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giovedì 28 febbraio 2013

INDIGNAZIONE - Philip Roth

"Indignazione" racconta dell'educazione di un giovane uomo alle terrificanti opportunità e ai bizzarri impedimenti della vita nell'America del 1951. E una storia di inesperienza, stoltezza, resistenza intellettuale, scoperta sessuale, coraggio ed errore. E una storia narrata con tutta l'energia inventiva e l'arguzia di cui Roth è maestro, e un ulteriore poderoso tassello nella sua analisi dell'impatto della storia americana sulla vita di individui vulnerabili.

 Recensire un romanzo di Philip Roth non è una cosa semplice. Non lo è perché ogni sua opera (io per ora ne ho lette solo due, ma sono convinta che siano così anche le altre) ti toglie le parole e ti lascia senza fiato. Ci va del tempo per leggere e per digerire le sue storie. Così come mi ci sta volendo del tempo per accettare il fatto che abbia deciso di non scrivere più. Certo, i suoi anni ce li ha. Ma dalle sue parole che non ha più taciuto da quando, a novembre del 2012, ha dato l'annuncio, traspare quasi un odio per la scrittura. Come se le sue storie, il suo stile e tutto quello che i suoi romanzi rappresentano gli abbiano in qualche modo rovinato la vita, prosciugandogliela. Subito queste dichiarazioni mi hanno lasciato basita, intristita. Poi, leggendo "Indignazione" sono riuscita in qualche modo a giustificare dentro di me queste sue parole.

La trama di "Indignazione" è apparentemente semplice. Siamo all'inizio degli anni '50, in una cittadine americana. Marcus, ebreo figlio unico, si è diplomato con il massimo dei voti, ha sempre lavorato nella macelleria del padre, aiutandolo in ogni mansione e ora si appresta ad andare all'Università. L'eco della Guerra in Corea però alcuni giorni è più forte di altri, e il padre di Marcus non riesce a sopportare la paura di perdere il figlio e, via via, diventa sempre più opprimente nei suoi confronti, al punto che il ragazzo non può far altro che scappare. Si trasferisce in un altro college, a centinaia di kilometri di distanza e qui prosegue la sua vita da bravo ragazzo. Studia tanto per essere sempre il primo della classe così, nel caso venisse mandato in Corea, non sarà come soldato semplice ma come ufficiale. Lavora per aiutare i suoi a mantenerlo. Non esce, non socializza e non permette a nessuno di mettersi sulla sua strada. Finché non incontra Olivia e rimane sconvolto dalla sua audacia. Da lì, dal quel loro primo appuntamento, le certezze di Marcus a poco a poco cadranno, in una continua lotta tra quello che è giusto e che viene richiesto e quello che davvero vorrebbe fare. Arriverà a litigare con tutti i suoi compagni di stanza, a litigare con il decano, a litigare con sua madre, ad "indignarsi" per queste imposizioni che gli vengono dall'alto e che vanno contro tutti i suoi principi. E arriverà a sbagliare, prima poco, poi sempre di più. Errori che gli costeranno cari, molto più cari di quanto avrebbe mai potuto immaginare. 

Lo stile di Roth è asciutto, diretto e non fa sconti a nessuno. E' volgare a volte, irritante altre. Eppure una volta chiuso il libro non puoi fare a meno di ripeterti quanto sia geniale, quanto sia bravo a fornire un ritratto sincero e realistico di una società, quella americana, che forse troppe volte si è mascherata da sogno. Non importa quanto Marcus possa essere irritante, non importa quanto astrusi possano essere i suoi ragionamenti. o quanto bigotta e ricca di pregiudizi possa essere la società in cui vive. Perché alla fine sai che tutto era davvero così. E che nessuno meglio di Roth è in grado di descrivere tutto questo.

Avevo paura che il libro non fosse all'altezza di "Pastorale Americana". Una paura che, ovviamente, si è dimostrata infondata. Merita davvero.

Nota alla traduzione: direi ben fatta! Le poche note presenti nel testo sono davvero indispensabili.

Titolo: Indignazione
Autore: Philip Roth
Traduttore: Norman Gobetti
Pagine:141
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8866213093
Prezzo di copertina: 12 €
Acquista su Amazon:
formato brossura:Indignazione

mercoledì 27 febbraio 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #23

Ed eccoci arrivati all'appuntamento settimanale della rubrica sul confronto tra titoli originali e titoli tradotti. Questa settimana ho deciso di parlare del caso di un libro che probabilmente conoscono già tutti, ma che mi fa arrabbiare tantissimo ogni volta che per un motivo o per l'altro mi ritrovo a pensarci. Quindi preferisco ribadire ancora una volta il concetto.

Sto parlando dell'ultimo libro di Luis Sepúlveda: "HISTORIA DE MIX, DE MAX Y DE MEX" ovvero "STORIA DI UN GATTO E DEL TOPO CHE DIVENTO' SUO AMICO":


Uscito in lingua originale nel 2012, il libro è arrivato in Italia lo stesso anno, pubblicato dalla casa editrice Guanda con la traduzione di Ilide Carmignani. La storia, ambientata a Monaco di Baviera, è quella di  un bambino, Max e del suo gattino Mix, che vivono e crescono insieme. Una volta diventato uomo, Max si trasferisce e porta con sé il gatto, ormai molto anziano e cieco, che si ritrova a vivere quasi da solo perché il suo padrone è spesso fuori per lavoro. Un giorno, però, riesce a catturare un topo, Mex, e anziché mangiarlo inizia a conversarci finché tra i due non nascerà una grande amicizia.

Il titolo originale avrebbe potuto essere tradotto letteralmente senza alcuna difficoltà, con "La storia di Mix, di Max e di Mex". L'editore italiano ha deciso però di cambiare questo titolo riprendendo quello di un altro famosissimo (e bellissimo) romanzo di questo autore, uscito nel 1996, ovvero "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare". Una scelta, questa, che io trovo assurda. Certo il senso del romanzo non viene assolutamente stravolto, alla fine i protagonisti sono proprio un gatto e un topo che diventano amici, però si perde tutto il gioco di parole tra Mix, Max e Mex e, soprattutto, si da' un'idea sbagliata del libro, che potrebbe quasi sembrare un seguito del precedente.

Che cosa ha spinto l'editore a questo cambiamento? Davvero ha avuto paura che il nome Sepúlveda in copertina non fosse sufficiente a far vendere il libro? Mi sembra incredibile... eppure non riesco a trovare altra spiegazione.

martedì 26 febbraio 2013

REGALO DI NOZZE - Andrea Vitali

Ercole Correnti ha ventinove anni, tra qualche giorno si sposa, dopo cinque anni di fidanzamento. In una calda domenica d'agosto, mentre sta andando a pranzo dalla mamma, sul lungolago vede una Fiat 600 bianca. È uguale alla macchina sulla quale lui aveva fatto il primo viaggio della sua vita, vent'anni prima. Con mamma Assunta, papà Amedeo e soprattutto lo zio Pinuccio. Indimenticabile, quella gita, come lo zio Pinuccio. "Nato gagà", come diceva sua sorella Assunta. Ma anche insuperabile cacciaballe, raccontava di essere mediatore d'affari per i grandi produttori di seta del comasco. Grazie ai suoi mirabolanti racconti, era in grado di affascinare qualunque femmina gli capitasse a tiro. Ma anche un po' misteriosa, quella gita: Ercole ne riuscirà a scoprire i retroscena solo vent'anni dopo, in quell'afosa domenica di fine agosto.

A volte ho l'impressione che certi autori siano o si sentano in qualche modo obbligati a scrivere e pubblicare un libro. Autori che sfornano due, tre, quattro romanzi all'anno, perché tanto il loro nome è più che sufficiente per vendere, indipendentemente dalla storia che raccontano. E purtroppo credo che Andrea Vitali  rientri in questa categoria. Lui pubblica almeno due libri all'anno (negli ultimi dodici mesi siamo già al terzo), e tutte le volte il suo libro attira (me, ma tanti altri), vende e poi però una volta chiuso lascia sempre un po' di amaro in bocca. O almeno è quello che mi è successo con le sue ultime fatiche, dal piacevole "Zia Antonia sapeva di menta", che me lo ha fatto scoprire, al noiosissimo "Galeotto fu il collier", fino ad arrivare a questo suo "Regalo di Nozze" (ma so che nel mentre ne è uscito un altro, "Le tre minestre", pubblicato non più da Garzanti ma da Mondadori). Per carità, non si tratta assolutamente di libri brutti, anche perché lo stile semplice di Vitali mi piace molto, così come adoro le sue ambientazioni bellanesi... però sembrano scritti di fretta, quasi poco curati, come se l'importante fosse appunto vendere.

Anche "Regalo di nozze" risente un po' di questa logica. La storia è bella e avrebbe davvero del gran potenziale, eppure viene liquidata troppo in fretta, con troppi punti lasciati in sospeso. Protagonista è Ercole che, a pochi giorni dal matrimonio, si appresta a compiere l'ultima cena in casa di sua madre, cuoca non proprio provetta rimasta vedova tanti anni prima. Già prima di arrivare, Ercole si rende conto che non sarà una cena come tutte le altre: ci sono tanti, troppi segni che gli fanno capire che quella sera succederà qualcosa di speciale. Primo fra tutti, aver visto parcheggiata una Fiat 600 bianca, proprio uguale a quella che aveva comprato suo padre e che poi era passata allo zio Pinuccio come regalo di nozze. L'auto non può essere la stessa, ma i ricordi che porta alla luce sono forti. Ercole si ricorda di una gita al mare fatta con quell'auto, proprio il giorno prima che il padre morisse. E si ricorda di una foto, scattata da zio Pinuccio in quella giornata, ma che la madre dice di non aver mai visto. E proprio durante la ricerca della foto, verranno alla luce ricordi e segreti del passato, che Ercole non aveva mai sospettato.

Forse il problema più grosso di questo libro è che è troppo breve. Caratteristica di Vitali questa, che se a volte è adatta alla storia raccontata, altre la limita un po', facendola quasi sembra incompiuta e troppo sbrigativa. Eppure qui ne avrebbe avuto da parlare e da raccontare. 
Non sto dicendo che il libro sia brutto, anzi. Si legge bene, fa sorridere e, come tutti gli altri libri di questo autore, riesce a farti sentire parte integrante di quello che racconta, come se anche il lettore fosse seduto in cucina con Ercole e la madre, o fosse stato seduto anche lui sul sedile posteriore di quella 600 in gita verso il mare. Però non so, avrei voluto saperne di più della vita di tutti. Avrei voluto che non fosse quasi troncato, ma che si prendesse più spazio e raccontasse meglio. Sarebbero bastate forse anche solo una cinquantina di pagine in più e l'effetto complessivo sarebbe stato diverso.
Insomma, a me va bene anche se anziché tre all'anno ne scrivi solo uno, ma che meriti davvero.

Titolo: Regalo di nozze
Autore: Andrea Vitali
Pagine: 151
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Garzanti
ISBN: 978-88-11-68695-8
Prezzo di copertina: 14 €
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formato brossura: Regalo di nozze

venerdì 22 febbraio 2013

THIS IS LONDON, DARLING - Valentina Olivato

Londra è una città senza volto. Sorrisi incrinati e occhi che non vedono. Giulia ha ventitré anni, è pallida e magra, e ha una valigia enorme. Dentro tutti i sogni e le aspettative che la provincia italiana può soltanto spegnere. Una nuova vita, una camera da condividere con Laura, un amore passeggero, assecondando un istinto, una sorta di bramosia giovanile per quel viaggio luccicante: vagare per i quartieri di una città che sembra una creatura vivente. Multiforme e mostruosa cambia il suo aspetto a ogni stagione, si espande e si ritira, inghiotte luoghi, memorie, persone. Giulia e Laura, musica, droghe e case occupate. Londra è indifferente a tutto, anche a una ragazza scomparsa. Laura infatti svanisce tra le braccia di uno sconosciuto. Inghiottita dalla folla. Di lei rimane solo la sensazione che la sua storia sia solamente un principio, un racconto interrotto. A Giulia resta un nome, sussurrato in un orecchio, Peter. Sarà cercando l’uomo con cui Laura si è allontanata, che la candida e ingenua Giulia, in un mondo di geometrie oscure, la vedrà riapparire in un gruppo di punk, tra le tracce di smalto rosso e lenzuola aggrovigliate o in una fototessera abbandonata. Cosa sta cercando realmente Giulia? Cosa la spinge a seguire le flebili tracce rimaste, frugare negli armadietti, sfogliare libri e riviste, come se fossero l’ultimo appiglio che le resta di Laura?

Londra è una città strana. Una città enorme che però non lo sembra. Una città sempre in movimento, sempre piena di gente. Gente di ogni tipo, età, nazionalità, estrazione sociale. Gente tranquilla e gente agitata. Gente che lavora, gente che studia, gente che vive. 
E' stata questa la prima impressione che ho avuto quando sono stata lì la prima volta. Faceva quasi paura a chi, come me, vive in un paesello sperduto. Ma ci si abitua presto a Londra. E già la seconda volta mi sono sentita parte di essa. 

La protagonista di questo libro parte all'avventura, per allontanarsi dal suo paese, dalla sua vita e da quel dolore che ogni tanto ancora fa capolino e la tormenta ogni giorno. Va a Londra, si trova un lavoro e una casa, che condivide con Laura, altra ragazza misteriosa, ambigua, che non sta mai ferma, con ragazzi che entrano ed escono dalla sua vita alla stessa velocità che ci mette la metro a spostarsi da una stazione all'altra. E Giulia un po' si fa trascinare, un po' ne resta fuori, in bilico. Conosce Andrea, a Londra ormai da diversi anni. Conosce e inizia una storia con Alberto, genovese che sembra lì per caso e che presto se ne andrà. Vivono tutti insieme, una vita veloce, sfuggente, talmente sfuggente che Laura riesce a sparire così, all'improvviso, senza lasciare traccia e senza che nessuno sappia nulla di lei. Senza che nessuno riesca a ritrovarla.

E' un libro particolare, che si legge d'un fiato e che lascia tante domande in sospeso. Certo, probabilmente se non si conosce Londra e la sua vita è più difficile da apprezzare, proprio perché questa città, con le sue caratteristiche, le sue mille contraddizioni, ne è la protagonista principale: più di Giulia che ci si ritrova catapultata dentro, più di Laura, che dalla città si è fatta inghiottire, più di Alberto, Andrea, tutti gli altri... sono tutti elementi di passaggio, che da lì prima o poi se ne andranno. Ma Londra no, Londra resta, per accogliere chiunque voglia andarci.

Qua e là si nota che si tratta un romanzo d'esordio, soprattutto per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi, di cui si dice un pochino troppo poco e per certi dialoghi, forse un po' troppo sbrigativi. Ma sono piccolezze, anche perché l'autrice dimostra comunque di riuscire a padroneggiare bene lo stile e a condurre la storia, senza mai perdersi, lasciando alla fine quel giusto senso di smarrimento, di sfuggevolezza, che il lettore si trova ad avere in comune con i personaggi.

Certo, quella descritta nel libro non è la Londra che ho vissuto io, quella da turista. E non sarà magari la Londra che conoscete voi. Ma questo proprio perché Londra è una città multietnica, una città formata da tante piccole città, tutte diverse tra loro.
Una città che finché non la vedi non ci credi e che, come dice l'autrice, è proprio quella.

Titolo: This is London, darling
Autore: Valentina Olivato
Pagine: 75
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: L'Erudita
ISBN: 978-88-6770-024-0
Prezzo di copertina: 11 €

QUESTO BACIO VADA AL MONDO INTERO - Colum McCann

1974. È un'estate torrida, di tradimenti e morti, Watergate e Vietnam. Un'estate di tormento e violenza. Poi, un mattino, New York si ferma incantata per osservare la passeggiata nel vuoto di un funambolo. Lieve e misterioso nel suo gioco di equilibrio, l'uomo ricama un sogno di purezza e speranza percorrendo una corda tesa a 110 metri dal suolo, fra le Torri Gemelle. Sotto di lui, in strada, la città trattiene il respiro e dimentica per un attimo le sue tragedie. Inizia così la storia poetica e convulsa di una manciata di newyorchesi - un monaco di strada che porta la sua missione fra le prostitute nel Bronx; una di loro, giovane e bellissima, che divide il marciapiede con la madre; un'artista corrosa dal rimorso ma decisa a ripulire la propria vita; madri in lutto e una nonna che non vuole arrendersi - le cui vite si sfiorano e si scontrano come biglie, sotto i grattacieli e nei sobborghi di una città dolente e umana. Una città che tiene ben nascosta la propria anima, sospesa come un equilibrista sul filo sottile tra il bene e il male. Un grande romanzo americano, crocevia di voci e destini che sanno aprire la porta alla speranza in un mondo abitato dal dolore.

Questo libro è semplicemente meraviglioso. Potrei girarci intorno, cercare parole su parole per descrivere quanto mi sia piaciuto, ma alla fine approderei sempre a quell'aggettivo lì: meraviglioso. Un libro che un po' ti prende a pugni e ti fa male e un po' ti accarezza e ti lascia sperare.

Ed è proprio la speranza ciò di cui hanno bisogno tutti i protagonisti, abitanti di una New York che ancora deve fare i conti con la guerra in Vietnam, con il razzismo, con la povertà, con la paura di vivere e di non riuscire a farlo, con la paura di giudicare e di venir giudicato, con la paura di amare e di non essere amati. 
E' una mattina del 1974. Una mattina che cambierà la vita a molti: qualcuno morirà, qualcun altro verrà arrestato, qualcuno perderà l'amore della sua vita dopo averlo appena trovato, qualcuno dovrà semplicemente continuare a vivere in quel sogno che una guerra a migliaia di kilometri di distanza ha infranto, qualcuno incomincerà la sua nuova vita proprio oggi. Oh sì, e c'è anche qualcuno che deciderà di tendere un cavo tra le Torri Gemelle e le attraverserà, una, due, dieci volte... dimostrando che nonostante la tristezza, nonostante i problemi, nonostante la paura e nonostante il destino che a volte sembra esserci avverso, si può sempre, SEMPRE, arrivare dall'altra parte del filo.

Non voglio farvi un riassunto della trama, né parlarvi dei personaggi. Non servirebbe a niente. Il bello di questo libro è dato anche dal non sapere cosa aspettarsi, dal non riuscire a capire cosa arriverà dopo: il funambolo cadrà? Le madri riusciranno a superare la morte in battaglia dei figli? Le figlie delle prostitute riusciranno a vivere in un mondo migliore? I neri potranno camminare liberi per le strade? L'amore, quello vero, quello che fa tanta paura, trionferà? Non ve lo dico. Non posso dirvelo. Non tanto perché vi rovinerei la "sorpresa", quanto perché vi toglierei il gusto di una vostra libera interpretazione, che sarà sicuramente diversa dalla mia o da quella di chiunque altro, perché questo libro è fatto perché ognuno ci veda quello che vuole: speranza o rassegnazione. Un po' come l'America oggi, che ancora sta ricercando una sua identità dopo la caduta di quelle due torri, che vive nella speranza ma anche nel dolore.

Colum McCann è davvero, davvero bravo con le parole. Bravo a creare poeticità anche nei momenti più squallidi, perché non è vero che una puttana ama meno di qualcun altro, e a trasmettere i sentimenti e le sensazioni di tutti i protagonisti come se fossero le nostre. Al punto che non esagero dicendo che, soffrendo io parecchio di vertigini, quando descriveva il funambolo lassù su quella corda, mi girava la testa. Come se ci fossi stata io là.

Insomma, un libro imperdibile, che dovete assolutamente leggere.

7 Agosto '74: Philippe Petit attraversa le Torri
"C’è chi pensa che l’amore sia la fine della strada, e che se si è abbastanza fortunati da trovarlo, ci si ferma li. Altri dicono che è come un burrone nel quale si precipita. Ma chiunque abbia vissuto almeno un po’ sa che muta con il passare dei giorni, e secondo l’energia che gli si dedica, lo si conserva o ci si aggrappa, oppure lo si perde, ma a volte capita che non sia nemmeno mai stato lì, fin dall’inizio."



Nota alla traduzione/edizione: mamma mia quanti refusi! 

Titolo: Questo bacio vada al mondo intero
Autore: Colum McCann
Traduttore: Marinella Magrì
Pagine: 451
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: BUR Rizzoli
ISBN: 978-8817061407
Prezzo di copertina: 11,90 €
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giovedì 21 febbraio 2013

Confessioni di una blogger-lettrice

La mia vita da lettrice e da blogger, con le sue manie, le sue  abitudini, le sue follie, i suoi sogni e i suoi, più o meno validi, pregiudizi, in 52 punti (cinquanta non bastavano):
  1. Odio i libri con la copertina rigida: costano troppo, pesano altrettanto, sono scomodi da portare in giro e hanno quella maledetta sovracopertina che va sempre dove vuole lei.
  2. Odio le copertine dei libri che riprendono le locandine dei film
  3. Non scrivo sui libri né li sottolineo. Quando mi ricordo, segno le citazioni e i miei commenti su un quaderno.
  4. Ho sempre un libro in borsa, anche quando so che andrò in un posto in cui non avrò tempo per leggerlo.
  5. Sbircio sempre i libri che stanno leggendo i miei vicini sul treno, sul bus, in sala d'aspetto o in libreria.
  6. Ogni cosa è un segnalibro.
  7. Ho delle lacune madornali per quanto riguarda i classici, ma anche certi autori contemporanei, che spero presto di colmare.
  8. Non ho ancora capito cosa sia lo Young Adult, ma nel dubbio non leggo libri ascrivibili a questo genere. O almeno credo, visto che non ho ancora capito cosa sia.
  9. Chi mi sente parlare di libri dal vivo per la prima volta credo mi consideri un'invasata. Alla terza o alla quarta si abitua.
  10. Non riuscirei mai (o più?) a stare insieme a una persona che non legge.
  11. Non partecipo mai a sfide letterarie. Preferisco leggere quello che voglio, quando voglio, con i tempi che voglio.
  12. Leggo sempre prima di andare a dormire. Anche se sono le due di notte.
  13. Mi è capitato in passato di incontrare persone che mi facevano sentire a disagio per questa mia passione per la lettura. Per fortuna sono riuscita a farle uscire dalla mia vita.
  14. Odio i titoli e le copertine tutte uguali.
  15. Non ho un gatto e la sera, nel letto, quando leggo, un po' mi manca (anche se il gatto dei vicini ogni tanto spunta da sotto il mio letto senza che si sia capito da dove sia entrato)
  16. Mi capita spesso di piangere leggendo (e non solo perché il libro è brutto)
  17. Alcune case editrici mi stanno più simpatiche di altre.
  18. Quando ero adolescente scrivevo racconti, con i quali sognavo di vincere il Nobel per la letteratura. Poi ho smesso.
  19. Odio chi si ritiene esperto di libri e legge solo ed esclusivamente i best seller.
  20. Odio le "Sfumature" e tutti quei "romanzi" pseudoerotici per donne disperate. E questo non significa che sia bigotta o che la mia vita sessuale non sia soddisfacente. Anzi.
  21. L'abito non fa il monaco, ma il libro che stai leggendo un po' sì.
  22. Non ho una libreria di fiducia e questa cosa mi pesa parecchio.
  23. Leggo tanto, è vero... ma questo non significa che non abbia una vita sociale o che vada in giro sempre in tuta.
  24. Amo scoprire libri nuovi, magari ai più sconosciuti, pubblicati solitamente da piccole case editrici, che spesso si rivelano molto ma molto più curati di quelli delle grandi.
  25. Se sono triste compro un libro.
  26. Se qualcuno mi ha fatto arrabbiare per qualcosa, per essere sicuro di essere perdonato deve comprarmi un libro (ma anche le caramelle gommose, dipende da quanto sono arrabbiata)
  27. Se non mi conosci, invece, NON regalarmi un libro.
  28. Ho una wish list infinita che sembra quasi si autoalimenti.
  29. Non ho uno scrittore preferito in assoluto, né un libro. Cambiano in base al periodo e a quello di cui ho bisogno in quel momento.
  30. Avere tanti libri in attesa sul comodino mi mette l'ansia
  31. Non averne mi manda in crisi di panico.
  32. Ci sono degli autori che a pelle mi stanno antipatici e di cui quindi non leggo i libri.
  33. Quando sono in giro, fotografo tutto quello che vedo che abbia a che fare con libri e letteratura. Per la gioia di chi mi accompagna.
  34. Adoro la letteratura sudamericana.
  35. Appena arrivo in ufficio la mattina, appoggio sulla scrivania, vicino al telefono, il libro che sto leggendo al momento. So che non lo posso leggere, ma so che è lì ad aspettarmi.
  36. Non sono io che leggo troppo, sei tu che leggi troppo poco.
  37. Dico sempre che sono contraria ai film  tratti dai libri e poi li guardo sempre.
  38. Non organizzo mai give-away su questo blog perché gli unici libri da cui potrei separarmi sono quelli brutti.
  39. Amo gli incontri con gli autori. Al limite dello stalking.
  40. Mi riempie di soddisfazione sapere che un libro che ho consigliato è piaciuto. Ma accetto anche il contrario, perché il mondo è bello perché è vario.
  41. Non vedo l'ora di avere una casa tutta mia con una stanza dalle pareti interamente ricoperte di libri.
  42. Fino a poco tempo fa ero contraria agli e-book. Poi mi hanno regalato un kindle...
  43. Certi refusi e certi errori grammaticali mi mandano fuori di testa.
  44. Odio il luogo comune blogger letterario = editor mancato. Sarà perché senza questo blog col cavolo che avrei iniziato a fare l'editor.
  45. Non riesco a leggere due o più libri contemporaneamente.
  46. Ogni tanto mi innamoro dei personaggi... o dei loro autori.
  47. Tendo a mettermi le cose al contrario (questo con i libri non centra nulla, ma mi sono appena accorta di avere la maglia al rovescio)
  48. Va bene, lo ammetto, ho letto sia "Tre metri sopra il cielo", sia l'intera saga di Twilight e persino un paio di libri di Fabio Volo (quindi quando ne parlo male parlo con cognizione di causa)
  49. Jane Austen non mi fa esattamente impazzire.
  50. Grazie ai libri ho conosciuto un sacco di persone meravigliose.
  51. Sogno di aprire una libreria tutta mia. O di lavorare in biblioteca. O in una casa editrice. Da piccola comunque avevo valutato anche la carriera di astronauta.
  52. Credo che la cultura sia l'arma più potente che abbiamo per salvare il mondo.


mercoledì 20 febbraio 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #22

Per la puntata di oggi del confronto tra i titoli fino a cinque minuti fa ero completamente in alto mare. Non sono riuscita a fare tutte le ricerche che avevo in mente in merito all'autore che avevo intenzione di trattare e quindi stavo per prendere a caso un libro dalla mia libreria e parlare di quello (certo, se il titolo fosse stato uguale, avrei avuto un serio problema...).
Poi però mi è arrivata una graditissima segnalazione da uno dei miei fantastici fan, che ho deciso di cogliere al volo. Anche perché, effettivamente, sebbene non conosca il libro di cui mi ha parlato, sul titolo c'è sicuramente qualcosa da dire. Ringrazio quindi Francesco per avermene parlato.

Il libro in questione non è un romanzo, ma una sorta di manuale, che vuole "insegnare" ai lettori a fare qualcosa di particolare... Sto parlando di " THE ART OF PROCRASTINATION", ovvero "LA NOBILE ARTE DEL CAZZEGGIO" di John Perry


Uscito nel 2012, il libro è arrivato in Italia per la casa editrice Sperling & Kupfer, con la traduzione di A. Plazzi, all'inizio di quest'anno. Si tratta evidentemente di un manuale semiserio su come riuscire a gestire la propria vita rimandando e posticipando sempre tutto. L'intento dell'autore, sebbene ironico, è anche in parte serio: vuole spiegare, come riuscire a prendere la vita in modo più rilassato, adottando la filosofia del "lo faccio dopo", non semplice in tempi frenetici come i nostri.

La differenza tra titolo originale e titolo italiano è evidente. Sebbene il senso trasmesso sia simile, la scelta italiana a mio avviso attribuisce un significato non presente in originale. La traduzione letterale sarebbe molto semplice da fare: "L'arte della procrastinazione". Si è scelto però di dare un tono più ironico, introducendo un aggettivo per accompagnare arte e soprattutto sostituendo "procrastinazione" con "cazzeggio", una parola molto più nostra, forse un pochino troppo colloquiale e che, a mio avviso, abbassa un po' il livello del titolo. "L'arte della procrastinazione" diventa quindi "La nobile arte del cazzeggio"

In italiano cambia anche il sottotitolo. Certo, in questo caso, l'inglese era molto difficile da tradurre letteralmente (verrebbe fuori qualcosa come "Una guida per un'efficace perdita di tempo, bighellonaggio e rinvio"), però la scelta italiana di nuovo, a mio avviso, toglie un po' di serietà rispetto a quanto trasmetteva l'originale. E la colpa è anche questa volta dell'inserimento di un aggettivo: "Un programma geniale per risolvere tutto rimandando all'infinito".

Sebbene il titolo italiano sia sicuramente efficace, se si guarda all'inglese viene spontaneo domandarsi il perché di questi cambiamenti, soprattutto alla luce del fatto che non c'erano grosse difficoltà traduttive.

martedì 19 febbraio 2013

OLIVIA ovvero la lista dei sogni possibili - Paola Calvetti

Inaspettati. Così sono tutti i doni degni di questo nome. E del tutto inaspettato è l'inizio di questa storia, con gli sguardi di due bambini che si sfiorano da lontano. Qualche anno dopo, a pochi giorni dal Natale, Olivia - la poco più che trentenne protagonista di questo romanzo - viene licenziata. O meglio: non viene licenziata perché non è mai stata assunta; semplicemente perde il posto di lavoro precario e si ritrova più precaria e fragile di prima. Così si rifugia in un bar tabacchi e, in attesa di riorganizzare, il suo futuro, scorre il suo curriculum pensando a tutto ciò che quelle pagine tralasciano: gli incontri che l'hanno segnata, gli amori veri e quelli che credeva lo fossero, le persone che non ha fatto in tempo ad abbracciare. E le passioni, i sogni, i fallimenti, la forza dei desideri. In quel bar tabacchi, che con il passare delle ore si popola di personaggi personaggi buffi, matti, generosi e pedanti, su Olivia veglia la nonna mai scomparsa davvero dalla sua vita, capace di leggere i segnali della felicità nelle scie di un aereo o nel verso di una poesia. La stessa nonna che le ha fatto un dono speciale: una Polaroid con la quale strappare al tempo gli istanti più belli, complici dell'inarrestabile e salvifica fantasia di Olivia. Nelle stesse ore, come in un film a montaggio alternato, irrompono tra le righe i passi di Diego. Anche per lui è un giorno speciale, forse l'alba di un nuovo inizio, che saprà offrire una tregua all'innominabile ferita che ha segnato la sua infanzia.

Di solito quando tutti parlano di un libro, aspetto che l'entusiasmo e la moda scemino un po' (e che il prezzo si abbassi, lo ammetto) prima di decidermi di leggerlo. Ho sempre fatto così, forse per non lasciarmi troppo influenzare nel giudizio dalle opinioni di chi lo ha letto prima di me. E anche per "Olivia" ho fatto la stessa cosa.
Di questo romanzo ho letto tante recensioni positive e qualcuna anche negativa e non sapevo bene cosa aspettarmi. Dalla copertina temevo si trattasse dell'ennesima banalissima storia d'amore, con niente di troppo profondo. E mi sono dovuta, almeno in parte, ricredere.

I protagonisti del romanzo sono due. Da un lato c'è Olivia, trentaduenne single, che ha appena scoperto di aver perso il lavoro, nuovamente vittima della precarietà che tanto affligge i giovani in questi anni. Uscita dall'ufficio con il suo scatolone di cose, Olivia è spaesata, confusa, e si rifugia in un bar-tabaccheria a pensare a se stessa e alla sua vita passata e futura. Rimarrà lì dentro, protetta dal mondo, per tutto il giorno, coccolata con discrezione dal cameriere e circondata da persone che vanno e che vengono. 
In parallelo c'è la storia di Diego, single più o meno della stessa età di Olivia, che porta ancora addosso il peso della grave tragedia che ha colpito la sua famiglia quando lui era bambino e da cui sta piano piano guarendo. Ha lasciato la donna con cui stava a un matrimonio, perché si è reso conto di non amarla abbastanza e ora cerca di riprendere in mano la sua vita e il suo futuro, troppo segnato dal passato.
Tramite flashback dei due personaggi ci viene raccontato il passato. Olivia ha un forte legame con la nonna, di cui cerca ancora i consigli e i segnali, sebbene sia mancata quando lei aveva sei anni. Ha una passione per le Polaroid e una migliore amica soddisfatta dalla vita, lavoro stabile, sposata con un uomo di cui si è innamorata a prima vista e un bimbo, di cui però non riesce a essere gelosa. Ha una laurea in lingue e tutta una serie di stage e di lavori precari sul curriculum. Diego, come si diceva, ha portato sulle spalle il peso di un tragedia familiare, avvenuta quando lui era ancora troppo piccolo perché non potesse riprendersi, ma che ha segnato inesorabilmente i suoi genitori, soprattutto la madre, che nonostante gli anni non è mai riuscita a superare quello che è successo.
Finché ovviamente i due a un certo punto si incontrano...

Se devo essere onesta, il libro non mi ha convinta del tutto. Si legge bene, è scorrevole ed è davvero facile, almeno per me, identificarsi con la protagonista, almeno per quanto riguarda la situazione lavorativa (sono un po' più giuovane ma sono anche io laureata in lingue e ho un contratto a progetto da tre anni). Eppure qualcosa stona in questa storia, anche se non saprei bene spiegarvi cosa. Ho trovato un po' forzato il finale, l'incontro tra Diego e Olivia, che si sono sfiorati già più di una volta ma senza accorgersene. Certo, capisco che ci vada un lieto fine per i due protagonisti, per ridare loro un po' di speranza... eppure l'amore non era, almeno per me, una parte così fondamentale della storia. Soprattutto per quanto riguarda Olivia. Certo, cercava l'amore, ma in quel momento forse più che l'arrivo di Diego avrebbe preferito uno o due colloqui di lavoro. 
Così come non mi ha convinto molto il suo rapporto con la nonna. Forse parlo per inesperienza, avendo conosciuto solo uno dei miei nonni, mancato quando avevo cinque anni, però pensare che dopo tanto tempo la ragazza si ricordi così perfettamente della donna mi sembra quasi irreale. E non so se sia un irreale voluto o meno.

Tra le due trame parallele, prima che si incontrino, ho preferito quella di Diego. La sua storia difficile, da ragazzo che vorrebbe solo essere normale e dimenticare ma che si porta sulle spalle il fardello, a volte leggerissimo altre pesante, del dolore dei suoi genitori.

Per cui, ripeto, non lo so. Il libro in parte mi è piaciuto, anche perché si inizia e si finisce di un fiato, ma non riesco a fare a meno di trovarci qualche limite.


Titolo: Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili
Autore: Paola Calvetti
Pagine: 181
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Mondadori
ISBN: 978-8804615668
Prezzo di copertina: 17 €
Acquista su Amazon:
formato brossura: Olivia. Ovvero la lista dei sogni possibili

lunedì 18 febbraio 2013

Incontrando... Diego De Silva

Prima di raccontarvi l'incontro di oggi con un autore che amo molto, devo assolutamente fare una piccolissima premessa, per ringraziare una persona. Una persona che prima di aprire questo blog e la sua omonima pagina Facebook nemmeno conoscevo e che oggi, finalmente, dopo esserci sentiti più volte per mail, ho finalmente incontrato di persona. Fa sempre un po' strano, almeno per me, vedere in faccia persone di cui si sono lette sempre e solo le parole (e questo effettivamente vale anche per gli autori dei libri). Ed è bello scoprire che, ancora una volta, ne è valsa la pena. Quindi ringrazio Fabio per avermi fatto sapere di questo incontro, per esserci venuto insieme a me, ma soprattutto per tutto il resto... 

Ma veniamo a noi. Perché oggi pomeriggio, io, Fabio e, vista l'ora, un'allegra combriccola di pensionati (alcuni dei quali, secondo me, non proprio consapevoli di cosa ci facessero lì... ho sentito chiaramente la mia attempata vicina chiedere alla sua amica chi fossero venute a vedere)  siamo stati al Centro Congressi Unione Industriale di Torino alla presentazione del libro "Mancarsi", durante la quale è ovviamente intervenuto il suo autore, Diego De Silva. Quanto adori questo scrittore credo di averlo già detto e ripetuto più e più volte. Eppure oggi ho avuto la conferma che dietro quella penna e quelle parole geniali, ci sia un uomo altrettanto geniale e incredibile. 

Dopo la presentazione dell'autore e delle sue opere fatta dal giornalista Bruno Quaranta, De Silva ha preso la parola ed è riuscito a incantare la platea come il suo modo di parlare pacato, ironico, in cui a una verità profonda ha alternato sempre battute e momenti comici. 

L'autore ha iniziato parlando del suo avvocato Malinconico, grandissimo personaggio protagonista dei suoi tre romanzi precedenti, da cui però a un certo punto ha sentito il bisogno di staccarsi, di allontanarsi, perché un po' lo stava fagocitando.  Per questo ha deciso di scrivere qualcosa di diverso... ed è uscito fuori quel piccolo gioiello che, a mio avviso, è "Mancarsi". La storia raccontata dall'autore acquista ancor più profondità, soprattutto perché si è visto l'entusiasmo e la passione con cui è stata scritta e con cui ha delineato i personaggi. 
Il libro è stato poi il pretesto per parlare di altro: di amore, principalmente, e di quanto sia difficile riconoscerlo quando ce lo si trova davanti, di quanto a volte il destino possa portare a trovarsi ma anche, appunto a Mancarsi. E di come, una volta raggiunto non sia poi così facile da mantenere e di come, solitamente, "due persone che sono nate per stare insieme solitamente si lasciano"... (e qui ci ha anche intonato qualche nota di De Andrè)

Da lì è passato poi a raccontare il suo modo di intendere la lettura e la scrittura (uno scrittore di solito è uno che ha dei problemi... perché se uno è felice, non scrive), di come per lui siano più importanti i dettagli , gli episodi  perché che non deve per forza capitare qualcosa perché un libro, ma anche un film, abbiano un senso. E questo effettivamente nei suoi libri viene dimostrato più e più volte.

De Silva ha poi toccato un altro argomento molto importante, ovvero il suo rapporto con la sua città, Napoli, e con tutto quello che rappresenta. Ha parlato del suo passato di avvocato e di quanto difficile sia esercitare questa professione in una città come quella, dove è normale "mentire sinceramente" per poter andare avanti e vincere le cause. Un mondo che lui non riusciva più a sopportare e che ha in qualche modo raccontato nelle vicende di Malinconico e di come questo gli abbia portato qualche antipatia nel mondo dei tribunali che prima bazzicava. 
E ha parlato di Roberto Saviano, attraverso aneddoti divertenti ma anche molto profondi...Come quella volta che sono andati insieme a Scampia a presentare un libro.
In quel momento, davvero, sarei salita sul palco ad abbracciarlo. 

Oltre a un'immensa cultura e a un'incredibile capacità di gestirla e di mostrarla senza mai sembrare altezzoso o snob, De Silva ha dimostrato di essere in grado di coinvolgere ed emozionare non solo per iscritto ma anche a voce chiunque abbia la fortuna di poterlo sentire e vedere. Davvero, si pendeva dalle sue labbra, sia quando parlava semplicemente del libro, sia quando si dedicava ad aneddoti e racconti più personali.

E io sono uscita di lì semplicemente entusiasta, ancor più follemente innamorata di quest'uomo... e ovviamente con il mio solito siparietto al momento della dedica (mi succede sempre, quando incontro gli autori):

"Per chi metto la dedica?"
"Per Elisa"
"Oh, Per Elisa, come la composizione di Beethoven... che dedica ambiziosa!"

e ovviamente l'ha scritto.






("Per Elisa... una dedica un po' ambiziosa")



venerdì 15 febbraio 2013

AñOS LENTOS - Fernando Aramburu

A finales de la década de los sesenta, el protagonista, un niño de ocho años, se va a San Sebastián a vivir con sus tíos. Allí es testigo de cómo transcurren los días en la familia y el barrio: su tío Vicente, de carácter débil, reparte su vida entre la fábrica y la taberna, y es su tía Maripuy, mujer de fuerte personalidad pero sometida a las convenciones sociales y religiosas de la época, quien en realidad gobierna la familia; su prima Mari Nieves vive obsesionada por los chicos, y el hosco y taciturno primo Julen es adoctrinado por el cura de la parroquia para acabar enrolado en una incipiente ETA. El destino de todos ellos –que es el de tantos personajes secundarios de la Historia, arrinconados entre la necesidad y la ignorancia– sufrirá, años después, un quiebro. Alternando las memorias del protagonista con los apuntes del escritor, Años lentos ofrece además una brillante reflexión sobre cómo la vida se destila en una novela, cómo se trasvasa el recuerdo sentimental en memoria colectiva, mientras su escritura diáfana deja ver un fondo turbio de culpa en la historia reciente del País Vasco.

("Alla fine degli anni sessanta, il protagonista, un bambino di otto anni, va a vivere a San Sebastiáan con i suoi zii. Lì è testimone di come trascorrono i giorni nella famiglia e nel quartiere: suo zio Vicente, dal carattere debole, divide la sua vita tra la fabbrica e il bar, ed è sua zia Maripuy, moglie dalla forte personalità però sottomessa alle convezioni sociali e religiose dell'epoca, a governare realmente la famiglia; sua cugina Mari Nieves è ossessionata dagli uomini, e il burbero e taciturno cugino Julen viene istruito dal prete della parocchia e finisce arruolato in un'incipiente ETA. Il destino di tutti loro- che è lo stesso di tanti personaggi secondari della Storia, schiacciati tra necessità e ignoranza, patirà anni dopo un cambiamento. Alternando i ricordi del protagonista con gli appunti dello scrittore, Años lentos fornisce inoltre una brillante riflessione su come la vita viene distillata in un romanzo, su come il ricordo personale può travasarsi in memoria collettiva, mentre la sua scrittura diafana rivela un fondo oscuro di colpa nella storia recente dei Paesi Baschi" ...la traduzione è mia, portate pazienza!)

Devo iniziare questa recensione chiedendo scusa a tutti coloro che la leggeranno. Vi chiedo scusa perché sto per parlavi di un libro molto bello, appassionante e scritto dall'autore con uno stile geniale, che, almeno per ora, a meno che voi non conosciate lo spagnolo, non potrete leggere. Di questo libro infatti non esiste ancora una versione italiana. So che qualcuno si sta impegnando molto per cercare un editore che voglia investire su questo libro, ma, almeno per ora, senza troppo successo. Ed è davvero un peccato, perché Aramburu offre uno spaccato della Spagna nell'epoca franchista forse a volte un po' dimenticato o che comunque qui da noi, a meno di non essere appassionati, non è molto conosciuto. Ovvero quello dei Paesi Baschi e di come lì è stata vissuta la dittatura.

Protagonista è Txiki, un bambino di otto anni che finisce a vivere a casa dei suoi zii perché i genitori sono troppo poveri per mantenere tutti i figli. Qui entrerà in contatto con una famiglia e un paese diverso da quello a cui era abituato. C'è lo zio Vicente, un uomo taciturno che lavora in fabbrica e che sembra essere un po' rassegnato, sia al suo destino sia ad essere succube della moglie Maripuy, vero capofamiglia: una donna forte, coraggiosa ma vittima di pregiudizi e convenzioni sociali che la portano troppo spesso a preoccuparsi più di che cosa penserebbe la gente che non di quello di cui ha bisogno la sua famiglia. Pregiudizi che riversa soprattutto contro la figlia Mari Nieves, a cui il paese inizia davvero a stare troppo stretto, vista anche la sua voglia di divertirsi con gli uomini, che arriva al punto di metterla irrimediabilmente nei guai e porta altri membri della famiglia a soluzioni drastiche. A chiudere il quadretto famigliare c'è Julen, a cui Txiki deve questo suo strano soprannome e con il quale lega tantissimo, nonostante l'età di differenza e, soprattutto, i piedi puzzolenti. Julen rappresenta il popolo che si ribella, lasciandosi convincere dal parroco del paese a unirsi all'ETA e alla lotta armata. Una scelta sentita, ma di cui forse Julen non aveva valutato tutte le conseguenze.

Aramburu ci accompagna all'interno di questa famiglia e del paese in cui vive, utilizzando due espedienti narrativi molto efficaci. Da un lato abbiamo i ricordi che lo stesso Txiki fornisce allo scrittore per permettergli di scrivere la sua storia: ricordi a volte non proprio precisi di singoli episodi della sua vita all'interno della famiglia, di cui vorrebbe però fossero cambiati i nomi. Dall'altro ci sono gli appunti che Aramburu stesso sta prendendo "a margine" del racconto di Txiki per trasformare i ricordi in un romanzo vero e credibile, che in realtà non è ancora sicuro di voler scrivere. Due soluzioni a mio avviso geniali, che rendono la narrazione completa e interessante, fornendo un punto di vista parecchio insolito.

Sarà che io sono una grandissima amante della Spagna e della sua storia, sebbene debba ammettere di sapere pochissimo dei Paesi Baschi, però ho trovato questo libro davvero ben scritto, in grado di fornire uno spaccato davvero realistico della vita dei piccoli paesi. Ed è un peccato che in Italia questo libro non sia ancora arrivato.

Titolo: Años lentos
Autore: Fernando Aramburu
Pagine: 219
Anno di pubblicazione: 2012
Editore: Tusquets Editore
ISBN: 978-84-8383-380-3
Prezzo di copertina: 17,00€

mercoledì 13 febbraio 2013

Due titoli, un solo libro: ma perché? #21

Non so se avete notato, ma quest'anno sono molti i film in uscita tratti dal mondo della letteratura: dai titoli più famosi, quali "Les Miserables", "Anna Karenina" o "Il Grande Gatsby", ad altri un po' meno conosciuti a livello di lettori, ma che comunque seguono lo stesso principio.
Uno di questi romanzo sarà il protagonista della rubrica di oggi, non solo per il passaggio tra titolo originale e titolo tradotto, ma anche e soprattutto per quello da titolo del libro a titolo del film. Perché sì, capita anche che un film dichiaratamente tratto da un libro cambi il titolo senza rispettare quello dell'edizione cartacea.

Il libro in questione è uscito negli Stati Uniti nel 2008 e in Italia nel 2009, per la casa editrice Salani con la traduzione di G. Calza. Sto parlando del romanzo di Matthew Quick THE SILVER LININGS PLAYBOOK ovvero L'ORLO ARGENTEO DELLE NUVOLE


Il titolo originale è molto difficile da tradurre letteralmente. "Playbook" indica una sorta di manuale di strategie, mentre "Silver Linings" fa riferimento a un detto tipicamente americano, ripreso più e più volte all'interno del romanzo, che recita "every cloud has a silver lining", ovvero "ogni nuvola ha un bordo argenteo", un inno quindi a pensare positivo e a essere ottimisti anche nei momenti più grigi e cupi. In italiano il titolo viene a mio avviso tradotto molto bene, scegliendo semplicemente di eliminare il riferimento al "playbook", impossibile da rendere con una sola parola.

Da questo libro, nel 2012 è stato tratto un film diretto da David O. Russell con protagonisti Bradley Cooper e Jennifer Lawrence, che ha vinto diversi riconoscimenti e ricevuto candidature all'Oscar nelle sezioni più importanti (miglior film, miglior regia, miglior attore e attrice protagonista). Il titolo originale del film è lo stesso del libro (in realtà viene eliminato l'articolo "the"). Come è logico che sia, direte voi. E invece, nella versione italiana succede qualcosa di strano. Sulla locandina non compare il titolo con cui è stato commercializzato il libro bensì: IL LATO POSITIVO- SILVER LININGS PLAYBOOK.


Onestamente non riesco a spiegarmi il perché di questa scelta. Problemi di lunghezza? Forse. Ma allora non avrebbero dovuto nemmeno mettere come sottotitolo il titolo originale. Paura che l'idea  "L'orlo argenteo delle nuvole" non avrebbe trasmesso lo stesso senso di ottimismo del più banale "Il lato positivo"? Non lo so, è una scelta che non riesco a spiegarmi. Io personalmente ho scoperto che questo film era tratto da quel libro solo pochissimo tempo fa, grazie a un'altra blogger che sta facendo un bellissimo speciale dedicato ai premi Oscar (date un'occhiata al blog se volete: Appoggiato sul comodino), altrimenti ci sarei arrivata solo alla sua visione (arrabbiandomi ancora di più).

Certo è che a mio avviso questa scelta (molto più diffusa di quanto si pensi... è successa la stessa con con "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo" diventato sugli schermi "Un amore all'improvviso") è davvero prima di senso.

Alla prossima settimana!

martedì 12 febbraio 2013

UNA SOLITUDINE TROPPO RUMOROSA - Bohumil Hrabal

A Praga, un uomo lavora da anni a una pressa trasformando carta da macero in parallelepipedi armoniosi e sigillati, vivi e morti a un tempo perché in ciascuno pulsa un libro che l'uomo vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero: sono frammenti di Erasmo e Lao-tze, di Hoelderlin e Kant, del Talmud, di Nietzsche. Professionista della distruzione di libri, l'uomo li crea incessantemente sotto forma diversa, e dal suo mondo infero promuove un suo speciale sistema di messaggi.

Per qualche strano motivo ero convinta che questo libro fosse uno dei soliti, bellissimi romanzi che inneggiano ai libri e alla lettura come a qualcosa di fondamentale e imprescindibile. Me lo aspettavo ricco di citazioni indimenticabili in cui identificarmi e da trasformare in miei motti di vita. Mi aspettavo un protagonista- eroe, paladino della cultura e della letteratura e amante di quei volumi di carta come e più di me. Non so bene da dove arrivassero queste mie aspettative. Perché in questo libro tutto questo forse c'è anche, ma viene trasmesso in un modo diverso dal solito, con una buona dose di angoscia, di ansia, di follia, che una volta alla fine ti lascia stravolto e senza fiato.

E io mi stupisco ogni volta di come sia possibile che libricini tanto piccoli, meno di 100 pagine in questo caso, riescano a racchiudere così tanto. Protagonista di questo romanzo breve (o racconto lungo?) è un operaio addetto da 35 anni al macero di vecchi volumi e riviste. Gli manca poco per andare in pensione e sta risparmiando i soldi per poter portare con sé la pressa con cui ha sempre lavorato. In ogni pacco, infila un'opera che ha amato, aperta sua una frase o una citazione specifica, per accompagnare gli altri al macero.
 Di tanto in tanto, poi, salva qualche libro dal suo triste destino e se lo porta a casa, per leggerlo... e in trentacinque anni ne ha raccolti talmente tanti che in casa sua non c'è più spazio per muoversi. Ci sono libri ovunque. Una collezione, ma anche un'ossessione, che lo porta a dialogare con personaggi ed autori, con una certa predilezione per i filosofi del passato. Finché un giorno non viene spedito a lavorare in una pressa moderna, con la meccanica che sostituisce il lavoro manuale e i libri da distruggere non sono altro che oggetti, che nessuno si preoccupa più di salvare. Un nuovo sistema, che si scontra con la solitudine che l'operaio ha coltivato per tanti anni, con la sua visione della cultura e del mondo. Una visione alienante, certo, ma in cui si sentiva in qualche modo inserito e parte integrante. E forse, l'unica cosa che può fare è seguire lo stesso destino dei libri da distruggere.
Il libro si conclude con una sorta di poesia, in memoria di un altro grande scrittore praghese, Franz Kafka, e che contiene una frase secondo me bellissima, in cui mi piacerebbe tanto poter credere: "il futuro dell'umanità è una libreria".

E' un libro molto complesso da leggere, molto filosofico, che necessita di una cultura di base nel lettore non indifferente. Non solo per i filosofi continuamente citati, ma anche per il periodo storico e per la città in cui è ambientato, Praga intorno agli anni '70.
Se si possiedono tutti questi elementi, si riesce a cogliere perfettamente la logica del protagonista del libro, la sua alienazione, la sua solitudine rotta solo dal rumore delle presse, la sua incapacità di adattarsi al mondo che sta cambiando e la sua volontà di seguire il destino dei libri con cui ha sempre vissuto.
Come dicevo prima, poche pagine ma davvero molto intense, in grado di lasciarti addosso confusione, amarezza ma anche, nel finale, forse un po' di speranza.

Se decidete di leggerlo, leggete anche la bellissima introduzione a cura di Giorgio Pressburger e le due appendici finali. Vi aiuteranno a capire.

Nota alla traduzione: ci sono diverse note, indispensabili per spiegare certi riferimenti culturali presenti nel testo. Lievemente fastidioso, almeno per me, è l'utilizzo di "sia... che" anziché "sia... sia" e l'assenza di qualche d eufonica dove ci andrebbe. Ma nel complesso, direi ben fatta.

Titolo: Una solitudine troppo rumorosa
Autore: Bohumil Hrabal
Traduttore: Sergio Corduas
Pagine: 118
Anno di pubblicazione: 2006
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806181512
Prezzo di copertina: 9,50€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Una solitudine troppo rumorosa

Libri e San Valentino

Questo post probabilmente sarà abbastanza inutile per una buona parte dei lettori del blog. Lettori forti, con gusti ben precisi, che non hanno bisogno di consigli dall'alto per scegliere i libri da leggere o da regalare (e farsi regalare), e che hanno sicuramente una wish list infinita da cui fidanzati/e potranno scegliere senza problemi.

Ma stamattina la mia casella mail era invasa di newsletter di case editrici e librerie online, con proposte più o MENO intelligenti sui libri da regalare a San Valentino alla persona amata, e quindi un certo fastidio si è impossessato di me, spingendomi a scrivere queste righe. Non voglio assolutamente dire che tutti i libri presenti in queste liste siano libri scemi o insulsi, né che sia scemo chi invece non vede l'ora di leggere l'ultima fatica (?) della Kinsella, di Danielle Steel o di Nicholas Sparks. I gusti son gusti e ognuno è libero di leggere quello che vuole, quando vuole e come vuole. Così come so benissimo che non si possono sempre e solo leggere libri impegnati, che ogni tanto bisogna staccare e che non c'è nulla di più rilassante (anche per me, sia chiaro) di una bella storia d'amore, possibilmente con lieto fine (in realtà questo dipende dal periodo).
Dico solo che troppo spesso questi consigli sono stereotipati (forse anche influenzati dalle case editrici stesse), così come lo sono i libri che vengono suggeriti. E non solo per le copertine tutte uguali o i titoli composti, ma per le storie che raccontano. Ci sono sempre gli stessi elementi (un uomo ricco e affascinante, una donna bruttina e sfigatina, qualcuno è appena stato lasciato e non crede più nell'amore, qualcuno magari è malato se non già addirittura morto), mescolati a dovere, et voilà... libro d'amore di San Valentino bello che confezionato (se i personaggi sono vampiri, poi, il successo è ancor di più assicurato)

Lo so, a prima vista potrei sembrarvi acida e un po' cinica forse. Potrei sembrare una di quelle persone contro l'amore e i sentimenti forti, capace solo di criticare e incapace di lasciarsi andare ai sentimenti. Ma vi assicuro che non è così. Anche se non disegno cuori ovunque, sono una di quelle persone che crede tantissimo nell'amore come forza in grado di superare qualunque cosa, così come credo che la vita in due sia più completa (non dico che da soli non lo sia, ma in due, almeno per me, lo è di più).

Il problema è che i libri presenti in queste liste l'amore lo banalizzano a tal punto da farlo sembrare una cosa idiota. Io mi rifiuto di credere che quelle scritte dalla Kinsella, come riportano Amazon e Ibs, siano le storie d'amore più belle e più amate. Che l'ondata di libri tutti uguali della Newton Compton sia gli unici davvero in grado di far sognare e innamorare.
Ci sono tante, tantissime storie d'amore nei libri, storie che conquistano, che fanno sorridere, che fanno commuovere, riflettere, appassionare senza che queste debbano per forza essere scritte male, di fretta e confezionate in pacchetti standard. Basta solo aver tempo e voglia di scoprirle e non fermarsi al primo blocco di libri che si trova in libreria.

Per cui ho deciso, forse con estrema supponenza, di creare una mia lista dei " 10 (+1) libri da regalare a San Valentino", senza fare alcuna distinzione di genere... perché se una storia d'amore merita, merita che tu sia uomo, donna, bambino, cane o gatto (magari non ve ne siete accorti, ma i gatti per osmosi leggono tantissimo). 
Di alcuni probabilmente avrete già sentito parlare (da me ma soprattutto dalla loro fama), altri sono state scoperte inaspettate.

In ogni caso, se penso a un libro d'amore mi vengono in mente questi:

D'Amore e d'ombra - Isabel Allende
L'amore e gli stracci del tempo -Anilda Ibrahimi
Dell'amore e di altri demoni - Gabriel Garcia Marquez
Qualcuno con cui correre - David Grossman
Avventure della ragazza cattiva - Mario Vargas Llosa
La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo - Audrey Niffenegger
Mancarsi - Diego De Silva
L'imprevedibile viaggio di Harold Fry - Rachel Joyce
Le ho mai raccontato del vento del nord - Daniel Glattauer
Guarda come ti amo - Luis Leante
Dopo di lei - Jonathan Tropper

Mi rendo conto che forse certi autori non sono proprio per tutti... ma forse anche questo pregiudizio andrebbe un po' smontato, perché è vero che Grossman scrive difficile e che Vargas Llosa in alcuni casi è un po' ostico nello stile, ma questo non vuol dire che non si possa leggere.

Ovviamente ce ne sono tantissimi altri, però così su due piedi questi sono quelli che parlando d'amore sono riusciti ad emozionarmi di più.
In ogni caso, per evitare spiacevoli sorprese,  chiedete al vostro ragazzo o alla vostra ragazza la loro wish list... così andate sul sicuro!
Oppure ripiegate su una scatola di cioccolatini... ci farete sicuramente più bella figura rispetto a regalare un libro sbagliato.

lunedì 11 febbraio 2013

IL BUIO ADDOSSO - Marco Missiroli

Questa è la storia di un buio invisibile che si aggrappa all'anima e non la lascia, e copre la vita di chi ce l'ha addosso. Questa è la storia della zoppa di R., il paese dove in nome della purezza di Dio solo i sani di corpo e di mente possono vivere: la zoppa, sopravvissuta alla condanna a morte della sua gente grazie all'amore straziante di suo padre, che alla purezza ora non crede più. Vivrà rinnegata e reclusa, sbranata dalla ferocia di chi la vuole sepolta "in un angolo di terra abbandonata". Solo la curiosità per il mondo là fuori e l'incontro con anime affini la terranno in vita. Finché un giorno diventerà custode di un segreto sconvolgente. Un segreto che cambierà il destino di R. e la farà artefice della sorte dei suoi carnefici. Una storia di crudeltà e solitudini ambientata in un mondo solo in apparenza luminoso e chiaro: un paese senza età del sud della Francia, viola per le spighe della lavanda, azzurro per il mare in lontananza, rosso e blu per le giubbe dei gendarmi che lo sorvegliano. Ma è anche il racconto di una speranza: quella di un buio creato solo dagli altri, e da cui ci si può liberare.

Dopo aver scoperto e amato Marco Missiroli grazie al suo ultimo romanzo, "Il senso dell'elefante", avevo deciso di aspettare un po' di tempo prima di provare a leggere qualche altro suo libro. Mi succede spesso: se da un lato dopo aver letto un libro meraviglioso non vedo l'ora di recuperare tutto il tempo perso con l'autore, dall'altro ho sempre un po' paura che gli altri suoi lavori non siano all'altezza e, quindi, di rovinare l'opinione positiva che mi ero fatta fino a quel momento. Poi però a un certo punto la curiosità prende sempre il sopravvento... d'altronde non si può giudicare un autore da una singola opera, né rischiare per paura di perdersi altri bei libri.

Diciamolo subito, "Il buio addosso" non è meraviglioso come "Il senso dell'elefante". Ci si avvicina, a volte. Ne sfiora la perfezione, senza però riuscire sempre a mantenerla. Ma d'altronde è un'opera precedente, in cui sono presenti sì tutti gli elementi stilistici che mi hanno portato ad amare follemente questo autore, ma forse manca ancora un po' di sicurezza nell'utilizzarli.

Siamo in un piccolo paese provenzale, di cui conosciamo solo l'iniziale: R. Un paese che viveva e prosperava grazie alla vendita della sua lana magica. Una lana pura, immacolata, come se fosse prodotta da Dio stesso. Questa lana però d'improvviso ha perso purezza e perfezione, è diventata marcia, invendibile, di pessima qualità. I cittadini corrono ai ripari: se si eliminano le imperfezioni nella gente, spariranno anche quelle nella lana. E somministrano a tutti i bambini che nascono con qualche imperfezione la "polvere dolce", che li fa addormentare per sempre. Solo una viene risparmiata, grazie all'amore di suo padre, sindaco della città, che implora il resto del Consiglio di risparmiarla, visto che non potranno avere altri figli. L'unico patto è che non esca mai di casa, non si faccia mai vedere in giro. E così la zoppa, di cui praticamente nessuno conosce il nome, vive da reclusa in casa sua, a causa di una gamba più piccola e debole dell'altra. Non può andare a scuola, non può giocare con gli altri bambini, non può passeggiare per le vie del paese. Guarda il mondo dalle finestre di casa sua, desiderosa di uscire ma anche paurosa. Ben presto, il padre accoglie in casa un altro bambino reietto, Nunù, un "pazzo", che viveva con il padre in mezzo al bosco e ora rimasto solo. La zoppa e Nunù diventano amici, compagni di una prigionia sempre più difficile da sopportare. 
Il padre della bambina chiede al Consiglio di poter far venire in casa un maestro, che istruisca i bambini. Nelle loro vite entrerà così l'orologiaio, un anziano signore dal triste passato, che più di altri si rende conto dell'ingiustizia di questa reclusione. Perché alla fine la zoppa e Nunù sono bambini come tutti gli altri. Il Consiglio però non accetta quello che sta succedendo e, dopo che il padre e l'orologiaio hanno portato i due bambini fuori violando così l'accordo, decide di prendere provvedimenti.
La storia si interrompe per poi ricominciare qualche anno dopo, con Nunù e la zoppa che vivono ora nel campanile dell'orologio, di nuovo impossibilitati ad uscire. La loro situazione agli occhi del paese non è cambiata: li vedono come i veri responsabili del declino della lana, ormai sempre più corrotta e invendibile. Lì vivranno lontani da tutto e da tutti, osservando dalla torre la vita del paese. Finché non assisteranno all'ultimo, disperato tentativo, ad opera del nuovo sindaco, di recuperare lo splendore perduto.

Come si può vedere, il romanzo ha una trama lunga e abbastanza complessa (difficile da riassumere senza fare spoiler), che però a volte fatica un po' ad andare avanti con scorrevolezza. Alcuni punti che forse andrebbero spiegati vengono lasciati all'oscuro e non so dire se questa scelta sia voluta o meno.
La vera forza del libro sta però nei personaggi e nella caratterizzazione del paese in generale. Un paese che emana bigottismo e supponenza da ogni parte, un paese che in nome di qualcosa di più grande (e forse, ai più incomprensibile) ha deciso di eliminare chiunque corrompesse la purezza che si vantava di avere. Solo in pochi si sono ribellati, e sono stati emarginati, allontanati, addormentati.
Una storia dura, che colpisce e lascia sgomenti,  raccontata dal punto di vista di due bambini, due diversi, due imperfetti, che alla fine sono migliori di tutti gli altri.

Da queste pagine, dai personaggi, dalle parole e le situazioni descritte, emerge già chiaramente quel grande narratore che Marco Missiroli diventerà con "Il senso dell'elefante". E quindi credo che qualche imperfezione gliela si possa anche perdonare.

Titolo:  Il buio addosso
Autore: Marco Missiroli
Pagine: 276
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: TEA
ISBN: 978-8850221370
Prezzo di copertina: 9€
Acquista su Amazon:
formato brossura: Il buio addosso

venerdì 8 febbraio 2013

SIGNORINA CUORINFRANTI - Nathanael West

Ingiustamente sottovalutato in vita, il talento narrativo di Nathanael West ha ottenuto il meritato riconoscimento solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1940 per un incidente d'auto, a trentasette anni. Oggi West è annoverato tra i grandi classici del Novecento americano. La "Signorina Cuorinfranti" del titolo è la firma di una seguitissima rubrica di consigli ai lettori di un quotidiano newyorkese, dietro la quale si nasconde in realtà un uomo. Quello che era nato come il semplice scherzo di una redazione troppo cinica genera però una vicenda umana di grande sofferenza: intimamente coinvolto dai problemi dei suoi lettori, e frustrato nella propria incapacità di offrir loro un aiuto reale, il protagonista precipita in una spirale di autodistruzione, ricercando sollievo di volta in volta nel sesso, nell'alcol, nella religione. Ambientato nella New York della Grande Depressione, questa originalissima novella a episodi offre uno spaccato grottesco ma profondamente empatico di una società in lotta con le proprie disillusioni.

Va bene, lo ammetto, io sono una di quelle persone che legge con un interesse quasi morboso la posta del cuore delle riviste. E' forse la prima pagina che cerco quando mi arriva il nuovo numero di Vanity Fair o quando sono in sala d'attesa da qualche parte. Non so bene se sia semplicemente il mio animo pettegolo che prende il sopravvento, o se ci sia qualcosa di più. Certo è che le lettere di solito raccolgono problemi e richieste d'aiuto a volte molto forti, che mi chiedo come sia possibile che vengano affidate a un giornale e non a qualche specialista. Mi immagino la reazione di chi le riceve e la difficoltà che può avere a volte nel trovare le risposte (ma anche la voglia che sono sicura molte volte avrebbe di prendere a pugni chi le ha scritte).

E' questo che fa Miss Lonelyhearts. Riceve la posta del cuore dei lettori del giornale per cui lavora e cerca di rispondere in qualche modo. Un lavoro alla lunga alienante e non sempre facile da svolgere. E che ti annulla completamente. Perché Miss Lonelyhearts è in realtà un uomo. Un uomo di cui non viene mai detto nemmeno il nome, tanto è ormai radicato e identificato nel personaggio che lui stesso, aiutato dagli scherzi e dalle battute dei colleghi del suo ufficio, ha contribuito a creare e che a poco a poco lo sta schiacciando. Le lettere che riceve non espongono mai problemi semplici. Siamo negli anni '30, negli Stati Uniti, periodo di Grande Depressione e sembra che le donne che scrivono alla rubrica della posta del cuore siano sempre più depresse e disperate: c'è una ragazzina senza naso che vorrebbe trovare l'amore della sua vita, c'è la sorella di una ragazza ritardata che non sa se confessare ai genitori che quest'ultima è stata violentata, c'è una donna il cui marito ha abbandonato più e più volte il tetto coniugale e che quando torna la prima cosa che fa è riempirla di botte, c'è una donna che sta con uno storpio con cui non riesce ad avere rapporti sessuali. C'è tutta una società dietro a quelle lettere. Una società cruda, triste, violenta e quasi rassegnata. E Miss Lonelyhearts è sul punto di crollare. Non sa più che risposte dare, non sa più a chi rivolgersi: se a Dio, all'alcol, al sesso o, semplicemente, al suicidio. E alla fine sarà proprio la sua stessa rubrica a decidere per lui.

E' un libro cinico, che a prima vista fa anche sorridere, ma che poi, se ci si ferma a pensare, evidenzia tutta la disperazione e la tristezza di una società che ha paura di non riuscire a uscire dal baratro in cui è caduta. Una società in cui tutti chiedono aiuto e quelli a cui viene chiesto non sempre sono in grado di darlo. E così sprofondano anche loro.

Non so spiegarmi come mai questo romanzo e questo autore non abbiano avuto il successo che meritavano al momento dell'uscita. Matteo B. Bianchi fa una bella analisi delle possibili motivazioni nella prefazione che precede il romanzo e quello che emerge è che forse la società dell'epoca non era pronta a vedersi sbattere in faccia in questo modo, quasi allegorico direi, i suoi problemi e le sue disillusioni. Certo, con altri scrittori del periodo non è successo (vedi Fitzegarld), però è una motivazione che si può comprendere.
Per fortuna comunque poi l'autore è stato riscoperto, e con lui tutte le sue opere.

Una lettura che merita.

Nota alla traduzione: direi davvero ben fatta.

Titolo: Signorina Cuorinfranti
Autore: Nathanael West
Traduttore: Riccardo Duranti
Pagine: 116
Anno di pubblicazione: 2011
Editore: minimum fax
ISBN: 978-8875213640
Prezzo di copertina: 9€
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formato brossura:Signorina Cuorinfranti
formato e-book: Signorina Cuorinfranti