autore: Francesco Piccolo
Pagine: 264
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806194567
Prezzo di copertina: 18,00€
Acquista su Amazon:

venerdì 17 gennaio 2014

SUPER SNOOPY - Charles M. Schulz

«Papà me lo compri?»

Tutto è cominciato così. Tra gli scaffali di un supermercato, con una me dodicenne con in mano un libricino blu dalle scritte dorate.
”Super Snoopy”, una raccolta a colori di alcune strisce del fumetto di Charles M. Schulz. Mio papà non ha esitato un attimo e lo ha messo nel carrello. E per un istante ho avuto l’impressione che sapesse di me qualcosa che io ancora non avevo capito.
Lo lessi d’un fiato, immergendomi completamente nel fantastico mondo dei Peanuts. Un pochino lo conoscevo già, da strisce pubblicate sui giornali e personaggi usati come testimonial pubblicitari.

Con quel libricino, sono diventata amica di Snoopy in tutte le sue forme e le sue trasformazioni: da pilota della seconda guerra mondiale a Joe Falchetto, da golfista a medico e avvocato. Ho incontrato Charlie Brown, il buon vecchio Charlie Brown, con le sue tenere insicurezze e le sue preoccupazioni. Linus e la sua coperta, “un metro scarso di flanella che mi separa dall'esaurimento nervoso”. La scorbutica e adorabile Lucy, perfida con Charlie Brown e il fratellino, ma fragile innamorata del pianista Schroeder. E poi Woodstock, l’uccellino a cui esce il sangue dal becco se vola più alto di un metro. Sally, che odia la scuola. Piperita Patty e Marcie.
E a poco a poco sono diventati tutti miei grandi amici, nonché parte di me. 
Sono cresciuta insieme a loro, facendomi comprare o regalare più raccolte possibili tra Natali e compleanni, finché non ho avuto soldi miei per completare da sola la mia collezione. E accanto ai libri ci sono i peluche, le magliette, gli adesivi e le immagini appese al muro.  

Da ognuno di quei bambini sono riuscita a imparare qualcosa. Ho imparato ad esempio che si può essere scorbutici ma allo stesso tempo adorabili, e che un brutto carattere non vuol dire necessariamente una brutta persona. Ho imparato che con l'insicurezza si può convivere, basta trovare un compromesso ed è un attimo riuscire a trasformarla in forza. 
Ho imparato che si può essere amici, grandi amici, anche se si è due persone completamente diverse. Ho imparato che anche abbracciare un cucciolo, fare un biiiip sul naso, mangiare un marshmallow o guardare le nuvole da un prato può farti felice. Ho imparato che una cuccia può diventare un aereo della seconda guerra mondiale e che i biscotti al cioccolato ti chiamano anche da dentro il barattolo. Ho imparato che soffrire per amore fa parte della vita ma che sarebbe meglio non innamorarsi dei pianisti o delle ragazzine con i capelli rossi. Ho imparato che non bisogna mai smettere di credere in qualcosa, anche se questo ci porta a stare svegli, di notte, in un orto pieno di zucche (i cocomeri... uno dei più clamorosi errori di traduzione esistenti), e che per quanto ci sentiamo piccoli, possiamo fare grandi, grandissime cose. 

Ogni tanto mi chiedo cosa sarei  diventata se mio padre quel giorno, tra gli scaffali di quel supermercato, avesse detto di no a quella bambina con in mano quel libricino blu dalle scritte dorate. Probabilmente prima o poi ci sarei arrivata comunque, ma non potremo saperlo. 
Ma per fortuna mio papà ha detto sì, mi ha comprato quel libricino e, quando se n’è andato, nove anni fa, accanto a me ha lasciato anche loro, perché si prendessero cura di me, mi aiutassero a crescere, ad andare avanti e vivere.


Titolo: Super Snoopy
Autore: Charles M. Schulz
Pagine: 315
Editore: Baldini  Castoldi

mercoledì 15 gennaio 2014

Due titoli, un solo libro: ma perché?#64

Ed eccoci arrivati a una nuova puntata della rubrica tra titolo originale e traduzione. E anche oggi, ho deciso di puntare su un classico. D'altronde che l'abitudine (o mania) di stravolgere completamente i titoli non sia nata sono negli ultimi anni, lo abbiamo già visto più e più volte.
Il romanzo che ho scelto è un libro che non ho mai letto ma che dovrei (e vorrei) a tutti i costi leggere. Fino a qualche giorno fa, ammetto la mia somma ignoranza, nemmeno sapevo che il titolo originale fosse diverso. Poi però l'altro giorno stavo cercando l'ebook in lingua originale e, non trovandolo, mi è venuto il dubbio.
Sto parlando del romanzo di John Steinbeck THE GRAPES OF WRATH, ovvero FURORE


Il romanzo è stato pubblicato in lingua originale nel 1939. Il titolo, traducibile letteralmente con "I frutti dell'ira", è verso tratto da The Battle Hymn of the Republic, di Julia Ward Howe,una canzone patriottica americana, che a sua volta fa riferimento a un passaggio de libro dell'Apocalisse.

La prima edizione italiana,  con la traduzione di Carlo Coardi, è stata pubblicata dalla casa editrice Bompiani nel 1940 e il titolo, appunto, Furore.
Ho a grandi linee idea di che cosa parli il libro, la vicenda della famiglia Joad costretta ad abbandonare la propria fattoria nell'Oklahoma e, una volta attraversata mezza America, insediarsi in California. E insieme a lei, molte altre famiglie si ritrovano ad affrontare la stessa situazione.
Avevo però qualche dubbio riguardo al cambiamento di titolo che, non avendo letto l'opera, non mi risultava poi così chiaro. Allora ho chiesto a Federica, una stupenda fan di questo blog e della relativa pagina, nonché accanita lettrice, che sapevo che lo aveva letto, se sapesse spiegarmi questo cambiamento. La sua risposta è stata talmente tanto bella che ve la riporto per intera:
Ancora mi emoziono e soprattutto mi arrabbio a pensarci. Beh, Furore non è il titolo originale, ma lo trovo proprio adatto. Furore non allude a un fatto preciso nel libro, un evento particolare o un personaggio particolare, Furore è tutto il libro! Senza entrare nei particolari direi che il Furore di cui si parla è quello legittimo di tutta quella parte di umanità sfortunata, alienata, bistrattata, sfruttata, derisa, usata e poi gettata. Il Furore di una madre che come una leonessa difende i figli anche quando ormai pare non ci sia più nulla da fare, il Furore di un uomo che si vede sottrarre tutto ciò per cui ha lavorato una vita intera, il Furore di un ragazzo che non si 'rassegna alla rassegnazione', il Furore di un popolo intero costretto dagli eventi e da altri uomini a fuggire. Ma anche il Furore che dà il coraggio e a forza di sopravvivere a tutto ciò.
 "Le donne osservavano i mariti, per vedere se questa volta era proprio la fine. Le donne stavano zitte e osservavano . E se scoprivano l'ira sostituire la paura nei volti dei mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in furore".

Sicuramente il cambiamento è giustificato, anche perché il riferimento alla canzone patriottica americana nella nostra lingua si sarebbe perso sicuramente (rimaneva quello dall'Apocalisse, comunque non così immediato). E, dalle bellissime parole di Federica (che mi ha fatto venire ancor più voglia di leggerlo!) direi che la scelta di cambiarlo in Furore abbia decisamente funzionato.

martedì 14 gennaio 2014

L'ANALFABETA CHE SAPEVA CONTARE - Jonas Jonasson

La prima cosa che dovete tenere a mente quando vi avvicinate a un libro di Jonas Jonasson (e vale sia per questo suo nuovo romanzo, sia per il precedente Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve) è che state per leggere una storia assurda. Una di quelle storie che per essere apprezzate richiede una sospensione dell'incredulità talmente tanto alta che, mi rendo conto, non a tutti potrebbe risultare possibile attuare. Quindi, se non accettate le esagerazioni, le storie strampalate, i personaggi bislacchi e la vita che fa, letteralmente, quello che vuole lei, a meno che non abbiate voglia di allargare un po' i vostri orizzonti, i libri di questo autore non li dovreste leggere. Perché arrivereste alla fine (sempre se ci arriviate), delusi, un po' infastiditi. Non apprezzereste insomma tutto il genio che c'è dietro questo autore. Non è una critica, assolutamente. E' proprio solo un dato di fatto.
Perché invece, se siete amanti delle storie bizzarre, se credete che tutto possa succedere o che sarebbe bello che succedesse, e che se tutti fossimo un po' più strampalati e meno pieni di noi il mondo sarebbe migliore, questo libro è un piccolo capolavoro. Di quelli che si leggono in un soffio, ridendo tanto, ma anche pensando un po'.

L'analfabeta che sapeva contare ha come protagonista Nombeko, una bambina che vive in Sudafrica e lavora in una latrina. Quando la conosciamo per la prima volta, siamo tra gli anni '50 e gli anni '60, Nombeko non sa leggere, non sa scrivere, ma ha una curiosità per la vita e per il mondo, unita a un'intelligenza sicuramente superiore alla media, che rimedia in fretta a queste sue lacune. E grazie a questa sua curiosità, a questo sua intelligenza, a questa sua schiettezza, si ritroverà coinvolta nelle avventure più incredibili. Dal Sud Africa, dove passa diversi anni come inserviente in un'area militare di massima sicurezza dove si stanno progettando bombe atomiche, arriva poi in Svezia, dove conosce due fratelli gemelli strampalati, a cui il padre, fervente oppositore della monarchia, ha dato lo stesso nome perché non si aspettava due bambini ma uno solo ed è stato colto alla sprovvista, un ex militare americano convinto di essere perseguitato dalla CIA e una ragazza un po' più giovane di lei, arrabbiata con il mondo. Oh sì, ho dimenticato di dirvi che deve portarsi dietro un bagaglio molto, molto pericoloso. L'unico modo che ha per disfarsene è quello di riuscire a parlare con il re e il Primo Ministro, che però quando telefona non vogliono risponderle. 

Fare un riassunto della trama di questo romanzo è praticamente impossibile. Anche il dettaglio più generico che possa darvi, vi rovinerebbe la lettura, che è fatta proprio così, di episodi buffi, strampalati, a volte all'apparenza quasi inutili, ma che messi tutti insieme creano una storia incredibile (nel senso di bella ma anche, come si diceva prima, di difficile da credere).
La forza sta soprattutto nei personaggi. Dalla piccola e poi grande Nombeko, ai gemelli Holger Uno e Due, completamente opposti tra loro (il primo combina casini, il secondo cerca di risolverli), da Celestine, la ragazza anticonformista, arrabbiata con tutti, alla sua nonna imprenditrice di patate. Per non parlare degli agenti segreti, del Presidente cinese, del primo ministro svedese e soprattutto del re in persona.
Insomma, ce n'è davvero per tutti.
La cosa bella è che attraverso queste figure bislacche e questo suo brillante umorismo, Jonas Jonasson ci insegna davvero qualcosa. Tante cose, anzi. Ci vuole insegnare che anche se si è una minoranza vittima di discriminazione, se ci si crede le cose possono cambiare (in modo più o meno voluto, più o meno inaspettato, ma comunque in meglio). Ci insegna che anche nel mezzo del problema più difficile e all'apparenza irrisolvibile (e scoprirete anche voi che quello di Nombeko lo è sicuramente) una soluzione in qualche modo la si trova sempre. Ci insegna che arrabbiarsi contro tutto e tutti senza mai proporre nulla non serve a niente e che i re e le regine, per quanto all'apparenza siano persone serie e altezzose, sanno anche spennare una gallina.

Io a leggerlo mi sono divertita un sacco. Molto più di quanto non mi fossi divertita con il primo romanzo che, sebbene consigli, mi aveva lasciato qualche titubanza. L'autore in questa sua seconda opera dimostra di aver perfezionato il suo stile, forse preso più coraggio e dimestichezza con la penna.
Ho amato tutte le vicende assurde e esagerate che capitano in queste pagine. Così come ho amato tutti i suoi personaggi.
Insomma, lo consiglio caldamente!


Titolo: L'analfabeta che sapeva contare
Autore: Jonas Jonasson
Traduttore: Margherita Podestà Heier
Pagine: 482
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Bompiani
ISBN: 978-8845271441
Prezzo di copertina: 19,00€
Acquista su Amazon:

sabato 11 gennaio 2014

Manda un amico a La notte degli scrittori

Giovedì 9 gennaio, presso il Teatro Carignano di Torino, c'è stata La notte degli scrittori. Un evento a cui hanno preso parte alcuni scrittori per festeggiare l'80° anniversario della fondazione della casa editrice Einaudi. Io non ci potevo andare. L'orario d'inizio era troppo scomodo (sebbene giustificato dalla lunghezza della serata) per poterci arrivare senza corse o senza prendere ferie (il mio capo non ne potrà più di sentire me che gli chiedo "Scusi, avrei bisogno di un pomeriggio per andare alla presentazione di un libro"). Però sapevo che un mio amico, Fabio (che se seguite il blog dovreste un pochino conoscere), ci sarebbe andato. Le ipotesi erano due: o per invidia gli mandavo contro tutte le maledizioni possibili affinché non arrivasse in tempo ("speriamo che il tram buchi") oppure gli commissionavo un attento resoconto della serata. Ovviamente ho scelto la seconda. E lui, altrettanto ovviamente (perché ha recentemente scoperto che le mie maledizioni funzionano), ha accettato.
Cedo quindi la pagina a Fabio, che ci racconta come ha vissuto lui "La notte degli scrittori":

LA NOTTE DEGLI SCRITTORI
Mai stato al Teatro Carignano: un gioiello. Un’opera d’arte lui medesimo. Un minuscolo salto indietro nel 1800.
Quando ritiro il biglietto e mi dicono “quarto piano, da quella parte”, non capisco se sia una presa in giro o meno. Di quattro piani è il palazzo in cui abito. Immagino gli scrittori lontanissimi, giù in basso, e per un attimo ho visto il mondo con gli occhi di mia nonna, quando io ero in cortile e lei dal balcone urlava di salire. E in effetti il balcone c’era, ma per fortuna la distanza non era la stessa di quel tempo.

Lo spettacolo a cui ho assistito è stata l’occasione per: inaugurare gli spettacoli del progetto A voce alta (spettacoli che fondono letteratura e teatro, nati dalla collaborazione della Fondazione del Teatro Stabile di Torino e Il Circolo dei lettori) e per festeggiare gli 80 anni della fondazione della casa editrice Einaudi (non nascondo che è la mia casa editrice preferita, il 90% dei libri che acquisto sono Einaudi).

Tutto si svolge in maniera alquanto schematica: lettura da parte di due attori che si alternano (Giorgio Scaramuzzino e Rosanna Naddeo) di un brano tratto dall'ultimo libro pubblicato dell’autore, ingresso del relativo autore, conversazione e domande tra il presentatore (Danilo Di Termini) e lo scrittore di turno, e infine lettura diretta dell’autore di un ulteriore brano.
L’ordine con cui sono stati presentati gli scrittori è stato il seguente: Francesco Piccolo con Il desiderio di essere come tutti, Wu Ming 1 con Point Lenana; Valentina Diana con Smamma; Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini con Suburra e infine Diego De Silva con Mancarsi. Gli interventi sono stati molto piacevoli e il presentatore ha fatto il suo mestiere in maniera semplice ma efficace.  

Francesco Piccolo ha illuminato il palco con la sua presenza mastodontica, con la meraviglia delle sue parole e l’immensa umiltà. Il libro (che ho appena comprato - nel momento in cui sto scrivendo) è un mix tra autobiografico e la fiction, “un romanzo della sinistra italiana e un racconto di formazione individuale e collettiva”. I brani letti, prima dall'attore poi dallo stesso Piccolo, sono riusciti a commuovermi e a farmi ridere. Così come gli aneddoti sulla sua vita, sul rapporto con sua madre o sua moglie. La parte letta dallo scrittore parla proprio di sua moglie (da lui soprannominata "Che sarà mai"), ed è di una bellezza unica. Dolce, profonda, affronta la filosofia di vita di Che sarà mai, la sua leggerezza e la capacità di condizionare la vita degli altri con questa sana superficialità. I venti minuti del suo intervento sono valsi da soli i dieci euro del biglietto.
L’intervento di Wu Ming 1 non è stato molto coinvolgente, questo probabilmente per lo scarso interesse che ho verso quel genere letterario. In ogni caso è stato interessante avere delle indiscrezioni sul prossimo romanzo ambientato durante la rivoluzione francese (più di 800 pagine!),che uscirà ad aprile, di cui l’autore ha letto un brano in anteprima, e capire tutto l’impegno e il tempo che ci mettono per documentarsi su protagonisti scelti e fatti narrati. Lui, Wu Ming 1, ha sfoggiato una preparazione storica impressionante. 
Ma parliamo di Valentina Diana, attrice (sinceramente non so di cosa) che esordirà a febbraio con il romanzo Smamma. Per lei nessun attore ha letto un brano tratto dal libro, l’intervista è stata praticamente inesistente e il brano letto da lei orrendo! Il libro parlerà del rapporto difficile tra madre e figlio adolescente. Pieno di luoghi comuni e stereotipi: il figlio sempre con le cuffie in testa e il cellulare in mano, che sta svaccato sul letto in camera sua a giocare a Ruzzle, che non ha voglia di studiare, che risponde, ecc..; lei che ha un compagno, che ha una ex moglie dalla quale ha altri figli, che lei ovviamente odia. Dialoghi con il figlio scritti in maniera pessima, una narrazione che non brilla mai. Me ne sarei andato dal teatro (poi magari il libro, nella sua interezza sarà straordinario).
De Cataldo e Bonini hanno presentato Suburra. Un libro un po’ fuori dai generi: non è un noir, non è un giallo, non è narrativa, non è cronaca, ma è allo stesso tempo un po’ tutte queste cose. La parte letta è molto cruda, ma ha un ritmo narrativo coinvolgente. Non è mancata qualche battuta sul programma Masterpiece, che lo scrittore ha dribblato con grande classe raccontando della gente che lo ferma per strada credendolo un attore. Hanno poi letto un racconto scritto per l’occasione, una parte del quale è stato pubblicato sulla Stampa del 09/01/14.
Poi è arrivato De Silva con il suo Mancarsi. Credo che il libro non abbia bisogno di presentazioni. Tra l’altro io e La Lettrice Rampante andammo a vedere insieme la presentazione del libro poco dopo la sua uscita (lei ne scrisse qui). E’ un libro che va letto due o tre volte, perché nella sua semplicità riesce a essere delicato e sfacciato senza cadere mai nel banale o nel superficiale. De Silva ha parlato del mancarsi, dello sfiorarsi, delle infinite occasioni che quotidianamente ci passano accanto, citando una frase di un suo vecchio libro nel quale diceva che il caso non ha una volontà, ma agisce solo quando gli lasciamo spazio (o una cosa molto simile). Mi sono perso però la lettura del racconto scritto per la serata (che parlava di settembre) e l’anteprima di un nuovo racconto, con protagonista Malinconico in uscita ad aprile in un’antologia.
La serata è stata forse un po’ lunga, dalle 19.45 fino alle 23.30 (io sono uscito alle 23), ma essenzialmente piacevole. Eventi che dovrebbero essere organizzati più spesso, da tutte le case editrici. Mi ha meravigliato vedere tra il pubblico un numero di giovani che non mi sarei mai aspettato. 

Chissà, magari la nostra sarà la generazione che tra un chupito e l’altro, di notte, ci butta in mezzo anche qualche scrittore.

venerdì 10 gennaio 2014

SANTA EVITA - Tomás Eloy Martínez

Il mio primo impatto con Evita è avvenuto alle medie. Era da poco uscito il film con Madonna e Antonio Banderas, tratto dall'omonimo musical di  Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, e il laboratorio teatrale di cui facevo parte aveva deciso di metterlo in scena. Ammetto che sognassi di cantare Dont' cry for me Argentina davanti a un pubblico, ma, essendo io stonata come una campana, mi sono ritrovata a interpretare la "folla". Ma in realtà non mi importava, ero talmente innamorata di quel musical e di quel film, che l'importante per me era farne parte.
Ovviamente a quei tempi tutta la parte storica, politica e sociale dietro alla figura di Evita Perón mi era totalmente sconosciuta. Ci erano state date le informazioni base, quelle che avremmo potuto comprendere: una dittatura argentina, lei una donna povera che ha sfruttato l'amore per arrivare al potere, una donna che ha aiutato il suo popolo, più acclamata di Perón stesso e per questo è diventata leggenda e rimasta tale anche dopo la sua morte. Ma di cosa è successo realmente a chi le stava accanto, in vita ma anche dopo, non ci è mai stato raccontato nulla. Forse eravamo troppo piccoli, per capire appieno il mito di Evita.

Da quando ho visto per la prima volta questo libro ho provato un forte desiderio di leggerlo. Non so se fosse curiosità latente, rimasta in me fin dai tempi delle medie e poi, per un motivo o per l'altro, mai approfondita. Né se fosse la mia passione per la letteratura sudamericana in generale. Non lo so. Fatto sta che sentivo che questa storia mi chiamava, che voleva a tutti costi essere letta (che sia anche merito delle bellissime copertine della Sur?)

In questo libro, che è un misto tra reportage e romanzo, tra finzione e realtà, Tomás Eloy Martínez ci racconta di quello che è successo dopo la prematura scomparsa della donna. Perón l'ha fatta imbalsamare, del suo corpo sono state fatte diverse copie, che hanno affrontato mille avventure e mille peripezie, in giro per il mondo. Un peregrinare strano, il suo, con il suo corpo che sembra impossibile da seppellire, che rimane intatto nel tempo, come quello di una bambola di porcellana, mentre a chiunque se ne occupasse, o anche solo si trovasse intorno a lei, capitavano le cose più strane. Chi se ne innamorava perdutamente, chi perdeva la testa e ne diventava ossessionato, al punto da impazzire, chi continuava ad amarla come se fosse ancora viva e chi ad odiarla, per tutto quello che è stata e che continuava ad essere anche da morta.

La cosa forse più bella di questo libro è l'incapacità di scindere tra realtà e finzione, tra fatti realmente successi e fatti invece romanzati, inventati. Un mix incredibile, che riesce a riflettere appieno tutto quello che Evita è stata: la sua vita reale che si alterna alle leggende sul suo conto, i momenti sotto i riflettori che si alternano al silenzio e all'oblio, in cui tutti suppongono ma nessuno sa, la sua fragilità e la sua forza, il potere che ha avuto, da viva, da morta, e di cui forse non era nemmeno del tutto consapevole. Tomás Eloy Martínez è stato davvero, davvero bravo. L'aver vissuto quel periodo lo ha sicuramente aiutato (un libro così può essere scritto solo ed esclusivamente da un argentino che ha vissuto quegli anni) nel rendere al meglio il clima, le sensazioni e le percezioni attorno a questa donna. Si legge con piacere, ci si appassiona, anche se a tratti è sicuramente un tantino inquietante (l'idea di questo corpo, imbalsamato, che resiste agli anni e gira il mondo, alla lunga mette un po' di angoscia).
Insomma, un libro assolutamente consigliato!

Titolo: Santa Evita
Autore: Tomás Eloy Martínez
Traduttore: Silvia Meucci
Pagine: 433
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Sur
ISBN: 978-8897505228
Prezzo di copertina: 16,00€
Acquista su Amazon:
formato brossura:Santa Evita
formato ebook: Santa Evita

giovedì 9 gennaio 2014

"Leggete, porcaccia la miseria" (cit.) : riflessioni sul crollo dei lettori in Italia

Oggi vorrei parlare della crisi dei lettori in Italia. Sì, lo so che lo stanno facendo un po' tutti, che stanno uscendo articoli su molti blog e quotidiani nazionali e che, alla fine della fiera, una vera soluzione non sembra esserci. Ma vorrei parlarvene lo stesso, dire come la penso io e cosa, secondo me, si potrebbe fare per migliorare un po' la situazione.

Il tutto è nato dalla pubblicazione delle più recenti stime dell'ISTAT riguardo alle percentuali di lettori in Italia, che potete trovare qui. 
La percentuale di lettori, che hanno letto almeno un libro all'anno (ma sono lettori, questi?) rispetto al 2012 è scesa dal 46% al 43%. Permane la disparità tra i sessi, con le donne che leggono molto di più degli uomini (49,3% della popolazione femminile rispetto al 36,4% di quella maschile), così come quella territoriale (al Nord, per qualche strano motivo, si legge più che al Sud).

©Diana Toledano
Il dato più allarmante è sicuramente quello della percentuale di lettori: vuol dire che più del 50% della popolazione non legge nemmeno un libro all'anno. Nemmeno d'estate, in spiaggia. Nemmeno sul treno, in sala d'aspetto, alla fermata del bus o sotto una coperta d'inverno. Non so voi, ma io trovo questa cosa tristissima.
Sorge quindi spontaneo chiedermi: ma perché la gente non legge? 
Una domanda a cui in tanti, tantissimi, molto più esperti di me, stanno cercando disperatamente di trovare risposta, senza però riuscire in realtà a fare nulla di concreto per migliorare questa situazione. Belle proposte, come quelle lanciate da diversi editori sull'ultimo numero di Tuttilibri, l'inserto letterario de La Stampa (e che a poco a poco stanno comparendo anche online: potete già leggere le idee di Claudia Tarolo, della Marcos y Marcos, e di Ernesto Ferrero, il patron del Salone del Libro di Torino),  o pesanti critiche al sistema editoriale (Antonio Scurati, sempre su Tuttolibri, e Luca Formenton su Il fatto quotidiano), che pubblica troppi libri in troppo poco tempo, troppi bestseller, puntando più sulla quantità che sulla qualità.

E partiamo un attimo da questo, un argomento non poi troppo difficile da trattare, basta entrare in una qualunque libreria, soprattutto quelle di catena, per capire che effettivamente si pubblica davvero troppo (più di 50.000 libri nuovi ogni anno) e soprattutto si pubblicano libri destinati a rimanere sugli scaffali per pochi, pochissimi mesi. Un ricambio continuo, in cui la quantità prende decisamente il sopravvento sulla qualità, e che porta a mio avviso più confusione che voglia di leggere. Non sai dove guardare, non hai tempo di scoprire un libro (non è sempre amore immediato, a volte ci va anche un po' prima di decidere se leggere o meno un determinato volume), che subito vieni bombardato da un altro libro. Come è possibile che diminuiscano i lettori, diminuiscano le stime delle vendite, eppure aumentino le pubblicazioni? Mi sembra assurdo pensare che sia l'offerta a mancare e che quindi sia necessario produrre sempre di più. Eppure a volte l'impressione è proprio quella.

Un altro argomento su cui si spinge tanto è poi l'importanza delle scuole e delle famiglie, per avvicinare i più giovani al mondo dei libri, della lettura e della cultura. Una cosa non semplice da attuare, soprattutto se alle spalle di questi ragazzi che si vuol trasformare in lettori ci sono genitori che lettori non sono. Gli stessi genitori che si lamentano se i figli hanno troppi compiti, troppe cose da leggere e da fare per la scuola. Eppure, se guardiamo ai dati ISTAT la fascia d'età in cui si legge di più è quella tra gli 11 e i 14 anni. Quindi non è del tutto vero, che i ragazzini non leggono.
Sia chiaro, non tutti i genitori sono così, ci sono quelli che hanno sempre letto ai propri figli, che ci provano ogni giorno, senza successo. I figli, soprattutto se adolescenti, non sono sempre facili da convincere.
Non so come funzioni oggi, ma quando andavo a scuola io, alle elementari avevamo istituito una piccola biblioteca di classe: ognuno portava uno o più libri da scambiare con i compagni. Alle medie, complice una professoressa d'Italiano eccezionale, leggevamo tanto, tantissimo. E idem al liceo (anche se devo ammettere che lì è stato più grazie a quella di Letteratura inglese, che non a quella di lettere). Ora non funziona più così? Davvero non ci sono più insegnanti che, con le loro parole e la loro passione, riescono a coinvolgere i propri alunni? Non ci credo. Non ci posso e non ci voglio credere.(E non è nemmeno una questione di mancanza di fondi, di tagli, che sicuramente hanno colpito le scuole, martoriandole, ma che non hanno alcuna influenza sulla scelta o meno di far leggere libri o di creare biblioteche di classe).

Altro argomento molto sentito è quello del costo dei libri, che viene visto come un deterrente per l'acquisto e la lettura. Premesso che io stessa, come ho già detto più volte, credo che in alcuni casi il prezzo del libro sia esagerato, soprattutto in relazione a quanto viene effettivamente offerto (cartonato da dodici kg, scritto in carattere diciotto, per aumentare il volume e quindi giustificare, in qualche modo, i 18-20€, se non anche 25€, del prezzo di copertina), questa mi sembra, francamente, una delle scuse più insensate mai sentite. Esistono le biblioteche. Esiste il bookcrossing. Esistono le offerte, le promozioni, i libri usati, gli scambi. Modi per leggere senza spendere un euro, o spendendone proprio pochi, ce ne sono eccome. Se solo si vogliono sfruttare.
E poi adesso arrivano le detrazioni fiscali: 1000 € per la scolastica, 1000€ per tutti gli altri libri saranno detraibili del 19% a partire, forse, da quest'anno (dichiarazione del 2014). Un ulteriore incentivo, stimolo, all'acquisto che però, onestamente, più che portare in libreria lettori nuovi darà una mano a quelli già attivi. Che è meglio di niente, sicuramente (e io sto gongolando da quanto è uscita la notizia, sia chiaro), ma che non so quanto possa risolvere il problema e incentivare la lettura di chi di libri proprio non vuol sentire parlare.

Non credo neanche che il problema sia l'avvento della tecnologia, degli smartphone, di internet e dei videogiochi. Io ho uno smartphone, lavoro al pc tutto il giorno, sempre connessa a internet e leggo comunque tantissimo. E come me molti, moltissimi altri. Anzi, internet è stato più e più volte un ulteriore stimolo, uno strumento efficace per portarmi a conoscere nuovi libri che altrimenti non avrei mai conosciuto. Quando ero più giovane e avevo più tempo, giocavo anche ai videogame (con delle sessioni di The Sims e di Age of Empire che duravano ore). Eppure leggevo e leggo. E come me, sono sicura molti, moltissimi altri.

E poi c'è lei. La tv, che forse forse un po' di responsabilità per l'abbassamento del livello culturale in Italia ce l'ha. Programmi idioti, spesso volgari, con conduttrici e conduttori che fanno del trash e dell'eccessivamente tragico il loro cavallo di battaglia, portando in qualche modo al loro livello le menti con un po' meno senso critico di altre di chi li guarda. (E il problema è che poi questi stessi conduttori scrivono libri, altrettanto idioti, che vendono).

©Virginia Mori
Secondo me, il problema principale è la pigrizia che ha colpito un po' tutti. Il "non riesco a fare tutto" e quindi non leggo. Il "perché devo sforzarmi di leggere un libro quando posso vedere il film?" o "la biblioteca è lontana". Da dove arrivi questa idea che leggere sia un'attività faticosa, onestamente, non lo capisco. Capisco la problematica del tempo, quella sì, ma non può valere sempre.
E l'altro grosso, grossissimo problema è che la lettura viene spesso vista come un'alternativa a qualcos'altro. Se spendo i soldi per lo smartphone non li posso spendere per i libri. Se spendo i soldi per una pizza non li posso spendere per i libri. Se compro i piatti di carta (che poi questa "notizia", riportata su Officine Masterpiece, mi ha fatto un po' ridere, perché è come dire che si spende più di detersivi o di assorbenti che non di libri... i paragoni vanno fatti tra oggetti di uguale o simile portata), non posso comprare i libri. Finché persino dall'alto verranno fatti questi paragoni, finché si contrapporrà la lettura a tutto il resto, secondo me, non si andrà da nessuna parte. Si può fare tutto: avere lo smartphone ma anche un libro in borsa, mangiare una pizza fuori (o in casa, o dove vi pare) e nel mentre parlare di libri con i vostri compagni di cena, e idem comprare i piatti di carta, i videogiochi, etc etc etc. Se si vuole, si può fare tutto.

Cosa fare quindi per invogliare i non lettori a diventare lettori? Come si fa a far capire loro cosa si stanno perdendo, a causa della loro pigrizia? Onestamente, non lo so. Regalare o prestare loro dei libri, trascinarli a presentazioni, a fiere o anche solo il libreria e in biblioteca, per dieci minuti, tutte le settimane. Raccontare loro dei propri viaggi di carta o dei propri amici d'inchiostro. Sbattergli qualcosa sulla testa finché non rinsaviscono (ok, questo rimedio è un po' violento, non fatelo magari).
Non so quali di queste cose potranno effettivamente funzionare. Ma tentare non ci costa nulla, no?


*Per il titolo del post ringrazio Lisa, una fan della pagina facebook del blog, che ha scritto questa frase qualche tempo fa... frase che è diventata il mio motto.